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31 marzo 2026

Il cielo degli invisibili di François Morlupi


Varese, 24 dicembre 1988

Buonasera dal Tg Lombardia della notte. La gioia del periodo natalizio si è trasformata in tragedia sulle strade lombarde, dopo il terribile incidente che ha coinvolto, a causa della nebbia, numerose vetture sull’autostrada A8.

Un incidente sull’autostrada per Varese causato dalla nebbia. Uno specializzando del Policlinico Umberto I a Roma, che si trova a vedere qualcosa che non dovrebbe vedere. E che, come un tarlo, inizia a rodergli in testa.

Un maresciallo dei carabinieri che, oltre alle doti di investigatore, ha una sua passione per la filosofia antica e per il calcio.

Infine il chioschetto “Panini parlanti”, allestito su un vecchio pullman degli anni ‘50 proprio di fronte al policlinico e gestito da un amante della letteratura, Otello De Bartolo.

Un piccolo luogo riparato dalle brutture del mondo, dove un’umanità multiforme e multicolore viene a godersi un momento di pace mangiando un panino ispirato ai capolavori della scrittura moderna e classica.

Sono quegli gli ingredienti del nuovo giallo dello scrittore italo-francese François Morlupi che, temporaneamente, ha abbandonato la serie dei cinque di Monteverde (che comunque qui appaiono in diversi cameo) per dedicarsi a questi nuovi personaggi.

E ad un nuovo investigatore dilettante, e forse anche un po’ incosciente per come si lancia nelle indagini, il “paninaro” Otello De Bortolo.

Sta succedendo qualcosa attorno al chiosco, se lo sente addosso come un presentimento Otello: perché quel medico specializzando che veniva sempre qui a mangiare è due giorni che non si fa vedere?

Nemmeno stasera è passato.” Le lancette dell’orologio segnavano le ventitré e la voce di De Bartolo tradì una palese preoccupazione.

Come mai Giuseppe, “il matto del Policlinico”, un clochard che viene da Otello con la sua chitarra a rallegrare l’atmosfera, racconta che nel quartiere sta succedendo qualcosa di brutto?

Alcuni miei amici che dormono nel quartiere parrebbero aver visto qualcosa di sconvolgente.” “Cioè?” Giuseppe allungò le braccia.

C’entra qualcosa con la denuncia arrivata alla stazione dei carabinieri comandata dal maresciallo Buzzini: una strana denuncia, un’esponente della comunità cinese che denuncia la scomparsa di un clochard cinese. Un fatto strano considerando quanto la comunità cinese sia chiusa e poco propensa a presentarsi di fronte alle forze dell’ordine per casi del genere.

.. Volevano denunciare la scomparsa di un connazionale: un senzatetto della loro comunità”.
“Un senzatetto?” Buzzini ne fu sorpreso.

E cosa ha visto quella sera, nello spogliatoio dei medici primari, il nostro specializzando, tanto da indurlo a portare avanti una sua indagine personale dentro la struttura?

Lo specializzando non ci aveva dormito, tentando di richiamare alla memoria la scena intravista per il tempo del battito d’ali di una farfalla. Un particolare colto nello spogliatoio degli anziani lo aveva turbato.

Sono tanti piccolo tasselli di un puzzle che i nostri investigatori dovranno ricostruire per arrivare a vedere il disegno finale. Sia gli investigatori veri, i carabinieri del maresciallo Buzzini, sia quelli improvvisati, Otello e il suo gruppo “variopinto” di amici, una specie di armata Brancaleone. Un clochard, una trans che tutti chiamano “La marchesa” e infine lo zio dello specializzando, arrivato a Roma per incontrare il nipote.

Un’indagine che si muoverà tra un vero labirinto che è il Policlinico, con le sue gerarchie, i suoi personaggi iconici (un San Pietro con le chiavi che arriva direttamente dagli anni ‘80) e il mondo degli invisibili, i reietti, quelli che questa società lascia ai margini.

Le persone che nemmeno hanno diritto a vedersi il cielo come tutti, costretti a trovare un riparo di fortuna dal freddo, dal vento, dalla pioggia:

Il cielo degli invisibili non si contempla; è cupo e senza speranza. Prima lo capisci e prima riuscirai a sopravvivere.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
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19 giugno 2025

Segnale assente di Francois Morlupi


L'inizio - che non è l'inizio della storia

La maestra scrutò gli alunni della classe, soffermandosi su ognuno di loro. Poteva leggere nei volti felici di quei bambini una spasmodica eccitazione, dovuta al fatto che aveva annunciato loro un nuovo gioco. Un gioco in cui non c’era bisogno di scrivere e nemmeno di impegnarsi troppo..


Chi è questo alunno, diverso dagli altri, che incuriosisce tanto la maestra per l?

E cosa centra questa storia, la maestra, gli alunni e questo nuovo gioco dove non serve impegnarsi, il bambino solitario e diverso dagli altri con la nuova indagine degli agenti del commissariato di Monteverde?

Per scoprirlo dovremmo arrivare fino in fondo a quest'ultimo romanzo dello scrittore francese Francois Morlupi, italiano d'adozione, una storia dove si parla di spaccio di droga, di giovani morti inspiegabili su cui sono chiamati ad indagare i protagonisti del racconto: giovani che stanno attraversando quell'età così bella e difficile in cui tutto il mondo sembra a portata di mano.

Dove la famiglia, i genitori, le sue regole e consuetudini sembrano quasi una palla al piede per gli adolescenti.

Pochi anni prima era solo dei bambini che raccontavano tutto alla madre e ora invece si sono tramutati in estranei. Persone con cui non si riesce a parlare, per quel "segnale assente"..

Ed ora possiamo raccontare la storia dall'inizio.

Prologo

La signora Jouan aspettava fremente, seduta sulla panchina della fermata del tram Gianicolense/San Camillo, che l’8 arrivasse alle ventuno e ventidue di quella domenica 20 aprile.

