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30 ottobre 2023

Report – desideri sauditi

Falda e faldoni di Lucina Paternesi

Il riso Vialone nano è molto pregiato in Europa ed è il primo ad aver vinto la denominazione IGP: viene prodotto anche nel piccolo comune di Sorgà a Verona, dove il Vialone viene ancora servito alla vecchia maniera.
La regione ha concesso un fondo da 400mila euro per promuovere il Vialone nano, ma la stessa regione ha approvato la realizzazione di una discarica per “car fluff” vicino ai campi, dove arriveranno tutti gli scarti delle autovetture non riciclabili, proprio vicino ai campi dove è presente una falda pregiata.
Gli abitanti del paese si sono arrabbiati contro la regione, siccome non hanno avuto ascolto, hanno dunque minacciato di istituire un referendum per andare in Lombardia.
In tutta Europa viene mandato negli inceneritori, la regione Veneto ha autorizzato una azienda privata
a creare un impianto proprio in questo piccolo comune, maliziosamente si può pensare perché porta pochi voti ed è lontano dalle grandi città.

Secondo i dati dell’azienda privata, la falda sarebbe a cinque metri, ma al comune risulta che la falsa si trova sotto un metro di terra di profondità: la regione su cosa ha fatto la valutazione?

Il geologo del comune ha fatto le valutazioni assieme a Report e la falda è a 1,73 metri: la regione Veneto ha preso per buoni i dati dell’azienda RMI, del gruppo Cordifin, ora comprata dal gruppo Rotamfer che gestisce un’altra discarica nel bresciano, finita sotto indagine. Poi è finito tutto tra assoluzione e prescizione.
In questo comune temono l’inquinamento della falda ma anche fenomeni di combustione interna, già verificatesi nell’altra discarica “car fluff” di RMI a
Sora.
LA regione ha fatto altre verifiche nel comune di Sorgà? Non pare, così il sindaco si è rivolto al TAR.

RMI ha offerto denaro al comune per compensazione dei disagi, ma il comune ha rifiutato: non è solo un problema ambientale, ma anche di traffico, per tutti i camion che dovrebbero passare sulle piccole strade del paese.
Il comitato anti discarica ha deciso di indire un referendum per finire sotto la provincia di Mantova, da sempre contraria all’opera: al momento il TAR ha sospeso i lavori e così la regione dovrà riaprire il procedimento.

Zero in condotta di Luca Bertazzoni

I deputati di FI è andato in commissione di Vigilanza TV per accusare la condotta cialtronesca di Report, perfino criminale: la fonte di Forza Italia esiste veramente e semplicemente Bertazzoni l’ha tutelata non mostrandone il volto. Tajani ha voluto pure dare lezioni di giornalismo a Report: ma nessuno dei senatori e deputati ha saputo smentire quanto riportato dalla fonte. Dove sarebbero le diffamazioni, dove sarebbero le azioni criminali?
Il buco di 90 milioni di Forza Italia? I bilanci in rosso?

Tutta fuffa dicono.
E per questo hanno convocato Ranucci in commissione?

Desideri sauditi di Daniele Autieri

L’Arabia Saudita si propone come king maker mondiale per la risoluzione del conflitto in Ucraina e a Gaza: dopo l’inchiesta sul soft power del Qatar, Report ha cercato di capire chi siano gli uomini del soft power saudita, in che modo si muove, con lo sport washing e con le pressioni per portare Expo e mondiali a Ryad nel 2030.
Ma dalle scorie dell’attentato alle Torri Gemelle emerge un altro imbarazzo contro l’Arabia: la verità su questo attentato non è ancora stata scritta, manca chi ha aiutato e addestrato gli attentatori in America.
I parenti delle vittime, come Bret Eagleson, si stanno battendo per far emergere questa verità: il padre di Bret
dopo l’attacco alle Torri, dove lavorava, era tornato in ufficio per recuperare dei Walkie Tokie da dare ai vigili, pochi minuti dopo la Torre sud crollò.
La storia che è rimasta oggi è che i 19 attentatori non avevano conoscenza dell’inglese, avevano pochi soldi, ma non è così.
Nel 2021 il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI, sono i documenti dell’operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 da FBI.
Kenneth Williams era un agente in servizio all’FBI tra il 1991 e il 2017: “l’operazione Encore ha portato a galla attività di numerosi individui impiegati dal governo Saudita e in particolare dal ministero per gli affari islamici che hanno dato supporto agli attentatori fin
dall’arrivo negli Stati Uniti nella California del sud.”
Quali sono le prove che dimostrano il coinvolgimento del regno Saudita nell’11 settembre?
“All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America nell’aeroporto internazionale di Los Angeles, l’Imam di una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo, un altro saudita, Omar Al Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego, si è messo in viaggio verso LA dove ha incontrato diversi terroristi presso un caffè.”
Secondo le indagini del Bureau, Al Bayoumi era in realtà un agente del regime saudita e teneva rapporti diretti con l’allora ambasciatore a Washington DC, il principe Bandar Bin Sultan, membro della famiglia reale ma anche grande amico della famiglia Bush.

