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27 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – la lobby delle armi, la corsa allo spazio e il popolo degli Sama Badjau

Sama Badjau - Un popolo cacciato dal suo mondo

Nell’epoca della globalizzazione, ci sono popoli che devono scomparire come i Sama Badjau, perché i loro costumi, le loro tradizioni, il loro stile di vita, non è conforme con quelli del modello industriale secondo i canoni dell’ultra liberismo, affamato di nuovi territori da colonizzare ed ecosistemi da distruggere.

LAB REPORT: I SENZA STATO

Di Alfredo Farina, Alessia Marzi

Un legame spirituale con il mare, la risposta alla domanda: "cosa sarebbe successo se gli umani si fossero trasferiti in mare e fossero diventati animali marini?"

Report ha visitato il popolo dei Sama Badjau, che conta tra i subacquei più esperti al mondo. Vive in mare da oltre 1.000 anni, su piccole case galleggianti nelle acque al largo di Indonesia, Malesia e Filippine. Eppure, i loro stili di vita tradizionali stanno scomparendo, e sono costretti a legarsi alla terraferma. Complice un mondo moderno che li rifiuta e li rende incredibilmente vulnerabili, imponendo i propri canoni: dallo sfruttamento economico all'esclusione politica, da uno stato di povertà permanente alla stigmatizzazione da parte del resto della società.

La lobby delle armi e la fine delle democrazie

Scriveva George Orwell in 1984

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, non può essere che uno e uno soltanto. Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tenere la società al limite della sopravvivenza. La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull’Eurasia o sull’Asia orientale, ma la conservazione dell’ordinamento sociale.

Quel modello di società che lo scrittore inglese aveva descritto nel suo capolavoro è il mondo che ci aspetta? Una società divisa in caste, dove si usa la guerra non per conquistare territori ma per imporre un modello di economia, per controllare la società, il pensiero, il dissenso.

Una società dove dai giornali – con sempre meno inchieste – si rimandano messaggi sulla paura di nuove guerre, “e se Putin ci attacca, e se Putin ci manda un missile supersonico” (Lo stesso Putin con cui l’Europa faceva ottimi affari fino a pochi anni fa).


Stiamo spostandoci verso un modello da economia di guerra, perfino nell’ultima legge finanziaria si stabiliscono canali privilegiati per facilitare la riconversione verso l’industria bellica. E nello stesso tempo si spendono sempre più miliardi in armamenti sconvolgendo – come nel romanzo di Orwell – il senso delle parole: se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra. Sono sovranisti, in Italia col governo Meloni, eppure ci legano mani e piedi a nazioni straniere: Israele e la sua industria della cyber sicurezza e gli Stati Uniti da cui dovremo comprare sempre più armi.

E così, diventeremo, come Italia, come Europa, sempre meno indipendente, perderemo il know tecnologico, perderemo interi settori industriali.

Sempre in nome della sicurezza. La sicurezza che quelli che invitano al riarmo non solo non andranno mai al fronte, ma nemmeno patiranno le sofferenze per i tagli alla sanità, al welfare, ai servizi pubblici.

E nemmeno saremo sicuri in caso di un vero attacco: come racconterà Report domenica sera, ci stiamo impegnando per acquistare sistemi d’arma che sono ormai vecchi.

Chi sicuramente rimarrà soddisfatto sono i lobbisti delle armi, come quelli passati dall’industria alla politica, le aziende del settore (come la nostra Leonardo ex Finmeccanica).

Negli Stati Uniti si sono accorti di questo problema: il sottosegretario all’esercito ha dichiarato in una conferenza pubblica che per i grandi contractor la pacchia è finita, riferendosi al potere di influenza delle grandi cinque aziende della difesa americane, tra cui Lockheed Martin.

E l’Europa cosa intende fare? A parte andare a fare shopping all’Ausa, la più grande fiera delle armi in America..

La scheda del servizio: RIARMIAMOCI E PARTITE

di Manuele Bonaccorsi, Madi Ferrucci

Chi guadagnerà davvero dal piano di riarmo europeo? Report ha visitato fiere di armi e fabbriche di munizioni e ha partecipato a esercitazioni militari e incontri tra lobbisti e alti ufficiali, tra gli Stati Uniti, la Germania, la Polonia e l’Italia. E ha registrato le strategie dell’industria della Difesa statunitense per occupare il crescente mercato europeo con i propri armamenti. Armi di cui gli americani mantengono il controllo tecnologico, arrogandosi il diritto di disattivarle a loro piacimento. I paesi Ue continuano ad andare ognuno per conto proprio, mentre alcuni progetti di cooperazione militare restano a forte trazione franco-tedesca. Ecco perché il piano di riarmo europeo rischia di essere un pessimo affare: i nostri Paesi si indebitano per decenni e gli Stati uniti incassano.

La corsa alla nuova frontiera

È partita la corsa alla nuova frontiera, quella spaziale: per controllare il pianeta serve controllare lo spazio, le comunicazione da cui vi passano – questo dicono i grandi analisti oggi come Emilio Cozzi.


È anche una spinta verso l’ignoto, come l’homo sapiens tanto tempo fa quando andò a colonizzare il resto del mondo partendo dalla sua Africa.

Oggi guardiamo la terra dall’alto, portiamo i nostri occhi dappertutto – racconta Michele Buono nell’anteprima del servizio: per guidarci verso la nostra destinazione, sulla terra o sui mari; per raccontarci dall’alto lo stato di salute del nostro pianeta.

Controllare lo spazio è importante oggi come ieri lo era controllare i mari: perdere la gara spaziale significa perdere la gara con cui stiamo costruendo il nostro futuro.

Anche qui però, per miopia industriale e politica, rischiamo di perdere l’ennesimo treno, di perdere quel poco di competenze (nella ricerca e nell’industria) che avevamo, schiacciati tra il gigante americano, che non fa prigionieri, ma vuole solo sudditi obbedienti. E il gigante cinese. L’Europa non è – e con questa sterzata a destra dei governi non lo sarà mai – un soggetto politico ma una somma di interessi nazionali che non coincidono con una comune visione europea. C’è una agenzia spaziale italiana e una europea.

La scheda del servizio: ITALIA NEW SPACE ECONOMY

di Michele Buono

Collaborazione Silvia Scognamiglio

È nato un nuovo territorio sulle nostre teste e un nuovo punto di vista per l’umanità: lo Spazio. Il settore è strategico, è la nuova frontiera dello sviluppo economico. L’ecosistema italiano ha grandi potenzialità ma il contesto è debole: un’Europa non soggetto politico pesa poco di fronte a grandi aggregazioni come Stati Uniti e Cina. Report ha ricostruito la lotta del vecchio continente per non perdere posizioni.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - il laboratorio di Israele e le prossime elezioni americane

Stasera Report si occuperà della destra mondiale: quella di Israele, “come laboratorio della destra internazionale”, e di Gaza “usata come laboratorio per testare le armi”. Poi la destra di Trump e le elezioni americane, con un racconto dei rapporti inediti del candidato repubblicano con gli italo americani.

