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31 dicembre 2022

Senza respiro di David Quammen

 

La popolazione non deve farsi prendere dal panico
Per alcuni non è stata una sorpresa, l’arrivo di questa pandemia, non più di quanto possa esserlo il sopraggiungere di un evento tristemente ineluttabile. Mi riferisco agli esperti di malattie infettive. Per decenni lo avevano visto avvicinarsi, come un puntino scuro all’orizzonte nelle pianure del Nebraska che procedeva rombando verso di noi con velocità e forza incalcolabili, come un tir carico di polli o di acciaio andato fuori controllo. Sapevano che l’agente della prossima catastrofe sarebbe stato quasi sicuramente un virus.

Non un batterio come nel caso della peste bubbonica, non qualche fungo mangia-cervello, e nemmeno un protozoo complesso del genere che causa la malaria. No, un virus – e più precisamente un virus «nuovo», non del tutto sconosciuto, ma da poco identificato come contagioso per gli esseri umani. Ma se era inedito per l’uomo, da dove poteva arrivare? Bella domanda. Tutto viene da qualche parte, e i nuovi virus umani vengono dagli animali selvatici, a volte per il tramite di un animale domestico che funge da intermediario. Questo tipo di passaggio da un ospite non umano all’uomo è noto come spillover.

Come tanti italiani ho vissuto la pandemia causata dal virus Sars-Cov2 seguendo con un certo interesse le trasmissioni dove virologi, infettivologi, medici, raccontavano la loro versione della storia. Quello che è avvenuto in Italia e nel mondo, a partire dal gennaio 2020 (e che ancora non è finito), è qualcosa che allora pensavamo essere inconcepibile: una pandemia mondiale, persone chiuse in casa e impossibilitate ad uscire, una malattia che pensavamo essere così lontana e che invece che in Italia del nord ha fatto così tanti morti da dover essere portati via coi camion militari. Come è stato possibile?
Tutti ci siamo fatti le stesse domande: da dove arriva questo virus, come ha potuto contagiare il mondo intero? Come abbiamo potuto sottovalutare il rischio di una nuova pandemia?
Perché è partito dalla Cina, da quella città in particolare? Come mai ha fatto così tanti morti in Italia e in particolar modo, nell’Italia del nord. Soprattutto, la domanda più importante: che succederà adesso, possiamo dimenticarci della pandemia, il virus ha finito di essere un problema per le nostre vite?

Sono domande ancor più importanti adesso, perché (specie da parte dei governi attuali) è tanta la voglia di mettersi tutto alle spalle, dimenticarsi dei morti, dei lutti, dello strazio delle famiglie che nemmeno hanno potuto lasciare un ultimo saluto ai loro parenti colpiti da questa malattia, il Covid19, un nemico che non si vede. Da una parte c’è l’allarme, oggi, in queste ore, per le notizie dalla Cina, dall’altra il governo italiano di destra ha emanato norme che strizzano l’occhio ai novax.

Ecco: questo libro ha risposto a tante delle domande di cui ho parlato sopra, accompagnandomi in un mondo che non conoscevo affatto, il mondo degli scienziati, dei ricercatori, che ogni giorno hanno a che fare con questi strani esseri non viventi, chiamati virus.
David Quammen non è un medico, alle spalle non ha una formazione scientifica ma piuttosto una letteraria: grazie a questo l’autore si sforza, nel corso del racconto, di rendere comprensibili a tutti concetti complessi come la proteina spike (quella specie di corona che rende i coronavirus così unici), la differenza tra un virus, vivo dentro un animale oppure la sua sequenza dei suoi genomi. Come mai questo virus è stato così “bravo” ad attaccarci e a diffonderci da uomo a uomo? Quammen riesce a spiegare concetti apparentemente complessi come “sito di scissione della furina” e il “il dominio di legame del recettore Ace2”, due caratteristiche che hanno reso il sars-Cov2 così tristemente famoso.
Se interessa, potete approfondire le vostre conoscenze leggendo l’articolo “The Origins of Sars-CoV-2. A critical Review (16 Settembre 2021)”.
L’autore ha impiegato questi mesi di pandemia per andare ad intervistare, a volte di persona a volte via internet, medici e scienziati che, sin da subito si son attivati dopo le prime segnalazioni su queste “strane” polmoniti a Wuhan di pazienti legati a vario modo col mercato ittico.
Il primo sequenziamento, la scoperta che si trattava di un “
coronavirus” (un nome che per la maggior parte della popolazione non voleva dire nulla); la pubblicazione della notizia sul sito ProMED da parte di Marjorie Pollack – deputy editor- a fine dicembre 2019; la pubblicazione della sequenza del genoma (lunghe stringhe di lettere che identificano il codice RNA del virus) sul sito Virological a gennaio 2020 da parte Eward Holmes e altri in modo che tutta la comunità scientifica potesse attivarsi, fino alla segnalazione arrivata all’OMS il 7 gennaio da parte del CDC cinese.
Si scelse di non allarmare la popolazione, in Cina come nel resto del mondo (qui in Italia mancavano poi dispositivi e perfino un piano pandemico aggiornato).

Quello che è successo poi è noto a tutti:la crescita esponenziale delle infezioni, la scoperta degli asintomatici, le morti e le persone lasciate sole in casa senza cure perché non c’era posto negli ospedali, presi d’assalto, le persone intubate e medici e infermieri costretti a turni massacranti per gestire questi malati.
Eppure i segnali c’erano tutti, a volerli vedere: l’autore, ancora una volta andando ad intervistare diversi esponenti della comunità scientifica, racconta la storia delle precedenti epidemie causate da coronavirus, dalla SARS alla MERS, passando per Ebola e Marburg.
I coronavirus hanno questo di speciale: sanno mutare velocemente per adattarsi a nuove condizioni ambientali (è insito nel fatto che sono strutture basate su RNA, meno stabile rispetto al nostro DNA), sono presenti in natura all’interno dell’organismo di tanti animali selvatici, non solo i pipistrelli, ma anche zibetti, procioni e i cervi in nord America. Sanno combinarsi tra loro, impiegano anni per compiere le loro mutazioni e sono proprio queste che ne hanno aumentato la loro pericolosità. Per studiarli, equipe di scienziati, come quelli della dottoressa Zhengli Shi, sono andate a raccogliere campioni di feci e di sangue dai pipistrelli nelle miniere, in Africa come in Cina, nella famosa miniera di Majiang, dove nel 2009 è stato ritrovato un campione di virus al 96% simile a quello della Sars: era una scoperta che doveva far drizzare le antenne a tutto il mondo e ai decisori politici. La fuori, in natura, la stessa natura che stiamo antropizzando, c’è un virus trasmissibile all’uomo senza passare per altri esseri intermedi,
“tenetevi pronti”, per un prossima pandemia.

In quella grotta era stato trovato il famoso campione 4991 da cui era stato ricavato il genoma catalogato come RATG13, al 97% simile a quello del Sars-Cov2: questa scoperta ha fatto nascere tante polemiche sull’origine del virus, un argomento su cui Quammen è tornato più volte nel libro.
Nonostante il lavoro della commissione dell’OMS andata a Wuhan nel 2021 non sia stato esaustivo (per la poca collaborazione delle autorità cinesi), non esistono prove che il Sars-Cov2 sia uscito da un laboratorio a Wuhan o
che sia stato creato di proposito a partire da altri virus di tipo corona.
È proprio l’alta capacità di Sars-Cov2 (vi ricordate ancora il sito di scissione e il dominio di legame della furina?) a far propendere verso una origine “
naturale” della pandemia: sarebbero servite troppe prove, con tanti errori intermedi, affinché in laboratorio si potesse arrivare ad un virus così aggressivo e con questa capacità di aggredire le nostre cellule.
Quammen fa anche chiarezza su cosa significhi fare esperimenti di
Gain of function sui virus, un argomento molto controverso anche nello stesso mondo scientifico, spiegando come il lavoro fatto a Wuhan, a partire dalla Sars, non avesse come obiettivo creare un nuovo virus più potente. L’autore usa la metafora dei “leopardi di Mumbai”, che potremmo clonare in laboratorio ma non per questo avremmo generato una nuova specie di leopardo.

