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22 maggio 2025

Delitto di benvenuto: Un'indagine di Scipione Macchiavelli, di Cristina Cassar Scalia

 

Il vento pungente dei Balcani, che già da qualche giorno sferzava il resto dello stivale, nottetempo aveva raggiunto la Sicilia orientale spazzando via le piogge africane che imperversavano sulla costa. Un cambio talmente repentino e inaspettato che nessuno aveva ancora avuto il tempo di accorgersene.

Il maresciallo Calogero Catalano si strinse addosso il cappotto d’ordinanza, alzò il bavero, calcò meglio il cappello e affrettò il passo.

Ci sono commissari (o, meglio, vicequestori) che, per motivi disciplinari, vengono trasferiti da Roma ad Aosta, in mezzo alle montagne e alla neve, ve ne sono altri che, sempre per punizione, vengono mandati a Noto, la capitale del barocco in Sicilia, ma pur sempre una piccola città rispetto alla capitale. È quello che succede al commissario Scipione Macchiavelli che si ritrova, a pochi giorni dal Natale del 1964, su un treno che lo sta portando al sud.
Dietro si lascia la sua città, il commissariato di via Veneto, la “dolce vita” che aveva frequentato e che erano stata causa del trasferimento.

Mentre la costa dello Ionio gli scorre davanti, la mente del commissario è piena delle tante domande per quel futuro pieno di incognite: riuscirà a tirare avanti in quella nuova città, così distante (non solo come chilometri) da quel mondo da cui proviene?

.. ma viri tu se è normale mandare un cristiano in una città sconosciuta proprio a Natale

A Noto nel frattempo la sua squadra lo sta aspettando in stazione: il maresciallo Catalano e il brigadiere Mantuso in primis e anche il giudice Giuseppe Santamaria, compagno di studi a Roma di Scipione, una faccia amica in quel nuovo mondo.

Ma a Noto lo aspetta anche un altro benvenuto: in commissariato, poco prima che partisse per la stazione, davanti al maresciallo Catalano si è presentata una donna, Maria Luisa Brancaforte, che denuncia la scomparsa del marito.

– Mi chiamo Vizzini Maria Laura, coniugata Brancaforte. Debbo… sporgere una denuncia, [..]
Tutto avrebbe immaginato il maresciallo tranne quello che sentí. – Mio marito è scomparso.

Gerardo Brancaforte è il direttore della banca di Trinacria: è uscito di casa il sabato precedente per dei suoi giri, anche in farmacia, per non tornare più a casa.

Sarà questo il primo caso su cui si troverà ad indagare Scipione: un uomo ben conosciuto in città, attorno a cui giravano tante voci, non proprio uno stinco di santo, in un nuovo contesto, con a fianco nuovi collaboratori che si aspettano proprio da lui che dia una direzione alle indagini, prorio lui, il poliziotto venuto da Roma. Peccato che a Roma a Scipione fosse stato affibbiato come soprannome “paparazzo”, per il suo essere incline alla bella vita. Fino a quell’episodio spiacevole che gli era costato l’allontanamento dalla capitale.

Nel mentre Scipione si adegua alla nuova vita, con una alloggio in pensione (lui che era abituato a stare da solo) e a dover lavorare a fianco del maresciallo Catalano, in città le voci iniziano a girare: il povero Brancaforte? È stato rapito

– Tutti sanno che è stato rapito… E chi gliel’ha detto? – La mia commare Paolina Scimemi

Macché rapimento, come nei classici cliché siciliani, se ne è scappato con una bella donna:

Un amico disse alla moglie che potrebbe esserci pure una terza ipotesi… – Abbassò la voce, circospetta. – Potrebbe essersi allontanato… in buona compagnia, – ammiccò.

Un contesto difficile quello in cui si deve muovere il commissario Macchiavelli: scansare le voci, che potrebbero pure portarli a perdere tempo su piste improbabili e scansare pure le occhiate e le domande dei “notini”, tutti incuriositi da questo commissario romano.

L’approdo dentro il commissariato di Noto sarà però meno drammatico di quanto temeva il commissario: prima di tutto perché i suoi collaboratori si dimostreranno validi segugi, a cominciare dal maresciallo Catalano, fino ai brigadieri Mantuso e Giordano.

Poi nella procura di Siracura, da cui dipende Noto, Scipione può contare sull’amico Santamaria, giudice istruttore.

Infine un’ottima aiutante, nel raccogliere e filtrare le “voci” del popolo, si dimostrerà la farmacista Giulia Mirimeo, un bella e indipendente ragazza di fronte a cui lo “sciupafemmine” Macchiavelli si trova intimidito.

Le cose si complicheranno ulteriormente quando la scomparsa di Branciaforte si trasformerà in un caso di omicidio: il suo corpo verrà trovato vicino ad un monastero, abbandonato vicino ad un sentiero poco frequentato.

Chi potrebbe averlo ucciso? Si tratta di un delitto nato all’interno degli affari “poco puliti” di Branciaforte, oppure è un delitto passionale, il famoso delitto d’onore per una delle tante amanti che si portava a letto?

Eravamo ancora in quell’Italia in cui, grazie all’articolo 587 del c.p., il coniuge maschio che uccideva la moglie o la sorella in un momento di impeto per difendere il suo onore, rischiava solo pochi anni di carcere.

– Pirchí un marito cornuto, in Sicilia quantomeno, all’amante della moglie lo va ad ammazzare personalmente, se no non vendica l’onore. – Già. E al massimo se fa ’n paio d’anni. Tre, se non ha altre attenuanti. Articolo 587, – concluse Scipione.

Scipione sarà destreggiarsi tra false piste e facili colpevoli che colpevoli non lo sono: scoprirà di avere delle doti da vero investigatore in questo suo primo caso di omicidio che servirà a stabilire un primo rapporto fruttuoso coi suoi uomini. Forse questa punizione in Sicilia non sarà vissuta come un dramma.

L’intreccio della storia funziona bene, come in tutti i gialli di Cristina Cassar Scalia ma quello che più si apprezza è la capacità nel saper riprodurre su pagina l’ambientazione nel pieno degli anni sessanta, in un paese ben lontano da quello di oggi.

Era l’Italia del delitto d’onore come si è detto, dei pregiudizi contro le donne che volevano emanciparsi, dei lunghi spostamenti in treno e delle telefonate in interurbana passando per il centralino. Degli sceneggiati sui canali Rai, che c’erano solo quelli in televisione e rigorosamente in bianco e nero.

E, infine, sullo sfondo questa città siciliana, Noto la capitale del barocco , ben diversa dall’affollatissima città di oggi: una città che è stata ricostruita, scrive l’autrice, anche grazie al ricordo dei suoi tanti amici notini.

