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16 marzo 2018

Le fake news del “Memoriale” di Morucci - Stefania Limiti

La giornalista Stefania Limiti, che per Chiarelettere ha scritto il saggio "Complici – il patto segreto tra DCe BR", raccoglie in questo articolo tutte le fake news sul memoriale di Morucci

Per molti anni è stata la verità ufficiale, ma oggi sappiamo che su diversi punti il documento firmato dall'ex responsabile logistico del gruppo armato confondono le acque: sul covo-prigione, sui componenti del commando, sulle auto impiegate. Negli anni successivi, i rapporti con il Sisde. Sullo sfondo, una trattativa parallela e oscura
Valerio Morucci si presentò al suo primo incontro con i capi brigatisti, in viale Zara a Milano, a bordo di una Mini Cooper gialla con tetto nero e una ragazza bionda. Era molto elegante: giacca blu con bottoni d’oro, camicia di seta, cravatta, occhiali Ray-Ban. Chiese di entrare nelle Br, ma l’incontro non andò bene perché “sembrava un fascistello sanbabilino”, ha poi scritto Alberto Franceschini che, insieme a Mario Moretti, era arrivato su una Fiat 850 grigio sbiadito e un enorme portabagagli sul tetto. Le cose andarono come è noto: Morucci divenne responsabile logistico delle Brigate rosse e uno degli uomini-chiave dell’operazione Moroche lo ha rivelato alle cronache come il brigatista della mediazione, il “buono” che vuole salvare l’ostaggio, contro il duro e spietato Moretti. La faccenda è un po’ più complessa dello schema che si è impresso nell’immaginario collettivo. Del resto, tutto il caso Moro è diventato un luogo simbolico dove gli eventi sono più rappresentati che raccontati nella loro essenzialità – anche il figlio di Moro, Giovanni, in genere schivo, dice a Ezio Mauro che “la questione non è affatto chiusa, non amo le spy story, ma è ammissione comune che ci siano zone d’ombra, questioni non chiarite, contraddizioni e spiegazioni non ragionevoli”. Perciò la ricerca storico-giudiziaria non è affatto chiusa e due inchieste sono in corso alla Procura di Roma e alla Procura generale. Dopo 40 anni, in effetti, siamo qui a ripercorrere gli eventi, ma ciò che è stampato nelle nostre menti è in gran parte una sceneggiatura, non la verità. Il regista dell’opera di aggiustamento del racconto è stato, nel fronte brigatista, proprio lui, Valerio Morucci che ha sbattuto sul tavolo della grande mediazione il suo Memoriale: 285 pagine – di cui solo 110 dedicate ai particolari del caso Moro – nelle quali l’informazione che convince di più, forse, è il costo complessivo a carico delle Br di tutta l’operazione: 700mila lire, un dato che appare sottolineare il minimalismo e l’approccio militante della sua preparazione.Il Memoriale sembra risolvere il quesito principe, quello della prigione di Moro: in realtà, il brigatista ammette di essere all’oscuro della questione perché non ha mai saputo nulla in modo diretto, per via della rigida compartimentazione, anche se impone la cancellazione di alternative: “Escludo in modo assoluto che Moro sia stato tenuto prigioniero in via Gradoli o nella base di Velletri… o fosse stato portato in luogo coperto da immunità diplomatica o in qualche sede di partito o in qualsiasi altro luogo che fosse estraneo all’organizzazione”. O sa o non sa, in ogni caso la sua versione sulla prigione di via Montalcini diventa verità processuale e poi, diremmo, luogo comune. Sul numero dei partecipanti alla strage di via Fani Morucci nel 1984, data d’inizio della lunga stesura del testo, sostiene che il commando era composto da nove persone, ma nel 1997 ne aggiungerà una decima, Rita Algranati, che prima «aveva dimenticato». Sostiene poi che il commando sparò solo da sinistra, mentre sappiamo, perché ce lo conferma la perizia richiesta dal presidente del processo Moro-quater, che diversi colpi partirono anche dal lato destro della strada. Il particolare è cruciale ma la questione si chiude lì.
 
Morucci descrive poi il percorso fatto dalle auto del commando da via Fani in poi: non dice che fine fanno la Dyane guidata da lui con a bordo Bruno Seghetti e l’autofurgone 850 sul quale viene fatto salire Moro in Piazza Madonna del Cenacolo, dove avviene il primo trasbordo dell’ostaggio. Tutte le altre auto della fuga, dice, vengono riportate e abbandonate in una stessa strada, via Licinio Calvo: che bisogno c’era di riportarle tutte lì? Come se l’assassino tornasse sul luogo del delitto. In realtà, oggi, grazie al lavoro della Commissione Moro 2, è anche noto che le auto della fuga vennero ritrovate a distanza di giorni l’una dalle altre ed è stato anche accertato che la 132 sulla quale venne fatto salire Moro in via Fani fu ritrovata tra le 9,15 3 le 9,23: non è possibile che quell’auto abbia portato l’ostaggio fino a Piazza Madonna del Cenacolo. Sostiene sempre Morucci che il furgone con l’ostaggio va poi verso il parcheggio della Standa di Viale Portuense. Qui il racconto non si incrocia mai con quello degli altri: Moretti dice che alla Standa c’erano Laura Braghetti e Prospero Gallinari; Morucci dice che quest’ultimo si era subito allontanato da via Fani per recarsi verso la prigione; il guazzabuglio assume i contorni di un imbroglio se si considera che Braghetti comincia il suo libro proprio dicendo di essere rimasta a casa ad aspettare il ritorno dei suoi compagni e dell’ostaggio. 
Insomma, il Memoriale, che ha avuto il ‘visto’ del libro intervista di Mario Moretti, è approssimativo e arrangiato, natura descritta in una indimenticabile risposta che Morucci diede alla domanda dell’onorevole Luciano Violante nel 1983, durante una audizione della prima Commissione Moro: “Nella strage di via Fani sono stati impegnati più di dodici brigatisti?”. “Secondo me sì, ma non eccessivamente di più”. Oggi sono stabiliti (Terza Relazione Commissione Moro 2) “l’incongruenza delle ricostruzioni di Morucci su punti non secondari” e il dato che diversi soggetti parteciparono alla costruzione della verità giudiziaria offerta da quel testo: al tavolo c’erano il Sisde, il servizio segreto civile, uomini politici e delle istituzioni, in particolare Remigio Cavedon, personaggio autorevole della Dc, vicedirettore de Il Popolo, e i buoni servigi di una suora tuttofare, Teresilla, un po’ spia e un po’ religiosa, molto legata a Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. Morucci più che testimone ha una più ampia e opaca funzione di consulente di una trattativa che venne sempre nascosta all’opinione pubblica. 
Il brigatista “buono”, che aveva nel portafogli l’indirizzo e il telefono dell’Università Pro Deo diretta dal religioso nonché agente della Cia padre Felix Morlion, dialoga con i Servizi segreti, fornisce loro note critiche su diverse questioni e si pone come punto di riferimento della politica carceraria. Tra il 1986 e il 1987 il rapporto Morucci/Sisde è “continuativo” e il suo parziale disconoscimento della paternità del Memoriale – ha detto di ricordare di averne scritto una parte – appare in effetti verosimile perché le caratteristiche formali e compositive del testo fanno scrivere alla Commissione Moro 2 che si tratta di “un elaborato interno agli apparati di sicurezza”. Il Memoriale ha stabilito la purezza rivoluzionaria dell’azione di via Fani e la responsabilità unica del gruppo brigatista. Perché la Democrazia cristiana si è seduta al tavolo della trattativa? Perché doveva autoassolversi dall’accusa più grave: non aver salvato l’uomo che rappresentava la sua storia e, in quel momento, il suo futuro. La stabilizzazione di una verità parziale è stata funzionale alla chiusura di una stagione. Operazione riuscita fino a oggi ma a caro prezzo: quello di sacrificare la piena comprensione del caso Moro e la consapevolezza delle forze che hanno interferito durante i 55 giorni, determinandone il loro esito tragico.