Un ragazzo viene trovato morto dall'autista di un tram della linea 8 a Roma: un ragazzino come tanti, addosso una felpa e le cuffiette alle orecchie. Sembra solo che stia dormendo e forse anche per questo i tanti che si sono seduti accanto nemmeno se ne sono accorti, nonostante fosse rimasto seduto sul sedile per delle ore fermo. Colpa dell'indifferenza dei tempi moderni dove siamo tutti col viso incollato sul telefonino e non ci accorgiamo degli altri.

Si chiamava Valerio, aveva quindici anni e, cosa ancor più incredibile, nello zaino aveva un kg e mezzo di droga sintetica.

Tocca ai poliziotti del Monteverde indagare su questa brutta morte: il commissario Ansaldi si precipita sul posto svegliato nel mezzo di un sonno ristoratore ottenuto grazie alla proiezione di un film d'autore.

Nessun farmaco, nemmeno preparato da Galeno in persona, aveva mai avuto un simile effetto su di lui. Si era alzato dalla poltrona riposato come non gli succedeva da mesi.

Dal confortevole caldo della sala del cinema di quartiere, Biagio Maria Ansaldi si ritrova catapultato dentro un omicidio e, cosa ben peggiore, sotto una pioggia scrosciante. Col rischio di ammalarsi.

Poi gli venne un dubbio atroce: non aveva portato con sé l’ombrello. Avvertì un nodo alla gola, si sarebbe bagnato, con il rischio, non indifferente, di ammalarsi. Maledisse la propria stupidaggine, era stato superficiale. Aveva controllato soltanto due meteo ..

Tocca proprio ad Ansaldi e alla vice ispettrice Eugenie Loy dare la brutta notizia ai genitori di Valerio, spiegare loro che non rivedranno più il figlio consapevoli che la loro vita sarebbe cambiata e che "tutto ciò che avrebbero vissuto di felice sarebbe stato annientato da un’assenza".

Valerio era un ragazzo come tanti e non faceva uso di droghe: questo è quello che riescono a raccontargli i genitori: certo, in quella fase della sua vita era chiuso in sé stesso, la sera prima era andato a festeggiare il compleanno di un amico, Diego.

Non solo la scoperta che la droga è arrivata fin dentro il quartiere di Monteverde, ma anche lo scoprire quando ne possano essere vulnerabili anche i giovani, i nostri figli, tutti quanti.

Ecco perché bisogna muoversi con prudenza negli interrogatori con gli amici di Valerio: per non aumentare quella frattura, che sembra allargarsi sempre di più, tra gli adolescenti e la polizia.

Per non creare il rischio che si chiudano a riccio per quel famoso "segnale assente" che blocca tutte le comunicazioni.

Quella di Valerio, purtroppo, non sarà l’unica morte in questa storia aumentando così la pressione sulla squadra di Ansaldi che, ognuno a modo suo, cercherà di dare il suo contributo per trovare le risposte a tutte le domande. Da dove arriva quella droga che, ad una analisi di laboratorio, sembra un cocktail mortale? Come ha fatto Valerio ad entrare in possesso di tutte quelle pasticche?

Lo spaccio a Roma è gestito solo ad alto livello dalle mafie che si appoggiano, per arrivare ai clienti finale, ad una rete di pusher, che sono “l’ultima catena del giro .. cani sciolti” che si dividono le piazze.

Cosa c’entrano ragazzi di quindici sedici anni con la droga, lo spaccio e, in cima alla catena alimentare, le mafie? Se lo chiedono i nostri investigatori del commissariato di Monteverde e se lo chiedono anche i genitori, a cui quella morte ha sbattuto dolorosamente in faccia quel rapporto che si era interrotto cui figli, sempre più solitari ed enigmatici:

La morte definitiva del legame è quando si compone unicamente da silenzi. Se c’è un segnale disturbato riesci ancora a comunicare con il tuo interlocutore. Ci vuole pazienza, tempo, impegno, ma alla fine ci riesci, malgrado le difficoltà.

Cosa accade però in caso di segnale assente? Hai perso in partenza.

L’unica allora è cercare nuove strade nei coetanei di Valerio, nella sua scuola, nella sua cerchia di amicizie: non sarà un’indagine facile, non lo è mai quando di mezzo ci sono dei minorenni. Ma a queste difficoltà se ne aggiungono altre anche personali per la squadra di Ansaldi.

Lui per primo si trova nel mezzo di un attacco di febbre, che si somma a quella ansia che lo accompagna sin da piccolo. Ansaldi sarà costretto a misurarsela di fronte allo sguardo sbigottito dei suoi agenti, oltre alle tachipirine per difendersi dal “male” arriverà ad immaginarsi come un castello circondato da spesse mura e difeso da armieri senza paura…

Ma anche gli altri agenti stanno vivendo un momento particolare della vita: la giovane agente Alerami vuole dimostrare a tutti i costi le sue capacità, anche arrivando a mettere in difficoltà i colleghi. Leoncini sta vivendo un momento intenso della sua relazione con Esthella. Di Chiara è alla perenne ricerca dell’amore della sua vita.

La vice ispettrice Eugenie Loy si porta dentro il suo demone con cui questa volta dovrà fare i conti.

C’è poi qualcun altro che sta seguendo questa indagine nell’ombra e che è disposto a tutti pur di non far arrivare gli agenti del Monteverde verso la verità.

Sono tanti gli spunti che nascono alla fine della lettura di questo ultimo romanzo della serie con Ansaldi: c’è molta attualità a partire dalla piaga della droga, onnipresente in tutte le grandi città e contro cui le forze di polizia sembrano impotenti.

C’è il rapporto genitori e figli, quel “segnale assente” che si deve invece cercare sempre di tenere vivo, per non lasciare gli adolescenti soli di fronte al male del mondo.

Un male che è nascosto ovunque, nel mondo reale e in quello virtuale, in rete.

Un male che gli investigatori conoscono molto bene, dovendolo affrontare tutti i giorni, sapendo che ogni volta lascerà sulle loro vite dei segni permanenti. Un male che non si deve tenere dentro, come un veleno che ti uccide poco a poco:

Condividi il tuo dolore con tutti, siamo tutti colpevoli, nessuno escluso. Se non lo farai, non ne uscirai più. Ogni indagine lascia strascichi e ferite, ma questa rischia di compromettere la nostra stessa esistenza.