PS ma che avrà combinato Scipione Macchiavelli per essere cacciato da Roma?

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07 maggio 2023

Il re del gelato, di Cristina Cassar Scalia

 

Le prime gocce s’erano palesate alle cinque del mattino, precedute da tuoni e fulmini che pareva si stesse aprendo il cielo. Una dopo l’altra, sempre più consistenti, sempre più frequenti, fino a fondersi in uno scroscio dal rumore simile ad una cascata. Una bomba d’acqua di quelle serie,, che in tre minuti avrebbe ridotto Catania a un unico corso d’acqua completo di rapide, dighe naturali e laghi artificiali con tanto di automobili galleggianti.
Il vicequestore aggiunto Giovanna Guarrasi, detta Vanina, aprì gli occhi di colpo balzando sul materasso, il cuore in gola per il boato che aveva appena scosso i vetri.

In attesa del prossimo romanzo con protagonista la vicequestore Vanina (con una enne sola) Guarrasi e in attesa di vederla anche in carne e ossa, nella serie televisiva che andrà in onda su Mediaset, consoliamoci con quest’ultimo “Il re del gelato” che costituisce il capitolo 0 della serie.

La vicequestore è arrivata a Catania da pochi mesi, nel suo nuovo appartamento nel paese di Santo Stefano, vicino alla “muntagna”, come viene chiamato l’Etna, ha ancora tutti i suoi DVD, i suoi libri imballati.

L’arrivo a Catania è sia un ritorno che una fuga, dopo l’esperienza a Milano e dopo la fuga da Palermo, dove lavorava nella sezione contro la criminalità organizzata, sulle orme del padre, l’ispettore Guarrasi, ucciso in servizio. Assieme al procuratore Paolo Malfitano, il pm nel mirino della mafia per il suo lavoro.

Ma per quanti kilometri si possano mettere da Palermo, certi ricordi, certi pensieri non si possono cancellare: il ricordo della relazione con Paolo, il dolore per quell’attentato in cui lei gli salvò la vita, il padre. E ora Catania, alla sezione reati contro la persona, a capo di una nuova squadra con cui ancora deve fare affiatamento. A cominciare dall’ispettore Spanò, uno degli anziani del gruppo

– Ispettore, me lo dice che successe, per cortesia? – Spanò sembrava un buon elemento, ma aveva il vizio di parlare assai.

– Ragione ha, dottoressa, mi scusi, – s’imbarazzò il poliziotto. – La volevo avvertire che mi chiamarono poco fa dalla gelateria di Agostino Lomonaco -. Si fermò un attimo. – Le conosce le gelaterie di Lomonaco, no?

Il Re del gelato.

Vanina si sforzò di ricordare, ma no: Catania per lei era ancora un’incognita. – No, non le conosco.

– Non può essere! Manco una? – si stupí l’ispettore. La Guarrasi perse la pazienza.

– Spanò, la vogliamo finire? Mi dice che successe in questa gelateria? Ammazzarono a qualcuno?
- Nonsignore.
- E allora che fu?

Successe una strana faccenda, diversi clienti delle gelaterie di Lomonaco trovarono nel gelato delle pillole: alcuni clienti si spaventarono, andando perfino a denunciare la cosa. Siccome il re dei gelati e l’ispettore si conoscevano, Spanò non se la sentì di lasciar perdere la richiesta di aiuto: Lomonaco era fiero del suo lavoro, queste pillole trovare nei suoi gelati potevano creare danno alla sua immagine.

Inizia così, con una strana storia di gelati e di pillole questa prima inchiesta dentro cui Vanina si getta dentro, perché “per lei, che pativa la mancanza di lavoro almeno quanto altri colleghi ne pativano la sovrabbondanza, in un momento come quello di calma piatta una fesseria era sempre meglio di niente.”

Ma questa storia si rivelerà molto più che una fesseria, perché ci sono due cose che non tornano: lo stesso Lomonaco racconta non aveva nemici, persone che avrebbero potuto vendicarsi contro di lui con quelle pillole. Forse una minaccia che arriva dalla mafia, un tentativo di estorsione? Non può essere, Vanina sa per esperienza personale che i mafiosi ricorrono a strumenti ben diversi, una bomba, un incendio.

E poi, succede che arriva il morto

- Dottoressa, Spanò sono. Mi scusi se la svegliai ma era urgente.
- Tranquillo, non mi svegliò. Che successe?
- Ammazzarono a Lomonaco.

Qualcuno è entrato nella gelateria numero uno e aveva sfondato la testa al re dei gelati. A questo punto l’indagine diventa seria e, come la sua esperienza le aveva insegnato, chiede ai suoi uomini di indagare partendo dalla cerchia dei familiari del morto che andando a scavare nel suo passato

Era una cosa che aveva imparato negli ultimi anni, quando s’era trovata, per propria scelta, a occuparsi di omicidi «comuni», all’apparenza privi di movente. Nei reati di mafia il movente era quasi sempre presumibile, e l’ambiente in cui andare a cercare i criminali più o meno circoscritto. Ampio, certo, viscido da pigliare scivoloni memorabili, ma comunque circoscritto. Vittime e carnefici si scambiavano di continuo i ruoli. Nel caso in cui l’ammazzato o l’ammazzata erano persone «normali», invece, le indagini potevano prendere qualunque direzione. Sul principio le pareva di girare in tondo senza concludere niente. Capire da dove veniva e che vita aveva fatto la vittima aiutava a inquadrarlo meglio. O almeno così funzionava per lei.

Nella cerchia familiare, dentro cui iniziano le prime indagini, c’era qualcosa che non funzionava: i rapporti tra il morto, Agostino Lomonaco e la moglie, per esempio, che si erano raffreddati con gli anni. Andando a controllare i conti dell’azienda e i documenti privati custoditi dentro la cassaforte emerge qualcosa che potrebbe rafforzare la pista familiare.

Tutti indizi che portano dritti contro la figlia, Corinna Lomonaco, con grande soddisfazione del pm Vassalli, “uno che si scanta della sua ombra”, per il timore di imbattersi in personaggi altolocati nelle sue inchieste.
Tutto il contrario di Vanina che non si fa premura né di scomodare questi personaggi né di seguire fino in fondo tutte le piste, perché questa soluzione così facile, così a portata di mano non la convince. Così come la pista dell’estorsione, del racket, le crea qualche problema: quella da Palermo è stata una fuga dalla sua città ma anche una fuga dalle indagini sulla mafia a cui ora il destino sembra volerla riportare.

