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01 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – l’assalto alle banche, i conti della serie A, gli allevamenti ittici

Chi c’è dietro la scalata alle Generali, la cassaforte dei risparmi degli italiani?

Poi il tanto atteso servizio sui conti dell’Inter (doveva andare in onda domenica scorsa): aveva ragione Report o chi contestava il vecchio servizio?

Nell’anteprima di LAB Report si parlerà della situazione di Gaza: non chiamatela guerra, quello che sta succedendo è la soppressione di un popolo.

Il crimine sotto i nostri occhi

Per mesi in cui si è ripetuto che quello che succedeva a Gaza era solo colpa di Hamas, che chi criticava le scelte del governo di Israele era antisemita, che i numeri dei civili uccisi dall’esercito israeliano erano finti (dove sono le fonti? Come se non sapessero tutti che i giornalisti stranieri non sono stati ammessi a Gaza).


Finalmente l’occidente si è accorto di quello che sta succedendo in questa striscia di terra. O, meglio, ha smesso di far finta di niente.

Far finta che voler affamare un popolo, riducendo al limucino gli aiuti alimentari, distruggendo le infrastrutture, le scuole gli ospedali, prendendo di mira i civili anche nei luoghi dove dovrebbero essere al sicuro, non faccia parte di un disegno criminale per preciso.

Chi denuncia quanto è sotto gli occhi di tutti viene sistematicamente screditato, vedi gli attacchi alla relatrice Francesca Albanese accusata di aver ricevuto finanziamenti da gruppi vicini ad Hamas da un dossier di Un watch, dossier smentito dall’Onu.

Le ambasciate israeliane – spiega la stessa Albanese a Report – si muovono in prima persona per protestare quando “una certa persona fosse stata chiamata a parlare in una sede istituzionale”.

I civili, dal 7 ottobre 2023, in risposta all’attacco terroristico di Hamas, sono diventati bersagli, “come è possibile tutto ciò”? LE immagini nell’anteprima del servizio testimoniano a sufficienza quanto sta accadendo a Gaza. Bambini colpiti da proiettili e schegge, spesso colpi singoli alla testa, bambini a cui si devono amputare arti per i colpi ricevuti. Bambini che, una volta operati, non hanno nessuno da cui tornare perché le loro famiglie sono state sterminate.

Medici costretti ad operare con mezzi di fortuna nei pochi ospedali ancora attivi.: “ogni giorno mi ritrovo circondato da decine di persone che mi chiedono aiuto, mancano le attrezzature chirurgiche, tutto, non c’è materiale sterile monouso, rilaviamo tutto, anche i tubi con cui si intubano i pazienti ..” racconta uno di loro.

Report ha intervistato a Londra il dottor Abu Sittah, il primo ad essere entrato a Gaza dopo i primi attacchi agli ospedali, come quello ad Al Shifa: Israele aveva inizialmente dato la colpa alla Jihad per la morte dei 480 sfollati sotto le bombe.

L’ospedale di Al Shifa è stato bombardato dall’esercito di Israele ha bombardato l’ospedale, compreso il reparto maternità: IDF ha spiegato che è stata una operazione mirata contro Hamas che si era rifugiata dentro l’ospedale di Al Shifa

Tesi negata dal dottor Abu Sittah: “non ho mai visto alcun combattente nell’ospedale, altrimenti avrei chiesto loro di andare via, ho l’obbligo di chiedere ai combattenti armati di lasciare l’ospedale, dentro c’erano solo civili che avevano portato i loro figli al rifugio. Se avessero visto la presenza di Hamas, che è l’obiettivo di Israele, non avrebbero mai portato i loro figli a dormire la dentro.”

L’esercito di Israele, in quanto forza occupante, dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione civile: questo è quanto stabilisce la Convenzione di Ginevra, ma a Gaza i diritti dei civili non sono mai stati garantiti già prima del 7 ottobre (la data dell’attacco terroristico di Hamas).

Già prima del 7 ottobre 2023 e dell’inizio di questa nuova guerra ” spiega Ajith Sunghay direttore dell’alto commissariato per i diritti umani “l’assistenza medica il sistema ospedaliero nella striscia di Gaza era un disastro per via dei 17 anni di blocco [quello l’esercito ai valichi della striscia]. La Corte di Giustizia internazionale ha chiesto esplicitamente di garantire la sicurezza dei civili nei territori palestinesi occupati compresa Gaza. Questo comprende anche la fornitura di acqua, cibo, la raccolta dei rifiuti, offrire rifugio e qualsiasi altra necessità per la sopravvivenza. Israele come forza occupante deve garantire questa protezione ai civili secondo la quarta Convenzione di Ginevra.”
Attaccare gli ospedali significa attaccare strutture civili e quindi il diritto dei civili alla protezione invocata dal diritto umanitario internazionale.

Francesca Albanese relatrice speciale per le Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi parla oramai dello smantellamento del sistema sanitario a Gaza: “l’attacco al sistema sanitario in quanto tale è stato sistematico , sono stati colpiti gli ospedali, le ambulanze, sono stati uccisi oltre mille medici. C’è stato quasi un attacco personalizzato, molto mirato al personale medico e questo si è visto anche attraverso quello che è accaduto con gli arresti e le detenzioni arbitrarie.”
Di fronte a tutto questo la risposta dell’esercito di Israele (e dei tanti gruppi di influenza sui social) rimane sempre la stessa: sotto gli ospedali c’erano i tunnel di Hamas, nelle strutture mediche c’erano armi di Hamas, questi sono dati di Hamas.. Come se non si sapesse che per una precisa volontà politica nella striscia non sono ammessi giornalisti stranieri. E i pochi giornalisti palestinesi sono stati bersaglio delle bombe e dei colpi di IDF.

La scheda del servizio: LAB REPORT: ANATOMIA DI UN CRIMINE

di Nancy Porsia

Report ricostruisce l’attacco sistematico agli ospedali di Gaza, documentando bombardamenti, evacuazioni forzate e medici uccisi o arrestati. Attraverso testimonianze dirette e immagini senza filtro, emerge il collasso del sistema sanitario e il dramma dei civili intrappolati. Una cronaca documentata sulla potenziale violazione del diritto umanitario internazionale e la crisi umanitaria in corso.

Dietro le scalate bancarie


Ci aveva messo perfino la faccia la presidente del Consiglio Meloni, in un video pubblicato sui suoi canali social: “abbiamo deciso di introdurre una tassazione del 40% sulla differenza ingiusta del margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche ti applicano per prestarti i soldi e quanto ti riconoscono quando depositi i soldi. Una tassazione su quei margini extra che hanno registrato gli istituti bancari che è secondo noi non una tassa sui guadagni legittimi ma una tassa sul margine ingiusto. ”
Anche il vicepresidente Salvini era sulla stessa lunghezza d’onda: “la scelta della Lega e dell’intero governo è chiara, aiutare famiglie e impre, se e lavoratori che non ce la fanno chiedendo alle banche una parte degli incassi miliardari per i maxi profitti che hanno fatto in questi anni..”
Era agosto, gli italiani erano già al mare – racconta oggi il docente di economia della Cattolica Rony Hamaui – “e il governo esce con la prima tassa sugli extraprofitti, dopo di ché c’è tutta una discussione all’interno del governo, il parlamento, il provvedimento viene cambiato e viene lasciata alla banche l’opportunità di decidere se o pagare la tassa oppure accantonare, rafforzare il proprio patrimonio.”
Quindi la tassazione sugli extraprofitti dopo i roboanti annunci di Meloni e Salvini è durata solo il tempo dell’estate, riducendosi ad un ipotetico balzello, diventando una tassa facoltativa perché alle banche viene concessa la libertà di scegliere se pagarla oppure se tenere gli extraprofitti nelle loro casse.

La montagna ha partorito il topolino: oggi gli esponenti della maggioranza, come il sottosegretario Durigon, di fronte alle domande di Report svicolano, non rispondono, parlano d’altro (“abbiamo alzato gli stipendi .. abbiamo tantissime idee.. con le banche qualcosa abbiamo fatto..”).
Si dice che sia bastata una telefonata di Marina Berlusconi a far far marcia indietro al governo.

Così oggi le banche sono piene di liquidità, soldi pronta cassa che fanno gola a qualcuno nella maggioranza: e dunque sono partite le scalate bancarie, con l’assalto del Monte dei Paschi di Siena (la banca salvata coi soldi pubblici) al cuore della finanza milanese che ha scatenato una vera e propria guerra. In risposta all’annuncio dell’istituto di credito senese Mediobanca ha indossato l’elmetto ed eretto le barricate: la proposta del Monte è stata rispedita al mittente con un comunicato durissimo dal cda in cui si definisce l’offerta fortemente distruttiva di valore e priva di razionale finanziario e industriale.

Come si è comportato il governo fino a questo momento? Da arbitro o da parte in causa? Alberto Nagel, AD di Mediobanca ha risposto “qual è la prossima domanda”.

Gli elementi raccolti dal servizio di Report potrebbero dunque indurre a pensare che l’ultima asta delle azioni del ministero dell’Economia sia stata apparecchiata appositamente per far entrare nell’azionariato di MPS Francesco Gaetano Caltagirone e la finanziaria della famiglia Del Vecchio, BPM e Anima, ad un prezzo calmierato.

Il loro ingresso sarebbe stato funzionale a lanciare dopo solo un paio di mesi la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio avevano grossi interessi.
MPS diventerebbe una sorta di cavallo di Troia per Caltagirone e Delfin per prendersi Mediobanca: “questa Opa mi sembra strumentale non tanto per fare una fusione tra due banche ” racconta Alessandro Penati docente di Finanza della Cattolica “ma a costituire un gruppo di influenza in cui i privati appoggiati dal governo avrebbero una influenza.”

