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14 ottobre 2024

Le verità spezzate di Alessandro Robecchi


 

La verità non sembra mai vera.
Georges Simenon

Incipit

«Rivestiti.» Il dottore gli aveva voltato le spalle, aveva percorso con passo pesante i due metri che lo separavano dalla scrivania e si era seduto, come per compilare qualcosa, ma non aveva compilato niente, aveva incrociato le mani sulla scrivania e lo aveva guardato con un misto di amicizia e indolenza, rassegnato.
«Allora?»

«Allora niente, come al solito, le analisi fanno schifo, tu fai schifo, Manlio, diamo colpa all’età e finiamola qui.»
Manlio Parrini aveva fatto una risatina. Carlo Dizzani, il dottore, è suo amico da tempi immemorabili. Da quando lo avevano chiamato d’urgenza sul set per il malore di un attore

A Manlio Parrini, famoso regista, autore del film Le verità spezzate che l’aveva consacrato come maestro del cinema italiano, basterebbe fare un ultimo film: sono passati troppi anni da quell’ultima fatica, che gli aveva dato fama e successo, un ultimo film prima di ritirarsi del tutto.
Il “maestro” Parrini ha un’idea che gli gira in testa: la storia di uno scrittore italiano, autore di opere teatrali, di numerosi romanzi, stiamo parlando di Augusto De Angelis, considerato il padre del giallo italiano col suo commissario De Vincenzi, il poeta del San Fedele, sede della Questura a Milano prima che venisse abbattuta dalle bombe inglesi nel ‘44. Un commissario all’antitesi degli investigatori in voga nei noir pubblicati negli anni ‘30 e ‘40: un investigatore che leggeva Proust e Freud, che sapeva leggere nell’animo delle persone che si trovava davanti.
Un poliziotto all’antitesi anche del modello fascista di poliziotto, quello dell’investigatore costretto ad alzare le mani, perché col crimine ci vuole la mano dura. Era un’altra Milano, quella di De Angelis negli anni ‘30, nei pieni anni ruggenti del regime. Come anche era una città diversa la Milano degli anni 40, con la guerra sempre più vicina, con le bombe, le restrizioni del regime sempre più insopportabili, l’oppressione della polizia fascista e dei tedeschi.

Vede una città senza nessuna frenesia, monumentale e scura, oppressa. “Piazza San Fedele era un lago bituminoso di nebbia, dentro cui le lampade ad arco aprivano aloni rossastri" scriveva Augusto De Angelis nel 1935.

Non sarà la solita biografia, il solito biopic cui siamo abituati nelle serie televisive in Rai: l’idea che ha in mente Parrini è raccontare l’Italia negli anni del regime, per arrivare a parlare di questa Italia di oggi.
Perché quella dello scrittore Augusto De Angelis è una storia da raccontare: morì nel luglio del 1944 a seguito delle percosse subite da un pestaggio di squadristi fascisti, a Bellaggio dove si era rifugiato come tanti altri milanesi.
Ma De Angelis non era un antifascista, non era un pericoloso sovversivo, anzi: veniva da una famiglia borghese, aveva cercato successo nel mondo del teatro, la sua vera passione, senza però riuscire a sfondare. Poi era passato alla scrittura, con l’intuizione felice di portare in Italia il giallo: peccato che nell’Italia fascista fosse sempre più difficile parlare di reati e di crimini, se proprio c’erano dei criminali dovevano essere stranieri, su cui l’azione della polizia doveva essere implacabile.

Eccola la storia con cui il maestro Parrini chiuderà la carriera: quella del padre del giallo italiano e del suo commissario De Vincenzi:

«Cosa sai di Augusto De Angelis?»
«Direi niente.»
«Perfetto.»
«Dammi un titolo per farmi un’idea.»
«Un cold case degli anni Quaranta.»

«Occazzo. Sentiamo.»

Un cold case per quel mistero dell’aggressione a Bellagio che aveva chiuso quella breve carriera di scrittore di gialli: De Angelis in fondo voleva solo scrivere romanzi ambientanti nella borghesia milanese, senza che gli assassini fossero per forza stranieri, ma “De Angelis aveva dovuto adeguarsi, ma si vedeva la forzatura, i suoi libri erano pieni di signorine O’Brian, di mister Bolton..”

