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20 marzo 2022

Il senso del giornalismo, la storia di Ilaria Alpi


Sono giornate dense di anniversari: solo ieri si ricordavano Marco Biagi e Guido Galli, il giuslavorista ucciso dalle nuove BR e il giudice milanese ucciso da un commando di Prima Linea più di venti anni prima. A Casal di Principe il 19 marzo 1994 veniva ucciso dai casalesi un prete, don Peppe Diana, perché per amore della sua terra non sarebbe stato zitto. Non avrebbe smesso di denunciare la violenza contro i suoi fratelli, la violenza contro la sua terra della criminalità organizzata.

Oggi, il triste ricordo tocca una giornalista, Ilaria Alpi, uccisa assieme al suo operatore Miran Hrovatin in un agguato ancora senza colpevoli il 20 marzo 1994, all’indomani delle elezioni che avrebbero portato al governo il nuovo miracolo italiano (almeno nelle televisioni).

Come don Peppe, come Guido Galli, come Marco Biagi, anche Ilaria Alpi sapeva fare il suo mestiere e lo voleva fare bene, fino in fondo, andando a cercare la notizia anche dove poteva essere scomodo, difficile, pericoloso.

Dentro i meandri della cooperazione tra Italia a Somalia, quei miliardi di soldi pubblici stanziati dai governi italiani negli anni 80 per aiutare questo paese in crisi.

E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Era finita dentro una storia molto più grande di lei, uno di quei misteri italiani dove tutto si intreccia, politica, servizi prestati ai lavori sporchi, un traffico di armi e rifiuti pericolosi nascosto dietro la cooperazione in un gioco ipocrita. Un filo nero che parte dall’omicidio di Mauro Rostagno, la mafia, fino alla missione militare italiana in Somalia, passando per Gladio.

E come tanti misteri italiani, anche nel suo caso ci sono stati depistaggi, false piste e falsi colpevoli, organizzati da qualche mente raffinatissima che stava molto in alto.

La sua storia, la sua morte fanno da spunto per una riflessione sul presente, su quello che sta diventando oggi il giornalismo, non per tutti quelli che fanno questo mestiere: fare giornalismo non è raccontare quello che altri vogliono sentirsi dire, ma raccontare quello che vedi, con onestà, anche quando è scomodo.

20 marzo 2021

Il prezzo del giornalismo – il delitto di Ilaria a Miran

 


Da quel 20 marzo 1994 sono passati 27 anni, dall'agguato a Mogadiscio che costò la vita alla giornalista Rai Ilaria Alpi e al suo operatore Miran Hrovatin.

Su quel delitto c'è stata una commissione parlamentare con la vergognosa relazione di maggioranza, c'è stato un altrettanto vergognoso depistaggio (dentro cui troviamo l'attuale capo della polizia), tanti buchi neri nella ricostruzione ufficiale, documenti di Ilaria che sono spariti mentre erano in custodia dello Stato.

Ma anche tante certezze: quel delitto è un altro buco nero della storia della nostra repubblica.

Una storia di traffici illeciti di rifiuti e armi tra l'Italia e la Somalia, tutto ipocritamente nascosto dalla finta cooperazione per aiutare i paesi africani.

Una storia che lega assieme pezzi dei servizi, la coda di Gladio, il delitto del giornalista Mauro Rostagno, la fine della prima repubblica e quei miliardi, 1400 miliardi di lire, spariti nel nulla

E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?” [dal diario di Ilaria Alpi]

Sarà difficile ottenere qualcosa, dai governi in carica, troppo presi dalle loro beghe e dalla pelosa realpolitik che fa passare sopra scandali e morti (per esempio la morte di Giulio Regeni).

Ma la nostra memoria andrà avanti, lo si deve a Ilaria e Miran, alla madre e ai tanti giornalisti che ancora cercano con tanta difficoltà (e a rischio della loro vita) di fare il proprio mestiere.

21 marzo 2020

Nodi al fazzoletto - le vittime della mafia (e Ilaria Alpi)

Non dobbiamo dimenticarci, una volta che questa tempesta che stiamo vivendo a causa del coronavirus, che la fuori ne abbiamo un altro di virus, che ora è silente.
E' il virus delle mafie: non è il momento di fare rumore adesso, in piena emergenza.
Ma appena tutto sarà finito e i politici diranno ripartiamo! ripartiamo! saranno lì, ad attendere gli appalti, i soldi dallo Stato.
Oggi è la giornata delle vittime della mafia, dunque: già se ne parla poco delle mafie (il cui contrasto è spesso assente nelle agende dei governi e dei partiti), figuriamoci ora, dove il virus (e le costrizioni alla nostra vita) occupano tutti gli spazi di informazione.
Ma noi non dimentichiamo.