E cosa dice il governo in proposito? Il sottosegretario Freni di fronte alla domanda di Mottola, se ci sia stata una regia del governo sulla scalata di MPS, si è messo a ridere “ma quale regia.. ma che ne so io.. io sono solo uno scrivano ..”
C’è stato o meno un incontro lo scorso settembre al MEF tra esponenti del governo e MPS per pianificare questa scalata? Chi lo sa. Di certo lo stato italiano attraverso il MEF detiene l’11% di MPS, ma freni si ostina a rispondere “io non conto nulla..”

Il servizio racconterà poi della scalata tentata da Unicredit alla Banca Popolare di Milano: veniva presentata come investimenti di Unicredit in Italia, ma Salvini l’aveva definita una banca straniera. “Diciamo che Unicredit ha le sue radici in Italia e il 45% del gruppo è in Italia, siamo presenti in 13 paesi e in questo contesto siamo paneuropei” ha risposto l’AD Andrea Orcel. Altre domande sul tema delle scalate e sulla posizione non neutra del governo non sono state ammesse.
In effetti Salvini non avrebbe torto: la proprietà di Unicredit è straniera per oltre il 70% del suo capitale, controllato soprattutto da fondi americani e inglesi. Tuttavia all’epoca degli attacchi di Salvini anche in BPM l’azionista di maggioranza non era italiano ma era la francese Credite Agricole e subito dopo veniva l’americana Black Rock. Forse, anche alla luce di ciò, non tutti i maggiorenti della Lega si sono lasciati arruolare nella crociata nazionalista di Salvini.

Massimiliano Romeo è il capogruppo al Senato: alla domanda se Unicredit è straniera non ha voluto rispondere “dovete mettervi d’accordo col nostro ufficio stampa”.

Calderoli, ministro dell’Autonomia non ha proprio risposto. Laura Ravetto, deputata della Lega ha glissato, “voglio andare a sentire Salvini..”

Almeno Fedriga, presidente della regione Friuli, almeno è stato netto: Unicredit non è straniera, “mi auguro che Unicredit possa contribuire a far crescere e collaborare all’interno di una maggior vicinanza al sistema produttivo”. Fedriga prende la distanze da Salvini anche perché la questione BPM non riguarda tutta la lega – spiega nel servizio di Mottola – ma quasi esclusivamente la Lega lombarda. Negli ultimi 15 anni infatti i vertici del partito in Lombardia hanno coltivato un rapporto molto stretto con la BPM da quando, nel 2009, ne è stato nominato presidente Massimo Ponzellini, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti il quale oggi, da ministro dell’Economia, ha deciso di usare sulla scalata di Unicredit il golden powere quindi dare al governo l’ultima parola sulla scalata.

C’è un tifo di Salvini e Giorgetti per BPM? Il presidente di BPM Tononi commenta dicendo “mi sembra una espressione fuori luogo, non è questione di fare tifo, bisogna fare scelte giuste per l’economia italiana e certamente il venir meno del pluralismo potrebbe essere un elemento di fragilità in questa situazione.”

Insomma, un assalto alla cassaforte dei nostri risparmi da parte di questa destra sovranista ovvero, come dice il titolo del servizio, all’armi siam banchieri.
Si muove la politica e si muove quel pezzo di imprenditoria che fa riferimento a questa maggioranza: per esempio il costruttore Caltagirone, che ha costruito i palazzi dei quartieri di Roma. Roma non si può governare senza il suo consenso: l’ex sindaco Ignazio Marino racconta di come sia difficile, Caltagirone è sempre stato abituato ad avere figure nell’amministrazione della città che non si mettono in contrasto.

Il suo quartier generale è nel centro di Roma in via Barberini: qui amministra i suoi interessi nella capitale, da Acea la società di acqua ed elettricità di cui detiene una quota; è uno dei costruttori del prossimo termovalorizzatore ed è nel consorzio che sta realizzando la metro C, l’opera pubblica più costosa d’Europa.
Continua Marino: “Penso che in questa fase storica Caltagirone si sia abbastanza staccato da quel mondo che a Roma viene chiamato dei palazzinari.”
L’epopea imprenditoriale di Francesco Gaetano Caltagirone comincia negli anni ‘80 quando fa i primi miliardi con l’attività di palazzinaro: il suo rapporto con la politica, la Democrazia Cristiana, è strettissimo, ma gli costa caro. Finisce nelle principali inchieste di Tangentopoli, imputato per corruzione in vari processi, è stato sempre assolto.

In questi processi tra gli imputati era presente anche l’ex ministro Cirino Pomicino: entrambi, Pomicino e Caltagirone, furono assolti. Caltagirone passa poi dal finanziare la DC, la corrente andreottiana, a finanziare i “nuovi partiti” della seconda repubblica.
Inizia, anche su suggerimento di Pomicino, a comprare giornali, “devi essere un imprenditore con cui la politica deve fare i conti, in un momento in cui i partiti non sono più un punto di riferimento e c’è il rischio che il riferimento lo diventino le procure, il giornale è l’unico modo per garantire la propria resistenza.”

Così nasce l’impero editoriale di Caltagirone: nel 95 compra Il Tempo, poi rivenduto, poi Il Messaggero, il più importante giornale della capitale, subito dopo Il Mattino, il quotidiano più diffuso a Napoli e in Campania. Due anni dopo rileva Il quotidiano di Puglia, poi Il Corriere Adriatico diffuso nelle Marche, quindi Il Gazzettino il maggior quotidiano in Veneto e Friuli. La geografia delle acquisizioni editoriali di Caltagirone segue pedissequamente i suoi affari, perché compra i giornali in tutte le città e le regioni dove ha maggiori interessi finanziari e imprenditoriali.

Una genialità la sua – commenta così il mentore Pomicino – comprendere come i giornali potessero essere uno strumento di condizionamento della politica: “sapevi che se toccavi Caltagirone la tua vita sarebbe stata centellinata dai giornalisti ..”

Sul ruolo di Palazzo Chigi (arbitro e giocatore) in questo risiko bancario potete leggere l’anticipazione del servizio di Report data da Marco Palombi sul Fatto Quotidiano:

Il governo banchiere, il risiko e il conflitto di interessi di Caputi

di Marco Palombi

Il capo di gabinetto di Giorgia Meloni ha quote in due società che si occupano di Npl

Ogni giorno si scoprono nuovi particolari su quella che il Fatto, parafrasando una vecchia battuta, ha definito “l’unica merchant bank in cui si parla romano”: le intricate vicende del cosiddetto risiko bancario – in cui Palazzo Chigi fa contemporaneamente l’arbitro, il giocatore e il vigilante – sono descritte da una lunga inchiesta di Report, firmata da Giorgio Mottola e in onda stasera su Raitre, da cui si scopre, tra le altre cose, che il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, l’uomo che per conto della premier gestisce anche la partita bancaria, s’è dimenticato di dichiarare un potenziale conflitto d’interessi.

Nel servizio si racconterà infatti di come le azioni di MPS, detenute dal MEF, siano state vendute con procedura accelerata, per evitare che venissero vendute sul mercato. Lo scorso novembre quando il MEF ha venduto un altro 15% di MPS, Giorgetti non si è affidato alle solite banche d’affari ma ad un piccolo operatore, banca Akros del gruppo BPM: così ad aggiudicarsi le azioni non sono state, come nel passato, decine di svariati investitori ma solo 4 compratori, tra cui Caltagirone col 3,6%, Delfin del gruppo Del Vecchio il 3,5%, banco BPM col 5% e il 4% Anima il fondo di investimento partecipato da Caltagirone, BPM e MEF.

Come se questa cessione di azioni di MPS fosse stata concordata, come ammette Luca Enriques ex commissario Consob a Report . Da quanto risulta a Report, alla terza asta diversi fondi di investimento anche stranieri erano interessati ad acquistare azioni del ministero dell’Economia ma risulta che non abbiamo mai avuto risposta dalla banca Akros e secondo quanto scrive il Financial Times sarebbe stata bloccata anche una un’offerta avanzata da Uncredit.

Ora Caltagine e Del Vecchio attraverso Anima e BPM sono arrivati a controllare il 15% di MPS che una quota di controllo della banca. Durante questa asta i quattro gruppi non hanno comprato le azioni a sconto ma le hanno pagate il 2% del loro valore in borsa. Il MEF avrebbe incassato dunque più delle due aste precedenti ma alla fine il collocamento di banca Akros si è rivelato più vantaggioso per Caltagirone e gli altri compratori. Se infatti avessero voluto comprare le azioni sul mercato l’operazione sarebbe stata più complicata perché il mercato “capisce” che c’è dietro una mano a comprare le azioni e quindi ne fa salire il prezzo, così Caltagirone e Del Vecchio le avrebbero pagate di più.

Si potrebbe dunque pensare che l‘ultima asta del MEF sia stata apparecchiata per far entrare nell’azionariato di MPS proprio Anima e BPM ad un prezzo conveniente. Un ingresso funzionale a lanciare, dopo qualche mese, la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio hanno grossi interessi.

La scheda del servizio: ALL’ARMI, SIAM BANCHIERI!