Le indagini dell’FBI hanno trovato dei contatti telefonici tra Al Bayoumi e l’ambasciata saudita, in particolare con un funzionario di nome Al Jarrah, che lavorava col ministero degli affari islamici presso l’ambasciata a Washington.
Tutto questo ci fa dire, continua il signor Eagleson, “che gli attentatori quando arrivarono qui due anni prima trovarono una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare alloggi, denaro, ad imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo ..”
Grazie ai risultati delle indagini dell’operazione Encore i familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno intentato un processo presso la Corte Federale di New York contro il Regno Saudita.

In quel processo è consulente di parte anche Kenneth Williams: l’FBI non gli ha concesso di assistere alle famiglie dell’11 settembre, perché il governo americano non voleva rovinare le buone relazioni col governo saudita.
Questo processo imbarazza il governo americano e quello saudita: la lobby saudita è molto influente in America, sui politici, sui media, sull’industria dell’intrattenimento.
O anche sui legami con l’industria degli armamenti: ogni anno l’Arabia compra armi per miliardi, spende soldi per esercitare la sua influenza nelle segreterie dei presidenti, sui membri del Congresso.

L’ambasciata araba si
affaccia “provocatoriamente” su via Khashoggi,: ma ormai sono passati diversi anni dall’omicidio del giornalista, l’indignazione è già passata da parte del governo americano.

O
ggi il governo di Bin Salman si sta proponendo come mediatore presso le democrazie europee per la risoluzione dei conflitti, questo sebbene le tante ombre sulla violazione dei dritti civili.

Con il suo fondo sovrano PIF l’Arabia compra azioni delle grandi multinazionali, è dentro le banche d’affari, dentro il fondo Black Rock, è azionista di Nintendo. In Italia il PIF sta trattando l’acquisto di ville e hotel in Italia.
Freedom iniziative è una piccola organizzazione che in America lavora per il rispetto dei diritti civili nel mondo arabo:
a Report hanno raccontato di come con l’arrivo di Moamed Bin Salman la repressione nel paese è cresciuta.
Secondo un rapporto dell’ONU e della Cia sarebbe
proprio lui dietro l’omicidio del giornalista Khashoggi: ci sono degli scambi tra l’agente che ha diretto l’agguato col principe, gli uomini del commando facevano parte della cerchia di MBS, i jet che sono stati usati dagli uomini del commando fanno parte di una società del fondo PIF, lo stesso fondo che sta pagando gli stipendi miliardari delle stelle del calcio in Arabia, Benzema, Neymar, Ronaldo.

Cacio e sport sono diventate una piattaforma per affermare una autorevolezza politica, come hanno fatto prima gli oligarchi russi: i soldi per il calcio servono a ripulire la propria immagine per i crimini commessi in Yemen e nel loro paese.

Il sogno di MBS è ospitare un mondiale di calcio: per questo sogno l’Arabia ha cercato la sponda dell’Italia, avvenuta per tramite di diversi incontri con la Federcalcio italiana.
Nel 2020 – racconta il servizio di Report – ci fu un incontro tra l’ex presidente Conte e esponenti di Ryad per presentare il progetto di un mondiale a tre con l’Egitto, incontro
a cui partecipò anche il presidente Fifa Infantino e quello della FGCI Gravina. Infantino propose un mondiale a tre con Egitto e Arabia. Ricorda Conte che “già dall’incontro col consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per costruire un progetto del genere.”

C’è stato anche un altro incontro tra Bin Salman e Conte nel corso del G20 in Argentina a fine 2018 (a ridosso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018) e in quella occasione in un incontro bilaterale l’ex presidente espresse il suo disappunto per quell’omicidio “inaccettabile” (in un contesto in cui c’era un forte imbarazzo da parte dei leader europei – così ricorda Conte) “gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali ..”

Nonostante i no di Gravina e Conte, gli incontri dei sauditi in Federcalcio andarono avanti.

Pur di portare avanti il loro progetto di un mondiale a tre con Egitto e Italia i sauditi si propongono come mediatori sulla questione Regeni, : la fonte anonima dentro la Federcalcio racconta al giornalista di Report di come un giorno arrivò una lettera col timbro confidenziale e la firma del presidente della Federazione “in realtà però dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano .. si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra il governo italiano e quello egiziano per via dell’omicidio Regeni e sul caso Zaki”.