È molto probabile che l’origine della pandemia si trovi a Wuhan in quel mercato ittico, smobilitato dal governo locale il 1 gennaio, dove si vendevano anche animali selvatici vivi macellati al momento. Wuhan è anche un nodo nevralgico per il sistema dell’alta velocità in Cina, che passa proprio per questa città da 11 milioni di abitanti: quante persone sono passate di qui nei giorni di festa del capodanno cinese?
Il vero imbarazzo per il governo cinese – spiega Quammen – potrebbe essere proprio il traffico di animali selvatici, proibito per legge dal 2014 ma ancora diffuso almeno in quei mesi (e tollerato dalla polizia in quanto costituiva un giro d’affari da 75 miliardi di dollari l’anno): da quegli animali, il pipistrello o forse un altro animale “serbatoio” sarebbe avvenuto il salto, lo spillover, verso l’uomo. Se volete approfondire il punto, leggetevi l’articolo “The Huanan Market Was the Epicenter of Sars-CoV-2 Emergence, (26 Febbraio 2022)”

Ci siamo fatti cogliere impreparati: questa la sensazione che emerge leggendo questa caccia al virus. Quando abbiamo chiuso le città e le regioni, qui in Italia, era ormai troppo tardi: il lockdown che ancora oggi in molti considerano una scelta inutile (dimenticandosi dei mille e passa morti al giorno) fu in realtà una scelta tardiva (su cui grava anche il peso dell’industria del nord) che costò le migliaia di morti (legati a loro volta all’alto inquinamento dell’aria nelle città della pianura padana e probabilmente anche al tema delle infezioni ospedaliere per i batteri resistenti agli antibiotici).
Oltre al virus c’è anche il fattore sociale a pesare sulle pandemie: gli appelli a non fermare le città, la scelta di far giocare la partita Atalanta Valencia a San Siro il 19 febbraio, la decisione di non bloccare le festività cinesi nel gennaio 2020 ...
Ma non è solo questo: ci siamo fatti anche incantare dalle “magie” per curare il covid.
Il virus non se ne è andato da solo, con l’arrivo del caldo, come predisse l’ex presidente Trump, sponsor delle cure con idrossiclor
ochina (era stato ben consigliato dai suoi guru, tra cui Elon Musk). Quammen spiega anche l’inefficacia della teoria “dell’immunità di gregge” inseguita tra gli altri dal governo di Boris Johnson: non si arriverà mai, con questo virus, ad una immunità di gregge, per la sua grande capacità di mutare e di ricombinarsi.
Sui vaccini,
il libro ha il grande merito di raccontare due cose: rispetto al passato, c’è voluto meno tempo da parte delle aziende farmaceutiche per produrre vaccini ad mRNA (RNA messaggero) perché si è partiti dal lavoro fatto sui precedenti “coronavirus”, i responsabili delle epidemie di SARS e della MERS.
L’autore stigmatizza poi la disparità vaccinale nel mondo: nel giugno 2021 solo l’1% della popolazione nei paesi poveri aveva ricevuto almeno 1 dose del vaccino. I tentativi di portare il vaccino anche a questi paesi sono falliti sia per le difficoltà materiali nel trasportare le dosi che devono essere conservate a basse temperature, sia per l’egoismo dei governi e delle grandi case farmaceutiche.
Un mondo asimmetrico, per quanto riguarda le vaccinazioni, è un mondo dove il virus continuerà a proliferare, generando nuove variazioni potenzialmente più pericolose, sebbene magari meno letali.


Non è la magia quella che ci salverà da questa e dalle prossime pandemie, ma la scienza. La scienza che non sempre è portatrici di certezze, quelle che magari pretenderebbe il decisore politico. Scienza che è la somma di tante visioni, perché il nostro sapere è frammentato: “nessuno sa tutto” è il titolo dell’ultimo capitolo:

La realtà a tutto tondo può essere colta solo sommando prospettive disparate. Il discernimento della verità – o meglio della verità perché è una parola troppo imperiosa e sospetta – deriva dall’ascolto di molte voci. Prendiamo l’esempio della nostra pandemia. Abbiamo bisogno di ascoltare molte voci, e abbiamo bisogno di aiutarci l’un l’altro a capire. [..]

Una cosa è certa, credo, in mezzo al turbinio delle nostre incertezze. Il Covid19 non sarà l’ultima pandemia che vedremo nel ventunesimo secolo. Probabilmente non sarà la peggiore. Ci sono molti altri leopardi del Mumbai. E ci sono molti altri virus spaventosi nel luogo d’origine del Sars-Cov2, qualunque esso sia.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon



23 ottobre 2021

Anteprima Presadiretta – il virus perfetto

Ultima puntata di questa stagione 2021 per Presadiretta dedicata alle origini del virus: è solo passato un anno dal lockdown, dalle bare per i morti di Bergamo portate via dai camion militari e, soprattutto, dalle prime settimane della pandemia, quando ancora non era chiaro di cosa stessimo parlando (è poco più di una influenza, Milano non si ferma..). E' passato solo un anno e in molti non vedono l'ora di mettersi tutto alla spalle: ma quello che non possiamo dimenticare è l'impreparazione nella gestione della pandemia, la dipendenza con paesi dell'est asiatico per l'approvvigionamento di mascherine e altri materiali, e l'assenza di un piano pandemico nazionale e anche a livello regionale.

Presadiretta, nel servizio di Lisa Iotti e Francesca Nava, si porrà alcune domande su questo virus: come mai a quasi due anni dalla pandemia che che ha fatto quasi 5 milioni di morti nel mondo, ha messo in ginocchio il mondo intero e non è ancora finita, non sappiamo ancora come si sia originato il virus chiamato Sars-Cov?

Il servizio mostrerà come le autorità cinesi hanno fatto di tutto per tenerci all'oscuro, hanno impedito alla speciale commissione dell'Oms che nel febbraio di quest'anno doveva indagare sulle origini del virus, di accedere ai loro dati grezzi, facendo di fatto fallire l'indagine internazionale.

Colin Butler – professore di epidemiologia all'Australian National University: “è stata fatta un'indagine farsa, un esercizio di propaganda politica, che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'Oms nel futuro”.

I giornalisti di Presadiretta hanno anche scoperto che i ricercatori cinesi hanno cancellato dai loro database 22mila sequenze di coronavirus, hanno negato che a Wuhan (la città da cui è partita la pandemia) si facessero esperimenti con virus dei pipistrelli.

Non solo, queste ricerche sui virus si facevano in laboratori dove si lavorava senza scafandri e in stanze non pressurizzate: lo si è scoperto da una tesi scovata da un giornalista di inchiesta indipendente, dove si parla di laboratori di livello BSL2, un livello troppo basso dove l'unica protezione è costituita dai guanti.

Ed ora – racconta Iacona nell'anteprima – persino l'OMS pensa che l'ipotesi di un incidente di laboratorio possa essere la causa della pandemia.

Queste le parole del direttore Tedros Ghebreyesus: “io ho lavorato in laboratorio e so che gli incidenti accadono, abbiamo bisogno di informazioni, informazioni dirette su quale fosse la situazione di questo laboratorio prima e all'inizio della pandemia.”

Solo dopo un anno siamo venuti a conoscenza di un incidente in un laboratorio di Pechino dove si stavano facendo ricerche sul nuovo coronavirus e lo siamo venuti a sapere soltanto per caso: da uno scambio di mail col professore Shan-Lu.

Ma Presadiretta ha una sua notizia in esclusiva è che le ricerche in Cina si facevano anche coi finanziamenti pubblici americani (arrivati all'organizzazione Eco Health Alliance guidata da Peter Daszak, uno degli zoologi più in vista che partecipò alla prima ispezione dell’Oms a Wuhan.

Forse erano finanziamenti per fare in Cina esperimenti sull'aumento della contagiosità dei virus che negli Stati Uniti fino al 2017 erano vietati? – si chiede Presadiretta

Scrive in un'anticipazione del Corriere

Dai documenti derubricati di recente risulta che Daszak avrebbe veicolato in Cina 3,7 milioni di dollari di fondi ottenuti dal governo Usa dal 2014 al 2020. Ma Daszak era anche a capo della Commissione della rivista Lancet sull’origine del virus. Quella stessa rivista pubblicò nel febbraio 2020 una lettera di un gruppo di scienziati che sosteneva la genesi naturale del Covid. Daszak si è dovuto dimettere prima dell’estate per il sospetto di un grave conflitto di interesse: da una parte passava soldi pubblici ai laboratori di Wuhan; dall’altra avrebbe dovuto indagare con rigore sugli esperimenti condotti in quello stesso istituto.

 

Il servizio farà anche il punto sulle indagini della magistratura di Bergamo sulla risposta italiana alla prima ondata della pandemia: il piano pandemico non aggiornato e comunque non attuato, la mancata zona rossa nella Val Seriana, le decisioni prese dal governo nazionale e dalle regioni. Quanto abbiamo pagato, in termini di malati e morti, tutto questo?

I parenti delle vittime del covid vogliono chiederne conto alla politica: “questi familiari che vengono qua [alle udienze del processo] a dimostrare che anche la politica in qualche caso ha ucciso più del virus” racconta la coordinatrice del team legale dei familiari delle vittime Consuelo Locati.

Era una pandemia che potevamo prevedere?

Secondo Nicoletta Dentico – direttrice del programma salute globale – non c'era pandemia più prevedibile, “non è colpa del virus se ha trovato una prateria di incompetenza, di impreparazione davanti a sé, nella quale ha attecchito facilmente.”

Un piano pandemico aggiornato avrebbe potuto attutire notevolmente l'impatto di questa pandemia – è l'opinione di Donato Greco, epidemiologo e membro del CTS: “quante esercitazioni sono state fatte negli ultimi quindici anni, quanta gente era pronta ad aprire mille posti letto in più.”

Proprio sul piano pandemico sta indagando la procura di Bergamo: davanti al tribunale civile di Roma 500 persone che hanno perso familiari durante la pandemia hanno citato in giudizio le più alte istituzioni dello Stato.

A Presadiretta raccontano perché questa scelta: “Le istituzioni dovrebbero essere dalla parte del cittadino e invece avere scoperto che il piano pandemico non era aggiornato dal 2006, aver assistito all'impossibilità di poter acquistare delle mascherine, siamo entrati in una guerra senza verificare quello che avevamo come munizioni.”

