24 settembre 2026

Oltre il silenzio di Francois Morlupi

 

Bordeaux, settembre 2017
12:02, cinque ore prima che il silenzio diventasse il suo migliore amico

«Non riesco a sentire nulla… davvero non capisco nemmeno una parola, mi dispiace… devo riattaccare, ho un’altra chiamata urgente». Dominique Maupassent chiude la telefonata sbuffando. Poi scuote la testa, innervosita dalla consapevolezza che la sua interlocutrice starà facendo altrettanto.

Benarrivata Dominique Maupassent, capitaine della polizia parigina, che incontriamo in questo nuovo romanzo dello scrittore italo-francese Francois Morlupi.
Una tipa tosta questa questa capitaine (ruolo equivalente al nostro commissario o meglio ancora, vicequestore): ha dovuto conquistarsi con la forza quel posto nella polizia di Stato, perché porta un cognome importante, Maupassent, come il ministro dell’interno.

Perché Dominique è la figlia del ministro, ma lei non ha mai voluto aiuti o spintarelle, i genitori per lei immaginavano un destino diverso da quello della poliziotta.
Oltre ai pregiudizi per il cognome che porta (e alle battute maschiliste, perché oltre che tosta è anche una bella donna), Dominique ha dovuto lottare per superare un altro ostacolo, la sua ipocusia.
Si, la capitaine è sorda, usa dei dispositivi minuscoli per andare “oltre il silenzio” e riuscire a sentire i rumori e le parole.
Cosa è successo nel passato – in questo settembre del 2017 cinque ore prima che il silenzio avvolgesse tutto? Lo scopriremo man mano, leggendo i capitoli di questo libro ad alta tensione, dove il tempo presente si alterna a quelle ore frenetiche del passato, nel 2017. Quando il destino di Dominique cambiò per sempre per la sua scelta di oltrepassare una porta chiusa.

Perché Dominique è una poliziotta con un forte rispetto per le istituzioni e per lo Stato francese, per le sue leggi, il rispetto dei diritti degli individui. Ma è anche una poliziotta che non si ferma di fronte alle gerarchie, alle soluzioni facili sui casi che è chiamata ad affrontare alla sezione omicidi.

Il notaio Maître Dupont si congratulò con se stesso per essere arrivato venti minuti prima all’appuntamento.
Come questo strano omicidio: un notaio importante, Maite Dupont, uno di quelli con una parcella a tanti zeri, che viene trovato morto in places des Vosges una domenica mattina.
Cosa ci faceva quell’uomo a quell’ora del mattino in quel posto? Chi potrebbe averlo ammazzato? Un suo cliente? Una dei testimoni è una “strana” runner, poliziotta pure lei, vice ispettrice Loy della Questura di Roma (perché mica possiamo dimenticarci dei cinque di Monteverde).

«Avete notato che il giornale con cui la vittima è stata coperta non è di oggi, bensì di due anni fa?»
Mentre i capi della polizia, compreso il ministro, spingono per una soluzione veloce dell’omicidio, Dominique assieme al suo braccio destro, il brigadiere Corso Fraticelli, inizia a muoversi seguendo il suo metodo.
Le immagini delle telecamere, che mostrano l’uomo arrivare sul luogo dell’esecuzione e poi perdersi nella metropolitana. Sentire le persone dello studio del notaio. E capire come mai quel giornale è stato piazzato sul cadavere. Perché? E perché proprio il giornale di quella data?
Che segreti nascondeva quell’uomo dietro la cortina di rispettabilità che si era costruito in pubblico?
Un’indagine decisamente scomoda, dove Dominique si troverà come unico alleato proprio quel brigadiere corso dal carattere completamente all’opposto del suo.
Fraticelli infatti era còrso e mal si sposava con la sua concezione di una Francia centralizzata e forte.