Sfumato il campionato del 2030, l’Arabia sta puntando ai mondiali del 2034: la nostra supercoppa verrà disputata in Arabia, dietro l’accordo per 150 ml, dentro cui ci sarebbe anche l’acquisto di una squadra italiana. Tutti investimenti per migliorare l’immagine di Bin Salman nel mondo.
Ma la realtà è diversa: in Arabia le donne sono condannate per aver guidato l’automobile, specie le attiviste che si battono per i diritti civili.
I prigionieri politici rinchiusi nelle carceri sono torturati, rischiano la condanna a morte: altro che rinascimento calcistico, comprando squadre di calcio e campioni.

Anche la Champions League è a rischio?

Il fondo saudita sarebbe stato interessato anche all’acquisto della Fiorentina – racconta Daniele Autieri: la società è in un momento di crisi anche per la situazione dello stadio, su cui c’è un vincolo che ne blocca la demolizione. Il presidente Comisso avrebbe voluto usare i fondi anche del PNRR, ma il senatore Renzi aveva criticato l’utilizzo del PNRR bloccando il progetto.

Il direttore generale Barone in una intervista telefonica a Report ha raccontato di questa notizia dell’interessamento degli arabi, uscita in un momento di crisi per la società.
Barone (DG della Fiorentina)
racconta anche di un messaggio ricevuto da parte dell’ex premier Renzi in cui si proponeva un incontro con gli amici dove si giocava la supercoppa (gli arabi).
Erano i giorni in cui Renzi attaccava il comune e la squadra per l’uso dei fondi pubblici per la costruzione dello stadio: “gli arabi non sono interessati alle squadre di calcio” risponde
l’ex presidente a Report, nessuna mediazione, sono solo un tifoso della Fiorentina, “voi pensate solo ai soldi”.

I legami tra Bin Salman e Renzi sono noti, come anche i bonifici ricevuti in questi anni per le sue conferenze. Ha partecipato anche all’evento del fondo FII, nella Davos del deserto.
Come anche è
altrettanto noto che, nel governo Renzi nel 2016, sono state vendute armi in Arabia, usate nel conflitto in Yemen, un conflitto in cui sono morte migliaia di civili.

Sono bombe prodotte in Sardegna, dalla RWM nel Sulcis, un territorio bellissimo e poverissimo, come le lontane terre dello Yemen.
Dopo il blocco col governo Conte, il governo Meloni ha ri-autorizzato la vendita di armi in Arabia:
i rapporti con questo paese sono cambiati tanto che oggi esiste un intergruppo di “amicizia” col paese arabo nel Parlamento italiano, che era pure presente all’evento romano al Saudi Village. Questi parlamentari dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti civili: un parlamentare in forma anonima ha raccontato di incontri tra gli arabi e questi parlamentari, facendo loro regali, invitandoli ad eventi.

Esiste una forma di pressione sui parlamentari italiani da parte del governo arabo?
La senatrice Murelli, membro dell’intergruppo di amicizia, ammette che il problema è Report: “so che l’ambasciatore
saudita non vi rilascia l’intervista e non la rilascio nemmeno io ..”

Il servizio pubblico ha il diritto dovere di sapere se i nostri parlamentari sono liberi nelle loro scelte o meno, chi ha pagato i loro viaggi oppure no?

L’Arabia ha investito 500 miliardi di dollari nella città del futuro, Neom che, come la rosa del deserto, spunta dal nulla del deserto e le acque calde del mar Rosso: qui si vorrebbe che fosse ospitato l’Expo del 2030.

Varrebbe 50 miliardi il giro d’affari per l’Expo: per vincerlo servirebbe il voto di 100 tra i delegati del bureau a Parigi, il BIE.
Il consenso per prendersi l’Expo si compra con gli investimenti: la sponsorizzazione della Roma e l’acquisto della catena degli alberghi di lusso che garantirebbe a CDP una plusvalenza da 200 ml.

Un modo per rendere più digeribile a Roma che dovrà accettare la sconfitta per Expo?

Da una parte il finanziamento nascosto e le pressioni, anche presso il BIE (dove in Francia hanno ingaggiato un uomo delle istituzioni), dall’altra il finanziamento alla luce del sole ai paesi in via di sviluppo o in situazione di crisi: anche Cuba è finita in questo giro di investimenti, soldi per costruire una moschea in cambio dell’appoggio per il voto su Expo.