Si parla anche di lavoro, che una volta era considerato come un qualcosa che caratterizzava la persona, mentre oggi sembra quasi una condanna.

Come scoprirà Ansaldi dopo l’incontro col pensionato – rider.

Ansaldi scrutò il suo volto e ripeté tra sé e sé la parola ‘lavoro’. Doveva stare in pensione, altro che lavoro. Che cosa stava succedendo in Italia? Come poteva mangiare al caldo mentre il suo rider si rimetteva a pedalare sotto la pioggia?

Strana società la nostra, dove è più facile che ti arrivi a casa la pizza da uno dei tanti rider che non l’ambulanza in caso di bisogno.

C’è poi Roma, la grande capitale, coi suoi problemi di traffico, dei cantieri perennemente aperti, delle sue bellezze.

E, sempre al centro di tutto, questo personaggio che non si può non amare, il commissario Ansaldi, preda delle sue ansie, dei suoi rimorsi.

Riusciranno a sopravvivere anche a questa indagine, gli uomini del Monteverde?

Lo scopriremo alla prossima indagine.. che non arriverà subito, come scrive l’autore, i cinque del Monteverde si prenderanno una pausa, nelle ultime pagine ci vengono lasciati piccoli indizi sul loro futuro.

La scheda del libro sul sito di Salani e il pdf con le prime pagine.

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28 aprile 2024

Il gioco degli opposti, di Francois Morlupi


Superò l’enorme insegna ‘полиция’ che si elevava a un paio di metri dal marciapiede ed entrò nell’edificio alle sette in punto di mattina, rabbrividendo all’idea che ne sarebbe uscito in posizione orizzontale con una temperatura corporea interna inferiore ai trentacinque gradi.

C’è un ragazzo che in una fredda mattina di dicembre, entra dentro uno dei commissariati di Sofia dove chiede di poter parlare con l’ispettore Dimitrov. Ha in mano una chiave USB, con cui deve convincere i poliziotti dell’importanza della sua richiesta, perché è domenica e non hanno voglia di disturbare il collega. Ma in quel video c’è qualcosa di importante che attira la loro attenzione, quel ragazzo ha ragione “è una questione di vita e di morte”. Nel video, chiamato S(1), c’è un uomo legato ad una sedia sotto tortura.

Poco dopo, muore davanti agli occhi sbigottiti dei poliziotti, compreso questo ispettore Dimitrov, auto suicidatosi con una capsula di cianuro.

Chi è l’uomo ripreso nel video? Come mai il ragazzo ha chiesto proprio dell’ispettore Dimitrov, un poliziotto molto conosciuto a Sofia, con diversi scheletri nell’armadio (e una certa nostalgia per gli anni della cortina di ferro)? E, soprattutto, come mai ad un certo punto si fa riferimento ad un certo Ansaldi?

Infine l’uomo incappucciato salutò la telecamera e, bagnandosi le dita col sangue, scrisse sul muro dietro al povero disgraziato: ‘играта започна’.
A Sofia non possono saperlo chi sia il Biagio Maria Ansaldi, capo del commissariato di Monteverde a Roma, e nemmeno possono sapere che, quell’estate, si era occupato assieme ai suoi agenti (i cinque di Monteverde) di una rete criminale responsabile di diversi omicidi rituali, tutti ripresi da video (Formule mortali, la prima indagine dei cinque di Monteverde).

Pensavano di averla sgominata per sempre la struttura che stava dietro quei delitti, ma non era così: quella prima indagine se da una parte aveva contribuito a legare tra loro i membri della squadra, aveva lasciato loro profonde cicatrici, per la perdita di un collega, l’agente Caldara, ucciso da uno dei membri di questa setta, di cui tutti si sentono un po’ responsabili.

Ogni settimana il commissario tornava a trovarlo, ma questa volta aveva una notizia da annunciargli. «Ecco… Buongiorno, Matteo… Come vedi sono passato per dirti che la tua famiglia sta bene…»

A cominciare proprio da Ansaldi, cui questa morte getta un ulteriore peso sulle sue perenni ansie che cerca di combattere, inutilmente, con possenti dosi di farmaci.

Quel primo morto sarà solo il primo di una serie: la mente criminale che sta dietro tutto ha organizzato tutto alla perfezione, ad ogni delitto è associato un video con un nome particolare, S(1), S(2).., con rimandi al prossimo delitto, una vittima da sacrificare (e uccidere dopo lunghe torture raccolte nei video) per portare avanti il suo disegno criminale. Un disegno ampio, una minaccia per tutto il mondo, un progetto che ha bisogno, per essere portato avanti, del sacrificio di piccole pedine, come il ragazzo suicida nel commissariato di Sofia.

Quanti disperati aveva raccolto per strada, mostrando loro la retta via. Nel suo piccolo, aveva dato senso alle loro misere esistenze e di questo gliene sarebbero stati eternamente grati.

Ma qual è il disegno criminale che questo sinistro burattinaio ha in mente? E come mai la Bulgaria?

Purtroppo per le ansie del commissario, i ministeri italiano e bulgaro si sono messi d’accordo per mandare Ansaldi in Bulgaria per portare avanti le indagini in modo coordinato.

«È richiesta la tua presenza e collaborazione nella capitale bulgara…» Il commissario lasciò cadere le penne per terra, come investito da un ictus.

Accompagnato dalle sue medicine (Ciproxin, Discinil, Gaviscon, Imodium, Lorazepam..), da una scorta abbondante di indumenti pesanti, con l’aggiunta di un colbacco perché non si sa mai, e accompagnato dalla vice ispettrice Eugenie Loy, con la morte nel cuore si appresta a partire verso quel paese dove la temperatura è scesa a -20 gradi.
Ma non è solo la temperatura a creare i problemi al primo impatto sul suolo bulgaro: anche l’atteggiamento di Dimitrov (diffidente degli italiani) non aiuta a creare un buon clima nel nuovo gruppo di indagine.