La guerra di Israele a Gaza

Per mesi abbiamo sentito dire, dai giornalisti, gli opinionisti, quelli che ne sanno insomma, che quella di Israele a Gaza era una guerra legittima, in risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, con la morte di migliaia di persone e il rapimento di 250 ostaggi.

E le morti civili? Da imputare ad Hamas, questo dicevano nei talk, se liberasse gli ostaggi finirebbe tutto.

Poi, di fronte alle immagini delle macerie, al numero di morti civili crescente, donne e bambini, questa narrazione tossica è diventata insostenibile.
A Gaza, se non è un genocidio, parola tabù fino a poco tempo fa, sta accadendo qualcosa di grave.
“Ho ordinato un assedio totale sulla striscia di Gaza, non ci sarà elettricità, benzina, cibo, chiuderemo tutto, stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza”: così parlava all’indomani della strage il ministro Gallant con l’annuncio dell’operazione Spada di ferro, l’operazione più sanguinosa messa in atto dall’esercito israeliano, partita con bombardamenti indiscriminati su Gaza e poi passata ad una invasione di terra che sembra non arrestarsi mai. Come aveva detto il ministro, i bombardamenti non stanno distinguendo civili e miliziani di Hamas. Siamo arrivati a 41mila vittime, secondo il ministero della salute di Gaza, la stragrande maggioranza di questi è gente comune, quasi 17 mila sono bambini e, tra questi, quasi duemila avevano meno di due anni.

La parola genocidio è stato un tema divisivo nel dibattito politico dei singoli paesi europei non solo in Italia: Giorgio Mottola ha intervistato il professor Raz Seagal - professore di storia dell’Olocausto, che racconta come gli attacchi contro di lui sono arrivati dopo un articolo sull’attacco di Israele a Gaza, definito un “caso da manuale di genocidio”.
Dopo questo articolo è scoppiato uno scandalo perché alcune associazioni ebraiche del Minnesota lo hanno attaccato sostenendo che la sua posizione sull’attacco lo rendeva incompatibile con l’incarico di direttore del centro studi per l’Olocausto, così pochi giorni dopo il rettore dell’università gli ha scritto ritirando l’offerta di lavoro.



Eppure le posizione di Raz Seagal, presentate nei suoi articoli scientifici sono condivise tra i sessanta più importanti studiosi di Olocausto. Lo scorso dicembre hanno pubblicato un documento in cui spiegano perché a Gaza si stia compiendo un genocidio.
La Convenzione Internazionale delle Nazioni Unite definisce come autore di un genocidio chiunque compia almeno una di queste cinque azioni, con l’intento di distruggere nella sua interezza o in parte un gruppo etnico o religioso:
- se ne uccide i membri

- se li danneggia fisicamente o psicologicamente

- se infligge condizioni di vita tali da causarne la distruzione

- se ne limita la procreazione

- se ne deporta i figli

A Gaza si assiste alla dinamica della violenza genocida declinata secondo queste cinque azioni : i massimi livelli militari e istituzionali del paese lo hanno annunciato fin dall’inizio in modo chiaro che il loro intento è distruggere Gaza. Sono partiti subito bombardamenti indiscriminati, Israele ha usato le proprie bombe più potenti nel sud di Gaza, nelle aree che aveva indicato come sicure. Migliaia di rifugiati erano adnati lì perché Israele aveva detto ‘andate lì’ e l’esercito poi li ha bombardati. E questo è proprio uno dei casi descritti dalla Convenzione internazionale, creare le condizioni per distruggere fisicamente un gruppo etnico, nella sua totalità o in parte. Non dimentichiamo che il ministro della difesa israeliano ha definito gli abitanti di Gaza come animali, l’indicazione di una intera popolazione civile come nemica è alla base di qualsiasi meccanismo genocidiario. ”
La posizione del professor Seagal e degli altri accademici è stata contestata da una larghissima parte del mondo ebraico e dell’occidente filo-israeliano. L’accusa di genocidio contro Israele viene infatti considerata come un pericoloso segnale di recrudescenza dell’antisemitismo internazionale.

Per mesi ci si è scontrati, anche qui in Italia sulla parola “genocidio”: “certo che non è genocidio, perché chi lo dice fa antisemitismo perché paragona Israele al nazismo” – queste le parole di Fiamma Neirenstein, per anni giornalista ma con anche un’esperienza politica nel Popolo della Libertà, oggi consulente del governo di Israele nella lotta contro l’antisemitismo.
Ci sono stati altri genocidi nel mondo ma – spiega la giornalista – “se lo si riferisce agli ebrei è chiaro che si tratta di criminalizzazione dello stato di Israele e la criminalizzazione degli ebrei è assimilabile all’antisemitismo”.
A spaventarla non sono solo gli episodi di antisemitismo, aumentati del 400% dopo il 7 ottobre, ma anche le manifestazioni in piazza a favore della Palestina.
In queste manifestazioni, spiega al giornalista di Report, si esprime anche odio verso gli ebrei: esprimere una critica allo stato e al governo di Netanyahu è antisemitismo, “sono vent’anni che spiego che l’antisemitismo che prima era religioso, poi è diventato razzista e poi è diventato odio per lo stato di Israele.”

Il servizio di Giorgio Mottola ha ricostruito l’attacco di Hamas del 7 ottobre, preparato con cura e che ha colto di sorpresa le forze militare che presidiavano i varchi delle recinzioni erette nel 2007 che rinchiudono il territorio di Gaza: è stata molto più che una azione terroristica – racconta il giornalista – alle 6 del mattino un migliaio di miliziani iniziano ad attraversare il confine occidentale della striscia, neutralizzano le difese israeliane, i carri armati di giardia e le torrette di avvistamento. Altri miliziani sono arrivati via mare, altri dal cielo con i deltaplani: dapprima attaccano le basi militari, sparando per uccidere i militari e prendendo i superstiti come ostaggi. Poi i miliziani si sono diretti verso sei centri urbani, uccidendo chiunque incontrassero per strada, una volta arrivati nei centri residenziali hanno iniziato a sparare contro le case, senza risparmiare nessuno, donne e bambini. L’obiettivo civile più importante è il Nova Fest, il rave party dove si erano radunati migliaia di giovani. È la mattanza dei ragazzi e delle ragazze, uccisi sul posto o rapiti. 1151 persone uccise di cui 274 i soldati e 859 i civili, tra loro 2 neonati e 46 sotto i diciannove anni. Gli ostaggi catturati sono stati 251 nascosti nei bunker di Hamas a Gaza.
LA risposta di Israele è arrivata subito, annunciata dalle parole del ministro Gallant, con l’operazione Spade di ferro, con una delle operazioni più sanguinose del paese. Coi bombardamenti, coi droni militari, con l’invasione dell’esercito per cancellare Hamas ed eliminare tutti i suoi miliziani. Ma al momento, ad essere cancellata, sembra essere la Striscia di Gaza, con bombardamenti che non discriminano miliziani e civili.