Un consulente del BIE racconta dell’atteggiamento di sudditanza dei vertici del bureau nei confronti dell’Arabia: pochi giorni prima del voto, la maggioranza dei votanti del BIE (che arrivano dalle ambasciate) sono ospiti a Ryad.

“Nessun giorno vi cancelli dalla memoria”: questa la frase scritta sul memoriale delle vittime dell’11 settembre a NewYork. Ma la memoria a quanto pare può essere messa da parte, se dall’altra parte ci sono i soldi, le sponsorizzazioni, i regali.

29 ottobre 2023

Anteprima inchieste di Report – la rete di influenza dei sauditi

Tre i servizi che andranno in onda questa sera: il soft power saudita e l’ipocrisia occidentale (per cui pecunia non olet). L’incidente a Mestre, che non è stato di certo causato dalle batterie elettriche del bus. Infine una storia incredibile sul Veneto che per un’ordinanza sull’interramento dei rifiuti.

Il soft power saudita

L’Arabia Saudita è il nuovo king maker del mondo, in un rapporto strano con le potenze occidentali da una parte e con i paesi del gruppo Brics dall’altra (come ha raccontato lunedì scorso il servizio di Presa diretta). In bilico tra le ombre interne di una dittatura e l’immagine di sinceri riformatori che viene venduta all’estero.
Per vendere questa immagine positiva comprano le stelle del calcio mondiale, realizzano i progetti più costosi e avveniristici e puntano ad ospitare mondiali di calcio ed Expo nel 2030.
Chi sono gli uomini del soft power arabo?

Il servizio di Daniele Autieri parte da molto lontano, dall’11 settembre 2001, dall’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle: per anni si è raccontata la storia di 19 attentatori dalla scarsa conoscenza dell’inglese, pochi soldi a disposizione, ignoranza totale della cultura occidentale, assoluta inesperienza nel pilotaggio dei grandi aerei. Capaci però di portare a termine il più grave attacco terroristico della storia degli Stati Uniti.

Brett Eagleson è il figlio di una vittima di quell’attentato: “22 anni dopo i cittadini americani, il mondo intero meritano di sapere cosa è accaduto veramente l’11 settembre, chi ha aiutato gli attentatori e in che modo siano riusciti a realizzare quel piano”.
Nel 2021 il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI, sono i documenti dell’operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 da FBI.
Kenneth Williams era un agente in servizio all’FBI tra il 1991 e il 2017: “l’operazione Encore ha portato a galla attività di numerosi individui impiegati dal governo Saudita e in particolare dal ministero per gli affari islamici che hanno dato supporto agli attentatori fin negli Stati Uniti nella California del sud.”
Quali sono le prove che dimostrano il coinvolgimento del regno Saudita nell’11 settembre?
“All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America nell’aeroporto internazionale di Los Angeles, l’Imam di una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo, un altro saudita, Omar Al Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego si è messo in viaggio verso LA dove ha incontrato diversi terroristi presso un caffè.”
Secondo le indagini del Bureau, Al Bayoumi era in realtà un agente del regime saudita e teneva rapporti diretti con l’allora ambasciatore a Washington DC, il principe Bandar Bin Sultan, membro della famiglia reale ma anche grande amico della famiglia Bush.

Vi ricordate il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9? Nel film del 2004 si parlava già di tutto questo, in internet si trova ancora un articolo di Guido Olimpio del 2006 sui grandi misteri attorno all’11 settembre:

Mistero numero 3

Ci porta in California, e precisamente a San Diego, dove vivono due sauditi assai intriganti: Omar al Bayouni e Osama Basnan. Il primo è stato dipendente governativo, e si è poi stabilito sulla costa occidentale degli Usa. Il senatore repubblicano Bob Graham ha precisato alla rete Cbs che l’Fbi lo aveva schedato come membro dei servizi segreti sauditi. È lui ad assistere, nel 2000, Khalid al Mihdar e Nawaf al Hazmi quando arrivano da Los Angeles. Paga l’affitto di un appartamento e aiuta insomma due degli attentatori dell’11 settembre. Sosterrà di averli conosciuti per caso in un ristorante, e sempre per caso l’incontro coincide con una visita al consolato del regno. Omar non chiarirà mai la sua posizione, in quanto andrà all’estero nel 2001, due mesi prima dell’attacco.

