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23 settembre 2024

Le furie di Venezia – di Fabiano Massimi


Prologo

Sono anni che aspetta questo momento.

Nella penombra dello studio, seduto dietro la grande scrivania piena di carte che solo a lui è concesso leggere, l’uomo fissa il telefono da chissà quanto, incapace di distrarsi, incapace di pensare. La tensione è una camicia troppo stretta che trasforma ogni respiro in sofferenza. Il tempo è lento e torbido come l’acqua di un rigagnolo.

Quando arriva il primo squillo, l’uomo resta immobile.

Un secondo squillo.

Un terzo.

Un quarto, e lui ancora non reagisce, come fosse paralizzato – perché sono anni che aspetta, ma si può mai essere pronti per un momento come questo?

Alla fine l’uomo si riscuote, afferra la cornetta.

«Quindi?» dice soltanto, la sua voce stentorea ridotta a un sussurro.

«È morto.»

«Sicuri?»

«Sicuri.»

Questo romanzo racconta, usando il meccanismo del giallo, la storia di Ida Dalser, la vittima dimenticata del fascismo, la donna la cui vita doveva essere cancellata per non macchiare l’immagine immacolata del duce del fascismo, Benito Mussolini.

Dio Patria e famiglia: quanto suonano false oggi queste parole (nonostante siano ancora usata da certa propaganda politica), il regime fascista mandò al massacro i suoi soldati, portò il paese alla rovina, mise in catene l’opposizione, tra cui anche alcuni preti che pagarono con la vita il voler mantenere la fede e non voltarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi, alle violenze, alla vergogna delle leggi razziali.

Dopo Geli Raubal, l’Angelo di Monaco, Fabiano Massimi ci fa un altro regalo: ne “Le Furie di Venezia” si parla di questa donna, Ida Dalser, che pagò il prezzo di aver amato Mussolini e di avergli dato tutta sé stessa con la vita. La sua e quella del figlio, Benito Albino Dalser, il primogenito di Benito Mussolini che lui stesso riconobbe a Milano.
Un’altra donna, come Geli, finita stritolata da quel meccanismo messo in piedi a difesa del leader, perché nulla possa appannarne la figura immacolata.

VENERDÌ 15 GIUGNO 1934

La luce, pensò Sauer. Era la luce a fare la magia. Come uno sguardo nuovo posato su cose antiche, come una mano sicura che afferrasse il vento e lo tenesse fermo, i gabbiani alti immobili nell’azzurro, l’odore di salmastro che arriva a folate. La luce sembrava di vetro in quel mattino caldo e umido di metà giugno, mentre la folla festante rombava intorno a lui. Eppure Siegfried Sauer – ex soldato sulla Somme, ex commissario di polizia a Monaco, ex guardiano notturno di Vienna, ex tante cose e adesso più nessuna – d’un tratto si sentì solo nella piazza gremita, lambito da un soffio di ricordi che gli scompigliava i capelli ingrigiti e gli arruffava cuore e pensieri, sussurrandogli un nome che era insieme promessa e rimpianto, e che sempre, sempre lo spingeva avanti, anche in un giorno come quello, anche a un passo dalla fine.

Rosa.

Attenzione, questa non è una biografia, per raccontarne la sua storia l’autore ci porta a Venezia, nel 1934, anno decimo dell’era fascista, dove incontriamo nuovamente l’ex commissario Siegfried Sauer e i suoi compagni, Sandor, Mutti e l’antifascista italiano Livio. Hanno deciso di essere loro gli artefici del destino del mondo, dopo aver visto coi loro occhi di cosa è stato capace il partito nazista di Hitler in Germania: l’insabbiamento dell’indagine sulla povera Geli, la nipote del fuhrer, poi l’incendio del Reichstag, nel 1933 (I demoni di Berlino), con la fine della repubblica di Weimar e l’arrivo al potere di Hitler.

Il Duce a Venezia per accogliere Hitler.

La Storia quel giorno passava da lì.

Tutti questi dubbi, tutta l’ansia che ne germinava, invasero l’ex commissario nello spazio di pochi istanti, quanti ne servirono a Livio per ricevere la risposta dalla cupola e girargliela con altri due lampi di luce.

Sauer respirò.

Occorre uccidere i due dittatori quando si sporgeranno assieme dal balcone del museo Correr: è il prezzo da pagare per salvare l’Europa da lutti ben peggiori. Due colpi sparati dal cecchino ungherese Sandor dalla Torre dei Mori e tutto sarà finito. Compresa l’alleanza tra i due condottieri del mondo..
Ma qualcosa nel loro piano non va secondo i piani: l’ego di Mussolini o forse un cambio nel programma, fa saltare tutto, dal balcone esce solo il faccione del duce, che arringa la folla con le solite parole piene di retorica, l’Italia e il fascismo in quel momento la fanno ancora da padroni nei confronti dei nazisti, a Hitler in quella scenografia è dato solo un ruolo da comparsa, ma le cose sarebbero cambiate a breve.
Siegfied, Sandor e Mutti si ritrovano così la sera a discutere del loro fallimento, deciso comunque ad andare avanti: ma se è stato il caso a salvare i due dittatori, è sempre il caso che li mette sulle tracce di una nuova storia.
Una storia che apparentemente sembra l’ennesima invenzione su Mussolini, tanto è incredibile: riguarda le voci su un suo figlio, avuto da un’altra donna, non la brava casalinga Rachele.
Seguendo Mussolini lungo i canali di Venezia, approdano all’isola di San Clemente, dove ha sede un manicomio femminile.
Quella storia, che girava nelle taverne, che veniva sussurrata sottovoce per non finire nelle grinfie della polizia politica del regime è vera: Sigi, Mutti e Sandor riescono ad infiltrarsi nel manicomio, a spulciare gli archivi delle persone in cura e ad arrivare a questa donna, così importante tanto che la sua cartella è stata fatta sparire..
Chi è Ida Dalser e perché deve essere tenuta così nascosta al mondo e agli italiani? Qual è la sua storia? Qual è il suo segreto?

Ce lo racconta lei stessa, nelle trascrizioni dei dialoghi tenuti col suo psichiatra: la storia della sua vita, quella di una donna determinata che riuscì prima della guerra a costruirsi una fortuna col suo salone, a Parigi prima e a Milano poi. Dove conobbe per la prima lui.