Man mano che il film va avanti, Parrini si rende conto di come, in fondo, i tempi non siano poi così cambiati. Nonostante lui sia “il maestro”, arrivano pressioni da parte del produttore su chi scegliere come protagonista (un mascellone americano), un aiutino per la storia da quella sceneggiatrice che ha lavorato tanto bene in Rai..

Le censure e le autocensure dell’inizio degli anni Quaranta non somigliavano in modo cristallino, quasi grottesco, a quelle di oggi?
Di là Pavolini, ottuso burocrate di quel che si può dire e non dire, di qua la macchina produttiva: qualcuno da affiancare a Sara De Viesti per renderla digeribile, l’attore di moda per attrarre i soldi…
Al giallo, “freddo”, si affianca poi un altro delitto, la morte della vicina di casa di Parrini, vedova del proprietario della depandance dentro cui il regista vive in perfetta solitudine che poi era stato il suo produttore. Uno strano delitto: una donna strangolata dentro casa senza che siano presenti registrazioni di telecamere o di intercettazioni per inquirenti. Sembra proprio una di quelle indagini che avrebbe fatto il commissario De Angelis, col suo fido aiutante Cruni.
Anche questo giallo, la vecchia vedova strangolata in casa, ha qualcosa di particolare: ci sono dei dettagli che non tornano, strane pressioni sulla magistrata che segue il caso, un indiziato con buoni avvocati alle spalle e un altro che sarebbe poi il colpevole perfetto.

Un giallo nel passato e un giallo nel mondo di oggi: tutte e due storie di meriterebbero giustizia, meriterebbero che si arrivasse ad una verità? Ma ne esiste veramente una?

E il problema vero, il problema di sempre e di tutti, pensa ora Manlio Parrini, non è che le verità si spezzano, ma che le verità non ci sono, non esistono, semplicemente. Sono fatte di una sostanza ambigua e molle, inconsistente. Le verità che conosciamo sono solo quelle che noi decidiamo siano verità.

La verità si deve plasmare col corso della storia, forse. A seconda delle convenienze del potere. Come anche la libertà, quella che pensiamo di avere noi tutti i giorni e che invece è fatta anche di tante rinunce.
Perché anche oggi esiste un potere che ci dice cosa deve andare in onda in televisione e cosa è meglio tenere nascosto. Un potere che decide cosa è satira e cosa no. Di cosa ridere e di cosa non si deve ridere.
Un potere che ha deciso di egemonizzare la cultura pretendendo perfino di riscrivere la storia. A loro uso e consumo. Basta con questa satira, basta con questo giornalismo di inchiesta che parla di corruzione. Basta con questo disfattismo contro il governo che rappresenta gli italiani..

Tutto ridicolo (perché la storia la seconda volta si ripete in farsa)? Forse.

Chi ha detto che il ridicolo non può essere pericoloso?

Attenzione, allora, ci dice Robecchi, a cosa rinunciamo ogni giorni, sull'informazione, sul diritto alla trasparenza, all'essere informati su chi ha un ruolo pubblico. Quando vediamo l'ennesima lottizzazione in Rai, l'ennesima querela per una vignetta o per un articolo. Per conformismo, per ignavia.
Un giorno non avremo più voglia di riderci sopra perché sarà troppo tardi.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli, il pdf del primo capitolo.
Il blog di Alessandro Robecchi dove potete trovare altri articoli su questo libro.
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20 settembre 2022

Il mistero della Torre del Parco e altre storie di Luca Crovi

 


Il commissario Carlo De Vincenzi non amava i letti comodi. Neanche quelli rifatti con cura dal suo amico Giovanni Massaro, di professione materassaio. Dormire in quei letti poteva essere molto pericoloso per lui. Preferiva adagiarsi per un po’ sul divano scomodo del suo ufficio in piazza San Fedele. Prediligeva le lunghe veglie di lettura in compagnia di sant’Agostino e Platone.

Questo “Il mistero della Torre del Parco” è una raccolta di racconti con protagonista il commissario De Vincenzi, l’investigatore inventato dallo scrittore romano (ma trapiantato a Milano) Augusto De Angelis, che ha ambientato i suoi gialli nella Milano a fine anni ‘20, per dimostrare che si potevano scrivere romanzi gialli anche in Italia (anche sotto un regime, come in quegli anni), “L’essenziale per me è creare un clima. Far vivere al lettore il dramma. E questo si può ottenere anche facendo svolgere la vicenda di un romanzo in Italia, con le creature italiane”.

