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12 settembre 2022

Presadiretta – Sole vento uranio

I combattimenti attorno alla centrale nucleare di Zaporiza hanno tenuto il fiato sospeso il mondo, come avevano preoccupato gli scontri attorno a Chernobil.

A marzo un missile è scoppiato a 400mt da un reattore: nonostante i reattori possano resistere ad impatti esterni, non resistono a missili da crociera.

I combattimenti attorno alle centrali preoccupano gli esperti, anche per le condizioni in cui hanno dovuto lavorare i tecnici in queste centrali, senza potersi riposare, per le pressioni ricevute dai soldati russi.
A marzo, racconta il servizio di Presadiretta, l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica ha cercato di negoziare con Russia e Ucraina per mettere in sicurezza gli impianti: un accidente nucleare sarebbe un moltiplicatore di questo dramma per dieci volte.

Ci sono voluti tre mesi per entrare nella centrale più grande in Ucraina: si è sfiorato il disastro, dicono dall'Agenzia, potevamo arrivare ad una catastrofe, le centrali nucleari non sono pensate per resistere ad attacchi nucleari.

Paradossalmente la guerra in Ucraina ha dato voce nuovamente al nucleare: Presadiretta ha dedicato la prima parte del servizio al nucleare, partendo dalle miniere in Kazakhstan.

Elena Stramentinoli è andata nella capitale di questo stato, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale, di cui il Kazakhstan è primo produttore al mondo.

A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio rispetto al mercato delle altre materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Il prezzo dell'uranio è cresciuto del 20% e il Kazakhstan avrà un ruolo sempre maggiore nel mondo, per i suoi giacimenti di questo materiale: la giornalista ne ha visitato uno, quello di Inkai, gestito in joint venture tra Kazakhstan e Canada.

I lavoratori della miniera sono sottoposti a precisi controlli medici: dal 1976 i lavori di estrazione non si sono mai fermati, serviranno altri anni per scoprire l'intera dimensione del giacimento.

L'uranio si trova nella sabbia, non nelle rocce come in Africa: la tecnica per estrarre l'uranio è economica e anche meno impattante, con dei tubi dove si pompa acqua e un reagente, per far salire in superficie questo materiale.

L'uranio viene separato dall'acqua, viene solidificato e lasciato decantare sul fondo di vasche. Alla fine si arriva allo yelow cacke, un materiale molto denso.

L'uranio, che in questo paese verrà estratto almeno per altri dieci anni, viene esportato all'estero, ma il governo sta anche pensando di costruire una centrale, nonostante qui la vecchia Unione Sovietica abbia effettuato dei test nucleari e le persone sono state sottoposte alle radiazioni.
Per arricchire l'uranio serve un altro processo, molto più costoso: Presadiretta è andata in Francia, il paese che ha sposato il nucleare convintamente tanto da spingere l'Europa ad inserirlo nella tassonomia verde.

La Francia è il più grande produttore di energia nucleare in Europa: in Provenza c'è il più grande sito di arricchimento in Europa, venduto poi a tutto il mondo.

L'uranio prima di diventare combustibile passa per un processo di centrifughe, alla fine viene messo in fusti mandati poi nel mondo: un fusto costa anche 2 ml di euro.

Tutto il mercato del nucleare e dell'uranio è in crescita, perché nel mondo si costruiscono sempre più centrali nucleari: ci sono 50 centrali in costruzione e 90 in progettazione, perché cresce la domanda di energia e per la decarbonizzazione.

La Cina è paese che sta costruendo più centrali, vuole diventare leader del mercato al mondo. Dopo la Cina c'è la Russia, l'Egitto, gli Emirati e poi l'Arabia. In Africa ci sono una ventina di paesi che hanno firmato un memorandum con Russia e Cina per costruire centrali.

Anche l'Unione Europea ha deciso di investire in nucleare, specie dopo il voto al parlamento europeo sulla tassonomia: gas e nucleare possono ricevere investimenti pubblici.