D. Che conobbe chi?
R. Ma lui. Chi altri? Benito Mussolini, al tempo direttore dell’Avanti! Era il 24 febbraio del 1914.
Il giorno più felice della mia vita, e insieme il più disgraziato.
Fu Ida Dalser, è questa è la storia non il romanzo, a dare i soldi a Mussolini per fondare Il popolo d’Italia, dopo essere stato cacciato dal partito socialista e da direttore de l’Avanti, per il suo cambio di posizione sull’interventismo.
Mussolini doveva tutto a Ida, ma la nascita
di Vittorio, primo figlio maschio da “donna” Rachele, mise fine ad ogni sua speranza. E decise anche della sua vita e della vita di quel figlio nato nel 1915. Albino Benito Mussolini.

Forse c’è modo di stroncare il fascismo andando a liberare questa donna dalla prigionia, forse se il paese sapesse la sua storia il consenso del fascismo nella popolazione crollerebbe, come tutto il teatro messo in piedi dalla propaganda. Sauer è un idealista, la storia di Geli, l’incendio del Reichstag lo hanno segnato profondamente: le ferite che hanno lasciato nella sua anima possono essere sanate solo cercando fare giustizia, anche a prezzo della loro vita.
Se non può salvare Ida, per la protezione stretta a cui è sottoposta dal regime, c’è almeno un’altra vita da salvare, quella di Albino. Questa è una promessa che Sigi Sauer è disposto a mantenere ad ogni costo.

Mercoledì 26 agosto 1942

Non sembrava di essere appena fuori Milano, alla fine di un agosto torrido come pochi, nel cuore di una guerra che infuriava ormai da anni senza alcuna fine in vista.

Otto anni dopo il racconto ci porta a Milano: la guerra è arrivata e, anche se è ancora lontano, si fa sentire sulla popolazione, anche sui quanti avevano esultato due anni prima con l’annuncio roboante, Vincere e vinceremo!
Sono arrivate le bombe, i razionamenti, le tessere per comprare il cibo, la borsa nera di chi si approfitta delle disgrazie. Le leggi fascistissime, la repressione del regime contro chi si azzarda a pensare come un uomo libero. Nessuno crede più alle prime pagine dei giornali che, in quei mesi, raccontano ancora della celere avanzata verso Stalingrado.
Sembra di essere catapultati in un’altra storia: a Milano incontriamo il commissario Fausto Armeni, della sezione politica della polizia, mentre sta andando a visitare la moglie, curata nel manicomio di Mombello. È successo qualcosa di terribile al loro bambino, non sappiamo bene cosa, ma questo ha scosso profondamente le loro vita, specie quelle di Margherita.

«Era il mio bambino» disse lei in un fiato di voce, gli occhi fissi sulle mani.
«Io non volevo.» «Lo so» rispose Armeni, mentre l’infermiere la conduceva via..
Qui, ed è ancora il caso, artefice dei destini delle persone, ad intervenire: nel giardino del manicomio incontra un paziente che è appena scappato. Si tratta di un “giovane vecchio”, tanto il suo corpo presenta i segni della sofferenza

Armeni vide il collo che ne spuntava, sottile come il polso di un ragazzo, e appeso al collo un volto cereo ed emaciato. Albino, si disse. Il paziente scomparso.

Chi è questo paziente? Come mai c’è una camicia nera, un pezzo grosso del partito, che segue la sua cura nella struttura? Armeni è pur sempre un poliziotto, uno che non può non interessarsi ad enigmi come questi, specie in un momento così difficile della sua vita, a causa della malattia della moglie.
Sembra un’altra storia ma è la stessa storia: perché quel bambino è proprio Albino Dalser.
Forse, per Sigi Sauer e i suoi compagni di lotta, c’è ancora modo di poter rispettare quella vecchia promessa fatta a Venezia quasi otto anni prima.

Salvate mio figlio..



Mescolando finzione letteraria e storia, Fabiano Massimi ci porta dentro uno dei misteri, anzi uno dei tabù, della storia del fascismo. Tanto era la paura del regime, e di Mussolini, per questa donna, Ida Dalser, la prima moglie di Mussolini, da averla reclusa in un manicomio, non come pazza, ma come persona pericolosa per il regime. Tutto doveva essere cancellato, distrutto: i suoi documenti e anche il suo corpo, sepolto in una fossa comune sull’isola di San Clemente nel 1937. Ancora oggi, se non ci fosse stato il film di Bellocchio del 2009, Vincere (con una grandissima Vittoria Mezzogiorno), e un documentario su Rai Storia, ne sapremmo poco della sua vita. E ancora peggio è andata al figlio di Ida, Albino, tolto alla madre, affidato ad un gerarca fascista (che grazie a questo fece una fulminea carriera), allontanato dai parenti, fu anche lui rinchiuso in un manicomio, a Monbello, dove morì nell’agosto del 1942.

«Le Erinni» disse Menzio. «Anche note come Furie. Esseri sovrumani animati da un unico scopo: punire i colpevoli, vendicare i torti. Erano divinità della giustizia, ma di una giustizia estrema, violenta.

Le Erinni, nella mitologia romana Le Furie (da cui il titolo del romanzo), erano la personificazione divina della vendetta, soprattutto contro chi colpisce i propri familiari o i propri cari.
Se la vendetta contro il regime non ha più senso di essere, è bene almeno che questa storia sia raccontata ancora oggi, anche in forma di romanzo. Perché nessuno dimentichi cosa anche è stato il fascismo. Un padre padrone che ha ucciso i proprio figli, non solo in senso letterale.
“Come la sua vicenda, anche il suo corpo è stato cancellato. Eppure la sua storia non è stata dimenticata, le storie tornano sempre fuori, le storie non possono essere cancellate” – ci spiega Fabiano Massimi in questa presentazione del libro.

Domandatevi, voi che mi leggerete, se meritavo questo. Se qualcuno abbia mai meritato ciò che fecero a me e a mia madre. Eppure è accaduto. Eppure è accaduto. Ecco allora le mie ultime parole.

Tutto questo è successo davvero. Non lasciate che succeda di nuovo. Non lasciate che sia dimenticato.

PS: non lo sapevo e l’ho scoperto leggendo le pagine di questo romanzo, ma il famoso quadro di Bocklin, l’Isola dei morti è stato ispirato dall’isola di San Michele, il cimitero dei veneziani.

