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22 maggio 2019

L'ex padrino dell'antimafia - anticipazione del libro di Attolio Bolzoni

E' uscita sul Fatto Quotidiano una anticipazione del libro di Attilio Bolzoni, "Il padrino dell'antimafia", riferito alla vicenda dell'ex presidente di Confindustria Montante, recentemente condannato a 14 anni in primo grado dal Tribunale di Palermo (per associazione a delinquere e altri reati)

PAGINE NERE - In "Il padrino dell'antimafia", il giornalista di Repubblica scava oltre gli atti giudiziari per narrare la resistibile ascesa dell'autoproclamato paladino della legalità marchiato Confindustria, da poco condannato a 14 anni e ancora indagato per mafia 

Antonello Montante, il finto paladino dell’antimafia andato a processo per vari reati e tuttora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha subito recentemente una pesante condanna di primo grado a 14 anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico. Ma la sua non è soltanto una storia giudiziaria, di maneggi commessi sottobanco finché qualcuno non li ha scoperti e perseguiti. L’antimafia di Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia e vicepresidente nazionale con delega alla “legalità” dell’associazione degli industriali italiani, era finta alla luce del sole, così come gli affari e gli intrighi di poltrone che in suo nome si consumavano. Bastava poco per smascherarla, invece ha resistito per un decennio, ammaliando politici, giornalisti, associazioni, amministrazioni pubbliche (ne scrive anche Claudio Fava sul nostro menisile FQ MillenniuM attualmente in edicola). Ecco perché questa storia non va letta soltanto attraverso i – preziosi – atti giudiziari, ma con tutto il suo contorno e il suo contesto. Ed è proprio là che ci porta Il Padrino dell’antimafia. Una cronaca italiana sul potere infetto (311 pagine, 18 euro), scritto da Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica fra i più autorevoli osservatori di cose di mafia, opera prima della casa editrice milanese Zolfo, nata pochi mesi fa dall’esperienza di Melampo. Perché quando si tratta di raccontare le “mafie incensurate”, come Bolzoni le etichetta, per definizione non basta fermarsi agli atti giudiziari, agli indagati, agli intercettati.
 

La finzione di Montante e soci inizia fra il 2004 e il 2006 e culmina quando Confindustria Sicilia annuncia un svolta epocale: saranno cacciati dall’associazione tutti gli imprenditori scoperti a pagare il pizzo a Cosa nostra. Calogero Montante detto Antonello e Ivanhoe Lo Bello detto Ivan sono i paladini di questa rivoluzione. Su di loro escono articoli e libri entusiastici, sono invitati in tutta Italia a convegni antimafia, firmano “protocolli di legalità” con enti pubblici. Il 23 gennaio 2014 il governo Renzi, su proposta del ministro dell’Interno Angelino Alfano, nomina Montante nel comitato direttivo dell’Agenzia dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Il tutto va avanti senza intoppi fino a quando, il 9 febbraio 2015, Bolzoni firma con il collega Francesco Viviano un articolo sulla prima pagina di Repubblica che svela l’indagine per mafia a carico del paladino dell’antimafia, e pone diversi interrrogativi sulla genuinità di quella “rivoluzione”. In questi dieci anni, nessuno pare essersi accorto di un dato semplice e verificabile: il numero di imprenditori espulsi da Confindustria Sicilia per aver pagato il pizzo assomma a zero. Zero. Tondo tondo. E non è tutto: al di là degli esiti giudiziari, la figura che emerge dalle indagini è l’esatto opposto di un paladino della legalità. Montante ha in casa un caveau segreto pieno di dossier su sodali e avversari, corredati dai file audio delle conversazioni che usava registrare all’insaputa dell’interlocutore. Si era inventato passate glorie impreditoriali inesistenti e intanto manovrava nell’ombra per gestire nomine e affari. La legalità, secondo l’accusa, era usata al contrario: chi si opponeva ai suoi piani riceveva le attenzioni delle forze dell’ordine, grazie a ufficiali compiacenti.
Già ci sarebbe da meditare su questo gigantesco abbaglio collettivo. Ma come spesso succede in questo Paese, non si tratta solo di un abbaglio. Il 9 febbraio 2015, data di pubblicazione dell’articolo che svelava la finzione, è la linea netta tracciata da Bolzoni. Chi ha intrattenuto rapporti stretti con Montante prima di quel giorno poteva anche non sapere. Chi ha continuato ad averli dopo, o si è lanciato in frettolose difese d’ufficio pubbliche, dovrebbe fornire qualche spiegazione, specie dopo la condanna (certo, di primo grado. Ma quel che conta, fuori dal tribunale, sono i fatti documentati). L’elenco è lungo, comprende giornalisti e persino attivisti antimafia, da Tano Grasso, storico leader della lotta contro il pizzo firmatario di un comunicato di solidarietà a Montante dopo l’articolo di Repubblica, a don Luigi Ciotti, troppo lento e tiepido, accusa Bolzoni, nel prendere le distanze da un personaggio con cui Libera, la rete di associazioni da lui fondata, aveva avuto rapporti fitti. Ma chi supera tutti è Confindustria, con i presidenti Giorgio Squinzi e Vincenzo Boccia, attualmente in carica. Il primo partecipa alla corsa della solidarietà incondizionata al suo uomo. Il secondo, appena nominato, offre a Montante un incarico in Reteimprese. Non basta: il collegio dei probiviri degli industriali italiani convoca per un procedimento disciplinare non Montante, ma il suo grande accusatore Marco Venturi, che infatti si dimette a stretto giro. E che dire dell’allora ministro dell’Interno Alfano che – conteggia Bolzoni – incontra l’indagato per mafia Montante almeno sette volte dopo che la notizia dell’indagine per concorso esterno a Cosa nostra è ormai pubblica? O del sindaco di Catania Enzo Bianco che – si legge nel libro– scrive due mail niente meno che a Carlo De Benedetti per lamentarsi della “scompostezza” dell’articolo di Repubblica?
Il padrino dell’antimafia racconta una storia siciliana, ma non locale. Apre una domanda, che già si pose a suo tempo per il re di tutti gli intrallazzatori, Licio Gelli: è il puparo o il pupo di qualcun altro?
 