09 giugno 2017

La cortesia

Intercettato dalla DIA, nel carcere di Ascoli, il capo famiglia di Brancaccio Giuseppe Graviano parla di Berlusconi, dei suoi esordi, del 1994 e di quella cortesia che gli avrebbe fatto: ne parla Giovanni Bianconi oggi sul Corriere

«Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza di… Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni in Sicilia… Lui voleva scendere… Però in quel periodo c’erano i vecchi, e lui mi ha detto ‘ci vorrebbe una bella cosa’». Così parlava il 10 aprile 2016, durante l’ora d’aria nel cortile del carcere di Ascoli Piceno, il boss mafioso Giuseppe Graviano, già condannato per le stragi del 1992 e del 1993, chiacchierando con il detenuto suo compagno di passeggio. E tre mesi prima, il 19 gennaio 2016: «Vuoi sapere la mia osservazione su Berlusconi? Questo ha iniziato, stiamo parlando quando era lui, dal Settanta, ha iniziato con i piedi giusti… ha avuto non dico niente, a fortuna, mettiamoci la fortuna da solo, e si è ritrovato a essere quello che è». Poco dopo Graviano aggiunge: «Quando lui si è ritrovato ad avere… un partito così nel ’94… lui si è ubriacato perché lui dice ma io non posso dividere quello che ho con chi mi ha aiutato, mi sono spiegato?... Pigliò le distanze e ha fatto il traditore». 
Le microspie della DiaI dialoghi sono state intercettati nella prigione dove Graviano sta scontando diversi ergastoli al «41 bis», tra la primavera del 2016 e quella del 2017, e oggi i pubblici ministeri di Palermo Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi hanno depositato le trascrizioni di quei dialoghi al processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia a cavallo delle stragi mafiose. Nei dialoghi registrati dalle microspie della Dia, Graviano — il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio, agli ordini del quale si muoveva il pentito Gaspare Spatuzza che ha rivelato i suoi contatti con Berlusconi e Dell’Utri quando stava nascendo il partito di Forza Italia – secondo gli inquirenti sembra riferirsi proprio all’ex presidente del Consiglio quando dice al detenuto con cui passeggia, il 14 marzo scorso: «Venticinque anni mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano (Graviano fu arrestato a Milano nel gennaio 1994, ndr), tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… dice non lo faccio uscire più, perché sa che io non parlo, perché sa il mio carattere… Perché tu lo sai che io mi sto facendo, mi sono fatto 24 anni, ho la famiglia distrutta e senza soldi… alle buttane (le prostitute, ndr) glieli dà i soldi ogni mese… Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera…».

Anche queste (intercettazioni) finiranno tra le carte del processo sulla trattativa stato mafia (che non è presunta) di Palermo. 
Sono frasi che potrebbero essere interpretati come messaggi del mafioso (come quelli di Riina sempre dal carcere) che si sente deluso dal politico. 
Berlusconi.
Oppure, secondo un'altra interpretazione, sono messaggi inventati, giusto per screditare.

Di certo c'è che c'è ancora abbastanza da scavare su quei mesi tra prima e seconda repubblica. Quando si dovevano rottamare la vecchia classe politica, i vecchi residuati dei servizi, la mafia corleonese che si era permessa di fare la guerra allo Stato e che si era allargata troppo.

Nel suo libro (La strategia dell'inganno Chiarelettere), Stefania Limiti  cita una frase ancora più chiara, di Spatuzza:

un dialogo tra Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Alla domanda di Giuliano: «Ma noi perché abbiamo fatto questi attentati? Per Andreotti o per Berlusconi?»
Siamo a fine 1993 ed inizio 1994, Forza Italia stava nascendo e, sempre nello stesso periodo, la mafia abbandonava il progetto secessionista di Sicilia Libera per appoggiare totalmente i candidati della neonata Forza Italia (almeno così dicono i pentiti).
Bisognava far spazio al nuovo, o almeno a quello che appariva al paese come nuovo.

07 giugno 2017

La strategia dell'inganno – Stefania Limiti


1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia

Compito dello storico è porsi le domande e, se possibile anche trovare le risposte, per cercare di raccontare un periodo della vita di un paese, colmando le zone d'ombra e i vuoti con le sue ricostruzioni.
La nostra storia recente è piena di queste zone d'ombra: gli strateghi dietro le bombe esplose su treni, nelle piazze, nelle banche; i rapporti tra uomini dello Stato (non solo i famosi servizi deviati) e esponenti dell'eversione; il perché di certi depistaggi e delle false piste che sono state disseminate sul percorso delle indagini.
Per arrivare poi a tempi più recenti: le bombe del 1992-1993 a quale vero obiettivo erano destinate? Erano l'attacco della mafia allo Stato dopo il maxiprocesso (e il tradimento della politica) oppure servivano anche ad altro? Magari per ricucire quell'accordo tra stato e antistato che il crollo del Muro di Berlino (e la fine della guerra fredda e dell'anticomunismo, di cui la mafia era alfiere al sud) aveva interrotto?
Oltre alla mafia, le cui responsabilità sono ormai abbastanza chiare dal punto di vista militare, quali altre entità sono state coinvolte in questa stagione di terrorismo e di grande confusione?
Sappiamo che dietro quegli attentati erano presenti anche le altre organizzazioni della criminalità organizzata, come la ndrangheta.
E anche altre organizzazioni (le onnipresenti logge massoniche che al sud si sono dimostrate permeabili alle mafie, l'eversione nera, uomini dei servizi che ufficialmente non esistevano, ..) che hanno suggerito obiettivi, strategie, perfino aiutato gli stragisti.

Se non di sola mafia stiamo parlando, che significato assumono allora le bombe, i delitti politici, la trattativa (o le trattative) stato mafia?
Perché quegli attentati, così eclatanti, così impressionanti (l'attentatuni a Capaci contro Falcone e la sua scorta, quando bastava ucciderlo mentre girava a Roma)?
E come mai, all'improvviso, quelle bombe hanno smesso di scoppiare? L'ultimo attentato di cui parlano i pentiti era pianificato a gennaio 1994, allo stadio Olimpico e doveva colpire il pullman dei carabinieri in servizio. La bomba non esplose, il radiocomando non funzionò e a Spatuzza non fu chiesto di riprovarci.

Poi i suoi capi, i fratelli Graviano furono arrestati. E nel 1994 il paese attraversò definitivamente il guado per approdare alla seconda repubblica, guidato dall'uomo nuovo, l'imprenditore delle TV, Silvio Berlusconi a capo del partito azienda costruito attorno al manager di Publitalia Marcello Dell'Utri.

In pochi mesi eravamo passati dal caos alla nuova stagione del milione di posti di lavoro, con la scomparsa dei vecchi partiti e con la sinistra che ancora una volta perdeva l'appuntamento con le urne (e l'ingresso al governo).

Sandra Limiti ha cercato di dare una sua ricostruzione agli eventi criminali di questa stagione così nevralgica della nostra storia, parlando di “strategia dell'inganno”: siamo stati tutti ingannati da un abile gioco di prestigio avvenuto sotto i nostri occhi: le bombe (quelle in Sicilia e poi quelle in continente, contro obiettivi sconosciuti alla maggior parte degli italiani), i tentativi di golpe (i mercenari che avevano tentato l'assalto alla Rai, il golpe denunciato da Donatella de Rosa, il golpe di cui aveva parlato Ciampi nelle sue memorie, la notte del 27 luglio 1993), gli scandali dei servizi (l'inchiesta dei fondi neri del Sisde e quell'allarme del presidente Scalfaro “ci hanno provato prima con le bombe e poi con gli scandali .. io non ci sto”), i partiti messi sotto scacco dalla magistratura per Tangentopoli, la politica debole che si trova sotto attacco delle speculazioni e della crisi:
.. tutti questi fatti portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura, e disgregando le nostre strutture di intelligence.
Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea.
Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti”.
Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea.Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti”.

Un golpe, dunque: come è avvenuto questo golpe, che ha sottratto il paese ad un destino diverso, libero dalle mafie, con una classe politica libera da ricatti e condizionamenti?
L'autrice ha diviso il suo libro in tre grandi capitoli:

- Prima parte – gli inganni: l'inganno come operazione psicologicaLa deception nella strategia militare
L'assalto alla TV di Stato
La diffusione pilotata di notizie
Il golpe Nardi

- Seconda parte - le deviazioni
Le deviazioni nei servizi segreti
Il caos nei servizi (il parallelo coi mesi del rapimento Moro)
I fondi riservati del Sisde
I reparti speciali del Sismi


- Terza parte – le stragi
Lo stragismo come guerra non convenzionale
Le covert operation
La cronistoria della strategia della tensione tra il 1992 e il 1993
Lo stragismo mafioso
Il gruppo scelto per uccidere Falcone
Le interferenze alla mafia
Gli obiettivi delle stragi sul continente
Cosa nuova
Sliding doors: nuovi equilibri


Prima parte: gli inganni.