La scheda del libro sul sito di Longanesi, le prime pagine del libro.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

10 giugno 2021

10 giugno

E' una data particolare, il 10 giugno, tante storie si sono compiute in questa giornata.

E' il giorno, 10 giugno 1981, in cui un bambino, Alfredino Rampi, cade in fondo ad un pozzo e questo dramma diventa il primo evento mediatico della nostra storia, televisiva.

La scoperta della tv che commuove, che unisce nel dolore e che, una volta finito lo spettacolo, torna ad occuparsi di altro.

Evento che porta anche alla nascita della Protezione Civile.

10 giugno 1981, le Brigate Rosse rapiscono Roberto Peci, il fratello minore Patrizio, il primo pentito delle BR. Un rapimento in stile mafioso che portò poi ad una processo ripreso da una telecamera e poi fatto arrivare ai media (diversamente da quanto fatto con Aldo Moro).

Al Qaeda riprenderà questa idea tanti anni dopo.

10 giugno 1940: l'Italia dichiara la guerra alle potenze plutocratiche, Francia e Inghilterra. Lo annuncia Mussolini dal suo balcone, mi bastano poche migliaia di morti per poi sedere al tavolo della pace, disse al capo di stato maggiore Badoglio.
Cosa volete che siano, poche migliaia di morti.

Sempre il 10 giugno, ma del 1924, veniva rapito il deputato socialista Giacomo Matteotti, da una squadraccia fascista: alla Camera aveva denunciato i brogli  e le violenze avvenute nel corso delle ultime elezioni, quelle in cui il listone del partito fascista aveva vinto.

Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni.

Il suo ultimo discorso parlava di libertà, questo paese non ha bisogno di essere governato con la forza, con l'uomo forte al comando.
Paradossalmente, questo delitto non portò alla crisi del governo Mussolini, le opposizioni decisero di protestare ritirandosi dai lavori parlamentari.

In questo modo, di fatto resero più semplice il passaggio alla dittatura, grazie alle leggi fascistissime arrivate nei mesi successivi.

30 dicembre 2020

Perché siamo ancora fascisti - la narrazione falsa dei totalitarismi

Italia 2020, a 75 anni dalla fine del regime fascista, a 72 anni dall'emanazione della carta costituzionale che sancisce come questa Repubblica democratica si fondi sull'antifascismo.

Ancora oggi ci si chiede come mai l'antifascismo non sia una valore riconosciuto da tutti quanti in questo paese.

Anzi, a quanti ogni volta tirino fuori il tema dell'antifascismo si sente rispondere con "e allora le foibe?", "e allora Stalin?".

Come siamo arrivati a questo?



Il saggio di Francesco Filippi (già autore di "Mussolini ha fatto anche cose buone", dove si smontano i miti della propaganda fascista che ancora vive e lotta assieme a noi) prova spiegarlo:

La visione storica del comunismo viene anche in Italia ridefinita non solo dall'evidenza del crollo dei regimi dell'est Europa, ma anche da un fiorire di saggistica e letteratura che analizza e ridefinisce, per lo più negativamente, il comunismo nel suo complesso: testi come "Il libro nero del comunismo", in cui come premessa ad una critica dei regimi liberticidi si presentano in successione raccolte quantitative di crimini ed efferatezze. 

Con operazioni simili il giudizio sui fatti storici viene fatto passare solo attraverso il computo delle vittime, aspetto primario ma non unico nella complessità dell'indagine storiografica, e si insinua l'idea che il "male assoluto" rappresentato dal nazismo sia paragonabile e in qualche modo riducibile di fronte alla brutalità Sovietica. 

Nel confronto tra le due forme estreme di totalitarismo, il fascismo italiano quasi scompare: anche perché oggettivamente il numero di vittime prodotte dal fascismo è minore rispetto a quello del nazismo e stalinismo, se non altro perché la popolazione italiana negli anni trenta è meno della metà di quella del terzo Reich e meno di un quarto di quella dell'URSS. 

In più andando escludere dalla memoria e dalla responsabilità pubblica, come è stato fatto per oltre 50 anni, le violenze e crimini italiani commessi fuori dai confini -colonie campagne militari-, si ha una situazione imparagonabilmente favorevole per il fascismo italiano così dipinto. 

Gli antifascisti uccisi prima e durante la presa del potere di Mussolini, le migliaia di italiani sottoposti alla violenza del regime in patria o in esilio, i tanti assassinati prima e dopo il 1943, di fronte alle cifre milionarie delle purghe staliniane, della rivoluzione culturale cinese e dei lager nazisti appaiono di fatto meno rilevanti. Non a caso, all'interno del dibattito politico, alcuni politici possono strumentalmente minimizzare le violenze fasciste. 

Anzi si rafforza l'idea sempre sottese nella società italiana, che in fondo il fascismo non sia stato molto più che un regime autoritario.

Ma perché siamo ancora fascisti di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri)

25 dicembre 2019

Mussolini ha fatto anche cose buone, di Francesco Filippi



Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo

L'Italia non ha mai fatto i conti con la sua anima fascista: non intendo il fascismo della camicia nera e del fez, ma invece quel maschilismo strisciante, quel razzismo latente del “non sono razzista ma.. ”, il considerare le donne buone solo per far figli e un male se preferiscono cercare un riconoscimento nel lavoro.
L'essere forti coi deboli e deboli coi forti, la legge che va bene per attaccare i nemici e che si può calpestare se ci danneggia, l'ostentare la triade Dio-patria-famiglia come se fosse un'arma..
Quest'anima di rivela ogni volta che leggiamo, da nostalgici fascisti ma anche da politici dei nostri tempi, giudizi positivi sull'operato di Mussolini nel suo ventennio.
Uno che mandava gli oppositori in vacanza, come disse Berlusconi.
Uno che ha costruito ponti ed edifici, a sentire Tajani.
Uno che ha portato in Italia la previdenza sociale, sostiene Salvini.

Bene, questo libro smonta una dopo l'altra tutte le bufale che sono sopravvissute fino ad oggi sul fascismo, dal duce delle pensioni al duce che in fondo è stato un dittatore buono. Scrive nella prefazione lo storico Carlo Greppi, riferendosi ai fascisti che sui social scrivono di voler pisciare sui libri degli antifascisti
.. cari neofascisti del terzo millennio e cari nazionalisti che guardate con nostalgia a una delle epoche più buie della storia contemporanea: questo è un libro sul quale proverete a versare ogni forma di liquido, perché queste pagine scavano e svelano, scardinano e scolpiscono dritto nel seno. Arrivano al bersaglio grosso senza tentennamenti.

