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16 marzo 2017

Ritratto dell'investigatore da piccolo, raccolta a cura di Massimo Cassani

"Una piccola grande squadra di protagonisti tra i più amati e seguiti della narrativa gialla italiana colti in un momento della loro infanzia"

Una buona dote di ogni investigatore è la curiosità: cercare di vedere le cose in profondità senza fermarsi alla superficie. E, di riflesso, la curiosità è dote di ogni buon lettore di gialli.
Quale curiosità maggiore è quella di scoprire come erano da bambini i protagonisti di alcuni dei più famosi scrittori di romanzi gialli?
Come è nata l'amicizia tra l'avvocato Greta e l'investigatore Marlon?
Che bambino era Sandrino Micuzzi? Aveva già la testa per aria, quella testa coi capelli rossi?
Com'era da piccolo l'avvocato (così fortemente napoletano) Max Gilardi?
E il vicequestore Melis? Aveva già la passione per i racconti, per l'arte, per le cose belle e raffinate?
Infine il brusco Franco Bordelli: sembra impossibile immaginarselo, ma pure lui deve essere stato ragazzino ..

In questa raccolta curata da Massimo Cassani, padre del commissario Micuzzi, ci vengono raccontati degli episodi della vita di queste persone, che hanno avuto un'importanza fondamentale per quello che sarebbero diventati da grandi.
Storie che marcano quel passaggio dall'età della spensieratezza verso un'età all'improvviso prendi consapevolezza di cosa sia la vita.
Che non è solo qualcosa di giochi, divertimenti e svaghi. O di grandi illusioni che si possono toccare con mano.
La scoperta dell'amore e la scoperta della morte.
La scoperta dell'amicizia, quella solida che dura poi una vita e quella del tradimento. Di un amico. O perfino dei propri genitori.
La rivelazione delle proprie passioni e di come, per raggiungerle, si deve essere disposti a superare anche enormi sacrifici.


Autarchia, Greta Marlon e le tre verità di Erica Arosio e Giorgio Maimone

Siamo a Milano, negli anni ruggenti del fascismo, nel 1936.
Intanto i treni arrivano in orario e c'è un pollo su ogni tavola: cosa possiamo desiderare di più? Magari un po' di libertà .. fantastica il giovane Mario Longoni, dall'alto dell'incoscienza dei suoi sedici anni..”

Mario Longoni è un pugile promettente che al parco incontra una bella ragazza, Inge, che accompagna una ragazzina della borghesia milanese, Greta, figlia dell'avvocato Morandi, fascista della prima ora:
Siamo sotto il fascismo e i ladri non ci sono e i giornali scrivono solo buone notizie per non turbare l'animo degli italiani”.

Peccato che la cronaca nera sia di diverso avviso, anche se poi le notizie non escono sui giornali. Greta e Inge assistono ad un omicidio di un medico, da parte di una prostituta dai tratti cinesi. L'assassino deve essere trovato rovistando nel torbido mondo dell'anarchia, è la versione ufficiale della polizia fascista.
Anche se questo non è quanto Greta (e Mario hanno visto):
«Non mi interessa cosa avete visto e ancor meno cosa avete immaginato. La polizia ha diffuso una versione ufficiale. Quando c'è una versione ufficiale è questa la verità. Esiste una verità oggettiva, quella soggettiva e quella ufficiale. Quest'ultima ha aggio sulle altre due. Vi proibisco di occuparvi ancora di questa faccenda e guai a voi se ve ne sento parlare...»

Il libraio: l'amico di villeggiatura del commissario Micuzzi, di Massimo Cassani
Qualsiasi cosa accadesse nella nostra famiglia, la colpa era sempre di zio Alfonso. Lui era l'Errore, un Errore allegro, gli va riconosciuto. Anche quando lo trovarono morto nella vasca da bagno, zia Andreina, sua moglie, non perse l'occasione di sentenziare che la colpa era sua..”

Protagonista del racconto è l'io narrante, il nipote di quello zio Alfonso morto in circostanze strane in bagno, mentre leggeva una rivista “poco raccomandabile”.
Il futuro libraio, ripercorre gli eventi che seguirono quell'episodio: la sua voglia di scoprire cosa nascondeva di così sconvolgente quella rivista, e il voler condividere questo segreto col suo amico della villeggiatura (sulle prealpi varesine) Sandrino Micuzzi, con quei suoi occhi tondi e inespressivi.
Non fa fare proprio una bella figura al suo Micuzzi, ma alla fine sarà proprio lui, diventato da adulto commissario a Milano, in quel via (o viale) Padova, a scoprire il mistero.
Non mancano gli indizi, disseminati qua e là nel racconto, dalla mente fervida di Massimo Cassani:
Mi fermai a fissare quel numero di telefono. Poi misi in moto e sotto una pioggia battente proseguii su quella pista sottotraccia che mi avrebbe portato nella zona franca della mia infanzia su cui sarebbe stato meglio, per me, ci fosse soltanto silenzio”.

Mi chiamo Massimo: Max Gilardi avvocato e Giacomo Cataldo investigatore privato, e la loro antica stretta di mano, di Elda Lanza
«Lei mi sta chiedendo di raccontarle un episodio della mia infanzia che mi facesse prevedere quello che sono diventato: un avvocato impiccione.» Sorride per farmi capire di sapere che lo considerano un avvocato fuori dagli schemi, sempre con quell'investigatore alle spalle che fa il lavoro suo.«Ma lei è stato anche commissario», minimizzo.«Si, soltanto per fare un dispetto a mio padre. A Trissera, sa dov'è?» Dico di no. «Un agglomerato di case popolari all'estrema periferia di Milano, verso il nuovo ospedale. Dopo la morte di mia moglie, ho capito che era venuto il momento di tornare a casa.»«Le piace Napoli?»«Senza Napoli morirei ..»[..]«Sì, un episodio c'è stato. Avevo quasi undici anni e frequentavo la quinta elementare. L'anno in cui ho conosciuto Giacomo Cataldo, che era in banco con me.»

L'episodio significativo dell'infanzia dell'ex commissario Gilardi, poi avvocato in quel di Napoli risale all'ultimo anno delle elementari quando, come compagno di banco, incontra Giacomo Cataldo.
Max e Giacomo: il primo figlio di un procuratore, con un padre assente e una madre pianista dal carattere così delicato.