Come anche non dimentichiamo nemmeno Ilaria Alpi, che non è una vittima della mafia, ma come giornalista stava indagando sui traffici di rifiuti tra Italia e Somalia, nascosti dietro organizzazioni non governative.
Ilaria, assieme al suo cameramen Miran Hrovatin, furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, in un agguato ancora oggi poco chiaro.
“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?” (Una delle ultime annotazioni sul diario di Ilaria)


05 luglio 2017

Lo Stato dei segreti

Ieri la procura di Roma ha gettato la spugna sull'inchiesta per la morte dei giornalisti Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin: forse è irriverente usare questa formula, il procuratore della Repubblica avrà fatto (immagino) tutti gli sforzi possibili per arrivare agli assassini di Ilaria e Miran, nonostante siano passati 22 anni da quel marzo 1994.


Ma tutti gli altri poteri, dentro le istituzioni, hanno fatto anche loro tutto quanto possibile?
Ilaria stava indagando sui traffici sporchi tra Italia e Somalia, cammuffati da operazioni di aiuti umanitari, in cui erano coinvolti servizi e l'esecutivo.
Possiamo accettare che sia morte per un tentativo di rapina finito male?
E allora chi ha fatto sparire i video della giornalista girati in Somalia, mentre spostavano le salme su una nave militare?

Archiviato il caso Alpi.
Archiviato lo strano suicidio di David Rossi (MPS).

Altri misteri che si aggiungono alla lunga lista dei misteri d'Italia: piazza Fontana, piazza della Loggia, il caso Moro, Pasolini, le stragi di Falcone e Borsellino (solo mafia? E i mandati esterni?) ..
Misteri che non sono segreti, visto che per molti di essi conosciamo il contento, conosciamo parte dei colpevoli.
Il primo mistero d'Italia però, visto che oggi è proprio il 5 luglio, rimane quello sulla morte del bandito Salvatore Giuliano. Il primo segreto di Stato.
Anche qui, un mistero che non è segreto: 




Questa è una storia di bugie. 
La storia, anche quella con la esse maiuscola, è sempre piena di bugie, ma quella dell'Italia del dopoguerra a oggi lo è particolarmente. E' per loro che i misteri che ci accompagnano da più di cinquant'anni di Prima e Seconda Repubblica sono misteri, per le bugie, tanto che quasi non dovremmo neanche chiamarli misteri, ma segreti. 
La verità è lì, potremmo prenderla, guardarla, toccarla, leggerla, ma sopra c'è qualcosa, una menzogna, una deviazione, una bugia che ce la nasconde, la fa sparire, la rende segreta. 
Questa è una storia di bugie. E' la storia di un uomo, di un bandito così inafferrabile e astuto che nessuno riusciva a trovarlo. così potente sanguinario e feroce che faceva soltanto paura sentirne il nome. [..] Questa è anche una storia di carabinieri e poliziotti, di altri banditi, di confidenti e di spie, di giornalisti, di uomini politici, di sindacalisti e di povera gente. 
Questa è la storia del bandito Giuliano. 
Per noi adesso inizia dalla fine. 
E inizia con una fotografia e una bugia. 
Da "Nuovi misteri d'Italia" Carlo Lucarelli, il capitolo sulla storia di Salvatore Giuliano. 
Siamo lo stato dei misteri e dei segreti di Pulcinella.
Lo Stato che, mistero dopo mistero, archiviazione dopo archiviazione, ha perso pezzi di credibilità.
Nei confronti dei tanti che, ancora, nonostante tutto, ci credono in questo stato.

20 marzo 2017

Giustizia per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

La mamma di Ilaria Alpi non ce l'ha fatta ad aspettare.
Sono passati 23 anni da quel 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio sua figlia Ilaria fu uccisa, assieme al suo operatore Miran Hrovatin, per una rapina finita male.
Almeno questo è quello che fin'ora è emerso dalla relazione di maggioranza della Commissione di inchiesta.

In 23 anni c'è stato un processo con un super teste (Gelle) poi sparito nel nulla, un somalo (Hashi Omar Hassan) condannato e poi assolto (perché il testimone chiave fu pagato), una commissione di inchiesta che non è riuscita pure ad offendere la memoria delle due vittime (il presidente Taormina concluse che erano lì in vacanza).
Ma ci sono state anche piste non seguite, depistaggi e, come in tanti misteri italiani, ci sono pezzi del puzzle che mancano.