E' stato un lavoro certosino quello di Francesco Filippi, andando a verificare regi decreti, atti del governo, per cercare di andare oltre il mito che in questi anni è stato costruito: una sorta di nostalgia per un periodo passato, che si reputa fosse felice, per il lustro che aveva l'Italia, nessuno rubava, tutti lavoravano, quando c'era lui i treni arrivavano in orario e tutti avevano una casa..
Bene, tutto falso: se leggerete questo libro, che è molto dettagliato e chiaro, ve ne renderete conto anche voi. Viviamo in un'epoca di fake news, un qualcosa che non è stato inventato oggi ma che i media di oggi hanno amplificato: se smontare queste fake news è complicato, smontare la propaganda fascista che costruito queste bugie è più semplice, basta partire dalla realtà.
Smontare una bufala quando la gente già parla d'altro è inutile: una battaglia persa, o comunque a perdere. Se sul presente si è costretti a combattere un'estenuante guerra di trincea però, qualcosa in più è possibile fare sul passato: le fake news storiche hanno lo svantaggio di essere ancorate ad un argomento specifico, e la smentita di una bufala storica, una volta elaborata, ha la stessa velocità di propagazione della bugia che contrasta.

Perché occuparsi di queste bugie? Il fascismo, nelle forme del ventennio, non tornerà più: assistiamo invece ad un ritorno di quelle idee che lo hanno caratterizzato, il desiderio dell'uomo forte, l'inutilità dei diritti civili, l'attacco ai sindacati, ai giornali liberi, il ruolo della donna sempre mortificato.
Pensare a un ipotetico passato positivo lascia una speranza nell'animo di chi è scontento del proprio presente. In un momento di velocità e valori fluidi, avere un posto sicuro e tranquillo in cui rifugiarsi è rinfrancante, anche se questo posto è la memoria, anche se questa memoria è falsa”. 

Ecco, per mostrare una volta e per sempre come queste idee del passato non derivino da un'epoca felice, occorre che ci sia piena coscienza di cosa il fascismo è stato e di cosa non è stato.
Il nostro passato totalitario, con la compressione dei diritti, la violenza squadristica, il clientelismo dei ras fascisti, le ruberie del regime, anche se confrontato col misero presente, non ha nulla che meriti di essere riabilitato, è un'epoca che dobbiamo condannare una volta e per sempre.

Il duce previdente e previdenziale
Mussolini ha dato le pensioni agli italiani?

Il duce non ha dato le pensioni agli italiani: sin dalla fine dell'800 esisteva un ente chiamato Cassa nazionale di Previdenza (creata dal governo Crispi) che aveva il compito di elargire una pensione a militari e a impiegati del settore pubblico.
La Cassa venne rinominata in Cassa Nazionale per le Assicurazioni sociali nel 1919 e venne estesa la copertura anche al settore industriale.
Il fascismo mise questo ente sotto il controllo del governo, e nel 1933 lo rinominò in Infps (dove la f sta per fascista) in modo da poter controllare l'erogazione di questi aiuti, non solo le pensioni ma anche altri aiuti che oggi mettiamo sotto la voce di welfare.
Un tentativo propagandistico di impossessarsi di quello che nei fatti era stato il frutto di decenni di contrattazioni e lotte sindacali, di riforme attuate dai governi liberali e di iniziative delle associazioni di categoria dei lavoratori”

Questo carrozzone pubblico, INFPS arrivò ad avere 8000 dipendenti per il modo clientelare con cui furono guidate le assunzioni al suo interno, portandolo ad una situazione di crisi.

La tredicesima? Esisteva già prima di Mussolini, che la rese obbligatoria solo per gli impiegati pubblici, che erano il suo bacino elettorale di riferimento, quel ceto medio che vagheggiava di avere mille lire al mese..

Il duce bonificatore
Mussolini ha bonificato le paludi?

Altro mito da ridimensionare: la bonifica delle zone paludose in Italia è cominciata prima del ventennio: in un primo momento (col Testo unico per le bonifiche del 1923) il fascismo cercò di fare degli interventi di bonifica in cui fossero coinvolti i privati.
A seguito del fallimento di questo tentativo, anche perché si scontrava coi grandi latifondisti del sud che si vedevano espropriati i terreni da bonificare, nel 1926 Mussolini incaricò l'Opera Nazionale Combattenti, composta da ex reduci, di gestire le opere di bonifica.
Il piano era ambizioso, strappare alle paludi 8 milioni di ettari di terreno, ma alla fine si riuscì a bonificarne (in modo completo) solo 2 e “di questi due milioni, un milione e mezzo erano bonifiche concluse dai governi precedenti al 1922 ”
Era un piano molto costoso per lo stato, su cui gravavano i costi per i contributi erogati ai privati, e anche perché coltivare sulle terre strappate alle acque era qualcosa di insostenibile.
La soluzione proposta dalla legge del 1933 era quindi l'unica possibile per non perdere la faccia: costringere i coloni a rimanere attaccati alla terra e prolungare i mutui agevolati e sgravi fiscali nella speranza che la situazione potesse migliorare.

Infine la malaria in Italia fu dichiarata come debellata solo nel 1970, dall'OMS.

Il duce costruttore
Mussolini ha dato una casa a tutti gli italiani?

Dalla fine dell'800, l'Italia ebbe un boom demografico, parte della popolazione si spostò nelle città, portando alla domanda di nuove case. Il ministro Luzzatti, destra liberale, emanò il primo piano case: il fascismo non fece altro che prendere tutti gli istituti per le case popolari e ricondurli sotto le amministrazioni fasciste provinciali.
Ancora una volta, il fascismo metteva il cappello sopra un progetto non suo: ma a parte la riorganizzazione dei quartieri (a Roma, per esempio), spesso utile solo per la propaganda del regime, i risultati furono poco lusinghieri.

Poco lusinghiero anche il comportamento del governo Mussolini dopo il terremoto in Irpinia e in Basilicata del 1930: i terremotati rimasero nelle tende in attesa delle nuove case
La vera soluzione ai problemi causati dal terremoto, dopo la demolizione delle tendopoli, a pochi mesi dal sisma, fu principalmente una: l'emigrazione

Il primo piano case in Italia fu emanato dopo la seconda guerra mondiale da Amintore Fanfani nel 1949.