In che modo sono siamo stati ingannati, noi cittadini? Quali strumenti sono stati utilizzati e da chi?
Stefania Limiti fa riferimento al padre dell'attuale CIA, James Jesus Angleton, capo della divisione Italia dell'OSS: l'inventore del termine "Deception" nel mondo dello spionaggio.
Ovvero ingannare il nemico e instillare in lui "delle convinzioni errate in grado di indurlo a compiere una serie di azioni utili alla strategia del soggetto attivo".

Come quello che successe ai tempi del rapimento Moro, con l'azione del consulente di Cossiga, Steve Pieczenik, che spinse le BR a ritenere che lo Stato fosse disponibile ad una trattativa.
Tramite la “deception” e le “psycological operations” (le Psyops nate con la direttiva del National Security Council del 19 dicembre 1947) la guerra nei confronti dei paesi nemici non si combatteva più con eserciti e carri armati.
Gli strumenti della guerra erano le operazioni sotto falsa bandiera: attentati e delitti fatti attribuire a soggetti diversi per screditarne l'immagine. Si pensi alle bombe di Ordine Nuovo fatte attribuire agli anarchici.
La strategia della Tensione che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle negli anni '70 è stato un esempio di guerra psicologica: creare terrore, confusione, creare un clima di ostilità nei confronti della sinistra.
Qualcosa di simile è successo anche nel biennio 1992-93: oltre alle stragi e ai delitti politici, ci sono stati anche un tentativo di golpe, l'assalto alla sede Rai romana, e il tentativo di golpe nati all'interno dell'esercito, quello raccontato da Donatella Di Rosa ai magistrati ma anche ai giornali.

Storie strane, storie di personaggi improbabili, in contatto con mercenari, con persone legate a Gladio e ai servizi americani.
Erano mesi caotici quelli del 1993:
Il ricordo di Piero Luigi Vigna, uno dei maggiori protagonisti delle indagini: «In quell’anno non ci sono solo le stragi: scoppia il caso dei fondi neri del Sisde, c’è il tentativo di invasione della stazione radio di Saxa Rubra, c’è l’episodio di un funzionario dei servizi di Genova che mette dell'esplosivo sul rapido Siracusa Torino, c'è il ritrovamento di un ordigno inerte all'interno di una 500 rossa parcheggiata nella centralissima via Sabini”.

Tutti episodi che, messi assieme, fanno pensare ad un tentativo di screditare le istituzioni, destabilizzarle minandone la fiducia delle persone, costrette ad assistere ogni giorno a notizie che la rendono vulnerabile.
E se fossimo stati di fronte ad agenti destabilizzatori, per una guerra allo Stato?
Che sapeva muoversi bene all'interno del mondo dell'esercito, aveva buone amicizie, che però aveva imputato il golpe che denunciava al terrorista nero Gianni Nardi (ucciso nel 1975, si dice in un incidente mascherato dagli uomini dell’Anello).

La seconda parte – le deviazioni

Cosa sono i servizi deviati? Sono comportamenti di organi istituzionali che si allontanano dallo scopo o dai mezzi legittimi del sistema.
Nella seconda parte del libro Stefania Limiti mette in fila tutte le deviazioni emerse nell'ambito dei servizi, come quella emersa nel corso dello scandalo dei fondi neri del Sisde, che fu anche usato come strumento usato per attaccare le istituzioni.
Come negli anni a cavallo tra il 1978 e il 1982, quando vengono eliminati dalla scena politica Aldo Moro e, dopo di lui, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, anche nel 1992-93 i servizi segreti sono accusati di incapacità, impreparazione e inefficienza.
Inefficienti ai tempi del sequestro Moro, quando erano infiltrati dalla P2 e inefficienti anche ora: specie dopo la rivelazione di Gladio
Intorno alla fine di luglio del 1990 – cioè a Guerra fredda finita, almeno sulla carta –, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti decise di mettere in pratica uno dei suoi colpi da maestro, rivelando pubblicamente l’esistenza di una struttura occulta creata nel 1956”.

Era il fango nei confronti dei servizi, di ministri ed ex ministri, fino ad arrivare al presidente Scalfaro.
Proprio quando l’Italia è sotto le bombe della mafia, si registrava una guerra interna tra vecchie volpi come Fulvio Martini a Andreotti, e tra quest'ultimo e quei “gladiatori” che, terminata la guerra fredda, si pensava di liquidare così facilmente.
L'ex ambasciatore Fulci, chiamato proprio da Andreotti al Cesis, scoprì infatti che parte delle telefonate di rivendicazione dei delitti eccellenti a nome della sigla Falange Armata provenivano da luoghi dove erano state localizzate le sedi periferiche del Sismi:
Fulci disse di essersi convinto che la Falange armata faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behind”.

Forse anche l'exploit della Lega nord di Bossi potrebbe essere riconducile a questa guerra, scrive la giornalista, citando la storia di Gianmario Ferramonti:
Ferramonti entra in scena quando la politica italiana cerca di rinnovarsi, nell’immediatezza di Tangentopoli. Raccontò di aver iniziato a occuparsi di politica 86 agli inizi del 1991, affiancando Umberto Bossi”.

Terza parte – le stragi

Anche lo stragismo fa parte, come l'inganno, come le operazioni psicologiche, come le deviazioni dei servizi, delle armi delle guerre non convenzionali.
Come quella combattuta contro le istituzioni, anche da parte di esponenti delle istituzioni, tra il 1992 – 1993.
Le covert actions, “il lato più sporco del lavoro delle agenzie di intelligence”, sono state usate dalle bande neofasciste italiane (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) o i Contras in Nicaragua, o le squadre impiegate nella famigerata operazione Mangusta contro la Cuba di Fidel Castro, o, ancora, i mujaheddin in Afghanistan.

Operazioni sporche col compito di creare terrore, come quelle avvenute in Italia e riassunte nel libro al capitolo : Cronistoria della strategia della tensione attuata in Italia tra il 1992 e il 1993.
Dalla bomba sui binari Brindisi Lecce che poteva causare una strage, il 5 gennaio 1992, fino al mancato attentato del gennaio 1994 allo stadio Olimpico.
Aggiungendo anche i delitti della banda Uno Bianca (una sorta di strategia della tensione specifica nelle province rosse della Romagna) e gli attentati di Unabomber.

Lo stragismo mafioso

Anche la mafia ha fatto uso, nel corso della sua storia criminale, delle bombe e del terrorismo: in particolare, degli attentati di Capaci, di via D'Amelio e delle altre bombe, ad aver parlato sono stati solo i soldati semplici come Spatuzza: i boss come Brusca hanno riferito solo degli scontri all' interno dell'organizzazione quando, dopo l'arresto di Riina, si creò una frattura tra l'ala che voleva continuare con le bombe (Bagarella) e quelli che volevano riaprire una trattativa come Provenzano.
Provenzano, dopo il fallimento della prima parte della strategia stragista, si sarebbe mosso con cautela, lungo un binario comodo, magari cercando un nuovo Salvo Lima per gli anni a venire. Gli altri, invece, erano animati da uno spericolato protagonismo.”

I due gruppi trovarono una mediazione che consisteva nel fare le stragi fuori dalla Sicilia.
Ma sul come vennero scelti gli obiettivi, sulle presenze esterne a cosa nostra (come l'uomo dei servizi di cui parla Spatuzza, per via D'Amelio, come la donna che avrebbe partecipato alle stragi di Firenze e Milano), nessuna risposta.
Come anche nessuna risposta ai perché degli attentati a Falcone e Borsellino: Falcone doveva essere ucciso perché aveva capito che la mafia si stava muovendo su nuovi terreni, come le aziende quotate in Borsa, come i soldi che da Palermo finivano a Milano?
Certamente Falcone e Borsellino «avevano ben presente la filiera che partiva da Palermo e arrivava a Milano, compreso lo stalliere di Arcore», 14 le vie del riciclaggio dei proventi mafiosi attraverso la Svizzera e i servigi dell’industriale Oliviero Tognoli”.

Perché Riina richiamò da Roma il commando che doveva uccidere Falcone, dicendo «Sospendete tutto, ci sono cose più grosse da fare giù»?

E perché la seconda bomba a Borsellino dopo 55 giorni?
Cosa nostra avrebbe dovuto sapere che in quel caso lo stato avrebbe dovuto rispondere.