Nel viaggio di ritorno verso casa (dopo che sui corpi non fu fatta alcuna autopsia) scompaiono alcuni taccuini di Ilaria e alcune cassette di Miran.
Sparisce anche il rapporto medico degli americani e le foto dei corpi sulla Garibaldi.

L'analisi dei colpi sul pick up Toyota non ha aiutato a chiarire la dinamica dell'agguato, cioè se gli spari sono partiti da lontano o se da vicino (il che convaliderebbe la pista dell'agguato).
Quello che sappiamo è il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati, segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Un imprenditore italiano coinvolto in traffici illeciti di rifiuti verso l'Africa (progetto Urano è il nome dell'accordo firmato nel 1992). Secondo l'avvocato Taormina sarebbe pure un informatore del Sismi.

Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco e sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia. 
Sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso: forse, per approfondire questo punto aveva anche cercato un contatto con il maresciallo Li Causi (Gladio, in servizio al centro Scorpione di Trapani), e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. 

Al suo caporedattore aveva promesso un servizio con “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Non erano in vacanza dunque, come vorrebbe farci credere Taormina e la sua relazione di maggioranza (di centro destra).
La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Ilaria Alpi aveva annotato sul suo diario queste parole:
“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Miliardi di lire finiti nel buco nero della cooperazione tra Italia e Somalia spariti. 
Traffico di rifiuti e di armi verso l'Africa, mascherati da aiuti per lo sviluppo, in cui erano coinvolti anche i nostri servizi.
Persone come il maresciallo Li Causi, del centro Gladio Scorpione, in Sicilia. Quello su cui il giornalista Mauro Rostagno (sospettando un traffico d'armi).

Se Luciana Alpi ha detto basta, nostro dovere è continuare, con ostinazione, a voler cercare una verità che sia credibile e che non offenda la memoria di questi due giornalisti diventati eroi loro malgrado.
Non perché sono morti, come hanno detto in tanti sciacalli.
Ma perché hanno fatto il loro mestiere di giornalista.

Alcune letture sul caso Alpi
- 1994 di Luigi Grimaldi , Luciano Scalettari
- Blu notte – Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
- Passione Reporter di Daniele Biacchessi 
- Il filo dei giorni: 1991-1995 la resa dei conti – di Maurizio Torrealta

20 marzo 2016

Il prezzo della verità - Ilaria Alpi e la pista dei rifiuti


“E' la storia della mia vita, devo concludere, voglio mettere la parola fine .. 1400 miliardi di lire: dov'è finita questa impressionante mole di denaro?”

Questa è una delle ultime annotazioni scritte dalla giornalista Ilaria Alpi, nel suo ultimo viaggio in Somalia: a meno di non volersi prendere in giro, oggi possiamo dire che Ilaria e il suo operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi per il loro lavoro.
Perché volevano farlo bene, andare fino in fondo nella pista dei traffici dei rifiuti verso la Somalia in cambio di tangenti ed armi.
Davano fastidio con le loro domande, con i loro servizi.
I colleghi Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari hanno ricostruito la storia di questi traffici nel saggio 1994, che parte dall'omicidio Rostagno, toccando Gladio, mafia e massoneria, per arrivare fino al 1994.
Strano anno il 1994: anno di cerniera tra prima e seconda repubblica, dove tutto cambia per non cambiare nulla.
Normalizzazione a cui siamo arrivati passando per le bombe della mafia, la trattativa mafia stato, depistaggi, finte commissioni di inchiesta (quella sull'omicidio Alpi, per esempio), omicidi di chi sapeva troppo o era diventato ingombrante.

Trapani 26 settembre 1988, Mauro Rostagno viene trovato morto sulla sua auto, crivellato di colpi, a poche decine di metri dalla sede della comunità Saman.

Livorno 10 aprile 1991. Alle 22.27 il traghetto Moby Prince con a boro 141 persone sperona la petroliera Agip Abruzzo della Snam. Un solo sopravvissuto: ad oggi la più grave sciagura della marina civile. Le indagini si rivelano un coacervo di omissioni, depistaggi, clamorose manomissioni. Quella sera c'era la nebbia? Forse. C'era però traffico militare con trasbordo di armi fuori dalla base militare di Camp D'arby. C'era la nave ammiraglia della Shifco, su cui tre anni più tardi indagherà Ilaria Alpi. Sulla traghetto furono trovate tracce di esplosivo, il T4-Rdx , e tracce di miccia detonante alla pentrite, stesso tipo di quella trattata dal trafficante d'armi siriano Monzer Al Kassar. Dello stesso tipo di quello delle stragi di mafia del 1992-1993.