Purtroppo per loro, le morti in diretta video continuano, come gli indizi lasciati ai poliziotti, costringendoli a condividere tutte le informazioni e ad smussare tutte le spigolature. Dimitrov e il suo braccio destro Balakov comprendono come nonostante le apparenze non giochino a favore (il buffo colbacco di Ansaldi e l’atteggiamento freddo della Loy), i due investigatori italiani sanno fare il loro lavoro.

Come un’autentica cosa contro il tempo per fermare gli omicidi, seguiremo l’indagine in presa diretta secondo le diverse angolature: da una parte i poliziotti di Monteverde rimasti a Roma, i due ringo Boys Leoncini e Di Chiara assieme alla nuova arrivata Alerami, che devono cercare una correlazione con l’indagine in Corsica dell’estate passata.
Dall’altra parte l’indagine in Bulgaria seguendo tutte le tracce lasciate dietro ogni delitto, annunciato e fatto seguire ai poliziotto in diretta, con tanto di conto alla rovescia, un rituale macabro a cui i poliziotti sono costretti a giocare.
Per Ansaldi, sarà anche una sfida contro le sue paure, le sue ansie, la sua ricerca di un viatico nelle medicine per prevenire tutti i malanni: purtroppo per lui, anche questa indagine lascerà sulle tracce dei cinque di Monteverde delle cicatrici, non solo in senso metaforico.

Altri pezzi del passato emergeranno dalle storie dei protagonisti e ci aiuteranno a comprendere quale percorso, doloroso, ha portato i protagonisti a diventare quello che sono: le violenze familiari nella famiglia di Ansaldi e un episodio di brutale violenza capitato alla Eugenie fase uno, la ragazza che guardava sorridente al suo futuro.

Tutti avevano personalità rese bizzarre dalle ferite e relative cicatrici subite nell’anima, chi più chi meno. Lei probabilmente era stata meno fortunata degli altri. Tanto meno fortunata

Il gioco degli opposti richiama la lotta tra il bene e il male, le menti criminali che non provano empatia verso il prossimo, considerato solo una pedina per i loro piani, e il bene, persone come Biagio Maria Ansaldi. 
Non si può non amare questo commissario Ansaldi, tutto il contrario di un moderno supereroe, preda delle sue ansie (leggendo le pagine di questo romanzo capiremo meglio la loro origine), ma con una profonda umanità e attaccamento ai suoi uomini, alla sua squadra.
Proprio quel suo essere dannatamente vulnerabile, senza le sue vitamine C, senza le sue gocce di ansiolitico, lo rendono molto più reale e “vicino” al lettore di tanti altri investigatori del mondo letterario.
Vogliategli bene anche voi!

PS: non voglio rivelare troppo del finale del libro (dove ciascuno dei protagonisti è alle prese coi buoni propositi per il nuovo anno), ma non rilassatevi troppo. Il male è ancora là fuori, nel suo folle disegno criminale di ripulire il mondo! Ne sentiremo ancora parlare..

I precedenti romanzi della serie dei cinque di Monteverde in ordine di pubblicazione:

La scheda del libro sul sito di Salani, il link per scaricare il primo capitolo.
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15 aprile 2023

Formule mortali, di Francois Morlupi

 


Sabato

«Cosa ci fa qui? Esca immediatamente o chiamerò la sicurezza!»

L’infermiera era diventata rossa paonazza, incredula dinanzi alla sagoma dell’intrusa. Le due braccia, simili a delle spade affilate, mulinarono più volte verso la ragazza che non osò proferire parola, consapevole di essere in torto marcio.

Per sua fortuna l’estranea era riuscita, con un’occhiata fugace, a sbirciare la lista dei pazienti affissa all’entrata del pronto soccorso. Lui non c’era. Questo stava a significare una cosa sola: era già stato trasferito in reparto.

Nello stesso istante una seconda infermiera, udendo le urla della collega, stava accorrendo per darle man forte; era tempo per l’ospite inatteso di andare via. Alzò la mano per attivare il sensore della porta scorrevole, sgusciò dall’edificio e affrettò il passo verso il reparto di neurologia, senza voltarsi indietro.

Le luci del soffitto all’entrata del padiglione Lancisi vennero assorbite dal suo abbigliamento interamente nero; la donna inghiottì le scale due a due per raggiungere il primo piano.

Formule mortali è la prima indagine dei cinque di Monteverde, il gruppo di agenti agli ordini del commissario Ansaldi che incontriamo subito nelle prime pagine ricoverato in ospedale.
Se, dopo aver letto gli ultimi due capitoli della serie dello scrittore italo francese Francois Morlupi, avessimo delle curiosità sui suoi protagonisti, questo è il libro che spiega tanti perché.
Da dove arrivano le ansie di Biagio Maria Ansaldi, dalla sua non sempre felice adolescenza. Dove ha lavorato prima di ritornare a Roma nel suo quartiere. Come mai la passione per l’arte e in special modo sui quadri, come Nighthawks di Hopper che “aveva un potere di rilassamento totale su di lui”.
Ma ci sono anche gli altri: il duo Leoncini Di Chiara, i “ringo boys” chiamati così perché sempre assieme e perché il primo, William Leoncini, dalla pelle di color scuro ma con degli occhi verdi così magnetici per le donne. L’altro, Marco Di Chiara, appassionato di film coreani, di calcio (“magica Roma”):

“In loro non c’era né sostanza né continuità, e questo Ansaldi lo sapeva. Ma entrambi potevano avere dei lampi di genialità”.

C’è poi l’agente Caldara, che colma il suo non essere proprio un investigatore brillante con la sua tenacia, il cercare di essere sempre di aiuto agli altri.

Dell’ispettrice Virginie Loy sappiamo qualcosa di più dall’ultimo romanzo dell’autore “Nel nero degli abissi”: le cause della sua perenne tristezza a causa di quella corazza che deve indossare ogni giorno per difendersi dal male subito.

La mancanza totale di trucco, i piercing viola appuntiti al naso e una tuta di almeno due taglie più larga, non aiutavano di certo a renderla più femminile. Eppure era nel fiore dell’età, ..