Il duce della legalità
Mussolini è stato un integerrimo difensore della giustizia?

Ai tempi del fascismo nessuno rubava. Falso, si rubava, ma non si poteva scrivere sui giornali.
Sul Mussolini difensore della legalità i primi dubbi sorgono sin dal 1914, dai soldi con cui riuscì a creare un nuovo giornale, Il popolo d'Italia, quando fu cacciato dall'Avanti, per il suo voltafaccia sull'interventismo.
Va poi chiarita una cosa: legalità e giustizia sono due cose diverse, specie in epoca di dittatura, dove il rispetto della legge è appannaggio del potente e non del povero o del dissidente.
Un regime che si è fatto largo con la violenza delle squadracce, con l'essere il braccio armato dei padroni delle ferriere, dei latifondisti, non ha nulla a che spartire con giustizia e legge.

C'è poi la vicenda del delitto Matteotti: l'autore cita le denunce che il deputato socialista stava per fare circa presunte tangenti che la Sinclair Oil, inglese, avrebbe pagato a gerarchi fascisti.
Delitto di cui Mussolini rivendicò la paternità politica e anche la natura criminale del governo, nel discorso del gennaio 1925.
Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”

Il regime e i gerarchi si erano arricchiti pure sulle case dei terremotati, i cui costi furono gonfiati: scandali e ruberie, le notizie di clientele locali venivano raccolte poi dall'OVRA e usate da Mussolini per ricattare i possibili nemici interni.

Anche sulla mafia occorre correggere il tiro: il fascismo usò le azioni militari del prefetto Mori in Sicilia, finché queste non toccarono i livelli politici della mafia e finché l'operato di Mori non iniziò ad offuscare quello del duce. A quel punto, nel 1928, Mussolini pensionò Mori e sui giornali non si parò più di mafia.

Il duce economista
Mussolini ha fatto progredire l'economia italiana ai massimi livelli?

Fa specie scoprire che Mussolini, per dare lustro al suo operato, avesse cercato di raggiungere il pareggio di bilancio, con una politica di austerity (nei confronti dei salari, della spesa sociale) e col raggiungimento di quota 90, ovvero 90 lire per una sterlina, moneta che allora era considerato il riferimento internazionale per la finanza.
Chissà se i sovranisti lo sanno, del mito della moneta forte, che poi danneggiò le aziende italiane che esportavano..
L'economia italiana nel ventennio non progredì: il pareggio di bilancio fu raggiunto solo grazie all'estinzione dei debiti di guerra; la crisi del 29 non toccò subito il paese per la scarsa finanziarizzazione delle imprese.
Mussolini salvò con soldi pubblici le banche d'affari, creò l'IRI come ente pubblico per il rilancio delle imprese, ma in realtà fu usato per comprare quelle in crisi.
La politica dell'autarchia penalizzò ulteriormente gli italiani, il resto lo fecero le sciagurate guerre a cui l'Italia prese parte: Etiopia, Spagna, Albania.
In quegli anni si allargò lo spettro delle disuguaglianze in Italia, la fetta tra la parte più ricca del paese e quella più povera:
.. a una ristretta platea di superricchi, per lo più aderenti al fascismo, fece da contraltare la gran massa della popolazione che per cercare opportunità di vita migliori aveva come unica alternativa l'emigrazione.

Il duce femminista
Mussolini valorizzò il ruolo della donna in Italia?

Per il fascismo la donna doveva solo essere genitrice dei nuovi italiani da donare alla patria.
Furono tanti i provvedimenti del regime per cacciare le donne dai posti di lavoro, dagli impieghi pubblici e da quelli privati.
Mussolini abolì nel 1926 il voto amministrativo, dopo aver concesso, magnanimo, nel 1925 l'estensione del voto anche alle donne, ma senza suffragio universale.

Le donne votarono per la prima volta nel 1946, per il referendum tra monarchia e repubblica.
Il ruolo della donna è ben definito dal dualismo di donna Rachele, la moglie di Mussolini, con Claretta Petacci, l'amante ufficiale del duce.

Nel codice fascista, sopravvissuto in parte fino ai giorni nostri, erano presenti anche due leggi: quella sul delitto d'onore e quella sul matrimonio riparatore (la violenza nei confronti di una donna era estinta col matrimonio appunto) .
Una vergogna.

Il duce condottiero e statista
Mussolini è stato un grande condottiero?

Eccetto i primi anni, l'immagine del duce è sempre in tenuta militare.
Eppure, guardando la realtà, non fu affatto un condottiero: le guerre dove hanno combattuto gli italiani sono state caratterizzate anche dai genocidi e le violenze contro i civili (in Libia, in Slovenia); per le sconfitte che abbiamo subito in Spagna contro i volontari repubblicani e in Grecia contro l'esercito ellenico che si presumeva fosse meno preparato del nostro.
Gli 8 milioni di baionette non esistevano, i nostri militari erano male armati e male motivati, comandati da generali che avevano fatto carriera solo dietro scrivanie dello stato maggiore o arruffianandosi col regime.
Per non parlare dei crimini di guerra compiuti, che contrastano con l'immagine falsa di italiani brava gente.
Il dissolversi così repentino di un regime ventennale nell'estate del 1943 può essere spiegato anche come la grande disillusione di fronte a un sistema narrativo di cartapesta che aveva retto per una generazione solo perché troppi pochi avevano avuto il coraggio di dire che il re, anzi il duce, era nudo.

Il duce umanitario
Mussolini fu un dittatore “buono”?

La dittatura fascista non fu affatto un totalitarismo dal volto umano: oltre all'eliminazione delle libertà individuali, non possiamo dimenticarci delle 3000 vittime negli anni dello squadrismo (il dato è riportato da Gaetano Salvenimi nelle sue memorie) e nemmeno delle leggi razziali emanate dal regime nel 1938.
Che furono solo un punto di arrivo, del razzismo presente nel regime, dopo le leggi razziste emanate in Etiopia dopo l'occupazione e in Libia.
Il regime voleva preservare l'uomo italico e il suo sangue dalla contaminazione col sangue ebreo e delle popolazioni locali in Africa.
Non possiamo dimenticare i lager italiani in Libia e quelli in Slovenia, ad Arbe

Il regime collaborò coi nazisti alla raccolta e allo sterminio ebraico solo dopo il 1943, ma solo perché Mussolini non voleva manifestare la sua subalternità nei confronti dei tedeschi, e comunque nel 1942 acconsentì alla deportazione degli ebrei in Jugoslavia.