Nairobi, 24 giugno 1992. Nella capitale Keniota tre singolari personaggi – un trafficante, un imprenditore, il console onorario della Somalia - si danno appuntamento per firmare una lettera di intenti riservatissima, un accordo per lo sviluppo del progetto Urano nel corno d'Africa. I loro nomi sono Guido Garelli, Giancarlo Marocchino e Ezio Scaglione. Cos'è Urano? Uno dei più colossali progetti di smaltimento illecito di rifiuti tossico-nocivi e nucleari in Africa.

Roma, 31 ottobre 1993/23 gennaio 1994. Un uomo schiaccia il pulsante di un telecomando a distanza, ma l'auto imbottita di esplosivo non esplode. L'innesco non ha funzionato. La vettura è intatta, la gente sfila davanti allo stadio Olimpico, i carabinieri del servizio d'ordine fanno il loro lavoro ignari del fatto che potrebbero essere già morti.

Balad, Somalia, 12 novembre 1993. Un mezzo militare sta rientrando al comando dell'operazione Ibis (il nome dell'intervento militare italiano nell'ambito della missione internazionale Onu Restore Hope) dopo una breve missione di intelligence. A bordo tre militari e due agenti del servizio segreto. In prossimità di una curva un gruppo di miliziani somali spara sul blindato. Il conflitto a fuoco dura pochi minuti: nessuno dei nostri viene colpito, tranne Vincenzo Li Causi, che morirà poco dopo.
Si dice che anziché una missione di intelligence fosse una battuta di caccia. Un omicidio avvolto nel mistero: versioni discordanti e nessuna autopsia, omissioni di atti d'indagine.
Li Causi faceva parte dell'ufficio K del Sismi, responsabile del centro Scorpione di Trapani, base della Gladio. Li Causi era indagato per l'indagine sulla Falange Armata, si dice che avesse contatti con i giornalisti Rostagno e Ilaria Alpi.

Alessandria 23 novembre 1993. Nell'ambito di una indagine su un giro di furti d'auto e ricettazione la polizia interroga un uomo d'affari che è anche uno dei protagonisti del progetto Urano, Roberto Ruppen. Indagato a Palmi per traffico di armi, assieme a Licio Gelli e Francesco Pazienza, ma è sopratutto uno dei manager di Publitalia '80, incaricati da Marcello Dell'Utri di trasformare la Holding di Berlusconi in un partito. Traffico di armi, traffico di rifiuti con la Somalia. Dopo questa indagine Ruppen riceve il benservito da Berlusconi. Perché?

Mogadiscio, 20 marzo 1994. In un pomeriggio afoso, lungo una strada della capitale somala, il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati. Segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Quello dei traffici illeciti del progetto Urano.
Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco, sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia, sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso. Forse aveva avuto contatti con il maresciallo Li Causi, e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. Aveva promesso un servizio al caporedattore “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Dopo la morte qualcuno trafuga i suoi nastri. La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Roma 29 marzo 1994. Tv, radio e giornali annunciano la svolta italiana: Silvio Berlusconi è il nuovo presidente del Consiglio. Forza Italia, il partito nato dopo 4 mesi, ha vinto le elezioni.

6 anni: dal 1988 al 1994: che relazione c'è tra l'omicidio Rostagno e le bombe di mafia, tra gli accordi firmati a Nairobi e un ufficiale della Gladio, tra ciò che avviene a Roma e le faccende italo somale che si svolgono in un paese africano?
Una storia, armi, rifiuti, Servizi, P2, leghe del Sud, mafie, Craxi e la cooperazione internazionale e poi l'embrione di Forza Italia. Opere e soprattutto omissioni. Depistaggi e omicidi.
Un puzzle, da Nairobi, a Livorno, Trapani, Milano e infine Roma. Con un disegno finale inquietante.