Una notizia che fa felice Euratom, l'associazione dei produttori di nucleare: il nucleare, dicono, è pulito, sostenibile, serve per la nostra indipendenza energetica.
Il nucleare è uno strumento di potere per condizionare la politica di altri paesi: chi ha queste competenze tecniche si trova in vantaggio su altri.

Interessati al nucleare in Europa c'è la Francia, per i suoi interessi nazionali (l'industria è quasi tutta in mano allo stato), ma anche la Polonia e altri paesi europei.
La Francia punterà su nucleare e altre energie “verdi”: questo voto in Europa ha spaccato i paesi, perché non tutti considerano il nucleare una energia “green”.

Verdi e sinistra europea hanno lottato contro gas e nucleare: è un controsenso, da una parte dobbiamo chiudere col gas e poi mettiamo il gas nella tassonomia? Il nucleare poi va avanti solo grazie a fondi pubblici, nessun privato investe nel nucleare senza un sussidio pubblico.

Anche in Italia si parla di nucleare: le centrali che si stanno costruendo nel mondo sono di terza generazione, si impiegano 6-7 anni per costruirle e costano miliardi per la realizzazione.

In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti quasi 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TVO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Per la Finlandia è stato un problema non avere la centrale pronta, ha perso 12 anni di energia, con un costo quasi raddoppiato: ma anche per i francesi ci sono stati problemi, la loro azienda privata Areva è andata in crisi per completare la realizzazione dei reattori di terza generazione.

Al mondo ci sono solo due reattori di terza generazione che funzionano al mondo, in Cina. In Europa se ne sta costruendo uno a Flamanville, doveva finire nel 2014 ma forse andrà in funzione a fine 2022, con un costo di 22 miliardi.

Gli EPR sono reattori complessi, perché progettati per essere sicuri, dunque lavorano in modo ridondante: la centrale è pensata per resistere a quasi tutte le situazioni critiche, il reattore non è sicuro al 100% ma è il più sicuro al mondo.

Di certo è il più difficile da costruire, anche perché non abbiamo costruito centrali per anni, perdendo tempo rispetto agli anni d'oro del nucleare civile.

Ad Okiluoto la centrale consegnata dai francesi ha ancora problemi di produzione e servirà tempo per risolverli: il costo finale salirà a 50 miliardi dopo quasi vent'anni.
Se si fosse investito in energia eolici si sarebbero risparmiato tempi e costi: questo ha fatto cambiare idea al governo finlandese, dove il cantiere per una nuova centrale (di tecnologia russa questa volta) è stato bloccato.
Il nucleare in Finlandia copre il 30% dell'energia prodotta ma ora questo paese sta puntando sulle rinnovabili: il mercato del nucleare è nelle mani di poche aziende che fanno oligopolio, c'è il problema dei rifiuti che da qualche parte vanno stoccati.
LA Finlandia ha pensato ad un deposito definitivo, unico al mondo: un tunnel scavato nella roccia a 500 metri sotto terra, sarà pronto nel 2025.

Il deposito è progettato per contenere le scorie per centomila anni, non avrà bisogno di alcun controllo, non ci saranno misure di controllo attive (come segnali che indicano la presenza di rifiuti radioattivi nella zona del deposito).

L'Italia aveva firmato un accordo nel 2009 con EDF per costruire nuove centrali: avremmo speso miliardi di euro senza avere alcuna centrale già pronta.

Per fortuna che al referendum del 2011 gli italiani hanno detto no.

In Italia delle vecchie centrali nucleari ( 35 in totale) 4 non sono ancora state messe in sicurezza, stiamo ancora spendendo soldi per il loro smantellamento: una di queste è a Latina, ad oggi abbiamo realizzato solo il 35% del lavoro.

A Garigliano, la Sogin (la società che deve seguire i lavori) ancora deve lavorare sul nocciolo del reattore: non è stato deciso dove mettere le scorie.

