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02 marzo 2025

Anteprima inchieste di Report – il re dei vini, il petrolchimico di Priolo, l’ospedale Forlanini, le Marche e la Roma criminale

Questa sera Report si occuperà del “re del vino”, Rccardo Cotarella, l’enologo dei vip che ha aiutato, tra gli altri, Vespa e D’Alema, a fare il vino.

Poi un servizio sull’inquinamento degli idrocarburi in Sicilia, dove italiani con pari diritti pagano a caro prezzo il vivere accanto alla raffineria che rifornisce di benzina il resto del paese. Ma da dove viene il petrolio?

La rendita sicura della condannata

L’inchiesta di Giulia Presutti tocca riguarda un’azienda informatica, la Imperial Eagle fondata da un tecnico informatico coinvolto nell’inchiesta “grande raccordo anulare” Alessandro Telich.
Dopo l’arresto, la proprietà è passata alla madre, Iolanda, dipendente di Ama, ma che risulta anche socio unico di questa società basata a Dubai.
Sestina Fabietti è invece la sorella di Fabrizio Fabietti, socio di Diabolik e arrestato nell’ambito di questa inchiesta: i giudici l’hanno ritenuta organica all’organizzazione, era la “cassiera” dell’organizzazione ma la Cassazione le ha lasciato le proprietà immobiliari dopo il decreto di confisca del Tribunale di Roma del 2007.
Sestina e Fabrizio sono stati indagati anche per usura: i Fabietti avrebbero usato l’amico Petrucci per trasformare il denaro guadagnato in forma illecita in investimenti leciti, per esempio con l’acquisto di locali e immobili.
Il Tribunale aveva sequestrato i beni ritenendo che non fosse stato dimostrato che quel locale fosse stato acquisito con denaro di provenienza lecita – spiega alla giornalista Francesco Gianfrotta presidente della sezione GIP-GUP del Tribunale di torino – perché c’era una sproporzione tra i redditi ufficiali e il valore dell’immobile, la Corte di Appello ha invece ritenuto che il denaro fosse di provenienza lecita.
Se poi la persona negli anni continua a delinquere per altri reati è possibile aprire un altro procedimento o penale o di prevenzione con eventuali confische di altri beni ma non di quel bene.

LAB REPORT: IL BENE IMMOBILE di Giulia Presutti

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Nel 2019, l'indagine Grande Raccordo Criminale della procura di Roma ha smantellato un'organizzazione criminale dedita al traffico di cocaina e hashish. A capo del gruppo c'erano Fabrizio Piscitelli, meglio noto come Diabolik, e il suo socio Fabrizio Fabietti. Poco dopo la morte di Piscitelli, freddato in pieno giorno da un killer, Fabietti è stato arrestato insieme ad altri 56 indagati. Fra questi c'era anche sua sorella Sestina Fabietti, che aveva un ruolo chiave all'interno dell'organizzazione: riceveva e occultava il denaro proveniente dalla vendita della cocaina in diverse piazze di spaccio romane. Sestina Fabietti è stata condannata in Cassazione e a Roma le resta una proprietà immobiliare che le garantisce una rendita sicura.

Il turismo nelle Marche

Il 19 gennaio scorso Report si era occupata di Atim, l’agenzia del turismo voluta dal presidente della regione Marche, Acquaroli.

Un ente che non ha lasciato dietro un buon ricordo, anche per come sono stati gestiti i fondi regionali, come emerge anche dalla relazione della Corte dei Conti.

Nonostante questo, nel 2025 la regione ha stanziati altri 7 ml per Atim, per gestire attività di promozione: parte di questi fondi sono stati spesi per un nuovo spot celebrativo con protagonista l’atleta Gianmarco Tamberi, già protagonista dello spot girato nel 2024 e pagato 600 mila euro (per usare in esclusiva la sua immagine di atleta) e mai andato in onda in tv.

A fine gennaio finalmente sono iniziate le riprese: il presidente della regione ha definito questo spot “un viaggio emozionale nell’identità marchigiana”, notizia poi uscita su tanti giornali. Spunta anche una foto: lo post di Tamberi è stato girato a Monte Giorgio, in un resort situato in uno dei più bei posti panoramici della regione.

“Ma questa è anche una struttura che ospita al suo interno un ristorante la cui attività di somministrazione di alimenti e bevande è stata sospesa su richiesta dei NAS” - racconta il consigliere regionale Fabrizio Cessetti “l’autorità sanitaria locale dovrebbe essere anche questa sotto il controllo del presidente della giunta regionale.”

Lo scorso 19 agosto nell’ambito dell’operazione estate sicura i carabinieri del NAS di Ancona bussano alla porta di questo elegante wine resort, 23 camere, una suite con affaccio sulla piscina e sul giardino, cantina, sala degustazione. All’interno i carabinieri riscontrano gravi non conformità igienico sanitarie, sporcizia diffusa, incrostazioni di grasso, scarti alimentari sulle attrezzature, alimenti poggiati a diretto contatto sul pavimento.

LAB REPORT: THAT’S ATIM di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

A dicembre 2021 nasce Atim, l’Agenzia per il turismo e l’internazionalizzazione delle imprese della Regione Marche voluta dal governatore Francesco Acquaroli che ha tenuto per sé la delega dell’assessorato al Turismo. Tra affidamenti diretti senza bandi di gara e spot con super testimonial d’eccezione, la Corte dei conti ha bollato Atim come un doppione inutile e costoso dello stesso assessorato al turismo. Ma come vengono spesi i soldi dei marchigiani per promuovere la regione in Italia e all’estero? Solo tra il 2022 e il 2024 Atim ha speso 12 milioni di euro per finanziare la realizzazione di eventi, mostre e spot promozionali; e il 2025 è iniziato con un nuovo stanziamento da 7 milioni di euro. A gennaio, infatti, sono iniziate le riprese del video con il campione olimpico Gianmarco Tamberi, ma dove è stato girato?

Il disastro ambientale a Siracusa

A Siracusa può capitare che dal cielo non piova acqua, sporca o meno, ma petrolio.


Non è un miracolo, l’oro nero che cade sulle persone portando ricchezza e benessere. È solo la maledizione di vivere vicino ad una raffineria.

Una pioggia nera che macchia i vestiti, le macchine, tutte le cose su cui cade.
È la pioggia oleosa che arriva dalle ciminiere alle spalle della città: l’ultima volta, nello scorso agosto, è caduta di notte così nessuno ha corso il rischio di aspirarla, “ancora oggi non sappiamo se faccia bene respirarla” racconta al giornalista di Report un testimone dell’evento.

“Anche a toccarla, lei sa cosa sta toccando, se è veleno? Danno posti di lavoro, si può vivere ma non puoi dare il lavoro e poi ti tolgono la vita.. ”

L’episodio è stato causato da un problema alle ciminiere della raffineria ISAB, dove si trattano i reflui industriali del petrolchimico di Priolo, uno dei più grandi d’Europa. Report è andata a visitare le vasche di depurazione da cui si sospetta che siano evaporate sostanze inquinante.

Servivano le maschere per questa visita, dalle vasche salgono sostanze dannose per la salute se inspirate: sul pelo dell’acqua nelle vasche sono presenti delle macchie dovute a composti poco solubili e molto volatili – spiega il tecnico al giornalista di Report – tanto da sembrare olio.
Sono queste vasche quelle che salgono le sostante che inquinano l’aria, si sente un odore fortissimo nonostante la maschera, bruciano gli occhi.
I reflui industriali del grande impianto petrolchimico, capace di produrre da solo un terzo della benzina usata in Italia, finiscono in queste vasche e in parte evaporano in un tratto della costa tra Augusta Medilli, Priolo e Siracusa. Una delle zone con la più alta incidenza di tumori d’Italia.
Nel depuratore si depositano dei fanghi che sono un concentrato di veleni, con alta concentrazione di idrocarburi. In questo depuratore sono stati ritrovati anche dei fanghi non ancora smaltiti, 4 mila tonnellate, che non si sa come smaltire.

Da una parte la salute e la sicurezza ambientale e dall’altra l’impossibilità di chiudere un impianto che è il più grande petrolchimico italiano, mettendo la rischio la sicurezza energetica del paese. Quindi è intervenuto il governo Meloni con un decreto firmato dal ministro Urso e Pichetto Fratin: la soluzione non è particolarmente innovativa, si tratta di un copia e incolla del caso Ilva. Prima si dichiara Isab, il petrolchimico, una zona di interesse strategico, poi a settembre del 2023 si concedono delle deroghe alle emissioni. Antonio Mariolo, amministratore giudiziario dell’acquedotto siracusano di Ias, aveva ricevuto una copia del decreto sul suo telefono qualche mese prima, a marzo.