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Nonostante l’economia non stia andando benissimo, le banche italiane sono riuscite a registrare ricavi miliardari grazie agli extraprofitti favoriti dall’aumento dei tassi di interesse. Il governo Meloni ha provato a introdurre una tassazione su questi guadagni miliardari, ma ha dovuto battere in ritirata. E così gli istituti di credito del nostro Paese si sono ritrovati con le casse piene di soldi. Grazie a questa situazione di favore, è partito il cosiddetto risiko bancario: Unicredit ha lanciato una scalata sulla Banca popolare di Milano e poco dopo Monte dei Paschi di Siena ha avviato l’assalto all’ex salotto buono della finanza italiana, Mediobanca. In questa partita però di finanziario c’è molto poco. Fratelli d’Italia e Lega hanno deciso di giocare un ruolo di primo piano e puntano alla nascita di un terzo polo bancario a trazione sovranista. L’obiettivo è la cassaforte dei risparmi privati degli italiani: le Assicurazioni Generali. Per raggiungere lo scopo, è nata un’inedita alleanza con potenti esponenti del capitalismo finanziario del nostro Paese.

I conti dell’Inter

Chi aveva ragione, sui conti dell’Inter? Report oppure quelli che hanno contestato il servizio?

E, poi, oltre all’Inter, ci sono altre società di calcio in serie A coi bilanci a rischio?

Il mondo del calcio è sempre stato un terreno particolare, dove le regole che valgono per tutte le altre imprese qui vengono interpretate a seconda del caso.
Nel mondo del calcio sono in tanti a lanciare l’allarme, perché l’Inter vince due scudetti con un debito monstre: l’ultimo è Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore di Forza Italia. Nel corso di un evento pubblico ha dichiarato: “il paradosso è che ci sono società con debiti da 600-700 ml di euro tecnicamente fallite ma che vincono il campionato.”
Come commenta questa uscita il ministro dello sport Abodi (membro della stessa maggioranza di Lotito)? “Questa è una opinione che deve essere verificata dai fatti, questa commissione [quella che il governo Meloni ha pensato per controllare i bilanci delle squadre] non deve essere severa, deve essere giusta e deve mettere in condizione anche voi di raccontare le cose come stanno.”
Ma nella riforma che il governo ha in mente sui bilanci delle squadre ci saranno interventi sull’equilibrio finanziario del sistema calcio?

Stiamo ragionando sulle figure che vogliamo siano molto qualificate, molto indipendenti che assumono il ruolo come missione..”
La commissione voluta da Abodi è quella che sostituirà la Covisoc, l’organismo oggi sotto il controllo della Federcalcio incaricato di verificare lo stato di salute finanziaria dei club .

Ma l’ultimo regalo al calcio italiano è arrivato proprio grazie al governo Meloni che, nel dicembre 2022, ha approvato il decreto salva calcio, che ha permesso di spalmare un debito fiscale complessivo di 889 ml di euro in sessanta comode rate.

LE squadre hanno avuto modo di ricorrere agli strumenti che la legge ha permesso di poter utilizzare – racconta il presidente di Federcalcio Gravina – però il debito si accumula e quindi questo genera degli alert ma sono alla parti di qualunque società di capitali.

Ma questo decreto alimenta una cultura del debito: lo spiega il consulente di Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di bilanci e diritto penale dell’Economia “ma secondo lei il calcio è una roba normale, ma possiamo confrontarlo con una normale azienda, il lusso, lo spreco, di denaro, assurdo, non solo per i calciatori ma anche per gli allenatori, gli agenti, per le feste, le macchine, è tutto un lusso a debito. Il lusso non si fa a debito, il lusso si fa coi soldi, che qui non ci sono.”

Il cuore del servizio sarà dedicato ai conti dell’Inter: i suoi problemi finanziari erano legati alle holding cinesi del suo ex proprietario?

Nel mondo della finanza le voci corrono con molta velocità – racconta Daniele Autieri – il 7 gennaio 2025 la famiglia Zhang, uno dei grandi conglomerati industriali cresciuti all’ombra del partito comunista dichiara bancarotta. In un attimo la notizia del fallimento del gruppo Suning viaggia da Bangkok a Manhattan: tra le società interessate dalla ristrutturazione del debito c’è anche la Suning holding group, la stessa con cui per anni gli imprenditori cinesi hanno controllato l’Inter.
Come spiega Gian Gaetano Bellavia, tutto questo ha avuto riflessi sulla squadra milanese: “se si parla di stato di insolvenza o fallimento è fatale che i cinesi non abbiamo più dato soldi all’Inter.”
Che il gruppo Suning fosse sull’orlo della bancarotta era noto agli addetti ai lavori già nel 2020, come aveva rivelato a Report l’analista finanziario che cinque anni fa, al termine di una accurata due diligence aveva per primo lanciato l’allarme sui conti del club milanese.
A Report aveva raccontato le voci che giravano “mi ricordo che dicevano che questi Zhang non potevano viaggiare per impegni e così via,ma questi erano sotto chiave, questi qui avevano fatto un casino che Parlamat al confronto era niente. La Cina gli aveva ritirato il passaporto. ”


Cinque anni dopo la profezia dell’analista si è avverata, il gruppo Suning dichiara bancarotta al termine di un decennio di strategie finanziarie fallimentari: tra il 2012 e il 2020 gli Zhang investono 10 miliardi di euro in operazioni a perdere, una di queste è proprio l’acquisto dell’Inter.
Report è andata fino a New York, alla borsa americana, per trovare conferme a questa storia: nella compagine accanto a Zhang c’è anche Lion Rock un private equity di Hong Kong. Nel 2019 il fondo rileva il 31,05 % delle partecipazioni dell’Inter e il suo presidente Daniel Tseung si presenta alla Pinetina con un piano preciso, vendere l’immagine del calcio italiano in Cina e lo fa con una intervista manifesto, l’unica concessa in Italia e rilasciata alla giornalista finanziaria Laura Morelli.
“Lion Rock è un fondo che investe in consumer, dunque beni di consumo, dal sito sono 9 le società dove dicono di aver investito dal 2011, Inter compres ” spiega oggi a Report la giornalista “il calcio non era mai stato un loro investimento, l’Inter è stato il primo e anche l’ultimo finora.”
Nell’Inter quanti soldi hanno messo? “Si parlava di circa 150-200 ml ”


La
scheda del servizio: LA RESA DEI CONTI

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

L’Inter, il Club italiano che ha vinto di più negli ultimi anni, è stato davvero sull’orlo del fallimento? Dopo l’inchiesta del febbraio scorso che aveva ricostruito i guai finanziari della società, in molti hanno criticato Report accusando la trasmissione di aver addossato all’Inter i peccati dei suoi proprietari, ovvero del Gruppo Suning che fino al maggio del 2024 controllava il Club. Tre mesi dopo ecco la nuova inchiesta che approfondisce il filone finanziario del Club, prima e dopo l’ingresso del fondo americano Oaktree, e ricostruisce nel dettaglio quali fossero le reali condizioni del Club negli anni più difficili della proprietà Zhang, tra il 2021 e il 2023. Grazie a documenti inediti e a una testimonianza eccellente, l’inchiesta ricostruisce tutti i retroscena delle operazioni finanziarie che hanno evitato il fallimento dell’Inter. Una verità che testimonia ancora una volta la fragilità delle società sportive e l’inefficacia delle istituzioni nel costruire e far rispettare un sistema di regole condiviso, proprio adesso che il governo è al lavoro su una futura riforma del calcio.

Lo stato degli allevamenti ittici

Quante cose si scoprono seguendo i servizi di Report: il record di inquinamento da ammoniaca in pianura padana grazie agli allevamenti intensivi e ora scopro che siamo leader negli allevamenti di trote. Ma in che modo vengono allevati questi pesci?
Negli allevamenti visitati da Giulia Innocenzi si vedono tanti pesci agonizzanti, che boccheggiano in acqua o in superficie, che nuotano al contrario, sbattono contro le pareti del vascone. Insieme ai pesci agonizzanti si trovano anche animali morti che andrebbero rimossi il prima possibile per motivi igienico sanitari, perché potrebbero essere morti per malattie infettive e potrebbero mettere a rischio altri pesci.
Alcune trote sono morte impigliate nelle griglie dell’allevamento: sono animali curiosi – racconta a Report Simone Montuschi- presidente di Essere Animali – è normale che cerchino delle zone in cui non sono ancora stati, se ci sono delle reti dove loro entrano con la testa ma poi il corpo si allarga e non riescono più a uscire con le branchie non riescono ad indietreggiare, rimangono incastrati.

E incastrate nella rete muoiono. Incastrati si trovano anche animali vivi: nel video che potete vedere in anteprima, l’autore delle riprese ha cercato di liberare gli animali, cosa che dovrebbero fare le persone che gestiscono l’allevamento.

Nelle reti, oltre ai pesci si trovano anche gli uccelli, anche loro rimasti impigliati nelle reti: alcuni di questi sembrano essere presenti da diverso tempo.

La scheda del servizio: LAGUNA NERA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

L'Italia è un paese leader nella produzione di trote. Quali sono le condizioni dei pesci nei vasconi e come vengono abbattuti? Grazie a immagini esclusive Report mostrerà la realtà degli allevamenti considerati di alta qualità. E a un anno di distanza dalla moria di pesci che ha colpito la laguna di Orbetello, famosa per la sua preziosa biodiversità, ma anche per le sue spigole e orate, cosa è stato fatto per evitare che succeda di nuovo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 settembre 2021

Presadiretta – la guerra dei soldi

Una puntata dedicata al bitcoin e alle altre criptovalute, monete virtuali che non si comprano in banca e che in questi anni hanno raccolto duemila miliardi di dollari (in transazioni che non sono passate attraverso i canali tradizionali).

Sarà la moneta del futuro? E cosa faranno le banche tradizionali e le banche centrali?