Presadiretta ha intervistato il direttore del dipartimento di microbiologia di Padova Andrea Crisanti, autore di una perizia per la procura di Bergamo (di cui è consulente tecnico) che sta indagando sulla gestione italiana alla pandemia e sull'ecatombe in Val Seriana: “io lo definirei un disastro” racconta a Presadiretta “secondo i nostri calcoli il 23 febbraio all'interno dell'ospedale di Alzano c'erano circa 70-75 persone già infette. La Lombardia non aveva i tamponi i quanto meno dicono di non avere i tamponi, ma la diagnosi di covid non si fa solo col tampone. La TAC, in combinazione con il quadro clinico avrebbe fornito un elemento importantissimo per fare una diagnosi presuntiva. E' mancata una indicazione per capire quello che stava succedendo in ospedale. Si sarebbero potuto rendere conto che stavano praticamente seduti su una bomba.”

Dall'anticipazione che trovate sul Fatto quotidiano:

Al centro della perizia, che verrà consegnata entro dicembre, ci sono gli studi e i calcoli matematici che dovranno fornire delle risposte ai quesiti dei magistrati bergamaschi su quanto avvenuto all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo (chiuso solo per poche ore il 23 febbraio 2020), sulle conseguenze e l’impatto della mancata zona rossa in Val Seriana e della mancata attuazione del piano pandemico nazionale, il cui aggiornamento era fermo al 2006. Con interviste e documenti esclusivi, lo speciale di PresaDiretta affronterà anche le altre ombre della pandemia ripercorrendo l’intera catena di comando che ha portato alle decisioni prese da Governo e Regioni nelle prime settimane dell’emergenza Covid, con un focus particolare sui piani pandemici regionali.

In tutti questi mesi la Cina ha testato più di 80mila campioni di animali nella città di Wuhan e nel resto del paese e più della metà di questi erano presi da animali selvatici ma in essi non hanno trovato alcuna traccia di Sars-Cov2. Lo stesso è stato fatto per i pipistrelli: decine di migliaia di test in tutta la provincia di Hubei dove si trova Wuhan e nessuno di loro aveva virus simili a Sars-Cov2.

Alina Chan è una Biologa Molecolare all'università di Boston: “hanno campionato i fornitori di animali che vendevano gli animali al mercato e non hanno trovato niente, chiaramente a volerci fidare delle parole della Cina.”

L'unica certezza che abbiamo in tutta questa storia piega di buchi neri – spiega la giornalista Francesca Nava – è che non c'erano pangolini o pipistrelli al mercato di Wuhan al contrario di quello che si è detto per mesi.

“Per cultura i cinesi non mangiano pipistrelli” racconta lo zoologo Chris Newman di Oxford - “quindi non ci saremmo aspettati di vederli in un mercato alimentare e anche i pangolini, che all'inizio erano sospettati di essere potenziali vettori, non erano in vendita in nessun mercato della città.”

I pipistrelli non erano nel mercato del pesce ma erano nei laboratori dell'istituto di virologia, il team di Wuhan è il solo al mondo ad essere riuscito ad allevarli in cattività allo scopo di creare un nuovo modello sperimentale per la ricerca scientifica.

Perché l'ipotesi che il virus potesse essere uscito da questi laboratori è stata messa subito da parte in favore dello spillover naturale?

Esistono dei conflitti di interesse nella comunità scientifica internazionale sulla ricerca per le origini del virus (ovvero, ci sono ricercatori che hanno paura che che la politica limiti le loro ricerche e i finanziamenti per i loro lavori)?

Cosa c'è dietro la guerra fretta tra Cina e Stati Uniti su quest'ultimo punto?

30 marzo 2021

Presadiretta – anatomia di un complotto

Ultima puntata del ciclo invernale di Presadiretta dedicata alle origini del Sars-Cov2: da dove è saltato fuori il virus? Cosa ha scoperto la commissione dell'Oms mandata in Cina a Wuhan?

Una storia piena di misteri, che comincia con la lettera scritta da 27 scienziati pubblicata su Lancet nel febbraio 2020 dove si affermava che l'origine del virus poteva essere solo animale, ma era una lettera piena di ombre e conflitti di interesse. Una lettera in difesa degli scienziati cinesi, in cui gli autori criticavano le teorie “di cospirazione” contro la Cina sostenendo che il virus avesse origine animale (e dunque non era sfuggito da un laboratorio).

Ma quando Lancet ha pubblicato la lettera si sapeva poco del virus, come facevano quegli scienziati a sostenere con certezza le loro tesi, chiudendo il dibattito con parole come complottista?

Poi si scoprì che dietro la lettera c'era Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance: aveva già iniziato a contattare i colleghi per sostenere questa tesi sin dall'inizio del 2020, non voleva apparire come autore in primo piano, la lettera doveva essere di origine scientifica e non politica: nella lettera si sono usate fonti in modo disonesto e non viene evidenziato che molti degli autori erano in conflitto di interesse, perché legati al centro di ricerca di Wuhan, finanziato da Ecohealth Alliance.

Nel documento di Lancet però di questo non se ne parla: nelle mail scambiate da Daszak ci sono cose interessanti, come i dubbi di alcuni dei firmatati preoccupati delle poche fonti autorevoli, altri che consigliano di scrivere che il coronavirus è molto simile ad un virus preso dai pipistrelli, tutti mezzi per influenzare poi l'opinione pubblica e i giornalisti.

Il virologo Bruno Canard lavora nel più grande centro di ricerca francese: ritiene che sia necessario capire le origini del virus, come ha fatto il virus ad evolversi in modo così sorprendente e che questo non ha nulla a che vedere con la teoria di cospirazione. La lettera di Lancet non chiude nulla, sulle origini del virus, spiega il virologo.

Né Daszak né Lancet (i cui autori scrivono anche su riviste cinesi) hanno accettato un'intervista con Presadiretta.

La commissione dell'OMS a Wuhan cosa ha scoperto?

Ci sono stati così tanti conflitti di interesse che è come se il presidente dell'Iran fosse stato a capo di una commissione di inchiesta sul nucleare – è il giudizio di Bruno Canard, direttore al CNRS a Marsiglia: “è difficile fare una ricerca obiettiva sulle origini di questa pandemia quando ci sono di mezzo così tanti interessi e un'intromissione così forte da parte delle autorità cinesi. Se non puoi analizzare i dati grezzi ma solo quelli già elaborati.”

Così, aggiunge il professor Colin Butler dell'Australian National University, “è stata fatta un'indagine falsa, un esercizio di propaganda politica che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'OMS nel futuro, perché questa pandemia è la più grande crisi di salute pubblica del secolo.”

Il passaggio pipistrello – ospite intermedio- essere umano è la spiegazione più probabile, ma abbiamo cercato questo animale intermedio per un anno e non abbiamo trovato, quindi dobbiamo ora chiederci, questa è ancora l'ipotesi più probabile?” - Filippa Lentzos esperta di biosicurezza al King's College di Londra.

Lisa Iotti le ha chiesto se, a questo punto, sia ancora possibile scoprire da dove arriva questo virus: “se mi chiede se sia possibile scientificamente, si. E' possibile politicamente? No.”

L'inchiesta dell'OMS sulla pandemia del Covid era attesa da un anno ed è stato il frutto di una lunga negoziazione fra Ginevra e il governo cinese, i termini dell'accordo sono stati stabiliti nel giugno 2020, in nove pagine dove sono fissati i tempi e modalità su chi, come e cosa si potrà indagare a Wuhan, la ground zero del coronavirus.
“Purtroppo” - racconta Jamie Metzl consulente dell'OMS alla giornalista Lisa Iotti - “la Cina ha chiesto e ottenuto il potere di veto sulla nomina dei membri della commissione d'inchiesta. E ha ottenuto il potere di svolgere lei l'indagine vera e propria e presentare agli investigatori dell'OMS le sue conclusioni.”

Nell'accordo è scritto che l'OMS potrà commentare ma non duplicare gli studi esistenti, ovvero potrà solo utilizzare i dati forniti dagli scienziati cinesi: “l problema è che l'organizzazione è in gran parte controllata e quasi interamente finanziata dagli Stati e così, in un momento storico come questo, l'OMS si trova nella posizione delicata di dover indagare sull'operato degli stessi Stati che la finanziano. L'indagine sull'origine del Sars-Cov2 era stata votata a maggio 2020 da 130 paesi dell'assemblea mondiale della sanità, tra cui Stati Uniti e Cina, e dopo OMS e Cina hanno trattato le condizioni per lo svolgimento delle indagini.”

L'8 ottobre 2020, il direttore del programma per le emergenze sanitarie, Mike Ryan, annuncia di avere pronto l'elenco degli esperti individuati dall'Oms da inviare a Wuhan: c'è voluto un mese e mezzo per sapere i nomi della squadra, da affiancare alla controparte cinese.

Fra loro c'è anche il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak: un esperto molto rispettato nella comunità dei virologi, ma è scandaloso – commenta Metzl, che sia membro della commissione di inchiesta dell'OMS, in quanto finanziava in modo sostanzioso la ricerca dei coronavirus dei pipistrelli dell'istituto di virologia di Wuhan, quindi in conflitto di interesse.
“Dal momento che una delle teorie da approfondire è proprio quella della fuga accidentale del virus dall'istituto di virologia, qualsiasi scienziato che sia stato coinvolto in questo tipo di collaborazioni, non dovrebbe far parte dell'indagine.” - conclude Metzl.