“Per te ci sono io mamma” - continua a ripeterle Max.
Giacomo è figlio di pescatori, ripetente e viene messo a fianco di Max per aiutarlo a scuola.
Sarà Max a scoprire, con la sua ostinazione per la verità, la verità dietro una bravata (dal tragico finale) tra due suoi compagni di classe.
Il suo primo caso, in cui si cementerà l'amicizia con il futuro investigatore:
«Ma tu sei sempre amico mio?» gli domandò, senza alzare la testa.«Si, naturalmente...»«Be'.. allora, anch'io.»

Hans Tuzzi Il fico egoista L'azzurra fantasia del vicequestore Melis
«Figìnne, figìnne, scotìzz d'angiolinne..»Rotte le fila, appena sceso lo scalone della scuola, ogni classe si precipitava all'aperto - neri grembiuli con fiocco blu i maschietti, fiocco blu e grembiule bianco le femminucce - e i veri maschi sfogavano il loro livore di sesso obbligato ad essere forte, ma consapevole d'essere debole, verso le bambine, studiose, ordinate, ipocrite, beneamate dalle maestre.Quel giorno, però, successe una cosa strana.

Perché gli adulti non raccontano sempre la verità ai bambini? Perché gli nascondono le cose, li trattano da persone stupide.
Il piccolo Norberto se lo chiede spesso: specie quando a scuola arrivano i carabinieri a prendere il suo amico Francesco. E lui è costretto a spostarsi dal nonno, a Nervi:
.. lui non si preoccupava per i suoi voti. Ma sentiva che quei poveri adulti stavano recitando male le loro bugie: che il nonno non aveva bisogno della sua compagnia, e che a Francesco, il suo migliore amico, era successa una cosa brutta, così brutta da non avere nome”.

Qui a Nervi, incontra un altro carabiniere, che proprio al nonno chiede un consiglio per un'altra storia. Una storia di un incidente ad una contessa, trovata morta nella sua auto dopo un incidente. Se è solo un incidente …
Seguendo questa indagine, origliando i discorsi dei grandi da dietro una porta, ascoltando le storie di Aly, il vecchio assistente berbero del nonno, Norberto scopre l'età adulta.
Scopre la morte, l'importanza delle leggi, la differenza tra i principi (cui si ispirano le leggi) e le norme. La scoperta dell'amore e della gelosia. E dell'avidità. Che spinge ad uccidere.
Ma, soprattutto, scopre l'insegnamento dentro il racconto del “fico egoista”, una storia raccontata dal poeta libanese Elia Abu Madhi:
«Cos'è il fico egoista?»«Al morire dell'estate, “Io ho la bellezza”, diceva il fico, “ma gli esseri alati e le creature dagli affilati artigli mangiano i miei frutti: e allora, ecco, io mi rinserro nella mia ombra, né bellezza né frutti alle bestie e agli uomini”. Rinnova primavera e il verde e i fiori, il fico resta nudo, chiodo confitto in terra: il giardiniere lo abbatte, e taglia tronco e rami in ceppi per il fuoco del camino. E il poeta conclude: “se non saprai condividere ciò che la vita di dà, il tuo egoismo ti ucciderà”».

Marco Vichi Il segreto di Ermelinda Una dolorosa storia del piccolo Bordelli

Sicuramente il romanzo più toccante tra tutti: la storia di una breve ma profonda amicizia (e forse anche qualcosa di più di un'amicizia) tra il giovane Franco Bordelli e una zitella, proprietaria dell'intero edificio, la signora Ermelinda, nella Firenze del 1919, pochi anni dopo la grande guerra.
Tanti pomeriggi passati assieme, a sentirla suonare al pianoforte mentre si rimpinzava di caramelle e cioccolatini.
A sfogliare assieme i vecchi album di fotografie.
A leggere assieme delle fiabe.
Ad ascoltarla mentre raccontava storie della sua infanzia e della sua giovinezza.
Può sembrare strano che nasca un'amicizia così, tra due persone con una età così diversa.
Fino al giorno in cui Ermelinda gli chiede un ultimo aiuto:
«Sai mantenere un segreto?»«Che succede?» farfugliò Franco, sentendosi mancare il respiro. Era sicuro che stava per succedere qualcosa di brutto.«Non devi dirlo a nessuno.»«Che succede?»«Ecco .. Tra non molto dovrò partire ..»«E quando torni?»«Vedi … Non sempre possiamo decidere ...»«Quando torni?» disse di nuovo Franco, con un nodo alla gola.«Non credo di poter tornare.»

Il piccolo Franco dovrà fare un ultimo favore per Ermelinda, dopo la sua morte. Segreto custodito dentro una scatola di latta che dovrà tenere nascosta, specie agli avidi nipoti di Ermelinda.
Qual è il segreto nascosto dentro la scatola?
Lo scoprirà, anni dopo, lo stesso Franco.
Una storia di amore e di dolore, tutto assieme. Come l'amore tra una madre e una figlia.

La scheda del libro sul sito di Tea editore; qui potete scaricare le prime pagine
Il blog di Massimo Cassani, dove potere trovare i sinossi dei racconti.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


21 dicembre 2015

Mistero sul lago nero, di Massimo Cassani

 L’immagine di copertina è di Angela Varani.  
Incipit
Un po’ di malinconia mi stava venendo, amici miei, ve lo devo confessare. Ma stavo provando ad ammorbidirla con due dita di Jack Daniel’s liscio, sorseggiate con calma, le gambe allungate sulla scrivania, lo sguardo al soffitto.Nell’intonaco annerito dal fumo di sigaretta si intrecciavano svincoli di ipnotiche e tortuose fessure scavate dal tempo.
Ero solo, tolta una cimice che sgambettava sul vetro della finestra con addosso soltanto qualche goccia di Chanel N°5. Stavo lì senza far niente, aspettavo e basta. Ho sempre adorato star lì, senza far niente, aspettando e basta, ma quella volta la malinconia mi stava rovinando il mio passatempo preferito.
È stato al secondo sorsetto che dietro la porta smerigliata dell’ufficio ho visto il profilo di una donna, il naso perfetto e la chioma vaporosa ingigantita come un’ombra cinese.Per un attimo – ma soltanto per un attimo – mi sono vergognato che il vetro avesse nel mezzo una crepa inelegante.L’ombra se n’è rimasta immobile per qualche secondo, come un fotogramma di un film.
 
