19 ottobre 2026

Il testamento del greco di Bruno Morchio


 

Prologo
Vent’anni prima, sul monte Amiata
Sarà un’altra tersa giornata di febbraio. Verso oriente, un chiarore sfumato di rosa si infiltra nel blu cobalto del cielo, delineando il profilo scuro dell’Appennino. Fra una manciata di minuti sorgerà il sole e la carabina M40 è già pronta a sparare, appoggiata al bipiede piantato nel ghiaccio.

Per quale motivo Alessandro Kostas è stato addestrato dal padre, agente di una struttura dei servizi segreti civili – la struttura Gamma, all’uso delle armi, nella lotta corpo a corpo, a sapersi muovere nel mondo opaco dei servizi (codici, linguaggi..)?

«Prima o poi qualcuno verrà a cercarti [..] e farò il possibile perché, quando accadrà, non ti trovino impreparato.»
A cosa doveva prepararsi Alessandro lo scoprirà alla lettura del testamento dove il padre, morto per un tumore, gli rivela che la madre non è morta in un incidente, molti anni prima. È stata in realtà spinta giù da un cavalcavia da uomini dei servizi.
Se vuole arrivare fino in fondo alla verità, e sanare così una ferita aperta da anni, tanto da costringere padre e figlio a lasciare Genova e rifugiarsi sui monti dell’Appennino, dovrà contattare un suo collega nei servizi, il maggiore Ludovisi.
Strana scelta visto che la struttura di Kostas padre aveva lavorato per scoprire gli altarini dei servizi militari, prima Sifar poi Sid infine Sismi, da cui Ludovisi arriva.
Due nemici insomma.

Ora Kostas figlio non ha altre scelte che non tornare a Genova e re-incontrare i superstiti della struttura Gamma per arrivare ai mandanti della morte della madre. E a rispondere a quella domanda importante: perché quel delitto? Quel finto incidente stradale che è stato per anni il marchio di fabbrica dei servizi deviati (che poi deviati non erano perché rispondevano a direttive politiche da Roma o da oltre oceano).
A Genova verrà aiutato da Marzia – amica del padre, una su cui puoi sempre contare gli aveva scritto il padre, e dalla figlia del maggiore Ludovisi, amico-nemico di Kostas padre, che lo ospita nella sua casa.

«Ma chi cazzo sei, tu?». Lui la guardò con un punto di domanda dipinto sulla faccia. «Un malvivente? Un poliziotto? Un angelo vendicatore?» «Sono figlio di un agente dei Servizi.» Sussultò e rispose allibita, quasi le avesse dato uno schiaffo: «Come… come me».

Non sarà un’indagine facile: dentro i servizi ci sono anche servitori infedeli dello Stato, persone che non rispondono alla Costituzione e alla sicurezza del paese, ma all’arricchimento personale, al potere. E che ancora oggi, dopo il crollo del muro di Berlino, dove i vecchi nemici possono essere ottimi partner commerciali, possono essere ancora letali.

Questo romanzo, a metà tra thriller e spy story, è l’occasione per raccontare dei tanti scheletri lasciati nell’armadio della vergogna dei nostri servizi, a partire dal traffico di rifiuti nucleari verso l’Africa, nascosto dalle azioni di cooperazione verso i paesi del terzo mondo.
Una brutta storia su cui Ilaria Alpi stava indagando e per cui è stata ammazzata a Mogadiscio.

Gli tornò alla mente un insegnamento di suo padre che Marzia aveva rinverdito di recente: chi scopre una verità non per questo ne diventa il padrone; anzi, più frequentemente accade che siano gli altri a decidere quale uso farne.

Forse non uno dei migliori romanzi di Bruno Morchio, può essere interessante per chi ha interesse ad approfondire la storia dei nostri servizi e le guerre interne.

La scheda del libro sul sito dell’Editore Altre Voci
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