La storia di Ilaria Alpi, o il mistero di Ilaria Alpi, inizia con quella storia che lei come giornalista sentiva di dover raccontare.
È una storia di oggetti scomparsi: i nastri, i taccuini, il rapporto medico, l'autopsia che non viene fatta.
È una storia di depistaggi, di false piste (erano in vacanza, raccontava il membro della commissione di inchiesta Taormina), di perizie discordanti. Di una Toyota (quella dove viaggiavano i due giornalisti) che viene ritrovata dopo anni.
Di un imprenditore che è il primo ad accorrere sul posto, Marocchino. Chi è quest'uomo? uno che conosce Mogadiscio e la Somalia, sicuramente. Il presidente della Commissione Taormina lo definisce un informatore del sismi (ma si bruciano così gli informatori?).
Imprenditore finito sotto inchiesta nel 1997 dalla procura di Asti per traffico illegale di rifiuti tossici. Rifiuti che poi sono stati sepolti nei cantieri somali?

È una storia complicata, quella dove si era andata a cacciare Ilaria Alpi: una storia che mette assieme la cooperazione internazionale (finta), il traffico di rifiuti, la criminalità organizzata, i servizi al servizio dell'antistato, un paese come la Somalia.

Forse Ilaria e Miran avrebbero preferito essere giornalisti e basta: quello che non deve succedere è, come al solito, che diventino eroi, per essere santificati e poi dimenticati.


La puntata di Blunotte che Carlo Lucarelli ha dedicato ad Ilaria, terminava così, credo che siano le parole giuste per descrivere questa persona coraggiosa che voleva fare solo la giornalista.

20 marzo 2014

Ilaria Alpi - Il segreto sulla vergogna di stato

“Buona sera oggi è un giorno tragico, un giorno di lutto per l'informazione italiana, per la Rai e soprattutto per noi giornalisti e tutti quelli che collaborano nel TG3; la nostra collega, la nostra amica Ilaria Alpi è stata uccisa poche ore fa a Mogadiscio, stava lavorando per noi, stava lavorando per la Rai ; insieme a lei è stato ucciso il suo operatore Miran Hrovatin, Miran aveva 45 anni, una moglie, Patrizia, un figlio di 7 anni, Ian, e.. e così.. ci hanno lasciato e… penso che con questo possiamo concludere. Buona sera.”
Flavio Fusi - giornalista del TG3, nell'edizione straordinaria del 20 marzo 1994
Di certo c'è che Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin sonostati uccisi, volutamente, per il lavoro giornalistico che stavano svolgendo in Somalia, in quegli anni di guerra civile. Anche in Italia.
Di certo c'è che lo stato italiano fin'ora ha fatto molto poco contro i responsabili della loro morte: tralasciamo per carità di patria le affermazioni dell'avvocato Taormina, presidente della prima commissione di inchiesta che aveva derubricato le morti ad un incidente durante quella che era per loro solo una vacanza.

C'è ben altro dietro l'esecuzione della giornalista: c'è un traffico di rifiuti e armi tra Italia e paesi del terzo mondo nascosto dietro il velo ipocrita delle missioni umanitarie.
Rifiuti anche radioattivi da far finire sotto terra (o anche nelle navi a perdere su cui indagava il capitano De Grazia) in cambio di armi per le guerre locali.
Un sistema che coinvolge l'ex Gladio, la mafia, la massoneria e la politica che, in quei mesi a cavallo tra prima e seconda repubblica stava trovando nuovi equilibri in attesa del nuovo miracolo italiano.

Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari nel libro "1994" hanno cercato di mettere assieme i pezzi di questo puzzle per dare una chiave di lettura dei fatti:

Nairobi, 24 giugno 1992. Nella capitale Keniota tre singolari personaggi – un trafficante, un imprenditore, il console onorario della Somalia - si danno appuntamento per firmare una lettera di intenti riservatissima, un accordo per lo sviluppo del progetto Urano nel corno d'Africa. I loro nomi sono Guido Garelli, Giancarlo Marocchino e Ezio Scaglione. Cos'è Urano? Uno dei più colossali progetti di smaltimento illecito di rifiuti tossico-nocivi e nucleari in Africa.

Roma, 31 ottobre 1993/23 gennaio 1994. Un uomo schiaccia il pulsante di un telecomando a distanza, ma l'auto imbottita di esplosivo non esplode. L'iinesco non ha funzionato. La vettura è intatta, la gente sfila davanti allo stadio Olimpico, i carabinieri del servizio d'ordine fanno il loro lavoor ignari del fatto che potrebbero essere già morti.

Balad, Somalia, 12 novembre 1993. Un mezzo militare sta rientrando al comando dell'operazione Ibis (il nome dell'intervento militare italiano nell'ambito della missione intrernazionale Onu Restore Hope) dopo una breve missione di intelligence. A bordo tre militari e due agenti del servizio segreto. In prossimità di una curva un gruppo di miliziani somali spara sul blindato. Il conflitto a fuoco dura pochi minuti: nessuno dei nostri viene colpito, tranne Vincenzo Li Causi, che morirà poco dopo.