Non tutto è come appare, dunque, così come Parigi non è la città da cartolina che molti francesi immaginano, con le proteste in piazza, i problemi della casa, coi reati domestici in forte crescita come i femminicidi, con le periferie abbandonate:

La poliziotta, era ben conscia che il numero di senzatetto stava crescendo vertiginosamente nella capitale, ma tutti facevano finta di non vedere. Le istituzioni erano diventate sorde al dolore collettivo
Alla stessa maniera questo caso porta i due poliziotti alla scoperta di un mondo in parte sconosciuto, dove girano tanti soldi, magari nascosti al fisco e che passano per gli studi di importanti professionisti, dove girano persone ciniche e spregiudicate.

Una scoperta che cambierà nuovamente la vita alla capitaine, che troverà finalmente il modo di fare pace coi fantasmi del suo passato (quella porta che aveva attraversato tempo fa) e anche accettare nuovi compromessi per la propria vita personale.
Compromesso. Quella parola le rimbombò in testa. Il vice ispettore aveva formulato dei pensieri che lei condivideva ma che non aveva mai osato esternare. Stava davvero buttando la propria vita?
Ben arrivata Dominique Maupassent allora!
Preparatevi a conoscere questa nuova protagonista del giallo – all’apparenza dura e intransigente ma con una sua fragilità con cui dovrà fare i conti - e preparatevi anche ad un viaggio dentro una città che vedrete con occhi diversi.


La scheda del libro sul sito di Salani
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18 settembre 2026

L’aquila e i lupi, di Luca Crovi

 

Il guerriero è nudo nella radura. Seduto. Le sue armi sono a terra, accanto a lui. Così come la pelle di lupo. Si intravedono il muso a punta e le zanne sporgenti. Il fuoco è acceso davanti all’uomo. I bagliori rivelano gli oscuri segni di guerra che ha sul corpo. Sta intonando un’incomprensibile litania. La voce è bassa
Abbandonati i racconti della Milano di inizio Novecento col commissario De Vincenzi (che comunque dovrebbe tornare a settembre con un nuovo racconto), Luca Crovi ci porta indietro nel tempo, nel secondo secolo d.c. negli anni delle prime guerre di Roma contro i Marcomanni con un romanzo che ci porta, tra realtà e finzione, in quella terra di mezzo tra storia, mistero e fantasy.
Scritto con uno stile molto realistico, con capitoli brevi per dare il giusto ritmo alla lettura, Luca ci porta sul confine del Limes romano, dove le tribù dei Marcomanni hanno sconfinato e attendono le truppe romane partite da Aquileia e guidate da Marco Aurelio, l’imperatore filosofo e dal fratellastro Lucio Vero, co reggente dell’impero. È un passaggio della storia romana poco raccontato, poche sono le fonti da cui Crovi, laureato in filosofia con una tesi proprio su Marco Aurelio, ha potuto attingere: da queste parte il racconto che ci parla dell’epidemia scoppiata nell’accampamento dei romani, un morbo che consumava i soldati dell’Aquila e che sembrava lasciare immuni i guerrieri “barbari”.

Prima hanno iniziato a morire le bestie. I cavalli e i buoi. Poi hanno iniziato a soffrire i soldati. Sono giorni che i legionari hanno la febbre. I loro corpi scottano e sudano. La pelle di chi si ammala diventa secca. Resta dura al tatto se la si tocca. Quando poi il male comincia a infierire sul corpo, gli occhi diventano infiammati. Il respiro è contratto e sembra venire dal profondo.
Nemmeno Galeno, il famoso medico romano, amico personale di Marco Aurelio, riesce a trovare un rimedio per questo male che spaventa i soldati.
Ma a spaventare le truppe c’è anche la ferocia dei Marcomanni, non solo immuni a questa peste ma che sembrano dotati di una forza soprannaturale. Combattono senza paura e uccidono i romani con altrettanta ferocia.
La ferocia dei lupi.