Il cercare di isolarsi dal mondo, per trovare un proprio spazio dove sentirsi al sicuro è un qualcosa che unisce la vice ispettrice e il commissario Ansaldi che è a capo del commissariato di Monteverde da pochi anni, senza aver mai svolto un’indagine importante. Anzi, nessuno del suo gruppo fino a quel momento in cui tutta la storia parte, aveva mai fatto un’indagine così dura.
Un’indagine che ha a che fare con una serie di delitti feroci, bestiali, che avvengono proprio nel suo quartiere (e non solo) e che colpiscono una serie di professori universitari, all’apparenza senza alcun legate tra di loro. Anzi, l’unico legame, almeno in base alla scena del crimine, è un macabro segnale che l’assassino, o gli assassini, ha lasciato. Ma andiamo per ordine

Si accorse di aver calpestato una mano, a cui mancavano tutte le dita. La testa cominciava a girargli, non riusciva a capire cosa stesse succedendo.

A Villa Sciarra, uno dei tanti parchetti di Roma con dietro un pezzo della storia antica della città, un pensionato alle prese con la sua passeggiata mattutina, si imbatte nella prima vittima: si tratta di un uomo il cui busto è stato impalato (su una picca, come se fosse passato Vlad l’impalatore). Le mani della vittima sono state usate per disegnare la celebre formula di Einstein, E = mc².
Non si tratta di un delitto a sangue freddo: chi lo ha fatto, sicuramente più di uno, deve aver pianificato e pensato ogni dettaglio per tempo, la scelta della vittima, il luogo, i dettagli del rituale messo in piedi nel parco, le lunghe torture inflitte a quell’uomo. Che solo poi si scoprirà essere un insegnante di fisica, Franco Valoti, (forse questo il legame con quella formula così famosa?) che, però, non aveva nemici, non aveva avuto screzi con nessuno in particolare.

Appena la notizia diventa di dominio pubblico, sulla testa del commissariato e di Ansaldi e della sua squadra, che ancora non è una squadra, iniziano a calare le prime rogne. Una conferenza stampa dove Ansaldi deve rispondere alle domande, anche morbose, anche inutilmente polemiche, dei giornalisti. Ma non è solo la pressione dall’altro a preoccupare il commissario: i suoi agenti per la prima volta dovranno lavorare ad un caso di omicidio che sicuramente lascerà un segno

Questa indagine avrebbe lasciato degli strascichi in tutti loro, lui ne era consapevole e lo aveva accettato.

Eppure, nonostante la fatica, il dover affrontare un caso difficile e senza appigli a cui aggrapparsi, la squadra agisce bene: Leoncini e Di Chiara si mettono sulle tracce dei pochi testimoni e dell’unico amico della vittima, un altro insegnante di chimica a cui viene in mente uno scontro avuto dal professore di fisica con uno studente.

«Ecco, questo studente, prima di salutarlo, gli aveva chiesto se credesse in Dio e se ammettesse che non tutto è spiegabile tramite la scienza e la fisica in particolare. [..]

Il professore aveva risposto in modo netto

«La scienza ha fatto progressi solo dopo aver eliminato Dio».

Purtroppo non sarà l’unica vittima, e l’unico rituale di morte, su cui i cinque del Monteverde dovranno indagare: in che modo queste bestie feroci, questi diavoli venuti dall’inferno, scelgono le loro vittime? Perché quelle torture, che fanno tornare la mente ai tempi bui della Santa Inquisizione, che fanno pensare ad una pena da scontare? Perché quelle formule, le “formule mortali” che danno il titolo al libro, lasciate come un segnale per qualcuno?
Con una grande tenacia, i cinque del Monteverde scopriranno per la prima volta il piacere di essere poliziotti per davvero, non solo agenti dediti a compiti amministrativi come era successo fino a quel momento.

Rispetto agli ultimi due romanzi della serie, “Come delfini tra pescecani” e “Nel nero degli abissi”, in questo il racconto delle vicende personali dei protagonisti è quasi prevalente sull’indagine in sé, rendendo a volte un po’ pesante la lettura. L’autore voleva sottolineare l’umanità di ognuno del gruppo, quello che ci si deve lasciare alle spalle quando si deve guardare il fondo oscuro dell’abisso, “se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te’”.
Le ansie e la solitudine di Ansaldi e di Loy. I problemi familiari dell’agente Caldara che mal si conciliano con un lavoro che ti costringe ad orari assurdi, anche nel fine settimana.
Anche i due “ringo boys” scopriranno il piacere di lavorare in gruppo, quel piacere che ti fa sopportare tutte le fatiche, anche andando a sacrificare quella parte di vita privata, qualcosa di inconcepibile prima per i due agenti.
Nel libro si toccano anche altri argomenti (oltre a raccontare un rocambolesco viaggio in Corsica, durato ore, una pena per il povero commissario): la zona oscura del web, dove trovano sfogo i peggiori istinti della nostra società, una società dove non ci si può fermare, dove l’ozio è considerato un fallimento.
Una società in bilico tra scienza, raziocinio e un misticismo che va oltre la fede, sfociando nella pazzia, nella malvagità.

I precedenti romanzi della serie sui cinque del Monteverde

Come delfini tra pescecani
Nel nero degli abissi

La scheda del libro sul sito di Salani e il primo capitolo

I link per ordinarlo su Amazon e Ibs


14 gennaio 2023

Nel nero degli abissi François Morlupi


GIORNO OTTO

Mercoledì 17 gennaio

La volante frenò di colpo, si fermò di traverso nel posto riservato ai disabili e solo per pochi centimetri non cadde nel laghetto. Eugénie spense il motore, mentre Alerami controllava la sicura della pistola. Con un’occhiata d’intesa, balzarono fuori dall’auto e partirono in direzioni opposte: Eugénie avrebbe percorso il sentiero pedonale che circondava il laghetto in senso antiorario, Alerami nell’altro.