Se mettiamo assieme quanto ha affermato il magistrato della DNA Gabriele Chelazzi che la nota della Dia, si capisce come per arrivare alle risposte a queste domande si deve alzare il livello con cui si osservano i fatti.
Gli analisti della Dia infatti scrivono:
Subito dopo la strage di via D’Amelio la Dia aveva prospettato l’ipotesi che Cosa nostra fosse divenuta compartecipe di un progetto disegnato e gestito insieme a un potere criminale diverso e più articolato.”

Chi ha influenzato le scelte di Cosa nostra?
Chi erano gli agenti che sono entrati nel carcere di Sutton per prendere contatto col boss Di Carlo, che li ha dirottati su Gioè?
Perché il depistaggio del finto pentito Scarantino?
Anche qui sembra scorgere la presenza di agenti d’influenza e dai destabilizzatori come Nino Lo Giudice, il Nano: l'interesse convergente della mafia e di queste altre entità era quello di attaccare la legittimità dello Stato, creare sfiducia nelle istituzioni, nei partiti tradizionali, creare l'aspettativa nelle persone che serviva un uomo nuovo per aprire una nuova fase politica nel paese.

Una nuova fase in cui anche i mafiosi avevano ricevuto delle quelle garanzie con cui Graviano cerca di tranquillizzare Spatuzza:
Mi menziona nello specifico la persona di Berlusconi, mi dice che in mezzo c’è anche un nostro compaesano, Dell’Utri. L’attentato contro i carabinieri si deve fare, mi dice, perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia”.

Cosa nuova e sliding doors

Nel 1991 era caduto il muro di Berlino, ufficialmente finiva anche la guerra fredda tra i due blocchi e la mafia perdeva dunque la sua funziona di argine al comunismo nel sud del paese.
Funzione che aveva fatto tollerare il suo controllo del territorio, le sue morti, il traffico di droga.

Ma ora, serviva un cambiamento, sia nella classe politica che anche dentro cosa nostra: Stefania Limiti parte da questo per introdurre “cosa nuova”, nata durante un incontro allargato tenuto al santuario della Madonna di Polsi il 28 settembre 1991:
una superstruttura che comprendeva le due organizzazioni: la cosiddetta Cosa nuova. Si trattava di una sorta di organizzazione mafiosa di vertice che ricomprendeva sia gli elementi di spessore e di peso di Cosa nostra che quelli della ’ndrangheta”.

Per questo serviva spazzar via i vecchi referenti, come Andreotti ad esempio, la cui corsa al Quirinale fu bruciata dall'attentato a Falcone.

E' stato Berlusconi ad aver riempito questo buco, nei riferimenti politici della mafia?
Non esistono le prove, tutte le inchieste sui mandanti a volto coperto sulle stragi si sono fermate prima di andare a processo.
Ci sono le parole di Spatuzza: «Giuseppe Graviano mi disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri la mafia “aveva il paese nelle mani”, loro erano i nostri interlocutori».

E ci sono anche le parole del pentito più politico della mafia, Giuffrè: Non è che la mafia sale su un carro qualunque. Scegliemmo di appoggiare Forza Italia perché avevamo avuto delle garanzie».

C'erano le spinte indipendentiste, il progetto del partito Sicilia Libera (legato a Bagarella) che viene chiuso proprio nel 1994, con la discesa in campo.
E ci sono le bombe che, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico, smettono di esplodere.

Sono i mesi dei tentativi di golpe, degli scandali, dei partiti messi sotto processo, del black out di Palazzo Chigi, delle rivendicazioni della Falange Armata, e dove gli investigatori scrivono nelle loro relazioni del
«progetto di condizionare il rinnovamento politico e istituzionale del nostro paese e il pactum sceleris stretto da Cosa nostra con centri di potere politici, occulti e illegali».

Così è nata la Seconda Repubblica: nata da tanti misteri, tanti ricatti, grandi tensioni istituzionali. Un caos che, ancora una volta, cercava di destabilizzare il sistema con l'obiettivo di stabilizzarlo verso lidi più opportuni.

La strategia dell'inganno aveva funzionato!


Altri posti dedicati al libro di Stefania Limiti


La scheda del libro sul sito di Chiarelettere

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 giugno 2017

Quando la mafia scoprì l'arte – da La strategia dell'inganno (Stefania Limiti)

Quello che rimase della torre dei Pulci, in via dei Georgofili

Le stragi di Capaci e via D'Amelio.
I delitti politici come quelli di Salvo Lima e Ignazio Salvo. E quelli minacciati ad altri esponenti ritenuti dalla mafia traditori, come il ministro Calogero Mannino.
I tentativi di golpe che riempivano le pagine dei giornali (anziché le piazze di carri armati) come l'assalto alla sede Rai di Saxa Rubra e il famoso golpe raccontato da Donatella de Rosa.
I partiti in crisi dalla fine dei vecchi equilibri (come il crollo del Muro e la fine della guerra fredda) e per le inchieste di Milano.
E, ancora, lo scandalo dei fondi neri del Sisde, il black out di Palazzo Chigi, la crisi economica...

Stefania Limiti racconta questi episodi nel suo libro “La strategia dell’inganno” (Chiarelettere editore): le autobombe, gli attentati, i delitti, il sangue,mettendoli uno in fila all'altro e legandoli assieme in una sola strategia di guerra non convenzionale.
Una guerra psicologica, come le “PsyOps”, le operazioni di guerra psicologica che tendevano a confondere l'avversario, per condizionarne l'azione. Una strategia nata dalla direttiva del National Security Council del 19 dicembre 1947.
Cosa è successo allora in Italia tra il 1992 e il 1993? Un periodo nero della nostra storia, la fine della prima Repubblica, vecchi partiti che spariscono e nuovi partiti che si affacciano sulla scena politica.

L'autrice, dedica un intero capitolo alle bombe mafiose, quelle per cui Spatuzza (il pentito che si autoaccusò della bomba contro Borsellino) disse: “Siamo andati in un terreno che non ci appartiene, quei morti non ci appartengono.”

Dopo le bombe contro i due magistrati Falcone Borsellino, la strategia della guerra della mafia allo Stato seguì una strada diversa. Non più solo omicidi mirati, ma atti di terrorismo contro luoghi d'arte.
Luoghi sicuramente ignoti a Bagarella e Brusca che, dopo la cattura di Riina nel gennaio 1993, presero in mano le redini di cosa nostra.
Perché quella scelta?
Chi indicò quei luoghi ai mafiosi?
E chi, materialmente piazzò gli ordigni?