Uno dei passaggi più importanti del servizio riguarderà le armi che Israele usa a Gaza diventata laboratorio bellico della difesa israeliana: armi sperimentate sul campo, sulla pelle dei civili e che poi vengono vendute ad altri paesi, come l’Italia. Ad esempio l’intercettore mostrato nell’anteprima del servizio. Giorgio Mottola ha incontrato ad una “fiera delle armi” un rappresentante dell’ufficio stampa della Elbit System che lodava questo sistema antimissile che consente di localizzare da dove viene l’attacco e lanciare in risposta un missile intercettatore, ora stanno provando a venderlo all’Italia, caso mai anche noi venissimo attaccati, chessò, dalla Francia o dall’Austria. Negli ultimi dieci anni l’industria bellica israeliana ha aumentato del 100% le esportazioni, raggiungendo nel 2023 la cifra record di 12 miliardi di euro, quasi il doppio dell’Italia che è però un paese dieci volte più grande. Israele è il nono esportatore in armi nel mondo, ma in rapporto al numero di abitanti risulta il paese che guadagna più al mondo dall’export di armi (siamo a 1300 euro per abitante, mentre in Italia il rapporto è a 100 euro pro capite).
Shir Hever – economista del movimento BDS (il movimento europeo per il boicottaggio di Israele) racconta a Report come in molti paesi europei il rapporto dell’import export delle armi è 80-20, 80% per uso domestico e 20% per esportazione, in Israele è l’opposto, il 20% delle armi prodotte è per uso domestico, il resto è venduto all’estero.
“Secondo le convenzioni internazionali è vietato vendere o acquistare armi da paesi che sono sospettate di compiere crimini di guerra o peggio ancora che sono accusate di genocidio. Perciò formalmente è illegale comprare armi da Israele ”.
Nonostante questo alla fiera d’armi più grande d’Europa sono esposti pronti per essere venduti i prodotti delle principali aziende israeliane del settore della difesa, come SmartShooter, azienda che usa l’intelligenza artificale per potenziare le armi usate in guerra. Come i fucili montati di telecamera per garantire la massima precisione del tiro, per uccidere le persone. “Si può centrare l’obiettivo al primo colpo” viene garantito: sono armi vendute all’esercito di Israele che vengono usate a Gaza come a dire, sono armi provate sul campo, nel corso di un esercizio bellico reale. Sono armi vendute anche all’Italia: per i clienti è importante sapere che queste armi sono state testate con successo su un vero campo di battaglia: “se vai alla BMW e chiede se la loro macchina è la migliore ti diranno ‘certo è la migliore’, qui in questa fiera ognuno dira che il suo prodotto sia il migliore ma se un esercito l’ha sperimentato sul campo è come avere una recensione indipendente. Se l’esercito israeliano dice usiamo quest’arma sul campo, è fondamentale. Il miglior spot commerciale”.
L’operazione militare a Gaza costituisce il miglior spot commerciale possibile per la maggior parte dei produttori israeliani che stanno rifornendo armi all’esercito di Tel Aviv.
Non ho parole per commentare questa deriva bellicista.

Un altro passaggio del servizio riguarderà lo stretto rapporto tra la destra italiana e i movimenti a supporto dell’attuale governo di Tel Aviv come anche lo stretto rapporto tra la destra italiana con la destra europea: Nazione futura, think tank d’area di Fratelli d’Italia e dell’orbaniano Danube Institute sono, assieme alle fondazioni americane e israeliane, i promotori degli eventi europei dei movimento nazional conservatore che nel 2020 ha avuto il suo battesimo in Italia quando a fare gli onori di casa c’era Giorgia Meloni.

Nell’ultimo caso di “spionaggio”, l’inchiesta su Equalize l’agenzia de security milanese con forti agganci negli apparati di stato e con la politica, è emersa la collaborazione dei servizi israeliani: Report torna ai tempi del governo Renzi, quando l’ex presidente aveva proposto la creazione del’agenzia si cybersecurity nazionale, che doveva essere affidata a Carrai, amico e collaboratore di Renzi e anche console onorazio di Israele, “perché Israele ha tante cose sulla cybersecurity ha tante cose che potremmo copiare”.


Renzi aveva chiesto esplicitamente a Carrai come avrebbe gestito lui questa agenzia, dove avrebbe speso i primi fondi: quest’ultimo replica che la prima cosa da fare è l’adozione di software israeliani per il riconoscimento facciale che analizzando i dati delle telecamere riescono a capire se una persona sta per compiere un reato. Come quelli usati in Cisgiordania. Non è una richiesta casuale, all’epoca il cuore delle aziende di sicurezza di Carrai era in Israele, come israeliani erano i suoi soci, molti dei quali arrivavano dagli apparati di sicurezza.
“Marco Carrai, prima che diventassi presidente, collaborava coi servizi segreti italiani [non israeliani]” ha risposto l’ex presidente Renzi: è una notizia quella che da a Report, ma agli atti (delle inchieste su Renzi) risultano solo i rapporti tra l’imprenditore e dirigenti di Aisi e Aise, come il generale Luciano Carta e il dirigente Beniamino Nierenstain, figlio di Fiamma Nierenstain (nel corso del 2015).
Ma in base ai documenti di cui Report è in possesso, Carrai aveva rapporti stretti anche con Yossi Cohen, una delle figure apicali dei servizi segreti di Israele.
No – spiega Renzi – Cohen era nello staff di Netanyahu non era ancora capo del Mossad e l’ho incontrato io: quando nel 2016-17 è diventato capo del Mossad ha collaborato coi governi Gentiloni, Conte e Draghi.
Cohen, come riporta Il Guardian, avrebbe fatto delle pressioni e rivolto minacce contro un giudice della Corte Penale Internazionale che stava per chiedere l’arresto del premier israeliano per crimini di guerra.

Diversamente da come ricorda Renzi, Cohen era già direttore del Mossad quando Carrai va ad incontrarlo nel periodo della trattativa per diventare capo dell’agenzia di cybersecurity in Italia e il rapporto con Cohen va avanti anche negli anni successivi.
Nel 2019 Carrai scrive a Renzi una mail in cui Cohen, mentre ricopriva l’incarico di direttore del Mossad, si proponeva come intermediario con l’India per le aziende italiane.