Intuivo una mano sul pomello e immaginavo due occhi splendidi leggere la scritta “Mario Borri – Investigazioni”. Ho preso un terzo sorsetto e ho tirato giù i piedi dalla scrivania. In presenza di una bella signora so essere fine, e chi afferma il contrario è un bugiardone spudorato.[Il primo capitolo lo potete scaricare qui]

Cosa succede se un detective privato milanese, viene assunto per seguire un caso (l'ultimo prima di andare in pensione) in provincia, sul Lago?
Questo succede al milanesissimo Mario Borri, investigatore che sembra uscito da una pellicola anni '40 in bianco e nero: 1 metro e sessanta d'altezza e col vizio naturale di fare battute con le clienti, specie quelle avvenenti.
Nonostante abbia deciso di ritirarsi, decide di accettare il caso offerto da una splendida signora fulva, tanto bella quanto distaccata. Forse i piccioni del parco possono aspettare.
Di mezzo, nel caso, c'è una questione di eredità di una vecchia zia (della cliente) che nel testamento ha messo precise indicazioni affinché le sue due nipoti possano ereditare.
Una delle sue nipoti è la cliente di Mario Borri, e questo ve l'avevo già detto. Che dovrà tenersi lontano dalla bottiglia. L'altra è la sorellina che Borri deve sorvegliare.
Perché le disposizioni sono state chiare:
È per mia zia”, ha detto.  
Ho alzato lo sguardo verso il reticolo di crepe del soffitto e ho sbuffato in alto una nuvola di fumo. Ho caricato la mia voce di tutta la sufficienza di cui sono stato capace e ho detto: “Va bene che il vetro della porta ha una crepa in mezzo, ma la scritta si legge bene: In-ve-sti-ga-zio-ni, non Casa di riposo. Forse voleva andare alla Baggina e ha sbagliato strada”.
Un’altra battuta delle sue e me ne vado”, ma non si è mossa di un millimetro.
Se mi vuole assumere è meglio che si abitui. Le battute mi vengono naturali e di solito le donne ridono, non sorridono come la Gioconda. Cos’ha la zietta che non va?”
  
È morta”.  
Capisco. Capita. Vuole che pedini il feretro?” 
No, voglio che tenga d’occhio mia sorella”, e mi ha allungato un foglietto bianco. “Qui c’è nome, cognome e indirizzo”.Ho dato un’occhiata distratta, era l’indirizzo di un paese di provincia, sentito soltanto nominare. Ho lasciato planare il foglietto sul ripiano della scrivania e mi sono fatto sotto: Se non beve cosa ci faceva agli alcolisti anonimi?” 
E lei? 
Le domande dovrei farle io. Ma per dimostrarle che sono un gentiluomo le voglio rispondere: tenevo d’occhio un giovanotto. Ci dava un po’ troppo dentro con l’Amaro Lucano. Ero stato incaricato dalla famiglia, dovevo assicurarmi che a quelle riunioni ci andasse davvero e non frequentasse i bar. Ero diventato il suo angelo custode”.

L'incarico è all'apparenza semplice: Mario Borri investigatore deve tenere d'occhio la sorellina, che è un tipo un po' leggero con gli uomini, per incastrarla (un anno di astinenza, questa la clausola della zietta).
Ma dietro tutta questa apparenza, c'è il fatto che le indagini non si svolgeranno più nei quartieri ben noti di Milano, ma in un un paese, Mirate al lago, che si dimostrerà fin da subito ben poco accogliente con l'investigatore venuto dalla città.
Col suo vestito bianco di lino e la sua Renault color cacca.
Prima un incontro poco amichevole col le suore del “Rifugio del pellegrino”.
Poi con un albergo dove non fanno da mangiare e un bar dove da mangiare ci sono solo piselli in scatola.
Va bene che non siamo a Milano, ma qui si esagera!

Ma la storia si complica fin da subito: il primo appostamento alla sorellina, in una notte di stelle che termina poi con un bell'acquazzone, si trasforma in un quasi tentato omicidio, nei confronti della ragazza, da parte del “manzetto” che la stava accompagnando e da cui lo stesso Borri deve scappare.
Perdendoci pure la macchina fotografica e le scarpe. Manco fosse Cenerentola e non un investigatore professionista.
Il paese è piccolo e ha mille occhi, e nessuno vuole collaborare con questo investigatore per giunta forestiero. I vigili sembra che abbiamo una passione per la sua auto. Mille occhi lo tengono d'occhio, come quelli che lo dalle tendine del rifugio delle suorine.
C'è qualcosa che sfugge in questa storia, a Mario Borri investigatore: porca paletta, mica può tornarsene a casa senza aver risolto il caso!
Ero avvilito, amici miei. Avvilito e stanco. E avevo una strana sensazione (sempre fidarsi delle sensazioni): tutto ciò che vedevo in quel paese era una specie di fondale, il fondale di un teatro di posa. Dietro quel fondale – non sapevo neppure io quanto nascosta, quanto segreta – c'era la realtà. E io dovevo guardarla in faccia, quella realtà, se volevo venire a capo del caso. [..] Bisognava andare più a fondo. In mano avevo solo minuscoli fotogrammi, ma la trama del film mi era ancora oscura”.

Ci arriverà a mettere in luce la trama del caso, Mario Borri, assieme ai suoi ragazzi: un guardiano di cinghiali, un barista con la passione delle armi e due anziani avventori del bar, di cui uno senza cappello.
Ma sarà un finale di carriera un pelino amaro, nonostante la soddisfazione di aver risolto il caso.

Uno scrittore deve provare a cimentarsi in qualcosa di nuovo: questa massima deve aver ispirato Massimo Cassani che, abbandonato momentaneamente il personaggio di Sandro Micuzzi e la sua Milano (e via Padova), tira fuori dal cilindro questo nuovo personaggio, Mario Borri.
1 metro e sessanta di astuzia, umorismo e anche tanta passione per le sottane e il Jack Daniel's.
Uno che ha deciso di ritarsi dal lavoro, per ritirarsi in riviera e scrivere un bel libro (perché, si sa, gli scrittori rimorchiano sempre le belle donne).
Quello che viene fuori è un giallo che ammicca al romanzo hard boiled americano, ma anche al romanzo italiano, per la sua ambientazione in provincia, con robusti innesti di ironia, come quando racconta delle disgrazie che capitano al nostro Borri al suo primo impatto con la provincia e la sua natura, che gli fanno venir voglia di cemento. Un mix che funziona proprio perché Massimo Cassani li conosce bene questi due ingredienti.

Buona lettura!