LA FRASE – Il territorio racconta sempre tutto. Basta saperlo (e volerlo) ascoltare.

23 maggio 2012

Uomini soli - il film documentario su Palermo

Uomini soli di Attilio Bolzoni

“Fortunato il paese che non ha bisogni di eroi”.
Bertold Brecht

Nessuno di loro voleva diventare un eroe, uno di quelli che viene ricordato durante le celebrazioni, con tanto di fanfara e corona, per poi tornare nel dimenticatoio.
Uomini soli perchè, quasi in solitudine, hanno portato avanti nel loro lavoro una battaglia contro cosa nostra, per i diritti civili dei siciliani, per il rispetto della legge.

Il bel libro di Attilio Bolzoni, che queste persone le ha conosciute di persone (loro e i loro collaboratori nella polizia, nei carabinieri nel Tribunale), ha il pregio di raccontare le vite di questi uomini mentre erano vivi.
E dunque lontano dalla retorica che anche oggi emerge per le celebrazioni della strage di Capaci.
Se sono diventati eroi è perchè una parte dello Stato (lo stesso stato di cui loro facevano parte) non ha fatto il proprio dovere: esponenti politici che remavano contro le proposte di legge di  Pio La Torre sulla confisca die beni ai mafiosi. 
Il governo che non concesse a Dalla Chiesa i poteri speciali che gli aveva promesso.
Gli attacchi e il fango che furono gettati addosso al pool, a Chinnici, a Falcone, a Borsellino per il loro voler indagare laddove non si doveva.
Le banche, i grandi costruttori e i cavalieri del lavoro che prendevano gli appalti pubblici di Palermo, gli amministratori locali della Sicilia.
E ovviamente anche le famiglie mafiose.

Forse a volte ci dimentichiamo, ma è un passo su cui Bolzoni ritorna spesso, che fino al 1982 il reato di mafia non esisteva, sebbene Cosa nostra avesse già fatto omicidi e stragi.
Fino al 1992, e per questo dobbiamo ringraziare sempre tutto il pool di Palermo e i giudici che han lavorato al maxi, nessun mafioso era mai stato condannato all'ergastolo.
E' servito il sangue di Falcone e Borsellino, delle rispettive scorte (e di tutti gli altri magistrati, poliziotti, carabinieri), la forte indignazione della società civile affinchè venissero approvate le riforme di Falcone: il 41 bis, la legge sui pentiti, la superprocura.

Nonostante questo, a cadavere ancora caldo, c'era sempre una parte dello stato (il nostro stato), che con i boss di Cosa Nostra sedeva a tavolino per la trattativa. Per quella convergenza di interessi di cui Falcone stesso parlò.
Dopo la caduta del muro di Berlino, dopo il crollo dei partiti con Tangentopoli, si doveva voltare pagina. Sia nei partiti, sia dentro la mafia.
Mentre i problemi della Sicilia, il lavoro, l'acqua nelle case, le fogne, sono ancora lì in attesa di qualcuno che nello stato voglia risolverli.

Si può comprare il libro di Bolzoni singolarmente (qui per ordinarlo su ibs), oppure assieme al film documentario di Paolo Santolini, con le musiche di Stefano Bollani.

Altre letture:

Il link per ordinare il libro su ibs.
La pagina dell'iniziativa editoriale di Repubblica.
Technorati:  

22 maggio 2012

Uomini soli – Paolo Borsellino



Nemmeno Paolo Borsellino avrebbe voluto diventare un eroe ma, come gli altri protagonisti di cui parlaBolzoni nel suo libro, lo è dovuto diventare per la determinazione nel contrastare Cosa Nostra, perché uno come lui riesce ad essere uomo dello stato in una sola maniera. Applicando le leggi e promuovendo la giustizia.
A differenza di altri magistrati dello stesso tribunale di Palermo che preferivano non vedere la mafia, i legami con la politica e l'imprenditoria.


“Un giudice tradito e venduto”, è il sottotitolo scelto da Bolzoni, per Borsellino: tradito dallo stato e da qualche suo collaboratore in riferimento alla trattativa (o meglio le trattative) stato-mafia, prima e dopo la strage di Capaci.

Il primo vero caso di mafia, per il giudice Paolo Borsellino fu quello relativo alla morte del capitano Basile nel 4 maggio 1980, della compagnia di Monreale: caso emblematico di come le inchieste non funzionavano a Palermo. Dopo il rinvio a giudizio nel 1981, i tre killer (catturati quasi subito) , assolti dal giudice Curti Giardina nel 1983.