La squadra di Vanina però troverà la pista giusta, sia ricorrendo agli aiuti della scienza, col prezioso lavoro del medico legale Adriano Calì, che condivide con lei la passione per il cinema (specie i film degli anni 50-60), sia con mezzi meno ufficiali, come la rete dei parenti dell’ispettore Spanò, capace di scovare informazioni su ogni cittadino catanese. Soprattutto, vincendo l'iniziale diffidenza con questa poliziotta all'apparenza spigolosa, ma con le sue fragilità frutto delle tante ferite del suo passato

- C’è bisogno di un po’ di rodaggio, dobbiamo conoscerci meglio, ma la squadra promette bene. Ho fiducia in voi.
- Quindi possiamo chiamarti capo come i tuoi uomini fidati di Palermo? - chiese Marta.
- Direi proprio di sì. Tutti i qui presenti.
In questo romanzo, che precede temporalmente il primo della sere, “Sabbia nera”, ritroviamo già quasi tutti gli ingredienti che abbiamo incontrato poi: per esempio i luoghi dove Vanina va a soddisfare i suoi desideri gastronomici, il bar di Alfio, la putia di Sebastiano (che la salverà dall’ennesima serata a latte e biscotti), la trattoria di Nino. Attenzione a non banalizzare l’argomento, ci sono questioni su cui non si scherza, come ad esempio la differenza tra arancino (come si dice a Catania) e arancine (come si dice a Palermo).

Fa capolino, in un piccolo cameo, un personaggio che ritroveremo, con un ruolo anche determinante, in tutte le future indagini del vicequestore Guarrasi: l’ex commissario Patané, “un uomo anziano, vestito in modo elegante, con cui l’ispettore sembrava molto in confidenza. Spanò lo accompagnò alla sua auto, una Panda bianca scassata che stonava con l’abbigliamento ricercato del conducente..”

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il PDF del primo capitolo
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10 novembre 2021

Il talento del cappellano, di Cristina Cassar Scalia

 


Aveva smesso di nevicare da un paio d’ore e il cielo s’era riempito di tutte le stelle che l’occhio umano è in grado di distinguere. Ai bordi della strada che s’inerpicava su per la muntagna, cumuli di neve seppellivano i muretti di pietra lavica. Così imbiancato, il paesaggio intorno, invisibile al buio della notte, doveva essere uno spettacolo.

Questo quinto romanzo della scrittrice catanese è una continua riserva di sorprese per il lettore, sin dall'inizio.

Sin dalla scoperta di un cadavere da parte del custode di un vecchio albergo di montagna, cadavere che poi scompare, per poi venire scoperto in un cimitero, ma non da solo, in coppia, un uomo e una donna, dentro una cappella, con tanto di candele come se fossero parte di un rito funerario.

E anche l'indagine seguirà piste diverse, ogni volta promettenti, per poi venire smontate dalle scoperte fatte, a volte quasi per caso.

Tante sorprese nonostante ritroviamo gli stessi protagonisti dei precedenti gialli della serie del vicequestore Vanina (con una enne sola) Guarrasi: palermitana dalla nascita ma trapiantata a Catania, a capo della squadra Omicidi della Mobile, dopo una fuga da un passato segnato da una doppia ferita, dal fetore della lotta alla mafia, ma non si può sempre sfuggire al proprio passato.

Ma procediamo con ordine: è una giornata fredda, dopo Natale, quando alla Mobile di Catania arriva una telefonata di un signore, custode del Grand Hotel della Montagna, una struttura alberghiera rimasta chiusa per anni e ora in fase di ristrutturazione.

- Pronto, polizia? Dovete venire subito… – Prese fiato. – Al Grand Hotel della Montagna.

Ma il cadavere non c'è, che si tratti di uno scherzo? La persona che ha chiamato è uno da prendere con le pinze, perché dice di potersi mettere in contatto con gli extraterrestri, basta avere le apparecchiature giuste.

Nonostante sembri una cosa da niente Vanina, in quel momento a casa dei suoi a Palermo per Natale, decide di rientrare subito al lavoro. Non è solo perché in una storia così “ci si cala dentro con tutte le scarpe” come dicono i suoi collaboratori.

Ma anche per scappare da Palermo, da Paolo Malfitano, il procuratore antimafia con cui aveva avuto una relazione anni prima e che aveva lasciato. Non è facile vivere accanto al bersaglio numero uno della mafia, specie dopo aver visto tuo padre, sbirro pure lui, morire in un agguato.

In effetti, qualcosa che non torna, sulla presunta scena del crimine c'è, delle tracce di sangue raccolte dalla scientifica. E poi il custode, tanto pazzo non sembra. Ma alla fine il morto arriva, anzi, i morti:

– Dottoressa, mi scusi, Fragapane sono. – Fragapane, che fu? – Il cadavere trovarono. Vanina dovette impegnarsi in uno sforzo di concentrazione. – Che cadavere? – Quello della Leonardi,

Questa volta i cadaveri sono due, non sono una invenzione e vengono ritrovati una mattina dal custode del cimitero di Santo Stefano, poco lontano dalla casa di Vanina.

Si tratta di un uomo e di una donna: lei è una pediatra scomparsa da prima di Natale, lui invece è un prete, anzi, un monsignore, monsignor Antonino Murgo.

Messi uno accanto all'altro da un assassino che sembra abbia voluto celebrare un suo rituale macabro.

Adagiati sul coperchio di marmo un uomo e una donna, uniti da un nastro rosso, largo, annodato come un fiocco all’altezza della vita. Sopra le teste, una composizione di rametti di vischio e accanto due stelle di natale.

Come da prassi, le indagini partono dalla cerchia di persone che stavano a fianco delle vittime, cercando anche di capire che legame ci fosse tra di loro.

Lei, la pediatra, era un medico competente, che lavorava con passione coi bambini che arrivavano al suo reparto, ma aveva anche un non carattere non facile, non dava molta confidenza coi colleghi.

La sera della scomparsa era stata ad una festa con degli ex compagni di classe delle superiori, con cui non si vedeva da anni, a Nicolosi.

Il monsignore era una persona importante, “uno che il titolo di monsignore se l’era guadagnato a suon di lauree, alti studi e considerevoli meriti, tra cui anche un paio di missioni in Africa”

L'indagine parte da qui: il marito, anzi, l'ex marito da ascoltare, gli ex compagni di scuola da sentire e da tener monitorati tramite i propri numeri di cellulare.

E per don Antonino, ci sono i parenti da sentire, le persone che gli stavano a fianco in parrocchia.