Sono cinque. Si muovono silenziosamente. La pioggia non sembra neanche bagnarli. Tutto scivola sul loro pelo liscio. Annusano l’aria. Alzano le orecchie. Uno di loro si ferma al centro della radura. Con il muso verso il cielo comincia a ululare. Poi si interrompe.
E poi ci sono le voci, quegli ululati nella foresta così cupi e lugubri. Quelle visioni che la mente e la ragione non riescono ad accettare: lupi che si muovono su due zampe, uomini-lupo, che colpiscono silenziosi le truppe romane, arrivando ad abbeverarsi del sangue dei soldati uccisi.
La paura inizia a circolare tra i legionari, la stessa paura che fa tremare l’imperatore, consapevole che se vuole salvare i suoi uomini, se vuole salvare il destino di Roma, dovrà guidare il suo esercito con durezza. Rispondere alla ferocia con altrettanta ferocia.
Non ci risparmia nulla, Luca, della violenza sul campo di battaglia, i villaggi bruciati, le donne violentate, i prigionieri giustiziati e crocifissi ai rami degli alberi.

L’aquila non può sopravvivere senza vittime da ghermire. I lupi invece sono abituati ai lunghi inverni e alla fame. Quando scenderà la neve sanno che la guerra cambierà il suo volto. E loro sono abituati ad aspettare a lungo e in silenzio.
Mescolando racconto e invenzione (cosa sarebbe successo se..), epica e mistero, con ampie citazioni dei racconti di Esopo, Ovidio, Cesare, Tacito, chi leggerà questo romanzo, che avrà un seguito il prossimo anno col racconto “Il tempo del ghiaccio e della pioggia”, l’autore ci porta dentro questa guerra tra l’aquila e il lupo, nel fango, negli acquitrini all’apparenza placidi ma con i canneti dall’aspetto così spettrale, negli ospedali da campo dove i medici dell’epoca avevano pochi strumenti per curare i feriti. E ci fa ascoltare anche la voce dei “barbari”, le tribù germaniche che erano riuscite a spaventare Roma.

La scheda del libro sul sito di SEM editore
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11 settembre 2026

Il pazzo di Bergerac di Georges Simenon

 

IL VIAGGIATORE INSONNE

Quando si dice il caso. Fino al giorno prima la prospettiva di un viaggio appariva a Maigret del tutto improbabile. Anche se quella era la stagione in cui Parigi cominciava a pesargli: un mese di marzo frizzante, con già qualche avvisaglia di primavera e un solicello chiaro, vivo, quasi tiepido.

Confesso: ad un certo punto, leggendo alcuni passaggi di questo romanzo, pensavo di trovarmi di fronte ad un Maigret gemello di quello che avevo conosciuto fino a quel momento.
Possibile che il commissario si metta a fare domande così “spinte”, imbarazzanti, alle persone che si trova davanti durante questa indagine che non è nemmeno una indagine?
Questo “pazzo di Bergerac” è stato scritto nel 1932, appartiene così al primo periodo creativo di Simenon, non siamo ancora arrivati al personaggio che abbiamo conosciuto e amato negli ultimi libri, con quei dialoghi ficcanti in cui Maigret mette a nudo le persone.

Un’indagine che non è una indagine, dunque per tutta una serie di motivi: prima di tutto il caso. È stato solo per un caso che Maigret, in visita ad un suo ex collega, si trova in uno scompartimento di un vagone letto dove non funziona il calorifero e il compagno di cuccetta non lo lascia dormire.
Non sta mai fermo, forse sta piangendo: poi ad un certo punto Maigret lo vede scendere dal letto superiore. Due scarpe nere, dei calzini lavorati a maglia. Incuriosito, Maigret lo vede uscire dallo scompartimento e poi scendere dal treno che in quel momento sta frenando:

Stridore di freni. Da ottanta all’ora la velocità dev’essere scesa a trenta, forse meno. E l’uomo salta giù, scomparendo al di là della scarpata dove probabilmente atterra rotoloni. Un attimo di riflessione, poi anche Maigret si lancia.