“Io l’ho chiamato decreto whatsapp nel senso che la circolazione è avvenuta attraverso whatsapp..”
Ci sono state differenze tra il decreto ricevuto sul telefono e quello poi pubblicato?
“La seconda versione era molto più permissiva” ha risposto Mariolo: è aumentato il tetto degli inquinanti autorizzati ad essere emessi dall’impianto, aumentano i limiti dei fenoli, degli idrocarburi totali, dei solventi organici aromatici.
Cosa è accaduto? Lo spiega un esponente di Confindustria Sicilia: dopo l’uscita del primo decreto le aziende locali contattano gli esponenti dei ministeri.

“Ogni azienda ha fatto le sue pressioni” spiega il dirigente di una di queste imprese a Report “e si è fermato tutto..”
Di fatto il decreto è stato ritirato su richiesta delle imprese: “se fai questo decreto noi chiudiamo perché sono dei limiti non raggiungibili nell’immediato”:

Di fatto, tutte le aziende nel siracusano non sono in grado di rispettare delle norme di sicurezza sanitaria e ambientale. Prima il profitto, col ricatto dei posti di lavoro, come a Taranto. Della salute se ne potrà parlare poi.

La scheda del servizio: IL MARE E’ COME L’OLIO di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione Madi Ferrucci

Un disastro ambientale e industriale rischia di affossare il più grande petrolchimico italiano, quello della provincia di Siracusa, che produce un terzo della benzina italiana. Report racconterà gli sviluppi dell’inchiesta sul depuratore IAS; sequestrato nel 2022 dalla magistratura, su cui si è aperto uno scontro politico tra i giudici siciliani e il Governo, finito davanti alla Corte Costituzionale. Anche un altro depuratore, gestito dal petrolchimico Isab, è finito sotto la lente dei magistrati, secondo i quali l’impianto avrebbe truccato le analisi sugli sversamenti in mare, producendo un grave inquinamento marino e atmosferico. Report indagherà anche sulla vera proprietà dell’impianto, ceduto dai russi di Lukoil a un fondo cipriota in seguito alle sanzioni contro il petrolio di Mosca. E svelerà, in collaborazione con Greenpeace, i traffici di petrolio russo nelle acque internazionali davanti al petrolchimico. La flotta fantasma di Mosca, infatti, ha scelto questa zona di Mediterraneo come hub per i trasferimenti di petrolio tra navi sanzionate e navi formalmente “pulite”, sembra, con l’obiettivo di violare le sanzioni. Una pratica che rischia di creare disastri ambientali, e che avverrebbe nel totale disinteresse delle autorità italiane.

Il re del vino

Riccardo Cotarella è definito il re dei vini, perché è uno degli enologo più influenti al mondo, l’unico a cui finora è stato dedicato un biopic, un film documentario sulla sua vita. Ha seguito e migliorato i prodotti di centinaia di aziende e creato vini per personaggi famosi in tutto il mondo, tanto da guadagnarsi l’appellativo di enologo dei vip.

Lo scorso novembre era presente al Merano Wine Festival dove ha ricevuto un premio: dopo l’evento Report ha seguito la master class tenuta dallo stesso Cotarella assieme al fratello Renzo, anche lui enologo.

L’evento aveva un taglio sociale: il vino che i presenti assaggiavano erano prodotto da una cantina palestinese, per la precisione vini della Palestina prodotti in una cantina in Israele, “quando i ragazzi devono andare dalla cantina alla vigna devono passare attraverso un muro, coi mitra puntati..” raccontava lo stesso enologo, spiegando l’importanza di supportare quei produttori a cui tutti hanno rivolto un augurio.

I fratelli Cotarella hanno dimostrato una grande sensibilità per i temi sociali anche attraverso l’impegno della loro azienda di famiglia. Ma qualcuno, durante l’evento, si accorge della presenza delle telecamere di Report, i giornalisti sono stati chiamati con discrezione dal responsabile della manifestazione che ha invitato loro di andarsene, perché i due enologi “si sentivano condizionati, si sentono quasi come ‘stai attento a quello che dici’ .. se ho questa richiesta da parte loro non posso ignorarla”.

Dal 2023 la Fondazione Cotarella legata all’azienda del grande enologo Riccardo Cotarella raccoglie circa 240mila euro di donazioni destinate a una dimora nota come “Verdeluce”.

Ma a pochi mesi dall’inaugurazione in pompa magna l’edificio risulta ancora deserto: la struttura doveva accogliere giovani con disturbi nel comportamento alimentare.

“E’ un tema troppo delicato” racconta a Report un addetto all’accoglienza della famiglia Cotarella “quindi ci sono delle limitazioni a volte che ci impediscono di fare quello che vogliamo.. ”
L’immobile è stato ristrutturato e ri-accatastato prima dell’inaugurazione, con un importante aumento di valore, passando da rudere a casale.


Tanto è vero che sul catalogo, la dimora Verdeluce nata per ospitare ragazzi con difficoltà alimentari, diventa agriturismo Verdeluce, le degustazioni le hanno chiamate “bollicine verdeluce”, assieme al programma ci sono anche i prezzi.
Un assaggio di vini costa 130 euro a persona, 200 euro per l’esperienza di coppia, “si può fare un servizio sartoriale” spiega l’addetto all’accoglienza della struttura, si può dormire nella struttura quanto tempo si vuole, basta pagare.
Report ha sottoposto i documenti della fondazione Verdeluce all’associazione Codacons: “è importante che le campagne di beneficenza non integrino una pratica commerciale scorretta, però certo se questi soldi (quelli della fondazione Cotarella) sono stati raccolti al fine di creare questo centro di assistenza è importante che questo centro di assistenza venga realizzato, esattamente come era stato promesso. Quindi ad oggi sembra che non sia stato ancora realizzato, quindi abbiamo presentato un esposto all’autorità garante della concorrenza e del mercato, che dovrà valutare se questi fondi sono stati destinati realmente a questo fine.”


Sul Fatto Quotidiano Marco Franchi ha pubblicato una anticipazione del servizio:

La filantropia dei Cotarella, enologi dei vip: il casale per ragazzi con disturbi è un affare

Di Marco Franchi

La “Dimora Verdeluce” doveva essere una struttura dedicata ai ragazzi tra i 12 e i 25 anni affetti da disturbi del comportamento alimentare. O almeno a questo era destinata la raccolta fondi avviata ormai nel 2023. E invece a 7 mesi dall’inaugurazione in pompa magna, il casolare ristrutturato nella campagna di Orvieto, in Umbria, fin qui è dedicato soltanto a struttura ricettiva, agriturismo e costosissime degustazioni. Parliamo del progetto benefico dalla famiglia di Riccardo Cotarella, 76 anni, il più famoso winemaker d’Italia e uno dei più noti al mondo, consulente di personalità come Massimo D’Alema, Bruno Vespa, Sting e, non ufficialmente, perfino del presidente russo Vladimir Putin. La vicenda sarà raccontata questa sera da Report, in onda su Rai3 durante un servizio a firma di Emanuele Bellano. Il caso, per alcuni versi, ricorda quello dell’influencer Chiara Ferragni, tanto che anche stavolta è stato presentato un esposto dal Codacons.

La scheda del servizio: IL RE DEL VINO di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Madi Ferrucci, Raffaella Notariale

Riccardo Cotarella è il più famoso winemaker d'Italia e uno dei più noti al mondo. Tra i suoi clienti annovera cantine prestigiose e personaggi famosi che hanno deciso di dedicarsi alla produzione di vino come Massimo D'Alema, Bruno Vespa, la rockstar Sting, l'imprenditore dell'abbigliamento Brunello Cucinelli. Insieme a un vero e proprio impero del vino Cotarella ha creato la Fondazione Cotarella, un ente che ha lo scopo di raccogliere denaro per cause benefiche, attraverso la vendita del suo vino Tellus e cene di beneficenza. Uno scopo nobile per cui ogni anno raccoglie centinaia di migliaia di euro. Ma il giro di denaro e i progetti che dovrebbero essere finanziati sarebbero tutt'altro che trasparenti. Cotarella attraverso una catena di società off-shore avrebbe investito in un latifondo in Argentina partecipando al disboscamento della foresta nativa. Un'attività che poco si concilierebbe con lo spirito filantropico con cui promuove le sue aziende.

L’intesa col Vaticano sull’ospedale Forlanini

L’ospedale Forlani di Roma è un’opera d’arte, oltre che una struttura sanitaria, purtroppo abbandonata da anni. Realizzato nel 1934 per curare i malati di turbercolosi , è un monumento nazionale, l’ingresso è arricchito da bassorilievi in marmo, la sua struttura è talmente bella da essere usata per set cinematografici, proprio in queste settimane stanno realizzando al suo interno una serie televisiva.
Il dottor Martelli, ex primario in questo ospedale, ha guidato le telecamere di Report in una piccola visita al suo interno, mostrando le camere operatorie, l’aula magna al primo piano: qui il dottore ha curato mille pazienti l’anno, effettuando più di ottocentomila operazioni.
E ora è tutto abbandonato, comprese le schede dei pazienti.
Per anni è stato usato come rifugio per i senzatetto, fino all’accordo col Vaticano, che a seguito di un’intesa con lo Stato italiano qui aprirà una sede dell’ospedale pediatrico.