Il commissario De Vincenzi, chiamato anche il poeta del San Fedele per la sua vasta cultura (umanistica e filosofica), e per la profonda umanità con cui guarda e osserva queste “creature italiane”, ha visto nuovamente la luce letteraria grazie all’ottimo lavoro di Luca Crovi, che ha ridato vita a questo investigatore, reinventando nuove storie: questo infatti è il suo quarto romanzo dopo “L'ombra del campione”, “L'ultima canzone del Naviglio” e “Il Gigante e la Madonnina”.

Mescolando fatti e personaggi storici realmente vissuti in quegli anni a Milano, Luca Crovi ci riporta dentro quella Milano, una città già in espansione che aveva iniziato ad inglobare gli ex comuni limitrofi, come Lambrate. Una città che stava cambiando faccia per i nuovi lavori in corso, come la Torre Littoria in parco Sempione (al centro del racconto che da il titolo al libro) o come l’interramento del Naviglio (di cui Crovi ha raccontato ne L’ultima canzone..).

Questa città ci viene raccontata dagli occhi del “sciur cumisari” De Vincenzi: ad inizio romanzo, per quel mescolare ancor di più realtà e finzione, scopriamo che ha accettato la proposta dello scrittore Augusto De Angelis di far diventare storie letterarie alcune sue passate indagini. Sono le storie che il commissario ha raccolto in una cartellina azzurra e che, sbadatamente (o forse no) ha dimenticato sul tavolo della sciura Maria Ballerini e che noi troveremo raccolte qui.

Oltre ai racconti, dentro questa cartellina la sciura Ballerini (e noi con lei) trova anche delle foto: sono delle cartoline di quella Milano (e che potete trovare nel libro), “un vero e proprio dossier dedicato alla vita del commissario Carlo De Vincenzi, con tutto quello che era accaduto al poeta del crimine negli anni passati”.

Storie di cui De Vincenzi era stato osservatore prima e custode poi nella sua memoria: delitti e prevaricazioni, piccoli imbrogli e vendette per antichi torti, ladri gentiluomini e ladri con la divisa. I “malnatt” della “ligèra”, e anche altri malnatt in camicia nera, non meno pericolosi solo perché protetti dal regime. Storie che hanno lasciato dentro De Vincenzo segno, e il cui ricordo spesso doloroso torna a galla quando è più indifeso, come nel sonno. Come la terribile strage del 12 aprile 1928, in piazza Giulio Cesare, alla fiera Campionaria.

Quali sono i racconti dentro questa cartelletta, che la sciura Ballerini, la custode dello stabile di via Massena inizia a leggere vinta dalla curiosità? Si comincia con la storia del pescecane all’arena: è la storia di una donna morta all’Arena Civica di Milano dove, ogni tanto, si tenevano degli spettacoli sull’acqua

«È stato un pescecane!»
«Come hai detto, ragazzo?»
«È stato un pescecane, signor commissario, a mordere la mia mamma!»

O come anche quell’incredibile incontro con quel regista inglese, rimasto vittima di un furto a Como mentre stava girando un film: quel regista sarebbe un giorno diventato famoso col titolo di “maestro del brivido”, ovvero Alfred Hitchcock. Chissà se nel film The Pleasure Garden hanno veramente recitato dei veri “ligèra” de Milan.

Come anche incredibile l’incontro con Antonio Gramsci, giornalista e politico, tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, in carcere a Milano perché il regime fascista non poteva accettare che la sua mente rimanesse libera, libera di esprimere il suo dissenso, il suo fastidio nei confronti di un governo che opprimeva la libertà delle persone.

Nonostante i rischi, De Vincenzi aiuterà Gramsci a fare un regalo al proprio figlio Delio.

.. il Cerruti fu pronto a sostenere la sua richiesta. «So chi può aiutarla, Antonio.» «Chi?» «Il commissario Carlo De Vincenzi.» «Perché proprio lui?» «Perché è uno che guarda nel cuore delle persone».

Guardare nel cuore delle persone, anche i ladri, che a Milano certo non mancavano, esperti in vari rami della “criminologia”

C’erano i balordisti, esperti nello spacciare monete false, i bidonisti, specializzati in truffe, i balaustristi, capaci di entrare dalle finestre, i droganti, che chiedevano la carità ..

Non tutti erano ladri gentiluomini, come quell’Arsenio Lupin, ma ce n’erano alcuni che almeno si fermavano di fronte a furti considerati sacrilegio. Come quelli che stavano per rubare le reliquie in Sant’Eustorgio, dove sono conservati i resti dei Re Magi.