Dal 1975 a Palermo, nel pool istruì il maxiprocesso contro Cosa Nostra e, come gli altri magistrati, assistette alla carneficina dei più fidati collaboratori: Boris Giuliano, Nini Cassarà, Roberto Antiochia, Calogero Zucchetto, Giuseppe Montana. E anche il capitano Basile e l'ufficiale che lo sostituì, D'Aleo. 
Nel 1986 fece domanda per la procura di Marsala, per aprire un filone d'indagini sulle cosche del trapanese: vinse davanti a giudici più anziani e questo fece da spunto per l'articolo di Leonardo Sciascia uscito sul corriere il 10/1/1987 “I professionisti dell'antimafia”.
Quanti intendevano attaccare il pool e quei magistrati così inflessibili nei confronti di Cosa nostra ebbero da quell'articolo ulteriori strumenti (ancora adesso viene citato, dai presunti garantisti per attaccare i “giustizialisti”).
A Trapani fa da chioccia ad una nuova leva di magistrati che poi si portò a Palermo, tra cui Antonio Ingroia e Alessandra Camassa.

Nel luglio 1988, Borsellino si espone pubblicamente per denunciare lo smantellamento del pool di Palermo, prima in una presentazione di un libro e poi in un intervista con Saverio Lodato.
Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, intervista Paolo Borsellino"Lo Stato si è arreso: del pool antimafia sono rimaste macerie"Signor procuratore, perchè questo sfogo, perchè ha deciso di uscire allo scoperto su un tema così scottante? 
"Perchè dopo tanti anni di lavoro, prigioniero nel bunker di Palermo, sento il dovere di denunciare certe cose. E anche perchè non sono venuto qui a Marsala per isolarmi. Io sono venuto a fare il procuratore della Repubblica a Marsala per continuare ad occuparmi di mafia, per lavorare qui ma lavorare contemporaneamente anche con Falcone a Palermo, con il giudice ad Agrigento, con altri magistrati a Catania o a Trapani. E invece tutto questo non sembra possibile. Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata,come prima, più di prima".
Saverio Lodato, giornalista de "L'Unità", intervista Paolo Borsellino"Vogliono smantellare il pool antimafia"
Dottor Borsellino, tutti conoscono il clima di polemiche che ha preceduto e seguito la nomina del nuovo capo dell'Ufficio istruzione. Falcone non ce l'ha fatta. Non c'è il rischio di riaprire antiche polemiche?
"Sono fra quelli che non hanno ami pensato che si dovesse dare un "premio" particolare a Falcone. Si trattava semmai di tutelare la continuità con le direzioni di Chinnici e Caponnetto. Si trattava cioè di garantire una soluzione interna all'Ufficio, senza pause o pericolose soluzioni di continuità in certe indagini".
Lei è procuratore capo a Marsala. Vuol dire che con l'Ufficio istruzioni si sono "rotti i telefoni"?
"Qui, a Marsala, ho avuto modo di occuparmi di una potente cosca di Mazara del Vallo sulla quale indagano anche i giudici palermitani. Mi sembrava quindi di fare la cosa più normale rivolgendomi all'Ufficio istruzione: non ho avuto alcna risposta. Strano, davvero molto strano".
Qualche giorno fa, ad Agrigento, durante la presentazione di un libro sulla mafia in quella città, curato da Giuseppe Arnone, lei si è detto molto preoccupato anche della situazione delle forze di Polizia.
"Bene: l'ultimo rapporto di Polizia degno di questo nome risale al 1982. Era il dossier intitolato Michele Greco più 161. Da allora ad oggi non è stato presentato più alcun rapporto complessivo sulla mafia nel Palermitano. Se si escludono alcuni contributi del reparto anticrimine dei carabinieri, il vuoto è assoluto: nessuno, per esempio, che si sia posto il problema di capire quali effetti ha provocato negli equilibri fra le famiglie di Cosa Nostra la sentenza del maxi-processo. Recentemente, invece, il dottor Nicchi, capo della squadra mobile di Palermo, ha dichiarato pubblicamente che lui "lavora per la normalizzazione". Francamente non capisco una frase del genere detta da un funzionario di polizia."
Il capo della sezione omicidi della Squadra Mobile, Francesco Accordino, è stato trasferito a Reggio Calabria e da qualche mese si occupa di raccomandate rubate, presso la polizia postale. E' un caso?
"So solo che la Squadra Mobile, dai tempi delle uccisioni dei poliziotti Cassarà e Montana, era rimasta decapitata. Lo staff investigativo è a zero".
Qualche giorno fa il giudice Falcone ha affermato che non esistono prove dell'esistenza di un "terzo livello", inteso come superdirezione politica della "cupola" militare della mafia; ha aggiunto che molti uomini politici siciliani erano e sono adepti di Cosa Nostra. Che ne pensa?
"Sull'inesistenza del terzo livello concordo con lui. Per la seconda parte del ragionamento non dispongo di informazioni particolari, poichè da due anni vivo a Marsala, ma è risaputo che esiste un'area di reticenza dichiarata, da parte di Buscetta, proprio nelle sue confessioni".
Perchè lancia oggi questo grido d'allarme?
"Il momento mi sembra delicato. Avendo trascorso tanti anni negli uffici-bunker di Palermo sento il dovere morale, anche verso i miei colleghi, di denunciare certe cose".
Scoppia il “caso Palermo”: Borsellino dovette difendersi dalle accuse rivoltegli dal CSM (il procedimento fu anche chiesto da Cossiga, allora presidente). CSM che salomonicamente concluse con un ammonimento al giudice per l'intervista, ma non prese misure contro Meli (il successore di Caponnetto) o fece altro.