La scheda del servizio: PATTI CHIARI di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Marzia Amico, Giulia Sabella

L'ex ospedale Carlo Forlanini di Roma è un vero e proprio gioiello architettonico. Costruito negli anni Trenta per curare i malati di tubercolosi, è stato definitivamente dismesso nel 2015, e da allora è in stato di abbandono. In questi anni si sono susseguiti numerosi studi e progetti per recuperarlo, ma sono tutti naufragati. Fino a quando un anno fa è stata siglata una dichiarazione d'intenti tra il governo italiano e la Santa Sede per venderlo al Vaticano e trasformarlo nella nuova sede dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù. Ma quali sono i termini di questa intesa?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

22 marzo 2022

Presadiretta – guerra al clima

C'è voluta la guerra in Ucraina per capire quanto siamo dipendenti dalle energie fossili e quanto siamo ricattabili da quelli che vendono queste energie fossili, abbiamo finanziato Putin per anni per preparare la sua guerra e, con lui, tanti altri dittatori.

Ma una soluzione – raccontava Iacona nell'anteprima della puntata – esiste, ed è anche la strada che porta alla pace in Ucraina.

Ad un mese dall'invasione dell'Ucraina siamo già a 9 milioni di profughi ucraini, l'esodo di un popolo dicono alle Nazioni Unite e purtroppo ci sono anche le morti civili e quelle dei soldati: l'assedio a Mariupol sta costando un altro numero di vite umane, fonti ucraine parlano anche di violenze nei confronti dei civili, notizie da confermare.

Molti civili sono deportati dai soldati russi e dalle milizie cecene in Crimea o in altri campi profughi. Ci sono i bombardamenti a tappetto con nuove armi che stanno provocando un disastro ambientale: le bombe non colpiscono più solo siti militari ma anche siti industriali, ospedali e questo porta ad un maggiore inquinamento dell'aria.

Sono armi ad uranio impoverito che hanno effetti terribili sulla popolazione e anche sui soldati sul campo: gli effetti di queste bombe sui civili li vedremo nei prossimi anni.

Nel Dombass la manutenzione delle centrali nucleari, delle centrali elettriche, è ferma: si sta giocando col fuoco nucleare, per la prima volta una guerra si svolge in una zona con tante centrali nucleari, come a Zaporižžja , dove un missile ha colpito un palazzo a 400mt dai reattori.

Le centrali non sono progettate per resistere a missili da crociera o ad un bombardamento, racconta un esperto di sicurezza nucleare presso l'unione europea: per questo motivo l'agenzia internazionale per l'energia atomica sta trattando da settimane con Ucraina e Russia per controllare la situazione attorno alle centrali, demilitarizzandole, togliendo i militari per evitare che accada l'irreparabile, un incidente nucleare che sarebbe la catastrofe.

Serve un cessate il fuoco, anche per questi motivi.

Nei giorni dell'invasione è uscito il report dell’IPCC, il “Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico” sui cambiamenti climatici: Presadiretta ha intervistato la scienziata ucraina Svetlana Krakovska, che oggi è rimasta a Kiev.

A Presadiretta racconta che la guerra ha messo in secondo piano il rapporto dell'IPCC: già oggi metà della popolazione mondiale vive i cambiamenti climatici, già oggi è tardi per agire, abbiamo poco tempo.

Questa – racconta la scienziata – è una guerra del fossile, quello venduto dalla Russia, quello usato in guerra: i combustibili fossili finanziano la guerra stessa, senza questo petrolio la guerra non sarebbe possibile. Fermare la dipendenza dal fossile ci sarebbe maggiore libertà sulla terra, si stanno contaminando l'aria e i fiumi.

I russi hanno messo i carri armati davanti le centrali nucleari, per ricattare il mondo e l'Ucraina: ce ne ricorderemo alla fine, come anche dei milioni di bambini costretti alla fuga dalle loro case per la guerra.

“I combustibili fossili finanziano la guerra stessa” dice. “E in più sul nostro territorio abbiamo migliaia di mezzi militari alimentati a benzina e diesel, quindi senza tutto questo petrolio la guerra non sarebbe nemmeno possibile”. Svetlana Krakovska, che ha una famiglia e quattro figli, ha rifiutato le offerte per trasferirsi in istituti di ricerca stranieri ed è ancora a Kiev sotto le bombe.

Il fuoco in California

Mentre l'Ucraina è sotto le bombe, la California dall'altra parte del mondo, è sconvolta dagli incendi: lo scorso anno gli incendi sono arrivati a lambire Los Angeles, per la siccità, per l'innalzamento delle temperature, tutti fattori scatenanti degli incendi.

Sulle colline attorno la città non ci sono più arbusti, che possono frenare il fuoco e la siccità lunga venti anni ha peggiorato le cose: i bacini idrici non riescono a dare acqua alla valle dove sorge Los Angeles, così si stanno attrezzando con depuratori speciali che filtrano le particelle fino ad un micron, per portare acqua potabile dentro le case.

Jim Cornett è un professore che vive nella zona di frontiera tra San Bernardino e il deserto del Texas: le palme, i fiori nel deserto sono spariti negli ultimi 30 anni. Lo scienziato sta studiando i cambiamenti nei parchi e nei deserti: si stanno estinguendo gli alberi caratteristici come gli “Joshua tree”. Per avere dell'acqua serve scavare pozzi sempre più profondi, ma finite le scorte di acqua cosa faremo? Sarà una crisi o una catastrofe.

Cristina Palazzi è una climatologa che studia i cambiamenti climatici: il rapporto ha studiato le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle nostre vite – racconta a Presadiretta – evidenzia quanto sia fondamentale che le scienze sociali lavorino assieme a quelle economiche, c'è una parola chiave nel rapporto ovvero l'azione immediata, serve muoversi adesso, non domani: la finestra di tempo che abbiamo per far si che la nostra vita su questo pianeta sia vivibile si restringe, il 2030 è un anno cruciale, è un anno in cui dobbiamo abbassare le emissioni nette di carbonio e di altri gas ad effetto serra.
Questa è una data che non possiamo mancare, quello che abbiamo fatto finora non è sufficiente, siamo in ritardo, “il tempo delle mezze misure è finito”.

Le tecnologie ci sono, dobbiamo decarbonizzare in tutti i settori, nell'edilizia e negli allevamenti: sappiamo quello che dobbiamo fare, perché non lo facciamo?

Ci sono parti del mondo in cui il clima è già cambiato, con effetti sulle persone che vi abitano: in Luisiana e in Florida per esempio, due regioni flagellate dagli uragani e dall'innalzamento dell'acqua.

In Luisiana il clima è già cambiato, minacciando una città come New Orleans: la tempesta Katrina aveva già annunciato questo cambiamento, con le onde alte 4 metri, provocando danni per 208 miliardi di dollari ancora oggi evidenti.

Per evitare altri disastri gli Stati Uniti hanno costruito il “muro della Luisiana”, una diga costata più di un miliardo di dollari, perché negli ultimi anni le tempeste e gli uragani sono cresciuti in questa zona del paese.

Da New Orleans per andare verso la costa si passa per la strada chiamata degli uragani: nelle case sono tutti attrezzati per gestire questi eventi, che però si muovono e si intensificano in modo imprevedibile.

C'è poi l'erosione della terra fatta dall'acqua del mare: il mare si sta prendendo pezzi di paludi, lembi di terra dove le persone non possono più vivere.

Miami è la città più a rischio per l'innalzamento del mare, soprattutto Miami Beach che è ad appena un metro sul livello del mare: un immenso patrimonio immobiliare costruito sulla costa, sono dieci anni che la città si allaga sempre di più.

Il mare cresce di quindici centimetri ogni anno, racconta il capo metereologo John Morales: gli allagamenti stanno costando soldi alla comunità, per i danni che arrecano alle case, per i danni ai depuratori delle acque. Un intero quartiere è stato rialzato di un metro in funzione del mare che sta entrando nelle strade.

L'acqua arriva anche dal basso perché il suolo della città è poroso, tutto è stato costruito su una zona corallina.

Le case che si affacciano sulla baia hanno dovuto rifare le fondamenta, per renderle sicure: soldi che si devono spendere per salvare le proprietà.