[le reliquie] erano rimaste nella basilica per secoli, fino all’arrivo delle truppe di Federico Barbarossa. Il principe tedesco le aveva trafugate nel 1162, durante il saccheggio di Milano, trasportandole a Colonia,..

Ci sono anche ladri come “Il mottola”, un ladro gentiluomo, come appunto Arsenio Lupin, personaggio ispitaro ad un celebre ladro anarchico, un certo Alexandre Marius Jacob,

Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello

Sarà proprio Il Mottola a fare un bel regalo al commissario, proprio la notte di Natale: chi lo ha detto che deve essere babbo Natale a portare i regali? Anche “i malnatt della ligéra avevano un cuore”.

Ispirato a fatti storici, che l’autore ha solo un poco romanzato, è anche il racconto dove si parla di strani furti sui carri merci che portavano il pesce a Milano dall’Adriatico, nelle zone dove venivano mandati i bambini milanesi, per la cura di mare e iodio.

Alla Trattoria della Pesa, in una zona a metà tra piazza Garibaldi e Porta Tenaglia, dove una volta venivano “pesate” le merci in transito, De Vincenzi incontro niente di meno che il giovane Ho Chi Mihn, che effettivamente è soggiornato in Italia dove ha lavorato come cuoco, ospite della comunità cinese che viveva in via Canonica. Anche un cuoco, se ha studiato, può conoscere le massime di Sant’Agostino:

«Hai ragione. Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri?»

Dopo un’indagine su un barcaiolo morto (un Ranee, uno che vendeva le rane, da cucinare fritte o nel risotto), ucciso non dalla Borda ma da un’altra strega, si arriva al racconto “La Torre del Parco”: nel giorno dell’inaugurazione della Torre in parco Sempione, il 9 agosto del 1933, viene ritrovato un cadavere nell’ascensore che porta in cima. Dietro, una strage avvenuta nel corso della prima guerra mondiale e la vendetta di un uomo. Che alla fine aveva deciso di non sottrarsi alla giustizia, come Socrate

Su un tavolo davanti a lui era deposta una larga ciotola, e l’uomo stava leggendo un libro, Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu. «Dovrebbe evitare certe letture.»

L’ultima parte del romanzo è dedicata a Riccardo Bauer, politico tra i fondatori del partito d’Azione, anche lui fini in carcere negli anni del regime dove fu perfino accusato di essere tra i responsabili della bomba in piazza Giulio Cesare: le cartoline presenti nel libro provengono dalla sua raccolta, sono quelle che gli amici gli anno inviato sia in carcere che nel confino.

Come piccoli cameo, qua e la nelle pagine incontriamo altri amici di Luca Crovi, come Raffaele Kohler e Lucia Tilde Ingrosso.

Se vi piace scoprire i lati poco noti di Milano, se siete appassionati alla sua storia, non potete non leggere questo romanzo (e recuperare gli altri di Crovi con De Vincenzi se non li avete letti).

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito dell'editore SEM

L’intervista dell’autore su Radio Popolare

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11 febbraio 2020

L'ultima canzone del Naviglio di Luca Crovi


Incipit

«Lassa sta la spiciula, slandrun.» 
Il ragazzo non sembrava sentire. 
L’uomo ribadì il concetto: «Uè, gandula, fa no el pirla e lassa sta la spiciula». 
Il giovane era già montato sul sellino della bici. 
«Ehi, che vuoi fare?» 
Il ciclista lasciò cadere la borraccia dalla quale stava sorseggiando l’acqua raccolta alla fontana proprio davanti al cimitero di Musocco. 
Il ragazzo si era messo a pedalare a tutta velocità. 
«Malnatt d’un malnatt, se ti prendo ti concio per le feste!» 