La convalida del maxi in Cassazione nel gennaio 1992, portò alla reazione dei corleonesi: l'omicidio di Salvo Lima, la prima trattativa (da parte di alcuni politici siciliani, che incaricano uomini dei servizi per contattare i boss per fermare i sicari).

Borsellino viene a sapere di Capaci mentre è dal barbiere: Falcone gli muore dalle mani, e da quel momento capisce quanto sia rimasto da solo.
Inizia  qui il tradimento di Borsellino, l'uomo solo: chiede di essere ascoltato dai magistrati di Caltanissetta che indagano sulla strage e non verrà mai contattato. Il CSM gli nega “gentilmente” il trasferimento a quella sede, per seguire in prima persona le indagini, perchè troppo coinvolto.
Il ROS avvicina Vito Ciancimino per cercare di aprire una trattativa, e Borsellino lo viene a sapere quasi per caso da Liliana Ferraro (il successore di Falcone al ministero).

È stato ucciso per questo? Per non intralciare la trattativa?
Il pentito Mutolo gli confida alcuni nomi di importanti personaggi delle istituzioni a disposizione di Cosa Nostra: tra questi il numero tre del Sisde, Bruno Contrada, 'u dutturi.
Contrada è proprio l'uomo che incontra al Viminale, chiamato dal neo ministro Mancino il 1 luglio: “vedo la mafia muoversi in diretta” confida al figlio.
Capisce di essere un uomo morto:
“Non sarà la mafia ad uccidermi ma saranno altri. E questo accadrà perchè c'è qualcuno che lo permetterà. E tra quel qualcuno, ci sono anche miei colleghi ..”.
Il 19 luglio, un'altra autobomba esplode in via D'Amelio (il questore e il prefetto in seguito saranno cacciati per non aver bonificato la zona): muore Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Sparisce l'agenda rossa (come l'agenda elettronica di Falcone, come l'archivio di Dalla Chiesa, come la relazione di Pio La Torre). Da Roma arriva un funzionario della polizia che risponde solo al ministro, che con la sua squadretta porterà alla pista Scarantino.
Troppo tardi scopriremo che era tutto inventato....
La trattativa andrà avanti, con altri interlocutori: Riina e i suoi “macellai”, possono finire dietro le sbarre.

L'ultima intervista di Borsellino, dove parla di Mangano, Dell'Utri e cavalli ..


Uomini soli, Pio La Torre
Uomini soli, Giovanni Falcone

Il link per ordinare il libro su ibs.    
Technorati: Paolo Borsellino

21 maggio 2012

Uomini soli, Giovanni Falcone

« © Franco Zecchin »

"Non avrebbe voluto diventare un eroe, Giovanni Falcone.
Perché era convinto che uno stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno di tanti sacrifici individuali.
Per Falcone, la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di una istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità e dunque la vulnerabilità dei singoli operatori dell'Antimafia:
" Quando esistono degli organismi collettivi," diceva" quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una sola persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere."

Non avrebbe dunque , falcone, voluto diventare un eroe.
"Vale la pena," gli avevo chiesto durante un'intervista televisiva del gennaio 1988 "vale la pena di rischiare la propria vita per questo stato?"
E lui rispose, un po' sconcertato: "Che io sappia, c'è soltanto questo stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l'espressione."
Non eroe per vocazione, ma servitore dello stato: questo era il giudice Falcone."
( stralcio da : Nota introduttiva all'edizione 1995 di Cose di Cosa Nostra - ibs)

La cosa che da più fastidio, nel leggere le storie di questi uomini soli (“Uomini soli” Attilio Bolzoni) è il ritrovare sempre le stesse persone, nelle istruttorie di Falcone e Borsellino, nel j'accuse di La Torre e in quelle di Dalla Chiesa. I notabili della Democrazia Cristiana in Sicilia e a Roma, certi costruttori che coi soldi della ricostruzione dell'isola divennero milionari in poco tempo. Le banche, l'omertà sui conti dei mafiosi.

E c'è anche un'altra cosa: questi uomini soli che oggi, da morti celebriamo ad ogni anniversario, sono stati da vivi attaccati, infangati, diffamati, messi da parte talvolta.
Come Giovanni Falcone, il terzo protagonista del racconto di Bolzoni: da vivo, perse tutte le sue battaglie. Venne bocciato dal CSM per il posto di Caponnetto all'ufficio istruzione. Venne bocciato come alto commissario antimafia (al suo posto fu scelto Domenico Sica, uno che aveva aperto molte inchieste aperte, ma ne aveva chiuse poche).
Bocciato come superprocuratore antimafia: il CSM gli preferì Cordova.

Ma fu attaccato anche sui giornali come Il giornale di Sicilia che pubblicava le lettere della “brava gente” che non sopportava più le sirene della sua scorta che turbavano il loro riposo (notoriamente, la mafia non disturba ..):

è mai possibile che non si possa, eventualmente, riposare un poco nell'intervallo dle lavoro e, quanto meno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Non è che questi
«egregi signori» potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette alla periferia della città, in modo tale che sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori e l'incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siano regoralmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)?