A Trino la Sogin ha completato il 32% dei lavori, mentre a Corso Sogin ha completato il 38% dei lavori. Abbiamo perso tempo all'inizio, quando ancora c'era del personale che conosceva quegli impianti e sapeva come procedere.
Molti degli ex dipendenti di quegli impianti oggi non ci sono più, perché sono passati troppi anni dalla chiusura degli impianti.

La Sogin ha rimandato la fine dei lavori nel 2036, spendendo 4,128miliardi (alla fine spenderemo più di 7 miliardi per smantellare le centrali).

Spenderemo 900ml di euro per il deposito delle scorie: abbiamo 31mila metri cubi di scorie che oggi stanno in diversi depositi pubblici e privati.

Dove si farà il deposito? Nel gennaio 2021 Sogin ha pubblicato un lavoro che individua diversi possibili siti, ma le regioni hanno detto no.

Nel frattempo le scorie sono in depositi provvisori, come a Saluggia: i rifiuti dovevano essere solidificati, Sogin ha deciso dopo tanti ritardi di cementarli, ma ancora non ha completato il processo di cementificazione. Il rischio è che a seguito di una inondazione questi rifiuti finiscano nei fiumi e nell'acquedotto del Monferrato.

Nel passato si è contaminata la falda superficiale, ma il rischio è di togliere l'acqua a migliaia di cittadini.

In Germania sono 18 le centrali da dismettere. Presadiretta è andata nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.

Negli anni settanta era stata individuata una miniera di sale, Asse: ma sono state individuate infiltrazioni di acqua, dunque la miniera rischiava di diventare una bomba ad orologeria.

Dentro la miniera ci sono tonnellate di plutonio e uranio: per causa delle infiltrazioni ci sono state contaminazioni, i fusti si stanno consumando e se il pozzo affondasse nell'acqua ci sarebbe una pericolosa contaminazione per l'ambiente.

Mettere in sicurezza questa miniera potrebbe costare anche 10 miliardi di euro: il nucleare costa fino alla fine, anche dopo che spegni la centrale.

Città di Paine, Bassa Sassonia: qui si trova la BGE la società che dovrà gestire il disastro della miniera di Asse e in seguito le altre scorie.
La BGE sta lavorando anche nella miniera di ferro di Konrad a 1200 metri di profondità: per questo sito che doveva essere pronto nel 2020, ma entrerà nel funzione nel 2027.

La Germania sta ancora cercando un sito per le scorie ad alta radioattività, che dovrà essere sicuro per migliaia di anni, fino al milione di anni: lo stato tedesco ha chiesto un fondo di 25 miliardi di euro dalle società private del nucleare, ma alla fine questo deposito potrebbe costare fino a 100 miliardi

La Germania ha deciso di tenere in stand by due delle tre centrali tedesche che, ancora attive, dovevano essere dismesse: è stata una risposta alla crisi energetica, saranno riattivate in caso di blackout. Questo non significa che la Germania è tornata indietro dalla sua idea di fermare lil nucleare, il suo futuro energetico sarà sulle rinnovabili e sull'idrogeno.

Per raggiungere l'80% di rinnovabili la Germania ha stanziato un fondo da 280 miliardi che sarà attivo entro il 2026.

In Italia il governo Draghi ha commissariato la Sogin, perché tiene molto al dossier nucleare.

Il nucleare di quarta generazione

Nel mondo si sta studiando il nucleare di quarta generazione, che dovrebbe risolvere il problema delle scorie.

Ci sono solo due reattori dimostrativi al mondo, in Cina e Russia. In Itaila a Torino ci sta lavorando una start up, Newcleo, in collaborazione con Enea: lavorano ad un reattore più piccolo, a Plutonio, che alimenterà un generatore di energia.

Ne ha parlato in studio Stefano Buono: questi reattori potrebbero essere alimentati anche da scorie di vecchie centrali.

Alla fine del processo tecnologico, che sarà pronto tra dieci anni, ci saranno comunque delle scorie, ma saranno molte meno rispetto al nucleare di terza generazione, “pochi bidoni”, per fare un confronto.