L'arrivo in Cina è stato bloccato per giorni, prima dell'arrivo a Wuhan il 14 gennaio: i ricercatori hanno dovuto fare due settimane di quarantena prima di iniziare a lavorare sul campo, per dare risposte alle domande iniziali, dove è partito il virus, da Wuhan o altrove? Come si è sviluppato nella città e negli ospedali?

Avevano sempre a fianco gli scienziati cinesi: “la politica era sempre nella stanza con noi, dall'altra parte del tavolo. Avevamo dovunque tra i 30 e i 60 colleghi cinesi, e molti di loro non erano scienziati, non erano del settore della salute pubblica.” ha raccontato il capo missione Oms.

Hanno visitato il mercato coperto, i centri Ac Dc e poi, il centro virus di Wuhan che da anni studiano virus come quello della Sars. L'inchiesta si ferma a Wuhan, ma una pista promettente portava fino in Laos, dove si trovano le grotte di pipistrelli dove è stato trovato il virus cugino del Sars-Cov-2 (di cui si era occupata Presadiretta nello scorso settembre).

I giornalisti dell'Associated Press sono stati bloccati dalla popolazione di quei villaggi, ad alcuni giornalisti hanno rotto le schede delle macchine fotografiche.
Cosa non si doveva vedere?

In una grotta, nel 2013, i ricercatori di Wuhan hanno trovato un virus col 95% di compatibilità col colonavirus: oggi la miniera è bloccata dalla polizia, che controlla in modo stretto la regione dello Yunnan.

C'è un ordine del governo nel non far trapelare alcuna notizia del virus, qualcosa che dovrebbe preoccupare il mondo, racconta un giornalista di AP.
Le informazioni devono essere orchestrate, sotto controllo del presidente cinese – racconta una nota del governo: c'è una forte omertà attorno a questa pandemia.

Presadiretta è venuta a conoscenza di questo virus cugino seguendo un gruppo di debunker di Twitter e intervistando la dottoressa Alina Chan: i ricercatori di Wuhan erano andati diverse volte in quella miniera, hanno trovato 9 virus potenzialmente pericolosi, molto simili al Sars-Cov-2, di cui solo uno è stato citato nel paper del centro di ricerca uscito lo scorso anno, lo RATG13.

E' importante avere le sequenze di questi virus, che oggi sono scomparsi nelle riviste e nei database pubblici, anche dal database di Wuhan.
La Cina sta nascondendo dei dati al mondo? Senza i dati del laboratorio, senza i dati presi dalle grotte del sud della Cina, nello Yunnan, non si potrà dare la risposte alle domande fatte all'inizio. Come ha fatto il virus a passare dai pipistrelli ad una città come Wuhan? L'animale intermedio ancora non è stato trovato: ai tempi di Sars-Cov-1 erano bastati due mesi per capire che l'animale trampolino era lo zibetto.

Lisa Iotti è andata a Marsiglia, al centro di ricerca, dal dottor Decroly: a Wuhan facevano ricerche per capire se i virus dei pipistrelli potessero essere trasmessi all'uomo e come, sono le indagini fatte dalla dottoressa Shi.

Ma come mai il virus non è esploso nello Yunnan dove c'erano i pipistrelli?

L'ipotesi che si fa a Marsiglia è di un virus uscito da uno dei laboratori di sicurezza, oltre a quello di virologia.
Qui lavorava Peter Daskaz, assieme alla dottoressa Shi: in un video raccontava che nel mondo circolano diversi coronavirus contro cui non possiamo essere protetti, e che si stavano facendo studi per capire se inserendo la proteina spike in questi virus si poteva manipolarli per capire se potevano attaccare l'uomo.

Esperimenti controversi, chiamati “gain of function”, non vietati ma comunque molto pericolosi se fatti in una città come Wuhan, in contatto col tutto il mondo col suo aeroporto.

Non è semplice fare un virus in laboratorio: a Wuhan hanno campionato diversi virus, lavorando nelle grotte, qualcuno potrebbe essersi infettato e aver portato il virus nella grande città, potrebbe essere successo qualcosa durante uno degli interventi di manutenzione nel laboratorio di virologia.
Dobbiamo cercare ancora le risposte a Wuhan – spiega il dottor Baric, inventore del metodo “gain of function” alla giornalista: servirebbe maggiore trasparenza dal governo cinese, ma le cose sono andate in modo diverso.

La delegazione cinese ha stabilito che il virus deriva da un animale, stessa conclusione della commissione Oms: l'ipotesi dell'incidente in laboratorio è altamente improbabile, la conclusione.

Nessun errore, nessuna manipolazione volontaria, nessuna fuga.

Ma l'istituto di virologia di Wuhan non ha pubblicato tutti i dati della loro ricerca, i ricercatori dell'Oms hanno visitato il laboratorio per sole tre ore, non hanno fatto alcuna ispezione. Se in Cina hanno nascosto qualcosa, l'Oms non lo scoprirà mai: è stata una indagine politica, fatta in modo congiunto tra Pechino e Oms, non è stata affatto una indagine terza.

Dopo queste conclusioni, il numero due dell'OMS ha fatto una dichiarazione pubblica, mettendo le mani davanti, ovvero che L'Oms non ha poteri investigativi: come possiamo fidarci del report finale della commissione Oms?
Il segretario di stato americano, Blinken ha criticato fortemente questo rapporto, parlando di una manina cinese che ha condizionato la tesi finale (la genesi animale).

La crescita dell'aviaria.

Lisa Iotti e Andrea Vignali hanno seguito il viaggio degli uccelli migratori nel mare del nord, nel parco di Wadden. Qui i ricercatori hanno trovato carcasse di uccelli morti, per aviaria: dopo anni sta tornando questa pandemia, di cui ancora se ne parla ancora poco.

E questo virus è entrato in contatto anche con gli allevamenti industriali, in Danimarca e in Germania, uccidendo cigni e polli, dove gli allevatori hanno dovuto abbatterli per prevenire la pandemia.

I virus dell'aviaria sono estremamente contagiosi, si trasmettono nell'acqua dove galleggiano o per contatto diretto o attraverso le deiezioni. Nei volatili più deboli o nelle specie meno resistenti i virus ad altra patogenicità attaccano tutti gli organi: Lisa Iotti è andata al centro di ricerca dei virus di Copenaghen dove gli scienziati stanno indagando sulle sequenze dei virus influenzali che hanno ucciso i volatili.

Quando abbiamo analizzato il primo uccello trovato morto l'ottobre scorso non sospettavamo che fosse influenza aviaria ” spiega Charlotte Hjulsager dello Statens Serum Institute “in passato avevamo avuto focolai di virus ad alta patogenicità, ma era un virus diverso e non avevamo trovato così tanti volatili infetti. Inoltre non c'erano stati contagi negli allevamenti domestici. Stavolta, questo particolare virus che sta girando, di tipo H5N8, non l'avevamo mai visto prima, sembra essere molto aggressivo. Adesso la nostra grande preoccupazione è che quando ci sono così tanti uccelli selvatici che si infettano e muoiono, è molto facile che il virus passi agli allevamenti domestici e questa cosa avrà un impatto enorme non solo sulla produzione, ma anche sul mercato internazionale, perché vengono vietate le esportazioni.”

Come un'onda, racconta Lisa Iotti, il virus dell'aviaria ha continuato a viaggiare lungo le rotte degli uccelli migratori: l'istituto zooprofilattico delle Venezie (il centro di referenza per l'aviaria) ha generato una mappa della diffusione del virus, correlando i luoghi di ritrovamento di volatili infetti con gli allevamenti industriali contagiati, in tutto si parla di 1700 focolai.

Calogero Terregino, direttore del centro di referenza europeo per l'aviaria racconta che già a luglio, con la commissione europea e l'EFSA e con l'ACDC di Stoccolma avevamo emanato un comunicato in cui si spiegava che stava succedendo nuovamente quello che era capitato nel 2015-2017, ossia un'alta circolazione di virus nell'est asiatico, nella Russia meridionale che si rifletteranno in un numero di casi nel domestico con l'emigrazione.

Tra il 2016 e il 2017 il virus dell'aviaria aveva portato ad una soppressione di animali per milioni di capi, comportando un danno per 400 milioni.

Nel 2020 il virus, molto virulento, è tornato: in Francia per esempio, ha distrutto tutti gli allevamenti delle oche per il Foie Gras nel gennaio scorso.

Sono scoppiati oltre 400 focolai, così il governo ha dovuto abbattere buona parte dei capi, negli allevamenti: la filiera era già stata messa in ginocchio nel 2016, nonostante le misure di precauzione messe in atto (capannoni per tenere separate le oche dagli animali selvatici), in questa regione, il virus ha colpito nuovamente e in modo veloce, il virus ha viaggiato a 3km alla settimana.

Come si può fermare questo virus? Si torna sempre agli allevamenti intensivi e al virus dell'aviaria H5N1 che si era diffuso nel mondo una quindicina di anni: sono virus con un tasso di mutazione alto, che si ricombinano facilmente tra di loro quando colpiscono un animale, creando nuovi sottotipi virali che sfuggono ai vaccini.

E dai polli, il virus ha iniziato ad attaccare gli uomini: sono state 862 le persone contagiate dal virus nel mondo, il 50% di queste sono morte.

Già nel 2019 l'OMS aveva avvertito che una mutazione dell'aviaria avrebbe potuto scatenare una pandemia che avrebbe poi portato alla morte di milioni di persone.