Ansaldi fu, nemmeno a dirlo, l’ultimo a uscire dalla macchina, sudato e paonazzo. Dovette appoggiarsi un attimo alla portiera per il solito immancabile senso di nausea. Fissò il terreno, respirando a fondo l’aria fresca nella speranza di arginare la sgradevole sensazione. Maledetta Eugénie e la sua guida spericolata. Un giorno le avrebbe strappato la patente con le sue stesse mani, si disse, anche se al pensiero della reazione della sua sottoposta cambiò subito idea. Magari le avrebbe tolto solo qualche punto

Inizia con un salto in avanti nel tempo questo secondo capitolo della serie sui “Cinque del commissariato di Monteverde”, dello scrittore di origini francesi Francois Morlupi.
Una volante che si ferma davanti
al bacino artificiale del parco dell’Eur da cui scendono la vice ispettrice Eugenie Loy, l’agente Alerami e il commissario Ansaldi: devono effettuare un arresto importante per una indagine che li ha impegnati nella settimana più dura della loro carriera da poliziotti.
Un’indagine che è stata anche un’immersione nel nero dell’abisso della mente umana, un abisso profondo che ha concepito una serie di delitti efferati che sconvolgono la tranquillità di un quartiere come Monteverde. E una immersione in tutti i sensi, perché, come leggiamo nell’incipit, l’ansioso commissario Ansaldi, che prima di uscire dall’ufficio misura la temperatura esterna perché non si sa mai, con questo freddo che c’è a Roma, si è tuffato nelle acque del lago e ora, accompagnato dei suoi ricordi di bambino, sta scivolando verso il fondo.

caro maestro di nuoto, io non mi tufferò mai col rischio di inabissarmi in mondi sconosciuti, voglio evitare il nero degli abissi e tutto ciò che ci si nasconde dentro. Rimarrò fermo, immobile, senza tentare di cambiare nulla. Non hai ancora capito che io ho paura della paura stessa?

Quarantaquattro anni dopo, però, Ansaldi aveva infranto la sua regola: si era tuffato senza pensare alle conseguenze. Peccato che avesse dimenticato di non saper nuotare, ma chissà, finalmente il suo insegnante di nuoto sarebbe stato fiero di lui.

Ma come siamo arrivati a questo arresto in pieno giorno? Chi è la persona in fuga nel parco dell’Eur? E come mai questo tuffo nell’acqua, in pieno gennaio?

GIORNO UNO

Mercoledì 10 gennaio

Il commissario Ansaldi si sistemò la cravatta per l’ottava volta, osservandosi lungamente allo specchio. La striscia di tessuto gli sembrava cadere sempre asimmetrica rispetto al torace, magari soltanto di poco, non ottenendo affatto il risultato sperato. La perfezione, ecco cosa avrebbe voluto, ma non ci riusciva mai. In più, al minimo movimento, avvertiva una sgradevole sensazione di soffocamento. Sbuffando controllò l’ora, mancavano sessanta minuti all’appuntamento e non poteva perdere altro tempo. Durante la notte, per fortuna, l’ansia si era eclissata, ma adesso cominciava a risvegliarsi dal torpore. La sentiva, eccome se la sentiva.

Ancora non lo sanno, ma ai Cinque del commissariato di Monteverde, sta per arrivare addosso una doppia rogna che li impegnerà, portandoli al limite delle loro forze, per otto lunghissimi giorni.
Il governo ha deciso che proprio a Roma, da lì ad una settimana, si dovrà tenere un importante incontro dei principali capi di Stato europei: l’annuncio viene dato dal ministro in persona (che Andaldi conosce bene dopo avergli starnutito in faccia) a tutti i commissari di Roma convocati nel palazzo del Viminale: l’evento, chiamato pomposamente Consilium, porterà Roma sotto l’occhio della stampa europea, ci si gioca il prestigio del paese – racconta il ministro ai presente – dunque tutto deve andare per il verso giusto. Nessun incidente, nessun caso che possa attirare la stampa deve capitare nei prossimi giorni.

Un evento come questo fa venire a tutti i dirigenti quanto avvenuto nel G8 di Genova, una delle più brutte pagine della storia della polizia e delle nostre istituzioni. Ma poi, come si fa ad impedire in una città di milioni di abitanti, non avvengano casi di omicidio, di violenza? Si spegne il telecomando?
Ansaldi, l’ansioso commissario di Monteverde, per cui uscire nel freddo di gennaio significa esposti a “raffreddori, influenze se non addirittura polmoniti”, ancora non lo sa, ma un omicidio efferato è appena avvenuto nel suo quartiere.

Il cervello si rifiutava di elaborare ciò che gli occhi registravano davanti a loro. Poi, dopo lunghi istanti, si scosse da quel torpore. Girò su se stesso e corse via più veloce che poté, scavalcando le siepi con poche falcate.

Per la vista del corpo martoriato di Simona il suo diaframma espulse acuti di terrore così potenti da riuscire a coprire quelli di Gloria Gaynor.

Si tratta di una ragazza, di poco più di vent’anni, Simona Cini, studentessa di medicina di giorno e prostituta nel parco di Villa Pamphili la notte. Un giro di prostituzione di cui gli agenti del commissariato non erano a conoscenza, ma non è solo questo a preoccuparli: la ragazza, che coltivava un suo giro di clienti con cui mantenersi agli studi a Roma, è stata uccisa con rabbia, con una ferocia inaudita. L’assassino, o gli assassini, come racconterà poi il medico legale Righi che usa la sua “ironia tagliente” per sopravvivere al male, l’ha prima strangolata e poi colpita all’addome e all’inguine con un coltello tagliente.
Questo omicidio suscita nei Cinque una reazione diversa, per le diverse motivazioni, per il diverso carattere degli stessi: una ulteriore dose di ansia in Ansaldi, che sta vivendo un momento particolare per la cotta presa per una libraia che l’ha persino invitata ad una presentazione. La fredda Eugenie Loy, di cui scopriremo in questo romanzo un altro pezzo del suo passato e del perché del suo atteggiamento verso la vita e i colleghi, si getta nell’indagine senza prendersi alcun momento di pausa. Stessa storia per l’agente Alerami, che in questa indagine trova una stimolo in più, oltre al suo desiderio di fare carriera e di sfuggire così dalla morsa della sua famiglia: la bella agente conosceva la ragazza morta, erano state compagne di classe

Cosa poteva aver spinto Simona a entrare nel giro della prostituzione? Alle superiori, in cinque anni, le aveva mai chiesto se era felice?