Perché Maigret si mette ad inseguire questa persona che nemmeno conosce? Il caso, o forse c’è qualcosa in quell’uomo che lo incuriosisce. Tant’è che l’uomo che sta inseguendo estrae una pistola e lo spara.
«Potete entrare! Ma il dottore raccomanda di non stancarlo. Ha uno sguardo così strano... Questo qui è pazzo, ci giurerei!». I cinque uomini si scambiarono un sorriso d’intesa.
Un contadino lo ha ritrovato ferito e lo ha accompagnato all’Hotel Angleterre a Bergerac. Qui Maigret viene scambiato per un pazzo, un pazzo assassino: la persona che negli ultimi mesi ha ucciso due donne e ne ha quasi ammazzato un’altra seguendo sempre lo stesso rituale. Strangolate e con un ago conficcato nel cuore.

«Con chi ce l’avevi, stanotte?... Un’altra donna o una ragazza?...». Solo in quel momento Maigret si rese conto della quantità enorme di parole che avrebbe dovuto pronunciare per chiarire la situazione, e ne fu spaventato. Era sfinito. Aveva sonno. Si sentiva tutto pesto…

Per una volta il commissario si ritrova, stanco, dolorante per il colpo di pistola alla spalla, dall’altra parte della barricata, interrogato dal procuratore assieme al commissario di polizia. E poi dal medico. Tutti che lo guardano in modo strano. Come se fosse veramente lui il pazzo.

No, non è un pazzo. È solo un investigatore che decide di occuparsi di questo caso – il pazzo di Bergerac – pur non potendo muoversi da quella stanza che si affaccia sulla piazza del paese.
Chi erano le vittime? Erano sposate? Avevano figli?

C’era una sorta di ebbrezza nell’essere scampato alla morte, nel trovarsi lì, convalescente, e soprattutto coccolato, in un’atmosfera irreale. E continuare comunque a far lavorare il cervello così, per diletto... Osservare un paese, una città, dal proprio letto, dalla propria finestra…

Ad aiutarli in questa indagine che non è una indagine sarà la signora Maigret, che sarà gli occhi del commissario. E le poche informazioni che riesce a procurargli l’amico Leduc, l’ex commissario ora in pensione che stava andando a trovare.
Ma ad interessarlo sono proprio quelle persone che, al risveglio nella camera d’albergo, si è trovato davanti. Come mai lo incuriosiscono in quel modo il dottore, il procuratore, il commissario di polizia? Che cosa si nasconde dietro l’apparenza delle loro vite da persone agiate? Che segreti custodiscono nelle loro belle ville?

Quel suo modo di fare, sdraiato nel letto, facendo domande imbarazzanti a tutti quanti, suscita una reazione di ostilità nei suoi confronti. Come se tutti cercassero di sbarazzarsi di lui, come se non vedevano l’ora che se ne andasse. Con le pive nel sacco perché il pazzo era stato trovato..

E in effetti erano tante le cose da smuovere: un ammasso confuso, inestricabile. Ma tutto immateriale: i volti più o meno sfocati che gli passavano ossessivamente davanti agli occhi, quello immusonito e altezzoso del procuratore, quello teso del dottore, quello triste e sciupato della moglie che era stata curata all’ospedale di Algeri..

Maigret non è un pazzo. Nonostante la ferita, nonostante (o, forse, grazie) la febbre che non lo abbandona, il suo cervello si è messo in moto. Ha saputo ricostruire nella sua mente il quadro della situazione, come un pittore che deve basare il suo lavoro sulle parole riferite dagli altri (come la signora Maigret). Dietro quei delitti del pazzo, nel pieno della provincia francese, c’è una storia che parte da molto lontano, con criminali veri.

E con persone legate una all’altra da dei segreti inconfessabili.

Maigret è in preda a una smania pazzesca. Manca poco che salti giù dal letto! Intuisce che la soluzione è vicina e sa che non può permettersi di sbagliare.