Il blog dell'autore, Massimo Cassani e la scheda del libro sul sito di Laurana editore

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22 novembre 2014

Soltanto silenzio di Massimo Cassani

Incipit
Se non un colpo di pistolaMilano, 1 ottobre 1978, ore 7.15Se non un colpo di pistola, cos’era stato allora quello? Un petardo fuori stagione? O un motorino con la marmitta in pappa che aveva scoreggiato su una via Monte Nevoso deserta, in una domenica mattina fotocopia di tante altre?Aristide – pupille dilatate nel buio della sua camera in attesa del trillo della sveglia – cercava il sonno che l’aveva abbandonato, chissà come mai così presto. E non certo per il solito passaggio dei treni, così frequenti che l’abitudine li aveva fatti andare oltre la soglia dell’udibile. Forse era per via dell’ora legale che da quella notte era stata messa in soffitta. E alla sera il buio sarebbe arrivato molto prima. Di botto. O forse per il pensiero della partita del pomeriggio all’oratorio del quartiere Casoretto: quattro pedalate veloci da Lambrate a là senza neppure un alito di fiatone. Loro contro gli altri, dove gli altri stavano per quei tizi grossi dell’oratorio di una zona periferica di Milano sentita soltanto nominare. E l’arbitro era un ragazzino del Ticinese con i capelli rossicci e ispidi e impettinabili, mica tanto sveglio: c’era da prepararsi a prendere un sacco di calci negli stinchi, tanto quello manco se ne sarebbe accorto. Gli adulti avrebbero guardato la partita con gli occhi molli, l’orecchio attaccato alle radioline a transistor, la barba sfatta e la pancia satolla di risotto e arrosto. Nell’aria fumo di sigarette popolari, MS o Nazionali senza filtro.Aristide non fumava, non ancora almeno, ché a dieci anni – diceva suo padre – è presto! Anche se lui, il padre, aveva cominciato proprio a dieci, giù, nel paesello assolato di Trinacria. E ora teneva la Nazionale con la sinistra, visto che l’altra l’aveva persa per colpa di uno stronzo di rapinatore dalla mira per fortuna del cazzo, che invece di centrare la divisa da carabiniere dritta in petto gli aveva fatto esplodere la mano destra. Roba di nove anni prima, ma il padre ne parlava ancora come se avesse fatto la guerra, e la mamma s’incazzava perché i figli non le devono mica sentire quelle cose lì.Pure Aristide voleva fare il carabiniere, ma non lo diceva mai e la mamma non lo sapeva. E mentre lui se ne stava lì, nel buio, e pensava alla partita, al guanto nero del padre, alla divisa scura con la riga rossa sui pantaloni che avrebbe indossato da grande, quel botto secco gli aveva bloccato il fiato per un momento.Suo fratello Gaetano, invece, fumava. Il carabiniere però non lo voleva fare; diceva «servi del potere!», lui, e litigava a tavola con il padre. Chi aveva ragione: papà o Gaetano?Dopo un istante breve come un battito di ciglia, i colpi erano diventati due. L’altro metallico, isterico.Aristide aveva appoggiato i piedi nudi sul pavimento, vicino al borsone della partita, e aveva sentito freddo. Gaetano non si era svegliato subito. Aristide vedeva le coltri mosse dal suo respiro.Dalla persiana chiusa della camera ora filtrava soltanto silenzio.Ma era durato un secondo.

Nel corso degli anni (e dei romanzi) abbiamo imparato a conoscere il commissario Alessandro (Maria) Micuzzi. La sua passione per la grappa Nardini, per un toscanello da fumare in pace. I suoi capelli rossicci e arruffati, rossicci come i baffi. La sua aria bonaria che da quell'impressione di uno con la testa con le nuvole. Uno poco sveglio per fare il commissario di polizia a Milano.
Eppure, Micuzzi, è uno che la testa la sa usare eccome per portare avanti le sue indagini. Uno che sa mettere assieme e collegare dettagli forse insignificanti. Anche se questo significa pestare i piedi a qualcuno di importante. Oppure passare ore e ore dietro un'idea o un indizio e sacrificare la vita privata. Cosa che, nel corso della sua carriera gli ha causato non pochi problemi.
Dal siluramento alla Mobile, da parte del questore Nardò (che fa rima con Kapò). Prima al commissariato Città studi e ora, al commissariato di via Padova.
Poi il divorzio da Margherita, la ex moglie, che pure da ex è riuscita a causargli qualche problema nella sua veste di poliziotto.