E i due Ringo Boys? Ovvero l’agente Di Chiara (il bianco), in perenne ricerca del grande amore, sperando magari di suscitare l’attenzione della collega Alerami e Leoncini (il nero) bello, in forma, capace di attirare gli sguardi delle ragazze con grande invidia del compagno? Anche loro, non proprio due stakanovisti della divisa, si tufferanno nell’indagine dando il loro contributo.

Perché non sarà una indagine semplice: l’assassino, o gli assassini, perché le coltellate sul corpo della ragazza sembrano essere state inflitte da due persone con forza diversa, non hanno lasciate tracce. Tra le relazioni di Simona, la povera ragazza, non viene fuori nessun sospetto. Nessuno spunto nemmeno tra i suoi clienti, semplici persone che in quei momenti di amore mercenario cercavano anche un contatto umano che non erano stati capaci di crearsi nella vita.
Non sarà un’indagine semplice anche perché non sarà il primo delitto efferato di questi assassini, che colpiranno nuovamente, colpendo una vittima che con la prima morta non aveva alcuna relazione e arrivando perfino a sfidare la polizia con una lettera inviata al commissariato

Caro commissariato, a quest’ora avrete scoperto il cadavere della signorina a Villa Pamphili. Bello, vero? Pensiamo di aver eseguito un buon lavoro.

Firmato JTR, cioè Jack The Ripper. Chi è questo assassino? Cosa vuole ottenere? Perché quella firma? È un emulo dello “squartatore” di Londra?
Si stanno avvicinando i giorni del “Consilium” e il fiato sul collo del Questore su Ansaldi cresce ora dopo ora, c’è perfino il rischio che questi casi vengano scippati al Monteverde per passare all’antiterrorismo.
Possibile che questo pazzo non lasci nessuna traccia sulle scene del crimine? Possibile che non esista alcuna relazione tra i delitti?
Questa volta lo spunto per la soluzione del caso, oltre che al lavoro di squadra, dove nessuno vuole mollare il caso, arriverà anche da alcune intuizioni da personaggi a cui non avresti dato credito: un postino “scansafatiche”, un poliziotto del Monteverde addetto al caffè ..

Ansaldi scrutò il colore della bevanda e la sgradevole sensazione di tuffarsi nel nero degli abissi lo abbrancò.

È una frase – questa che riprende il titolo - che leggeremo più volte nel corso del racconto perché ciascuno dei suoi protagonisti ha il suo abisso in cui specchiarsi: il rammarico di una vita in compagnia della sua ansia da uomo solitario; l’abisso del male che si porta dentro (e di cui scopriremo il perché) per la vice ispettrice Loy; la rabbia contro il mondo per l’agente Alerami, che in quella indagine ha anche qualcosa di personale.

Non manca la giusta dose di ironia a rendere meno pesanti le pagine di questo giallo costruito attorno alla ricerca del perché – perché l’assassino ha scelto quelle persone – dove l’autore dedica una buona parte del racconto alle dinamiche interne alla squadra, con un crescendo di tensione che culminerà in quell’azione nel finale, con l’assassino in fuga e il commissario che sprofonda nelle fredde acque del bacino del parco.

Mi sono piaciuti molto gli intermezzi in cui l’autore si sofferma sulla “grande bellezza” di Roma, raccontando alcuni episodi della sua storia: come la storia della campana sperduta, la campana della chiesa barocca di Santa Maria Maggiore, l’unica al mondo a suonare la sera

«Probabilmente è l’unica campana al mondo a suonare a un simile orario. La campana che ha udito si chiama ‘La Sperduta’. Leggenda vuole che nel sedicesimo secolo una pastorella cieca si perse nel quartiere col suo gregge. Per aiutarla a tornare, suonarono le campane della basilica..».

Unica nota che mi sento di fare: caro autore, per cortesia non ripetere troppe volte l’espressione “Ça va sans dire”..

Il primo romanzo sui cinque del commissariato di Monteverde Come delfini tra pescecani

La scheda del libro sul sito di Salani editore e il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 maggio 2021

Come delfini tra pescecani di Francois Morlupi



Mi chiamo Biagio Maria Ansaldi e sono il dirigente del Commissariato di polizia di Monteverde, a Roma. La mia squadra investigativa è una bella squadra, davvero. Una gran bella squadra, non mi posso lamentare. Certo, a essere sincero, non rimarrei sorpreso se qualcuno mi facesse notare che negli altri commissariati della capitale ci considerano strani, da Guinness dei primati. Come dargli torto?

Terzo romanzo dello scrittore (e informatico come me!) di origine francese Francois Morlupi, questo “Come delfini in mezzo tra pescecani” è uno di quei gialli che io chiamo anomali, con dentro tanti buoni spunti che lo distinguono dal resto dei romanzi di genere e qualche peccatuccio di gioventù.

Protagonisti sono gli uomini del commissariato di Monteverde a Roma, che devono investigare su un caso di suicidio, uno di quelli che si avrebbe tanta voglia di archiviare subito per togliersi una rogna di mezzo. Ma le cose non andranno proprio così..

A guidare questa squadra (e la scelta di questo vocabolo non sarà casuale) è il commissario Ansaldi: tanti anni di esperienza alle spalle, una vita dedicata al lavoro e alla cura della sua ansia, quella malattia che ti assale e che impedisce di goderti la vita con tutti i suoi imprevisti, gli alti e i bassi.

Una vita da single, giusto un cane come compagnia, qualcuno ha detto che è un'ottima cura per imparare a dedicarsi a qualcuno e sarà forse vero.

In casa un intero armamentario di medicinali con cui curarsi da quella febbre imminente, quei 36 e 8 che indicano chiaramente un febbrone imminente..

.. Ansioso all’inverosimile, mi rifugio nell’arte per sfuggire alle mie paturnie quotidiane e a un’ipocondria feroce che attanaglia il mio girovita generoso.

Ma anche gli agenti del commissariato sono molto singolari: cominciando dalla vice-ispettrice Eugenie Loy, come il commissario una vita da solitaria, nessun amicizia, nessuna relazione (e una brutta ferita rimasta dentro). Un carattere che definire chiuso è riduttivo ma anche un intuito da vero sbirro e una forte determinazione a seguire la sua pista che la porta anche a disobbedire a qualche ordine.