Addirittura i verbi al tempo presente, tanta è la frenesia per chiudere il caso del pazzo di Bergerac! 
Un Maigret che vi lascerà stupiti, ma che amerete lo stesso, per quella sua capacità di vedere le storie, vedere dentro le persone, anche standosene sdraiato in un letto.

La scheda del libro sul sito di Adelphi
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08 settembre 2026

L'estate torbida, di Carlo Lucarelli


 

Qualcuno dimentica che non è passato un anno da quando rischiavamo ogni giorno la vita, da quando i nostri uscivano per sparare, erano torturati a Villa Trieste [..]. Allora, quando i comunisti sparavano e morivano per tutti, allora nessuno diceva loro che non dovevano «strafare»

«L'Unità», 2 novembre 1945

Incipit

C’era una mina in mezzo al sentiero. Qualcuno aveva scavato di fianco, scoprendone il bordo ricurvo e lucido e ci aveva piantato vicino un’asta di legno, con uno straccio rosso legato in cima. Aveva scavato anche sotto, appena appena e proprio lì le formiche avevano aperto un buco dall’orlo rigonfio, perfettamente rotondo, coperto da quel tetto di metallo grigio. Seduto su un sasso, col soprabito piegato sulle ginocchia, De Luca, le guardava entrare e uscire dal formicaio, impazzite. Ce n’era una che cercava di salirgli su una scarpa e sembrava che anche lei lo guardasse, sporgendo indietro la testa sul collo inesistente e agitando frenetica le antenne.

- Sentono il temporale, - disse una voce alle sue spalle e De Luca si alzò di scatto, con un sospiro spaventato. C'era un uomo, alto, giovane, dai capelli ricci, con un giubbotto di pelle, da aviatore.

De Luca notò che era armato perché da sotto spuntava la tela gonfia di una vecchia fondina militare e subito abbassò lo sguardo. L'uomo, invece, lo fissava.

- Lei non è di queste parti, vero? ..

Una intera famiglia uccisa a colpi di bastone, in casa, colpiti a morte da qualcuno che forse conoscevano e che è venuto per rubare. Un poliziotto partigiano con poca esperienza ma con tanta voglia di fare bene il suo lavoro e alla ricerca di un caso con cui dimostrare le sue capacità.

E un altro poliziotto, più famoso del primo perché ai tempi del fascismo era considerato "il poliziotto più bravo d'Italia", uno che era stato premiato dal Duce in persona per aver risolto un caso importante (uno dei pochi che era finito sui giornali, ai temi del fascismo). Un poliziotto che aveva vinto il concorso in polizia per diventare uno dei più funzionari più giovani nella polizia fascista.
Un poliziotto il cui nome è ora su una lista di persone da catturare (e magari da uccidere) ed è per questo che sta scappando, dai partigiani, dai suoi ex colleghi, da tutti. Il commissario Achille De Luca.

Eccoli i protagonisti principali di questo romanzo, uscito per la prima volta con Sellerio e ora ripubblicato da Einaudi, la cui genesi è raccontata Lucarelli nell’introduzione: dopo aver finto "Carta Bianca", il primo romanzo con Achille De Luca, commissario di polizia presso la squadra Mobile, mi sono chiesto, e dopo? Cosa succede dopo la fine della storia (poco prima dell’arrivo degli alleati a Bologna)?

La serie termina, dal punto di vista cronologico, con "Intrigo italiano", ambientato nel 1953, molti anni dopo la fine del conflitto, quando il paese era già immerso in una seconda guerra, la guerra fredda.

Come mai De Luca, pur essendo un poliziotto, è sulla lista dei ricercati, come fosse un criminale di guerra fascista? Dovrete leggere gli ultimi due romanzi della serie con De Luca dove l’autore ha voluto raccontare il “peccato originale” di questo poliziotto che, anche ai tempi del fascismo, si ostinava a voler fare il suo mestiere, che è quello di risolvere i casi di omicidio: “Peccato originale” ambientato nell’inverno 1943-44 all’indomani dell’8 settembre e del crollo del regime. E poi “L’inverno più nero”, uno dei migliori romanzi della serie assieme a “Via delle oche”, quest’ultimo ambientato all’indomani delle infuocate elezioni politiche del 1948.