Occorre monitorare i virus dell'aviaria, capire la loro patogenicità, se possono creare problemi per l'uomo: una zona dove fare queste ricerche è la laguna del Veneto, dove lavorano i ricercatori dell'istituto zooprofilattico.

Ma anche gli allevamenti intensivi sono monitorati, specie se entrano in contatto con animali selvatici: tutti gli allevamenti sono mappati e geolocalizzati, nessuno può entrare nei capannoni se non autorizzato e bardato, come fosse una base militare.

Nel pianeta uccidiamo 85 miliardi di polli e galline, non è possibile controllare tutti questi animali: a partire dal 1970 il numero di animali allevati ha avuto una crescita quasi esponenziale, perché abbiamo fame di carne e il pollame ha un costo di produzione basso.

Animali fatti crescere in allevamenti intensivi, fatti crescere in poche settimane e poi mandati al macello. Polli broiler, perfetti per l'industria alimentare, ma delle anomalie dal punto di vista delle proporzioni: un petto sproporzionato e gambe lunghe, tanto da non consentire ad alcuni di loro di rimanere in piedi.

Un modello efficiente per l'industria, che consente ampi margini di profitto, un basso costo per noi consumatori, ma che ha anche un costo sull'ambiente e sulla salute.

Dentro questi allevamenti possono svilupparsi malattie, un luogo dove selezionare agenti patogeni, racconta Rob Wallace biologo.

Gli allevamenti industriali non hanno nulla di sicuro” - spiega alla giornalista il biologo: la biosicurezza tanto sbandierata dalle industrie vale solo sulla carta, i virus che ci stanno colpendo non sono colpa degli animali selvatici, ma degli animali allevati che si muovono tra i vari paesi, ricombinandosi.

L'influenza suina

La prima pandemia di questo secolo è stata quella suina, H1N1, si era estinta nel 2010, da sola, ma ora sta ritornando: anche questa è derivata dagli allevamenti intensivi, poche razze cresciute in spazi ristretti, con gli animali stipati.

Oggi abbiamo in giro nuovi virus che sono combinazione di quelli dei suini con quelli degli umani, molto più pericolosi perché pre-adattati agli uomini, dunque possono attaccarlo più facilmente.

Queste nuove combinazioni di virus sono un problema che riguarda tutto il mondo, anche l'Italia: gli allevamenti intensivi sono il paradiso di questi virus, dovremmo ridurre il consumo di carne e cambiare radicalmente modello di allevamento se vogliamo invertire la rotta.

Le immagini di questi allevamenti, dove gli animali crescono al buio, vivi e morti a fianco, sono un pugno nello stomaco.

Come anche le immagini degli allevamenti di visoni in Danimarca: qui le persone sono state contagiate dai visoni ma anche gli uomini hanno infettato i visoni, un sistema dove il virus si ricombinava in forme sempre più difficili da affrontare.

In Danimarca si stava creando una mutazione che avrebbe resistito ai vaccini e questo ha portato alla decisione di chiudere tutti gli allevamenti e abbattere i capi (in fosse vicino alle case..).

In Italia le attività negli allevamenti italiani di visoni sono sospese, e poi? E che succederà se il virus muta e si diffonde in più specie selvatiche?

Lo studio Predict, finanziato dal governo americano, ha cercato di capire come fermare la minaccia di nuove pandemie, quali virus sono in circolazione, campionando gli animali in natura: sono stati testati 160mila animali, hanno identificato nuovi virus e ora l'obiettivo è avere un mappa dei 1,6 milioni di virus che un giorno potrebbero portare ad una nuova pandemia. Ma un nuovo atlante globale dei virus serve veramente?

Ci sono due scuole di pensiero su questo punto: secondo il biologo Holmes è impossibile predire nuovi virus, dobbiamo concentrarci sulle persone che vivono a contatto con la fauna selvatica e sorvegliare queste persone, in modo globale.

Sarà costoso, ma sempre molto meno rispetto al costo della pandemia.

Ripensare i modelli di allevamento. Monitorare i virus negli animali e le persone che vivono in zone a contatto con questi. Trasparenza e diffusione nei dati. E, soprattutto, smetterla di pensare che tutto sia finito coi vaccini.


29 marzo 2021

Anteprima di Presadiretta – anatomia di un complotto

Come si è originato il Sars-Cov2? Come ha fatto a passare dalle grotte dei pipistrelli nello Yunnan alla grande metropoli di Wuhan? Qual è l'animale che ha fatto da serbatoio per questo spillover? Sono questi gli interrogativi a cui cercherà di rispondere l'ultima inchiesta di questa stagione di Presadiretta.

Sono domande cui la comunità scientifica, ad un anno dalla pandemia, non è ancora riuscita a dare una risposta. Non c'è nemmeno riuscita la speciale delegazione dell'OMS inviata a Wuhan nel gennaio del 2021 anche perché le strette regole d'ingaggio imposte dalla Cina hanno impedito sul nascere una vera e propria investigazione indipendente.



L'inchiesta dell'OMS sulla pandemia del Covid era attesa da un anno ed è stato il frutto di una lunga negoziazione fra Ginevra e il governo cinese, i termini dell'accordo sono stati stabiliti nel giugno 2020, in nove pagine dove sono fissati i tempi e modalità su chi, come e cosa si potrà indagare a Wuhan, la ground zero del coronavirus.

Purtroppo” - racconta Jamie Metzl consulente dell'OMS alla giornalista Lisa Iotti - “la Cina ha chiesto e ottenuto il potere di veto sulla nomina dei membri della commissione d'inchiesta. E ha ottenuto il potere di svolgere lei l'indagine vera e propria e presentare agli investigatori dell'OMS le sue conclusioni.”

Nell'accordo è scritto che l'OMS potrà commentare ma non duplicare gli studi esistenti, ovvero potrà solo utilizzare i dati forniti dagli scienziati cinesi: “l problema è che l'organizzazione è in gran parte controllata e quasi interamente finanziata dagli Stati e così, in un momento storico come questo, l'OMS si trova nella posizione delicata di dover indagare sull'operato degli stessi Stati che la finanziano. L'indagine sull'origine del Sars-Cov2 era stata votata a maggio 2020 da 130 paesi dell'assemblea mondiale della sanità, tra cui Stati Uniti e Cina, e dopo OMS e Cina hanno trattato le condizioni per lo svolgimento delle indagini.”

L'8 ottobre 2020, il direttore del programma per le emergenze sanitarie, Mike Ryan, annuncia di avere pronto l'elenco degli esperti individuati dall'Oms da inviare a Wuhan: c'è voluto un mese e mezzo per sapere i nomi della squadra, da affiancare alla controparte cinese. Fra loro c'è anche il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak: un esperto molto rispettato nella comunità dei virologi, ma è scandaloso – commenta Metzl, che sia membro della commissione di inchiesta dell'OMS, "in quanto finanziava in modo sostanzioso la ricerca dei coronavirus dei pipistrelli dell'istituto di virologia di Wuhan, quindi in conflitto di interesse. Dal momento che una delle teorie da approfondire è proprio quella della fuga accidentale del virus dall'istituto di virologia, qualsia scienziato che sia stato coinvolto in questo tipo di collaborazioni, non dovrebbe far parte dell'indagine".

Ci sono stati così tanti conflitti di interesse che è come se il presidente dell'Iran fosse stato a capo di una commissione di inchiesta sul nucleare – è il giudizio di Bruno Canard, direttore al CNRS a Marsiglia: “è difficile fare una ricerca obiettiva sulle origini di questa pandemia quando ci sono di mezzo così tanti interessi e un'intromissione così forte da parte delle autorità cinesi. Se non puoi analizzare i dati grezzi ma solo quelli già elaborati.”

Così, aggiunge il professor Colin Butler dell'Australian National University, “è stata fatta un'indagine falsa, un esercizio di propaganda politica che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'OMS nel futuro, perché questa pandemia è la più grande crisi di salute pubblica del secolo.”

Del resto Peter Ben Embarek, il capo missione, ha confermato che il controllo politico sull'OMS da parte della Cina era stato asfissiante: “la politica era sempre nella stanza con noi, dall'altra parte del tavolo. Avevamo dovunque tra i 30 e i 60 colleghi cinesi, e molti di loro non erano scienziati, non erano del settore della salute pubblica.”

Il passaggio pipistrello – ospite intermedio- essere umano è la spiegazione più probabile, ma abbiamo cercato questo animale intermedio per un anno e non abbiamo trovato, quindi dobbiamo ora chiederci, questa è ancora l'ipotesi più probabile?” - Filippa Lentzos esperta di biosicurezza al King's College di Londra.

Lisa Iotti le ha chiesto se, a questo punto, sia ancora possibile scoprire da dove arriva questo virus: “se mi chiede se sia possibile scientificamente, si. E' possibile politicamente? No.”

L'unica costa certa in questa storia è che i ricercatori cinesi hanno campionato in un anno migliaia di animali ma l'animale che ha fatto da serbatoio per lo spillover non si è trovato – racconta Riccardo Iacona nell'anteprima. Questo è un bel problema anche per il contrasto alle future pandemie: mentre siamo tutti concentrati sul Sars-Cov2, ha ripreso forza l'aviaria, che sta colpendo in mezzo mondo la fauna selvatica e il pollame d'allevamento.