Oggi in commercio ci sono monete virtuali, non emesse dalle banche: la loro importanza la si capisce dal fatto che sono diventate sponsor di squadre di calcio, Socios.com per l'Inter o sponsorizzano le società di streaming come Cripto.com il cui logo appare durante il VAR. Sono siti che vendono criptovalute e che hanno portato milioni freschi nelle casse delle squadre.

Si chiamano Exchange questi siti e lo scorso aprile Coinbase, l'exchange più grande di tutte, è sbarcata a Wall Street raccogliendo 63,5 miliardi di dollari e battendo ogni record di un titolo al debutto sull'indice Nasdaq.

Il 2% della popolazione mondiale investe in criptovalute, in Italia siamo al 5%: persone che si sono avvicinate per gioco, ma la maggioranza sono persone che si sono avvicinate quando il valore di questa moneta era basso e che nel corso degli anni, al crescere del valore, è diventata ricca. Questa crescita ha fatto da traino per altri investitori.

Andrea Ferrero è cofondatore della Young, società di scambio di queste monete: ha raccolto 2 milioni di euro di raccolta fondi, a Presadiretta racconta della guerra sul prezzo di queste monete, che al mondo sono migliaia, alcune delle quali sono solo truffe.

Il loro obiettivo è costruire una banca cripto, offrendo tutti i servizi delle banche tradizionali, dalle carte ai prestiti: vorrebbero diventare loro una banca, rendendo inutile per le persone andare presso uno sportello a fare operazioni.

A Treviso lavora Alessandro in una miniera fatta da una serie di computer che elaborano calcoli complessi per generare, “estrarre”, monete virtuali.

La febbre dell'oro ha contagiato il mondo, oggi per comprare le schede usate per estrarre monete si deve spendere molto di più che in passato: le grandi miniere di oggi sono grandi capannoni che spuntano nei luoghi del mondo dove l'energia costa poco, per lo più nell'est del mondo.

Ma si trovano anche a Milano: il giornalista di Presadiretta ha visitato un capannone si trovano batterie di macchine per estrarre bitcoin, al momento irreperibili sul mercato, dove si estrae un bitcoin al mese, una moneta che oggi vale 40mila dollari.

Bitcoin nasce nel 2008, col crollo delle banche d'affari, come Lehmann Brothers: è nata per cambiare le regole del gioco, rimuovendo gli intermediari che controllavano il sistema monetario privato e centrale, l'idea era creare “la moneta del popolo” racconta Luca Fantacci dell'università Bocconi.

Una moneta scarsa, nata da un creatore senza identità, disintermediata, in numero finito, come anche l'oro è scarso in natura: oggi un solo bitcoin vale 40mila euro, avrà lo stesso impatto dell'oro sulla finanza mondiale?

Dietro il bitcoin c'è la blockchain, di fatto una sequenza di bonifici che segue le transazioni di questa moneta sin dall'inizio, una sorta di registro contabile: questa modalità peer to peer consente di fare a meno delle banche perché ci sono i miners che certificano le transazioni che vengono scritte sul registro e vengono ricompensati per ogni transazione certificata (appiccicata a fine registro) con delle monete virtuali.

Serve energia a basso costo per queste elaborazioni e così vecchie fonti di energia, come quella idroelettrica di una centrale a Trento, venduta a società come la Alps Blockchain che ha realizzato diversi impianti tra Trento e Val d'Aosta, con cui estrarre a fine anno fino a 3 bitcoin l'anno.

Ci sono paesi però che, per l'alto consumo di energia, proibiscono l'estrazione delle monete, come la Cina, ma senza grossi successi.

Ci sono anche strutture di mining che prendono energia da vecchie centrali a carbone oppure basate sugli idrocarburi: una deputata dello stato di NY ha così deciso di presentare una legge che proibisca l'uso di queste centrali per il bitcoin.

Ma ci sono paesi che invece cercano di attrarre investimenti tramite bitcoin, come El Salvador che ha reso questa criptovaluta come moneta di stato.

O come la bitcoin valley in Trentino dove ci sono exchange più che a Berlino: in questa provincia coi bitcoin si possono fare acquisti per beni e servizi di tutti i giorni, dal parrucchiere ai giornali.

Dietro i bitcoin c'è l'idea di arrivare ad una moneta di scambio tra uomo e uomo, oppure solo la volontà di arricchirsi in un investimento speculativo?

In questo mercato non esiste un'entità di controllo, come la Sec o come la Consob: è come un Far West, ma su questa i pareri degli esperti interpellati da Presadiretta sono diversi.

Una rivoluzione che ci porta nel futuro oppure una controrivoluzione, un ritorno alla moneta di Von Hayek?

E' possibile pensare un mondo senza banche centrali controllare da organi politici?

Nel lungo periodo, dove però saremo tutti morti, anche bitcoin sarà una moneta stabile come l'oro?

Ci sono però monete che diversamente da bitcoin non hanno avuto successo: in tutto sono circa seimila, stiamo vivendo una bolla delle criptovalute, come la bolla delle dot.com nel duemila. Ma quando la bolla si sgonfierà tutta la moneta si riverserà su quelle solide che rimarranno in piedi.

Nel mondo blockchain ci sono state anche delle truffe, come quella di Onecoin, che ha sottratto 20 miliardi nel mondo, dagli investitori. Ai tempi della pandemia c'è stato anche il coronacoin, una speculazione sui morti per coronavirus (su cui milioni di persone hanno investito).

C'è poi la storia di Bitgrail, un exchange specializzato in nano monete virtuali, dove queste monete sono state oggetto di un furto virtuale.

Non è facile capire chi siano le vittime e chi i colpevoli in questi episodi di truffa ed è per questo che le criptovalute sono amate dai criminali, dai narcotrafficanti per il traffico di droga e dai criminali per il riciclaggio.

Sarà difficile chiudere questo mercato che fa gola ai big di internet come Facebook che si è fatta la sua criptovaluta, per consentire l'accesso ai servizi finanziari a chi non ne aveva i mezzi o le conoscenze.

Servizi economici per le persone che non hanno un conto in banca, persone provenienti dalle periferie del mondo che non entrano in una banca ma hanno un cellulare e un account FB.

Libra diventerebbe una banca in mano ad un monopolista, in concorrenza con gli stati centrali: contro FB si sono espresse le banche centrali e l'Oms.

Oggi le banche centrali stanno studiando la loro moneta virtuale: la stessa BCE sta lavorando ad un euro digitale, per evitare rischi in un futuro di instabilità monetaria in Europa.

Ma solo in Cina esiste una vera moneta virtuale di Stato, varata dalla banca centrale ed usata dal 40% della popolazione e le società private devono mettersi d'accordo con lo stato per far circolare le loro monete.

Con lo yuan digitale si possono offrire servizi bancari anche negli angoli remoti del paese, non serviti dalle normali banche: il rischio è mettere nelle mani dello stato cinese il controllo delle transazioni.

In che modo si possono controllare le sanzioni economiche di un paese, come la Corea del nord, col passaggio allo yuan digitale?

Negli Stati Uniti hanno fatto simulazioni di questi scenari geopolitici in cui i rapporti di forza tra Occidente e Cina sono cambiati rispetto a qualche anno fa.

L'influenza della Cina aumenterà anche grazie al passaggio alla moneta virtuale che prenderà il posto del sistema Swift o del dollaro, per le transazioni commerciali.

Ma le banche tradizionali stanno facendo il loro lavoro, oggi, per il sostegno alle imprese e alle famiglie?

L'arrivo del Covid ha costretto il governo a immettere 400 miliardi per tenere in piedi le imprese in crisi, per le restrizioni: di questi, anche secondo le stime di ABI, solo la metà sono finite alle imprese come finanziamenti.

Presadiretta ha raccolto diversi casi di imprenditori che dopo aver chiesto un finanziamento ad una banca, che a loro volta chiedevano garanzie anche al di fuori dalla garanzia dello Stato, costringendoli a mettere a garanzie beni personali, case e capannoni. Molti sono stati costretti a rientrare da vecchi debiti prima di ottenere il prestito (lo aveva raccontato una puntata di ottobre di Presadiretta).

Secondo una stima della CGIA di Mestre solo un quinto dei prestiti di stato (quelli del decreto liquidità) sono finiti alle imprese, il resto sono serviti a risanare vecchi prestiti.

Perché un problema delle banche in questi anno sono i crediti non performanti, quelli inesigibili, che pesano sui bilanci e che portano poi a erogare sempre meno prestiti.

Esiste una correlazione tra l'andamento dell'economia e la crescita di questi crediti inesigibili: ma se l'economia non riparte come facciamo? Come riparte il paese?

C'è poi un'altra questione: gli sportelli delle banche oggi vengono chiusi, specie nei piccoli comuni, come a Gabiano in provincia di Alessandria.

La banca locale è stata chiusa senza avvisare l'amministrazione, i conti correnti son stati spostati in altre filiali lontane anche 30km ed è difficile anche andare al bancomat.

Senza banche è difficile anche ottenere un prestito o pagare i dipendenti tramite bonifici per le imprese.

Mantenere le filiali ha un costo, rispondono le banche, come la BPM che ha chiuso a Gabiano: BPM non ha concesso l'intervista, ma ha spiegato che sta rimodulando la sua offerta commerciale, per rinforzare i servizi digitali – spiega in una mail.

Ma queste ristrutturazioni nascono anche dalle fusioni tra gruppi bancari, che paradossalmente (avendo meno concorrenti) porta ad una desertificazione dei servizi bancari sul territorio.

Abbattere i costi, minimizzare i rischi, massimizzare i profitti: tra i rischi da minimizzare ci sono i titoli di stato, i debiti che non potranno essere riscossi per la pandemia.

Ma se non saranno le banche a sostenere l'economia, chi lo farà?