I legami di Osama Basnan sono ancor più interessanti. Ha ricevuto forti somme di denaro dall’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, il principe Bandar Bin Sultan (foto sotto, Reuters), e da sua moglie, la principessa Haifa. Bandar è da decenni uno degli uomini più influenti del regno, ed è amico personale del presidente George W. Bush. Che lo riceveva persino più spesso del segretario di Stato Colin Powell. La verità di Basnan sarà sempre la stessa: il denaro era una donazione per curare e assistere la moglie. No, ribattono gli accusatori: i soldi sono finiti nelle mani o nelle tasche dei dirottatori, o meglio degli organizzatori del più grave attentato della storia recente. Basnan verrà espulso, senza conseguenze legali. L’idea prevalente è che i sauditi — a titolo personale o perché hanno obbedito a ordini? — abbiano costituito una sorta di base avanzata per il team incaricato di compiere le stragi. A gestire il team sarebbe stato il diplomatico Fahad al Thumairy, ritenuto assai vicino agli ambienti più estremisti e dunque pericolosissimo. Nel 2003 gli verrà negato l’ingresso negli Usa.

Le indagini dell’FBI hanno trovato dei contatti telefonici tra Al Bayoumi e l’ambasciata saudita, in particolare con un funzionario di nome Al Jarrah, che lavorava col ministero degli affari islamici presso l’ambasciata a Washington.

Tutto questo ci fa dire, continua il signor Eagleson, “che gli attentatori quando arrivarono qui due anni prima trovarono una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare alloggi, denaro, ad imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo ..”
Grazie ai risultati delle indagini dell’operazione Encore i familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno intentato un processo presso la Corte Federale di New York contro il Regno Saudita.

Sarebbe la prima volta negli Stati Uniti che una corte federale condanna un governo straniero: questo darebbe al mondo un messaggio molto forte e potente – è sempre il signor Eagleson a parlare - “ovvero che le vittime del terrore non dimenticheranno mai.”

Torniamo ai giorni nostri: l’Arabia sta puntando molto sulla gara per Expo 2030 e i mondiali di calcio (se sono andati al Qatar, perché non l’Arabia?), arrivando anche ad avvicinare politici stranieri e italiani. Daniele Autieri ha intervistato un parlamentare italiano “Ho partecipato ad incontri a porte chiuse ma non sono mai stato in Arabia Saudita ..” racconta al giornalista, aggiungendo che nei viaggi in Arabia sono stati offerti molti regali ai nostri parlamentari.

Sul Fatto Quotidiano è uscita una anticipazione del servizio dove si parla dell’attivismo del senatore Renzi, che provò ad fare da intermediario tra i proprietari della Fiorentina e Ryad

“Così Renzi offriva ai sauditi di Bin Salman la Fiorentina”

SPORTWASHING - “Matteo il tifoso” attaccava sullo stadio di Firenze, ma faceva arrivare proposte al dg viola Barone per conto di Riya
DI VINCENZO IURILLO 
29 OTTOBRE 2023

L’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, tifa Fiorentina. E questa non è una notizia. Lo è invece quella che il nostro Renzi d’Arabia, l’amico del principe regnante dell’Arabia Saudita, Bin Salman, provò a intermediare un incontro a Riyad tra il management della squadra viola e gli “amici” sauditi dell’ex premier, che sarebbero stati interessati all’acquisto della Fiorentina. Nei mesi scorsi, infatti, il senatore Renzi ha inviato un messaggino al direttore generale della Fiorentina, Joe Barone, braccio destro del presidente Rocco Commisso, per proporre questo incontro.

Si usa lo sportwashing e i mega progetti per conquistare l’opinione pubblica mondiale, come il progetto per la città di Neom che, come la rosa del deserto, spunta dal nulla del deserto e le acque calde del mar Rosso: qui il regime ha investito 500 miliardi di dollari per costruire una metropoli ultra moderna, una delle frecce nell’arco del principe Bin Salman per convincere il mondo che l’Arabia è il posto ideale per ospitare i grandi eventi del 2030, contesi con Roma.
Un consulente del Bureau International des Expositiones (l’ente che valuterà le candidature) racconta a report “a me la cosa che mi ha fatto impressione è che alcuni dirigenti BIE, quando gli arriva la telefonata del saudita che lo cerca anche a livello apicale, sbiancano.”


Moamed Bin Salman è l’erede al trono scelto da re Salman, l’ultimo rappresentante della famiglia Saud che dal 1926 guida l’Arabia Saudita. Per alcuni è un riformatore, per altri un tiranno spietato: secondo un report della CIA e dell’Onu è lui il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
Ma il calcio è uno strumento formidabile per far dimenticare le violazioni dei diritti umani e costruire un consenso unanime attorno all’Arabia Saudita: prima di vincere un mondiale (magari con Mancini come allenatore) il sogno di MBS è di ospitarne uno.