In questo romanzo, la cui storia parte da molto lontano, precisamente in una mattinata di domenica dell'ottobre del 1978 a Milano, Margherita avrà un ruolo importante: Micuzzi si troverà a dover mischiare (a proprio rischio e pericolo) questioni d'ufficio e questioni personali.
Ma andiamo per ordine.
«Via Padova», fa il Questore.Micuzzi la conosce bene quella via. È lunga come la quaresima, è un elastico tirato dalla rotonda di piazzale Loreto che si aggancia alla periferia con vista tangenziale Est. È uno snodo di contaminazioni, un frullato di genti, un mood mediterraneo, un miscuglio cromatico, un fluire blues, un'improvvisazione jazz, un controtempo balcanico, un ritmo di congas, è una nenia cinese. Un pastrocchio.
In via Padova a presidiare il territorio: in due, con una sola auto. No, anzi in tre: lui, il vice e l'agente Lara Sandri. Una di quelle persone capaci di creare disastri per il troppo entusiasmo (e l'imperizia) nel fare le cose.
Margherita gli si presenta un giorno e, in una pausa pranzo a base di panino e brie, gli dice che intende risposarsi. E Micuzzi dovrà fare da testimone.
Tu vuoi la mia felicità?”.
Come si fa a dire di no ad un basso ricatto del genere. Da una persone cui comunque hai voluto bene. Non è finita: i due (marito futuro ed ex) si dovranno conoscere in una cesa, cui il nostro poliziotto non riesce a sottrarsi.
Ma proprio qui, inizia tutta la storia.
Perché mentre Micuzzi sta per entrare in bagno, si accorge di un uomo con la pistola puntata su Gaetano Mastronardi. Il futuro marito. Il colpo, deviato dall'intervento di Micuzzi, sfiora l'uomo che per lo spavento si accascia in terra.
L'inseguimento della coppia di killer si rivela inutile.
Ma perché qualcuno vuole ammazzare quell'uomo?
Se lo chiede Micuzzi e se lo chiede anche la Questura. Precisamente, il questore in persona, che affida al nostro poliziotto un'altra missione “sotto traccia”. Spiare il futuro marito per cercare di capirci meglio nei suoi affari.
«Mi state chiedendo di capire cosa sono queste macchine per scrivere per arrivare a scoprire chi ha sparato al Mastronardi?» Micuzzi vorrebbe far assumere alla sua voce borbottante la stessa inflessione sarcastica del questore, ma il bruciore di stomaco gli sta salendo fino alla gola e il sarcasmo non decolla. «Devo ricordarle, signor Questore, che sono stato appena sbattuto in un commissariato periferico. Non faccio indagini, devo presidiare il territorio, io».«Trasferito, Micuzzi, tra-sfe-ri-to ..»Già: trasferito.«Non proprio, Micuzzi. Per questo ci sarebbero già investigatori ..» Nardò non finisce la frase, ma è implicito che stava per dire: « .. ben più svegli di lei», ma tace e a va a capo saltando la chiusa.
Qui inizia un'inchiesta che riguarda il commercio di macchine da scrivere Remington numero 8 (quella riprodotta sulla copertina del libro), strani viaggi verso il sud e di una libreria in via dei Transiti, in cui accadono strane cose.
Libreria del fratello di Gaetano, Aristide, dove un giorno si presenta un avvocato americano per consegnare un pacco. Libreria in cui qualcuno, una notte, appicca un incendio doloso.
Tutti indizi su cui Micuzzi deve fare un'indagine che non è un'indagine. Perché ufficialmente ad indagare sono altri, perché è da solo. O quasi.
E la storia del passato, di quell'ottobre del 1978?
Riguarda un episodio della nostra storia che ancora oggi fa paura, che ancora oggi deve essere tenuto nascosto. E che mette in pericolo la vita stessa dell'avvocatessa venuta in Italia a un “ricordo” di quella storia e forse anche di Micuzzi.
Micuzzi sente caldo al viso: non è rabbia, non è vergogna. È deriva. È sconforto per doversi occupare di un'inchiesta ancora una volta non da titolare, ma da supporter, da infiltrato speciale nella vita di un biondino che, se tanto gli da tanto, avrà una scrivania ordinata come quella di Lariccia. E tutto questo soltanto perché la sua ex moglie si infila sotto le lenzuola di un sospettato non si sa ancora bene di che cosa, del quale lui deve fingere pure di voler diventare amico. Con allegra soddisfazione e successiva incazzatura di Margherita (viste le finalità). Già la sente ...
Soltanto silenzio è un romanzo profondamente milanese: perché l'azione si svolte in gran parte attorno alle zone di piazzale Loreto, Lima e via Padova. Perché in molto dialoghi fa capolino il dialetto de “Milan”, scritto così come si pronuncia.
Perché il ritratto che Cassani fa della Milano è di stampo impressionista, aderente alla realtà: quello di una città caotica per il traffico, che va in crisi quando piove a dirotto (e su Micuzzi pioverà parecchio) o quando ci sono i soliti scioperi dei mezzi.
Una città vista dalla periferia, dove è stato man mano spostato Micuzzi. Dove la gente ha iniziato a trasferirsi. Anche per colpa di quelli che stanno trasformando Milano in “una casa vuota senza gente dentro”.
Come nella canzone di Claudio Sanfilippo:
Gh'è una cà chi dedrée che gh'è denter nissun
me ricordi un carètt che portava un quajvun
inn andàa tutti via, e nissn l'è turnàa
e i finèster coi veder che riémpien el pràa
e la ciàmen, la ciàmen la cà, la cà senza la gent
Claudio Sanfilippo, La cà senza la gent

Una precisazione, il commissariato di via Padova non esiste. È per copiare Biondillo (ripicche tra autori noir) ), reo di essersi inventato il commissariato a Quarto Oggiaro.
Gli altri libri col commissario Micuzzi
La presentazione del libro alla libreria Lirus
La scheda del libro sul sito di Tea e il sito dell'autore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Soltanto silenzio - la presentazione alla libreria Lirus (Milano)




Quella alla libreria Lirus (martedì 11 novembre scorso) è stata una presentazione particolare, a base di dialetto milanese, calcio e canzoni (di Claudio Sanfilippo): erano tanti gli ospiti per l'ultimo libro dello scrittore milanese Massimo Cassani "Soltanto silenzio", uscito per Tea.
Assente giustificato Gianni Biondillo (per la storia del commissariato in via Padova, chi ha letto il libro avrà capito), i magnifici sei erano: Claudio Sanfilippo (con la chitarra) Luca Crovi (a presenziare), Massimo Cassani (l'autore), Gianni Mura (a parlare di calcio), Flavio Villani  e Giovanni Cocco.     
Nell'ultimo libro con protagonista il commissario Micuzzi piove molto. E piove molto sempre sulle solite persone.
Come Micuzzi, che anche in questo romanzo avrà a che fare con la ex moglie, con delle vecchie macchine da scrivere, con un episodio del lontano passato. E con un nuovo trasferimento, sempre più in periferia.
Nel commissariato di viale Padova, pardona di via Padova.

Buona lettura!!



21 ottobre 2013

La passione per il delitto 2013 - delitti milanesi




Due gialli  milanesi hanno aperto il lungo pomeriggio alla rassegna erbese "La passione per il delitto": Zona franca di Massimo Cassani e L'estro del male di Alberto Paleari.
Il libro di Paleari racconta del primo serial killer della storia dell'Italia unita, Antonio Boggia, autore di quattro efferati delitti, condannato a morte per impiccagione nel 1862, pochi mesi dopo l'unità.

La parola estro fu usata, dallo stesso Boggia (marito e padre di famiglia, non ché parrocchiano devoto), durante un processo, per spiegare le ragioni di uno dei suoi omicidi.

Ambientato nei tempi moderni il libro di Cassani, dove si parla del lavoro nero nei cantieri milanesi, dove gli operai vengono pure pagati con le bustine della droga.
Di un vecchio matto, Gigi Sciagura, ucciso per strada, il cui caso permetterà al commissario Micuzzi di entrare dentro il sistema criminale di questi cantieri.
E di intuire in cosa consista quella zona grigia, ai margini dello stato: parliamo dell'Anello, o noto Servizio. Un servizio segreto non ufficiale, che fece i lavori sporchi per conto dei suoi referenti politici.

16 aprile 2013

Zona franca - la presentazione alla Feltrinelli






Ieri sera, per la presentazione
del libro "Zona franca", oltre all'autore Massimo Cassano Luca Crovi, Aldo Giannulli  e Aldo Finzi (avvocato, figlio del musicista ebreo che ha ispirato uno dei personaggi della storia) che hanno parlato del libro, della Milano criminale e della Milano che non c'è più, dell'Anello e , ovviamente, del commissario Micuzzi e di viale Padova. 

Pardon, via Padova.. altrimenti Massimo mi sgrida.

03 aprile 2013

Zona franca, di Massimo Cassani


E dire che sembrava solo un matto, un matto come tanti.

