31 luglio 2026

Il diavolo nel palazzo di Alessandro Maurizi

Verona, sabato 4 dicembre 1880
La carrozza avanzava sulla strada dissestata, trainata da due cavalli neri che sbuffavano nell’aria fredda e umida del pomeriggio. All’interno, nel tepore fornito da due scaldini di rame, tre donne conversavano.
Alessandro Maurizi con questo suo secondo romanzo storico della serie con gli “Invisibili di San Zeno” ci riporta indietro negli anni successivi all’unità d’Italia, a Verona. Nei giorni in cui la città è alle prese coi preparativi per le festività per il Natale, quando in città verrà anche inaugurato il teatro comunale, due delitti, all’apparenza slegati, scuotono la serenità dei veronesi.

Il primo riguarda la morte di una ragazza, violentata e poi strangolata, il cui corpo è stato trovato nelle campagne fuori città. Per le guardie si tratta di una prostituta uccisa da un suo cliente ma non è questa la verità per l’appuntato Venier, l’ex guardia dell’impero asburgico, che trova qualcosa di fuori posto in quel cadavere. Lui quella donna l’aveva già vista in città e non era una prostituta.
«Dottor Giorio, avete altro da aggiungere?» La voce del pretore Vincenzo Tommaseo lo richiamò alla realtà. Danno erariale, truffa, false dichiarazioni: erano queste le accuse rimaste contro Bordignon. Il processo contro il titolare della Casa generale di spedizioni marittime, responsabile della migrazione di migliaia di famiglie venete, della morte di tanti connazionali si era dissolto come una bolla di sapone.
Il secondo delitto è quello del barone Dalzotto, ucciso nella sua villa probabilmente durante un tentativo di furto. Di questa indagine se ne occupa Federico Giorio, il giovane procuratore legale di idee repubblicane che avevamo incontrato ne “Gli invisibili” dove si era occupato degli affari di ricchi notabili della città sulla pelle dei tanti poveracci, spinti ad imbarcarsi su un piroscafo verso il sudamerica dove avrebbero trovato l’eldorado. E dove invece, almeno per una buona parte di loro, avrebbero solo trovato senti, fatiche e la morte.

L’indagine sulla morte della ragazza interessa anche qualcun altro in Questura, non solo Venier, che viene incaricato di identificare il nome della poveretta e scoprire come è stata uccisa: aveva ragione lui, non era una prostituta, ma una ragazza, Elisa Zarantonello, che lavorava come sguattera in una osteria e viveva nella miseria in una delle case del ghetto (eh si, in Italia avevamo i ghetti per gli ebrei). Ma in mezzo a quella miseria Venier trova anche un paio di orecchini che lì non dovrebbero esserci. Chi li ha dati a quella povera ragazza? Un corteggiatore?

Anche l’indagine di Giorio, che sembrava infilarsi verso una facile conclusione dopo che era stato individuato il responsabile, sembra complicarsi. La baronessina Dalzotto porta al procuratore delle prove che scagionerebbero il ragazzo, Davide Zambon un facchino ora latitante in fuga dalle guardie e da una condanna alla fucilazione (perché nell’Italia di quegli anni esisteva la pena di morte). Giorio arriva a mettere in relazione questo delitto con altri casi che sembrano avere molte analogie con la morte del barone e che potrebbe esserci dunque un’unica mano dietro una scia di delitti avvenuti a Verona negli ultimi anni. Tutti delitti in cui sono stati già individuati, e giustiziati, i presunti responsabili.

Per scoprire cosa si nasconde dietro questi delitti, si ricostituisce così qui la squadra degli “invisibili”: a Giorio e Venier si aggiunge anche la Ginevra Zanconato, figlia del medico legale, che sta studiando medicina a Padova tra molte difficoltà, per il fatto di essere donna. E proprio il suo essere donna la sprona a cercare giustizia per la povera Elisa. E per tutte le donne costrette a subire in silenzio soprusi e violenze in quella società profondamente ingiusta e divisa in classe sociali. E, infine, Bacchetto, un ragazzino di strada che da grande vuole fare il soldato e che per il momento si accontenta di aiutare Giorio muovendosi nelle strade della città senza essere visto.

«Venier, voi state indagando sulla povera ragazza violentata e strangolata» continuò Giorio. «Io su alcuni omicidi sospetti. E la signorina Ginevra potrà darci una mano, grazie al suo lavoro.» Ginevra, con un sorriso enigmatico, sussurrò: «Ho con me tutti i fascicoli».

Devono muoversi con estrema cautela, gli invisibili: per il procuratore capo esiste già un responsabile per quei delitti, Giorio non si è costruito una bella fama andando ad infastidire certi “poteri” dentro la sua città. E ora su di lui, sul suo braccio operativo Venier, si sono puntati tanti occhi. Arriveranno a “sporcarsi” le mani, muovendosi nei bassifondi di questa città, così bella e brutta allo stesso tempo, con le catapecchie dei poveri e le ville dei ricchi, due mondi distanti anni luce. C’è un pericoloso assassino là fuori, il “diavolo” dentro il palazzo, che gioca con la vita delle persone:

La città era ignara del pericoloso e violento assassino che si aggirava ancora fra la gente. Qualcuno che giocava con le vite altrui come fossero pedine, scegliendo vittime da incolpare e marchiando il destino dei miserabili con prove che non lasciavano scampo.

Chi è questo assassino? Perché tutte quelle morti?
La verità emergerà in tutta la sua drammaticità proprio il giorno di Natale: la verità di una guerra non combattuta nelle trincee ma all’ombra dei palazzi del potere.

Come il primo della serie, anche questo “Il diavolo nel palazzo” è un romanzo ben scritto dove l’ambientazione storica è molto ben curata. Parlo dell’Italia post unitaria con tutti i problemi ereditati dalle guerre risorgimentali, dalla miseria, dalle tensioni all’interno della società.
Giova ricordare che il protagonista del racconto, Federico Giorio, questo giovane che sembra spinto da una forte tensione per la verità tanto da trascurare i suoi desideri, è un personaggio veramente esistito: è stato procuratore legale a Verona dove aveva pubblicato un saggio “Ricordi di Questura” dove denunciava i soprusi delle “guardie” verso la povera gente. Da ex poliziotto, Alessandro Maurizi è rimasto affascinato da questo personaggio tanto da portalo in modo romanzato dei suoi racconti.


Altra annotazione importante, come negli “Invisibili di San Zeno”, in questo romanzo le donne hanno un ruolo di primo piano, partendo proprio da Ginevra, figlia del medico legale che ha scelto di diventare una delle prime laureate di medicina, sfidando le convenzioni del tempo (e forse non solo quelle del tempo passato).
Ma lei, ancora più di Giorio e dell’appuntato Venier, ha una mentalità progressista, ha voglia di lottare contro la mentalità fortemente maschilista della sua città (e di tutte le città del regno) che relegavano la donna al ruolo di madre e sposa.
E, infine, Emilia, la ex prostituta di cui Giorio si era innamorato e che però alla fine aveva lasciato andar via, per quella sua paura nel dover prendere delle decisioni sulla sua vita.


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