In Italia il sistema bancario non è esente da peccati: in Veneto il crac delle banche popolari ha portato ad un terremoto finanziario che ha travolto un intero territorio, famiglie e imprese.

Banche che hanno tradito la fiducia delle persone – racconta Maurizio Crema giornalista de Il Gazzettino e autore del libro Banche rotteIl costo per il territorio veneto di questi crac è stimato in 60-70 miliardi di euro.

In Calabria invece la crisi delle banche ha portato famiglie e imprese nelle mani degli strozzini, usurai che chiedevano interessi esorbitanti, fino al 27% mensile.

Questa regione è l'ultima in classifica per i prestiti, qui è difficile ottenere un prestito perché è considerato rischioso, ma in questo modo si strozza l'economia regionale.

Racconta Don Marcello Cozzi, di una associazione anti usura, che le banche si devono rendere conto che è vero che prestare soldi è rischioso, ma senza questi rischi loro stesse rischiano di sparire.

Anche perché il sistema bancario raccoglie il 19% dal sud, ma presta alle imprese del sud solo al 14%, preferendo investire e prestare soldi al nord.

Esistono per fortuna anche realtà come quella di Banca Etica, dove a comandare non c'è solo il profitto.

06 ottobre 2020

Presadiretta – la tempesta perfetta

La tempesta perfetta è quella che si sta per abbattere sulla nostra economia e per questo diventa urgente decidere cosa finanziamo con i 209 miliardi di euro che arriveranno dall'Europa.

Iacona ne ha parlato con Paolo Gentiloni, commissario degli affari economici, la struttura che dovrà valutare i nostri progetti.

Cosa può fare l'Europa per contenere il contagio?

L'Europa – ha risposto Gentiloni – deve dare standard comuni, le zone arancio, le zone rosse, anche se non è nei poteri.

L'altra cosa è la grandissima e inaspettata disciplina nel rispettare le norme pubbliche e che dovremo continuare a rispettare.

Le spese sostenute dall'Italia, per la cassa integrazione, per l'extra deficit, pregiudicheranno la ripresa?

Secondo Gentiloni questa spesa era prevista e incoraggiata: in tutta Europa si sono visti applicare gli stessi meccanismi di cassa integrazione visti in Italia.

C'è incertezza, fino ad agosto c'è stata una ripresa forte, ma da settembre l'incertezza ha rallentato il ritmo.


L'Unione Europea ha sospeso il patto di stabilità, per la prima volta. L'Europa abbandonerà l'austerità?

Nessuno dei paesi europei starà nei parametri del 3% del deficit, Gentiloni ha detto che difficilmente si cambieranno le norme sul deficit ma potrebbero cambiare i percorsi per avvicinarsi alle soglie previste.

Il fondo cerca di ridurre queste differenze tra paesi: i soldi non devono essere usati per abbassare le tasse, non un taglio generalizzato per abbassarle a tutti, ma in modo mirato per certi settori.

Il governo dovrà prendere delle decisioni che avranno un impatto nel lungo periodo, che risolvano problemi che stanno strozzando la nostra crescita. Ma il governo deve prendere le decisioni a breve termine, per le prossime generazioni. Ci vuole molto coraggio.

Il next generation Ue è legato a controlli sulla democrazia: ci sono paesi che stanno osteggiando questi vincoli (come l'Ungheria). Il fondo potrebbe essere bloccato?

Gentiloni è ottimista, i negoziati e gli accordi non hanno tolto le divisioni tra i paesi, l'Europa non è uno stato federale, ma il progetto comune si è dimostrato più forte degli stati singoli.

Abbiamo bisogno di qualità nei piani e abbiamo bisogno che ci si sbrighi per evitare che il contributo europeo sia spostato avanti nel tempo.


E' l'ultimo treno per l'Italia e per l'Europa?

Se non cogliamo questa opportunità, potremmo non averne un'altra, ammette Gentiloni, che in questo piano ha una “fiducia battagliera.”

Nei primi sei mesi l'Italia ha esportato meno merci per un valore di 36 miliardi di euro in meno, un caso rispetto al 2019 del 15% che non si registrava dalla crisi del 2008. Dopo il tonfo di aprile i dati sono in risalita, ma siamo ancora lontani dai valori pre-covid.

Dal porto di Venezia transitano 180mila container l'anno, di merci verso l'Africa o verso i mercati asiatici, lo sbocco primarie delle filiere produttive del Veneto, una delle regioni più votate al commercio internazionale e dunque più colpite dalla crisi.

Il porto è l'area di sbocco di un'area che produce il 10% del PIL: oggi il piazzale del porto non è trafficato e serviranno altri tre anni per tornare ai vecchi volumi di merci.

Meno merci significa meno lavoratori che lavorano nel porto: persone che ora con la cassa integrazione fanno fatica ad arrivare a fine mese.

Le difficoltà del porto sono solo un assaggio della crisi nel Veneto: nell'entroterra ci sono infatti ben 17 distretti industriali che raggruppano migliaia di aziende che esportano praticamente tutto ciò che producono, è la piccola e media impresa che è riuscita negli anni ad inserirsi con successo nelle cosiddette catene globali del valore e a conquistare il mondo con i propri prodotti. Ma è proprio questa vocazione all'export che oggi le rende vulnerabili.

Presadiretta ha sentito l'opinione di Gianluca Tocchi della Fondazione Nord Est: “Se l'export non riparte è un problema, per tutta l'Italia, ma un problema particolarmente per quest'area”.

Prima si sono fermati i paesi produttori delle materie prime usate dalle industrie venete, poi si sono fermati gli ordini.

Quali le catene del valore che, in Veneto, sono state maggiormente danneggiate: è sempre Gianluca Tocchi a rispondere, raccontando che nel mercato asiatico è molto sensibile il settore della moda, ma sicuramente una delle più danneggiate è quella della meccanica.

Il 20% dell'export del Veneto è generato da macchinari e impianti: una di queste aziende nel settore metalmeccanico è la Ravagnan, che da Rovigo esporta in tutto il mondo: i cilindri in acciaio che hanno prodotto rimangono a far ruggine perché i clienti internazionali sono in crisi. Non solo non ordinano più, stanno anche cancellando ordini passati.

Qui lavorano sulle poche commesse rimaste: se normalmente l'azienda occupa 50 persone, adesso ce ne sono solo 15 e il grande capannone di assemblaggio è quasi vuoto.

Qui sono in cassa integrazione, perché il 50% delle merci sono per l'estero ed è quasi tutto bloccato: si è perso moltissimo come produzione, circa il 30% sul budget annuale.

E la ripresa non darà benefici nell'immediato: il mercato domestico è diventato un po' più presente, ma hanno dovuto chiudere cantieri in Messico, in Perù, in Brasile, non hanno ancora un'idea delle riaperture. “Il mondo è diventato all'improvviso molto grande”.

Hanno bisogno del mondo anche nel distretto calzaturiero della Valle del Brenta che esporta più del 90% della produzione. Parliamo di 10 mila lavoratori su 500 azienda che producono 19 milioni di paia di scarpe all'anno.

Parliamo di 1,5 miliardi in export, una miniera d'oro per la bilancia commerciale italiana che ora rischia di esaurirsi.

Qui parliamo di manifattura di precisione che lavora per un mercato specifico: il mercato russo chiede un prodotto carico di accessori, quello cinese chiede prodotti sobri. Cambiare mercato è difficile.

Gilberto Ballin racconta che questo settore ha perso il 40% della produzione ed è ora preoccupato per il futuro.

Non nascondo che in questo momento gli aiuti statali sono cruciali ” - dice Gilberto Ballin presidente Acrib - “quello che ci preoccupa di più è che venga sospesa la cassa integrazione, questo è stato un ammortizzatore sociale che ha tenuto a galla molte aziende in questo momento.”

Elena Terrin è una imprenditrice di questo distretto e sta già subendo il mancato arrivo di ordini per la prossima stagione. Per avere aggiornamenti si collega in video conferenza coi suoi responsabili vendite da Mosca e da New York.

Da Mosca, parla la responsabile: “i negozi sono aperti ma le vendite non ci sono, la gente non cammina per le strade quindi anche se ci sono stati ordini a febbraio e marzo, sono stati annullati.

Anche settembre e ottobre, tutto cancellato. Per il momento la Russia è chiusa.”

Da New York, il collega: “parlavo ieri con clienti della west coast ma anche del midwest e non pensano neanche a fare visite allo show room.”

C'è una caduta delle domanda estera senza precedenti: la crisi avrà effetti per tutta la prossima stagione, il governo ha parametrato gli aiuti col fatturato dei mesi passati.

Ma per queste aziende, aprile non è un mese di fatturazione e dunque molte aziende non hanno ricevuto nessun aiuto.

La crisi delle aziende si ripercuote poi sulla società: molti clienti, raccontano dalla banca, hanno congelato il mutuo.

Altre famiglie hanno chiesto aiuto alle banche: è stata una crisi dagli effetti immediati, raccontano dalla banca, e ci si aspetta un autunno difficile, perché gli interventi del governo (il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione) hanno procrastinato gli effetti.Qui temono che la crisi in questa regione possa poi toccare tutto il paese.

A Rovigo c'è il distretto delle macchine da parco giochi: ma poiché questo settore è fermo, si lavora solo per ordini vecchi.

Anche qui vedono un autunno nero, hanno pochi ordini: al governo chiedono aiuti a fondo perduto e una ulteriore moratoria da parte delle banche, non per pochi mesi, ma per anni.

Senza ordini, non si possono fare investimenti, in nuove tecnologie e in nuove idee: significa rimanere fermi e rischiare così che altre aziende ti passino avanti. Significa tagliare lavoro che si da ad altre aziende.

