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30 marzo 2022

Gli impegni

Gli impegni si rispettano, ci mancherebbe. Anche quelli sottoscritti otto anni fa tra un governo e i vertici della Nato. 

Ma se in mezzo c'è stato il Covid, la crisi, se in questi otto anni pochi tra i paesi della Nato hanno rispettato questo impegno di portare la spesa militare al 2%.

Impegno che non ha nulla a che vedere con la guerra in Ucraina, questa spesa non impatterà le nostre forze nei prossimi mesi e se la guerra dovesse andare oltre avremmo ben altri problemi (di cui ha parlato egregiamente Presadiretta lunedì sera).

Scrive Robecchi

Qualcuno – temerario – spiega che questo benedetto aumento delle spese militari non c’entra nulla con l’invasione russa dell’Ucraina, che se ne parla da tempo, che gli americani ce lo chiedono da anni, ed ora – vedi a volte le coincidenze – è venuto il momento. Per inciso, i dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute, uno degli osservatori più qualificati sul mercato degli armamenti) dicono che la Nato spende ogni anno circa 17 volte quello che spende la Russia, e anche togliendo le cifre spaventose degli Stati Uniti, calcolando soltanto le spese militari attuali di Italia, Francia, Germania e Regno Unito, si ha quasi il triplo della spesa militare russa. Pare che non basti.

A cosa servirà questa spesa? Da dove prenderemo questi 12-13 miliardi? Quale altra spesa taglieremo? Tutte domande a cui i tifosi del 2% non rispondono. Le armi servono, come la serva, per la nostra sicurezza. E poi ci saranno ricadute occupazionali, anche per l'industria civile (cosa falsa, come si è visto per il caccia F35 che verrà solo assemblato a Camerino). 

Vorrei solo che i nostri rappresentanti rispettassero anche gli impegni presi con gli elettori, anche se si tratta di governi tecnici che avrebbero dovuto portarci fuori dalla crisi.

25 marzo 2022

Chi pagherà il costo della guerra

L'aumento delle spese militari (per arrivare al 2% del PIL, come richiesto dalla Nato).

Il blocco della transizione ecologica: per essere meno dipendenti dal gas russo (oggi cattivo, non ieri quando ci facevamo affari e gli vendevamo armi), ritiriamo fuori le centrali a carbone e punteremo sul gas liquido che gli Stati Uniti ci venderanno a caro prezzo.

La Nato che era data per morta ai tempi di Trump (e che Macron nel 2019 considerava in uno stato di "morte celebrale" prendendosi gli applausi di Putin) oggi rinasce e diventa un ente sovranazionale sovrapponibile all'Unione Europea.

La guerra ha fatto sparire la pandemia (ma abbiamo ancora 180-200 morti al giorni, il sistema ha deciso che sono morti accettabili), i morti sul lavoro, i working poor e i poveri e basta.

Un giorno forse riusciremo a ragionare sulla guerra e sui suoi effetti a mente fredda, oggi non è possibile. Oggi si ragiona in modo emotivo, devi schierarti da una parte o dall'altra, interventisti da una parte, pacifisti dall'altra questa è la contrapposizione falsa fatta dai giornali.

Da una parte quelli che portano avanti la soluzione delle armi da inviare in Ucraina, perché non si può fare altro. 

Dall'altra, in una situazione di maggiore difficoltà, chi cerca di ragionare, spiegare, guardare la guerra Ucraina da una prospettiva diversa (come ha fatto Presadiretta due settimane fa, tirando in ballo lo scontro tra Stati Uniti e la Cina per la via della seta).

Chi pagherà il conto della guerra?

Oggi sui giornali, specie quelli del gruppo Gedi, è una chiamata alla armi, ogni occasione è buona per regolare vecchi conti, contro l'Anpi, contro la sinistra: avete visto, anche la Segre è contro gli equidistanti... 

Eppure Liliana Segre nel suo intervento (proprio con l'Anpi) ha parlato di aiuti umanitari, dell'orrore della guerra. Ma non importa.

Non importa perché oggi si è fatta tabula rasa del passato, del Putin amicone fino a pochi anni fa, delle guerre per esportare la democrazia fatte dagli Americani, dell'Ucraina che fino a ieri era un paese con problemi di corruzione, di libertà di stampa, di rispetto dei diritti delle minoranze.

Ieri il papa ha parlato di pazzia, riferendosi all'aumento delle spese militari: cosa ne pensano quei politici che si dicono anche cattolici? Siamo tornati al relativismo dei valori, quelli non negoziabili? 
Dobbiamo veramente abituarci alla guerra, a questo nuovo linguaggio militare, al razionamento, col rischio di una guerra mondiale, forse, ma sicuramente con scenari di maggiore povertà in Italia e nel mondo.