Ma cosa avevano in comune queste due persone? Come mai l'assassino li ha ammazzati, in momenti diversi, per poi riunirli in quella cappella, come se volesse indicare qualcosa, a chi avrebbe scoperto i corpi, alle persone che poi avrebbero letto questi particolari di cronaca sui giornali?

C'è n'è abbastanza da tirare dentro Vanina, con tutta la sua squadra, con l'aggiunta del giovane “vecchio” commissario Patané, ex capo della omicidi, che a fare il pensionato non ci riesce proprio con grande dolore della povera Angilina.

Vanina notò che Patanè aveva appeso cappotto, cappello e ombrello all’appendiabiti accanto alla porta. Che ora pareva preciso

identico a quello del commissario Maigret al Quai des Orfèvres nello sceneggiato con Gino Cervi,..

Questa volta il supporto di Patané non sarà nell'andare a ritroso del tempo per scoprire i perché di quel delitto e di quella messinscena: servirà il suo intuito da sbirro per districarsi nelle false piste e dai “curtigghi”, dal movente troppo facile, da una pista passionale che approda nel nulla. E l'aiuterà anche quando ad un certo momento si inizia a sentire quel “tanfo” di mafia che poco piace al vicequestore, tanto da tenerla ben lontano dalle indagini che incrociano cosa nostra e le famiglie mafiose nella sua città.

Sono due menti che ragionano veloce, quelle di Vanina e di Patané, nonostante appartengano a generazioni differenti, con metodo di indagine differenti: mica c'erano cellulari, tante telecamere per le strade, tutto quell'ausilio della scienza.

– E che, come al solito, lei e io arriviamo sempre alle stesse conclusioni. – Perciò se sbagghiamu, sbagghiamu entrambi, – concluse Patanè. – Ma se c’inzertiamo…

Ma non c'è solo spazio per le indagini: dietro questa frenesia per inseguire i casi più complessi, senza fermarsi alle conclusioni più facili, per Vanina Guarrasi c'è la paura a doversi fermare e a fare i conti con la realtà, dover prendere una scelta definitiva tra l'uomo che ha amato e davanti a cui ha costruito un muro, per tenerlo lontano. E magari aprirsi a nuove storie, per una nuova fase della vita.
Ma Vanina non è sola: non è lo è al lavoro, avendo a fianco una squadra affiatata, dal vice Spanò, alla nordica ispettrice Marta Bonazzoli, all'altro veterano Fragapane per arrivare poi ai carusi, Nunnari e Lo Faro.

Non lo è nel suo piccolo mondo, con la vicina di casa Bettina, che la considera come una figlia, con Giuli, l'avvocata e Adriano Calì, il medico legale nonché compare del suo cineforum privato, avendo entrambi la stessa passione per i film d'epoca.

Un mondo in cui il cibo ha un ruolo importante: a cominciare dalle cose buone che Bettina le fa trovare la sera, per proseguire con la sua putìa di fiducia, quella di Sebastiano, “una vetrina di di formaggi e salumi che raramente gli era capitato di vedere tutti insieme. L'universo intero del DOP, dell'IGP e di tutte le specialità regionali a partire da Bolzano fino a Ragusa.”

Infine, il bar di Alfio con cui cominciare una giornata in grazia di Dio, con i suoi cornetti, raviole, treccine o lil talento del e brioche con la granita...

– ’A sapi ’na cosa, dottoressa? A volerci scrivere un romanzo giallo, ’sta storia sarebbe stata difficile da cuntare. – Perché dice cosí, commissario? – Tutta l’indagine appresso a una pista, e poi la soluzione spunta accussí, di bonu e bonu. L’ultima delle soluzioni ca uno si puteva immaginare.

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14 maggio 2021

L'uomo del porto, di Cristina Cassar Scalia

 


La mattinata prometteva bene. Il sole s’era appena affacciato all’orizzonte e la pietra lavica dei palazzi e delle strade di Catania iniziava ad assorbire il calore dei primi raggi. Il profilo del Duomo si slanciava su un cielo limpido che più azzurro non poteva essere e che contrastava con il grigio e il bianco della cupola. Mattia camminava svelto per la via Etnea, le mani affondate nelle tasche dei jeans....

L'uomo del porto è il professore di filosofia Enzo La Barbera, trovato morto all'interno della “grotta”, la sala riservata di un pub chiamata così perché sedie e tavolini sono dentro una caverna scavata dal fiume Amenano che scorre sotto Catania e coperto secoli prima da una colata lavica.

Quella che all’apparenza sembrava una grotta in realtà era il letto di un fiume che affiorava poco prima, ..

Sarà questo il quarto caso del vicequestore Giovanna Guarrasi, Vanina, dirigente della Mobile che, nello scorso romanzo avevamo lasciato di fronte al proiettile fatto ritrovare nella sua casa a Santo Stefano. Un proiettile che arriva da Palermo, un segnale lasciato da parte di Salvatore Fratta, latitante, l'unico sopravvissuto del commando che aveva ucciso suo padre, l'ispettore Giovanni Guarrasi (ancora presente nei suoi pensieri, nei suoi sogni agitati).

Strano destino quello di Vanina, costretta alla fuga da Palermo e dalla lotta ai mafiosi, a cui aveva dato la caccia per anni, per sfuggire a quella sensazione di dolore di vedere le persone a lei care sparate da un killer. Come suo padre, o come il magistrato Paolo Malfitano, suo fidanzato negli anni di Palermo.

Ma ci sono cose per cui più ne fuggi e più ne vieni attirato. Come quella strana relazione a distanza con Paolo, come la caccia a quell'ultimo latitante, Fratta detto Bazooka, alla cui morte Vanina non aveva mai creduto.

E ora quel proiettile, lasciato in casa, nel luogo in cui sei più vulnerabile, che fanno scattare quelle misure di sicurezza che Vanina proprio non riesce a soffrire.

Basta colazioni di Alfio, basta acquisti nella putia vicino casa, basta muoversi da sola per la città: “Una camurría che peggio di cosí non poteva essere.”

E ora anche quel morto su cui indagare: Vincenzo La Barbera, celibe, insegnante di filosofia molto noto in città non solo per la sua professione ma anche per il suo impegno per salvare i ragazzi dalla tossicodipendenza. Sono i casi peggiori per un investigatore, perché sono casi che riguardano persone senza nemici, a cui tutti volevano bene:

– Perché dici che a nessuno poteva venire in testa di ammazzarlo?

– Perché è… anzi era, una persona troppo perbene.

Il professore era stato visto la sera prima in compagnia di un uomo e successivamente di una signora dai capelli rosso fuoco, ma nessuno dei dipendenti del bar è riuscito a raccontare altro.