La pandemia spezza le catene globali del lavoro, facendo contrarre sia la domanda che l'offerta. E i prossimi mesi saranno ancora brutti, ci dice il servizio dal Veneto.

Ci sono però settori che già oggi possono fare i conti della crisi: come il turismo a Firenze.

Strade e piazze vuote, musei vuoti, nessun turista, serrande dei negozi chiusi e alberghi chiusi.

Nell'albergo del signor Barbarisi si lavora molto coi turisti, il 70% stranieri: ha perso tutto il fatturato nei mesi del lockdown. Se si riapre ci saranno solo costi e pochi ricavi: il rischio è non aprire più.

A Firenze ci sono circa 600 alberghi: sono 41mila le persone nel turismo l'8,5% degli occupati: solo nei 2000 ristoranti lavorano 15mila persone. Pasquale Naccari è uno dei ristoratori della città: da lui lavorano 24 persone, in condizioni normali, oggi invece ne lavorano dieci. Gli altri verranno lasciati a casa.

La sua banca non ha aderito al decreto Covid e ha fatto fatica ad accedere al credito bancario (molti hanno un reddito superiore ai centomila euro).

La crisi dei ristoranti ha messo in crisi tutta la filiera, partendo dai fornitori di birra e bevande che hanno ancora la merce invenduta nei depositi.

Uno di questi è stato intervistato da Presadiretta: Matteo Magherini ha raccontato delle spese a cui deve far fronte, della cassa integrazione, la merce che dovrà essere buttata via.

“Se io ero in difficoltà economiche avrei già chiuso.. ho fatto la richiesta di finanziamento per il 25% del fatturato , quindi 1,7 ml di euro da restituire in sette anni, per pagare fornitori e magazzini .. ma se i milioni di turisti non arriveranno tra un anno e ne passeranno due?”

Avrebbe bisogno di un contributo per far fronte al calo degli incassi, alle tasse: “non posso aspettare le banche per 4 mesi che erogano un prestito”. Se si aspetta troppo per i prestiti, è troppo tardi, si chiude.

Dietro questo imprenditore, ci sono persone, i dipendenti amministrativi, gli autisti, gli agenti di commercio a partita Iva.

Quelle che hanno preso ad oggi i 600 euro del governo con cui far fronte alle spese di casa, mutuo o affitto: “non si chiede elemosina, si chiede soldi a fondo perduto, avevo dei soldi da parte però ora stanno finendo, se non arrivano altri soldi sarò costretto ad andare a mangiare alla Caritas.”

Come tante altre persone, non solo a Firenze e non solo dall'arrivo della pandemia.

Alla Caritas arrivano persone che all'improvviso si sono trovati senza lavoro, stagionali, persone con contratto precario o persone a nero: secondo una stima della CGIL, nel mondo del turismo le persone coinvolte da questa crisi sono circa 120 mila.

Scomparsi i turisti sono andati in crisi i piccoli artigiani, i farmacisti, gli affittuari del b&b: una città in ginocchio, dicono.

Anche l'industria degli eventi è andata in crisi: col covid non si fanno concerti, non si fanno i circa 16mila eventi l'anno che si erano fatti nel passato.

Concerti rock o congressi dedicati a tematiche diverse: dalla scienza, al wedding planner, alla moda. Eventi che richiamano turisti, che poi spendono nella città, che portano anche conoscenza.

Quanto è stata la perdita di fatturato a Firenze? A maggio il comune aveva problemi di liquidi, per cui si rischiava di spegnere le luci. Il sindaco Nardella ha dato dei numeri: sono mancati 48ml dell'imposta di soggiorno, per esempio, per un totale da 200ml come disavanzo.

In totale i comuni italiani hanno un disavanzo di 7 miliardi.

Quattro mesi dopo come sono andate a finire le storie delle persone intervistate a Firenze?

Barbarisi, l'albergatore ha dovuto licenziare due collaboratori.

Magherini il grossista di bevande ha dovuto gettare merce scaduta e si è indebitato con le banche.

Bellucci, organizzatore di Firenze Rocks non lavora da mesi e ancora ora non si sa quando si potrà cominciare.

Pitti uomo ha dovuto creare una piattaforma online per far incontrare venditori e compratori.

In studio era collegato il sindaco Nardella, che parlava a nome di tante città d'arte: ai comuni servono soldi e non possono essere tenuti fuori dai fondi europei, devono poter presentare le loro proposte.

Città dinamiche e internazionali come Firenze e Milano sono state colpite – ha spiegato Nardella: abbiamo bisogno di guardare con speranza al futuro, sapendo che arriveranno delle risorse a breve (1 miliardo di perdita nel turismo, nella città metropolitana).

Niente risorse a pioggia, ma va puntato su infrastrutture: i comuni potrebbero essere più efficienti nello spendere i soldi, racconta Nardella.

Ai comuni arrivano i bisogni di cittadini e delle imprese; i comuni si sono dimostrati capaci di spendere le prime risorse messe dal governo, come i buoni pasto.

Nardella sta lavorando col ministro Amendola per far sì che i soldi arrivino alle città, in modo che queste possano fare il grande salto.

Ma tutto passa dalla battaglia per la salute, va fermato il contagio: Nardella ha lanciato il suo appello ai cittadini, va evitato un secondo lockdown, rispettando le regole basilari.

Mascherine da indossare, va data priorità a scuola e salute, rinunciando ad alcune attività del nostro tempo libero.

C'è poi il fattore m. La mafia.

La mafia ha tanti soldi e tanta intelligenza per utilizzarli. Quando ha capito che le aziende avevano bisogno, si è subito organizzata.

A Palermo, allo Zen, molte persone lavorano in condizioni di povertà: per le famiglie bisognose si organizzano pacchi della spesa, ma i carabinieri hanno scoperto che dietro c'è un signore, fratello di un mafioso.

La mafia che cerca consenso? “Qua siamo solo per giocare” dicono alla bocciofila, l'associazione che ha organizzato i pacchi per la spesa.

I carabinieri, per bloccare questo tentativo demagogico, ha fatto le sue indagini: il rischio è che la mafia si infili negli spazi lasciati liberi dallo Stato e dai bisogni delle persone.

A Palermo c'è lavoro nero per un terzo della popolazione e la mafia cerca consenso dando aiuti, dando lavoro.

Aprendo un locale ortofrutticolo abusivo, grande 2000 metri quadri: a gestirlo c'era una persona con precedenti, col beneplacito della mafia, del mandamento della Noce.

Nel maggio scorso la Guardia di Finanza a Palermo in un blitz ha arrestato 91 persone tra cui i rampolli dello storico clan dei Fontana, delocalizzato in Lombardia.

Un clan che aveva accumulato con le estorsioni tanti soldi: per il gip che ha firmato gli arresti la mafia è pronta a sfruttare la crisi del covid, le aziende (anche al nord) con l'acqua alla gola, perché gli aiuti dello Stato potrebbero arrivare in ritardo.

Lo ha anche ripetuto davanti ai microfoni di Presadiretta, il giudice Piergiorgio Morosini: “è un rischio concreto, parlo soprattutto delle piccole e medie imprese, di aziende che operano nel settore del turismo, i bar, la ristorazione, le strutture di ricezione. Queste strutture stanno soffrendo la crisi di liquidità per il pagamento degli stipendi ai dipendenti, per i pagamenti dei canoni di affitto e degli oneri fiscali. Potrebbero trovarsi nella condizione di doversi rivolgere a soccorsi impropri che poi potrebbero trasformarsi in forme di aggressione del loro capitale, del loro patrimonio, della loro azienda.”

La mafia ha messo in piedi un sistema bancario parallelo: la crisi del covid gli ha spalancato la strada. Non serve minaccia, non serve praticare tassi di usura alti, sono le aziende che ora ti cercano. Queste cose le raccolta da Sos Impresa (www.sosimpresa.it).

Non è solo un problema di Palermo e del sud: la costa riminese coi suoi alberghi è da sempre terra di conquista per la criminalità organizzata e per i suoi capitali da riciclare.

Nel 2019 la GDF ha intercettato 29 passaggi di proprietà sospetti e sequestrato beni per 110 milioni di euro: qui stanno arrivando strane offerte dietro cui si potrebbe nascondere la criminalità organizzata.

Lo racconta Filippo Donati, presidente Assohotel Emilia Romagna: ci sono annunci di prestiti urgenti, con denaro disponibile che arrivano e chi ha un minimo di lucidità deve starne al largo.

E' chiaro che qualcuno in difficoltà potrebbe dire, vabbè guardiamo di cosa si tratta, ci vuole coraggio, ma più che coraggio è la disperazione.”

Dietro questi annunci ci sono offerte predatorie che puntano sulla disperazione delle persone, in molti casi c'è anche la mafia.

Dove non arriva lo Stato ad aiutare, c'è un altro stato che magari arriva col sorriso e poi ti uccide: gli usurai di cui è stato vittima un imprenditore intervistato da Danilo Procaccianti.

Piena di soldi è la ndrangheta, che opera in tutti i settori: villaggi turistici, stoccaggio rifiuti, supermercati.

Un'inchiesta della procura di Reggio si era occupata proprio di questo: l'operazione Malapianta ha smantellato una locale a Crotone, con 35 arrestati.

Mafiosi che si occupavano di estorsione, alla luce del sole, a Crotone.

Traffico di droga, usura, estorsione: è questo il core business della ndrangheta che porta tanto denaro liquido che poi a sua volta, le da quella forza economica per far fuori gli altri imprenditori. Il tutto condito con la violenza criminale delle mafie.