Dal sito Antimafiaduemila, un brano del capitolo:
Strage Georgofili; e la mafia si scoprì esperta d'arte e cultura
27 maggio 1993, Firenze, via dei Georgofili, ore 1.02La potenza di fuoco degli stragisti proruppe nel mese più dolce dell’anno. Un furgone imbottito di esplosivo saltò in aria nel cuore della notte tra il 26 e il 27 maggio in una magnifica via di Firenze. Non colpì un nemico in carne e ossa, un giudice, un giornalista o un politico “traditore”: stavolta la cupola palermitana puntava a ferire il paese intero. “Non si va a Firenze così, non si va a Firenze per caso!” griderà il pm Alessandro Crini al processo per le stragi sul continente. Vero. Perché fu scelto il capoluogo toscano? Una risposta secca non c’è.Sappiamo che verso la fine del 1992 venne costituito un gruppo di fuoco, Riina decise di “tornare a stuzzicare lo Stato”, come ha raccontato Brusca, con un gesto dimostrativo: il collocamento di una bomba a mano agli Uffizi. “Poi in realtà l’azione la fece Santo Mazzei – ha spiegato – e mise un proiettile d’artiglieria a Boboli”, negli splendidi giardini meta di turisti e bambini. Tra i progetti dei quali discusse anche Brusca c’era quello di lanciare una serie di messaggi intimidatori (come le siringhe infette e le merendine avvelenate), “ma senza che ci fossero vittime: l’idea era di telefonare prima all’Ansa e avvertire tutti. Nel caso della bomba a mano, nella telefonata si doveva far riferimento a Pianosa e all’Asinara, così avrebbero capito che il messaggio veniva da noi e chi era dietro a Bellini l’avrebbe rimandato a cercare di fermarci”. Nell’autunno, quando venne messo il proiettile a Boboli, andò tutto storto: Mazzei, un malavitoso che era stato a lungo in carcere con Bagarella e che non era ancora “combinato” – solo nell’agosto del 1992 sarebbe entrato a far parte della mafia secondo i riti tradizionali –, era troppo concitato al telefono, parlava in dialetto siciliano molto stretto, il centralinista non capì una parola e riattaccò.Il proiettile fu ritrovato un mese dopo e agli inquirenti ci volle un po’ per riavvolgere il nastro e dipanare la matassa. Il messaggio d’allarme non scattò.Secondo Brusca era stato lo stesso Bellini a dare loro le idee sul tipo di azioni da compiere: Voleva farci rubare anche un’opera di enorme valore agli Uffizi, un quadretto piccolo che si poteva mettere sotto la giacca. Siccome non riuscivamo a trovare opere d’arte da scambiare con lo Stato, avevamo pensato di rubarne una. E fu sempre Bellini a spingerci verso Firenze e la Toscana per compiere questi gesti. In quel periodo c’era Spadolini presidente [del Senato, nda] e per Bellini era una persona molto sensibile a queste cose, avrebbe scatenato la guerra se succedevano fatti del genere. E un critico come Sgarbi avrebbe fatto la guerra allo Stato che non proteggeva i suoi beni.Sempre a Bellini, ha ricordato Brusca, sarebbe da ricondurre il progetto di un attentato alla Torre di Pisa: “Ma anche in quel caso doveva essere un atto dimostrativo. Pensavamo di mandare sulla torre qualcuno con dieci-quindici chili di esplosivo in uno zaino, poi avvertire giornalisti e forze dell’ordine per far allontanare tutti e farlo esplodere con un comando a distanza. Immaginate la figura che ci avrebbe fatto lo Stato?”.Di quella trattativa apparentemente non resta niente. Ma Gioè è morto e non sappiamo che fili si siano snodati. Appena si rese conto della fregatura, Giovanni Brusca, spinto dal suo pragmatismo, cercò il consenso di Riina per fare una minitrattativa, del tutto privata: aveva pensato di far rubare qualche quadro di valore in Sicilia per contrattare la libertà del vecchio Bernardo, suo padre. Bellini, che sosteneva di poter contare sull’appoggio di un generale dei carabinieri, offrì la concessione degli arresti ospedalieri al padre di Brusca in una struttura militare di Pisa, ma alla fine Giovanni non accettò. Non è facile stabilire se la vicenda sia una spia dell’arroganza di Cosa nostra che vuole trattare con lo Stato da pari a pari o, al contrario, dello sbandamento allucinato dei boss siciliani.Restano vere le parole del magistrato Crini: “Non si va a Firenze così!”. Una volta GiovanniBrusca, era il 1995, chiese a Matteo Messina Denaro in che modo avessero individuato gli obiettivi delle stragi e lui rispose che li avevano individuati “tramite le guide turistiche”. Brusca aveva quella curiosità perché non aveva mai sentito parlare, prima che si facesse da parte, di Georgofili o attentati simili, e si sentì rispondere proprio così: “Abbiamo deciso così e abbiamo individuato gli obiettivi tramite le guide turistiche, i dépliant”. Anche Gaspare Spatuzza ricorda i dépliant: a Santa Flavia c’erano Graviano, Francesco Tagliavia, Messina Denaro, Francesco Giuliano, Giuseppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, il fido luogotenente di Graviano che lo avvertì dell’incontro. Spatuzza entrò nella villa dalla porta secondaria, Graviano gli disse che dovevano fare un attentato.Sul tavolo c’erano libri e figure di monumenti, fotografie, ma loro avevano già fatto dei sopralluoghi. Cioè Lo Nigro, Graviano, Tagliavia e Messina Denaro già erano stati lì.”Spatuzza racconta quel che vide. Ammette che “lui era solo un soldato, loro erano i capi”. Non prese parte alla nascita di un’idea. Dice solo che quelli sapevano già dove piazzare le bombe, ma non sa come abbiano deciso o chi glielo abbia suggerito.

Altri posti dedicati al libro di Stefania Limiti

03 giugno 2017

La cronistoria della strategia delle tensione tra il 1992 e il 1993

Stefania Limiti è una giornalista del Fatto Quotidiano, per Chiarelettere ha pubblicato diversi saggi della nostra storia contemporanea, che affrontano il tema dell'eversione, dei servizi segreti deviati e della strategia della tensione.
Il suo obiettivo è la ricostruzione di pezzi ancora oscuri della nostra storia attraverso la lettura delle sentenze giudiziarie e interviste ai protagonisti.

L'ultimo suo libro, “La strategia dell'inganno” prova a rileggere tutti gli episodi di sangue, le stragi e i tentativi di strage, delitti eccellenti e tentativi di golpe, secondo una chiave di lettura nuova.


Le bombe di Capaci e via D'Amelio, i delitti della Uno Bianca, i tentativi di golpe e i golpe annunciati a mezzo stampa (vi ricordate ancora la storia di Lady Golpe, al secolo Donatella Di Rosa? E del tentato golpe a Saxa Rubra) sono tutti episodi di una guerra psicologica avvenuta in Italia in un periodo particolarmente nevralgico e delicato della nostra storia.
La caduta del muro di Berlino, le inchieste di Milano, la sentenza della Cassazione sul maxi Processo di Palermo alla mafia, indicavano la necessità di ricercare nuovi equilibri politici che, secondo lo spirito gattopardesco che tante volte aveva contraddistinto le rivoluzioni in Italia, facesse cambiare tutto per non cambiare niente.
L'alleanza atlantica e la rivelazione dei segreti nei cassetti, specie quelli che riguardavano le stragi degli anni '70.
Un nuovo patto con la mafia (o le mafie) al sud.
Una pensione senza troppi scossoni per gli ex gladiatori, la cui esistenza era stata rivelata (ma senza entrare troppo nei dettagli e mentendo sulle date) ad ottobre 1990 dal presidente del Consiglio Andreotti.

Fantastoria? Complottismo?
Può darsi.
Prima di procedere con una analisi più approfondita del come (come è stata attuata la guerra psicologica in Italia), del chi (chi ha messo le bombe, chi ha creato gli allarmi), in un capitolo del libro Stefania Limiti raccoglie tutta la cronistoria di fatti criminali avvenuta in quei due anni.

Il 5 gennaio 1992 viene collocato un ordigno lungo la ferrovia Brindisi Lecce: la strage è evitata perché il treno viaggia con qualche minuto di ritardo.
IL 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma le sentenze di ergastolo per i boss di cosa nostra: Riina manda un suo commando di killer a Roma per cercare di uccidere Falcone, Maurizio Costanzo, Andrea Barbato e Claudio Martelli. L'operazione viene interrotta, c'è qualcosa di più urgente da fare in Sicilia.
Oltre ai nomi sopra, Riina progetta anche gli omicidi di politici colpevoli di non aver rispettato i patti: Andreotti, Mannino, Salvo Andò. E pure Antonio di Pietro e il capitano Ultimo.
Il 12 marzo 1992 viene ucciso l'eurodeputato Dc Salvo Lima.
Il 23 maggio 1992 si consuma la strage di Capaci.
Il 19 luglio 1992 quella di via D'Amelio.
Il 17 novembre 1992 viene ucciso Ignazio Salvo, l'imprenditore legato a cosa nostra.