A Virginia Key c'è l'università e il campus dove gli studenti indagano sugli oceani: l'aumento della temperatura globale sta scaldando l'oceano, assieme allo scioglimento delle calotte polari, un solo centimetro di salita dell'acqua significa dieci centimetri di terra sommerso.

Dovremo spostare milioni di persone lontano dalle coste, mentre continuiamo a comprare ed usare combustibili fossili, che per 100 miliardi viene comprato dalla Russia per finanziare la sua guerra.

Dall'inizio della crisi in Ucraina l'Europa ha speso 17 miliardi verso la Russia: il petrolio è sporco, non solo in senso fisico.

Inviamo un fiume di denaro a Putin ed altri dittatori che si reggono solo perché sono produttori di oil e gas: lo racconta il giornalista Alberto Negri, gas e petrolio sono la calamita di tutti i guai, da loro passano le armi, consentono alle monarchie del golfo di regnare sovrane, il petrolio uccide le democrazie.

Dal petrolio arrivano le dittature, come quella di Saddam, di Gheddafi, dell'Iran: repressione da una parte e l'occidente che girava la testa dall'altra parte, perché questi dittatori come Putin garantivano stabilità alle democrazie occidentali.

L'ammodernamento dell'esercito di Putin è coinciso con l'aumento del prezzo del petrolio e del gas, lo racconta un ricercatore della Nato (non un filo putiniano): la costruzione del gasdotto North stream 2 è cominciato nel 2004 con la ricostruzione dell'esercito russo.

L'economia russa ha avuto un boom con l'aumento del petrolio e, in parallelo, Putin ha nazionalizzato le aziende di armi.

Avremmo dovuto cercare gas e petrolio da qualche altra parte, avremmo dovuto puntare sulle energie rinnovabili – raccontava Timmermars vicepresidente della Commissione europea poche settimane fa.

Ma con la Russia abbiamo connessioni forte grazie ai gasdotti, che ci condizionano in modo poco flessibile ai paesi produttori.

Oggi gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti, hanno un surplus grazie al gas liquefatto, che però ha un costo maggiore: da questa guerra ci guadagneranno tutti i paesi che venderanno ad un prezzo migliore il gas all'Europa.

Passeremo dalla dipendenza russa a quella americana?

Le emissioni di co2 colpiscono i paesi più poveri, quelli che emettono meno anidride carbonica: Presadiretta è andata in Madagascar dove è in atto la carestia ambientale più brutta al mondo.

In questo paese la siccità sta causando seri problemi alle persone, che devono muoversi per km per cercare l'acqua, con carretti trainati da zebù, perché non piove più da mesi e tutti i corsi d'acqua, i campi sono diventati aridi.

Dai buchi nella sabbia esce dell'acqua sporca che per le persone è come l'oro: la popolazione sta morendo di fame e di sete per colpa della peggiore siccità degli ultimi 40 anni.

Il 90% degli abitanti viveva di agricoltura e ora è alla fame: la più grave carestia ambientale avviene in un paese che emette meno co2 al mondo.

1 milione e mezzo di persone vive in condizioni critiche e sopravvive grazie agli aiuti delle agenzie delle nazioni unite. In Madagascar si è mossa dal 2021 anche l’ONG Medici senza Frontiere, con un grande lavoro di assistenza anche nei villaggi remoti, dove assistono soprattutto i bambini, malnutriti e a rischio di deficit cognitivi.

L'acqua non è abbastanza per tutti, per sopravvivere le persone fanno chilometri per arrivare ai luoghi di ritrovo delle cisterne, mangiano le foglie di cactus, insetti.

Per evitare la catastrofe servirebbero da 200 ml ad un miliardo l'anno per evitare questa catastrofe, ma è un paese povero, senza risorse. Colpito dalla siccità e dai cicloni.

Le nazioni ricche fanno solo bei discorsi, dovrebbero cambiare modello di sviluppo: migliaia di persone scappano da questa carestia, peggio che nelle guerre.

Si stimano in 217 milioni di persone quelle che saranno costrette ad abbandonare le loro case per i cambiamenti climatici, alluvioni e siccità, due facce della stessa medaglia.

Tutto colpa dell'inazione ai cambiamenti e al surriscaldamento dell'acqua da parte dei paesi del nord del mondo. A pagare il prezzo sono e saranno i paesi più vulnerabili.

Questa guerra può bloccare quel poco che stiamo facendo per bloccare l'innalzamento delle temperature del mare: serve la pace per bloccare il riscaldamento globale del pianeta – spiega la dottoressa Palazzi.

La guerra di Putin

In questa guerra del petrolio Putin rischia di impantanarsi: l'artiglieria ucraina sta distruggendo i tank e i mezzi russi, che si è rivelato debole, fragile. I soldati russi sono stati mandati al fronte dicendo loro che era una esercitazione, molti erano di leva. La Russia non fornisce più il numero dei loro soldati morti che, alla fine, potrebbe essere superiore a quello dell'Afghanistan (ad oggi si è parlato di 9000 morti in 4 settimane).

Sono morti molti generali russi, segno forse una certa inefficienza dell'esercito – racconta David Rossi analista della difesa – un esercito vittima di corruzione.

Si parla di fosse comuni per gli abitanti delle città man mano colpite: è quanto viene scritto in un documento russo che fa intendere che in Russia si stia pensando anche a delle armi di distruzione di massa.

E' una legge votata dalla Duma il 1 febbraio che prevede la costruzione di fosse comuni per contenere fino a 8000 morti: sono numero da armi di distruzione di massa – dice il giornalista Alexander Goltz, un oppositore di Putin. A che serve questa legge? Per cosa servono queste fosse comuni?

Le energie rinnovabili in Italia

Quanto tempo abbiamo perduto per colpa della burocrazia e per la lobby del carbone e del gas?

Presadiretta ha girato l'Italia per capire chi frena la migrazione energetica: la colpa è di leggi inadeguate, che creano dei contenziosi, ci sono vincoli che cambiano da regione a regione, si creano norme ad hoc a livello comunale per bloccare impianti eolici e fotovoltaici.

I tempi di realizzazione per i parchi eolici durano anni: come a Taranto, davanti al porto, per un progetto che dovrebbe dare energia a sessantamila persone, ma l'opera è ferma per un ricorso del comune. I tempi lunghissimi fermano le opere e rendono obsolete la tecnologia in corso d'opera, costringendo i progettisti a dover ripartire quasi da zero.

Dovremmo staccarci dal gas russo ma, con questi tempi che vanno oltre i sei anni per un impianto eolico, non ce la faremo mai.

La lentezza burocratica nasconde lo scontro in atto da parte del settore oligopolistico dell'oil and gas: è un settore in cui poche aziende nel mondo sono orientate verso investimenti importanti su grandi opere, mentre nelle rinnovabili vivono piccole aziende competitive.

Dovremmo installare fotovoltaici ed eolico con velocità sette volte maggiore per superare la dipendenza dal fossile – è il pensiero di Nicola Armaroli dirigente del CNR, che ha sfatato il mito del gas nazionale, il famoso eldorado di cui si è parlato in queste settimane per renderci indipendenti dal gas russo.

La via del gas nazionale non è quella corretta per abbattere il costo delle bollette: il nostro gas costerebbe troppo, l'alternativa americana è peggio perché è estratta col freaking, costa grandi quantità di acqua ed emette grandi quantità di metano in atmosfera, hanno un costo per i trasporto sulle navi.

E il nucleare? I politici che parlano di nucleare non hanno la minima conoscenza del problema, il 94% dei comuni è a rischio idrogeologico, c'è un problema sismico, dunque dove si mettono le centrali e i siti di stoccaggio.

Poi c'è il problema degli investitori, nessun privato mette soldi sul nucleare. Infine il tempo, non c'è tempo per il nucleare, per salvare il pianeta.

A caccia di rinnovabili

Jeremy Rifkin economista di fama mondiale già un anno fa parlava di terza rivoluzione mondiale riferendosi alle rinnovabili: in Costa Rica hanno detto fine alle energie fossili per dare spazio ad energie pulite. I soldi dell'esercito sono stati spostati su istruzione e sanità, oggi usa il vento, il geotermico, il solare per dare energia al paese, con impianti diffusi nel paese.

L'energia in surplus verrà usata per produrre idrogeno verde, da usare nel settore dei trasporti, al momento il tallone d'Achille della transizione.

Il green new deal dovrebbe fare il grande salto adesso in Europa, racconta a Presadiretta la ministra dell'ambiente Andreas Menza – altro che tornare al carbone.

In Europa un terzo del gas che consumiamo viene dalla Russia: con le rinnovabili potremmo alimentare tutto il continente dice la ricerca.

Ne è convinto Stefano Passerini, ricercatore italiano in Germania che aggiunge come il fotovoltaico renderebbe l'Europa più sicura e meno ricattabile da Putin.