La Barbera viveva su una barca ormeggiata al porto, un omaggio di un suo zio, dopo aver rotto con la sua famiglia, una di quelle dal cognome importante, fino al punto di rinunciare all'eredità, pur di non aver nulla a che fare con loro.

Spirito ribelle, un “comunista” di quelli che immaginava un mondo migliore e che, negli anni settanta, da studente, era andato via di casa per stare in una “comune”.

Non amava molto la tecnologia, nemmeno il lusso, il professor La Barbera aveva perfino subito minacce da due scagnozzi della famiglia che gestisce lo spaccio di droga a cui non faceva piacere che qualcuno si impicciasse dei fatti loro.

Vanina avrebbe potuto anticipare la risposta, che il puzzo di mafia in quella storia iniziava a sentirsi forte.

Ma la pista mafiosa non convince del tutto Vanina: se la mafia lo voleva morto non l'avrebbe ucciso in quel locale al chiuso sottoterra, dove c'erano poche vie d'uscita. E forse non avrebbe usato un coltello comune, uno ben affilato.

No, come in altre indagini del vicequestore Guarrasi, anche questa volta si deve scavare nel passato del morto. E se si tratta di andare a ritroso nel tempo, non c'è “sbirro” migliore dell'ex commissario Patané, poliziotto che non si rassegna a starsene in pensione e che è diventato, caso dopo caso (“Sabbia nera”, “La logica della lampara”, “La salita dei saponari”) un membro effettivo della squadra di Vanina, assieme ai carusi Nunnari, Lo Faro e ai veterani come Spanò e Fragapane. E a Marta Bonazzoli, la vice-ispettrice del nord, l'unica che le può dare del tu.

Come nelle precedenti indagini di Vanina, il passato avrà un ruolo importante nella soluzione di questo omicidio: la seguiremo alle prese con preti di strada gagliardi e coraggiosi da non parere nemmeno dei “parrini”. Pescatori che fronte alla legge non scappano ma, anzi fanno la cosa giusta. A figli che devono loro aiutare i genitori ad affrontare la loro dipendenza, ragazzi che vanno in processione dal vicequestore per aiutarla a trovare il colpevole.

E a genitori che non vogliono vedere il male compiuto dai propri figli.

Un ruolo importante lo avrà un film, uno di quelli ambientati in Sicilia con Giancarlo Giannini. Una storia di padri e di figli, di droga ma anche di sogni e di speranze. E di soldi.

E tutto questo sempre con la scorta appresso, una sofferenza tale da farla “sdilliriare”, una parola che non troverete nel vocabolario ma che può essere tradotta in “impazzire”.

Manco alla putía di Sebastiano la lasciavano entrare. Ma quella sera Vanina era arrivata a un punto di saturazione.

Mentre leggevo le pagine di quest'ultimo romanzo di Cristina Cassar Scalia, ho ritrovato quel clima di sicilianità che veniva fuori dai romanzi di Camilleri con Montalbano, non solo per l'uso del dialetto, ma anche per il racconto dei cibi a cui Vanina non può proprio fare a meno e dei luoghi, come “la muntagna” che incombe su Catania e che viene vissuta dai catanesi non come una minaccia:

Tipico del catanese purosangue, considerare l’Etna non come un vulcano capace di distruggerti casa, ma come una gigantessa iraconda con cui convivere..

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26 agosto 2020

Tre passi per un delitto, di Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni

In ogni delitto che si rispetti c'è una vittima, non necessariamente un morto, un investigatore chiamato a risolvere il caso, un primo sospettato del reato che poi, grazie al lavoro dell'investigatore, viene scagionato. E poi tutte le persone attorno alla vittima, e magari anche al principale sospettato, tra cui magari si nasconde il vero responsabile del delitto.

Tre, tra i più importanti scrittori di giallo italiani di questo momento, si sono cimentati in un esperimento letterario molto interessante: raccontare un delitto attraverso tre diversi punti di vista.


Quello dell'investigatore, il commissario romano Brandi (dello scrittore Giancarlo De Cataldo), che deve capire chi ha ucciso Giada Colonna, una giovane e bella ragazza, trovata morta nel suo appartamento per un colpo alla testa.
Al centro di una parete spoglia, tinteggiata di un vivido giallo, c'è un grande quadro. Il fondo è di un verte raggrumato, a suggerire l'intenzione di marcio. Sul lato sinistro è raffigurata una bambina che sta per accendere un fiammifero. Indossa una tutina rossa che fa risaltare i corti capelli biondi. [..] All'estremità opposta, sulla destra, una gamba sollevata, come di una figura in movimento. Pantaloni scuri e una scarpa bianca con lacci neri, di foggia antiquata. Incongrua, minacciosa.
Brandi un investigatore in gamba, che sa separare le intuizioni da ciò che viene fuori dall'analisi della scena del crimine.
Ma sa anche che i delitti nascono dalle distorsioni dei sentimenti, “le passioni, dai dolori, dagli interessi e dalle miserie delle migliaia di esseri umani che le percorrerono”.

Che distorsione può aver interrotto la vita di Giada, che nella vita lavorare nel mondo dell'arte, come si evince dalle opere contenute nel suo appartamento (come quel quadro inquietante, che Brandi chiama “della piccola fiammiferaia”)?
Una vita irreprensibile, dicono le persone che l'hanno conosciuta. Nessuna relazione, nessun amante.
Una vita che ora, almeno nelle ultime sue ore, viene vivisezionata dalla squadra di Brandi: le telefonate, gli spostamenti.
Fino a quelle immagini di una telecamera, di un locale gestito da un prestanome di un mezzo mafioso. Che la immortalano vicino ad un signore anziano e poi andare via assieme ad un ragazzo di colore che si scopre poi essere uno spacciatore.

Chi era Giada allora? Brandi inizia a confondere i piani, dell'indagine e della sfera privata, arrivando a sognare questa ragazza. A desiderarla. Ad amarla..
Giada, che non era come veniva descritta.
Ci sono tanti piccoli misteri, come quel messaggio a MV, di cui non si riesce a risalire al numero.

MV come Marco Valerio Guerra, che proprio quel quadro aveva regalato a Giada.
“La stavo aspettando” - dice a Brandi quando questi si presenta alla sua Fondazione.