Alla fine del 1992, sul pavimento di un museo di Firenze viene versata della benzina che per fortuna non prende fuoco. Il racconto è del pentito Gioacchino La Barbera, che lo aveva appreso dal mafioso Santo Mazzei, mafioso a disposizione dei corleonesi e autore dell'atto.
Il 5 novembre a Firenze un giardiniere di Boboli trova un sacchetto dell'immondizia all'apparenza vuoto. Quando lo apre trova dentro una bomba da mortaio da 45 mm, un vecchio residuato bellico.
Era stata lasciata lì proprio da Santo Mazzei, che aveva fatto una rivendicazione all'Ansa, parlando in un dialetto siciliano così stretto che il centralinista non aveva capito nulla.
Una bomba vera e propria, nascosta in un'automobile, scoppia il 14 maggio 1993 in via Fauro, nel quartiere Parioli a Roma. Doveva colpire la mercedes di Maurizio Costanzo che, per fortuna, si salva. Muore per lo spavento della deflagrazione, una donna di settant'anni, 23 persone rimangono ferite.
Nella notte tra il 26 e il 27 maggio, a Firenze in via dei Georgofili, esplode una bomba che uccide perosne e causa il ferimento di altre quarantotto, oltre ad ingenti danni di inestimabile valore.
Spunta la sigla della Falange Armata che rivendica l'attentato col codice identificativo 763321, lo stesos utilizzato a Capaci e in via D'Amelio.
Il 2 giugno 1993 viene scoperta un'autobomba in via Sabini, a cento metri da Palazzo Chigi: non c'è l'innesco è solo dimostrativa.
Nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 scoppiano questa volta veramente tre bombe nel giro di 54 minuti.
La prima alle 23.14 in via Palestro, provocando cinque vittime, tre vigili del fuoco, un vigile e un immigrato che dormiva su una panchina.
A mezzanotte e tre minuti, a Roma esplodono due bombe: la prima in San Giovanni al Laterano, la seconda, mentre le forze dell'ordine si dirigono nella zona, in San Giorgio al Velabro.
Quella notte Palazzo Chigi resta isolato a causa di un black-out telematico: il presidente del Consiglio Ciampi è costretto ad usare il suo cellulare privato.
Nel suo discorso per la commemorazione della strage alla stazione di Bologna (a cui non doveva partecipare), Ciampi pronuncia un discorso nel quale fa espliciti riferimenti alla Loggia P2.
Il 29 luglio una nota del Sismi da atto che in via confidenziale, tra il 15 e il 20 agosto successivi, avrebbe avuto luogo un attentato contro una personalità di rilievo, Giorgio Napolitano o Giovanni Spadolini. La magistratura verrà a saperlo solo dopo 10 anni.
Il 30 luglio viene ritrovato un ordigno accanto al carcere militare di Forte Boccea, dove è detenuto Bruno Contrada, numero tre del Sisde, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Gli artificieri riescono a disinnescare la bomba un quarto d'ora prima dello scoppio.
Il 18 settembre un'autobomba esplode davanti la caserma dei carabinieri di Gravina di Catania: quattro militari rimangono feriti.
Un ordigno composto da una miscela di pentrite esplode tra il 21 e il 22 ottobre sul davanzale della finestra del Palazzo di Giustizia di Padova, provocando danni ma non vittime.

Il 27 gennaio del 1994 è fissato un altro attentato contro i carabinieri: un'autobomba posteggiata in via dei Gladiatori, vicino allo stadio Olimpico. L'innesco non funziona e inspiegabilmente gli stragisti decidono di non riprovarci.
Il 14 ottobre arriva a Roma il nuovo ambasciatore americano Reginald Bartholomew: doveva essere destinato a Tel Aviv, ma viene dirottato d'urgenza in Italia. Gli spiegano che “data la situazione, a Roma ci serve proprio uno come lei, un diplomatico di carriera, un professionista col suo cv”.
Lui racconta: “il sistema italiano stava mutando rapidamente e c'era molta incertezza. Avevo ricevuto un mandato preciso: fare in modo che si potesse attraversare quella fase così difficile con meno danni possibili e uscendone con le relazioni Italia-USA e Italia-Nato ancora intatte”.

Nei primi giorni di novembre si svolgono le esercitazioni di difesa da ipotetiche guerre civili, chiamate Ditex Superga Sette, nella zona della regione militare nord ovest di Torino.
La notizia suscita allarme sulla stampa ma gli ambienti militari sostengono che si tratta di operazioni periodiche e fatte sulla carta.
Il 18 gennaio 1994 l'obiettivo sono ancora i carabinieri: in un agguato a Scilla, in Calabria perdono la vita due carabinieri (Antonino Fava e Vincenzo Garofalo).
Il 24 gennaio viene sventato un attentato contro il procuratore della Repubblica di Trapani, Luca Pistorelli, titolare delle inchieste su Gladio e massoneria. Pistorelli lascerà quasi subito la Sicilia per passare ad altro incarico.
All'elenco vanno aggiunti i delitti della Uno Bianca: tra il 1987 e il 1994 hanno causato 24 morti, 102 feriti in 103 azioni criminali e 91 rapine.

E gli attentati di Unabomber: un bombarolo seriale rimasto sconosciuto, autore di ordigni lasciati in luoghi pubblici che provocarono lesioni e menomazioni alle sue vittime.

02 giugno 2017

Proteggere la Repubblica da se stessa



E' il giorno della Festa della Repubblica, che oggi viene celebrata dalle sfilate di militari e civili a Roma: soldati, marinai, avieri e anche carabinieri, finanzieri, poliziotti e perfino le crocerossine. Pure loro a sfilare in modo marziale, petto in fuori.
La Repubblica, le istituzioni devono molto a queste persone: la nostra sicurezza, la nostra protezione e nelle loro mani, nella professionalità, nell'impegno e nel coraggio di queste persone.
Ma la Repubblica è anche qualcosa di molto più ampio.
La nostra è una Repubblica findata sul lavoro, sul nostro lavoro quotidiano, sul nostro impegno quotidiano nel rendere le istituzioni e il paese migliori.

Ma è bene che, anche oggi che è la nostra festa (non solo quella dei militari e delle forze dell'ordine) ricordarci quanto siano fragili queste istituzioni, le strutture su cui si poggia la Repubblica italiana.
Siamo così bombardati da notizie contro nemici esterni, terroristi nascosti che magari arrivano in mezzo ai disperati che sbarcano coi barconi da dimenticarci come spesso i veri nemici si siano annidati all'interno delle stesse istituzioni.
Abbiamo appena archiviato le cebrazioni dei 25 anni dalla strage di Capaci con grande sfoggio di retorico ma ancora una volta senza riuscire a dare risposta ai tanti dubbi rimasti su quelle stragi del 1992-1993.
Fu solo mafia?
Chi indicò quegli obiettivi (Il Pac a Milano, la Torre dei Georgofili a Firenze tra gli altri) ai mafiosi?
Che ne è stato della pista che partendo dalle telefonate di rivendicazione di stragi e omicidi eccellenti tra il 1991 e il 1992, la Falange Armata, arrivava fino alle sedi periferiche del Sismi e Gladio?
E il pizzino ritrovate attorno al cratere di Capaci, con un numero che risale ad una società del Sisde (lo stesso Sisde di Contrada, condannato poi per concorso esterno in mafia)?

Troppe volte i nemici di questa democrazia si sono rivelati personaggi appartenenti allo Stato italiano o con forti coperture da uomini dello Stato.
Pensiamo anche alle stragi degli anni 70, ai depistaggi operati dal Sid e da altri uffici di servizi del Viminale, che spostarono l'attenzione sulla sinistra e sugli anarchici quando le bombe erano state messe da neo fascisti. Poi esfiltrati dal paese grazie ai servizi stessi.
Depistaggi, operazioni sotto falsa bandiera, terrorismo, destabilizzazione per creare caos nel paese. Al fine di stabilizzare il sistema politico: "tutto era finalizzato a impedire che i nostri equilibri politici si evolvessero in direzione di una maggiore e più compiuta democrazia" scriveva lo storico dei servizi Giuseppe de Lutiis nel suo libro "I servizi segreti in Italia".

Piazza Fontana, piazza della Loggia, il rapimento Moro .. Ma concentriamoci solo sui fatti avvenuti nel biennio 1992 e 1993, molto più vicini al nostro presente e le cui ombre ancora pesano sul nostro presente.
Sono gli anni delle bombe di Capaci e via D'Amelio.
E prima ancora dei delitti (senza un chiaro perché) della Uno Bianca.
Rivenditati da quella misteriosa sigla Falange Armata.
Mesi in cui la classe politica e gli stessi equilibri che fino a quel momento erano rimasti quasi immutati vanno in crisi per le stragi di mafia, per l'inchiesta di Mani  Pulite. La trattativa stato mafia e poi il passaggio tra prima e seconda Repubblica.
In mezzo altri episodi oggi dimenticati che però, riletti ora e messi accanto agli altri fanno paura:

Il caos era davvero tanto in quelle giornate. Nelle redazioni dei giornali si pensava che le diverse piste, quella rivelata da Donatella Di Rosa e l’altra – l’assalto alla televisione di Stato [..]
Il ricordo di Piero Luigi Vigna, uno dei maggiori protagonisti delle indagini: «In quell’anno non ci sono solo le stragi: scoppia il caso dei fondi neri del Sisde, c’è il tentativo di invasione della stazione radio di Saxa Rubra, c’è l’episodio di un funzionario dei servizi di Genova che mette dell'esplosivo sul rapido Siracusa Torino, c'è il ritrovamento di un ordigno inerte all'interno di una 500 rossa parcheggiata nella centralissima via dei Sabini a Roma (che non si è mai riusciti a capire chi abbia collocato lì).Ancora, il black-out a Palazzo Chigi in occasione delle stragi del 27 e 28 luglio: il presidente del Consiglio Ciampi, che sentimmo come testimone, disse che era al telefono quando sentì uno scoppio, dopodiché si interruppero le comunicazioni; salì in macchina e andò a Palazzo Chigi, dove i fu una prima ispezione. Un'indagine condotta dal gestore dei servizi parlò di un sovraccarico, noi facemmo fare una nuova perizia affidandola a più periti, ma non venne fuori nulla di oscuro; fu un black out per un sovraccarico di telefonate .. Non è facile trovare un anno in cui si assommano fatti quali l'autobomba trovata in via dei Sabini a Roma e l'esplosivo sul treno Roma- Napoli [sic] da questo funzionario dei servizi di Genova. Sul perché di tali fatti non riesco a rispondere».
La strategia dell'inganno, Stefania Limiti - Chiarelettere
Notizie di golpe, scandali, attentati: ogni volta i nostri servizi sempre più impreparati (come anche in altri momenti della nostra storia, ad esempio nei mesi del rapimento di Aldo Moro).