« © Franco Zecchin »


Attaccato, assieme a Chinnici, per la sua volontà di fare la lotta alla mafia, seguendo la scia dei soldi (come aveva cercato di fare anni prima Boris Giuliano alla Mobile): i proventi del traffico di droga che finivano dentro le banche, per essere poi riciclati, magari al nord.
Per Falcone, che proveniva dal tribunale fallimentare, tutto cominciò col fascicolo sul costruttore Spatola, un ex carrettiere che in pochi anni divenne milionario. Grazie alle licenze di Caincimino e Lima al comune.
Seguendo questa pista, era arrivato ad indagare su Sindona e la sua fuga in Sicilia nell'estate del 1979: Sindona che aveva riciclato nel passato i soldi delle famiglie della mafia, i Bontade e gli Inzerillo.


Poi gli anni del pool, istituito da Antonino Caponnetto (dopo la morte di Rocco Chinnici, per l'autobomba del settembre 1983): tutte le indagini che riguardavano la mafia (questa parola che non si poteva pronunciare e che fino a poco tempo prima veniva negata) venivano assegnati ai giudici del pool (Falcone, Borsellino, Di Lello, Guarnotta). In questo modo si applicava anche a Palermo quel metodo che Caselli aveva applicato con buoni risultati, a Torino contro le BR.


Forse non si sarebbe arrivati al Maxi Processo se non ci fosse stato Tommaso Buscetta: estradato in Italia nel 1984, dagli uomini della Criminalpol di De Gennaro, Manganelli e Pansa, instaurò con Falcone un rapporto di fiducia. Pur rimanendo un mafioso, Buscetta si sentiva tradito dal nuovo corso di Cosa Nostra, il regime del terrore creato da Riina e i corleonesi.
Buscetto permise a Falcone di andare in Turchia e capire il loro linguaggio senza parlare coi genti. Permise al pool di riscostruire collegamenti di famiglie, comprendere omicidi (ma non affrontò mai all'inizio i legami mafia politica) e logiche interne alla mafia:
Con Buscetta ci siamo accostati all'orlo del precipizio, dove nessuno si era voluto avventurare, perchè ogni scusa era buona per rifiutare di vedere, per minimizzare, per spaccare il capello e le indagini in quattro, per negare il carattere unitario di cosa nostra [dal libro scritto di Marcelle Padovani].

L'estate del 1985 è quella della decapitazione della mobile di Palermo, con gli omicidi di Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Beppe Montana.



Il maxi processo a Palermo, iniziato a Palermo il 10 febbraio 1986 e concluso il 16 dicembre 1987 fu l'unica vittoria nella carriera del giudice. Ma segnò anche la sua condanna: “lei ha aperto un conto con la mafia che si concluderà solo con la morte” lo avverte Buscetta.


Iniziano le vendette trasversali dei corleonesi di Riina, ma iniziano anche gli attacchi al pool e in special modo a Falcone. Le lettere del corvo che raccontavano calunnie che però finivano regolarmente sui giornali.


L'insediamento di Meli all'ufficio istruzione, segnò l'inizio della morte di Falcone: morte di cui responsabili morali sono anche quei magistrati che per invidia, timore di questo magistrato così ingombrante, gli votarono contro nel CSM. Il pool fu smantellato, i giudici tornarono ad occuparsi di quei processetti (come l'eccellenza Pizzillo chiedeva a Chinnici anni prima) senza andare a disturbare banche e altri potenti.
La normalizzazione dell'antimafia (che anche oggi piace a tutti i governi di qualsiasi colore), per cui esiste un preciso livello fin cui si può indagare, oltre no.


Con l'attentato all'Addaura del 21 giugno 1989, capì che si trovava di fronte a menti raffinatissime: “ci troviamo di fronte a gente che tende a orientare certe azioni della mafia. Esistono punti di collegamento ra i vertici di cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile, se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”.


Come per le lettere del corvo, anche l'Addaura portò altre calunnie, altro fango: la bomba se l'è messa lui.
Falcone è messo all'angolo, relegato ai margini della procura dal nuovo corso del procuratore capo Giammanco. Come Pio La Torre dopo la sua rimozione come segretario provinciale del Pci, come Dalla Chiesa.

Si sfoga, scrivendo sul suo palmare, parlando con gli amici, pochi :
“Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici, certe dichiarazioni, certi comportamenti valgono a individuare la futura vittima senza che essa se ne renda minimamente conto. Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.”

Nel 1991 viene chiamato dal ministro socialista Claudio Martelli a capo dell'ufficio affari penali nel ministero della Giustizia.
Lontano dal palazzo dei veleni, Falcone trova nuovi stimoli per la lotta alla mafia: la superprocura, il pacchetto antimafia (una nuova legge sui pentiti, il 41 bis, le confisce dei beni dei mafiosi). E, col provvedimento sulla turnazione delle sezioni della Cassazione impedisce che sia la prima sezione della Suprema Corte ad occuparsi del maxi processo.
Ovvero l'ammazza sentenze Carnevale.
Carnevale che ha smontato i processi su Licio Gelli, la condanna su Michele Greco, sulla strage dell'Italicus, ha ordinato un nuovo processo per la strage del treno 904, ha respinto il ricorso di Enzo Tortora che chiedeva che il suo processo venisse spostato da Napoli, ha trasferito quello sui fondi neri dell'Iri da Milano a Roma....
Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma: cosa nostra esiste ed è una struttura unitaria e piramidale.
E cosa nostra presenta il conto: a marzo l'omicidio di Salvo Lima. I sicari seguono Falcone e la scorta a Roma, ma il segnale deve arrivare forte, a Palermo.
A Capaci il 23 maggio 1992, i sismografi registrano una scossa: sono i 500 kg di tritolo che uccidono Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco di Cillo.
Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, moriranno poche ore dopo.
La convergenza di interessi si è compiuta.