La scheda del servizio: Il laboratorio di Giorgio Mottola

Collaborazione di Silvia Scognamiglio e Greta Orsi

Immagini di Omar Awwad, Chiara D’Ambros, Carlos Dias e Alfredo Farina

Montaggio e grafiche di Giorgio Vallati

Report ricostruisce come Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale

Dopo l'attacco terroristico di Hamas contro postazioni militari e insediamenti civili israeliani il 7 ottobre dello scorso anno, in cui sono morte circa 2000 persone, il governo di Benjamin Netanyahu ha lanciato una campagna a tappeto per colpire Hamas nella Striscia di Gaza. A pagare sono stati soprattutto i civili: secondo le fonti sanitarie di Gaza i morti al momento sono oltre 43.000, almeno 17.000 sarebbero minori. La Corte internazionale di giustizia ha avviato un procedimento in cui lo Stato di Israele è accusato di genocidio. Report ha ricostruito come negli ultimi vent'anni Israele si sia trasformato nel laboratorio politico dell'estrema destra internazionale mentre a Gaza le industrie belliche e della cybersecurity israeliane testano le loro armi e i loro prodotti, che vengono poi rivenduti all'estero e anche in Italia.

I sostenitori italiani di Trump

Martedì si vota e mercoledì in Italia sapremo il nome del prossimo presidente americano: potrebbe esserci, nonostante i processi, nonostante le accuse sulle responsabilità per l’assalto al Campidoglio il giorno dell’insediamento di Biden, il ritorno di Donald Trump. Tra l’altro, l’ideologo della sua passata campagna elettorale e anche l’ideologo della nuova destra mondiale, Steve Bannon è stato rilasciato e ora potrà riprendere la sua campagna elettorale per i repubblicani. Potrebbero vincere loro, prendendo voti perfino dalla comunità afroamericana, sicuramente i voti arriveranno dagli italo americani: una volta erano il serbatoio di voti dei democratici, oggi, come racconterà il servizio di Report, in tanti nella comunità italiana votano per Trump (almeno ad ascoltare gli umori della piazza dove si festeggiava il Columbus Day). Un paradosso se si pensa che sono i figli e i nipoti di quanti, tanti anni fa, sono emigrati dal nostro paese per cercare fortuna “all’America”. Un po’ come oggi succede agli emigrati che dal sud del continente vogliono arrivare negli Stati Uniti dovendo affrontare il muro e le tante milizie sovraniste, pronte anche a sparare.
“Trump fa avere rispetto all’America, agli italiani a tutto”, dicono: ma il legame con la comunità degli italiani nasce molto prima di quanto l’ex presidente si buttasse in politica. Risale ai tempi in cui The Donald era un giovane palazzinaro e le famiglie mafiose italiane controllavano il business delle costruzioni.
Lo racconta a Report il giornalista investigativo David Cay Johnston: le relazioni con la mafia iniziano con sui padre, Fred Trump, che dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York City. “All’epoca aveva bisogno di molto aiuto da parte dei mafiosi” continua il racconto “perché l’industria delle costruzioni era, e in una certa misura lo è ancora, controllata dalla mafia. Stringendo un’alleanza con Willie Tomasello, associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, i Genovese e i Gambino, Fred Trump riuscì a garantire che i suoi progetti fossero realizzati senza problemi coi sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. E in cambio Fred Trump li pagava.”
A fare da ponte con la mafia sarebbe stato il suo avvocato Roy Cohn, all’epoca difensore di fiducia dei più grandi boss di N.Y. tra cui Antony Salerno.

A raccontare dei rapporti tra Trump e la mafia di N.Y è anche Murray Richman l’avvocato che per sessant’anni ha difeso tutte le famiglie mafiose della città e ha avuto a che fare coi principali boss della grande mela, proprio come Salerno, boss della famiglia Genovese in passato guidata da Lucky Luciano.
Trump era solito andarlo a trovare – racconta a Report Richman – Trump e Tony Salerno si conoscevano, l’avvocato Roy Cohn li ha messi in contatto.

Nel servizio verrà intervistato John Alite “ex killer della più potente famiglia mafiosa di New York, i Gambino di John Gotti, con alle spalle almeno 7 omicidi e un centinaio di pestaggi ”: anche lui è uno dei supporter dell’ex presidente Trump, aveva anche preso parte all’assalto di Capitol Hill.
Sta con Trump perché sa di avere una sua influenza politica, per quel milione di visualizzazione dei suoi video su Tik Tok.
Lo ammette candidamente, i pestaggi, l’aver sparate a delle persone poi dalla vocazione per i pestaggi è passato alla vocazione politica, con l’assalto al congresso nel 2020 dopo la vittoria di Biden. Cosa succederà se Trump non dovesse vincere? “Vedrai proteste in tutte le strade, come protesteranno queste persone? Alcune in modo violento, altre semplicemente protesteranno per strada, ma non sarà tutto a posto perché sarà la fine della libertà”.
Gira una foto di Alite con Trump che ha causato qualche imbarazzo a Trump, che si è difeso dicendo di non conoscere l’ex killer, ma non è vero. Alite ha incontrato Trump la prima volta negli anni 90, nei suoi casinò, si sono incontrati decine di volte, è stato persino nella villa di Mar-A-Lago.

Un altro sostenitore di Trump è Joe Merlino ex boss della mafia di Philadelphia, oggi influencer e podcaster. La gente lo ama, si fa fotografare con lui, è uno capace di influenza le scelte delle altre persone, per esempio a votare Trump “a tutti i costi”, “il più grande presidente degli Stati Uniti”, se dovesse perdere potrebbe tornare in Italia.
Nei suoi podcast parla di politica, di cibo e di “rats”: chi sono queste persone? Sono quelli che parlano e che lui cerca di smascherare. Si ritiene in ex mafioso? Assolutamente no, “non so niente della mafia, fbi è la mafia..”
Alla domanda del giornalista sugli affari di Trump nelle costruzioni e dei rapporti con le famiglie mafiose l’influencer inizia a cambiare tono, “ti ho detto che non volevo parlare di questa roba”.
Lasciate stare in pace Trump, ripete al giornalista di Report che, come si capisce dal video, non è persona gradita da questo gruppo di sostenitori del candidato repubblicano (con tanto di insulti..).
Un mafioso non perde il vizio di fare intimidazioni, una volta mafioso, sei sempre mafioso, a meno che diventi un pentito: “devo dirtelo, quello che hai fatto è molto poco professionale.. perché parlavi della mafia, cosa c’entra la mafia con tutto questo .. scopriremo chi sei e cosa stai facendo .. se c’è un modo per rovinarti lo faremo. Che ne dici?”.
Insomma, parlare di certi argomenti è tabù, tra i supporter di Trump: le minacce sono il prezzo per aver posto domande scomode agli influencer come Merlino.