Luca Crovi prosegue il suo viaggio attraverso la Milano di fine anni 20, negli anni del regime fascista, attraverso i racconti, le indagini, del commissario Carlo de Vincenzi, investigatore ideato dallo scrittore Augusto De Angelis che Luca ha riportato in vita.
Ciascun racconto può essere letto come un pezzo a sé stante, e ci tramanda un pezzo di storia di quella Milano così distante da quella moderna: il Naviglio ancora scoperto attraverso cui viaggiavano le merci e anche certi traffici poco legali.
L'arrivo del generale inverno nel 1929, che seppellì Milano sotto un bello strato di neve.
La nascita dell'Autodromo di Monza, completato in cento giorni nell'estate autunno del 1922.
L'arrivo delle auto che rombavano nelle vie della città, rubando spazio alle carrozze e alle bici, anche quella del commissario. La bici era un mezzo importante, che consentiva spostamenti facili per la città: la spiciola (così si chiamava in dialetto milanese) faceva gola anche ai “malnatt”, i ladri che facevano la posta nei parcheggi, come davanti la Scala.
Per questo c'erano persone come il Franco Vanni, a fare da custode:
«Certo» rispose il Vanni dirigendosi verso la Scala. Era li che da qualche tempo aveva trovato impiego come custode. A lui toccava il compito di controllare che nessuno ciulasse le bici dei ricchi. Era un impiego ben pagato che il Vanni svolgeva con perizia evitando che qualche slandrun mettese le mani sulle spiciule del pubblico. Quella sera, fra le altre, ricevette in custodia la bici del sciur De Vincenzi. L'avrebbe difesa con i pugni e con i calci.

Mescolando qualche pizzico di invenzione con fatto storici reali, seguendo le indagini del poeta di San Fedele, attraversiamo la città in lungo e in largo, attraverso quartieri che non esistono più, come il Bottonuto, zona malfamata proprio dietro Palazzo Reale.
Leggiamo dei rapporti difficili tra il maestro Arturo Toscanini e il regime fascista: era stato candidato nelle liste dei Fasci Italiani di combattimento con Mussolini e Marinetti, ma poi se ne era distaccato, disgustato dall'atteggiamento delle squadracce, dal regime che pretendeva di mettere becco su tutto, dall'insegnamento alla musica.
Nel 1922, alla prima della Scala, si rifiutò di suonare Giovinezza, l'inno fascista, alla fine della prima.
Fu chiamato in prefettura dove si incontrò con Mussolini stesso: sappiamo tutto questo per i documenti che ci sono rimasti e così possiamo sapere che in quel faccia a faccia, il maestro non guardò mai il presidente del Consiglio, distratto da una macchia nera sul muro, metafora della trasformazione in cui stava sprofondando il paese.
Eppure, se avesse davvero guardato Toscanini, il duce avrebbe capito che non stava fissando lui. Per tutto il tempo, infatti, il maestro osservò una macchia nera sul muro che gli sembrava racchiudere in sé il senso di quello che stava succedendo.

I rapporti divennero sempre più tesi, prima con uno scontro ai funerali dell'amico Giuseppe Gallignani, a cui il regime aveva revocato il posto al Conservatorio di Milano perché non aveva la tessera del partito.
E, infine, lo scontro a Bologna, quando ancora una volta si rifiutò di suonare Giovinezza.

La Milano di quegli anni com'era, dunque?
C'erano poche auto, era molto più tranquilla, le strade venivano pulite dagli spazzini, che arrivavano dalla Brianza a raccogliere la “ruera”, tutti i rifiuti che venivano separati e, se possibile, anche riciclati.
Ma c'era uno sporco, nella città, che forse nemmeno l'occhio allenato del commissario sapeva vedere. A differenza di quanto ha tramandato la propaganda fascista, la corruzione in città aveva raggiunto livelli preoccupanti: non si trattava dei ladri di strada, che De Vincenzi conosceva bene, era la corruzione che viaggiava a braccetto coi vertici del partito fascista meneghino.
Il Negher riprese a parlare riducendo la voce a un sussurro: «Voi non ve ne siete accorto, perso come siete dietro ai crimini di strada, ma il fascismo è una grande organizzazione di affaristi. Tutti pensano a rimpinguare le proprie tasche svuotando quelle degli altri.»

Come per l'indagine sulla bomba alla fiera campionaria del 1928, anche questa indagine su traffici di denaro falso e di cocaina viene stoppata dall'alto, quando De Vincenzi si avvicina troppo a certe divise di nero vestite, a certi personaggi della milizia che in città facevano il bello e il cattivo tempo.
Arrivando perfino a minacciare, di persona, il commissario.
Tempi difficili per la città e tempi duri per il paese: tempi duri anche per poeti come il nostro De Vincenzi. Per bloccare certi traffici e anche strani suicidi erano avvenuti lungo le sponde del Naviglio, l'amministrazione comunale aveva deciso per l'interramento del Naviglio, la cui musica delle acque sarebbe stata soffocata dal cemento, sopra cui sarebbero state costruite nuove strade.
La chiusura del Naviglio e l'arrivo della metropolitana avrebbero rivoluzionato la vita in città. De Vincenzi si trovò a pensare che, in quel periodo, come in questura i poliziotti erano imbavagliati, così anche Milano con quel decreto era in qualche modo privata della sua anima. Quella era davvero l'ultima canzone del Naviglio. L'ultimo momento in cui si sarebbe potuta ascoltare la sua voce.