Mussolini non amava nemmeno gli italiani: ci ricordiamo il cinismo dimostrato di fronte a Badoglio per la sua volontà di entrare nel conflitto, “mi servono poche migliaia di morti per sedere sul tavolo della pace”?
Quella fascista fu la più grave sciagura capitata al popolo italiano: i 472mila morti per la guerra, di cui un terzo civili, le morti in carcere o al confino, per le precarie condizioni di salute.

A queste bufale, se ne deve aggiungere un'altra, costruita da un giornalista Rai che recentemente ha scritto un libro che sta presentando ovunque, “quando l'Italia era fascista..”.
Secondo questo giornalista sono stati gli antifascisti a portare Mussolini al governo: non i latifondisti, non gli industriali come gli Agnelli, non la massoneria, non la cecità dei liberali italiani che vivevano con lo spauracchio dei socialisti e della loro rivoluzione.

Come vedere, le bufale sul fascismo fanno ancora oggi fatica a morire.

La scheda del libro sul sito di Bollati Boringhieri e il pdf del primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

10 agosto 2012

Soldi, sesso e segreto

La grande storia - Mussolini, soldi sesso e segreti.

Il documentario di questa sera porterà alla luce un aspetto poco raccontato del fascismo, ben lontano dalla diffusa mitologia secondo cui, con Mussolini e il fascismo non si rubava, lo Stato funzionava, le grandi opere procedevano ..

Non è così: dietro la facciata di virilità, efficienza, giustizia, si nascondeva un sottobosco di meschinità, segreti, ricatti, donne facili, scandali, carriere strepitose e carriere stroncate. Dietro la facciata di Mussolini  da buon padre di famiglia ( l'uomo della provvidenza), avventure con amanti, attrici, prostitute, spie. Questa sera, La grande storia racconterà dei  panni sporchi del regime (questo documentario è già stato trasmesso l'anno scorso a luglio). 

La scheda della puntata:
Per anni si è aggirato tra gli italiani un luogo comune: il Fascismo era, sì, una dittatura, che aveva strappato con violenza la libertà agli italiani, aveva eliminato ogni opposizione e dissenso, ogni libertà di stampa e partito politico, ma, almeno – è questo il luogo comune - i fascisti non rubavano, non erano corrotti, non corrompevano, non favorivano, non piegavano lo Stato ai propri interessi. Così non era.
Il film-documento della Grande Storia, con l’aiuto di documenti rintracciati presso L’Archivio di Stato, racconta ora truffe e speculazioni, arricchimenti improvvisi e profitti illeciti, malversazioni, scandali, carriere strepitose e inspiegabili, insomma: i panni sporchi del Regime. Un continuo malaffare sotto gli occhi di Mussolini che copre e tollera, da un lato per compensare chi ha creduto in lui e lo ha aiutato nel momento dell’ascesa, dall’altro per tenerlo in pugno con l’arma del ricatto.
Non solo soldi, ma anche sesso come strumento di controllo e di potere: dal talamo nuziale all’alcova del bordello, ovunque l’orecchio dell’OVRA è in ascolto. Dossier, lettere, minacce, accuse vere e false oscenità, inganni, arresti, frodi, ricatti. Tutti contro tutti: Gerarca contro Gerarca, amante contro amante, e l’accusa di omosessualità come arma politica. La sola insinuazione è umiliante, degradante. Proprio con questa accusa vengono travolti e brutalmente emarginati i due onesti moralizzatori e segretari del Partito Nazionale Fascista Augusto Turati e Giovanni Giuriati. Un dossier con l’accusa di pederastia sarebbe stato preparato anche contro il principe Umberto, per impedire la successione al padre sul trono d’Italia.
Il film-documento prosegue con la vita privata di Mussolini: due mogli e le altre, artiste, intellettuali, contadine, modiste, pianiste, giornaliste, ma anche prostitute e agenti segrete, sessanta relazioni “certificate” e molte altre clandestine. La Grande Storia mostra per la prima volta in tv i volti sconosciuti di due di queste donne: la famosissima pianista Magda Brard e la giornalista di "Le Matin", Magda Fontanges. Sono due documenti filmati scoperti dall’autore negli archivi francesi Gaumont/Pathé. E il racconto continua con i figli del Duce, veri o presunti, legittimi o illegittimi, riconosciuti o abbandonati. I figli lasciati morire.
Soldi e Sesso, ma anche Segreti.Segreti di “squadra e di compasso”, di rapporti con le logge, di alleanza con i gran maestri. E poi dall’astuto legame con la massoneria agli occulti finanziamenti della Francia. Dalla frode a danno di D’Annunzio agli accordi con gli industriali, dalle leggi ad personam, ai conflitti d’interesse, alla promessa di nuove guerre, per nuove armi e nuovi lucrosi affari. Fino al colpo di scena finale, l’ultimo segreto, solo da poco svelato: nel 1942 Mussolini ha fatto accreditare su un conto dello IOR, l’Istituto Opere Religiose, la banca del Vaticano, ben tre milioni di dollari, circa 61 milioni di euro, con l’ordine di trasferirli negli Stati Uniti. E nel 1942 l’America è già una nazione nemica! A cosa dovevano servire quei soldi? È l’ammissione che il duce vedeva la sconfitta vicina? È quasi un’assicurazione sulla vita dopo la disfatta? O c’erano altri scopi a noi sconosciuti? La Storia dovrà ancora indagare in cerca di risposte.

02 maggio 2011

La grande storia: fermate Mussolini



Come sarebbe stata la nostra storia, se l'Italia non fosse entrata in guerra? Se Mussolini quel 10 giugno 1949 non si fosse affacciato al balcone a gridare "vincere e vinceremo"?
Avrebbe fatto forse la fine di Franco in Spagna? Oppure, la guerra era veramente inevitabile?

Stasera su Rai 3, la Grande Storia parla di questo. Le opposizione interne all'idea della guerra, voluta da Mussolini ("mi servono qualche migliaio di morti per sedere al tavolo dei negoziati"). L'uomo che non sbagliava mai. L'uomo della provivdenza.