Un brutto momento per il commissario Micuzzi, sepolto per punizione al commissariato di Città Studi dopo la vicenda dell'omicidio di un tossico. La pratica per il suo rientro in Questura è sepolta in qualche cassetto ben chiuso del Questore, il Kapò.
Sulla sua scrivania anziché i vecchi casi da risolvere, quando era ancora alla Mobile, una pila di scartoffie. La moglie, che l'ha lasciato (e che si era anche andata a cacciare in un bel guaio quando aveva cercato di adottare un bambino aggirando le leggi), ora si ripresenta a casa sua con le sporte della spesa, cercando un riavvicinamento ..

Ma all'improvviso, tutto inizia a muoversi in modo quasi convulso, e quello che sembrava un caso semplice, diventa un groviglio intricato che coinvolge più persone a lui vicine.

Si inizia con l'assassinio di un anziano signore residente in via Padova, Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura: sparato con tre colpi di una pistola usata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Chi poteva avercela con questo vecchio signore, anche un po' matto, che passava la notti attaccando manifesti per abbattere il Duomo, che emanava un gas che avvelena la gente?
“Una firma per abbattere la cattedraleee... Una firma per abbattere la cattedraleee...”

C'entra qualcosa il suo passato di ex partigiano, proprio nella sua Milano? È stato qualcuno venuto dal suo passato, dagli anni in cui Milano era ancora un cumulo di macerie, che è venuto qui a regolare i conti?
Benito Marabelli era un uomo disarmato. Era convinto. E voleva uccidere qualcuno”.

Oppure c'entra qualcosa il cadavere di un muratore, scoperto per caso proprio dal Gigi Sciagura, accanto ad un cantiere dell'ingegnere Trezzani, uno dei costruttori che hanno abbruttito Milano coi loro palazzoni tutti uguali?

Il pestaggio brutale della giornalista free lance Ambra Cattaneo: Ambra è una giornalista di quelle che corrono avanti e indietro per scrivere pezzi di cronaca locale, in attesa del gran colpo.
E forse il gran colpo è proprio arrivato: proprio quel cadavere di un muratore, la spinge ad una sua indagine sui cantieri di Trezzani, con articoli molto duri. È per questo che qualcuno è entrato a casa sua una mattina è la picchiata fino a mandarla in coma?

Selene Melini è invece una ragazza con la passione della danza venuta a Milano per un concorso. Concorso perso, però: in attesa di una sistemazione definitiva, si ferma da Ambra, l'amica giornalista e forse anche qualcosa di più.
Per un soffio sfugge al pestaggio, ma poi anche lei scompare. Come il cadavere del muratore (forse) visto dal fu signor Pecchi; come i due bellimbusti che venivano dal Pecchi per convincerlo a vendere casa …

Troppe coincidenze strane che portano tutte ad uno stesso posto: i cantieri dell'ingegner Trezzani
«In effetti», intervenne l’ispettore Teneriello, «insomma, commissario, se Pecchi il morto l’ha visto per davvero e poi il corpo è sparito come per miracolo, il collegamento con l’ingegner Trezzani diventa una cosa seria”.

C'è una prima pista, che puntava ad un immigrato albanese trovato in possesso dell'arma che ha sparato. Ma non convince Micuzzi, che inizia una sua indagine, non avendone però l'autorizzazione: lo anima anche uno spirito di rivalsa contro l'ex collega della Questura, l'ispettore Lariccia ora promosso commissario al suo posto, con cui ha anche un duro scontro.

Ma ecco un altro colpo di scena: il Questore lo reintegra in servizio e gli affida al caso, approfittando del fatto che il titolare, (l'ex collaboratore e amico) Lariccia deve andare a Roma per un incontro.
“Micuzzi si stava domandando il perché. Perché aveva messo la quarta su un’inchiesta che nessuno gli aveva affidato, perché si stava incaponendo sul dettaglio dei colpi di pistola, perché aveva deciso di tirar dritto su una strada che non era la sua”.

Micuzzi, con l'aiuto dei due ispettori Teneriello e Salada e dell'agente Rosaria Della Vedova, si mette allora in moto per riannodare tutti i fili del caso. Ma, prima di tutto: sono tre casi distinti, l'omicidio, il pestaggio della giornalista e la sparizione dell'amica, o sono tutti legati ad un motivo ancora da mettere in luce?

E dire che sembrava solo un delirio, il delirio di un matto.

Alle cinque di mattina piazzale Loreto pareva un cappotto rivoltato dalla parte consumata. Poco dopo meno di un’ora la città se lo sarebbe girato dalla parte buona e chi fosse passato da lì non avrebbe notato alcun cambiamento dalla sera prima”.

L'infiltrazione di un suo collaboratorein uno dei cantieri della Trezzani e figli porta alla scopertadell'uso di lavoro nero al suo interno, di un capolarato feroce dove chi sgarra paga e chi muore sul lavoro scompare. Ma non solo: in quei cantieri non è solo cemento che fa polvere: un'altra polvere, più redditizia per la criminalità , gira tra gli immigrati e viene spacciata nella città.
“Questo è un giro organizzato come Dio comanda, mi dia retta: lavoro nero, droga, immobili. E, se la cosa non si limita solo al cantiere di via Adriano, ma a tutti i cantieri che Trezzani ha aperto in città”

Ma è la collaborazione con il procuratore Cavalli, anche lui separato, anche lui un personaggio fuori dalle convenzioni, che gli permette di mettere tutti i tasselli a posto.
Sul palcoscenico dell’omicidio Pecchi si agitavano troppi attori: un albanese rinchiuso in carcere, un erede squattrinato e indebitato, una vecchia prostituta e un’agenzia immobiliare di proprietà dell’ingegner Oliviero Trezzani che faceva man bassa di immobili con proposte impossibili da rifiutare per affittarli, a prezzi esosi, agli immigrati.”

I tre casi, che alla fine risulteranno pure separati, arriveranno ad una loro soluzione. L'avidità, per il sequestro della ballerina amica di Ambra e per il pestaggio di quest'ultima. E un impulso d'ira per il povero Gigi Sciagura, che sperava, dopo tanti anni, di poter coronare il suo sogno d'amore sposando la ragazza ebrea che aveva contribuito a salvare durante la guerra.

Ma, c'è un ma.
In questo libro, che spazia geograficamente su tutti i quartieri di Milano, dalla zona di via Padova al la zona sud di via Ripamonti, c'è un personaggio che si muove in una sua zona franca.
Se il personaggio di Micuzzi, imperfetto nella suo disordine, nella sua capacità di perdersi dietro i suoi pensieri come se fosse catapultato in un giallo di Urania, è frutto della fantasia dell'autore, come lo sono Ambra, e un po' anche Gigi Sciagura (ispirato parzialmente a Carlo Torrighelli), altre cose sono tremendamente attuali.