Ci sono poi i due ringo boys, gli agenti scelti Di Chiara e Leoncini: uno di colore, bello e statuario con una passione per la seconda guerra mondiale, le battaglie, i personaggi, le curiosità. Con una certa perversione per il nazismo..

Di Chiara invece è il classico ragazzo che si crede, in buona fede, bello, attraente, simpatico, la punta della squadra di calcetto. Fino a quando qualcuno non ti fa notare il contrario, a Roma si dice “un bambacione”. Amano così tanto stuzzicarsi i due ringo boys, che per questo devono lavorare sempre assieme.

Infine Alerami, la nuova arrivata: giovane e bella (Di Chiara la considera la sua futura moglie ma lei ancora non lo sa) e anche molto ambiziosa, una di quelle che vuole fare carriera in polizia, ma usando le sue capacità.

Il suicidio del signor Gordi sarebbe uno di quei casi che, in mano a poliziotti poco attenti, finirebbe dritto dentro un fascicolo da archiviare.

Ma è proprio la vice-ispettrice Loy ad accorgersi che c'è qualcosa che non va: sembra tutto troppo perfetto, in quella stanza. C'è poi la vicina di casa, l'unica nel condominio che aveva un buon rapporto con lui, che da l'impressione di non aver voluto raccontare tutto. Certo, Gordi era una persona poco amata dagli altri condomini, ma chi avrebbe potuto avercela con lui?

A qualche giorno di distanza, in un altro commissariato, viene segnalato un nuovo suicidio. Non a Monte Verde, ma nel quartiere di San Basilio e ad occuparsene è un commissario che, con la sua aria e la sua pipa, assomiglia ad un Maigret trascinato nella città del cupolone.

Il morto è un ex giocatore che, anni prima, era una giovane promessa nelle giovanili della Roma: una carriera poi finita male, perché invischiato in una storia di calcio scommesse.

Ma è un nome che fa notizia, tanto da attirare sulla “scena del crimine” niente meno che il signor ministro degli interni: uno di quelli che al Parlamento preferisce le dirette facebook, l'ossessione della sicurezza, specie nei casi a rilevanza mediatica come questo (forse vi ricorda qualche ex ministro?). Il nostro Amaldi, che non segue i social, ha un pessimo rapporto persino con la stampante di casa, non trova di meglio che starnutirgli in faccia, di fronte al codazzo di giornalisti che seguono il ministro della sicurezza...

Il Questore lo copre, di fronte a questa figuraccia, ma gli concede i consueti 2 giorni di tempo, per seguire la sua pista, capire se veramente il primo suicidio è in realtà un omicidio e se esiste qualche relazione col suicidio della meteora del calcio.

Certo, in una città come Roma, succede che la gente muoia, ma due persone a pochi giorni di distanza potrebbe non essere un caso. Specie se tra le due persone esiste una qualche relazione.

E gli uomini del commissariato di Monte Verde vengono sguinzagliati in giro per la città per trovarla questa relazione, questo filo comune che li lega.

Filo che viene fuori, alla fine e che porta ad una squadretta di calcio, il Tor di Quinto, di cui il signor Gordi era presidente negli anni in cui Bombardini, l'ex calciatore, aveva giocato da adolescente prima del salto nella grande squadra.

Il mondo del calcio è come quell'oceano in cui nuotano i pescecani che danno il titolo al libro: i pescecani sono i procuratori che seguono le giovani promesse sperando di trovare quel talento da poi rivendere a prezzo maggiorato alle squadre dei professionisti.

Presidenti che considerano i giocatori della loro squadra non come sportivi, ma come animali da allevamento, da crescere e poi sfruttare, per vendere il loro cartellino al maggior prezzo possibile.

Genitori che inculcano nei loro figli l'ossessione del vincere, del primeggiare a tutti i costi (perché nessuno si ricorda di chi arriva secondo). E giovani ragazzi che crescono credendo che non è vero che l'importante è partecipare. Ma vincere.

In questo mondo è cresciuto quel ragazzo, di cui scopriremo l'identità solo alla fine e di cui leggiamo i capitoli del suo diario che aveva scritto tanti anni prima, aspettando il gran giorno dell'Evento.

Il giorno in cui con la sua squadra avrebbe giocato la partita della sua vita, di fronte ai procuratori e agli osservatori delle squadre importanti.

Ansaldi e i suoi uomini, prendono questa indagine sul serio, nonostante abbiano in mano solo pochi indizi e molte sensazioni: comprendono che per risolvere questo giallo e rispondere ai tanti perché devono tornare indietro nel tempo, scavare nel passato dei due morti negli anni in cui le loro strade si sono incrociate su quel campetto a Tor di Quinto.

Ma non è scritto da nessuna parte che nella battaglia tra delfini, come lo sono i nostri protagonisti, con le loro idiosincrasie e i loro aspetti positivi, debbano soccombere di fronte ai pescecani.

Perché a volte, incredibile ma vero, i delfini possono uscire vittoriosi: anche da uno scontro con i pescecani.

E in questa storia finirà proprio così, una volta tanto i pescecani rimarranno a bocca asciutta.

Quello che ho apprezzato molto in questo romanzo, oltre all'originalità dei protagonisti del romanzo, è il racconto della città in cui vivono.

La colpa del catastrofico degrado della città più bella del mondo era anche dei cittadini che non rispettavano le norme sanitarie, civili e sociali, basilari per una civile convivenza.

Roma, la città del traffico caotico, dell'incuria nel verde, dei lavori in corso e dei cantieri aperti per anni, dei quartieri uno diverso dall'altro, come tante città attaccate l'una all'altra. Ma è la Roma delle meraviglie, dei monumenti che all'improvviso ti si parano davanti, una città in cui si sopravvive ai tanti problemi con l'arma del sarcasmo.

Giusto una piccola osservazione: qualche volta l'autore si è lasciato prendere la mano, nel raccontare alcuni aspetti intimi e personali dei personaggi, passaggi che appesantiscono la lettura.

La scheda del libro sul sito di Salani

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