Per quanti ancora hanno voglia di studiare la storia senza fermarsi alla forma dell'acqua (abbiamo sconfitto la mafia, non c'è stata nessuna trattativa, le istituzioni hanno retto), l'insegnamento è questo: tenere viva la democrazia, tenere in piedi le istituzioni ha un costo che va sostenuto ogni giorno.
La democrazia (e la nostra sicurezza) si tengono vive chiedendo e pretendendo trasparenza, aria nelle stanze del potere, la fine dei rapporti opachi con le mafie.
Le sfilate degli uomini e donne in divisa verranno poi, ma non bastano.


Per quanti hanno voglia di approfondire la storia (su cui c'è ancora molto da scoprire) degli anni tra prima e seconda Repubblica, consiglio due libri
- Il filo dei giorni, Maurizio Torrealta
- La strategia dell'inganno di Stefania Limiti

Questa la scheda del libro:
Il buco nero della nostra repubblica in una nuova ricostruzione.Un’impressionante sequenza di fatti che portarono al ribaltamento della politica italiana.Un vero golpe non militare.
Il periodo più nero della nostra Repubblica. La grande crisi di sistema che colpì l’Italia tra il 1992 e il 1993, e che trovò soluzione nella nascita della Seconda repubblica, è segnata da avvenimenti tragici dai risvolti ancora non chiari. Il cosiddetto golpe Nardi, l’assalto alla sede Rai di Saxa Rubra da parte di un gruppo di mercenari in contatto con la Cia, le stragi di Milano, Firenze, Roma, quelle mafiose di Palermo, il black-out a Palazzo Chigi, e in mezzo Tangentopoli, gli scandali del Sismi e del Sisde, la fine dei partiti storici, la crisi economica.La sequenza di avvenimenti di quel biennio ricostruita in questo libro ha qualcosa di impressionante e fa pensare a una regia che passa attraverso le nostre stesse istituzioni. Come dimostra l’autrice, tutti questi fatti portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura, e disgregando le nostre strutture di intelligence.Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea.Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti.

02 maggio 2015

Caso Moro – complici. Il patto segreto tra Dc e Br (Stefania Limiti e Sandro Provvisionato)

Introduzione (che potete leggere qui)
Quella che state per leggere è l’anatomia di un delitto politico avvenuto oltre trentasette anni fa. Abbiamo analizzato minuziosamente, con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica, un avvenimento storico che, nonostante il tempo passato, è ancora cronaca viva, al punto da meritare, dopo cinque indagini giudiziarie e quattro processi, l’istituzione di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, la seconda, senza considerare le tante sedute dedicate al tema dalle Commissioni stragi che si sono succedute nel tempo. Una cronaca così viva che perfino oggi, come potrete leggere, emergono novità e non di poco conto. A cominciare da quelle che riguardano il luogo dove il 16 marzo 1978 tutto è cominciato: via Fani, il teatro della strage che tolse la vita a cinque servitori dello Stato: loro difendevano quella di un uomo politico che da quel momento, per cinquantacinque giorni, finirà nelle mani di una banda terroristica prima di essere assassinato.
È per questo che il nostro racconto comincia proprio in via Fani dove – ora è possibile dirlo senza più ombra di dubbio – l’agguato delle Brigate rosse non andò come hanno stabilito le tante sentenze giudiziarie e neppure come ha raccontato l’unica «voce di dentro» dell’organizzazione armata presente sul luogo della strage: Valerio Morucci. Infatti quella mattina il commando non era composto solo da dieci brigatisti (otto uomini e due donne), ma ben supportato da elementi estranei che parteciparono in maniera attiva. In questo libro ricostruiamo pazientemente, e con l’aiuto indispensabile delle tante perizie tecnico-scientifiche che si sono susseguite negli anni, la dinamica di un’operazione terroristica che fino a oggi presentava troppi buchi illogici, troppe anomalie, troppe discrasie. A cominciare dagli effettivi brigatisti presenti sul posto, per finire a quelle oscure presenze in veste di osservatori, ma anche di facilitatori, di persone che con l’eversione armata non c’entravano nulla, semmai puntavano a una diversa azione eversiva, per così dire «statale». Con stupore abbiamo dovuto constare che, quando c’è odore di servizi segreti, magistrati anche molto preparati e audaci hanno come un mancamento e diventano improvvisamente poco curiosi.
Sappiamo già che solo questa nuova ricostruzione dell’assalto del 16 marzo – e solo per aver fatto il nostro mestiere di giornalisti – basterà a farci piovere addosso le solite, stucchevoli critiche di «dietrologia» e «complottismo». Non ce ne rammarichiamo. Se l’esercizio di buon giornalismo comporta anche il fatto di non accontentarsi mai delle verità ufficiali o delle mezze verità, e quindi di studiare non solo la scena ma anche il retroscena dei fatti, il buon giornalista deve per forza essere un po’ «dietrologo». Altrimenti è solo un megafono altrui.
In questo libro abbiamo passato al microscopio ogni singolo istante di quei tormentati cinquantacinque giorni con un unico scopo: dare senso logico a ciò che senso ne aveva ben poco. Abbiamo voluto dare dimensione a tutti quei fatti, grandi o piccoli, sui quali ancora non esiste un’accettabile convergenza tra racconti, indizi, prove, dichiarazioni, testimonianze.
Dall’analisi minuziosa della dinamica della sparatoria e del rapimento dell’ostaggio alle confuse vie di fuga del commando; dalle tante bugie sulla «prigione del popolo» in cui Aldo Moro venne detenuto all’opaca e nebulosa gestione politica del più importante sequestro di persona mai compiuto in Italia; dai silenzi calcolati dei brigatisti alle campagne d’opinione di una parte consistente della Democrazia cristiana, gli uni e le altre finalizzati all’ottenimento e alla concessione del «perdono». Una soluzione tombale sotto cui seppellire la verità dei fatti, scomoda per le Brigate rosse così come per il potere, non solo quello democristiano; per finire con l’infinita e scandalosa gestione delle carte recuperate a rate in via Monte Nevoso – e che contenevano il vero pensiero del prigioniero – fino all’individuazione, quanto mai tardiva, del misterioso «quarto uomo» a guardia della prigione. Tutti aspetti che, oltre ogni ragionevole dubbio, non hanno mai quadrato, innegabilmente frutto di occultamenti, silenzi, omertà. Quali verità dovevano essere coperte?

Sono tante le cose che non tornano sul caso Moro.
La mini Clubman Estate sul lato destro di via Fani, all'incrocio con via Stresa. Di proprietà di una società del Sisde.
Come del Sisde erano diversi appartamenti nello stabile di via Gradoli, uno dei covi (e forse delle carceri) delle Br a Roma.
Il mistero o l'imprecisione del numero delle Br presenti all'agguato: 10, 12, 9 .. il numero cambia col passare con gli anni e a seconda di chi parli. Il primo pentito delle Br Patrizio Peci, che parla de relato. E Valerio Morucci, presente in via Fani, che nel suo memoriale (di comodo) lascia fuori la compagna Adriana Faranda.
Ma nessuno riesce a fugare i dubbi sui colpi sparati: come i proiettili prodotti dalla Fiocchi di Lecco. Come ne erano venuti in possesso le Br?
E i proiettili che le perizie indicano di provenienza non militare, probabilmente da un deposito Gladio?
Altro mistero: chi ha sparato in via Fani? Qui non è un mistero: le Br (e chi ne avvallato le dichiarazioni) preferiscono giocare con la realtà.
Più di 90 proiettili sparati, in un minuto e mezzo. Ma forse i colpi sono stati anche di più, perché molti dei mitra avevano delle retine per recuperare i bossoli (e non lasciare tracce, perché?).
Le perizie balistiche dicono anche che metà dei colpi furono sparati da una sola arma.
Chi è il killer che spara a raffiche brevi? Morucci ha raccontato che il suo mitra e quello di Fiore (residuati bellici, tra l'altro) si erano inceppati. E hanno perso diversi secondi per cercare di sbloccarli.