Giampiero Calapà sul Fatto Quotidiano ha pubblicato una anticipazione del servizio

Report: l’impero di Trump costruito coi soldi della mafia

alle 20.30 in tv - “Incontrò il boss Tony Salerno”

Di Giampiero Calapà

Donald Trump ha sempre negato di aver incontrato e intrattenuto rapporti con le famiglie mafiose italo-americane di New York City. È una storia di cemento, acciaio, grattaceli, casinò, gangster e soldi, molti soldi, quella che racconta Report – stasera alle 20.30 su Rai3 – riscrivendo parte dell’epopea di The Donald proprio nell’imminenza del voto americano per la presidenza degli Stati Uniti.

Sarebbe già diventato presidente sconfiggendo Hillary Clinton, Trump, se non avesse avuto alle spalle un impero immobiliare da 3,9 miliardi di dollari? domanda Report, fornendo qualche risposta: “Una fortuna che nasce con il padre Fred che ha fondato la Trump Organization, maturata grazie anche ai proventi dei tre casinò costruiti negli anni Ottanta: Harrah’s at Trump Plaza; il casinò di Hilton; l’ultimo nel 1990, il Trump Taj Mahal, il casinò più grande al mondo realizzato con un investimento di un miliardo di dollari. Oggi tutti falliti, ma all’epoca furono la chiave delle fortune di Trump. Con il contributo di chi?”.

Il servizio di Sacha Biazzo fornisce alcune risposte. Al microfono della Rai parla il giornalista investigativo David Cay Johnston, già premio Pulitzer: “La relazione con la mafia italiana a New York iniziò con suo padre, Fred Trump. Dopo la guerra ottenne enormi prestiti governativi per costruire complessi residenziali nei quartieri periferici di New York. All’epoca aveva bisogno di un grande aiuto da parte dei mafiosi, perché l’industria delle costruzioni a New York era, e lo è ancora, controllata dalla mafia. Fred Trump strinse un’alleanza con Willy Tomasello, un associato delle due più grandi famiglie mafiose di New York, Genovese e Gambino. E così riuscì a garantire che i suoi progetti venissero realizzati senza problemi con i sindacati delle costruzioni che erano sotto il controllo della mafia. In cambio Fred Trump pagava la mafia”.

La scheda del servizio: Make America Italian Again di Sacha Biazzo

Montaggio e grafica di Monica Cesarani

I collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana

Report ha rintracciato una serie di possibili e mai esplorati collegamenti tra Donald Trump e la mafia italo-americana, attraverso nuove testimonianze di ex boss della mafia, investigatori, legali, e alcuni strettissimi collaboratori che in passato lavoravano con l'attuale candidato alla Casa Bianca. L'inchiesta svela come, dai tempi della costruzione della Trump Tower ad oggi, Trump non avrebbe mai smesso di dialogare, direttamente o indirettamente, con boss ed ex killer della mafia italo americana. Sarà proposta una prospettiva senza precedenti su come Trump, dai suoi primi affari a Manhattan fino all’attuale corsa elettorale, possa essere rimasto legato a figure di spicco delle famiglie mafiose. Un'inchiesta che porterà a interrogarsi sulla possibile influenza della mafia italo-americana nel determinare il futuro presidente degli Stati Uniti.

L’influenza dei social media sulla democrazia

I social in queste elezioni hanno un ruolo importante: Report racconterà del lavoro di Tanisha Long e della sua associazione, “Abolition Law Center” che si occupa di dare supporto alle persone che escono dal carcere, a Pittsburgh. Qui le persone finiscono direttamente dal Tribunale al carcere, senza vedere la luce. Il suo gruppo si batte da anni contro le terribili condizioni di vita dei detenuti del carcere di Allegheny, offrendo supporto e assistenza a chi non può permettersi la tutela legale e a chi, dietro le sbarre, ha subito abusi e violenze e cerca di ricostruirsi una vita una volta fuori.
“Questo carcere ha il più alto tasso di morti in carcere del paese, nella nostra contea i neri sono il 13% della popolazione, ma rappresentano il 60% dei detenuti”.
È fondamentale sensibilizzare i giovani su questi temi e per questo usano i social network, come Facebook: i contenuti postati prendono pochi like, da pochi mesi – racconta Tanisha – Meta filtra i contenuti con l’intelligenza artificiale tramite immagine e parole. Anche nelle foto, dove lei indossa la Kefiaf riceve meno like del solito, è una sorta di censura.
La nuova policy di Meta che limita la diffusione di contenuti politici penalizza gli attivisti social come Tanisha: su Facebook e Instagram ha portato avanti per anni le raccolte fondi per aiutare chi usciva di prigione.
Un giorno, mentre cercava di raccogliere tremila dollari per un suo assistito, il figlio era morto in prigione e volevano procurargli una lapide. Quando ha pubblicato un post dove spiegava che ra stata la polizia ad ucciderlo, nessuno donava. Allora ha cambiato strategia, creando un post dove invitata i follower a leggere un libro nella didascalia successiva c’era la raccolta fondi e ha funzionato: “i social media ci hanno aiutato ad aumentare il coinvolgimento delle persone anche fuori dalla nostra città”, come successo anche col video della morte di George Floyd.

La scheda del servizio: Meta-Politica di Lucina Paternesi

Collaborazione di Roberto Persia

Immagini di Alessandro Spinnato

Ricerca immagini di Tiziana Battisti

Montaggio di Francesca Pasqua e Michele Ventrone

Grafiche di Michele Ventrone

Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network.

Da febbraio di quest’anno Meta ha deciso di implementare una nuova limitazione sui contenuti di tipo politico su Instagram e Threads, l’ultimo social nato in casa Zuckerberg. Dopo lo scandalo Cambridge Analytica e l’assalto a Capitol Hill fomentato dalle fake news che circolavano su Facebook, Meta ha deciso di tagliare la politica dai propri social network. Ma chi decide cosa è politica? E quali sono le voci che rischiano di sparire dal dibattito pubblico? Viaggio in un’America spaccata in due che si appresta a scegliere il nuovo Presidente tra attivisti, influencer e giovani che reclamano spazi fisici e digitali per esprimere il proprio dissenso.

Fratelli, sorelle e parenti vari d’Italia

Report tornerà ad occuparsi della gestione del ministero della cultura col ministro Giuli: nei giorni passati il ministro ha nominato il suo nuovo capo di Gabinetto, sarà Valentina Gemignani a prendere il posto di Francesco Spano. Moglie del deputato catanese Basilio Catanoso con precedenti incarichi alle spalle nella pubblica amministrazione nel ministero delle Finanze.
Nel servizio si parlerà anche dell'incarico affidato ad Antonella Giuli, che per anni si è occupata della comunicazione del partito e a gennaio è stata assunto all'ufficio stampa della Camera. 