Scrive l'autore nelle note a fine libro che il personaggio dell'ingegnere Trezzani è inventato, ma
“La cementificazione delle periferie di Milano, la manodopera abusiva, i morti sul lavoro, gli affitti esosi «riservati» agli stranieri si spera diventino soltanto Storia. Al momento sono attualità. Come del resto la ‘ndrangheta è attualità.”

Non è inventato, sebbene per molti anni sia rimasto nell'ombra, nemmeno la struttura de l'Anello, o noto Servizio. La struttura segreta dei servizi, nata dal Sim alla fine della seconda guerra mondiale, dentro cui si muovono nel romanzo come se fossero in una zona franca, i personaggi Benito Marabelli e l'onorevole Malinverni. Una zona franca, dentro cui tutto è lecito e tutto è permesso.
Far sparire delle prove, mettere su false piste gli inquirenti e far trasferire magistrati e poliziotti troppo zelanti.
Il Coinvolgimento di questa struttura, che a differenza di Gladio non era nemmeno ufficiale (cioè ratificata da un accordo) nel rapimento di Aldo Moro, nella fuga di Kappler è stato già raccontato nei libri di Stefania Limiti “L'Anello della Repubblica” e di Aldo Giannuli “Ilnoto servizio”.
Non è il classico finale a lieto fine, quello cui si arriva a fine libro: non è ancora tempo per scardinare del tutto quella zona franca che ha nascosto troppi misteri d'Italia:
“rimase lì a guardare il fumo a forma di anello galleggiare davanti alla finestra. Troppi anelli in quella vicenda. Stava andando tutto bene. Era andato tutto male”.

Il sito di Massimo Cassani col il booktrailer del libro.
Il link per ordinare il libro su ibs

11 maggio 2010

Sottotraccia di Massimo Cassani

Sottotraccia è il filo seguito dal commissario Micuzzi, poliziotto della questura di Milano, per mettere in fila e legare tra loro fatti apparentemente slegati.
Il furto in una villa di uno scrittore colombiano.
La sua scomparsa, denunciata dalla moglie.
L'omocidio di un professore, una persona perfettamente anonima, al di sopra di ogni sospetto.
E, come primo tassello di un giallo, quel furto a casa dello scrittore (ma lo sapremo poi), che si trasforma in un attentato.

"E' dire che sembrava solo un furto, un furto innocente .."
Eh, sì, perchè tutto parte da un furto in cui un aspirante scrittore Xavier Rondanini (bisognoso di soldi) fa da palo, e che sottrae qualcosa dalla villa.
La villa è quella dove lavorava lo scrittore famoso Antonio Arau. Marito di Corinna Bottacchi che ne denuncia la scomparsa.
Nel frattempo, in mezzo alle morti del serial killer dei travestiti, l'omicidio del professore universitario Susanni.
Cosa c'entra il professore con quelle morti?
Cosa preoccupava il professore, nei giorni precedenti?

Troppi misteri per Micuzzi e la sua squadra di ispettori, cui presto si aggiunge l'agente Rosaria Della Vedova.
Attorno al caso, anche tante donne (del mistero): la moglie dello scrittore scomparso Corinna; una allieva del professor Susanni, che cerca a modo di aiutare le indagini. La ex moglie di Micuzzi, che lo ha lasciato, ma che continua a chiamarlo.

L'intreccio si ingarbiglia ancora di più quando arriva una telefonata anonima: "se vieni a mezzanotte al ponte dell'ortica, ti dirò tutto sul serial killer dei travestiti". Ma è una trappola: evidentemente nelle indagini su scrittori scomparsi e furti, ha toccato fili che non doveva.

"E dire che sembrava solo un filo, un filo sottotraccia".
Sarà l'intuito di Sandro Micuzzi, la logica e la testardaggine dell'agente Della Vedova, il lavoro dei suoi ispettori, a risolvere li bandolo della matassa, che si dimostrerà ben complicato e ben profondo nella Milano che conta.

Sottotraccia è il primo libro di Massimo Cassani, in cui compare il personaggio Sandro Micuzzi: un antieroe per autonomasia. Separato dalla moglie, ancora vittima delle infatuazioni femminili (capaci di fulminarlo con uno sguardo) come fosse un adolescente. Un poliziotto con la pancetta (per lo scarso movimento, e per il mangiare da single), una scarsa memoria (il cellulare?) e quell'aria da persona a volte con la testa tra le nuvole , che lo rendono molto umano.
Se il commissario è il protagonista in primo piano (con i suoi pensieri, con i suoi problemi), la Milano raccontata da Cassani è il coprotagonista.
Una Milano così ricca di persone e di solitudini. Frenetica e ostile, a volte:

"Guardò il cielo e vide la cappa arancione che chiudeva la vista delle stelle agli abitanti di Milano. Se le immaginò fitte fitte come le efelidi attorno ai seni di Corinna. Micuzzi si sentiva esausto. Risalire la corrente lo stancava oltre ogni ragionevolezza, la vita del salmone non faceva per lui. incazzato o no che fosse.
In macchina ripensò ad Asia e capì, forse per la prima volta, il vero significato della parola solitudine. Lui che si sentiva l'uomo più solo della città.
Mise in moto ed ebbe nostalgia della nebbia".

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Il sito dell'editore Sironi.
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05 maggio 2010

Sottotraccia - Alfa (Il pezzo mancante) di Massimo Cassani

Una pistola in bocca è una pistola in bocca. E' un fatto non un concetto. C'è poco da dire con la pistola in bocca.
Sa di freddo, sa di inverno, sa di inferno. Fa impazzire le ghiandole che stanno tra mandibola e orecchio, come quando si mangia un frutto acerbo. E vai a sapere come si chiamano, quelle ghiandole là.
Un frutto acerbo gli venne in mente, un frutto acerbo che lega la bocca dei figli, dei figli dei figli e dei figli dei figlie dei figli.
Un pensiero fuori posto. Uno tra i tanti. Anche se poi qualcuno dovrebbe spiegare quali sono i pensieri giusti, quando ci si ritrova una canna d'acciaio in bocca.
Si accorse che stava tenendo gli occhi chiusi. senza deciderlo davvero, li aprì. Anzi: li spalancò, ma vide i contorni delle cose avvoltinella nebbia. Qualcuno gli aveva tolto, e forse rotto, gli occhiali. Ma non riusciva a ricordare come e quando. Forse per via della botta che gli faceva ancora pulsare le tempie.
[..].
Ma cosa voleva quell'individuo massiccio che lo stringeva con le spalle al muro, una mano a tenaglia sulla gola, un ginocchio premuto sul basso ventre e gli infilava una pistola in bocca?