L’obiettivo è far diventare la lega calcio araba una delle prime dieci al mondo entro il 2030: chissà fino a quando la champions League rimarrà in Europa.
Daniele Autieri, oltre ad aver intervista l’ex presidente Renzi sulla vicenda della Fiorentina, ha intervistato anche l’ex presidente Giuseppe Conte: ci fu un incontro nel 2020 in cui l’Arabia presentò il suo progetto per i mondiali del 2030 a cui partecipò anche il presidente Fifa Infantino e quello della FGCI Gravina. Infantino propose un mondiale a tre con Egitto e Arabia. Ricorda Conte che “già dall’incontro col consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per costruire un progetto del genere.”
Lo stesso consigliere Benassi conferma la ricostruzione “Me ne parlò Conte esprimendomi più di un pensiero di perplessità. Allora partire lancia in resta con l’Egitto, in pieno caso Regeni eccetera, lei immaginava che, insomma, destava qualche perplessità d’immagine per il nostro governo. Feci proprio un sondaggio su indicazione del presidente, mi disse ‘veda di approfondire..’ però la posizione iniziale, insomma, ci fa alzare più di un sopracciglio.. ”
C’è stato anche un incontro tra Bin Salman e Conte nel corso del G20 in Argentina a fine 2018 (a ridosso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018) e in quella occasione in un incontro bilaterale l’ex presidente espresse il suo disappunto per quell’omicidio “inaccettabile” (in un contesto in cui c’era un forte imbarazzo da parte dei leader europei – così ricorda Conte) “gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali ..”
Racconta il servizio che a volere questo mondiale condiviso sarebbe stata l’Arabia che identifica nel nostro paese la porta d’ingresso per l’Europa, ma ha bisogno del supporto del più fedele degli alleati, l’Egitto.
Il parlamentare Erasmo Palazzotto fu presidente della commissione di inchiesta su Regeni: “I sauditi, soprattutto in una prima parte hanno molto sostenuto l’Egitto quando era escluso dai consessi internazionali.”
Ci sono state pressioni da parte dell’Arabia sul caso Regeni dunque? Sarebbe da escludere “Che si siano interessati non mi è mai apparso in nessuno degli elementi di approfondimento” – ricorda Palazzotto – “su questo punto abbiamo scavato molto.”
C’è stata anche una mini-trattativa tra la federazione dell’Arabia che ha coinvolto sia la FGCI che il governo Conte, dopo il primo diniego: una consulente di Federcalcio rivela a Report che dopo i primi incontri ce ne furono altri in cui gli arabi presentarono un piano dettagliato su come mettere su i mondiali, “Gravina è sempre stato contrario all’ingresso dei sauditi in Italia.”
Tutto confermato da quest’ultimo, “abbiamo deciso con molta fermezza di non condividere questo appoggio di una candidatura a tre.”
E gli altri incontri dei sauditi in Federcalcio? Erano incontri precedenti a questa ipotesi dei mondiali – spiega Gravina – “arrivammo ad una convenzione che prevedeva una collaborazione in diversi settori, collaborazioni che già prevediamo con diversi paesi”. La partnership poi saltò quando fu evidente che l’Italia non era d’accordo con la scelta del mondiale a tre.

Sul tavolo non c’è lo sport, ma la conquista di un peso geopolitico nel Mediterraneo e in Europa che il regno è disposto a raggiungere a qualunque costo anche andando sopra la nostra sovranità nazionale, racconta il servizio: la fonte anonima dentro la Federcalcio racconta di come un giorno arrivò una lettera col timbro confidenziale e la firma del presidente della Federazione “in realtà però dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano .. si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra il governo italiano e quello egiziano per via dell’omicidio Regeni”

La scheda del servizio: Desideri sauditi di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Carlo Tecce

Immagini di Giovanni De Faveri, Davide Fonda, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Paolo Palermo e Marco Ronca

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio di Andrea Masella

Grafiche di Michele Ventrone

Le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030.

Gli incontri segreti dei parlamentari; le mediazioni dei politici italiani sugli affari del calcio; i viaggi pagati dai sauditi; le ingerenze politiche sul caso Regeni che arrivano fino alla presidenza del Consiglio di allora; le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030 che si deciderà il prossimo 28 novembre a Parigi. Il piano del Regno Saudita per conquistare una leadership geopolitica tra i paesi arabi e un consenso diffuso tra i paesi del blocco occidentale ha come obiettivo anche l’Italia, il primo paese dell’Unione europea che dal 2019 viene scelto per penetrare politicamente il Vecchio Continente. Un piano che Report ricostruisce con documenti e testimonianze finora inedite. Per la prima volta emergono le attività di pressione e lobbying esercitate negli Stati Uniti, in Europa ma anche su parlamentari italiani, così come gli incontri a porte chiuse organizzati a Roma alla presenza di membri del governo saudita. Sullo sfondo il grande circo del calcio mondiale, dove l’Arabia Saudita ha trasformato la più grande e dispendiosa campagna acquisti nella storia in una strategia per la conquista del consenso globale, che ha coinvolto anche la Federcalcio e l’ex Ct della Nazionale Roberto Mancini. Oggi però il Principe ereditario Mohammad Bin Salman deve fare i conti con le conseguenze degli attentati di Hamas del 7 ottobre, che avevano tra gli obiettivi anche quello di far saltare il dialogo di pace avviato tra l’Arabia Saudita e Israele con gli Accordi di Abramo, e che riaprono il dibattito sul ruolo della monarchia saudita nella regione.