“Sono solo un poliziotto …” è il mantra ripetuto dal protagonista, una frase che Lucarelli ha preso da un vero poliziotto negli anni del fascismo e della repubblica di Salò. Che non è solo un modo per autoassolversi (come quelli che dopo la guerra hanno detto ‘ho solo fatto il mio dovere’), ma un modo per marcare il proprio ruolo: sono uno che cerca di trovare l’assassino, sia che ci sia la Repubblica, il re o un regime fantoccio.
O, come in questo romanzo, nei mesi “torbidi” che seguirono la fine della guerra, quando la rabbia contro i fascisti, i collaborazionisti, i tedeschi, era ancora forte. E non tutti, nemmeno tra i partigiani, volevano deporre le armi per cercare di costruire questa nuova Italia dalle macerie verso cui l’aveva portata Mussolini.

Oltre alle indagini, il contesto di quei delitti, l'ambiente "torbido" in cui sono maturati: come in Carta Bianca, ambientato nella primavera del 1944, dove il torbido è quello dei “traditori di tutti” dentro l'aristocrazia bolognese che da una parte si professava la fede fascista e dall'altra si preparava il terreno al volta faccia con gli inglesi. E poi il clima di odio e di sospetto all'interno del fascismo, nella fase crepuscolare in cui nei gerarchi l'obiettivo era il si salvi chi può.

Incontreremo poi De Luca sempre a Bologna, nel 1948 (Via delle Oche), riammesso in servizio ma alla buoncostume alle prese con altri delitti, che svelano altarini nel mondo dei maggiorenti del partito democratico e cristiano che di lì a poco avrebbe vinto le elezioni assieme ai primo compromessi da cui sarebbe nata la Repubblica.

Torniamo a questo romanzo e all'estate torbida del 1945: in fuga dai partigiani, arrivato in un paesino sull'Appennino emiliano, De Luca viene riconosciuto dal brigadiere Leonardi, un partigiano che è anche capo della polizia del paese, Sant'alberto. Qui è appena avvenuta una strage, un'intera famiglia, i Guerra, che è appena stata uccisa nella propria casa a bastonate da un assassino. Forse un ladro, sicuramente non un delitto politico perché i Guerra erano gente che campava di espedienti, non erano compromessi coi fascisti.

Risolvere questo caso sarebbe un'occasione importante per Leonardi, per dimostrare il suo valore come poliziotto:

- Raccomandazioni, ci vogliono - disse, con la bocca piena, - oppure dimostrare di saperlo fare, questo mestiere. È per questo che mi interessano i Guerra. Questo è il primo non politico, capisce cosa intendo? non politico .. ed è un affare grosso. Ecco, io voglio risolverlo, voglio andare dai carabinieri e dirgli è successo così e così, sono stati quelli ed ecco qua le prove. Ma come le ho detto, mi manca l'esperienza, mi manca l'aiuto di .. di un ingegnere. Di un ingegnere come lei.

Leonardi, che ha riconosciuto De Luca nonostante i documenti falsi, decide di usarlo per questa indagine, usando in modo velato l'arma del ricatto. Ricatto a cui De Luca, volente o nolente non può (e forse non vuole, perché rimane sempre un poliziotto) sottrarsi.

Allora, ingegnere, mi aiuta in questo caso sì o no?

De Luca staccò un pezzo di carne ma lo lasciò nel piatto. Si versò un bicchiere di vino.

- Perché, - disse, - posso scegliere?

Da dove comincerebbe questa indagine il poliziotto più bravo d'Italia?
Dall'analisi dei corpi delle persone uccise.
Da una perquisizione seria della casa dei Guerra, tanto per cominciare.

E qui iniziano a venir fuori delle tracce che, all'inesperto Leonardi, non era apparse: Delmo Guerra, il capofamiglia, prima di morire per un infarto è stato torturato.