Si è rifatta viva anche la febbre suina che ha provocato la prima pandemia del 21esimo secolo: “guardo la produzione industriale come il modo perfetto per selezionare gli agenti patogeni più letali possibili” - commenta Rob Wallace biologo e evoluzionista - “negli ultimi due decenni le versioni più pericolo dell'influenza aviaria e suina sono emerse negli allevamenti industriali.”

I virus dell'aviaria sono estremamente contagiosi, si trasmettono nell'acqua dove galleggiano o per contatto diretto o attraverso le deiezioni. Nei volatili più deboli o nelle specie meno resistenti i virus ad altra patogenicità attaccano tutti gli organi: Lisa Iotti è andata al centro di ricerca dei virus di Copenaghen dove gli scienziati stanno indagando sulle sequenze dei virus influenzali che hanno ucciso i volatili.

“Quando abbiamo analizzato il primo uccello trovato morto l'ottobre scorso non sospettavamo che fosse influenza aviaria ” spiega Charlotte Hjulsager dello Statens Serum Institute “in passato avevamo avuto focolai di virus ad alta patogenicità, ma era un virus diverso e non avevamo trovato così tanti volatili infetti. Inoltre non c'erano stati contagi negli allevamenti domestici. Stavolta, questo particolare virus che sta girando, di tipo H5N8, non l'avevamo mai visto prima, sembra essere molto aggressivo. Adesso la nostra grande preoccupazione è che quando ci sono così tanti uccelli selvatici che si infettano e muoiono, è molto facile che il virus passi agli allevamenti domestici e questa cosa avrà un impatto enorme non solo sulla produzione, ma anche sul mercato internazionale, perché vengono vietate le esportazioni.”



Come un'onda, racconta Lisa Iotti, il virus dell'aviaria ha continuato a viaggiare lungo le rotte degli uccelli migratori: l'istituto zooprofilattico delle Venezie ha generato una mappa della diffusione del virus, correlando i luoghi di ritrovamento di volatili infetti con gli allevamenti industriali contagiati, in tutto si parla di 1700 focolai.

Calogero Terregino, direttore del centro di referenza europeo per l'aviaria racconta che già a luglio, con la commissione europea e l'EFSA e con l'ACDC di Stoccolma avevamo emanato un comunicato in cui si spiegava che stava succedendo nuovamente quello che era capitato nel 2015-2017, ossia un'alta circolazione di virus nell'est asiatico, nella Russia meridionale che si rifletteranno in un numero di casi nel domestico con l'emigrazione.

C'è sempre la mano dell'uomo nella diffusione dei virus e solo noi possiamo invertire la rotta, questo ci insegna la pandemia che ci tiene ancora sotto scacco”, è il commento conclusivo di Iacona.

Farsi le domande e darsi le risposte non significa essere complottisti, ma ci aiuterà ad affrontare meglio le prossime epidemie.

Sul sito de La Stampa potete leggere una anticipazione del servizio di questa sera:

PresaDiretta è riuscita a intervistare uno dei membri della squadra di esperti, Dominic Dwyer, microbiologo dell’Università di Sidney, e a ricostruire con testimonianze esclusive e documenti inediti cosa è successo durante i 27 giorni della missione in Cina dell’Oms.
“E’ stata una visita molto veloce – dice Dominic Dwyer a Lisa Iotti -. Se ci sono informazioni nascoste che non ci hanno dato ovviamente non le conosciamo. Come potremmo saperlo se non ce lo dicono? In quello che abbiamo visto, non abbiamo visto alcuna prova dell'esistenza di un problema. Ma se non ci hanno detto tutto, come potremmo saperlo?”
Una indagine, quindi, che si è conclusa con altre domande.
“Naturalmente in Cina sono tutti molto sensibili sull'argomento”, aggiunge Dwyer.
“L’attenzione politica intorno a questi temi è forte”.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 settembre 2020

Presadiretta – Sars-Cov2 l'identikit di un killer

A nove mesi dalla comparsa del Sars-Cov2 sono ancora tante le cose che non sappiamo, eppure i virus di questa famiglia li studiamo da anni, dai tempi della Sars: tra gli scienziati che li studiano anche quelli del laboratorio di Wuhan in Cina, la metropoli al centro della pandemia.

In Cina tutto è cominciato e qui iniziano le prime cose poco chiare su questa pandemia: presso il laboratorio lavora la dottoressa Shi Zhengli, che ha studiato i casi di spillover dagli animali, i pipistrelli all'uomo.

In un articolo a Nature ha espresso i suoi dubbi in merito alla possibilità che il virus sia passato all'uomo proprio a Wuhan, respingendo le accuse rivolte al suo laboratorio.

Ma come è arrivato allora nelle città il virus, partito da una delle grotte del sud della Cina? Dai wet market che si trovano proprio a Wuhan? No, oggi sappiamo che il virus nei mercati degli animali è passato solo in modo secondario: il salto non è avvenuto nei mercati dove si uccidono i pipistrelli, spiega lo studioso Matt Ridley.

E se fosse uscito per errore dal laboratorio da Wuham? Oppure se derivasse dal commercio illegale di animali?

E' importante saperlo, perché questo ci aiuterebbe per capire come combattere le prossime pandemie.

Scrive la CNN che da aprile la Cina ha ristretto le libertà per la pubblicazione dei paper sul virus: prima si deve passare per la censura del governo.

Servirebbe maggiore trasparenza dalla Cina, servirebbe una commissione internazionale sulle origini della pandemia: lo chiede il ministro della salute dell'Australia, lo chiede l'Europa.

E poi lo ha chiesto anche l'assemblea dell'organizzazione della Sanità, l'organo dell'OMS: nonostante il presidente Xi Jinping si sia difeso dalle accuse di scarsa trasparenza, il direttore dell'organizzazione ha deciso di far partire una indagine sul campo a giugno. Ma niente indagine sui laboratori, niente analisi sul campo: così a settembre dell'indagine sul coronavirus non c'è nessuna traccia.

La Cina pensa che si stia strumentalizzando la questione del virus e così sta rifiutando ogni indagine indipendente per capire se ha ben agito o meno.

Game over allora?

L'articolo di Nature

Il 3 febbraio del 2020 uscì un articolo sulla rivista Nature sulle possibili origini del Covid-19 di cui non se ne accorse nessuno: nell'articolo era scritto che all'istituto di virologia di Wuhan avevano trovato un virus nei pipistrelli che condivideva col nuovo coronavirus il 96,2% del genoma, di tutti i coronavirus è quello più vicino al nostro Sars-Cov-2.

Nel paper questo virus viene chiamato Ratg13, che era stato trovato in un pipistrello nella regione dello Yunnan e che il laboratorio di Wuhan ne aveva sequenziato un gene: confrontando quest'ultimo con quello del Sars-Cov-2 i ricercatori hanno notato la somiglianza e così decidono di sequenziare l'intero genoma del vecchio virus.

Stupisce – racconta sempre Lisa Iotti – che data l'eccezionalità della scoperta non sia stata data altra informazione circa le sue origini. Prima di questo articolo, nessuno aveva mai sentito parlare di Ratg13.

Questa scoperta non è passata inosservata da altri ricercatori nel mondo, come l'indiana Monali Rahalkar che racconta di averlo trovato in una delle banche dati consultate, ma che si chiama in altro modo, RAVT-COV4-991. Questo virus è anche citato in un paper del 2016 firmato anche della dottoressa Shi Zhengli, la dottoressa a capo del gruppo di Wuhan.

Nel paper era scritto che quel virus era stato trovato in una miniera abbandonata dello Yunnan, nel 2013. Ma perché – continua la ricercatrice indiana Monali Rahalkar– nel paper del 2020 non è stato menzionato lo studio del 2016? Perché è stato cambiato il nome al virus, da Ratg13 a RAVT-COV4-991?

Nell'articolo del 2016 la dottoressa Shi aveva descritto centinaia di virus trovati nelle miniere dello Yunnan: si ipotizza che questo, Ratg13, fosse un nuovo ceppo.

Perché se lo sono dimenticati per anni? Perché erano diversi dalla Sars (e in quegli anni si stava indagando su questo virus)?

Ad aprile 2020 si scopre un altro tassello della storia, frutto della ricerca di alcuni account su twitter, anonimi e no, che hanno scandagliato la rete.

In due tesi si parla di una miniera ai confini col Laos, dove era stato scoperto il virus Ratg13 e della morte di alcuni minatori per polmonite.

Nel 2012 diversi minatori erano scesi dentro per ripulirla, ma pochi giorni dopo si erano ammalati di polmonite (con sintomi come febbre alta, tosse, dolori articolari, difficoltà respiratorie) e tre di loro erano poi morti.

Nella seconda tesi si parla di due minatori, uno morto dopo 12 giorni e l'altro dopo settimane, ma nessuno dei minatori era risultato positivo alla SARS (il virus della precedente pandemia) ma tutti avevano gli anticorpi IGM, segno di una infezione virale recente.

A fare i test sierologico sui campioni di sangue era stato proprio l'istituto di Wuhan: la dottoressa Shi in un articolo di giugno, sosteneva che i minatori erano morti per un fungo. Ma sapevano probabilmente già tutto, delle responsabilità di quel virus, ma nel paper del 2016 non hanno detto una parola su quelle polmoniti.

