Sono diversi gli argomenti affrontati nei servizi che andranno in
onda questa sera a Report.
Si inizia con la questione dei
brevetti sui semi delle piante (mais, colza,..): oggi le prime
tre multinazionali del seme detengono il 53% del mercato mondiale di
semenze, col risultato di controllare la produzione degli
agricoltori. E che nessuno si azzardi a piantare da sé semi nei
propri campi: possono arrivare i controllori di queste grosse
multinazionali a chiederti di pagare il brevetto.L'insostenibile
brevetto, di Piero Riccardi
“...Per fare un tavolo ci vuole un albero,
...per fare un fiore ci vuole un seme”, così cantava Sergio
Endrigo, riprendendo una filastrocca di Gianni Rodari. Era il 1973.
Un anno dopo due ricercatori americani, Watson e Crick, presentavano
al mondo l’elica del Dna. Così, se Endrigo quella filastrocca la
cantasse oggi, dovrebbe dire che per fare un seme ci vuole un
brevetto.Un viaggio inchiesta nell’intreccio che lega
industria chimica e semi coperti da copyright. Secondo uno studio
della Fao, negli anni ‘70, c’erano 7000 compagnie sementiere e
nessuna superava l’1% del mercato mondiale. Oggi, le prime tre
compagnie detengono il 53%, le prime dieci il 76% e tra queste sei
coprono ben il 75% del mercato planetario dei pesticidi. Numeri che
rivelano già l’intreccio indissolubile tra chi produce semi e chi
produce i veleni per le erbe indesiderate. Ma tutto questo è
sostenibile? E fino a quando? E soprattutto ci sono
alternative?
L'anteprima
su Reportime:
La storia di Percy Schmeiser è ancora attuale per
i temi che sollevò per prima. Soprattutto perché in qualche modo la
disputa legale tra la multinazionale del seme brevettato Monsanto e
l’agricoltore di colza del Saskachewan, Canada, alla fine terminò
alla pari.La colza trovata nei campi di Schmeiser era la
colza brevettata da Monsanto, quella che era stata modificata
geneticamente per renderla resistente all’erbicida comunemente
conosciuto come glifosate. Poco importava il fatto che Schmeiser
dichiarasse che lui i semi se li era sempre rifatti da solo, e che
probabilmente la sua colza era stata semplicemente impollinata da
quella dei campi vicini: al secondo grado di giudizio i giudici
dissero che Schmeiser doveva sapere che quella nel suo campo era la
colza brevettata dalla multinazionale e lo condannarono a pagare sia
i danni richiesti da Monsanto sia le spese legali.Schmeiser però è uno tosto e si appellò alla
Corte Suprema del Canada, che accolse parzialmente il suo ricorso
perché riconobbe che non avendo utilizzato il glifosate, Schmeiser
non aveva tratto alcun vantaggio nell’aver utilizzato la colza
Monsanto, e decise così che nulla era dovuto da parte
dell'agricoltore a Monsanto.Tuttavia la sentenza confermò anche la validità
di Monsanto a far valere i suoi diritti sull’utilizzo della
sua colza attraverso i Technology Use Agreements: contratti per cui
gli agricoltori non possono conservare il seme per una risemina
l’anno dopo; che permettono a Monsanto (o ad altre aziende) di
inviare i suoi ispettori a controllare campi e magazzini della
fattoria per i tre anni successivi alla coltivazione della sua colza,
o mais, o soia, o cotone con il gene modificato e brevettato; nonché
stabiliscono sanzioni, penali e danni salatissimi se l’agricoltore
non rispettasse il contratto.Controllare le piante, metterci sopra un brevetto
o renderne i semi sterili e riattivabili con chiavi chimiche, i
cosiddetti semi zombi, è un potere enorme, che le grandi compagnie
farmaceutiche e chimiche hanno colto al volo, a partire dal 1974,
anno di nascita delle biotecnologie.Monsanto, Bayer, DuPont, Syngenta, a partire degli
anni 80 iniziano a fare incetta di società sementiere. Pat Mooney,
fondatore dell’Etc Group, che studia le concentrazioni economiche
nelle corporations agro-industriali ci dice: «Secondo uno studio
della Fao, negli anni 70, c’erano 7000 compagnie sementiere e
nessuna superava l’1% del mercato mondiale. Oggi, le prime 3
compagnie detengono il 53% del mercato dei semi , le prime 10 il 76%
e tra queste, 6 coprono il 75% del mercato mondiale dei pesticidi».Concentrazioni e conflitti di interesse senza
limiti, ma quali sono le conseguenze economiche all’introduzione
dei diritti proprietari sulle sementi? “Limita l’utilizzazione
della semente” ci dice Maria Fonte, economista alla Federico II°
di Napoli che su questa tema ha scritto un libro Organismi
geneticamente modificati. “Restringe le varietà che si possono
produrre e in qualche modo il brevetto sui semi ottiene l’effetto
contrario di quello che dovrebbe essere il presupposto iniziale:
incentivare l’innovazione. È assurdo che all’interno di
un’organizzazione mondiale che vuole promuovere il libero
commercio, poi si negozia e si firma un accordo per la protezione dei
mercati, formalmente il mercato, ma quello che si sta difendendo non
è il mercato ma il monopolio.”