La storiografia oggi dà più spazio che non nel passato alla possibilità che le cose avrebbero potuto avere un corso diverso da quello effettivo.

Questo ci ha portato a cercare di rispondere a una serie di domande: sarebbe stato possibile evitare che l’Italia partecipasse alla seconda guerra mondiale? Sarebbe stato possibile evitare l’alleanza con Hitler? La sconfitta e l’umiliazione del paese?
Ci siamo accorti, tentando di rispondere a queste domande, che nell’Italia dell’epoca immediatamente precedente alla guerra – tra il 1938 e il giugno 1940 – le opposizioni erano molto più forti e avevano molto più potere di quanto oggi si ritenga.

Sulla base di una vasta documentazione, in gran parte inedita, proveniente dagli archivi del Foreign Office a Londra, nonché di documentazioni italiane e in genere europee, ci siamo accorti che la classe dirigente italiana era profondamente divisa sull’argomento.

Una serie di testimonianze, alcune sempre inedite, dimostrano la validità di questa ipotesi: non voleva la guerra la Chiesa, Casa Savoia era molto scettica, lo Stato Maggiore constatava l’inadeguatezza delle forze armate, l’industria e la finanza spesso erano contrarissime, contraria anche la polizia.
Ci sono stati tentativi purtroppo sfortunati di cambiare il corso degli eventi. Il programma, nella misura del possibile, cerca di ricostruirli, delineando la fisionomia di un’Italia diversa, misteriosa e sconosciuta.

07 giugno 2010

Le radici della propaganda

Guardatevi il video (andato in onda durante l'interessante documentario de La grande Storia sulla Propaganda mussoliniana) .

E' un discorso a Roma di Benito Mussolini del 26 marzo 1939.
Guardate l'uso della folla e delle domande retoriche (circa alla fine del filmato):

desiderate degli onori?
delle ricompense?
la vita comoda?
esiste per voi l'impossibile?

quali sono le 3 parole che formano il nostro dogma?: Credere, Obbedire, Combattere. Ebbene Camerati, in queste 3 parole fu, è, e sarà il segreto di ogni vittoria. ......

Credere, obbedire e combattere. Il credo della religione politica mussoliniana e, in generale, di tutte le dittature. Affidarsi alle emozioni, anzichè l'etica, la pancia anzichè la testa.

Vi ricorda qualcuno, vero?


04 giugno 2010

La grande storia: propaganda



Vincere, e vinceremo! Urlava dal balcone di piazza Venezia il duce Benito Mussolini, il giorno della dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
E gli italiani si lasciarono soggiogare dagli slogan, dalla coreografia, dalle immagini. Dalla propaganda.
Propaganda di cui Mussolini era esperto.
Propaganda di cui si occupa La grande Storia, questa sera su Rai 3.

Pochi uomini al mondo hanno utilizzato con maestria la comunicazione scritta, verbale, fotografica e cinematografica come Benito Mussolini. E pochi ancora hanno come lui compreso la necessità di associare la propria immagine a icone fortemente emotive e positive che accendono la fantasia delle masse. Mussolini è consapevole che per radicarsi nel cuore degli italiani deve agire sulla loro pancia, con simboli di forza, coraggio, generosità.

Dopo il successo dello slogan: “meglio un giorno da leone che cent’anni da pecore!” il proprietario di un circo equestre, gli regala un cucciolo di leonessa, chiamata Italia. Le sue foto con Italia fanno il giro del mondo e la Gaumont gli dedica un vigoroso cinegiornale. E’ l’incipit della accurata creazione del mito. Un mito così al di la del vero che finirà con il credervi lui stesso.

La propaganda del regime si articola imbrigliando tutte le forme di comunicazione, dalle tradizionali come la stampa e la fotografia ma anche emergenti come la radio ed il cinema. In entrambi gli ambiti porta novità. Per la stampa nascono nuove testate dirette da fascisti. Per la radio si fonda l’EIAR, i cui programmi di intrattenimento sono sviluppati con la supervisione dell’Ufficio per la Stampa e Propaganda prima, dal Ministero della Cultura Popolare poi. Quelli di informazione supportati dalle notizie diramate dalla Agenzia fascistizzata Stefani, a cui d’ora in poi devono attenersi anche i giornali.

Per il cinema si compie una operazione doppiamente innovativa. Si inventa il cinegiornale italiano e fascista, si crea una istituzione che lo produce: l’Istituto Luce, responsabile sia della immagine cinematografica che fotografica di Mussolini, che si raccomanda debba essere centrale in ogni circostanza della realtà. Anzi il Duce può essere fotografato solo in situazioni che lo rendono protagonista, gli danno risalto e lo immergano nel proverbiale bagno di folla.
Gli ordini sono tassativi: evitare immagini poco significative o che addirittura lo vedano in situazioni tragiche, per esempio alluvioni, terremoti, morti, o in momenti in cui compie gesti violenti di rimprovero, tantomeno va ripreso accanto a monache e preti, essendo superstizioso. Tutte le immagini di cui è protagonista devono essere positive.

Non solo controllo dell’informazione. Ma anche del cinema di evasione, commerciale, i cui contenuti non devono offendere il fascismo tantomeno alludere indirettamente al suo capo in modo indegno. Al contrario di quanto avviene per Stalin, la propaganda del regime ha la sottigliezza di non produrre alcun film in cui sia presente un attore che interpreta Mussolini. Si preferisce produrre un colossal nel quale gli si alluda, magnificandolo: Scipione l’Africano! E’ naturale che tutti vedano nel condottiero romano che batte Annibale a Zama la figura di Mussolini conquistatore dell’Etiopia.
La propaganda opera capillarmente, creando sindacati professionali, mobilitando l’interesse economico delle persone perché sostengano a tutti i costi il regime. Imbriglia le intelligenze che producono cultura, passando ad esse uno stipendio segreto su cui non opera il fisco. Moltissimi sono infatti i giornalisti finanziati dal Ministero della Cultura Popolare.