Riina, come un limone spremuto, potrà essere arrestato poco più di 6 mesi dopo.
E ora, 20 anni dopo, ci tocca pure vedere certi personaggi che ne ricordano la memoria?
Uomini soli – Pio La Torre
Uomini soli – Carlo Alberto Dalla Chiesa

Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati:

24 luglio 2011

Il capo dei capi di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo

L'ascesa al potere del contadino di Corleone: dalla casa di rua della Piana, fino al covo nel residence in via Bernini 54 a Palermo.

Totò Riina, il capo dei capi: la sua storia meritava di essere raccontata, spiegano nella premessa i due giornalisti Bolzoni e D'Avanzo. Dagli anni della guerra mondiale, quando si ritrovò capofamiglia per la morte del padre nel 1943, fino alla cattura a Palermo, da parte degli uomini del capitano Ultimo, il 15 gennaio 1993.
"Chi siete? Chi vi manda?
"Ci mandano falcone e borsellino."

Con una postfazione, nell'edizione uscita nel 2010, che racconta dei figli di Totò, Giovanni e Salvo, entrambi finiti in carcere per mafia e dei nuovi equilibri dentro Cosa Nostra. Dobbiamo aspettarci una nuova guerra per stabilire chi prenderà il posto di Provenzano (arrestato nel 2006), l'arrivo degli scappati dall'america (gli Inzerillo) cambierà il peso delle famiglie in Sicilia? Cosa ha in mente Matteo Messina Denaro?

Il libro racconta della carriera criminale dentro Cosa Nostra di Riina che, dai campi attorno a Corleone dove lavorava col padre, è arrivato a comandare tutta Cosa Nostra: una carriera nel segno del terrore, della violenza e delle tragedie.

Totò il corto, Totò il viddano (come erano chiamati in modo sprezzante i mafiosi che venivano dalle province dell'interno, dai mafiosi palermitani): Totò la serpe che cresciuto nella banda di Luciano Liggio, sapeva già dove voleva arrivare. A comandare su tutti, senza nessuna commissione o cupola da convocare.

Il capo dei capi mette uno dietro l'altro le vittime della sua brama di potere, la scia di sangue: dal sindacalista Placido Rizzotto, ucciso e fatto sparire nella foiba di Rocca Busambra, al dottor Michele Navarra, ucciso per prenderne il posto nel 1958.

Ucciso assieme ai mafiosi della sua banda, con la stessa assenza di pietà, come avrebbe poi più tardi fatto con gli Inzerillo, i Bontade, i Badalamenti nella seconda guerra di mafia. Sterminati finchè non ne sarebbe rimasto vivo nessuno.

In mezzo una scalata al potere fatta a piccoli passi, mettendo zizzania tra le famiglie, facendo il "tragediatore", ovvero rivelando ad uno complotti inesistenti orditi da altri, per mettere una famiglia contro l'altra. Altro che uomini d'onore, altro che rispetto: spesso Riina non faceva conoscere all'esterno della sua famiglia nemmeno gli uomini d'onore che combinava.

Riina istituì, una volta arrivato in cima alla cupola, un regno di terrore: non solo sterminò tutti i nemici, ma la stessa sorte toccava anche a chiunque si permetteva di disobbedire ad un suo ordine. O cercava di crearsi un suo spazio: non era più tempo per la vecchia mafia dove i capi si parlavano tra loro per trovare un accordo. Ora tutto era nelle mani di una persona sola: per gli altri era pronta una corda, e una vasca di acido con cui far sparire il corpo.

Nel libro un aspetto che viene ripetuto più volte riguarda la differenza tra i corleonesi e le altre famiglie: Cosa Nostra è una cosa, i corleonesi un'altra. Riina si fidava di poche persone : Luciano Liggio, Binnu Provenzano, Calogero Bagarella (fratello di sua moglie Ninetta) e poi Leoluca Bagarella. Un vincolo consolidato anche da legami matrimoniali: Bagarella fifanzato della sorella di Totò, quest'ultimo fidanzato della sorella di Calogero. Come un clan, come una tribù. Vito Ciancimino, il figlio del barbiere di Corleone, importante esponente della DC siciliana: uomo del sacco di Palermo (assieme a Lima, al ministro Gioia, al costruttore Vassallo) nelle mani dei corleonesi.

Ma "Il capo dei capi" racconta di tanti altri personaggi attorno ai boss: come Ninetta Bagarella, la "maestrina della mafia", la donna innamorata del suo Totò, che gli diede 4 figli registrati tutti regolarmente all'Asl. Mario Francese, il giornalista che da prima seguì la crescita di questo gruppo criminale così anomalo. Il commissario Mangano, arrivato a Corleone con la corriera per arrestare i responsabili dell'omicidio di Placido Rizzotto.
Mario Vitale, il primo pentito della mafia: pentito in senso proprio, lui che era cresciuto in un contesto mafioso fatto di omicidi, estorsioni, violenza.