In Spagna hanno creato un enorme parco con pannelli solari nella regione dell'Estremadura: questa è la soluzione per non dipendere da dittatori del petrolio e del gas.

La tecnologia del fotovoltaico è semplice, Greenpeace ha commissionato uno studio per spiegare come sia possibile uscire dalla dipendenza dal carbone con investimenti in rinnovabili per 37 miliardi compensati dalla mancata spesa per il gas estero.

Enel ha fatto la scommessa per alimentare con energia verde la Sardegna: per svincolarci dal fossile servono almeno tre anni, racconta il direttore di Enel Italia Lanzetta

Serve installare 60GW di potenza tra sole e vento: la guerra non ha fermato Enel, le centrali a carbone verranno fermate nel 2025.

Il taglio delle esportazioni della Russia nello scorso autunno era un segnale dei piani di invasione verso l'Ucraina, racconta Faith Birol – direttore dell'agenzia per l'energia in Europa, che continua dicendo che dobbiamo cogliere questa occasione, per portare a termine la transizione verso energie rinnovabili.

Costruire dal basso una economia sostenibile

In Italia in tanti comuni si stanno cambiando i costumi delle persone per ridurre consumi e rifiuti, come a Ponte nelle Alpi dove la raccolta differenziata è salita al 90%.

Ci guadagna l'ambiente e anche il bilancio dell'ambiente, per riciclano lattine, vetro, con maggiori entrate nelle casse comunali: soldi per costruire parchi giochi, campi di calcio, per il futuro del paese.

A Roma in un Repair Cafè si insegna come dare una seconda vita agli elettrodomestici che l'industria non progetta per essere riparabili in modo semplice. Sono oggetti progettati per creare spreco: dal 2021 l'Unione Europea ha stabilito il diritto alla riparazione, questa dovrebbe essere la base per nuovi prodotti pensati per essere riparabili.

A Bologna si costruiscono case a basso impatto ambientale, con meno dispersione termina: cohousing è il nome del progetto per questi condomini ad impatto zero, che al momento sono solo 30 in Italia.

Sempre a Bologna troviamo la cooperativa Arvaia che finanzia i produttori di prodotti agricoli che non inquinano la terra e che producono il minimo per mangiare.

La transizione ecologica deve partire dal basso, dicono nel comune di Ussaramanna parte di una comunità energetica autonoma, dove sono le persone che decidono di produrre solo quello che possono consumare.

Nicola Armaroli ha concluso il servizio raccontando i benefici delle energie rinnovabili: producono energia da vento e sole, i dispositivi che producono energia elettrica una volta arrivati a fine vita potranno essere riciclati. Mentre noi abbiamo sempre bisogno di estrarre gas e finanziare paesi come la Russia per produrre energia da queste fonti.

Ora o mai più per fare questa transazione, se perdiamo questo tram sarà una macchia indelebile per questa classe dirigente.

A fine puntata la cifra mostrata sullo schermo dei soldi che diamo a Putin per petrolio e gas è salita a 17,137 miliardi di euro: solo nel corso della puntata abbiamo dato 31 milioni di euro, soldi che gli avremmo dato se anni fa avessimo portato avanti una vera indipendenza energetica puntando sul fotovoltaico e sull'eolico.

28 settembre 2021

Presadiretta – il tempo perduto

Quella di ieri sera è stata un'inchiesta nel mondo del carbone, del petrolio, del gas, nell'industria del fossile, quella a cui dobbiamo rinunciare se vogliamo arrivare ad emissioni 0 nel 2050. Ma la realtà è diversa.

A furia di sentir parlare di transizione ecologica, emissioni zero, pensiamo che l'ora delle energie fossili sia finita, ma non è così.

L'ondata di caldo in Oregon, generata dal cambiamento climatico, ha causato duecento morti, settecento morti sono stati registrati in Canada per una ondata di calore. Altre morti per i nubifragi in Germania.

Di chi è la colpa? Nell'incontro dei grandi della terra al G20, erano tutti d'accordo, da Biden a Draghi al presidente cinese.

Ma c'è un divario tra la retorica e la realtà – racconta il direttore dell'agenzia dell'energia dell'OCSE: dovremo rinunciare a parte dell'energia, dovremo smetterla in nuovi investimenti in nuovi pozzi petroliferi, nella scoperta di nuovi giacimenti di gas.

Peccato che l'utilizzo di combustibili fossili per l'energia non sia diminuito, come dimostra lo studio del think tank internazionale Ren21: in tutto il mondo si continua ad investire nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas e così anche in Italia.

A Licata i pescatori fanno lo slalom tra i relitti dei pozzi di gas in fondo al mare e le piattaforme che cercano il petrolio in fondo al mare: queste strutture danno fastidio alla loro attività, danneggiano la pesca nel mare di Sicilia.

Nuove piattaforme significa meno lavoro per i pescatori: sono i pozzi appena autorizzati dal ministro Cingolani che dovrebbe gestire la transizione ecologica.

Un via libera per sfruttare i giacimenti di petrolio nel sottosuolo della Sicilia, dell'Emilia Romagna e nei fondali dell'Adriatico, nonostante i ricorsi delle province a queste trivellazioni in mare, anche quelli lungo il delta del Po.

Le associazioni ambientaliste gridano al tradimento, ma il ministro si è difeso dicendo che le trivelle erano già lì.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, attivo sostenitore nel referendum No Triv (quello del “ciaone” per chi se lo ricorda) il ministro non avrebbe dovuto nemmeno firmare una parte dei decreti, perché non sono legittimi: “la legge 12/2019 lo impedisce, cioè sospende tutti i procedimenti in corso finalizzati ai permessi di ricerca e la vigenza dei permessi ricerca già rilasciati”.

Nel 2018 i partiti avevano stoppato le trivellazioni in attesa del Pitesai, un piano organico che è fermo da anni: Cingolani che si è difeso dicendo che le autorizzazioni gli sono capitate sul tavolo, poteva non rilasciare il permesso come ha fatto l'ex ministro Costa.

Ma se dobbiamo uscire dalle risorse fossili, se vogliamo ridurre le emissioni, quando iniziamo veramente?

Gli effetti del petrolio sulla salute

A Gela si trivella dagli anni '50 e qui si inaugurò con Mattei il polo petrolchimico: le cicatrici di questa storia industriale sono ancora qui, a Gela.

A Gela tante famiglie hanno malati di tumore, troppe le deformazioni pre natale, un rapporto dell'istituto superiore della sanità riporta tumori e deformazioni nei neonati.

Colpa dell'inquinamento del petrolchimico, come a Taranto, senza però aver goduto un'attenzione nazionale da parte dei governi e della stampa.

Lo scorso 8 giugno il tribunale di Gela ha negato che ci siano correlazioni tra inquinamento e malformazioni, ma la battaglia delle famiglie va avanti, come va avanti il processo contro dirigenti Eni alla raffineria di Gela. Sversamenti nei terreni, carenza nei controlli, queste le accuse alla multinazionale che non avrebbe fatto le opportune bonifiche.

Nel 1998 Gela è inserita tra i SIN, le aree contaminate che necessitano di bonifica: ma al momento non esistono bonifiche completate.

Però tantissime attività sono state fatte – racconta il direttore dell'impianto: le bonifiche sono partite, gli impianti sono in dismissione, si stanno sperimentando tante tecniche nuove, ma i tempi sono lunghi.

Ma fuori dalla raffineria le cose sono messe peggio: c'è la discarica Cipolla di proprietà di un imprenditore fallito, dove a fianco del sito contaminato pascolano le capre. La falda sotto Gela si è contaminata e si sta spostando verso il mare.

Dalla Sicilia al Niger: la falda del fiume Niger è contaminata dalle aziende che estraggono petrolio e gas, per colpa delle oil spills.

Aziende come la nostra Eni, Agip, che inquinano terreni e acque mettendo in crisi l'attività dell'uomo in queste zone della Nigeria.

Colpa dei sabotaggi – la difesa delle aziende, ma un'indagine di amnesty international ha stabilito che è colpa della manutenzione delle condutture e dei tempi lunghi in cui queste multinazionali intervengono per bloccare gli sversamenti.

Le aziende del petrolio inquinano acqua, aria e terreni e non esistono studi su questi disastri ambientali di cui in Europa si parla troppo poco.

Ma ora Shell Nigeria dovrà risarcire diversi contadini che lavoravano su terreni che hanno subito perdite da oleodotti, sulla base del tribunale dell'Aja: non puoi inquinare a casa degli altri, come non si può inquinare a casa tua, questo dice la sentenza.