Marco Valerio Guerra (Maurizio De Giovanni) si presenta in prima persona, sin da subito:
Voi ci credete al destino?
No, non rispondete. È una domanda retorica. Per diversi motivi: il primo, fondamentale, è che quello che credete non importa a niente. Proprio niente.
Capirete che, premesso ciò, le altre ragioni per le quali la vostra risposta non mi interessa perdono di significato; e tuttavia, volendo approfondire ancora, vi direi che il livello medio della gente, quindi il vostro livello medio, è così basso e prevedibile che non serve a nulla fare domande di cui si conoscono già le risposte. Io, vedete, sono assai più intelligente del più intelligente di voi.
Simpatico, vero?
Marco Valerio Guerra si racconta in prima persona: dagli inizi, quando dovette affrontare la povertà dignitosa della sua famiglia, il cui patrimonio era stato dissipato dal nonno.
Un cognome aristocratico e basta: ma a compensare questo una forte ambizione e una grande volontà di conquistare una posizione di potere, manipolando le persone, convincendole a fare le cose che tornano più comode ai suoi interessi.
Per non finire come suo padre, dimesso e debole, “un vaso di fiori in tempo di guerra”, bello ma inutile, che però un giorno lo presentò ad un suo ex compagno di classe per una raccomandazione, Sebastiano Carli di Bosconero.
Di cui Marco Valerio Guerra divenne suo collaboratore fidato, nel mondo dell'edilizia (quello dei palazzinari romani), con un primo obiettivo. Prenderne un giorno il suo posto, sedersi su quella poltrona.

In che modo? Raccogliendo informazioni, trovare la “crepa” negli avversari, non esporsi se non quanto minimamente necessario, nessun vizio, nessuna dipendenza da lussi, droghe, sesso.
Per il suo obiettivo, manca però qualcosa: il capitale con cui poter costruire il suo impero.
Ed ecco allora entrare in scena la moglie, Anna Carla, conosciuta ad un ricevimento di quelli dove si fa dell'ipocrita beneficenza e diventata poi la sua principale alleata, complice, collaboratrice.

Anna Carla Santucci (Cristina Cassar Scalia), dal punto di vista familiare, è completamente complementare a Marco Guerra: figlia di un imprenditore nel ramo dei sanitari (o re dei cessi, come veniva chiamato nell'ambiente) Remo Santucci, non aveva titoli, non aveva discendenza nobili, non era nata nell'ambiente dell'aristocrazia romana. Ma aveva i soldi del padre.
E con i soldi entri in tutti i circoli che contano, puoi pagarti i migliori studi (per non essere più un burino come il padre, il “re dei cessi”).
La incontriamo a Viterbo, alle terme, in compagnie di alcune sue amiche, che rimugina su quella telefonata ricevuta dal marito, la notte precedente.
Non avrei dovuto dirgli che sarei rimasta qui. Avrei dovuto cogliere la sua richiesta d'aiuto e tornare a Roma subito, senza esitazioni. Se l'avessi fatto, non saremmo arrivati a tanto.
Penso e ripenso a quella telefonata. Scompongo il dialogo, lo ricompongo, immagino come sarebbero andate le cose se avessi risposto in modo diverso. Ma la realtà resta uguale, e adesso sembra non esserci più molto da fare. Nonostante l'assurdità della cosa. Nonostante io sia certa che nulla è andato veramente così.
Di cosa sta parlando, Anna Carla?
La notte precedente il marito, Marco Valerio Guerra, l'aveva chiamata confessando la fine della relazione con Giada e chiedendole di ritornare a Roma.
Evento incredibile: Anna Carla era a conoscenza delle sue relazioni extra, sapendo che erano tutte destinate a chiudersi senza lasciare traccia.
Perché Guerra e il suo impero, su cui in tanti hanno cercato di indagare (giornalisti, magistrati, nemici nel mondo della finanza), non ha crepe.
O forse no.

Il delitto di Giada Colonna viene raccontato da tre voci diverse, dei tre protagonisti della storia: l'investigatore che sa che quel delitto è un'arma da maneggiare con cura, perché coinvolge un nome importante della finanza e non sono permessi errori o passi falsi.
L'amante della vittima, Marco Valerio, che nella sua autoconfessione di fronte al lettore non ci nasconde nulla e nulla nasconde di sé.
Infine Anna Carla, fredda, per nulla sorpresa della scoperta di quella relazione extra coniugale del marito.

L'investigatore che deve cercare la verità, una verità che non crei problemi alla procura, ai suoi superiori.
L'uomo abituato a manipolare la verità e le persone, a far sì che questa segua un percorso più congeniale per i propri interessi.
Infine la donna abituata a nasconderla, la verità.

Ciascuno di loro racconta la sua verità, non quella reale, solo un tassello per consentire al lettore di capire cosa è successo, quella notte, a Giada Colonna.

Nel complesso, l'operazione letteraria è riuscita a metà: le tre storie che compongono il racconto non sembrano amalgamarsi bene, una a fianco all'altro. Un po' leggerina la parte di De Cataldo, che apre e chiude il romanzo: il “passo” meglio riuscito è quello di De Giovanni, che da voce al cinico finanziere, quello che cercava le crepe nei suoi avversari, prima di scoprire di averne una dentro di lui
Se volete potete chiamarla fragilità, crepa, fessura, lesione: a voi la scelta.
Ma sono
crepe profonde, che hanno il potere di far implodere, di ridurre in una nuvola di polvere e detriti un edificio maestoso costruito con cura per una vita intera.
La scheda del libro sul sito di Einaudi
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25 giugno 2020