La scheda del servizio: La Sorella d'Italia di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli

Montaggio e grafiche Giorgio Vallati

Report torna con novità importanti sulle vicende che hanno coinvolto la recente gestione del Ministero della Cultura.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

23 marzo 2021

Presadiretta – la dittatura delle armi

Al centro del racconto di Presadiretta il mondo delle armi, chi le produce e chi le compra. E le ragioni geopolitiche dietro questo mondo, poco trasparente per natura.

Un altra puntata interessante, dopo quella sulla ndrangheta, che ha suscitato qualche polemica nel mondo forense calabrese: non va sottovalutata la mafia, non va lasciata sola la gente calabrese, i giornalisti che parlano delle ndrine.

L'Italia ripudia la guerra ma spende miliardi in armi e le vende in tutto il mondo: una volta erano le mine della Valsella, oggi sono le mine, più gli elicotteri, i carri, le bombe e le navi.

Le armi sono un settore strategico, lo scorso marzo le aziende di questo settore sono rimaste aperte perché la politica le ha considerate strategiche.

I ministri del Mise e della Difesa hanno scritto una lettera ai vertici dell'industria militare dove chiedevano a loro di scegliere cosa tenere aperto e chiuso.

Nei mesi in cui il virus ci attaccava, il governo si prendeva cura di questo settore: la lettera è arrivata all'ex deputato Crosetto, fondatore di Fratelli d'Italia.

“E' stata chiusa al 50% la parte produttiva ” ha spiegato alla giornalista “oltre al lockdown di tutta la parte amministrativa.” Ma lo stato ha fatto decidere alle aziende: “è stato un accordo fatto coi sindacati all'interno dei codici Ateco che il governo ha reputato fondamentali.”

Nella lettera i due ministri ribadiscono l'importanza fondamentale del settore che si è deciso di tutelare il settore: “le aziende hanno lavorato per le forze armate che si muovono su mezzi che hanno bisogno di manutenzione, hanno bisogno di elicotteri, c'era bisogno di mantenere aperte quelle aziende per mantenere i contratti che altrimenti sarebbero caduti.”

Il settore militare italiano viene sempre privilegiato? “l'industria delle difesa viene privilegiata in tutti gli stati.”

Nel documento programmatico per la spesa tra il 2020 e il 2022 sono contenute le spese per il settore della difesa, con i sistemi d'arma che intendiamo comprare: fino al 2025 nuovi aerei per 11 miliardi, navi e sottomarini per 4,1 miliardi di euro, elicotteri per 2 miliardi, blindati 1,5 miliardi.

Anche aerei spia americani modificati da una società americana per fare attività di spionaggio, che pagheremo in tre tranche, la prima rata è di 1,3 miliardi.

Con l'ultima legge di bilancio del 2020, il bilancio della difesa è passato da 22 a 24 miliardi: il giornalista Francesco Vignarca ha commentato questa scelta: almeno 6 miliardi di euro sono spesi per nuovi bombardieri, nuovi carri armati, nuovi elicotteri: miliardi che potrebbero essere utilizzati per la scuola, per la sanità: “si acquistano sistemi d'arma eccedenti le necessità e in alcuni casi come si è visto per i blindati acquisiti nel decennio scorso, vengono parcheggiati e cannibalizzati per quei mezzi che non si riescono ad aggiustare perché non ci sono soldi.”

Lo spreco è testimoniato dal cimitero dei carri armati nella provincia di Vercelli: ma i soldi della difesa non bastano più, per le armi prendiamo soldi dal ministero delle finanze, per finanziare missioni all'estero e nuovi acquisti e così scopriamo che il 25% dei fondi strategici pluriennali sono destinati alla difesa, mentre la sanità si prende solo l'1,25%: veramente pensiamo che gli armamenti sono così importanti?

Un sottomarino nucleare costa come 9280 ambulanze, un caccia f35 costa come 3244 posti letto in terapia intensiva: ne abbiamo comprati 90 esemplari, un programma di acquisto tra i più costosi nella storia italiana.

LA spesa totale per gli F35 costerà 18 miliardi di euro, ogni governo fino ad oggi ha scelto di andare vanti nel programma.

Non ci sono penali da pagare, chi lo sostiene mente al paese: tanti politici sui caccia f35 hanno cambiato idea con un voltafaccia ipocrita, da Bersani a Renzi.

Sulle spese militari la politica si convince sempre, nonostante i costi aumentati, nonostante le consegne in ritardo: l'ex generale Tricarico, di fronte alla domanda dei costi del caccia f35 si è messo a ridere. Dovremmo spendere di più secondo il generale, che forse non sa che la spesa militare è da anni in crescita. Spese che non danno ritorno in posti di lavoro, spese che non hanno dietro esigenze strategiche, come l'acquisto voluto dall'ex ministra Pinotti per i droni della Piaggio. Spesa fatta per una questione di immagine.

Ma allora, compriamo armi per la nostra sicurezza oppure per l'immagine delle aziende private che le producono? E poi, come mai vendiamo armi a paesi come l'Egitto e l'Arabia?

Il 3 febbraio 2016 a Il Cairo fu ritrovato il corpo di Giulio Regeni, sparito giorni prima: sul suo corpo il segno della tortura, fatta dai servizi segreti egiziani, “il dizionario delle torture” lo chiama la madre di Giulio.

Tutti sanno cosa è accaduto a Giulio, tutti i politici a parole dicono di voler arrivare alla verità su Giulio, di voler arrivare ai responsabili. Ma solo a parole: dal governo Renzi al governo Conte, la ragione di stato ha sempre fermato la volontà di fare giustizia.

L'Egitto ha sempre protetto i servizi, depistando le indagini, uccidendo testimoni: la procura di Roma accusa 4 ufficiali della sicurezza egiziana, hanno scoperto anche che Regeni fu venduto da un venditore ambulante ai servizi egiziani, arrestandolo il 25 gennaio per portarlo nell'edificio sede della security a Il Cairo.

Un'attivista egiziano di We Record, scappato alle torture, ha raccontato a Giulia Bosetti del suo incontro con Giulio Regeni: si diventa un numero nelle carceri egiziane, quando si entra in queste strutture, dove le persone sono numeri, così è più facile ucciderli.

Il dittatore Al Sisi sa proteggere i suoi uomini, sa premiare chi fa quadrato attorno ai segreti del regime: Al Sisi sapeva dell'arresto di Regeni, perché riguardava un cittadino italiano, un paese con cui l'Egitto aveva e ha forti rapporti commerciali.

Dal 2016 al 2018 l'Italia ha smesso di vendere armi all'Egitto: nel 2018 le dotazioni per le forze si sicurezza vengono però sbloccate.