Si dice che anziché una missione di intelligence fosse una battuta di caccia. Un omicidio avvolto nel mistero: versioni discordanti e nessuna autopsia, omissioni di atti d'indagine.

Li Causi faceva parte dell'ufficio K del Sismi, responsabile del centro Scorpione di Trapani, base della Gladio. Li Causi era indagato per l'indagine sulla Falange Armata, si dice che avesse contatti con i giornalisti Rostagno e Ilaria Alpi.

Alessandria 23 novembre 1993. Nell'ambito di una indagine su un giro di furti d'auto e ricettazione la polizia interroga un uomo d'affari che è anche uno dei protagonisti del porgetto Urano, Roberto Ruppen. Indagato a Palmi per traffico di armi, assieme a Licio Gelli e Francesco Pazienza, ma è sopratutto uno dei manager di Publitalia '80, incaricati da Marcello Dell'Utri di trasformare la Holding di Berlusconi in un partito. Traffico di armi, traffico di rifiuti con la Somalia. Dopo questa indagine Ruppen riceve il beneservito da Berlusconi. Perchè?

Mogadiscio, 20 marzo 1994. In un pomeriggio afoso, lungo una strada della capitale somala, il fuoristrada su cui viaggiano i giornalisti del Tg3 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin viene bloccato da un gruppo di uomini armati. Segue un breve conflitto a fuoco: la scorta ne esce illesa ma Ilaria e Miran vengono ritrovati poco dopo morti con un colpo in testa. Il primo a giungere sul posto è Giancarlo Marocchino. Quello dei traffici illeciti del progetto Urano.

Ilaria stava indagando sul traffico di rifiuti tramite le navi della Shifco, sul lato oscuro dei progetti di cooperazione Italia-Somalia, sui rifiuti interrati lungo la strada Garowe Bosaso. Forse aveva avuto contatti con il maresciallo Li Causi, e qualcuno l'aveva mandata sulla pista di Gardo e di Bosaso. Aveva promesso un servizio al caporedattore “qualcosa di grosso, roba che scotta”. Dopo la morte qualcuno trafuga i suoi nastri. La settimana dopo ci sarebbero state le elezioni: cosa avrebbe potuto provocare il suo servizio, un terremoto elettorale?

Roma 29 marzo 1994. Tv, radio e giornali annunciano la svolta italiana: Silvio Berlusconi è il nuovo presidente del Consiglio. Forza Italia, il partito nato dopo 4 mesi, ha vinto le elezioni.


La presidente della Camera ha chiesto ieri al presidente del Consiglio di togliere il segreto di stato sul caso Alpi. L'ennesima foglia di fico dove, per una insana ragione di stato si sono coperte le nostre vergogne.
Perché Renzi dovrebbe fare questo? Cosa ha di diverso da Letta o Berlusconi?

Alcuni link per approfondimenti.


La notizia della morte, del TG3 da parte di Flavio Fusi.
Il sito di Ilaria Alpi.
Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran.

Passione Reporter di Daniele Biacchessi.

18 ottobre 2009

Blu notte – Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, due eroi che non avrebbero voluto esserlo, ma rimanere soltanto de giornalisti, con la passione per la notizia, per le storie da raccontare, per la verità.
Carlo Lucarelli ha raccontato a Blu Notte dei tanti misteri che circondano la loro morte, il loro omicidio. A modo suo, come fosse un giallo: ovvero, chi erano i personaggi morti? Come si sono svolte, e chi ha svolto le indagini? Quale è il luogo del delitto, quali gli oggetti che potrebbero ancora raccontarci qualcosa del delitto?
E, infine, la domanda più importante: perchè Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi?

Chi erano Ilaria e Miran.
Ilaria e Miran erano prima di tutto due giornalisti, di quelli in prima fila la dove ci sono fatti importanti da racconatre. In Bosnia, durante la guerra civile negli anni 92, 93.
In Somalia, durante la guerra civile, in cui si scontravano i signori della guerra. Somalia da cui si stavano ritirando le truppe americane e italiane della missione ONU.

Ilaria aveva una “buona storia da raccontare” anche a Mogadiscio, cui arrivò il 20 marzo 1994, dopo 6 giorni a Bosaso.