Di dismissioni dei nostri beni
pubblici si occupa Giorgio Mottola: benvenuti nel supermercato
Italia.
Perfino i giornali stranieri invitano i più
facoltosi a mettere le mani su parti del patrimonio italiano, perché
conviene. E così si sono organizzati: ci sono agenzie immobiliari
che hanno inviato i loro manager nel Chianti per vendere casali e
castelli principeschi con annesso panorama mozzafiato. A Rovigo si è
addirittura costituita un’associazione per facilitare l’acquisto
ai Russi di parti del nostro Paese. E così a Pisa sono arrivati
decine di magnati russi per comprare il porto, una serie di Hotel e
una quarantina di immobili dal valore monumentale.
Bernardo Iovene torna ad occuparsi di cave (dopo
il servizio del 2011 dove si parlava tra l'altro anche di cave
usate come discariche): siamo a Carrara, patria del marmo, in una
storia di mancate concessioni e frodi (presunte) fiscali. L'editto
di Bernardo Iovene:
Le ottanta cave di Carrara sono gestite da quasi
duecento imprese, la maggior parte di queste lavora senza concessione
comunale. Cioè sono autorizzate in modo provvisorio. Tutto è fermo
perché nel 1751 Maria Teresa, principessa di Carrara, stabilì che
chi in quel momento coltivava le cave ne diventava possessore. Questo
regime è durato fino al 1994, quando il sindaco Emilia Fazzi
Contigli per la prima volta istituì un regolamento che prevedeva
concessioni onerose e temporanee.Ma quando fu eletto un nuovo sindaco azzerò tutto
tornando al regime precedente. Oggi le cave di marmo sono autorizzate
dal Comune per 29 anni rinnovabili automaticamente, e gli
imprenditori pagano un prezzo stabilito in trattativa. Insomma la
cittadinanza ci guadagna ben poco. E invece la legge nazionale
prevede un bando di gara e il pagamento di una percentuale fissa sul
prezzo di mercato. A complicare la situazione è intervenuta la
Procura: sotto indagine una decina di imprenditori che avrebbero
venduto i blocchi di marmo in India e Cina fatturando solo una
piccola percentuale e frodando così il fisco.
Infine la crisi di una importante
azienda del made in Italy in Molise.
Torniamo ad occuparci anche delle sorti
dell’Ittierre, la più importante azienda del fashion italiano che
è di nuovo in crisi. Da sola produceva circa il 10% del pil del
Molise, era entrata in crisi nel 2009, e per salvarla erano
intervenuti il governo prima e la Regione poi con una fidejussione di
12 milioni. Dopo aver speso milioni di euro pubblici, dopo due anni
di amministrazione straordinaria e altrettanti di gestione privata,
hanno portato i libri in tribunale. Migliaia di lavoratori, alcuni
altamente specializzati, rischiano di rimanere per strada.
Nell’inchiesta abbiamo provato a ricostruire come mai una delle più
prestigiose aziende del made in Italy è stata ridotta con le pezze
sul sedere.