I mafiosi della vecchia mafia, tutti spazzati via dall'orda dei barbari coi "peri incritati": Peppe di Cristina, Giuseppe Calderone, Michele Greco, il doppiogiochista, Tano Badalamenti, Totò Inzerillo, Stefano Bontade e il boss dei due mondi Tommaso Buscetta. Quello che con le sue rivelazioni permise ai giudici del pool di Palermo e al magistrato Giovanni Falcone, di vedere da dentro cosa era Cosa Nostra, quali le sue leggi, quale la sua struttura.

Dall'altra parte della barricata, giudici, poliziotti, carabinieri, giornalisti: Pietro Scaglione, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuele Basile, Giuseppe Russo, Ninni Cassarà, Roberto Antochia, Calogero Zucchetto, Boris Giuliano.

Il giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese, che aveva intuito fin da subito la pericolosità e le ambizioni di questi criminali che sapevano nascondersi bene da contadini.

La scia di omicidi politici: Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Pio La torre, Salvo Lima ....

Mai la mafia, prima di allora aveva aperto una sfida di questo genere con lo stato : con lo stato si tratta, non si spara .. dicevano i mafiosi vecchio stampo. Non così la pensava Riina, Il corto diceva ai suoi uomini : "alle volte quando il dito ti fa male e meglio tagliare tutto il braccio".

Una scia si sangue che, come pensava anche Buscetta, faceva intravedere l'ombra di qualcos'altro dietro i corleonesi.

L'ombra di un'entità, di un potere superiore nello stato che usò Cosa Nostra, una forza fuori dallo stato, per i propri interessi politici.

Dell'esistenza di questo Quarto Livello non c'è ancora la prova: esiste solo una cartolina che Vito Ciancimino si sarebbe mandato, con la lista di nomi di importanti uomini dei servizi, ministri della Repubblica, che avrebbero avuto rapporti con la mafia. Ma a prescindere da questo, troppe domande nascono dalle pagine del libro: chi ha protetto la latitanza per tanti anni ad un personaggio di questa ferocia? Come è stato possibile che per anni tutti i grossi processi per mafia (spostati da Palermo per legittima suspicione) siano finiti nel nulla? Il processo di Bari del 1969. Il processo dei 114 a Catanzaro per la strage di Ciaculli.

Come mai si sono dovute aspettare le morti eclatanti dell'onorevole Pio La Torre e del prefetto Dalla Chiesa per arrivare ad una legislazione antimafia efficace, come la legge Rognoni La Torre sulla confisca dei beni, e il 416 bis (che istituiva finalmente il reato di mafia)?
Come mai si è dovuto arrivare al maxi processo di Palermo istruito dal pool di Antonino Caponnetto nel 1986, per avere le prime condanne all'ergastolo per reati di mafia?
Come mai lo stato si è dimostrato così inefficiente (per non dire altro) negli anni in cui a Palermo si abbattevano villini liberty per costruire casermoni, negli anni in cui si trafficava e raffinava eroina (e che rese le famiglie ricchissime in pochi anni), negli anni della prima e della seconda guerra di mafia (un migliaio di morti e più tra il 1981 e il 1983)?

Ci sono ancora troppe cose da chiarire. Anche se adesso i due vecchi boss sono in carcere. Ora è tempo per un'altra mafia, meno rumorosa, meno “viddana” nell'aspetto: una mafia capace di entrare nell'economia reale, di entrare in prima persona nella politica e nelle amministrazioni locali.

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21 luglio 2011

L'ombra dell'entità (dietro la mattanza dei corleonesi)

Dal libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo, le riflessioni del più famoso pentito di mafia Tommaso Buscetta, sulla mattanza dei corleonesi di Riina contro i palermitani: i Bontade, gli Inzerillo, i Badalamenti.

"La mattanza di Palermo non si spiega solo con la ferocia dei Corleonesi ... I Corleonesi sono sempre stati delle iene che hnno consumato gli altri come hanno consumato se stessi .. Ma questa ferocia non c'era prima .. assolutamente .. neanche da parte loro. Sono cose, quelle che stanno accadendo a Palermo, che vanno oltre il problema mafioso .. oltre Cosa Nostra .. oltre Totò Riina. Io ci vedo un'altra mano, l'ombra di un'Entità.. dietro accanto, sopra o sotto, da qualche parte, c'è quella stessa entità che si mosse per salvare Aldo Moro ..."

"Io ero carcerato, allora .. Bontade mi mandò a dire di avvicinare dei brigatisti per vedere se si poteva fare qualcosa .. Stefano insisteva e Pippo Calò resisteva. Gli amici politici di Stefano volevano Moro libero, gli amici politici di Calò lo volevano morto .. A un certo punto, Calò glielo disse pure: 'Stefano , non lo capisci che uomini politici di primo piano del tuo partito non vogliono salvare la testa a quello!'.