Ma ciò non basta a Mussolini. Vuole un sistema blindato. Nascono le veline, che sono degli ordini veri e propri trasmessi ai direttori dei giornali che a volte partono direttamente da Palazzo Venezia. Edificio che insieme a Villa Torlonia è gestito come una specie di reggia verso cui si voltano estasiati gli sguardi dei plaudenti.
E’ lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a rompere l’incanto fra Duce ed Italiani. La propaganda lo muterà in condottiero. Ma il condottiero si liquefa. Lo muterà in macchinista, motociclista, aviatore, motore tecnologico! ma si combatterà coi biplani. Il forgiatore del popolo nuovo fascista! Ma lo porterà alla fame, ai bombardamenti, ai disgraziati orti di guerra.

Tutto crolla. Nel grottesco. Nel 1943 l’enorme ventennale fuoco di artificio di parole implode, sgonfiandosi come un grosso pallone per i troppi calci sul campo.
Paradosso. Il vero zenith è raggiunto solo da suo poderoso terribile contrario: le immagini di Piazzale Loreto.

28 maggio 2010

Berlusconi, Mussolini e lo zoppo

Così risponde ad un giornalista estone:

«Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi al potere. Anzi, per l’esattezza, quando facevo l’imprenditore talvolta l’ho provata». Emozione antica, sospira Berlusconi, poiché adesso «sono al servizio di tutti, chiunque mi può criticare e insultare». Per esempio, giusto ieri non l’ha fatto impazzire la relazione della Marcegaglia in Confindustria, così avara di riconoscimenti. Altri attribuiscono questo senso di frustrazione berlusconiano al carattere ineluttabile della manovra, «per esempio lui non voleva colpire gli statali, però l’Europa ce l’ha costretto e lui si dispiace assai».

Qui c’è l’attimo di suspense, seguito dal tuffo nella Storia:
«Oso citarvi colui che era ritenuto», tesi opinabile si capisce, «un grande dittatore, Benito Mussolini. Nei suoi diari ho letto recentemente questa frase», che il premier cita a memoria (Bonaiuti nega essere la prima volta, in pubblico il portavoce ne rammenta almeno un’altra). Dice il Duce berlusconiano: «Sostengono che ho potere, non è vero. Forse ce l’hanno i gerarchi, ma non lo so. Io so solo che posso ordinare al cavallo vai a destra o vai a sinistra, e di questo posso essere contento». Morale del premier: «Il potere, se esiste, non esiste addosso a quelli che reggono le sorti dei Paesi. Chi è in questa posizione, di potere vero non ne ha nulla...».

Due cose emergono chiare: il rammarico che "chiunque mi può criticare".
E anche la citazione mussoliniana sul potere che deve essere assoluto.

Se questo non è l'anticamera del regime futuro, ditemi voi cos'è.

Il cavaliere deve stare attento che, a furia di citare Mussolini, fa come chi frequenta lo zoppo. Impara a zoppicare.
E fa la fine di Piazzale Loreto.

03 marzo 2010

La grande storia - La dittatura

Chissà, forse non tutti i mali vengono per nuocere: nel cambio Ballarò - La grande storia, ci abbiamo pure guadagnato.
Anzichè i battibecchi (dove sicuramente sarebbe stata invitata la Polverini a racciontare del complotto ai suoi danni), un documentario sulla storia dimenticata sulla genesi della dittatura.
Genesi raccontata anche nel bel libro di Sergio Zavoli del 1972: fa strano, era ieri, ma ancora oggi sono tutti qui, gli attori.
Zavoli, una politica che tende al populismo mediatico assolutistico, i nostalgici del duce ....

Ogni tanto, una rispolverata di storia, non fa male: così si ritorna agli anni degli scioperi e degli scontri, successivi alla rgande guerra. Con le squadracce usate da Mussolini per mettere sotto tensione gli avversari, la tenuta democratica.
Mussolini foraggiato dagli industriali, dai proprietari terrieri, dal potere reazionario.

Mussolini ex socialista, anticlericale, antimonarchico, antiinterventista e poi bersagliere in prima linea.
Attorno al fascismo, legati dai suoi slogan, dai suoi discorsi roboanti, aveva legato reduci, futuristi, repubblicani, ex socialisti.
E fu capace di cambiare bandiera tante volte: prima accetando l'invito del re, poi stipulando i patti lateranensi con la chiesa.

Capace di usare l'arma del ricatto, della sua strategia della tensione, per far accettare al re e ai partiti della destra "il male minore" dei fascisti prima in parlamento e poi al governo.
77 morti e 180 feriti negli anni precedenti il 1922.
74 omicidi fascisti, compiuti nei due mesi precedenti la marcia su Roma.

E infine quel discorso tristemente celebre: "potevo fare di quest'aula sorda e grigia ..".
Cosa sarebbe diventata l'Italia si poteva capire già da allora.
Lo aveva capito Matteotti, deputato socialista che puntò il dito in aula contro le violenze squadriste prima delle elezioni farsa del 1924.

Finì ucciso, e nonostante la sua morte, il regime rimase al suo posto.
E arrivò il regime vero e proprio: da una parte l'opposizione che si suicidò con l'Aventino.
Dall'altra parte, le leggi fascistissime: controllo dell'informazione, confino, sciogliemtno partiti, istituzione del tribunale speciale (questo nel 1926).
Oramai, ed era troppo tardi per scoprirlo, chi era all'opposizione era un nemico dello stato. Pena il confino, il carcere.
Il regime aveva paura del pensiero degli anitfascisti.
Come per Gramsci, al cui processo il pubblico ministero (in divisa) disse "dobbiamo impedire alc ervello di Gramsci di funzionare per 20 anni".
Fu condannato nel 1928: 15000 furono le ordinanze di confino (anche per gli omosessuali).
1000 le condanne del Tribunale speciale: 6 quelle di morte.

Il documentario ha parlato anche di apsetti poco conosciuti della storia italiana: le deportazioni e i campi di concentramento in Libia.
La pulizia etnica in Jugoslavia: i massacri e le armi chimiche.
L'istituzione nel 1930 dell'OVRA, da parte di Bocchini, per controllare, spiare, denunciare, raccogliere delazioni sugli antifascisti nel paese.

Perchè anche questo fu il fascismo: da una parte le immagini rassicuranti del Duce con la famiglia.
I cinegiornali che raccontavano di bambini al mare grazie al regime, della moda, delle allegre famiglie in vacanza.

Dall'altra le persone incarcerate, messe al confino, tolte dei loro diritti.
Preludio alle leggi razziali, all'orrore della guerra. E a Piazzale Loreto.