Sotto questa locale, quella di San Leonardo di Cutro, tutta l'economia era TUTTA sotto il controllo della locale: decidevano chi lavorava, dove si compravano i beni.

LA ndrangheta ha spolpato tutta l'economia sana della zona: tutti gli imprenditori venivano minacciati, come Giovanni Notarianni, che oggi vive sotto scorta.

Per anni Giovanni ha pagato il pizzo, fino a che ha deciso di denunciare: al giornalista ha spiegato come la ndrangheta penetra nelle società, come minaccia le persone, come controlla tutto il territorio. Questa pandemia, questa emergenza per loro è un vantaggio.

Roberto Saviano lo spiega in un collegamento video intervistato da Danilo Procaccianti: “le organizzazioni mafiose cercano l'emergenza, l'emergenza crea velocità negli affari, stato di eccezione, ..”

Nelle passate emergenze c'è stato un doppio guadagno per loro: “la maggior parte delle organizzazioni mafiose investe nelle pompe funebri, nelle lavanderie ospedaliere, nella distribuzione di benzina e generi alimentari. Quanto è iniziata la pandemia questi settori hanno iniziato a fatturare moltissimo. Dall'altro lato però c'è stato anche il guadagno illegale, nuovo: il picco di usura è stato già provato dalla procura di Napoli, su Napoli abbiamo già una prova importantissima, tenendo gli interessi bassissimi, in alcuni casi togliendoli proprio, cioè ti servono tremila, eccoti tremila e mi devi ridare tremila. E qual è il vantaggio? Ci sarà dopo. Busseranno dopo, chiederanno dopo”.

Danilo Procaccianti ha chiesto allo scrittore di commentare la dichiarazione del procuratore Lombardo, di Reggio Calabria: alla fine dell'emergenza ci sarà la più grande operazione di doping finanziario che abbiamo mai visto nella storia.

Oggi le organizzazioni hanno la capacità di fare cappotto, prendersi tutto a costo zero. Nei prossimi mesi sarà talmente evidente che ci saremo trasformati in una economia mafiosa. Lo so che sembra radicale quello che sto dicendo, ma è proprio oggettivo che si vada in questa direzione.”

Il governo ha peccato sulla velocità: può ancora fare qualcosa?

Soldi, soldi, soldi. Sì, l'elicottero che lancia i soldi. Sento già la voce, eh ma così una parte va ai soliti banditi. Certo, è un rischio che dobbiamo correre, è l'unica possibilità, tenendo conto che loro una parte di quei soldi se li prenderà comunque. Se non si fa così succederà che loro si prenderanno tutto. Con niente.”

Il governo ha messo, in vari provvedimenti, i soldi per coprire e proteggere gli italiani: cassa integrazioni, prestiti garantiti che dovevano essere erogati dalle banche. Ma tra il dire e il fare è passato il tempo.

Presadiretta ha ricostruito quanto è successo tra aprile e maggio: a Treviso, la crisi ha colpito gente come Andrea, barista in centro.

Molte attività sono andate in crisi per mancanza di liquidità: non sono state in gradi pagare fornitori, collaboratori, in quei mesi.

Questo problema ha colpito per lo più imprese piccole: queste avevano due fondi per avere liquidi, le risorse personali e le banche.

Le banche dovevano mettere liquidi con prestiti garantiti dallo Stato, fino al 90%: i soldi dovevano arrivare subito, doveva essere un “atto d'amore”.

Ma invece molte banche si sono comportate in modo diverso: i soldi facili non sono sempre arrivati, molte hanno chiesto il rientro di debiti agli imprenditori.

A Palermo nessuna impresa ha avuto i 25mila euro promessi: così oggi 40 ristoratori hanno depositato le licenze, le piccole imprese non sopravviveranno.

E se hanno già chiuso, non riapriranno.

Marco di Giovanni è uno di questi: a febbraio si è trovato senza soldi liquidi e la banca non gli ha concesso il blocco del mutuo, nessuna flessibilità, solo un muro.

L'Istat parla di una caduta del PIL del 12%, a rischio ci sono 2 ml di posti di lavoro: tornando nei capannoni del nordest,a Verona, Danilo Procaccianti ha incontrato imprese che non stanno ricevendo ordini e che ora rischiano rimanere bloccati.

In un anno si parla di un calo di fatturato del 40%, significa non essere in grado di sostenere costi, di mandare a casa i dipendenti.

A Legnano Silvia Gorlini parlava della sua azienda, che quest'anno compie 70 anni: sono specializzati in serramenti in legno poi col covid zero ordini.

Si sono rivolti alle banche, ma siccome avevano già in fido aperto, hanno concesso solo un finanziamento irrisorio nonostante la sua azienda fosse sempre stata affidabile.

I 400 miliardi del governo sono solo di carta: dovevano arrivare ad aziende in sofferenza, che sono state segnalate alle centrali di rischio per cifre irrisorie.

Ad aprile sono stati erogati solo 5 miliardi di euro di crediti: come mai le banche non hanno erogato subito i soldi necessari, il bazooka da 400 miliardi?

A luglio 2020, Danilo Procaccianti ha intervistato Lando Maria Sileoni del sindacato FABI: quella del governo è stata solo una operazione di marketing, non ha messo nessun vincolo alle banche, che hanno preferito tutelare sé stesse bloccando il credito. Sono cose note dal governo, dalla Consob, da Bankitalia, dicono dalla FABI.

Queste storie le conosce Carla Ruocco, presidente della commissione parlamentare sul sistema bancario: si conoscono le banche che si sono comportate male (come Monte dei Paschi) e quelle che hanno concesso crediti.

Le banche si sono giustificate dicendo che per loro concedere crediti come richiesto non era economico: ma se il tessuto produttivo muore, muore anche il sistema bancario.

Cosa dice Abi? Gianfranco Torriero vice direttore, da la colpa alla norma del governo, troppo complessa, la norma poi non escludeva il controllo del credito, anche per 25 mila euro.

La realtà è che le grandi imprese sono state privilegiate: a loro i prestiti sono stati garantiti dalla SACE (come successo a FCA per il suo dividendo).

Le grandi imprese in Italia stavano bene, prima della crisi, erano già pronte a spartirsi i dividendi, non avrebbero bisogno degli aiuti dello Stato, ma lo chiedono lo stesso perché i soldi dello Stato costano loro meno.

Ma la sostenibilità del sistema è però minata: i dividendi finiscono ai privati, ma se poi chiedono la cassa integrazione, sono soldi pubblici. E questo non è eticamente non accettabile.

La stima dei prestiti erogati alle banche è oggi salita al 70%, 13,9 miliardi euro sono finiti nelle grandi imprese: c'è voluto tempo, nel frattempo si è arricchita la mafia, in questi mesi il reato di usura è cresciuta.

E per la cassa integrazione ci sono ancora 300 mila domande da verificare: in totale siamo arrivati a 3 miliardi di ore in totale, una cifra mai vista prima.

Ma la coperta del governo, seppur parziale, non sarà infinita: ecco perché non possiamo più permetterci un nuovo lockdown, ecco perché servono strutture che soffochino i nuovi cluster, che consentano di tracciare i contagi.

La prossima puntata toccherà il tema della filiera alimentare, con altri imprenditori strozzati dal sistema della grande distribuzione.

Pensiamoci quando troviamo in un supermercato offerte super scontate di frutta e verdura: il sistema della grande distribuzione oggi uccide i piccoli produttori. Il prezzo ingiusto del cibo.

11 giugno 2019

Report – finale di stagione 2018-19

Chi ci cura? Sos medici (Giulia Presutti)

Nel 2025 mancheranno circa sedicimila medici nel servizio sanitario, grazie al pensionamento, favorito da quota 100.
Come ci cureremo? Abbiamo troppi medici specializzati, una peculiarità che ha un costo.
E abbiamo anche un numero programmato di medici nelle università: limite che a Ferrara stanno cercando di superare.

Avremo carenza di pediatri, dovrebbero essercene uno ogni 600 bambini: basterà una app per superare l'assenza di questi medici specializzati?
Sos pediatria non vuole fare speculazione – dicono, ma in questo vuoto si stanno infilando in tanti nel privato.

Le regioni nel frattempo hanno alzato il numero di bambini per pediatra, costringendo le famiglie a muoversi sempre più lontano.
Nel Trentino, la coperta corta è stata gestita spostando i bambini tra 7 e 14 anni dal medico di base.

In Piemonte, nella provincia di Ivrea hanno richiamato i pensionati. Alla Asl 4 si sono rivolti al privato per colmare i vuoti.

Cosa dice il ministro Grillo? Hanno aumentato il numero di borse, programmando assieme al Miur quante borse servono. Ma non sarebbe meglio che fosse gestito dal ministero della sanità?
Tra pochi anni rischiamo di avere il 25% di medici in meno: in altri paesi sono le regioni (o le regioni federali come in Germania) che scelgono quanti medici formare.

Occhio al portafoglio (Emanuele Bellano)
Il servizio di Report del 2016 aveva fatto nascere un'inchiesta sulle società di investimento di diamanti e sulle banche che hanno sponsorizzato questi investimenti.
I banchieri avrebbero pure preso dei regali da parte di queste società (accusate pure di autoriciclaggio): IDB offriva ai banchieri delle vacanze in resort di lusso.
Chi sono i manager che hanno incassato i benefici?
Sono i manager di Unicredit, MPS, Intesa, BPM ..
Federico Ghizzoni di Unicredit, Gabriele Piccini (pres Unicredit), Guidetti (BP Verona), Alessandro Profumo (MPS), Cristiano Carrus (Credito Bergamasco), Carlo Lombardi (Banca Popolari Lodi), Chelo (Unicredit).