A proposito, mentre Renault ha scelto di andarsene dalla Russia, Stellantis continua a produrre nello stabilimento di Kaluga.

06 marzo 2022

La guerra di propaganda

Il generale Fabio Mini, che non penso possa essere accusato di sentimento anti americano o filo putiniano, nell'intervista a Il Fatto Quotidiano parla di guerra di propaganda.

Ci sono le bombe, ci sono i carri armati, ma non siamo ancora ad una guerra vera e propria (e questo non sminuisce lo sgomento per le vittime civili e la condanna contro Putin e la sua guerra). Ma lancia un messaggio: attenzione a non iniziare a credere alla nostra stessa propaganda. Forse non c'è stato nessun bombardamento russo alla centrale nucleare di Zaporizzja, forse l'invio delle armi tramite contractor servirà a poco, solo a “dare fastidio, complicare la situazione sul terreno e nulla più”. 

Fino a quando invieremo armi? Così facendo non rischiamo di non poterci più sedere (come Europa) ad un tavolo per i negoziati? E se le armi finiscono nelle mani sbagliate o ai russi?

Sono tante domande a cui oggi è difficile dare risposta a meno di non voler staccare il cervello e sposare la nostra propaganda per cui ogni altra parola al di fuori di guerra è considerato un atteggiamento filo Putin.

Staccare il cervello e dimenticarsi di come in tanti, qui in Italia e non i pacifisti, abbiamo creato quella rete di rapporti commerciali e politici con Putin.

Cominciando dall'Eni di Scaroni ai tempi del governo Berlusconi: c'è un bell'articolo dei giornalisti de l'Espresso Carlo Tecce e Vittorio Malagutti che andrebbe letto, prima di commentare su quanto sta accadendo.

Manager di Stato, imprenditori, diplomatici hanno spianato la strada a Putin in Italia. Ecco i loro nomi

Gli affari dell’Eni ai tempi di Scaroni hanno consolidato la nostra dipendenza energetica dalla Russia. Mentre grandi banche come Intesa e Unicredit incassavano profitti enormi grazie ai rapporti con le aziende controllate dal Cremlino. Che ha arruolato anche ex ambasciatori a Mosca e finanziato associazioni e lobby.


Di fatto l'informazione italiana (una sua parte con poche eccezioni) ci sta conducendo per mano verso l'accettazione della guerra, della necessità di aumentare le spese militari, di bypassare leggi (come la 185/1990 sulle armi ai paesi in guerra). 

Altra lettura interessante: 

Spese militari: fino a 10 mld in più entro il 2027

Primi aumenti con la nuova legge di bilancio. Ecco il piano. L’incremento dei budget annuali di Difesa, Mise e Mef sarà graduale: fino a 40 mld in totale. L’Italia si adeguerà così alla richiesta Nato del 2% del Pil - DI GIULIO DA SILVA E MADDALENA OLIVA

Ma quale crisi sanitaria, quale carenza dei medici, quale problema delle morti sul lavoro, dei salari da fame. Abbiamo trovato un'altra emergenza di cui preoccuparci. 

06 agosto 2021

Tanto c'è il green pass

Mentre in Europa si pensa alla terza dose di vaccino, nella parte povera del mondo mancano le dosi: l'esperienza e l'analisi dei dati ci ha insegnato che quando il virus può circolare, come in India nella scorsa ondata, si sviluppano le varianti, come la Delta oggi preminente in Italia. Cosa facciamo se la prossima variante dovesse essere meno sensibile ai vaccini?

L'Europa e l'Italia hanno detto no alla proposta sui brevetti e non vogliono concedere nulla sui vaccini all'altra parte del mondo.

Ma l'Italia merita (o demerita) qualche appunto in più: il ritorno del ponte sullo stretto, il pnrr poco green e con dentro molto cemento, l'archiviazione dello smartworking, i pochi investimenti sul trasporto e sulla sanità locale.

Ci si è concentrati sul greenpass, il lasciapassare che regolerà spostamenti (fuori dalle regioni), l'accesso ai luoghi chiusi, alla scuola e chissà, magari anche al lavoro.

Lavoro dove mancano gli ispettori per controllare il rispetto delle regole, ma poco importa, non possiamo bloccare lo sviluppo e mettere lacci alle imprese per qualche morto (gli ultimi casi, l'operaia stritolata da un macchinario e ieri l'operaio morto in autostrada schiacciato in un cantiere).