"Lì cominciano le cose strane, in quell'anno lì .. e continuano l'anno dopo. L'anno dopo, io ero ancora carcerato a Cuneo. Stefano mi mandò l'ambasciata di parlare con i terroristi. Se si ammazzava il generale Dalla Chiesa in qualsiasi posto d'Italia, i terroristi avrebbero accettato di rivendicare l'omicidio? E di fare il volantino? Questo dovevo chiedere. Io circuii un brigatista che era con me, uno importante perchè aveva partecipato al sequestro Moro. E gli dissi .. logicamente non facendo affermazioni, nello stile mafioso: 'Sarebbe bello uccidere il generale Dalla Chiesa perchè a voi da disturbo. Ma se qualcuno lo ammazzasse, il generale Dalla Chiesa, voi lo rivendicate?'
Quello mi rispose : 'Noi lo rivendichiamo solo se uno di noi partecipa'."

"Io mandai l'ambasciata indietro e il generale Dalla Chiesa rimase vivo .. Già, ma che interesse aveva Cosa Nostra a uccidere Dalla Chiesa, che aveva incarcerato solo terroristi e non aveva disturbato la mafia? Mah, Cosa Nostra non poteva avere nessun interesse. L'interesse era solo dell'Entità.. della stessa Entità che sempre in quell'anno, il 1979, chiese a Nino Salvo se si poteva uccidere a Roma un giornalista, un tale mino Pecorelli, che dava fastidio. Quello poi morì sparato e nessuno mi leva dalla testa che la morte di Pecorelli e la scannata di Dalla Chiesa sono la stessa cosa .. ".

"Pure Tano Badalamenti me lo disse: 'Pecorelli e Dalla Chiesa vanno a braccetto'. Tutti quegli anni furono un mischiarsi strano .. Era appena morto Percorelli, era appena morto quell'avvocato a Milano, come si chiamava? quello che stava addosso a Sindona .. Ambrosoli .. Qualcuno aveva chiesto di uccidere Dalla Chiesa e appare Sindona in Sicilia".

"Io penso: questo lo scannano, con tutti i soldi che ha fatto perdere a Cosa Nostra. E invece no .. Quando chiedo a Stefano Bontade che cosa è venuto a fare, quello mi risponde: 'E' venuto a dirci che lui voleva il separatismo e chiedeva una mano per il golpe ..'".
"Gli chiedo, a Bontade: 'E voi che avete risposto?'".
"Mi dice: 'Quello è pazzo, lo abbiamo preso a calci in culo ..'".
"Non glielo dissi, ma pensai: 'Minchia, e per prenderlo a calci in culo cinquanta giorni ci hanno messo?'".

"Stefano non mi raccontava sempre tutto .. diceva quello che voleva lui.. una cosa è la regola di dire la verità se si parla di Cosa Nostra, altra se si chiacchiera degli affari di famiglia .. Si vede che Sindona era un affare di famiglia. Io me lo posso immaginare quello che è successo al villino dei suoceri di Rosario Spatola, con una bella luce di settembre, all'ombra, nel giardino ...
Quelli, gli Inzerillo, gli Spatola, i Gambino, Stefano, stanno tutti attorno al banchiere .. e il banchiere parla parla .. Sa che, se non li convince, è un cadavere. Sa che, per tornarsene in America, o gli da i soldi, o gli da qualcos'altro. E visto che i soldi se li era persi, gli deve aver dato qualcos'altro... E che gli poteva dare in cambio uno come quello? I suoi segreti, gli poteva dare.".

"Ecco perchè se lo tengono a Palermo cinquanta giorni .. Altro che golpe, altro che calci in culo .. Quelli, Stefano, Totuccio, don Saro, se lo sono spolpati ben bene e quando non aveva più nulla da dire lo hanno rimandato in America. E nelle loro mani è rimasto un bel cofano di ricatti .."

"Povero Stefano mio, a un certo punto i segreti di Sindona sono diventati piume in confronto ai suoi".
"Già, Sindona era uno che la sapeva lunga sulle Entità politiche di Roma e se poi, tra quelle, c'era anche l'entità che gli aveva chiesto di far sparire Pecorelli e Dalla Chiesa, quell'entità era nelle mani di Stefano .. Chi lo sa che ha combinato Stefano? Mica mi stranizzo se, a un certo momento, dopo avere fatto favori ha cominciato anche a chiederne .. magari dicendo e non dicendo, con uno stile mafioso .. E quell'Entità ha capito che era completamente nelle sue mani, che non poteva dire di no, nemmeno se pensava di dire di no perchè Stefano sapeva di quelle cose, ormai lo prendeva e lo shiacciava come uno scarafaggio".

"Stefano deve aver creduto di avere tutto in mano e invece eccoci qua .. l'Entità si deve essere organizzata e, perchè, no, magari con quel fango di Calò .. Come se avesse cambiato parrocchia .. Ha fatto capire a Calò, ai suoi amici di Corleone, a Ciancimino, a Salvino Lima, ai Salvo, che era sì amico di Stefano, ma poteva essere amico anche di altri.. e che se Stefano avesse fatto una brutta fine .. si poteva essere ancora più amici, si poteva essere una cosa sola. E quelli lo stanno accontentando alla maniera Corleonese, scannando, dopo Stefano, tutti i bontade e, dopo Totuccio, tutti gli Inzerillo e i Di Maggio .. Testimoni, i corleonesi, non ne lasciano mai. L'entità può starne sicura."

Il capo dei capi, pagine 167-170.
Lo Stefano di cui parla Buscetta e Stefano Bontade, l'entità di cui all'inizio non fa il nome, nemmeno con Falcone, è Giulio Andreotti.

Technorati: Attilio Bolzoni , Giuseppe D'Avanzo

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