La salita dei saponari, di Cristina Cassar Scalia



Lella Canton staccò il naso dal finestrino e controllò le foto appena scattate sul telefono. Ce n'erano un paio che su Instagram avrebbero fatto schiattare d'invidia tutte le sue colleghe. Cielo terso, nessuna nuvola, orizzonte perfetto. Negli ultimi dieci minuti sotto i suoi occhi erano passati prima le isole Eolie, poi lo stretto di Sicilia, infine lo scenario più fantastico che le fosse mai capitato davanti. La montagna maestosa, la roccia nera spruzzata di neve e il pennacchio di fumo sulla sommità. Metteva quasi soggezione..
Uno scenario da favola apre il terzo romanzo della scrittrice siciliana Cristina Cassar Scalia che mette la sua protagonista, il vicequestore di polizia Vanina Guarrasi al centro niente di meno che di un “intrigo internazionale”.
Intrigo che parte con la scoperta di un cadavere all'interno del parcheggio dell'aeroporto di Catania Fontanarossa: si tratta di un uomo, di una settantina d'anni, sparato al cuore nella sua auto.
La notizia raggiunge Vanina al termine di un blitz fallito per la cattura del boss Salvatore Fratta, detto Bazzuca, un mafioso di piccolo calibro che è riuscito a farsi largo dentro Cosa nostra. Ma per Vanina è qualcosa di più, quasi una sfida personale: per vendicare suo padre, l'ispettore di polizia Giovanni Guarrasi ucciso in un agguato. Per superare quel ricordo doloroso, quando dovette uccidere i killer che stavano sparando al pm antimafia, Paolo Malfitano.
Da Palermo, dall'antimafia, da Paolo, con cui ha avuto una relazione, Vanina è scappata a Catania, dove è dirigente della sezione dei reati contro la persona. Omicidi, come quello contro Esteban Torres, appunto.
Così si chiama il morto: nato a Cuba ma poi scappato negli anni sessanta in America, doppia cittadinanza italiana e americana, ma residente in Svizzera. Tre mogli, nessun figlio, un lavoro nel ramo import export. E una casa vicino Catania, sulla salita dei Saponari, per salire sull'Etna.
Manco il tempo di arrivare e Vanina era già in movimento. Di corsa per giunta, come piaceva a lei. Aveva ragione Adriano: per entusiasmarla veramente, per sentirselo suo, un caso doveva avere un indice di «rognosità» tale da occuparle la mente per giorni, fino alla totale risoluzione. L'omicidio di Esteban Torres, a occhio e croce, prometteva bene.
Al delitto si dedica tutta la squadra: Spanò, il suo braccio destro (alle prese con i suoi problemi personali), Fragapane, la nordica Bonazzoli, Nunnari e l'agente Lo Faro.
Come negli altri casi, al gruppo si unirà anche l'ex commissario Biagio Patanè, ora in pensione, che ebbe un ruolo importante nella risoluzione del caso del cadavere mummificato (“Sabbia nera” Einaudi).
Per scoprire l'assassino, bisogna partire dal movente: indagando sugli affari del morto, tra America e Italia, nasce il sospetto che fosse implicato in traffici sporchi, soldi o forse droga.
Anche la scoperta dell'arma usata, una Makarov russa, un'arma da guerra fredda, aggiunge una nota internazionale al caso.
Caso che si complica ulteriormente quando a Taormina viene ritrovato un cadavere, morto da diversi giorni, di una donna, Roberta Geraci, l'amante siciliana del morto, con cui si dovevano vedere proprio a Taormina, in un hotel famoso.
Di professione, organizzatrice di eventi, ma anche per lei, diversi lati oscuri nella vita privata.

C'è un legame tra i due delitti? Forse. Ma quale può essere la causa: la distanza di giorni tra la prima morte e la seconda esclude la pista passionale.
E' forse una storia in cui c'entra la mafia? E perché quella pistola russa?Tante cose non tornano, alcuni dettagli non si riescono a chiarire: per esempio quella persona che è stata vista assieme alla Geraci negli ultimi giorni..
L'arrivo di notizie sul morto dall'America, grazie al supporto di un collega milanese di Vanina, completa il quadro del morto, ma non da contributi per far andar avanti l'indagine: Esteban Torres era noto all'FBI, per i suoi legami con le famiglie mafiose, legami insufficienti per portarlo in prigione però.
Sapeva muoversi, Torres, senza lasciare tracce, nel mondo del gioco e in quello della finanza.
Non è un'indagine facile. Nonostante tutte queste informazioni, le tracce dei telefoni, i tabulati, il contributo della scienza.L'impressione è in questa storia ci sia qualcosa di personale, che viene da lontano, alla causa del delitto del cubano.
Non è un'indagine facile per Vanina: nonostante siano passati anni, non riesce a chiudere definitivamente la storia con Paolo, il pm antimafia con cui ha avuto una storia importante. Non riesce a chiudere con la sua vecchia vita, con quella fogna in cui aveva dovuto scavare negli anni all'antimafia a Palermo:
La febbre che l'aveva accompagnata per anni, giorno e notte, costringendola a scavare, scavare anche a mani nude, per abbrancare qualunque traccia che fetesse dalla fogna contro cui lei combatteva ogni giorno, e smontarla e rimontarla finché non l'avesse portata dritta da qualcuno [..] quella febbre non l'aveva mai davvero abbandonata. Era lì, latente, pronta a risalire, ad armarle la mano e a caricarla d'odio. Un odio così profondo che avrebbe annientato per prima lei stessa.
Ancora una volta l'ex commissario Patané, ritornato in servizio (con grande dispiacere della moglie Angelina), darà il suo contributo alla soluzione del caso, per arrivare all'assassino che, paradossalmente, è sia un colpevole che una vittima.
Come nei procedenti romanzi, anche in questo le pagine dedicate all'indagine si alternano a quelle dove si racconta il privato dei personaggi. A cominciare da Vanina, la sbirra con la pistola sempre appresso, tenace e capace di grandi intuizioni, ma una frana ai fornelli e con un fardello pesante sulle spalle per quel passato che non riesce a chiudere definitivamente.
Per andare poi alla sua cerchia personale, la vicina di casa Bettina, una seconda madre, l'avvocato Giulia De Rosa, il medico legale Adriano Calì.
E poi ancora la Sicilia orientale, che a Catania lega assieme montagna e mare, l'odore degli agrumi e l'aria frizzante della montagna, “un'isola nell'isola, con una doppia anima”.

Su Facebook sulla pagina di Einaudi, potete ascoltare Alessio Boni che legge un passaggio del libro.

La scheda del libro sul sito dell'editore EinaudiI link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 maggio 2019

La logica della lampara di Cristina Cassar Scalia

La vecchia lampara s’era decisa a funzionare, e ora penzolava dal suo gancio illuminando un metro quadro di mare. Sante Tammaro se ne stava a poppa, in posizione precaria. A testa sotto, il naso infilato nel secchio col fondo di vetro, ogni tanto si voltava a controllare che fiocina e retino fossero a portata di mano.
Manfredi Monterreale guardava sornione gli attrezzi da pesca che giacevano sulla tolda del gozzo, inutilizzati.

La scrittrice catanese Cristina Cassar Scalia fa ancora centro, col secondo romanzo giallo con protagonista il vicequestore Vanina Guarrasi (mi raccomando una n sola).
Poliziotta palermitana, anni passati all'antimafia rischiando la pelle, come il padre, pure lui poliziotto ucciso da un commando mafioso.
Ora trasferita, forse un po' anche scappata a Catania ad occuparsi di reati contro la persona, con la sua squadra, plasmata attorno alle sue intuizioni e anche i suoi umori.
Poliziotta tenace, caparbia, dotata di grandi intuizioni e soprattutto una poliziotta che non si lascia ingannare dalle apparenze, come in questa storia dove sembra che qualcuno le abbia apparecchiato la soluzione del caso.