Questa storia – è sempre la ricercatrice indiana a parlare – è interessante perché ci aiuta a capire le origini del virus: magari nella miniera c'erano altri virus simili da cui quello attuale è derivato. Scoprire se esiste un legame tra il Ratg13 e il Sars-Cov2 sarebbe utile.

L'istituto di Wuhan ha sequenziato il virus Ratg13 già nel 2017 (ed era a loro noto dal 2013), non l'ha dimenticato nel cassetto: conoscevano la sequenza del virus da anni, ma non l'hanno detto nell'articolo del febbraio 2020.

Alcuni studiosi hanno chiesto ai ricercatori di Wuhan di condividere i campioni del Ratg13 (il virus cugino del Sars-Cov2) per poterlo analizzare, ma il campione non c'è più, secondo la dottoressa Shing dopo l'ultimo sequenziamento si è esaurito.

Perché è così pericoloso il Sars-Cov2?

Con questo virus avremo a che fare nei prossimi anni, perché nel nostro organismo si trova bene – spiega Giorgio Palù dell'istituto di Padova. E' subdolo perché è silente quando la sua carica virale è alta, si trasmette da persona a persona.

Sembra preadattato al nostro corpo, è abile nell'infettare le nostre cellule, ha un alta affinità col nostro corpo: forse perché era in circolazione da tempo?

Ancora oggi, spiega il professor Nikolay Petrovski non sappiamo come mai si è ben adattato a noi:

analizzando la proteina spike che è la parte del virus che si lega al recettore umano, abbiamo visto alcune caratteristiche insolite, che la rendevano particolarmente adatta agli uomini.. Quello che dobbiamo capire è da dove provengono queste caratteristiche del virus, sono insorte in maniera naturale o potrebbero essere state inserite? Non conosciamo la risposta”

Deriva da qualche forma di manipolazione di laboratorio? Non possiamo escluderlo, non possiamo dire né se sia creato dall'uomo né il contrario.

Esiste la possibilità di creare una copia del genoma di un virus naturale, manipolarlo e renderlo adattabile al nostro corpo: si può fare ma è molto pericoloso.

Ci sono due possibilità, sostiene Ridley: il virus è mutato in modo che sia più efficiente e che ce ne siamo accorti troppo tardi per colpa del nostro sistema sanitario; oppure è frutta di una manipolazione in laboratorio.

La direttrice di Wuhan parla di menzogna, negando la possibilità che il virus arrivi da loro: non sono loro l'origine del virus.

Ma sono loro ad aver condotto esperimenti in laboratorio per capire se i virus simili alla Sars potessero infettare anche animali diversi dai pipistrelli. C'erano segnali che i virus stessero cambiando, quando sotto le lenti dalla ricerca arriva la proteina spike, la chiave con cui il virus entra nell'organismo.

Ci sono stati studi, nel 2015, condotti dagli scienziati cinesi assieme a scienziati americani, che cercavano di capire se qualcuno dei ceppi dei virus potesse causare una epidemia che colpisse l'uomo: è il servizio di cui aveva parlato Tg Leonardo, che ha poi suscitato tutte le polemiche che abbiamo visto.

Due team hanno lavorato su questi virus: quello del dottor Baric in Nord Carolina e quello di Wuhan. Avevano avvisato il mondo che il loro era una ricerca rischiosa: i virus prodotti dai loro laboratori avevano un marcatore particolare che faceva capire che fosse generato in laboratorio.

Per generare un virus, senza marcatori speciali, serve un lavoro particolare: serve partire da una sequenza del genoma e nel mondo ne esistono migliaia. Da dove partire allora? Dal cugino del Sars-Cov2?

Lisa Iotti ha scoperto il database messo a disposizione della comunità scientifica dalla dottoressa Shi Zhengli, una banda dati specializzata sui virus di pipistrelli e roditori che conteneva dati relativi a più di ventimila campioni e i virus raccolti in diversi posti della Cina.

Nel database sono riportate informazioni dettagliate: le coordinate gps dei campioni, il tipo di virus trovato, se il virus era stato sequenziato o isolato, cioè fatto crescere in culture cellulari. Il database era protetto da password per essere consultato sui virus non ancora pubblicati, col solo obbligo di non divulgare le informazioni fino alla loro pubblicazione.

Da giugno 2020 la pagina internet da cui era possibile consultarlo è stata rimossa: secondo un altro sito che monitora le base dati scientifiche, questo sito era inaccessibile già dal settembre 2019.

Matt Ridly il giornalista scientifico sentito dalla giornalista è tornato sul tema della trasparenza:

il resto del mondo, compresa l'OMS, deve chiedere alle autorità cinesi di essere molto più trasparente su quali esperimenti siano stati fatti al laboratorio di virulogia di Wuhan. Se questo virus non è stato creato lì, o coltivato lì, allora non hanno nulla da nascondere e dovrebbero aiutarci a chiarire questo mistero.”

Si deve andare ad indagare dentro il laboratorio cinese allora, ma se i cinesi non vogliono farci sapere cosa è successo, non lo sapremo mai.

Il laboratorio di Wuhan

Se ne parla da quando l'epidemia è arrivata in Italia, del laboratorio di massima sicurezza (P4) di Wuhan, accusato di aver fatto uscire il virus: pochi sanno però che è stato realizzato grazie alla collaborazione tra esponenti del mondo scientifico di Stati Uniti, Cina e Francia.

E' stata proprio la Francia, con una decisione presa dai vertici della Repubblica, a vendere al laboratorio gli strumenti per fare le sperimentazioni. Questo laboratorio è ben protetto, posti in alto per evitare le inondazioni del fiume, costruito in modo antisismico.

L'idea era aiutare la Cina ad avere un centro di ricerca di massima sicurezza nel mondo dei virus: dopo 17 anni, racconta un giornalista di “Challenges” Antoine Izambard, possiamo dire che è stato un fallimento.

Antoine è stato uno dei pochi giornalisti ad aver potuto visitare il centro nel 2019: nel suo libro “Francia Cina, le relazioni pericolose” racconta in un capitolo come la collaborazione tra i due paesi non sia mai partita.

La Cina era molto poco trasparente e la Francia non si fidava, non c'è nessuna cooperazione tra gli istituti francesi e cinesi, nessun programma di scambi scientifici, la Cina decide da sola cosa si fa nel laboratorio e qui da noi c'è una grande preoccupazione sulla preparazione dei ricercatori cinesi, sul fato che siano capaci di manipolare in sicurezza dei patogeni, i più pericolosi al mondo. ”

Pechino metteva i soldi e i francesi metteva le tecnologie e le stanze a tenuta stagna: doveva mettere anche gli scienziati, ma in realtà tra Francia e Cina non c'è stato alcuno scambio.

In un articolo del 2017, sempre la rivista Nature riportava le preoccupazioni di osservatori internazionali sul laboratorio di Wuhan relativamente alla sua sicurezza: molti ricercatori tra cui la dottoressa Shi avevano studiato al P4 di Lione, il centro gemello di Wuhan e questo rassicurava gli scienziati.

Ma la Cina non aveva esperienze in questo tipo di ricerche e il timore era che un patogeno potesse fuoriuscire dall'impianto. E non sarebbe stata la prima volta: il virus della SARS era sfuggito 4 volte dai laboratori ad alto contenimento, nel 2003 a Singapore, a dicembre 2003 a Taiwan, 2 volte ad aprile 2004 a Pechino.

Nel 2018 due ufficiali dell'ambasciata statunitense a Pechino visitano l'impianto di Wuhan e allertano il Dipartimento di Stato americano sulla grave carenza dei tecnici e dei ricercatori non adeguatamente addestrati, necessari per operare in sicurezza.

Gene Olinger è il direttore scientifico di una società che si occupa di verificare i livelli di sicurezza dei laboratori P3 e P4 nel mondo: “l'incidente classico, oltre a quello di contenimento, è quello di un tecnico che si infetti e non sappia di essere contagiato o si rifiuti di ammettere di avere avuto un incidente. Ecco perché insistiamo sui dispositivi di protezione individuali, perché gli incidenti capitano.”

I rapporti scientifici tra Usa e Cine erano intensi prima della pandemia: la dottoressa Shi fino ad aprile faceva parte di un progetto di ricerca americano, per catalogare i vari virus dei pipistrelli. Hanno fatto esperimenti di gain of function su questi virus, considerati da molti scienziati come un rischio, perché di fatto li potenziano.

Gli esperimenti di tipo “gain of function”, guadagno di funzioni sono i più controversi della ricerca scientifica – prosegue il servizio di Lisa Iotti: questi esperimenti forniscono ai virus qualche funzione in più, per esempio rendendoli più contagiosi o più aggressivi, per motivi di studio.

Il dibattito su questi esperimenti spacca in due la scienza: secondo molti scienziati questi esperimento sono l'unico modo che abbiamo per prepararci alle prossime pandemie. Secondo altri sono invece pericolosi, perché di fatto potenziano i virus, dando loro nuove capacità.

Il professor Attaran dell'università di Ottawa fa parte di un comitato etico che vuole bloccare questi esperimenti:

immaginate un virus che combini l'alta contagiosità del covid-19 e l'alta mortalità del virus della Mers, che uccide il 30% degli infetti. Cosa succederebbe se ci fosse un incidente nel laboratorio? Non sto dicendo che l'attuale pandemia sia causata da un esperimento di gain of function, ma dal Covid-19 possiamo farci una idea esatta di quello che potrebbe accadere se qualcosa andasse storto in un esperimento di questo tipo.”