L'agguato: Mogadiscio, 20 marzo 1994, ore 15.
Qualcuno chiama Ilaria all'hotel Amana, dall'altra parte della città. Occorre attraversare la zona verde, che separa le due fazioni in guerra: un'operazione rischiosa che si fa solo si si ha un buon motivo. Usciti dall'hotel Amana, una land Rover si accosta e …. qui iniziano le versioni contrastanti. Troppe versioni: dell'autista, della guardai del corpo.

Una raffica per un rapimento finito male (come sostiene la relazione di maggioranza della Commissione bicamerale di indagine presieduta dall'avvocato Taormina, come sostiene l'imprenditore Giancarlo Marocchino, intervenuto sul posto tra i primi).
Oppure una vera e propria esecuzione: con un colpo alla testa di Ilaria e Miran. Come sosterebbe il certificato medico stilato nell'obitorio (in una zona controllata dagli americani).

Dopo l'agguato, nessuno si muove per soccorrere o intervenire: l'imprenditore Marocchino, come si è detto, tra i primi sul posto, sposta i corpi sulla sua jeep, e li trasporta in zona porto.
Nessuno sequestra il pick up, gli oggetti dei due giornalisti. Nessuno si preoccupa di fare domande: c'era la guerra, si dirà. Eppure altri giornalisti, della ABC, della TV Svizzera riescono a fare delle riprese. Dove è l'ambasciata, dove sono i servizi, dove l'esercito?

Gli oggetti scomparsi.
Succede tutto in fretta. I corpi portati in Italia; nessuna autopsia (lì, in Somalia); nessuna inchiesta.
Nel viaggio scompaiono alcuni taccuini di Ilaria e alcune cassette di Miran.
Sparisce il rapporto medico degli americani e le foto dei corpi sulla Garibaldi.

Le inchieste.
Della loro morte si occupano due inchieste di Commissioni parlamentari: quella sul ciclo dei rifiuti (di cui si è parlato nella scorsa puntata) e quella Bicamerale dell'allora onorevole Taormina.
Poi ci sono le inchieste della magistratura, su cui si sono succeduti tre diversi magistrati.
Inchieste difficili per l'assenza di quelle operazioni necessarie sul luogo del delitto. Per le troppe testimonianze e per i testimoni che invece scompaiono o muoiono. Come l'autista Abdì.

La perizia dell'ufficiale medico della Garibaldi parlava di due colpi sparati a distanza ravvicinata.
La perizia della magistratura del 1996 (pm Pittito) parla invece di spari da lontano.
Infine la perizia della Commissione Taormina che, sfruttando anche il ritrovamento dela Toyota dopo 11 anni, nel 2005, stabilisce che ad uccidere i due sono stati colpi di Kalashnikov.

Il luogo del delitto.
La Toyota, ritrovata da Taormina stesso dopo 11 anni: l'esame delle traiettorie dei colpi parla di spari da lontano. Convalidando la tesi del tentativo di rapimento.
Peccato che una seconda perizia, del procuratore Franco Ionta, sul sangue ritrovato, stabilisca che quel sangue non è di Ilaria.
Allora?

Le ultime ore delle vittime.
C'è chi afferma che Ilaria non sia uscita dall'hotel Amana, ma bensì dall'ambasciata italiana. Altri dicono che sia uscita dalla villa di Marocchino stesso.
La polizia somala, indagando, segue una pista per cui ad invitare in quel posto i due giornalisti, sarebbe stato il signor Marocchino.

Come sia, qualcuno avrebbe teso un'imboscata.
Chi è Marocchino?: uno che conosce Mogadiscio e la Somalia. Il presidente della Commissione Taormina lo definisce un informatore del sismi (ma si bruciano così gli informatori?).
Imprenditore finito sotto inchiesta nel 1997 dalla procura di Asti per traffico illegale di rifiuti tossici. Finiti sepolti nei cantieri somali.

Cosa stavano facendo, in Somalia?
Ilaria e Miran erano in Somalia per tre motivi. Il primo era un'inchiesta sugli sperperi e sulla malacooperazione tra Italia e Somalia: i miliardi di lire del F.A.I. (dal 1985), che fine hanno fatto?
Giravano voci di pescherecci comprati con i soldi degli italiani, finiti in mano a provati somali e usati per il traffico di armi e rifiuti.
Soldi spesi per costruire strade nel deserto, per finanziare il regime di Siad Barre, prima della caduta: eravamo negli anni di Tangentopoli e finalmente in Italia, dopo i governi di Craxi e del pentapartito, si voleva fare luce sugli scandali.
Il secondo motivo era registrare la partenza dei militari italiani dalla Somalia.
Infine l'intervista al sultano Mogor del Bosaso: di questa intervista, che sarebbe durata secondo i ricordi del sultano due ore e mezza, in Italia sono arrivati solo 20 minuti.