Caso che inizia con due persone a bordo di una barca, al largo di Aci Trezza, che stanno pescando usando il vecchio metodo della Lampara. Avete presente? Una specie di lampada messa sotto la barca per attirare i pesci.
Sono un medico e un giornalista di un quotidiano online: il secondo vede una macchina che parcheggia vicino alla spiaggia con un uomo che porta, con una certa fatica, una valigia abbandonata sugli scogli.
Quanti si farebbero i fatti loro, ma non è il caso di Sante, “catanese fino all’unghia dell’alluce e con una spiccata inclinazione verso l’inchiesta”.

Quasi contemporaneamente arriva una telefonata anonima, direttamente alla squadra della Guarrasi anzi, questa persona chiede direttamente del vicequestore
– Dottoressa Guarrasi, mi deve ascoltare: sono sicura che stanotte è stata uccisa una ragazza.

Che fare? Lasciar perdere quella telefonata e godersi quel momento di calma (dopo l'indagine della donna trovata morta in una vecchia villa)?
Anche per placare una certa ansia (e un difficile momento personale, per una relazione interrotta tempo prima con un magistrato a Palermo), è la stessa Vanina ad andare assieme ai suoi a fare un'ispezione su questa villa, in via Villini al Mare.
E forse qualcosa in quella villa qualcosa è successo: tracce di pneumatici, mobili messi sotto sopra, una sensazione che all'improvviso arriva addosso al vicequestore Guarrasi:
Era una sensazione, solo una sensazione. Una sottile forma d’inquietudine che l’assaliva ogni volta che un dettaglio non la convinceva, o che, come diceva Spanò, «il morto era vicino».

Un uomo che scarica una valigia sugli scogli, e una telefonata che parla di una villa sul lungomare dove forse è successo qualcosa: due storie che sono destinate ad incrociarsi, quando Spanò (braccio destro della Guarrasi), chiamato dall'amico Sante, recupera quella valigia che dentro ha delle macchie di sangue. E anche un cellulare, in mezzo all'acqua, da cui forse si potrà recuperare qualcosa.
Proprio davanti la villa di Lorenza Iannino, giovane avvocatessa dello studio legale di Elvio Ussaro. Coincidenze?

– Spanò, ascolti a me, ce ne dobbiamo fare una ragione: nel mestiere nostro, le coincidenze sono merce rara. Anzi, introvabile.

Chi è Elvio Ussaro? E' un avvocato importante del foro catanese, uno di quelli senza scrupoli, capace di usare tutti i mezzi per vincere una causa.
Ma anche professore universitario o meglio, barone universitario dove fa il bello e il cattivo tempo su promozioni agli esami e sulle carriere dentro l'ateneo dei suoi assistenti.

Un uomo potente dunque, dentro tante brutte storie avvenute in città ma che la magistratura non era mai riuscita ad incastrare.
Dentro la casa gli investigatori trovano tracce di sangue e di coca: alcuni testimoni raccontano ai poliziotti della squadra di un festino, uno dei tanti che si tenevano la sera in quella casa. Festino che all'improvviso era finito con un fuggi fuggi generale di macchine e persone.

Ma che fine ha fatto allora Lorenza?
Se lo domanda Guarrasi e se lo domandano i suoi collaboratori, che oramai temono il peggio.

Come nel precedente romanzo, l'indagine dell'oggi si alterna ad una storia del passato, che viene raccontata a Vanina dall'ex capo della Mobile, il vecchio commissario Biagio Patanè.
La prima moglie dell'avvocato Ussaro si era suicidata pochi mesi dopo il matrimonio. Un matrimonio quasi combinato, perché la ragazza si era opposta a lungo.
– Una quarantina d’anni fa, nella famiglia dell’avvocato avvenne un fatto brutto. La prima moglie, non so come si chiamava, si suicidò.

Cosa c'entra questa storia con la scomparsa di Lorenza?
Forse nulla, ma rimane dentro Vanina una strana sensazione, come un presentimento.

Un delitto senza un cadavere, che coinvolge persone importanti della città, come Ussaro e anche un politico locale, che era anche il proprietario del villino.
Tracce di sangue dentro una valigia abbandonata e tracce di sangue anche dentro la casa.
Una donna scomparsa che teneva un tenore di vita superiore alle sue entrate, che viveva in un villino sul mare di cui non aveva parlato nemmeno al fratello.
E poi quella strana telefonata che parla di una ragazza morta, probabilmente fatta da uno stesso dei partecipanti della festa.
Una storia strana che rischia di diventare un'indagine che non porta a nulla, finché dal cellulare trovato in acqua non escono delle prove che portano l'inchiesta verso una precisa direzione.
Troppo precisa perché una brutta sensazione si impadronisca di Vanina:

“ciò che la lasciava piú perplessa: la quantità di indizi che parevano piazzati lí come tessere di un puzzle già pronte per essere incastrate”.

E' come quando si pesca con la Lampara, la luce che si monta sotto la barca per pescare:

– E che ci trase ora la lampara? Tammaro s’infervorò. – La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il piú possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla.

E' la metafora di tutta l'inchiesta, che si dimostrerà ben più di un caso di omicidio.
Una storia di un'amore che non è potuto sbocciare, di una donna infelice, di un uomo di potere che rappresenta una specie di Tano Cariddi (il cattivo dello sceneggiato La Piovra) e che si era circondato di persone che lo temevano e lo odiavano.
E di una ragazza che era venuta a Catania e pensando di vivere, aveva ucciso la sua vita ...

Aspettatevi tanti colpi di scena in questo racconto, che vi coinvolgerà fino alla fine.
Troviamo il mistero, un'indagine portata avanti sia con gli ultimi ritrovati della scienza e anche coi vecchi metodi. E anche con l'aiuto di un vecchio poliziotto come Biagio Patanè, arzillo e dotato di una buona memoria.

E poi c'è questo nuovo personaggio di investigatrice femminile, tutt'altro che una eroina in rosa: Vanina Guarrasi è una sbirra che si porta dentro una forte inquietudine legata al suo passato.
LA morte del padre, ispettore di polizia che le ha lasciato un grande insegnamento:

«Tu cosa pensi sia giusto, nica mia? Perché questo comanda, nella vita: quello di cui hai bisogno tu per guardarti allo specchio e sapere che non hai nulla da rimproverarti»
E il rapporto non ancora risolto del tutto con quel magistrato di Palermo, da cui era scappata.
Ma che ci trase la Lampara in questa storia?

– Come con la lampara, – considerò. La Guarrasi e Carmelo lo guardarono interrogativi. – La lampara. Sapete, quella grossa luce che si monta sulla barca e che serve ad attirare i pesci.
– E che ci trase ora la lampara? Tammaro s’infervorò. – La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il piú possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito dell'editore Einaudi
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