A tutto questo aggiungiamo anche il capitolo della spesa militare: anni d'oro questi, altro che pandemia, quest'anno due miliardi saranno destinati al nuovo progetto del caccia Tempest, quando ancora non è stato completato il progetto per il caccia F35.

E nemmeno possono essere usati per spegnere gli incendi.

28 marzo 2014

Servizio pubblico - adesso spera

Anche Renzi ha avuto il suo endorsement a stelle e strisce come Monti prima e Letta poi. Obama si dice stupito dell'energia del premier guovane e veloce. Entusiasta delle riforme strutturali: le province governate da non eletti, il senato di non eletti. Il precariato che rimane per le riforme del lavoro che non c'è.
Siamo rimasti la solita italietta che ha bisogno del padrone cge ci dica bravi. A patto che rispettiamo gli accordi che parlamenti delegittimati hanno preso senza chiedere conto al paese.  I caccia f35 che non possiamo non comprare, le missioni militari che devono proseguire. E ora il gas cge anziché da Putin dobbiamo prendere secondo un progetto futurista dagli Usa.

Nel frattempo, in attesa che i bachi del caccia bombardiere vengano risolti e i costi (ad oggi ignoti) destinati a salire, assistiamo allo stravolgimento della costituzione.

Che aria sentite, si chiedeva ironicamente Santoro nella copertina: aria di banana. Non lui, l'erede.
E se il progetto di Renzi fallisse?
Vieni tacciato di portare sfiga. Di gufare.
L'ottimismo è il sapore della vita.

In studio si è discusso di diseguaglianze sociali, di spese militari e dei nuovi assetti politici mondiali (per la crisi in Crimea e in Ucraina).
Gino Strada,  Maurizio Landini, il giornalista Federico Rampini e lo scrittore Nicolai Lilin.
Eccetto un ex ministro il cui ruolo nel dibattito in studio è stato assente, tutti hanno dato un loro contributo.

Gino Strda è stato chiaro: diseguaglianza significa concentrare le risorse economiche del pianeta nelle mani di sempre meno persone, restie alla redistribuzione delle ricchezze.
Diseguaglianze frutto di politiche economiche e sociali.
Come le spese militari che ogni hanno vengono fatte e che sottraggono fondi a sanità e istruzione.
Quel miliardo per le missioni all'estero.
Quei 14-16 miliardi (almeno) per i caccia F35.
Perché non si tagliano le spese militari? Perché non si toglie il profitto dalla sanità pubblica?
Con 10 milioni di disoccupati e con gli italiani che risparmiano sul cibo, possiamo permetterci queste spese?

Rampini ha parlato della politica che Obama sta chiedendo a Renzi: una politica di maggiore impegno (anche militare) nel Mediterraneo.
Il presidente americano è rimasto deluso dell'esito delle primavere arabe.
Sa che ora la guerra non è solo militare ma anche economica.
Anche se l'incontro più importante è stato quello con il papa, Obama ha apprezzato le parole (per il momento solo quelle) di Renzi contro l'austerity.

Se l'Italia vuole far parte della Nato, deve prendersi delle responsabilità, anche in ambito militare: come contropartita c'è la questione dei caccia F35.

Il dossier della ABC




Il ministro Mauro, alla domanda sul perché servono proprio questi caccia alla nostra aviazione, non ha risposto.
O meglio, ha usato le solite espressioni su sicurezza, impegni ..
Dove c'è sicurezza militare, c'è pace: se ne è uscito con questa frase più o meno.

Negli Stati Uniti, non mi sembra che ci sia tutta questa pace sociale.

Dragoni, nel suo intervento, ha cercato di dare le cifre, almeno quelle note, sui costi dei caccia: si parla di 135 milioni ad aereo.



http://www.serviziopubblico.it/2014/03/poco-lavoro-in-italia/?cat_id=archivio_puntata

Abbiamo già comprato sei aerei, zitti zitti con una spesa aggiuntiva di 700 milioni di euro.
Per la difesa spendiamo, per lo più per il personale, 16,7 miliardi (1,04% del PIL più della Germania).

L'intervento di Travaglio: lo spread con la Germania




Gino Strada contro il ministro Mauro

"Chi pensa di spendere miliardi per aerei militari è un cretino": a cosa servono questi caccia, a bombardare gli evasori?
Nemmeno dal punto di vista industriale i caccia f35 sono un affare: la ricaduta occupazionale è tutta da rivedere, come anche il guadagno in termini di competenze tecnologiche.
Lo ha spiegato Landini, ricordando che l'Italia è già dentro il progetto europeo del caccia, su cui lavorano già aziende italiane.