Il negazionismo climatico

Teresa Paoli ha intervista un geologo che ha lavorato per la Exxon Mobil sui cambiamenti climatici causati dalle emissioni e il ciclo del carbonio: Edward Garvey ha compiuto questi studi nel 1978 e portati avanti per tre anni. Nata a fine ottocento, in Italia è conosciuta come Esso: il lavoro di Garvey e della sua equipe era progettare il sistema per misurare il valore dell'anidride carbonica. In questa ricerca ha imparato molto sugli scambi tra oceano e atmosfera, un qualcosa non ancora noto, ma già all'epoca era molto chiaro che la temperatura stava per aumentare – racconta alla giornalista – non era una questione se stesse aumentando, ma quanto velocemente, quanto presto e quali sarebbero state le implicazioni.

Nei primi anni 80 Exoon stessa ha elaborato un grafico che metteva nero su bianco quello che sarebbe avvenuto: la correlazione tra l'aumento della temperatura dell'atmosfera e le emissioni di co2 dei combustibili fossili.

“I geologi e i climatologi avevano evidenze negli anni 70” prosegue lo scienziato, e quando Exoon mise in dubbio queste posizioni “queste non derivavano dalla conoscenza, tutti lo sapevano, Exoon non ha mai detto non è un problema, ma ha pagato delle persone affinché lo dicessero. E non sarà solo Exxon a pagare per questo, ma il mondo intero, come scienziato fa veramente paura, questo non è un esperimento a cui vorremmo assistere.”

E ora? “Forse non è troppo tardi per evitare la catastrofe, ma abbiamo perso troppo tempo”.

Le ricerche a cui ha partecipato Ed Garwey non sono mai state pubblicate ma sono la dimostrazione che le compagnie avevano ben chiara la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Il giornalista Stefano Vergine racconta che Greenpeace USA qualche anno fa è riuscita a trovare i documenti che Exoon Mobil ha presentato all'agenzia delle Entrate in cui ha detto a quali enti benefici, a quali associazioni di ricerca, sono arrivati i loro finanziamenti.

“Exoon Mobil dal 1998 ad oggi ha dato 33ml di dollari ad una serie di associazioni, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico”: assieme al professore dell'Università Bicocca Milano Marco Grasso, Stefano Vergine ha scritto un libro dal titolo “Tutte le colpe dei petrolieri” in cui hanno fatto i conti in tasca ai signori del petrolio.

Racconta Marco Grasso: “Cento grandi industrie petrolifere hanno contribuito tra il 1988 al 2015 al 71% delle emissioni cumulate industriali globali, li conosciamo uno per uno”.

Sono compagnie statali come Saudi Aramco, la russa Gazprom, le private Exxon, la China National Petroleum e anche Eni: sono state definite l'elefante nella stanza perché sono state abili nel nascondere le loro responsabilità, nello scaricarle sui consumatori, nel dirottare l'attenzione verso altri soggetti e nel presentarsi solo come soggetti che forniscono un servizio, soddisfano una domanda.

Le compagnie petrolifere, che sono quelle che emettono la co2, non hanno vincoli sulle emissioni per legge e sulla loro riduzione, i vincoli li hanno gli stati, tant'è che le compagnie petrolifere fanno i loro piani di riduzione solo su base volontaria.

Ma qualcosa sta cambiando: il 26 maggio 2021 con una sentenza storica il tribunale olandese ordina alla multinazionale Shell di tagliare del 45% le proprie emissioni di co2 entro il 2030: la causa era iniziata nel 2018 ed è stata sostenuta da 17mila cittadini olandesi guidati dall'associazione ambientalista “Friends of the earth”: per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi anche Shell deve avere un ruolo da svolgere – questa la convinzione dell'associazione – doveva essere obbligata a ridurle e il giudice ci ha dato ragione.

Questa sentenza ribalta il “clima” di negazionismo climatico: Shell era in possesso di documenti che dimostravano le conseguenze dei combustibili fossili già dagli anni 60, avevano decenni per diventare una compagnia diversa ma non lo ha fatto.

Questa sentenza sarà un precedente per imporre a tutte le compagnie un cambiamento di politiche industriali, il loro core business non potrà più essere petrolio e gas.

A Roma, davanti la sede dell'Eni, l'azienda partecipata dallo Stato italiano, si è svolta un'azione dimostrativa di Greenpeace: questa azienda è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra, racconta di avere un piano di decarbonizzazione, ma in realtà gran parte dei soldi finiscono in gas e carbone, a breve periodo questi investimenti cresceranno del 4%.

Farà in tempo a raggiungere i risultati “green” entro i limiti prefissati? Una proposta è catturare la Co2 in atmosfera, come sta facendo al largo di Ravenna.

Ma progetti uguali sono falliti all'estero: la co2 non si può immagazzinare totalmente e per sempre, racconta a Presadiretta Vincenzo Balzami, è una strada pericolosa e che non potrà funzionare.

Si sceglie questa strategia solo per continuare ad usare i combustibili fossili. Un'altra strategia sono le bioraffinerie, “il passo decisivo per la transizione” racconta Francesco Franchi direttore Eni a Gela: il cuore è una tecnologia che produce un olio biodiesel, che potrà essere usato per i trasporti, per i camion, prodotto da materie prime provenienti dall'Asia, come l'olio di palma.

L'impianto tratterà scarti alimentati, che al momento però arrivano dall'estero e non dall'Italia perché da noi non esiste una filiera.

Per la rete “legalità per il clima” queste strategie di Eni non sono sufficienti e ha mandato una lettera di diffida all'azienda: Iacona ne ha chiesto conto la direttrice di ricerca e sviluppo di Eni.

L'idea di arrivare ad emissioni zero nel 2050, ma il petrolio verrà sostituito dal metano entro il 2030, anche se è un potente gas serra. Come mai non hanno puntato alle energie rinnovabili?

L'ingegnere dell'Eni parla di progetti in Africa e nel mare del nord, racconta che le rinnovabili non sono energie stoccabili, dello stoccaggio dell'anidride carbonica in giacimenti esauriti. Ma non sarebbe meglio non emetterla proprio la co2, se poi catturarla è difficile?

L'impressione è che Eni non abbia intenzione di investire troppo in nuove tecnologie, che intenda comunque difendere e riutilizzare gli ex impianti e le “vecchie” competenze.

Entro il 2025 chiuderanno tutti i giacimenti di petrolio assicura la dottoressa Zarri.

Il paradiso del fracking in Texas

Nel Texas si è iniziato ad estrarre petrolio nel 1920, grazie alla produzione fatta qui gli USA hanno superato l'Arabia, grazie all'uso del fracking.

La tecnica del fracking ha fatto risorgere le aziende del petrolio, gli imprenditori e gli uomini di affari parlano di un nuovo west, come se fossero di fronti ad una nuova frontiera.

Altro che smettere col petrolio, qui i petrolieri pensano di andare avanti per 20-30 anni, senza fermarsi, perché questa industria ha bisogno di nuova energia per andare avanti, come un mostro affamato, necessità di acqua, di sabbia e di altre sostanze chimiche per spezzare le rocce.

Questa tecnica però inquina l'aria: il gas metano che sfugge agli impianti costituisce una bomba ad orologeria sull'America, le emissioni di metano sono aumentate in questo decennio proprio per lo “shale gas” estratto grazie al fracking.

Lo shale gas è peggiore del carbone, raccontano due professori della Cornell University, perché è un gas inodore e insapore: per scovarlo serve una camera ottica come quella di Sharon Wilson, cacciatrice di metano e attivista dell'associazione Hearthworks.

Sharon lavorava nell'industria del gas prima che il suo ranch fosse circondato da impianti di fracking e che dal suo rubinetto iniziasse ad uscire acqua nera.

Ora è diventata un'attivista dell'associazione Hearthworks: secondo lei questo tipo di inquinamento non è risolvibile dalle aziende:

“il gas è come un drago non puoi intrappolarlo in un serbatoio, nemmeno in un tubo, non puoi intrappolarlo in un camion, né in una nave cisterna, è volatile e sotto pressione e troverà il mondo per uscire. In questo momento non c'è la tecnologia per controllarlo. L'industria ha promesso per un decennio di smettere di emettere del gas e invece le emissioni sono aumentate, non credo più a queste promesse”.

Nessuno controlla mai le emissioni di questi impianti, spesso irregolari: le famiglie che vivono in mezzo a questi impianti devono cambiare casa, perché vicino a queste ciminiere, vicino alle trivellazioni le persone si ammalano.

La pressione nel sottosuolo, per l'acqua iniettata sottoterra causa poi problemi ai pozzi dove l'acqua esplode e inquina i terreni: l'acqua dei pozzi diventa salata, inutilizzabile e diventerà un problema per i prossimi quarant'anni, come le scorie nucleari.

C'è anche poi il rischio terremoti, registrati sempre di più nelle zone prossime ai pozzi.

Il metano è molto più alterante per il clima rispetto ad altri idrocarburi: eppure i negazionisti del clima in Texas continuano a raccontare le loro sciocchezze.