L'anno della svolta è proprio il 2018: a Il Cairo arriva un nuovo ambasciatore, inviato dal governo Gentiloni e pochi mesi dopo, arrivano i ministri del governo Conte freschi di nomina, tra cui il ministro Salvini, il primo ad incontrare il presidente Al Sisi, nel luglio 2018.

Ad agosto è il turno del ministro degli esteri, Enzo Moavero, poi tocca al ministro del lavoro Di Maio: tutti in fila per incontrare premier e ministri del governo egiziano.

L'ultimo è stato il presidente Conte, a novembre 2018, che parlava di un dialogo costante col presidente Al Sisi per arrivare ad una verità giudiziaria ..

Nonostante tutte queste visite, il governo italiano non ottiene la verità sulla morte di Giulio Regeni, ma ottiene altri accordi per la vendita delle armi.

Dal 2019 – lo racconta Erasmo Palazzotto, presidente della commissione sulla morte di Regeni – l'Egitto è il primo paese verso cui l'Italia esporta le armi e nel 2020 questo record viene superato, aumentando il volume d'affari, parliamo di cifre pari a 900 milioni di euro nel 2019 e nel 2020 col contratto di fornitura per le due fregate Fremm, un rapporto che per i prossimi anni porterà a vendite per 10 miliardi di euro.

Le due fregate Fremm costruite da Fincantieri, società partecipate dal Tesoro, sono state adattate per gli egiziani, coi sistemi di controllo di Leonardo, ex Finmeccanica, con una partita che è costata 1,2 miliardi di euro. La prima fregata parte per l'Egitto a Natale, quasi di nascosto.

Vendere armi all'Egitto è una cosa normale? Secondo Crosetto ci si muove secondo i confini dati dalla politica. Il problema è se uno vuole avere rapporti con paesi come l'Egitto – sono parole dell'ex sottosegretario – non gli vende le armi e nemmeno i formaggini.

Ma la questione Egitto era così scottante che è stata gestita direttamente da Conte e da Di Maio: un aiuto per la propria industria, è sempre il generale Tricarico a parlare, perché tutti i paesi difendono i loro prodotti.

Ma questo è un tradimento nei confronti dei genitori di Giulio Regeni: l'Egitto è il più grande acquirente di armi per il nostro paese.

E' tutto collegato: Al Sisi e l'Italia sono legati, l'Egitto ha comprato la nostra inerzia nella ricerca della verità con le concessioni per il gas estratto nel bacino davanti le sue coste, comprando le armi.

E ad ogni acquisto di armi, Al Sisi si intasca una commissione pari al 2,5% che finisce in un conto in Svizzera: non solo, i soldi per comprare le Fremm sono arrivati da un prestito arrivato dalle banche, tra cui la nostra Cassa depositi e prestiti.

E il prestito è stato garantito dalla SACE, la controllata di CDP, e dal ministero dell'Economia, grazie ad un decreto firmato dal ministro Gualtieri.

Noi abbiamo pagati interessi per 21 milioni di euro per le Fremm, che dovevano essere vedute alla marina italiana: paghiamo noi le armi per Al Sisi che, dall'altra parte, sta pagando il nostro silenzio, la nostra vigliaccheria.

Queste fregate verranno usate dal governo egiziano per presidiare il Mediterraneo orientale, dove sono presenti i bacini di estrazione del petrolio tanto cari al governo egiziano e su cui l'Eni ha firmato un accordo con Al Sisi: la geopolitica del governo egiziano coincide dunque con la politica dell'industria delle armi, nonostante il fatto che, in base alle leggi italiane, noi non potremmo vendere sistemi d'arma a paesi che non rispettano le convenzioni sui diritti umani.

L'Egitto sta investendo molto nella sicurezza, pur soffrendo una grossa crisi, per continuare ad avere una certa influenza nell'aria nordafricana.

E continuare a torturare i nemici del popolo, a far sparire le persone, a mantenere nel terrore la vita dei cittadini egiziani. Chiunque parli delle sparizioni, delle torture, fa una brutta fine.

Come successo a Patrick Zaki, in carcere dal 7 febbraio 2020: collaborava con una ONG per la difesa dei diritti umani, dei detenuti e degli omosessuali.

Arrestato dalla polizia, è stato anche lui torturato e messo in carcerazione preventiva, senza un processo, da un anno intero. Con l'accusa di propaganda eversiva.

Gli egiziano lo chiamano “riciclaggio di prigionieri”, persone arrestate e detenute per settimane, poi rilasciate e riarrestate con accuse diverse.

Cosa deve succedere perché nessuno venda armi all'Egitto: nel 2016 la commissione europea aveva provato a fare una risoluzione per non vendere armi ad Egitto e Arabia, ma poi Macron ha rotto il fronte, concedendo la Legion d'Onore ad Al Sisi. Tutti vendono armi all'Egitto, e non sono formaggini come dice Crosetto.

Ogni paese ha le sue leggi, i suoi regolamenti per vendere le armi: l'europarlamentare Neumann si sta battendo per un regolamento unico per l'export delle ami, ma molti stati membri come Italia a Francia violano questa posizione comune.

Le armi non devono finire nelle mani dei dittatori, non devono uccidere civili, dobbiamo controllare a chi vendiamo le ami.

I nostri fucili d'assalto Benelli sono stati usati in Bahrein, durante la repressione delle proteste dei civili: la vendita è continuata anche dopo che l'Unione Europea ha protestato contro le violenze sui civili nel 2015.

Anche in Birmania le persone sono uccise da pallottole italiane.

E lo stesso succede in Turchia, lo dice il lavoro del gruppo di indagine Light House: elicotteri italiani sono stati usati per colpire la popolazione curda nel 2018 e nel 2019.

Il 2019 l'Europa blocca l'export di armi verso la Turchia, dopo i bombardamenti turchi in Siria: ma l'Italia non ha mantenuto la promessa, abbiamo continuato ad inviare armi all'esercito e all'aeronautica turca, che viene usata contro la popolazione civile.

Dal 2018 l'Italia è il paese che esporta più armi alla Turchia, alla faccia delle promesse di Di Maio: un ex ammiraglio della marina turca ha raccontato alla giornalista come, con l'Italia, ci sia un progetto per un lavoro congiunto tra Italia e Turchia.

Nonostante il blocco annunciato dall'Italia, noi continuiamo a vendere armi ad Erdogan e a lavorare assieme: la Beretta possiede uno stabilimento a Turchia, Leonardo ha una sede ad Ankara e appalta i suoi modelli d'arma ad una società turca, la Onuk.

Onuk spedisce le componenti all'Italia e l'Italia vende le armi alla Turchia: nel 2019 questo paese ha importato armamenti per 3 miliardi, ma ha investito anche nella produzione di armi con aziende locali, ogni anno investe in armi 45 miliardi.