La tragedia di Mestre

All’indomani della tragedia, il ministro delle infrastrutture aveva pubblicato un tweet dove si faceva intendere come dietro l’incidente di Mestre (che causò 21 vittime) ci fosse anche un problema coi bus elettrici e le loro batterie, che si incendiano facilmente.
Il servizio di Report si occuperà invece dello stato di manutenzione del guardrail: perché il guardrail era interrotto in un punto e comunque era inadatto?
L’assessore alla mobilità del comune di Venezia ha spiegato che il progetto realizzato da Anas è stato realizzato anni fa con quei varchi. Un progetto vecchio dunque fa intendere l’assessore, ma nel 2001 Anas ha ceduto quel tratto al comune: la legge sulle barriere stradali è del 1992 e prevederebbe un guardrail più alto e continuo, ma questo viadotto è stato costruito 30 anni prima e perciò a quella legge non è soggetto, è rimasto lì senza che nessuno se ne preoccupasse.
A chi spettava la manutenzione? C’è un atto commissariale, ha risposto l’assessore, che dice che la manutenzione è del comune. Il progetto per la sostituzione dei gardrail risale al 2018 ma l’approvazione per il finanziamento è arrivata solo nel 2022 e prevede l’uso di 5,4 ml dai fondi del PNRR.
Colpa dei tempi lunghi delle gare, commenta l’assessore: si poteva almeno mettere in sicurezza quel tratto? Non faccio il tecnico – ha concluso l’assessore – ci sono dei periti del Tribunale che faranno le valutazioni su queste cose, “lasciate alla procura fare le loro indagini”. Come se fare domande ad un nostro rappresentante fosse un ostacolo alle indadini..
La giornalista voleva porre qualche domanda al sindaco di Venezia Brugnaro ma quest’ultimo ha risposto che no, a Report non intende concedere interviste, “report no per carità”. Il sindaco ce l’ha ancora per quella volta in cui Walter Molino, uno dei reporter della trasmissione, aveva chiesto al sindaco se avessero aggiornato la pratica antimafia su una azienda che oggi gestisce in concessione un bene del comune: “siete lo schifo dell’Italia” aveva risposto Brugnaro.
La colpa di Report è essere una trasmissione faziosa: forse perché altri giornalisti non pongono certe domande, scomode, difficili al sindaco. Per esempio come mai sono stati approvati i lavori su un altro cavalcavia, quello sulla rampa Rizzardi finanziato con fondi del Mise.
I nostri rappresentanti devono imparare ad avere un rapporto più sereno coi giornalisti, anziché accusare di faziosità le persone, devono rendere conto delle loro azioni.
Ma gli autisti hanno ricevuto formazione per guidare questi bus elettrici?
Secondo l’azienda La Linea SPA, l’autista riceve una formazione, perché ha un diverso sistema di frenatura, perché elettrico.
Report ha intervistato un ex autista dell’azienda che a Venezia usa questi bus elettrici e che racconta una realtà diversa da quella raccontata dal manager: i corsi di formazione per questi bus non sarebbero stati fatti, “i bus sono arrivati, lo abbiamo solamente provato il giorno prima e il giorno dopo siamo andati lì, abbiamo fatto una riunione .. ci hanno spiegato l’impianto frenante, le batterie in alto, l’energia dove va e come se la prende.”
La riunione sarebbe stata fatta dopo l’incidente, non prima, racconta l’autista:


La scheda del servizio: La tragedia del bus di Giulia Presutti

Collaborazione di Lidia Galeazzo e Andrea Tornago

Immagini di Paolo Palermo e Davide Fonda

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi e Paola Gottardi

Montaggio di Sonia Zarfati, Andrea Masella

Grafica di Giorgio Vallati

Il 3 ottobre scorso un pullman con a bordo 35 turisti è precipitato da un cavalcavia di Mestre.