Il “negazionismo climatico” è diventato politica di governo, ha ammesso Christian Wayne, commissario della Railroad Commission Of Texas, l’ente governativo che gestisce l’industria petrolifera nel Texas:

«Perché dovremmo spendere 78 mila miliardi di dollari, per via degli accordi di Parigi, per una previsione lunga decenni che riguarda il contenimento della temperatura al di sotto un grado e mezzo! È folle!».

Qui non credono al surriscaldamento del clima, non credono alla correlazione tra emissioni di co2 e i cambiamenti climatici, non credono alle previsioni dei climatologi e degli scienzati.

E anche adesso, il governo Biden ha messo al bando il fracking solo sui terreni federali, sono una parte dei terreni, facendo una marcia indietro rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale.

Anche in Italia i camini degli impianti emettono gas in atmosfera: queste emissioni sono monitorate da Greenpeace e Re Common, con le fotocamere che inquadrano le emissioni di metano, senza alcun monitoraggio da parte di enti statali.

Emissioni “fuggitive” a Cremona, a Pavia e anche nel viaggio del gas verso le nostre case, per le perdite nei siti e nelle centrali Snam: anche si tratta di percentuali minime, il metano in atmosfera, da tutti gli impianti, ha un grande e grave impatto sull'ambiente e per la comunità che vive vicino a queste ciminiere.

E' anche uno spreco, perché questo metano arriva da lontano, dalla Siberia o dall'Algeria, per essere poi emesso in aria per queste fuoriuscite.

Snam, che ha accettato di rispondere alle domande di Presadiretta, ammette che non esiste un ente terzo che controlla, hanno dei loro sistemi di certificazione, ma sono disponibili ad un controllo.

Snam sta portando avanti un piano per eliminare gli impianti a gas, ma sta costruendo un nuovo metanodotto in una zona sismica in Abruzzo: contro la centrale si sono schierati i sindaci della zona, la comunità religiosa di Sulmona.

Si sono schierati contro l'autorizzazione del ministro Cingolani a questo hub del gas, basato su dati del 2005: è un'opera inutile, perché dovrà essere tenuta in piedi per i prossimi anni quando dovremmo aver già abbandonato il gas.

Il piano per emissioni zero di Eni è fatto su premesse scientifiche forse sbagliate, si continuano a trivellare i fondali mettendo in crisi i pescatori, gli impianti di Snam emettono metano e non esiste un ente terzo che controlla.

Siamo tutti verdi e favorevoli alle emissioni zero eppure si autorizzano nuovi impianti, come quello di Snam in Abruzzo, nuove trivellazioni come quella a Gela.

O anche si autorizzano nuove centrali a gas, come succede a Montalto di Castro, di proprietà di Enel: doveva essere una centrale nucleare, poi è diventata turbogas, nel 2016 doveva essere chiusa per far posto ad un parco.

Poi Enel ha deciso di partecipare al capacity market, una legge del 2019 per garantire la sufficienza energetica in caso di picchi: così l'impianto ha ripreso a vivere, grazie a soldi pubblici.

Anche la centrale a Carbone di Civitavecchia sarà sostituita da una centrale a gas, con grande rabbia della popolazione locale che ha subito l'impatto della centrale per anni.

A Civitavecchia perché il governo non ha imposto il passaggio da centrale ad un impianto con soli pannelli fotovoltaici?

Diversi parlamentari come Rossella Muroni hanno fatto un'interpellanza contro queste scelte: i ministeri non hanno risposto e questo la dice lunga sulla vera volontà del governo (e dei governi precedenti) sulla guerra ai cambiamenti climatici e sulle emissioni.

La finanza punta ancora sull'industria del fossile e quando ci sono di mezzo i soldi va bene anche tutto, anche il carbone.

Come a Dusseldorf, alla miniera di carbone della RWE: villaggi interi sono acquistati dall'azienda e sono stati distrutti per estrarre lignite. “Perché non ve ne andate?” così scrive la RWE alle famiglie dei paesi vicini alla miniera, per costringerle ad abbandonare le loro case. Molte famiglie si sono messe assieme per combattere gli espropri, altre famiglie si sono rifugiate sugli alberi.

Dietro la RWE ci sono banche e aziende, anche italiane come Intesa San Paolo e Unicredit.

Mentre la politica diceva di voler combattere l'uso delle energie fossili, la finanza va in direzione contraria, tutte le banche anche le nostre che poi finanziano gli eventi “green” per pulirsi la coscienza.

Aggregando tutti i prestiti e i finanziamenti, Re Common ha stimato che il totale emesso dalle nostre banche è pari a quello dell'Austria: le due banche italiane hanno risposto di avere a piano l'abbandono di questi settori, ma il rischio è di arrivare ad una crisi finanziaria, perché le aziende del fossile potrebbero arrivare alla bancarotta.

Anche agenzie pubbliche investono nel fossile, come ha fatto Sace: lo ha scoperto il Think Tank Ecco, controllando i progetti finanziati da questa agenzia nel mondo.

Ci sono poi i fondi pensioni che anch'essi investono l'industria fossile, anche in modo non sempre trasparente: le casse di previdenza degli enti non indicano dove investono, così un medico o un giornalista non può sapere se sta finanziando un'industria di oil e gas.

L'associazione Medici per la salute aveva fatto un appello a Enpam per chiedere chiarimenti sui loro investimenti, non ricevendo alcuna risposta.

La Germania uscirà dal carbone solo nel 2038, pochi anni prima del 2050. Questo ci fa capire quanto sia ipocrita la politica dei governanti europei e mondiali in generale, quando si parla di clima.

Serve una vera volontà politica per disinvestire veramente nel fossile, che sia petrolio o gas, per puntare su investimenti sostenibili.

Gas e idrogeno derivato dal fossile non sono investimenti sostenibili, sono solo “green washing”. Un lavarsi la coscienza, senza pensare al mondo di domani e alle persone che si stanno ammalando oggi.

27 settembre 2021

Anteprima Presadiretta – il tempo perduto sul petrolio

Dopo la puntata dedicata alla rivoluzione elettrica, questa sera Presadiretta si occuperà di petrolio e delle grandi compagnie petrolifere, abituate a comportarsi come uno stato nello stato

Alle grandi compagnie del petrolio e del gas si chiede di abbattere drasticamente le emissioni e di riconvertirsi all’energia rinnovabile. Saranno davvero disposti a farlo?

PETROLIO IL TEMPO PERDUTO, lunedì alle 21.20 su #Rai3.

Per arrivare ad emissioni 0 nel 2050, dovremmo ridurre di molto il consumo di carbone, petrolio e gas, ma nel mondo non sta andando così.

Da una parte abbiamo l'inerzia, se non il freno dei governi, che si riuniscono in riunioni dal nome altisonante che dietro però hanno poche azione concrete.

Perché il pianeta, come rivela il rapporto delle nazioni unite sul clima, non può più aspettare: fanno bene i ragazzi a protestare nelle piazze, tra dieci anni il mondo sarà loro e chi fino ad oggi ha continuato ad inquinare, a non fare la cosa giusta, nemmeno verrà chiamato a rispondere delle sue azioni o delle sue inazioni.

Perché, come racconta Iacona nella presentazione, il consumo delle energie fossili negli ultimi dieci anni è rimasto pressoché uguale, rappresentando circa l'80% di tutta l'energia utilizzata. Si continuano ad autorizzare trivellazioni nel mare, come ha fatto anche il governo Draghi.

In Texas con la tecnica del fracking gli Stati Uniti sono diventato uno dei più grandi produttori di petrolio e gas al mondo e le aziende del settore non hanno alcuna intenzione di fermarsi: a queste aziende non interessa né l'aumento delle temperature e nemmeno gli accordi sul clima.

Nell'anteprima del servizio che potete trovare su Domani, Iacona racconta di come in Texas i negazionismo sia andato al potere:

Qui si erano stappate bottiglie di champagne quando l’ex oresidente Donald Trump aveva deciso di uscire dagli accordi di Parigi, del resto nel mondo del “fracking” il “negazionismo climatico” è diventato politica di governo, come ci ha detto Christian Wayne, commissario della Railroad Commission Of Texas, l’ente governativo che gestisce l’industria petrolifera nel Texas: «Perché dovremmo spendere 78 mila miliardi di dollari, per via degli accordi di Parigi, per una previsione lunga decenni che riguarda il contenimento della temperatura al di sotto un grado e mezzo! È folle!».

Il servizio racconterà anche di come queste aziende stanno inquinando fiumi e falde in Nigeria e così il delta del Niger è diventato uno dei luoghi più inquinati del pianeta, così i pescatori non possono più trovare pesce su questo fiume e devono emigrare.