Come sono usate le armi dalla Turchia: in Siria, nel Curdistan iraqeno, perché la Turchia vuole esercitare la sua egemonia sul popolo curdo.

Egemonia esercitata grazie agli elicotteri Mangusta, prodotti in Turchia su licenza: attacchi militari che Erdogan giustifica con l'esigenza di garantire sicurezza sui suoi confini.

Giulia Bosetti è andata a vedere gli effetti di questa sicurezza, nella regione del Curdistan: sono territorio montuosi, dove la guerriglia del PKK può nascondersi.

Ma dove a morire è anche gente comune, uccisa e ferita da attacchi che colpiscono le case nei villaggi. Attacchi che lasciano a terra macerie, villaggi rasi al suolo, migliaia di civili costretti a fuggire: “le schegge delle bombe sono piovute dal cielo” racconta un sopravvissuto ad uno di questi raid turchi “ho visto mia moglie in fiamme e mio figlio a terra coperto di sangue perché era stato colpito alla testa [..] la Turchia usa le vostre armi contro noi civili, se il nostro governo non gliele vendesse non potrebbe bombardarci.”

Queste operazioni militari hanno portato allo spopolamento dei villaggi nel Curdistan, perché nessuno vuole vivere col terrore dei bombardamenti.

Con le nostre armi. Cambiano i regimi, da Saddam a Erdogan, ma a farne le spese sono i civili curdi.

Da questa situazione chi si arricchisce sono i venditori di armi: dovrebbe essere la comunità internazionale che si deve prendere cura della situazione del Kurdistan, che non ha armi nemmeno per difendersi.

E non è solo un problema di armi: noi Italia abbiamo prodotti anche le mine che sono state piazzate e mimetizzate lungo questo territorio. Mine che uccidono bambini, che strappano gambe e mani alle persone che hanno la sfortuna di incontrarle.

Altro teatro di guerra importante è quello libico: sarebbe vietato far arrivare armi alla Libia, ma ci sono traffici illegali che alimentano il conflitto libico. La procura di Genova sta indagando sui traffici di una nave libanese, arrivata in Turchia al porto di Mersin, poi scortata fino alle acque libiche che hanno accompagnato il suo carico di armi, scaricato poi nel porto di Tripoli.

Da Tripoli è poi arrivata a Genova, dove è poi partita l'indagine: il comandante ha patteggiato una condanna per traffico di armi, ma il capitano è già in Libano e non sconterà un giorno di pena.

Questo traffico d'ami, con la stessa nave libanese, è andato avanti per anni, per trasportare armi in Libia, violando l'embargo di armi, in modo sfacciato: la Turchia sta portando avanti la sua politica sul Mediterraneo, vuole conquistare il controllo nel Mediterraneo orientale.

E così alimenta una delle due fazioni che si scontrano in Libia, come fanno l'italia e la Francia.

L'Europa è più interessata alla Libia ma non ai libici, racconta l'ex inviato speciale dell'Onu Ghassam Salamé: non ci sono pene per chi viola gli embarghi per le armi, tutti i paesi occidentali vendono armi a paesi come la Giordania, che poi le mandano alla Libia.

Gli embarghi sono aggirati anche dalle licenze con cui un paese concede ad un altro di produrre sistemi d'arma.

La RWM produce armi in Sardegna, bombe poi vendute all'Arabia, che le usava contro i civili in Yemen: da un mese l'export di queste armi è bloccato.

Le armi per l'Arabia partono dal porto di Genova, dove una volta al mese attracca la nave della compagnia araba, dove viene caricata di armamenti ed esplosivi: a maggio 2019 i portuali di Genova scoprono che le navi di questa compagnia arrivano cariche di carri armati, esplosivi, elicotteri e che a Genova vengono caricati i generatori italiani Dual-Use per alimentare i droni da combattimento e artiglieria da campo da utilizzare nella guerra in Yemen che, secondo l'OCHA ha causato circa 233mila morti.

I lavoratori hanno bloccato così il carico di armi: uno di questi portuali, intervistato dalla giornalista, ha spiegato che da quel giorno hanno deciso che le armi non dovevano essere più caricate e nemmeno transitare dal porto. “Il porto è incastonato nella città, la nave che imbarca container pieni di esplosivo potrebbe essere un monito per la città di Genova che fa attraccare questa nave a cinquecento metri dalle case.”

Un altro portuale racconta che altre compagnie fanno la stessa cosa celando la merce, “i mezzi grossi vengono blindati all'interno delle stive alle quali i portuali non hanno accesso, l'elicottero non viene parcheggiato nella stiva ma è a pezzetti, da assembrare poi”.

Non vogliono lavorare con materiale che porta morte i portuali: “noi non ci sporchiamo le mani di sangue”.

Quella dello Yemen è la più grave crisi umanitaria al mondo: in questo conflitto un ruolo lo ha avuto anche l'Italia, che ha fornito armi per gli attacchi aerei ai villaggi yemeniti.

Le bombe che uccidono persone in Yemen sono prodotte in Italia: ora abbiamo bloccato l'export verso l'Arabia e il 24 febbraio scorso la procura di Roma sta indagando sulle responsabilità dei dirigenti della RWM sulle morti civili, per la violazione del diritto umanitario.

Dovremo rimettere in discussione l'export di armi anche contro la Turchia, ma l'industria delle armi vive a doppio filo con i vertici delle forze armate: spesso ex generali finiscono a lavorare per queste industrie, come nel caso di Tricarico e Carta.

Si chiama sliding doors, una situazione da conflitto di interesse che viene tollerata in Italia.

Le duecento aziende del settore delle armi non hanno mercato, lavorano solo coi soldi dello stato italiano, che ingaggiano poi ex generali ai loro vertici. E poi ci sono aziende controllate dallo stato come Leonardo.

Qualche nome di generali o politici che sono passati all'industria:

Sandro Ferracuti ex generale, prende un incarico alla Selex.

Giulio Fraticelli nel 2006 diventa presidente della Oto Melara.

De Gennaro diventa presidente di Finmeccanica.

Minniti entra in Leonardo.

Sono tanti i generali che passano poi all'industria delle armi: servirebbe un controllo su questi passaggi tra governo e industria, per far sì che il governo non sia condizionato nelle sue scelte.

Lo stato è sia controllore che esportatore di armi, in una situazione di conflitto di interesse. Non solo tutti gli investimenti in armi non portano grandi incrementi in PIL e in posti di lavoro.

Leonardo, per esempio, si è convertita al militare, ma le sue azioni sono passate da 13 a 5 euro: chi ha investito in azioni ha rimesso il suo valore.

Chi combatte il potere dell'industria delle armi, come l'ex deputato Gian Piero Scanu, ha perso la sua battaglia: ha cercato di bloccare sprechi e spese militari ma non è stato ricandidato dal PD, è stato isolato e lasciato a casa.