Oltre alle vacanze, tra i regali anche reperti archeologici.

E gli impiegati delle banche (molte delle quali hanno avuto problemi con le recenti crisi) ricevevano pure delle pressioni per piazzare questi diamanti, dai vertici bancari.



Chi controlla le acque termali? Da dove arrivano queste acque?
Lo sapevate che le cure termali sono rimborsate dallo Stato (per sempre, se il medico da la prescrizione)?

A Padova a Montegrotto l'acqua arriva dalle falde: in Veneto ci sono 144 strutture termali, che usano l'acqua calda dal sottosuolo, in cambio di un canone (che spesso non è nemmeno calcolato in base all'acqua consumata).

Le strutture termali versano allo Stato solo lo 0,1% in tasse, in base a quanto guadagnano: sono 33mila gli ettari di terreni dati in concessione alle termi, poi ci sono le terme libere.
Ma chi controlla la qualità delle acque?
Non controlla il ministero, né l'Ispra e nemmeno le regioni.
Sono le strutture termali che inviano i dati alle regioni: ma i controlli fatti sono pochi, in alcuni dei quali hanno fatto emergere persino la presenza di legionella, di PFAS (in Veneto, ma in quantità accettabile)..

L'anno scorso il Tribunale di Ancona ha riconosciuto il danno ad un paziente che, in una struttura termale, si è sentito male: nell'acqua era presente una contaminazione, acqua che veniva data ai pazienti.
Tutte le carte dicevano, negli anni passati, che le acque derivavano da pozzi inquinati.
Non esistono studi scientifici che confermano la bontà delle cure termali – spiega il medico Garattini: perché dobbiamo pagarle allora dal servizio sanitario?
Basta una ricetta del medici per farti fare una vacanza rimborsata presso una struttura termale.

Queste strutture succhiano acqua dalle falde, con pozzi profondi fino a mille metri: nel 2016 il ministero del Tesoro segnalava la criticità su quanta acqua veniva estratta dalle falde.
IL presidente di Federterme non è a conoscenza di casi di falde che si sono abbassate: ma la giornalista ha riportato diversi casi, come a Chianciano.

Ogni struttura termale dovrebbe misurare la profondità del pozzo e le regioni dovrebbero raccoglierli: in regione Toscana scaricano le colpe sui comuni, perché manca una banca dati comune dal 2004.

Senza misuratori termali le concessioni dovevano essere revocate: ma in realtà molte terme hanno continuato a non rispettare la legge (Chianciano e Montecatini, per esempio).
Proprio a Montecatini il CNR raccomandava di misurare la falda, per evitare crolli e situazioni a rischio: ad Abano Terme, in Veneto, a furia di sfruttare il sottosuolo il terreno cede e si arriva ad un fenomeno di “subsidenza catastrofica”.
Stessa storia a Chianciano, crepe sui muri nelle case in prossimità delle terme e strade che sprofondano, porte che non si chiudono perché sconnesse.

Ci sono dei rischi per le abitazioni, per le persone?
Pare di sì. A Guidonia ci sono nuclei familiari abusivi a casa propria: sono persone che non dovrebbero stare in casa ma non sono arrivati i vigili per controllare.

La regione dice che deve essere il comune a fare i collaudi: i certificati di agibilità dove sono finiti? I collaudi dovrebbe averli fatti la regione, ma al sindaco di Guidonia non risultano questi documenti..

“Guidonia è una città morta” racconta un cittadino: eppure Federterme continua a non vedere il problema e a continuare a far finta di niente.
E a pompare acqua prendendola da falde e dai laghi, come succede a Tivoli, dove l'ex sindaco è ora direttore sanitario delle terme.

Nel dubbio, la regione ha preferito portare avanti la politica dello struzzo: non vedono il problema e dunque possono ignorarlo.
In Italia si deve sempre arrivare alla tragedia prima di prendere in considerazione il problema.

I commercialisti (Luca Chianca)

Un commercialista si è preso la maggioranza delle quote della fonte Gaverina: da questo episodio Luca Chianca ha ricostruito parte della storia dei 49 ml di euro finiti alla Lega e che questa avrebbe dovuto ridistribuire allo Stato perché i rendiconti di Belsito non erano regolari.

30ml di euro sono fuoriusciti dalle casse del partito come oneri per le associazioni: una di queste è quella di Centemero, finita nell'inchiesta per il costruttore Parnasi a Roma.

Nelle carte della Lega gli investigatori hanno trovato delle società, fino ad una società anonima lussemburghese.

E' complicato ricostruire la storia di queste società, riconducibili ai commercialisti della Lega, Centemero e Manzoni, schermate da una fiduciaria di un altro professionista bergamasco.
Queste società sono state usate per nascondere i soldi, quei 49ml?
“Come cazzo fanno a sparire quei 49ml? C'è qualcosa che non mi torna..” così parla l'imprenditore Lazzari, che ha preso la fiduciaria di Balduzzi con dentro le società dei commercialisti della Lega.

Ora la fiduciaria è stata acquisita ad una anonima lussembrughese..
La Lega per Salvini premier ha sede presso un commercialista, guarda caso, Michele Scilieri.
Quest'ultimo è cascato dal pero – racconta al giornalista: dopo l'accordo con la procura di Genova, la sede del partito torna in via Bellerio.

Scilieri entra poi in Lombardia Film Commission, grazie a Di Rubba, che compra una sede da un cliente di Scilieri, in una botta sola: 800mila euro passati dalla Film Commission all'immobiliare Andromeda, un cliente di Scilieri.
La perizia per il valore dell'immobile è fatta da un perito che ha sede in via delle Stelline.

Da Immobiliare Andromeda, dopo pochi giorni, parte un bonifico ad un geometra, Maffeis, proprietario della Eco SRL.
Dalla società di Maffeis sono stati bonificati 300mila euro alla Barachetti Service, vicino di casa del commercialista De Rubba.

Questa società avrebbe avuto incarichi per 1,5 milioni di euro dalla Lega: perché Barachetti versa 400mila euro ai commercialisti della Lega? – la domanda che il giornalista Giovanni Tizian si poneva nell'intervista con Luca Chianca.

Questa è solo una parte dei soldi pubblici finiti nelle mani di società vicine a Di Rubba, per un totale di 800mila euro, in un intreccio che coinvolge anche i familiari dei direttore amministrativo.
Nel maggio 2018 viene costituita la Vadolive SRL dalla cognata di Rubba (di professione barista in un bar a Clusone): dopo 8 giorni il gruppo Parlamentare al Senato della Lega sottoscrive con lei un contratto da 480 mila euro. Ufficialmente per comunicare le attività del gruppo sui canali social.
“Io non sono tenuta a rispondere” la risposta che ha dato questa persona al giornalista.
Il contratto è stato interrotto dopo qualche mese ma parte di quei soldi sono finiti a persone dello staff del ministro Salvini, come Luca Morisi.

Perché questo contratto, perché questa società fondata da una barista (con tutto il rispetto)? Domande a cui il capogruppo al Senato Romeo non ha voluto rispondere: “stiamo andando a votare lo sblocca cantieri”.

La legge consente ai gruppi parlamentari di affidare soldi pubblici a società esterne: ma dovrebbero rendicontare, senza passare per società di comodo come quella fondata dalla barista di Clusone.

Nero come il petrolio - I vampiri (Giorgio Mottola)

Mottola ha raccontato la storia dei ladri di petrolio che bucano le pipeline per rubarlo.
E poi i ladri di petrolio che frodano il fisco grazie al carburante in nero, dove non si pagano né tasse né accise, presso delle pompe di benzina che fanno concorrenza sleale ai gestori onesti.

In questi traffici si trovano dentro camorristi, imprenditori che non sanno o fanno finta di sapere da dove arriva il petrolio. E soldi che sono passati pure per la tonaca di un prete che li avrebbe portati a San Marino.

600mila euro di falsi crediti iva è, solo nel 2019, il totale dell'evaso in Italia nel comparto del petrolio: potremmo monitorare ogni litro di petrolio che entra nel paese, come fatto in Polonia.

Un fisco per l'estate di Emanuele Bonaccorsi

Prenotate via Booking o via Expedia? Pagate l'albergo e pagate pure la commissione (dal 18- 30%), soldi che poi finiscono all'estero, soldi su cui le tasse sono ridicole.
Se gli alberghi vogliono vendere di più, devono sottostare al ricatto di queste società: più paghi, più ti metto in top alla lista degli hotel.

Booking incassa 14,5 miliardi in commissioni, Expedia incassa invece 11 miliardi di provvigioni.
I rispettivi CEO sono pagati in milioni di dollari.
Dei 23 miliardi di euro, il mercato degli alberghi in Italia, circa 7 finiscono nelle tasche di questi due portali.
Altro che flat tax, pagano tasse ridicole e i soldi che incassano finiscono in paradisi fiscali: non avendo una sede stabile, questi portali non pagano l'IVA. Se vai a dormire in una casa prenotando via Booking (che sta sfidando Air BNB) nessuno rilascia una fattura e questo è un bel problema.

Il deputato PD Boccia parla di evasione fiscale: i rappresentanti di Expedia e Booking sono stati invitati alla Camera, Expedia nemmeno si è presentata.
Nessuno dei deputati ha chiesto conto a Booking della loro evasione, nemmeno i grillini che pure dovrebbero essere attenti ai soldi e alla casta...

Sono aperte due inchieste a Genova e Roma, per evasione fiscale: vedremo come andrà a finire.
Visto che all'estero a Booking non va bene come in Italia: in Francia Booking ha dovuto pagare 365 milioni di tasse arretrate.