E allora: chi ha sparato, da dove e con che ruolo, visto che le Br hanno sempre negato presenze esterne?
Altra discrepanza tra la realtà dei fatti e il loro racconto: lo sparatore da destra. A seconda di chi racconta, Moretti è rimasto in auto a fermare la 130 con Moro oppure è sceso a sparare.
Ma chi ha ucciso il maresciallo Leonardi (il capo della scorta) che, pur essendo esperto di tiro, non è riuscito a fare alcuna reazione?
Le perizie sui colpi, sui cadaveri, sulle testimonianze (che dicono che prima delle raffiche si sono sentiti dei colpi di pistola) raccontano una diversa versione.
Ovvero che la prima operazione del commando delle Br (da sole?) è l'eliminazione dell'elemento più pericoloso della scorta, Leonardi. Con quei colpi da destra negati da Morucci e Moretti ma resi certi dalle perizie. In seguito questa persona che ha sparato da destra, si sposta per evirare i colpi delle altre Br.
Che sterminano gli altri membri della scorta...
Questo sparatore non è mai stato individuato, come nemmeno il passeggero dell'Honda, quello con la faccia magra, come De Filippo.

C'è il mistero delle strane presenze in via Fani: il colonnello dei carabinieri Guglielmi presente in via Fani per un pranzo. Colonnello dei carabinieri e del Sismi (che aveva lavorato con Maletti nell'ufficio D del Sid).
E anche il cognato di un addestratore della base Gladio di capo Marrargiu, Bruno Barbaro. Come è piccolo il mondo, specie in certe mattine a Roma.

Altri punti che non tornano: la gestione del sequestro (apparentemente senza nessuna strategia), in quel buco di via Montalcini. I due postini delle Br, Morucci e Faranda, che giravano indisturbati per una Roma blindata coi loro comunicati.
A leggere quello che raccontano gli autori emerge la pressapochezza delle Br nel preparare l'agguato (nessuna esercitazione prima, nemmeno con le armi), nel gestire il rapimento, nel concordare una linea con lo Stato e la DC poi.
Tutto lasciato un po' al caso, alla fortuna. O forse a delle coperture esterne che hanno reso il lavoro di Moretti e degli altri più semplice.
Altro che “geometrica potenza”.
Anche la data scelta, sarebbe stata un caso .. dobbiamo e possiamo credere alla loro verità? A quello che hanno raccontato “de relato” per sentito dire o per semplice deduzione Patrizio Peci e Antonio Savasta (il responsabile del sequestro Dozier del 1981)? Oppure al memoriale (tardivo) dei dissociati (non pentiti) Valerio Morucci e Adriana Faranda?
Il memoriale di Moro e le sue lettere, ritrovati parzialmente e in due occasioni, nel covo di via Monte Nevoso (nell'ottobre 1978 e nel 1990). Chi ha fatto sparire le carte mancanti? Oltre a Moretti, Maccari e alla Braghetti c'era un quarto uomo ad interrogare Moro? Perché le Br non hanno subito pubblicato tutto quanto in loro possesso, come avevano promesso?
Esisteva un canale a disposizione di Moro per “parlare” con l'esterno e portare alle Br qualche materiale utile per la sua liberazione?

Queste sono alcune delle discordanze rilevate e raccontate dagli autori del libro “Complici –caso Moro, il patto segreto tra Dc e Br”, Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.
Un libro importante perché, come altri prima, cerca di infrangere il velo di silenzi, omertà e coperture che ha coperto la verità sul rapimento del presidente della DC Aldo Moro.

Arrivare alla verità, sul caso Moro, è prima di tutto un atto di giustizia nei confronti delle vittime. La famiglia di Moro e anche quella degli agenti della scorta: Leonardi, Zizzi, Iozzino, Rivera e Ricci.
Ma c'è anche una ragione storica, che ci costringe a non fermarci, anche se sono passati tanti anni e molti dei protagonisti della storia sono purtroppo morti.
Sapere come (e da chi) la nostra storia politica è stata in qualche modo condizionata da entità esterne.
Non il “grande vecchio”, ma servizi segreti stranieri. Come la Cia americana, per esempio.
Dobbiamo sapere la verità “la verità ci aiuta a essere coraggiosi”, ha scritto lo stesso Moro: conoscere la vera storia dell'agguato, della trattativa tra Br e Vaticano, tra Br e Dc, è importante.
Fa la differenza tra una democrazia trasparente, pulita, da un paese a sovranità limitata, con istituzioni a scartamento ridotto.
C'è stato forse un gioco di ricatti tra Br (o una parte di queste) e la Dc, che ha portato a queste non verità (nemmeno i processi e le commissioni parlamentari hanno fatto luce su tutto)?
Il giorno 4 avete saputo uffi cialmente che c’era la direzione, l’avete saputo uffi cialmente perché sapevate tutto, dico tutto ciò che avveniva nella Dc attraverso un canale preciso, Morucci, lasciamo stare… non lo voglio dire in quest’aula…”L'avvocato della Dc Giuseppe De Gori a Valerio Morucci, processo d’appello Moro-uno, 28 gennaio 1985.

Questo libro mette in fila i fatti e le persone, nel loro contesto storico: i brigatisti e gli uomini dello stato. Andreotti e Cossiga. Don Mennini e suor Teresilla, questa strana suora che ha avuto molti contatti in carcere con Morucci, nei mesi della sua dissociazione, quando più voci, dentro la democrazia cristiana chiedevano di mettere una pietra sul passato.
Come poi è avvenuto col memoriale, con la semilibertà, con le sentenze. E con una verità giudiziaria forse di comodo.
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa ottenne larghi poteri dal presidente Andreotti, ma non dall’Arma. Lui era solo nell’Arma. Aveva molti nemici anche nei servizi segreti. Dalla Chiesa e io non parlavamo mai al telefono di questioni delicate perché sapevamo, per certo, che eravamo controllati. Di sicuro ci controllava anche la Cia.”Generale Nicolò Bozzo, braccio destro di Dalla Chiesa. Conversazione con gli autori, 7 gennaio 2015.

In questo racconto troviamo Dalla Chiesa e i suoi uomini che si mettono sulle carte di Moro, per una pista investigative che il generale seguiva da anni.
Una pista che mette assieme le stragi della strategia della tensione e Gladio.
La lista completa degli insospettabili che avevano destabilizzato il paese per impedire il cambiamento politico e sociale nel paese.
Forse era questo il segreto da tenere nascosto, per una ragione di Stato, anche a costo di sacrificare Moro?

La nuova Comissione Moro si è messa al lavoro: molti dei protagonisti di questa storia sono morti. Ma c'è ancora modo di arrivare a quella verità che ci renderebbe finalmente liberi.

L'intervista al generale Nicolò Bozzo sul Fatto Quotidiano: 
Generale non crede che avreste dovuto denunciare le vostre informazioni in modo più prepotente durante quei drammatici 55 giorni, pretendendo che almeno si controllasse quell’appartamento?“Penso che Dalla Chiesa e io facemmo il nostro dovere. Tra l’altro non toccava a me riferire alle autorità ma a Dalla Chiesa e io non so se il generale lo fece. Di più non potevamo fare. Riferimmo tutto ai nostri superiori gerarchici. Dirò di più: il generale, con lo scopo di dare man forte al comando generale dell’Arma, mi spedì a Roma. Vi rimasi dieci giorni durante i quali non mi fecero fare nulla. Passavo le giornate con le mani in mano”.
Perché racconta questo episodio solo ora, dopo tanti anni?“Perché ho maturato la convinzione che sia giunta l’ora di spostare un po’ più avanti la ricerca della verità sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. E credo che la nuova Commissione d’inchiesta possa farlo. Se saltasse fuori ancora qualche piccolo pezzo di verità, sono convinto che verrà giù tutto”. 
Altri capitoli:

Altri libri sul delitto Moro:
- Doveva morire di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato
- Il golpe di via Fani di Giuseppe de Lutiis
- L'affaire Moro di Leonardo Sciascia

La scheda del libro “Complici – caso Moro” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.

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