In questa nuova guerra fredda Obama ha bisogno di nuovi alleati: se fino a ieri potevamo essere il paese della doppia fedeltà, forse oggi questo ruolo sarà più difficile.

27 marzo 2014

Sicurezza nazionale

Mi riallaccio a quello che ho scritto ieri sui disastri ambientali di questo paese: ma siamo sicuri che la sicurezza nazionale passa attraverso il massiccio acquisto di armi, come i costosi (e pieni di difetti) caccia F35?
Cosa facciamo?
Li usiamo per bombardare i casalesi che hanno sversato rifiuti?
Li usiamo per dare la caccia ai politici che hanno coperto i traffici della mafia?
Per snidare gli imprenditori che negli anni hanno sversato veleni nei fiumi, nell'aria, nella terra?

Magari sarebbe bello ricordare ad Obama (e a tutti i guerrafondai italiani) della questione del poligono di Quirra in Sardegna.
Che in Italia si rischia la pelle più per i tumori causati dall'Ilva o della Caffaro, che per il rischio che ci invadano i russi.
O forse dobbiamo pensare che tumori e intossicazioni sono un rischio calcolato?


Monti, per difendere l'acquisto dei caccia, usava l'arma del populismo:
“Quando si parla di difesa e di scelte di strumenti militari bisogna evitare di cadere nelle risposte facili e qualche volta un po' populiste”.

Lo vada a dire ora alle persone di Bussi, di Taranto, di Brescia. 

05 febbraio 2013

Le servitù militari - il lato oscuro della difesa


Nella seconda parte della puntata di Presa diretta ("Spese militari") si è parlato della questione delle servitù militari in Sardegna.
I siti inquinati dall'uso delle bombe, dove si sono registrati casi di morti tra i pastori, i militari che han lavorato nei poligoni i civili che abitano vicino alle basi.
Mostri partoriti dagli animali esposti alle polveri sollevate dai proiettili esplosi.
Un territorio esteso inquinato ed escluso al turismo e alla vita dei sardi.
Bonifiche per le quali non si trovano soldi, se non poche decine di milioni di euro.

Non solo non possiamo rinunciare ai caccia F35, perchè il parlamento ha votato, perché ci sono accordi, perché c'è la ricaduta sui posti di lavoro.
Ma anche per le servitù militari vale lo stesso sillogismo forzato.
Siccome ci sono gli eserciti, servono le armi. Se ci sono le armi servono i poligoni per provarle. E noi non possiamo fare a meno degli eserciti per la nostra difesa personale.
E se poi difesa e spese militari drano miliardi che sono sottratti a istruzione, ricerca, sanità, tutela della cultura e dell'ambiente, fa niente.
Ma da chi dobbiamo difenderci?
Chi dobbiamo bombardare?

Il servizio di domenica si chiudeva con le immagini del Costarica, un paese senza esercito. Pare che lì si viva lo stesso.
I soldi per le armi sono stati usati per creare dei parchi naturali.

23 novembre 2011

L'Italia ripudia la guerra


Si torna a parlare di manovre “lacrime e sangue” per recuperare 30 miliardi in due anni. Ma il settore delle spese militari è cresciuto nel 2010 dell’8,4%, con una spesa addizionale di 3,4 miliardi di euro. Il conto generale sale a quota 20.556,9 milioni di euro, corrispondente all’1,283% del Pil e che colloca l’Italia all’ottavo posto al mondo per spese militari. Ringrazia l’industria bellica nazionale, che anche negli ultimi anni di crisi generale ha presentato saldi in decisa crescita. Ad esempio, nel 2009, quando l’economia ha iniziato a segnare il passo, il settore della produzione bellica ha registrato un fatturato record da 3,7 miliardi, superando perfino la Russia nella corsa agli armamenti. E non è tutto. Perché oggi si discute di cinque programmi d’acquisto relativi alle forze di terra, ma da qui al 2026 sul bilancio dello Stato ne incobono ben 71, tra i quali spiccano i 121 caccia F35 che costeranno 16 miliardi (80 sono già stati acquistati, ne manca l’ultima tranche) e sono da tempo oggetto di polemiche e proteste. 

Ma se l'Italia ripudia la guerra, cosa ce ne facciamo di tutte queste spese militari? 
Specie in tempi come questi di sacrifici. 
Non sarebbe meglio spenderli per sistemare i problemi idrogeologici del paese? 
E' vero che anche l'industria bellica crea posti di lavoro (Iveco, Fiat, Oto Melara, Finmeccanica, Fincantieri, AugustaWestland), ma la domanda rimane: a chi dobbiamo fare la guerra? Chi dobbiamo bombardare?