De Vincenzi si ritrova nuovamente nella stessa situazione dell'anno passato, quando l'inchiesta sulla bomba alla Fiera fu bloccata: lo stesso accade ora con la sua indagine sulle monete contraffatte, sui traffici di droga (il famoso Vino Mariani spacciato energizzante, una bevanda a base di foglie di coca che il regime aveva vietato) che dalla Ligera puntavano diritto fino ai vertici locali del partito fascista.
De Vincenzi non aveva dimenticato la strage. E non aveva dimenticato nemmeno le vittime che non avevano avuto giustizia. Aveva continuato a monitorare da lontano le indagini dei colleghi. Visto la polizia fascista sostenete la "pista rossa" e cercare responsabili dell'attentato tra i membri della cellula clandestina comunista che aveva base tra Parigi e Mosca.De Vincenzi, invece, sapeva benissimo che i responsabili erano altri.

De Vincenzi si trova solo a riflettere sotto la fontana delle Quattro Stagioni dove, un anno prima durante la Fiera Campionaria era esplosa una bomba che aveva causato diverse vittime: anche in questo caso a De Vincenzi era stato fatto capire che era bene che le indagine non toccassero certe persone (la strage alla Fiera Campionaria rimane uno dei misteri italiani).
Qui, presso la Fontana De Vincenzi incontra l'ex commissario Carmelo Camilleri, che gli confida la medesima amarezza per essere stato estromesso dalle indagini sulla strage
«Ci sono due sentimenti che un poliziotto non dovrebbe mai provare: rabbia e dolore.»

In questo romanzo assistiamo, impotenti, all'ultima canzone del Naviglio ma ci imbatteremo anche nella bella addormentata di Sant'Ambrogio
Dalla neve spuntava una mano il Martucci scaccia la paura e si fece coraggio, sperando di trovare qualcuno ancora vivo inizio a scavare in fretta sotto la prima neve soffice ce n'era una più dura. Qual è schiacciata di Ci vogliono 10 minuti per liberare il corpo di una bellissima donna, mi sembra addormentata e provo a scuoterla la sconosciuta rimase rigida immobile era morta.

E' il cadavere di una bella donna, moglie di un boss della Ligerà milanese, implicata in uno di quei traffici che, ufficialmente per la propaganda fascista, non esistevano.
Perché, quando c'era lui, nessuno rubava.

Ci sono altri due momenti del romanzo, tra i tanti, degni di essere citati: quando De Vincenzi, particolarmente ispirato, racconta al “Pinza”, ufficialmente uno a cui dovrebbe dare la caccia, la sua concezione di poliziotto
«Dicono che l'Italia sia un paese di Santi poeti navigatori e Briganti.» 
«In queste notti in cui Nulla viene tutta viene io mi sento vivo perché mentre la grande Milano dorme proprio come adesso che noi stiamo parlando i drammi sono infiniti, anche se non tutti sanguinosi. I più terribili non sono quelli che culmina in un colpo di Rivoltella di coltello.»

E i tumulti durante i funerali del maestro Giuseppe Gallignani, amico di Toscanini, suicidatosi dopo che il governo Mussolini lo aveva rimosso dal Conservatorio di Milano poiché non aveva mai preso la tessera del partito

.. così gli animi si erano riscaldati ancora quando un professore di musica, che era stato uno dei suggeritori dell'ingiusto decreto di Gentile, si era presentata al funerale nella speranza di tenere un discorso commemorativo. Toscanini non gli aveva dato occasione di parlare e Nel mezzo del cimitero aveva strappato gli appunti che il musicista teneva in mano. Li aveva stracciati, gettati a terra e calpestati. Poi gli aveva urlato in faccia: "Vergogna! Vergogna! Lei è un uomo senza alcuna dignità! Non ha diritto di aprire bocca, se ne vada!".