Nello schianto sono morte 21 persone mentre le altre 15 sono state portate in ospedale con ferite gravissime. Secondo i primi rilievi, il bus si è accostato a destra strusciando sul guard rail per quasi 50 metri. Poi è precipitato in corrispondenza di un varco di servizio. Ma perché la continuità della barriera era interrotta da un'apertura che si è rivelata fatale? E perché il bus, guidato da un autista esperto, sembra esser stato negli ultimi istanti privo di controllo? Il tratto di strada dove è avvenuto l'incidente è sottoposto alla gestione del Comune, che stava svolgendo dei lavori per la messa in sicurezza del viadotto, ma non li aveva ancora terminati. Il bus, invece, è di proprietà dell'azienda Martini Bus, controllata da La Linea Spa, e fa parte di una flotta di 20 pullman elettrici prodotti dal colosso cinese Yutong che sono l'avanguardia della mobilità a zero emissioni. Per l’incidente, intanto, la procura ha iscritto nel registro degli indagati due tecnici del Comune e l'AD di La Linea.

Riso ai veleni

Dal Veneto arriva questa storia incredibile che racconterà Lucina Paternesi: Sorgà è uno dei pochi comuni del veronese dove si può coltivare la qualità di riso chiamata Vialone nano, le risorgive creano l’ambiente ideale per la raccolta del chicco a fine estate. Il Vialone nano è la ricchezza di questo territorio lo sa bene la regione Veneto che ha concesso un finanziamento di 400 mila euro per promuovere i suoi prodotti IGP. Da un lato la regione promuove, dall’altro azzoppa: accanto ai campi di riso si sta preparando la discarica di “car fluff”: un’enorme montagna che andrebbe a raccogliere circa il 40% del car fluff nazionale, lo scarto non riutilizzabile derivante dalla demolizione delle autovetture.

La scheda del servizio: Falda e faldoni di Lucina Paternesi

Collaborazione di Giulia Sabella

Immagini di Davide Fonda, Marco Ronca e Andrea Lilli

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafica di Giorgio Vallati

Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie?

Tra i 24 comuni del veronese in cui si coltiva il riso vialone nano, tra i più pregiati e l’unico insignito del marchio I.G.P. in Europa, c’è anche il piccolo comune di Sorgà, in provincia di Verona. Tra un campo di riso e l’altro, però, incombono le ruspe che hanno iniziato gli scavi per realizzare una discarica per rifiuti speciali non pericolosi: il “car fluff”, un pulviscolo contenente tutto ciò che non si può più riciclare dalle auto che rottamiamo. Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie e dalle acque pure che inondano quei terreni? Il terreno su cui sorgerà la discarica è privato, l’azienda l’ha acquistato e ha iniziato a pagarlo prima di ottenere il via libero definitivo dalla Regione, nonostante la contrarietà della comunità locale. Ma non è l’unica stranezza. Secondo il progetto che l’azienda ha presentato alla Regione la falda acquifera si troverebbe ben al di sotto di dove si dovrà scavare; è toccato alla piccola amministrazione di Sorgà rifare tutti i rilievi sul terreno fino a che il Tar ha sospeso gli scavi e ora si dovrà pronunciare sul futuro della discarica e del piccolo Comune. Ma quanto è costato tutto questo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

31 gennaio 2021

Non è normale

Non è normale che un senatore della Repubblica, ex presidente del Consiglio, svolga anche un lavoro per un fondo di proprietà di un paese straniero.

Non è normale che questo senatore, Matteo Renzi, si difenda sostenendo che l'Arabia sia un baluardo della democrazia. L'Arabia è un regime poco democratico, poco rispettoso dei diritti civili (penso per esempio alla situazione delle donne), il cui principe ereditario (quello elogiato dal senatore stesso) è ritenuto responsabile dell'omicidio di un giornalista del Washington Post.

Non è normale che lo stesso senatore elogi il mondo del lavoro in Arabia, che si basa per lo più su lavoratori stranieri, ad un passo dalla schiavitù. 

Non è normale che alcuni giornalisti considerino la vicenda con terzietà, senza esprimere un giudizio, forse perché è bene non inimicarsi nessuno, nemmeno il leader di un partito dato al 2% (per quanto possiamo fidarci dei sondaggi).

I giornalisti dovrebbero dare notizie, anche esprimendo una loro opinione su queste, non contribuire alla costruzione di personaggi politici (consiglio la lettura dell'editoriale di Stefano Feltri).

Non è normale nemmeno sentire i commenti dei renziani in rete (dov'è il reato? Renzi ha fatto politica estera.. ). Ma questo è il tifo, purtroppo, qualcosa di diverso dalla passione politica e lontano mille miglia dall'onestà intellettuale.

Non è normale nemmeno la crisi di governo che stiamo vivendo, ma questa è un'altra storia, forse.