Cosa si dicono Ilaria e il sultano, quali sono le domande e le risposte?
Si sarebbe parlato delle navi della Scifco, passate dopo il crollo del regime di Siad Barrè da un privato, un certo Omar Said; del traffico di armi con l'Unione Sovietica e di rifiuti radioattivi.
Persino il sultano del Bosaso si mostrava sorpreso dell'improvviso interesse degli italiani in quegli affari sporchi.
Ilaria Miran erano andati a vedere l'autostrada Garoe Bosaso: anche qui giravano strane voci da verificare. Voci di rifiuti sepolti nelle cave di pietra vicino alla strada.

Anche la Commissione rifiuti si sarebbe poi interessata a questa vicenda, e avrebbe poi cercato di acquisire tutti i materiali girati a Bosaso sia dai due giornalisti, sia da altri amici di Ilaria che dopo la loro morto volevano fare chiarezza sugli ultimi loro giorni.
Eppure, dopo 15 anni, si sono mossi in pochi, poiché la zona è ritenuta ancora poco sicura. E il fatto che a dirlo sia la nostra intelligence, coinvolta anche nei misteri del caso Alpi, rende il tutto sempre meno chiaro.

Perchè nel frattempo succedono cose strane.
Il certificato di morte di Ilaria Alpi trovato nella villa dell'ingegner Giorgio Comerio, durante la perquisizione ordinata dal procuratore di Reggio Calabria F. Neri, per una indagine sullo smaltimento illegale di rifiuti (l'inchiesta sulle “Navi a perdere” tema della scorsa puntata di Blu Notte). Cosa ci faceva lì il certificato del dottor Armando Rossitto?
Dopo il ritrovamento, il certificato scompare di nuovo. Quando il procuratore Neri deve essere sentito dalla Commissione Alpi nel 2005, scopre che dagli archivi della Procura molti scatolini e il certificato sono scomparsi.

Del traffico di rifiuti ha parlato anche il pentito Francesco Conti: del ruolo della criminalità organizzata, della ndrangheta, delle navi della Scifco, donati da Craxi alla Somalia.

Per questo sono stati uccisi Ilaria e Omar?
No, secondo la relazione di maggioranza della Commissione bicamerale di Taormina, i due giornalisti avrebbero trascorso dei giorni di vacanza a Bosaso e poi sarebbero finiti in mezzo ad un atto di banditismo. Non solo: Taormina parla di una centrale giornalistica di depistaggio, un complotto di informazione composto da giornalisti, magistrati e forze di polizia.
L'avvocato Taormina ha fatto perquisire le case di giornalisti come Maurizio Torrealta.
Che a loro volta parlano di atti intimidatori.

Una conclusione, quella di Taormina, quantomeno contraddittoria: perchè uccidere i soli due italiani, e poi ucciderli, se li si vuole rapire?

Il processo al capro espiatorio.
Nel 1996, l'ambasciatore in Somalia parla di un possibile testimone dell'omicidio, un certo Jelle.
Che prima parla di conoscere i sette membri del commando: poi al processo ne individua uno solo Omar Hashi Hassan. In Italia per testimoniare alla Commissione Gallo (sulle violenze in Somalia).

Viene assolto in primo grado e poi condannato in Appello, condanna confermata dalla Cassazione nel 2002. E' lui l'assassino?
Non crede alla colpevolezza né la Commissione Taormina né la magistratura di Roma.
Nel 2007 il pm Ionta chiede l'archiviazione, respinta dal Gip Ciersosino.

Si deve andare avanti a investigare nelle direzioni ancora non seguite: acquisire atti della Commissione parlamentare di inchiesta; fare le perizie sull'auto, fare le indagini in Somalia.
Acquisire i rapporti dell'ONU, dell'Unosom, le fonti dei servizi.
Seguire le piste del traffico di armi e rifiuti.

Secondo l'avvocato Taormina, Ilaria e Miran sono diventati eroi perchè morti.
Forse Ilaria e Miran avrebbero preferito essere giornalisti e basta: quello che non deve succedere è, come al solito, che diventino eroi, per essere santificati e poi dimenticati.

Per la loro memoria e per lo sforzo per la giustizia dei genitori di Ilaria.

Il link della puntata di Blu notte.
Passione Reporter, il libro di Daniele Biacchessi.
Il sito della commissione bicamerale sul caso Alpi.
Il sito di Ilaria Alpi.
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