L'ultima canzone del Naviglio è un racconto di racconti, di storie criminali ma anche di storie di solidarietà e dolore, dove emerge sia l'anima nera di Milano, nera anche per le camicie dei fascisti che avevano mano libera per la città.
Ma c'è anche spazio per raccontare l'anima solidale, la Milano col cuore in mano, quella che accolse migliaia di senza tetto, di orfani, di sfollati dopo la prima guerra mondiale.
La stessa umanità che emerge dalla visione che De Vincenzi ha del mondo, per il suo sentirsi vicino agli ultimi, a coloro che hanno subito soprusi da parte dei prepotenti.

Come nel precedente romanzo, anche questo termina, ed è giusto così, con una bella mangiata del commissario con tutti i suoi amici, al termine di un'operazione di giustizia un po' fuori dai regolamenti.
Cena con al centro della tavola un bel piatto di Bruscitti, la carne vicina all'osso che deve essere cotta a lungo, mangiata con la polenta e innaffiata con un bel bicchiere di Barbera.

Altri post sul libro


Il precedente romanzo di Crovi con protagonista il commissario De Vincenzi: L'ombra del campione

La scheda sul sito di Rizzoli
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02 dicembre 2017

Il mistero delle tre orchidee Augusto De Angelis

Incipit
Cristiana O'Brian ha l'onore d'invitare la S.V, Ill.ma alla presentazione delle sue nuove creazioni di primavera che avrà luogo dal giorno 9 marzo in avanti alle ore 15.30. Strettamente personale.
Busta azzurra, lunga, rettangolare. Cartoncino azzurro. In alto, nell'angolo sinistro, una bianca colomba trafitta da un lungo acuminato spillo d'oro: l'impresa di Cristiana O'Brian – Abiti, Mantelli, Pellicce, Corso del Littorio, 14. Di quei cartoncini ne furono spediti cinquecento, tutti strettamente personali. Ma ne giunsero a destinazione cinquecentodue. E i due ignorati dalla signora O'Brian e persino da Marta, che pure si piccava di saper tutto quel che avveniva nella casa di Mode di Corso del Littorio, recavano anch'essi l'avvertimento: strettamente personale. 
Chi l'avrebbe potuto immaginare che nel «museo degli orrori» della Casa di Mode O'Brian giacesse un cadavere? Un cadavere tra i manichini di legno e di crine. Come quelli immoto. E con sul volto un ghigno terrificante: l'unico tra tutti, quel cadavere, ad avere lì dentro una testa a e un volto .. Se nel penitenziario del Kansas city non esistesse un regolamento che concede ai carcerati a lavorare nelle miniere di carbone una riduzione della pena proporzionata alla quantità di carbone che essi estraggono ….

E' arrivato per me il momento di conoscere, ahimè tardivamente, quello che è considerato il padre del giallo italiano, Augusto De Angelis, che ha dato forma e sostanza ad un genere attraverso il suo personaggio seriale, il commissario De Vincenzi.
Un salto indietro di quasi ottant'anni, ci troviamo in questo romanzo (scritto nel 1942) in piena epoca fascista: il fascismo, come tutte le dittature amava poco la cronaca nera e guardava con diffidenza il noir, un genere decadente, che mal si conciliava con le esigenze di un regime dove, così raccontavano i giornali purgati dalla censura, non ci sono omicidi e nemmeno ladri.
Dunque, probabilmente per sfuggire dall'occhio della censura, De Vincenzi dava ai protagonisti dei suoi romanzi nomi esotici.
In questo “Il mistero delle tre orchidee” le persone sospettate di omicidio sono infatti di origine americana, paese corrotto dalla mescolanza delle razze e da quel virus chiamato democrazia.
Americana la proprietaria della casa di moda di Corso del Littorio, a Milano, che scopre nel suo letto il cadavere di un suo assistente personale, Valerio. Si scoprirà poi, assistente e anche servitore..
Un cadavere che la fa svenire per la paura, per la tensione. Ma quel cadavere non è l'unica anomalia in quella stanza: in un angolo una orchidea, presenza quantomai anomala o forse no.
«De Vincenzi vide il cadavere, vide Cristiana e vide l'orchidea. Ai cadaveri e alle donne era abituato alle orchidee un po' meno, per quanto invece le amasse assai di più. Così il suo sguardo si arrestò più lungamente e con compiacenza sul fiore. Mostruoso fiore fatto di carne, nato dal limo in putrefazione, cresciuto in una atmosfera da tropico».