I pericoli del fracking


Presadiretta racconterà dei rischi collegati alle perdite degli impianti di gas metano, un potentissimo gas serra più inquinante della co2, che finiscono nell'aria senza che nessuno ne sappia niente: Teresa Paoli ha seguito le ricerche di Sharon Wilson che con una camera ottica può vedere l'inquinamento del gas metano che ad occhio nudo non sarebbe percepibile.

Sharon lavorava nell'industria del gas prima che il suo ranch fosse circondato da impianti di fracking e che dal suo rubinetto iniziasse ad uscire acqua nera.

Ora è diventata un'attivista dell'associazione Hearthworks: secondo lei questo tipo di inquinamento non è risolvibile dalle aziende “il gas è come un drago non puoi intrappolarlo in un serbatoio, nemmeno in un tubo, non puoi intrappolarlo in un camion, né in una nave cisterna, è volatile e sotto pressione e troverà il mondo per uscire. In questo momento non c'è la tecnologia per controllarlo. L'industria ha promesso per un decennio di smettere di emettere del gas e invece le emissioni sono aumentate, non credo più a queste promesse”.

Infine le enormi miniere a cielo aperto di carbone in Germania, come quella a sud ovest di Dusserdolf

Si tratta di una miniera a cielo aperto enorme, 48 chilometri quadrati dove si estrae la lignite, una tipologia di carbone poco efficiente e tra le più inquinanti. E la miniera cresce ogni anno di più, mangiandosi i villaggi attorno che vengono comprati dalla Rwe, il colosso tedesco del carbone, per poi venire abbattuti: sotto le case, le chiese, le scuole c’è la lignite ancora tutta da sfruttare. Fino a quando?

Fino al 2038, questa la data scelta dal governo tedesco per mettere la parola fine al carbone,  solo 12 anni prima del 2050, quando l’Europa dovrebbe arrivare ad emissioni zero, una presa in giro.
Staccarsi dal petrolio
Se vogliamo arrivare al traguardo delle emissioni 0, l'industria del fossile deve cambiare totalmente il suo business: questa industria da lavoro a 10ml di persone, nelle raffinerie, negli impianti di estrazione, nei gasdotti, fatturano e guadagnano migliaia di milioni di dollari: quanto sarà disposta a lavorare per una transizione energetica verso le rinnovabili?

Secondo l'agenzia internazionale dell'energia dell'OCSE raccomanda di iniziare a staccarci da gas e petrolio: entro il 2040 tutta l'energia in Europa, Asia e nord America dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili non più da carbone, petrolio o gas. Se questo succede la produzione di petrolio decrescerà – sono le parole di Fatih Birol direttore esecutivo dell'agenzia per l'energia.

L'agenzia aveva anche detto basta a nuovi investimenti in nuovi pozzi e in ricerca di nuovo petrolio e gas perché quello che già abbiamo sarà sufficiente per soddisfare la domanda.

Peccato che l'utilizzo di combustibili fossili per l'energia non sia diminuito, come dimostra lo studio del think tank internazionale Ren21: in tutto il mondo si continua ad investire nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas e così anche in Italia.

Il primo atto del ministro Cingolani nominato per guidare la transizione ecologica (coi 60 miliardi del PNRR), riguarda una vecchia storia di trivelle – racconta Teresa Paoli: un via libera per sfruttare i giacimenti di petrolio nel sottosuolo della Sicilia, dell'Emilia Romagna e nei fondali dell'Adriatico, nonostante i ricorsi delle province a queste trivellazioni in mare, anche quelli lungo il delta del Po.

Le associazioni ambientaliste gridano al tradimento, ma il ministro si è difeso dicendo che le trivelle erano già lì.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, attivo sostenitore nel referendum No Triv (quello del “ciaone” per chi se lo ricorda) il ministro non avrebbe dovuto nemmeno firmare una parte dei decreti, perché non sono legittimi: “la legge 12/2019 lo impedisce, cioè sospende tutti i procedimenti in corso finalizzati ai permessi di ricerca e la vigenza dei permessi ricerca già rilasciati”.

I negazionisti del cambiamento climatico

Teresa Paoli ha intervista un geologo che ha lavorato per la Exxon Mobil sui cambiamenti climatici causati dalle emissioni e il ciclo del carbonio: Edward Garvey ha compiuto questi studi nel 1978 e portati avanti per tre anni. Nata a fine ottocento, in Italia è conosciuta come Esso: il lavoro di Garvey e della sua equipe era progettare il sistema per misurare il valore dell'anidride carbonica. In questa ricerca ha imparato molto sugli scambi tra oceano e atmosfera, un qualcosa non ancora noto, ma già all'epoca era molto chiaro che la temperatura stava per aumentare – racconta alla giornalista – non era una questione se stesse aumentando, ma quanto velocemente, quanto presto e quali sarebbero state le implicazioni.

Nei primi anni 80 Exoon stessa ha elaborato un grafico che metteva nero su bianco quello che sarebbe avvenuto: la correlazione tra l'aumento della temperatura dell'atmosfera e le emissioni di co2 dei combustibili fossili.

“I geologi e i climatologi avevano evidenze negli anni 70” prosegue lo scienziato, e quando Exoon mise in dubbio queste posizioni “queste non derivavano dalla conoscenza, tutti lo sapevano, Exoon non ha mai detto non è un problema, ma ha pagato delle persone affinché lo dicessero. E non sarà solo Exxon a pagare per questo, ma il mondo intero, come scienziato fa veramente paura, questo non è un esperimento a cui vorremmo assistere.”

Le ricerche a cui ha partecipato Ed Garwey non sono mai state pubblicate ma sono la dimostrazione che le compagnie avevano ben chiara la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Il giornalista Stefano Vergine racconta che Greenpeace USA qualche anno fa è riuscita a trovare i documenti che Exoon Mobil ha presentato all'agenzia delle Entrate in cui ha detto a quali enti benefici, a quali associazioni di ricerca, sono arrivati i loro finanziamenti.

“Exoon Mobil dal 1998 ad oggi ha dato 33ml di dollari ad una serie di associazioni, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico”: assieme al professore dell'Unniversità Bicocca Milano Marco Grasso, Stefano Vergine ha scritto un libro dal titolo “Tutte le colpe dei petrolieri” in cui hanno fatto i conti in tasca ai signori del petrolio.

Racconta Marco Grasso: “Cento grandi industrie petrolifere hanno contribuito tra il 1988 al 2015 al 71% delle emissioni cumulate industriali globali, li conosciamo uno per uno”.

Sono compagnie statali come Saudi Aramco, la russa Gazprom, le private Exxon, la China National Petroleum e anche Eni: sono state definite l'elefante nella stanza perché sono state abili nel nascondere le loro responsabilità, nello scaricarle sui consumatori, nel dirottare l'attenzione verso altri soggetti e nel presentarsi solo come soggetti che forniscono un servizio, soddisfano una domanda.

Le compagnie petrolifere, che sono quelle che emettono la co2, non hanno vincoli sulle emissioni per legge e sulla loro riduzione, i vincoli li hanno gli stati.

Ma qualcosa sta cambiando: il 26 maggio 2021 con una sentenza storica il tribunale olandese ordina alla multinazionale Shell di tagliare del 45% le proprie emissioni di co2 entro il 2030: la causa era iniziata nel 2018 ed è stata sostenuta da 17mila cittadini olandesi guidati dall'associazione ambientalista “Friends of the earth”: per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi anche Shell deve avere un ruolo da svolgere – questa la convinzione dell'associazione – doveva essere obbligata a ridurle e il giudice ci ha dato ragione.

Questa sentenza ribalta il “clima” di negazionismo climatico: Shell era in possesso di documenti che dimostravano le conseguenze dei combustibili fossili già dagli anni 60, avevano decenni per diventare una compagnia diversa ma non lo ha fatto.

Questa sentenza sarà un precedente per imporre a tutte le compagnie un cambiamento di politiche industriali, il loro core business non potrà più essere petrolio e gas.

Nell'articolo su Domani, dove Iacona presenta la puntata, si parlano anche dei flussi finanziari che ancora arrivano al settore dell'energia fossile

Per misurare la vitalità dell’industria del fossile basta seguire i flussi finanziari: le estrazioni di carbone in Germania della RWE vengono finanziate per 183 milioni di dollari da 25 investitori italiani, tra questi anche Intesa San Paolo.

Abbiamo scoperto che dalla firma degli accordi di Parigi ad oggi i 60 maggiori gruppi bancari del mondo  hanno investito nei fossili qualcosa come 3800 miliardi di dollari.

La puntata l’abbiamo chiamata Petrolio il tempo perduto, vogliamo infatti che non si perda più un minuto per ridurre le emissioni di CO2, ma anche segnalare che è finito il tempo dei trucchi, che questa è veramente l’ultima chiamata.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.