E, in un paiolo nella cucina, viene recuperata una spilla.
Da dove può venire quel gioiello? Forse da un furto?

Un gioiello di quel valore può arrivare solo dalla casa del conte, un personaggio già finito nella lista nera dei partigiani per i suoi rapporti coi fascisti prima e coi nazisti poi.

A far visita al conte, ma questo De Luca lo scopre con molta fatica, era andato Carnera e il suo Gap, il suo gruppo partigiano.

Carnera è una specie di mito, in quel paese: uno di quei partigiani per cui la guerra non è ancora finita, finché c'è un fascista vivo.

Leonardi però, per paura di Carnera, della sua reazione, stoppa l'indagine prima ancora che nasca: nessuna domanda su di lui né tanto meno sulle persone che erano con lui quel giorno, il 7 maggio.

- Oh, per favore ...come crede di risolvere questo caso se toglie di mezzo tutti gli indiziati? Brigadiere Leonardi, quella spilla perché qualcuno se l'è messa in tasca prima!

- Merda! - disse Leonardi e sferrò un altro pugno sul volante, così forte che la mano gli scivolò di lato , tagliandosi sul cruscotto.
- Allora?
- Allora cosa?
- Ha intenzione di continuare le indagini? Se vuole portare qualcosa di concreto ai carabinieri ..
Leonardi gli lanciò uno sguardo di lato , cupo e cattivo.
- Qualcosa da portare ai carabinieri ce l'ho sempre, ingegnere, disse ...

Ma non c'è niente da fare, tutti gli indizi che i due poliziotti anzi, del poliziotto e dell'ingegnere, portano proprio a Carnera, a quel giorno in cui andò dal conte. A quei gioielli del conte spariti e poi trovati dal morto.

- E la spilla era del Conte, lo so... Dio bono, ingegnere, ma perché abbiamo scelto un lavoro come questo? Lo sa perché?
De Luca sorrise. - Perché siamo curiosi, - disse. Leonardi alzò un sopracciglio ..

La soluzione del delitto mostrerà il “torbido” che sta dietro alle ragioni di quelle morti, questioni politiche che si mescolano a rancori personali non del tutto sopiti nonostante la guerra sia finita.

- L'estate torbida, disse.
De Luca alzò gli occhi. - Come?
- C'era un corsivo sull'«Unità», la settimana scorsa, che definiva così l'estate del '44, perché si combatteva, si rischiava la pelle .. E' finita anche l'estate del '45 e io combatto ancora.
De Luca si strinse nelle spalle, con una smorfia indifferente. - Non mi ricordo una sola estate che non fosse torbida. E ce ne saranno ancora.

Come finirà la storia? Metafora della storia di questo paese, il caso troverà una soluzione ufficiale che farà comodo a tutti. Ai carabinieri e anche ai comunisti del paese, già pronti a chiudere gli occhi col passato e pensare ai futuri affari della ricostruzione post-bellica.

Gli altri libri con protagonista il commissario De Luca

Carta Bianca
Via delle Oche
Intrigo italiano
Peccato originale

L’inverno più nero

La scheda del libro sul sito Einaudi e un estratto del libro.

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03 settembre 2026

L’isola degli inganni di Maria Elisa Aloisi

 

Filicudi, 24 giugno
«Mamma, guarda!» Il bambino indicò con una mano un gozzo a motore, mentre con l’altra afferrava quella della madre e saltellando la trascinava verso il molo del porticciolo di Pecorini a Mare. «Voglio andare sulla barca!» I primi clienti della giornata, pensò Melo, e si accostò al pontile.