Nel corso del racconto si scoprirà che quel fiore ha un significato particolare: i fiori erano la passione dell'ex marito di Cristiana, un famoso gangster, mago delle rapine, scappato dal suo paese assieme alla sorella.
Proprio lei, Anna, è la donna che Cristiana scorge nella sala dove sta tenendo la sua sfilata.
L'arrivo di questo americano alla sfilata mette in agitazione altre persone oltre Cristiana.
Da chi ha avuto l'invito alla sfilata, “strettamente” personale?
Cosa è venuto a fare? Per vendicarsi della ex moglie?

E poi ci sono altre domande, ancora più importanti: chi ha ucciso quel ragazzo, strangolandolo e lasciando il cadavere proprio in quella camera? E se il morto fosse stato ucciso da qualche altra parte e poi spostato nella camera di Cristiana per uno scopo preciso?
Sono tutte domande che si deve fare il commissario De Vincenzi, accorso sul luogo del delitto: poliziotto strano, dai modi educati e cortesi, attento osservatore dei luoghi dei delitti ma soprattutto delle persone.
Si rende subito conto come l'assassino, per muoversi così bene in quell'edificio, deve essere una persona che conosce bene la dislocazione delle stanze.
L'assassino deve essere proprio una delle persone che lavorano nella casa di Moda: Marta, la direttrice di sala, oppure Prospero O'Leary chiamato “Oremus” dalle ragazze per i suoi modi, la cameriera Verna Campbell, Evelina la contabile, infine madame Firmino la direttrice artistica.
“De Vincenzi sentiva l'insidia e il pericolo come il rabdomante sente l'acqua. E insidia e pericolo aveva sentito appena entrato in quella stanza … Con l'aggravante di un'atmosfera infida, percorsa da brividi gelidi. Ricordò di aver provato la medesima impressione, molti anni addietro, quando si era trovato alle prese col mistero dell'Albergo delle tre rose ..”

Una strana atmosfera dunque, di misteri che legano tra loro alcuni dei presenti e che riguardano aspetti del loro passato.
Il secondo omicidio, e la seconda orchidea, avviene quasi sotto i suoi occhi: a morire questa volta è la segretaria Evelina, l'assassino o l'assassina è riuscita a colpire in un attimo, strangolandola con la sua stessa collana.
Di proposito, durante la notte, non aveva voluto analizzare l'aspetto dei due delitti, meditare sui vari punti dello sconvolgente problema che essi rappresentavano. Egli, come credeva soltanto nel valore degli indizi psicologici, così soleva affidarsi all'ispirazione. I suoi colleghi, che lo chiamavano beffardamente poeta, in fondo non s'ingannavano, anche se erano convinti di non fargli lode. Immerso nella vasca da bagno, pensava a questo suo benedetto bisogno di scavare nel profondo delle anime, e poiché il suo spirito era depresso sogghignava di sé stesso. Un povero imbecille e nient'altro .. Tutta la sua psicologia gli era servita soltanto a permettere che uccidessero quasi sotto i suoi occhi quella quella povera Evelina, che non meritava certo una così triste fine e che con altrettanta certezza doveva detenere almeno una delle chiavi del mistero...

Tocca ora a De Vincenzi sbrigliare la matassa, dopo il terzo e ultimo delitto (e la terza orchidea), cercando di non cadere nel tranello dell'assassino che verrà rivelato alla fine, alla maniera dei gialli di Agata Christie, mettendo tutti i personaggi della storia nella stessa stanza.

“Il mistero delle tre orchidee” è un giallo quasi claustrofobico dove l'azione si svolge in maggior parte dentro l'edificio della casa di moda. Una storia divisa in due parti, come i due giorni in cui De Vincenzi risolve il caso, ma è una storia raccontata un po' al rallentatore, senza quel ritmo frenetico presente in molti gialli scritti oggi.
Tutti i personaggi vengono presentati e descritti con poche parole: Prospero il birillo nero con la testa d'avorio, Valerio “servo fedele”.
De Angelis si sofferma sull'atmosfera “infida” e piena di intrighi dentro questo ambiente in cui deve muoversi De Vincenzi, col suo metodo deduttivo, con la sua capacità di osservare le persone.
Alcuni degli indizi sono rivelati all'inizio del racconto, come se l'autore volesse sfidare il lettore: ma ciò non toglie nulla al gusto della lettura che, nonostante siano passati tanti anni, rimane viva.

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