Sottotraccia, le prime righe.

Ecco, bella domanda: cosa ci faceva lì, quella persona, con una pistola in bocca?
E' il primo libro di Massimo Cassani, e per scoprire in quale brutta indagine (partita come un semplice furto), vi dovete leggere, con molta attenzione, tutto il libro.

Buona lettura!

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21 aprile 2010

Pioggia battente di Massimo Cassani

L'incipt: Alfa (Vecchie ombre)
... Era arrivato lì seguendo una storia di alcol, fiori e soldatini. E di ansiolitici, belle e brutte grafie, numeti di telefono giusti e sbagliati. Di casualità che l'avevano messo su una strada farlocca, come spesso accade. Nella vita e nelle inchieste. Un groviglio che aveva dipanato a fatica. E forse non era arrivato neppure alla fine.
[..]
Micuzzi aveva seguito una pista, l'unica che aveva capito. Sassolini bianchi, come quelli di Pollicino, per segnare un cammino che qualcuno doveva compiere. Il cammino l'aveva compiuto lui.

Un commissario, Sandro Micuzzi, messo in quarantena dopo una brutta storia, ad archiviare pratiche nel commissariato Città studi.
Milano, dove l'esplosione del caldo rende tutti nevrotici. Ma non è la sola Milano del Duomo, della movida e dei locali esclusivi: è anche quella delle periferie, dei viaggi in metropolitana in mezzo al caos, del traffico caotico, dei parcheggi che non ci sono. Dal Giambellino a piazzale Loreto, passando per piazza Piola e via Majella.
Un inchiesta parallela che viene affidata proprio a Micuzzi Sandro, su un ubriacone morto in una casa di un avvocato famoso (Bassi), che tra i suoi clienti ha politici altrettanto famosi (onorevole Malinverni).
Un questore incazzato e un magistrato dall'aria altezzosa, che lo incastrano in questa indagine dai contorni poco chiari..
Una indagine scivilosa per le personalità eccellenti su cui indagare, in cui sono tante le domande aperte: cosa ci faceva il morto lì, perché telefonava alla sua vicina di casa, perché tanto interesse da parte dei vertici della procura nel proteggere l'avvocato e l'onorevole.
Nell'indagine spuntano fuori anche altre connessioni: un'artista col vizio di disegnare angurie; la vicina di casa che si scopre avere avuto nel passato un legame col morto; un'altra amica che somiglia notevolmente a Marylin.
E non c'è solo il lavoro: anche la ex moglie Margherita che lo invischia in una brutta storia di adozioni.
Micuzzi può solo affidarsi a persone fidate: gli ex colleghi della Mobile (gli ispettori Lariccia, Teneriello e Salada e l'agente Della Vedova). Di tutti gli altri dovrà diffidare, perché in questa intricata vicenda dove il caso si è divertito a imbrigliare le carte, nulla è come sembra.
E dove invece si deve imparare ad osservare le persone senza pregiudizi: come fossero soldatini con cui si giocava da bambino. Ma queste sono cose che imparerà solo alla fine.

Un bel giallo, dalla trama quasi fin troppo complessa, che tocca senza invischiarvisi troppo, tanti argomenti: una certa fauna milanese di persone che a torto o a ragione credono di essere al di sopra di tutti: politici, libero imprenditori, avvocati. Le Frodi alla comunità europea, finanziamenti che spariscono in conti esteri. Un breve accenna ad una struttura di potere parallela, che ricorda tanto vecchia loggia P2.
Le vie di Milano, per cui il nostro protagonista si perde.
E infine lui, Sandro Micuzzi. Non particolarmente bello, con la pancia e i capelli non sempre a posto, non particolarmente acculturato e nemmeno troppo amante della tecnologia. Non un gourmet come Montalbano, e con la tendenza a farsi manovrare dalle donne.
E forse proprio per questo, un personaggio con cui entrare subito in sintonia.

Le ultime righe: Omega.
In quell'aria immobile, in quel silenzio che gli faceva fischiare le orecchie, a Micuzzi tornò in mente la canzoncina che da qualche giorno non l'aveva mai abbandonato.
Sola me ne vò per la città.
Declinata al maschile, era la sua canzone.
Micuzzi si passò una mano tra i capelli umidi. Quel caldo mortificante l'avrebbe accompagnato fino a casa, senza sconti. Si riaccese il toscanello ed ebbe nostalgia della pioggia.
Una pioggia battente che gli rinfrescasse i pensieri. E l'aria pesante di Milano.

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18 aprile 2010

Pioggia battente - la Milano del commissario Micuzzi

Lo sguardo su Milano e sui milanesi, del commissario Sandro Micuzzi, temporaneamente parcheggiato al commissariato Città studi, protagonista del libro “Pioggia battente” di Simone Cassani.

Iniziamo dai dinosauri di Tangentopoli, ancora a spasso per la città:
“L'avvocato Bassi gli era sembrato un dinosauro passato indenne attraverso la glaciazione di Tangentopoli. Una glaciazione che in alcuni casi aveva spazzato via nomi, carriere, auto di lusso e in altri aveva semplicemente mandato in letargo gli esemplari più predisposti alla sopravvivenza. Che si erano risvegliati allo sciogliersi dei ghiacci, satrapi metropolitani, e avevano ripreso a muoversi in cerca di cibo come se nulla fosse accaduto. Erano tornati sulle scene, indenni. E Milano ha la memoria corta, a volte non arriva neppure al panettone dell'anno prima.”

E poi, Milano.
“Milano non era un paesotto, come aveva detto l'avvocato Bassi. Milano era un paesotto solo per chi, come lui, la faceva coincidere con la cerchia dei navigli. Con la Madonnina al centro. Ma per chi abitava a Quarto Oggiaro, al Giambellino, giù in fondo a via Ripamonti, a via Mecenate o a via Fulvio Testi, nei quartieri con vista tangenziale o uniti al centro da quel quaranta minuti di metropolitana, la Madonnina era un dettaglio insignificante nella bussola quotidiana. Due milioni e mezzo di individui di una metropoli per lo più tendente al grigio per i quali dire 'abito a Milano' era un'affermazione più di principio che di sostanza. Milano era il parcheggio di un supermercato, la sagoma di un grande multisala sull'Autolaghi, il pigia pigia del metrò nelle ore di punta. E la prima della Scala poco più di un collegamento del telegiornale che interrompeva l'onanistico bordone del Palazzo”.
Pioggia battente, pagine 106, 107.

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