L’isola di Filicudi è chiamata anche Isola del diavolo, un appellativo che è probabilmente legato dal suo essere un’isola selvaggia e impervia: secondo una credenza popolare nella notte tra il 23 e il 24 giugno, la notte di San Giovanni, spunti un fiore magico che attrae le streghe e il diavolo in persona. Proprio questa notte, al centro del racconto di questo giallo che diventa poi un legal thriller, i giovani si mascherano da streghe e diavoli, per divertirsi o forse per esorcizzare il male.
Ma forse dietro le maschere si nasconde veramente il diavolo: non quello con le corna e i piedi caprini, sono le maschere che nascondono il nostro odio, le invidie che proviamo per le persone che ci stanno accanto. E che spingono le persone a compiere il male..
Mai fidarsi delle apparenze, dalla prima impressione che ci arriva da una persona o da una situazione.

Questo vale anche per gli avvocati, chiamati a difendere i loro clienti: è quello che succederà all’avvocato Ilia Moncada invitata dalla collega e amica Irene Marra sull’isola per passare un weekend tra mare e rocce di villa Sciroppo, del fidanzato Rodi, che si comporta come sorta di guro new age.
Non sarà una vacanza piacevole: da una parte per il compito che l’avvocato Marra, il titolare dello studio, nonché padre dell’amica Irene, le affida: “spiare” la figlia per capire se questo Rodi è all’altezza.

Dall’altra c’è quello strano gruppo di persone ospiti della villa di Rodi con cui Ilia fa fatica inizialmente a legare: un avvocato che le aveva fatto la corte per strapparla al suo studio che ora si accompagna con una bella ragazza, ufficiale dei carabinieri, che sembra voler sfidare Ilia.
Un gruppo di ragazze adolescenti coi problemi di gelosie e piccoli battibecchi. Tra queste la figlia di Rodi, Camilla, che ha ricevuto delle lettere minatorie. Sull’isola dovrebbe trovarsi al sicuro. O forse no, perché anche qui ha l’impressione di essere spiata…

A un tratto la voce del bambino interruppe l’incanto: «Mamma, cos’è quello?». Melo sbarrò gli occhi, mentre Susanna attirava a sé il figlio nascondendogli il viso contro il petto. Un cadavere galleggiava nell’acqua. I capelli fluttuanti disegnavano una tela di ragno che si apriva a raggiera intorno alla testa.
La mattina dopo la festa, il cadavere di una ragazza viene ritrovato nella grotta del bue marino: si tratta di Gisella, una delle ragazze del gruppo che frequenta la villa di Rodi, del delitto viene accusata una sua amica, Sofia.
A Ilia viene chiesto di occuparsi della sua difesa: dovrà riuscire ad andare oltre le maschere che i personaggi legati a questa vicenda hanno indossato.
Cosa ha scatenato le liti tra quelle ragazze, Carlotta, Sofia, Emma, Gisella?
Centra qualcosa con le lettere minatorie ricevute da Carlotta?

Il romanzo nella seconda parte prende un ritmo più incalzante, con le indagini difensive di Ilia, l’emergere delle relazioni sentimentali tra i vari personaggi, con le loro fragilità.
Tanti piccoli tasselli del giallo iniziano così a prendere il loro posto, un normografo trovato per caso in una stanza, un libro giallo di Agata Christie “Il terrore viene per posta”.

In una serrata udienza in Tribunale, l’incidente probatorio chiesto dagli stessi avvocato difensori, emergerà tutta la verità su quanto successo la notte di San Giovanni.

Da lì la Calabria pareva a un passo: le due sponde sembravano sfiorarsi, illusioni ottiche generate dai miraggi della fata Morgana. Per chi metteva piede in Sicilia, quello, a pensarci bene, era il primo avvertimento: qui niente è come sembra.
Niente è come sembra in questo romanzo che ha una partenza lenta, all’inizio: non dobbiamo farci ingannare dalle maschere che vediamo indossare agli altro. E non dobbiamo nemmeno giudicare frettolosamente, senza prima aver dato agli altri la possibilità di difendersi.
Questo l’insegnamento che ci lascia Ilia Moncada, avvocato penalista dalla vita sentimentale un po’ complicata, qui al suo terzo romanzo della serie dopo i precedenti “Il canto della falena” e “Sto mentendo”.

La scheda del libro sul sito di Mondadori
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