Ci sono stati errori, nel passato, in questi laboratori: virus dell'Antrace trovato in fialette in un magazzino, personale infetto per uno scambio di fiale.

Sulla base di questi incidenti, per i timori di possibili rischi per l'uomo per incidenti in esperimenti come questo con un virus potenziato, nell'ottobre del 2014 il presidente Obama bloccò i fondi per questi esperimenti, chiedendo agli altri paesi una pausa volontaria, in attesa che siano valutati i pro e i contro e siano fissate delle regole ferree.

Tre anni dopo però, nel 2017, sotto la presidenza Trump, il governo americano ha ripreso a finanziare questi esperimenti nel mondo.

Quello che mi preoccupa – concludeva il suo ragionamento il dottor Attaran, è che la Cina stia eseguendo questi esperimenti, perché è un paese molto poco trasparente, non abbiamo idea di cosa stia facendo. Ma anche in America e in Europa li fanno, dobbiamo assolutamente bloccarli.

Lisa Iotti nel suo servizio ha citato i caso di esperimenti fatti in Olanda, ai tempi dell'aviaria, fatti su furetti in cui si era potenziato il virus. A Rotterdam si sono rispettate tutte le norme sulla sicurezza. Ma che succede nel resto del mondo?

Se vogliamo prepararci a nuove epidemie, serve fare esperimenti di tipo gain of function, sostiene il professor Baric. Di diverso avviso il dottor Attaran: tutti questi esperimenti, di potenziamento, non hanno impedito al virus dell'influenza di essere meno infettivo.

Al laboratorio di Wuhan si facevano esperimenti di tipo gain of function? Nel 2015 la dottoressa Shi e il dottor Baric hanno creato la chimera, in laboratorio.

E gli ultimi esperimenti in Cina sono stati finanziati anche dagli Stati Uniti, dalla Eco Health Alliance.

Finanziamenti terminati ad aprile, perché? Il dottor Fauci ha spiegato di non conoscerne le ragioni. C'è una ragione politica dietro?

Gli effetti della malattia causati dal Sars-Cov2

Sars-Cov2 è il virus e Covid19 è la malattia che causa: cosa abbiamo scoperto fino ad oggi dei danni che causa al nostro organismo? Parlare di sindrome respiratoria è limitante.

Da marzo ad aprile sono state eseguite un centinaio di autopsie sulle salme nell'ospedale di Bergamo: un numero elevato se confrontato con quanto fatto in altri paesi.

Servivano, però, quelle informazioni, per avere maggiori informazioni sul virus e per capire meglio i danni causati sul nostro corpo.

Colpisce il cuore, i polmoni e il fegato e questi sono i campioni presi in fase di autopsia: Andrea Giannati, medico a Bergamo, ha raccontato il lavoro fatto che è poi stato pubblicato su Nature.

I polmoni hanno subito un cambiamento così importante che non erano riconoscibili.

La malattia causata dal Sars-Cov2 è una di quelle sistemiche: si muore per una deficienza respiratoria, per danni sistemici come l'alterazione alla coagulazione, un impatto molto più forte rispetto ad altri virus della stessa famiglia.

Altra zona d'ombra che preoccupa gli studiosi (e molto meno i politici e chi ne scrive sui giornali) sono gli effetti del virus sull'organismo, tra cui gli effetti sul cervello.

Il Niguarda neurocenter, uno dei centri di riferimento della Lombardia, durante i mesi dell'emergenza era stato trasformato in un hub per le patologie neurologiche.

Prima dell'emergenza venivano ricoverati qui, dal Pronto Soccorso cioè non interventi programmati, circa 80 pazienti ogni tre settimane, dall'8 al 31 marzo sono state ricoverate 200 persone.

Sono aumentate le sincopi, le crisi epilettiche, le emorragie celebrali, gli ictus ischemici: Elio Agostoni è il direttore del centro neurologico, alla giornalista ha spiegato come a preoccupare sia il fatto che erano ictus di giovani, persone tra 47 e 55 anni.

In questi casi il cervello si ingrossa e come estrema ratio abbiamo la procedura in cui viene tolto l'osso per dare spazio al cervello in modo che possa gonfiarsi senza far morire il paziente.

In dieci giorni ne abbiamo fatte dieci: normalmente se facciamo in un anno”.

Già dai primi report di febbraio dalla Cina si era visto che circa il 37% dei pazienti aveva avuto complicanze neurologiche, una cifra altissima per una pandemia che viene descritta come malattia respiratoria.

Questo virus è capace di aumentare la coagulabilità del sangue, tant'è che questi pazienti che arrivavano per un ictus, avevano anche un quadro polmonare strano, ma non era così grave, non c'era il polmone tutto bianco. I radiologi la definivano inizialmente polmonite interstiziale, per noi erano micro-embolie polmonari. E queste micro-ebolie erano capaci di aggravare l'ictus che ci arrivavano per i grossi emboli che partivano e finivano per occludere le arterie del cervello. Tant'è che noi non diamo la terapia anti coagulante, ad un ictus ischemico, cioè all'occlusione di un vaso. Ma qua l'abbiamo data e abbiamo fatto bene.”

In queste emergenze neurologiche la tempestività è importante: il 118 ha un codice di massima gravità, ideato proprio qui al Niguarda, chiamato codice ictus.

Col Covid c'era un tale sovraffollamento di chiamate al 118 che questi venivano messi in lista d'attesa così, quando arrivavano facevamo la costatazione di morte. Non abbiamo dei numeri, ma verranno fuori”.

Sono stati poi rilevati dei disturbi al cervello, casi di pazzia in cui le persone cambiano in modo drammatico il loro comportamento: ci vorranno anni per capire tutti gli effetti sull'uomo, sul cervello, sui polmoni.

Ci sono studi che sostengono che gli effetti non si esauriscono dopo la fase acuta: si inizia a parlare di sindrome post-covid, persone che hanno problemi di memoria, che si dimenticano le cose.

La corsa al vaccino

Tutto il mondo aspetta il vaccino contro il Covid-19: un vaccino che non crei effetti collaterali e che stimoli la risposta immunitaria, anche protettiva contro il coronavirus, protegga dall'infezione o almeno dalla malattia.

Presadiretta è entrata dentro lo studio Spallanzani di Roma, dove stanno lavorando proprio ad un vaccino: è lo stesso team che anni fa ha sviluppato il vaccino contro l'Ebola.

Stefano Colloca è il responsabile della ricerca: questo vaccino è parte di una sfida enorme, racconta.

Al mondo sono più di 200 i progetti di ricerca in campo e 35 candidati vaccini sono già arrivati alla sperimentazione umana, di questi 8 hanno raggiunto la fase finale. E' un'impresa senza precedenti nella storia, sia per i numeri che per la velocità: “questa è una prova del fuoco per tutti” ammette Stefano Colloca.

Per sviluppare un vaccino servono almeno dieci, venti anni: lo spiega il dottor Rappuoli, microbiologo, ma in tempi di pandemia non possiamo aspettare questi anni.

Si è lavorato sui virus sintetici, si prende un piccolo pezzo e lo si inserisce in un virus inerte: i vaccini genetici sono più rapidi, per il loro studio, ma non sono mai stati usati.

Il vaccino non solo è un arma medica, ma sarà anche un arma politica che metterà il paese che lo troverà per primo in una condizione di vantaggio: questo spiega l'annuncio di Putin, i soldi investiti sul vaccino da Trump (che spera di arrivarci prima delle elezioni).

Ma correre troppo in fretta rischia di essere pericoloso: non si deve saltare nessuna fase dello sviluppo clinico, nemmeno i test sui volontari che devono durare almeno tre o quattro mesi. Ma molti paesi, tra cui l'Italia, si sono già prenotati per le prime dosi dei vaccini, ma queste potrebbero non essere efficaci all'inizio.

In studio era presente Silvio Garattini, uno dei firmatari di un appello ai politici del mondo: evitiamo che all'ultimo momento non ci siano vaccini per tutti, ma solo per i paesi che hanno pagato gli studi.

Con questo Sars-Cov2 dovremmo imparare a convivere: significa ricordarsi di mascherine, del distanziamento, della pulizia delle mani ancora per mesi, perché il vaccino non arriverà subito e sarà disponibile per tutti.

L'ultima parte del servizio era dedicata ai farmaci sperimentati sul Covid19, a farmaci che hanno dimostrato efficacia come un cortisonico o il Remdevisir, le cui scorte sono state acquistate dall'America quasi al 100%.

Pur di salvare le persone, i medici nel mondo hanno usato farmaci diversi: come l'idrossiclorichina, che poi si è dimostrata inefficace.

A Siena stanno lavorando sugli anticorpi monoclonali: sono molecole naturali riprodotte in laboratorio capaci di neutralizzare il coronavirus.

Si deve ancora sperimentare l'efficacia del plasma superimmune, l'iter delle sperimentazioni è troppo ferraginoso, il nostro sistema scientifico e l'AIFA ha forse perso un'occasione, sono poche le sperimentazioni controllate.

Abbiamo pochi lavoratori nella ricerca, meno fondi rispetto ad altri paesi europei: ma la ricerca non è una spesa, ma un investimento – spiegava Garattini – è anche un modo per creare occupazione, oltre che salvare vite umane.