È una tecnologia promettente e interessante: un primo prototipo sarà pronto tra qualche anno, una piccola centrale, ma per gli impianti da 100 MgW dovremo aspettare qualche anno ancora: si parla di 15 anni, secondo i piani attuali.
Ci sono molti finanziamenti privati su questo progetto, che potrebbe risolvere del tutto i problemi del nucleare.

La via delle energie rinnovabili.

Come ha fatto il Portogallo ad arrivare a questi livelli di produzione di energia rinnovabile?

La scorsa settimana Alessandro Macina ha mostrato le soluzioni innovative messe in campo per sfruttare l'energia del sole e del vento.

Come il solare galleggiante piazzato sull'acqua della centrale idroelettrica più grande del paese (che produce più energia rispetto ai pannelli messi sulla terra).

Il governo portoghese è anche il maggior produttore di energia eolica con turbine piazzate a 200 miglia dalla costa, impianti eolici che galleggiano sul mare, che producono elettricità anche col mare in tempesta.

Sono impianti realizzati dalla EDP, ex azienda di Stato, che sta puntando decisamente sulle rinnovabili: è una scelta che consente di arrivare ad una indipendenza energetica, non intendono investire nel nucleare (più costoso e che non risponde alla domanda energetica a breve).

Anche dal moto ondoso si ricava energia, con le boe: sono tecnologie che si potrebbero usare negli oceani.

Il Portogallo come è arrivato a questo?

Da tutto il mondo arrivano in Portogallo per investire e progettare impianti di energie rinnovabili: sono impianti rinnovabili ibridi, che si agganciano a più fonti diverse, nello stesso impianto si usano sole e vento.

La politica ha fatto delle scelte precise: si sono favoriti impianti ibridi, hanno velocizzato la sostituzione di vecchi impianti (per cui non si richiedono nuove valutazioni di impatto ambientale). Puntano al 100 % di energia da rinnovabile entro il 2035: in Portogallo considerano le rinnovabili una strada per risollevarsi dalla crisi economica.

E in italia che succede?

Siamo al 38% di energia prodotta dalle rinnovabili (in Portogallo arriveranno all'80% nel 2026).

In Italia abbiamo una filiera di ricerca e di tecnologia per sfruttare vento e sole e per raggiungere l'obiettivo fissato dall'Europa (-55% di emissioni nel 2030): ma dobbiamo liberare le rinnovabili dalle catene che bloccano questo settore.

La EDP non ha intenzione di sviluppare progetti in Italia: servono troppi anni per realizzare progetti, ci sono tempi lunghi, servono troppe autorizzazioni.

A Taranto sono serviti 14 anni per realizzare un impianto di eolico che in questo momento sta entrando in produzione, realizzato dalla Renexia.

14 anni per i permessi sono un tempo infinito, la tecnologia si aggiorna ogni sei mesi: una variazione degli impianti costringe a nuove autorizzazioni con un allungamento dei tempi.

Renexia ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Gianni Silvestrini è un ingegnere che è stato DG del ministero dell'ambiente: a Presadiretta racconta che oggi l'Italia sta perdendo il treno delle rinnovabili, è una fonte energetica che tutti i paesi hanno in casa, ci rendono indipendenti dal gas (e dall'uranio), ci avvicinano all'obiettivo di emissioni zero. Oggi le rinnovabili non hanno bisogno di incentivi, gli impianti si ripagano da soli: serve liberare questa industria dalla burocrazia.

A Taranto la seconda industria dopo l'Ilva è quella che produce pale eoliche, che al 99% sono esportate nel mondo, perché in Italia solo il 7% di energia deriva dal vento.

Anche per il fotovoltaico servono mesi per i permessi, nonostante questo abbiamo delle punte di diamante in questo settore come l'impianto Enel di Catania, dove producono pannelli che competono con quelli cinesi.

Reiwa Engine è una startup catanese che sfidando i cinesi: hanno inventato un robot che si muove sui pannelli per rimuovere la polvere e fa la diagnosi sul suo stato di salute.

Manca solo la volontà politica di puntare su questo mercato: la Confindustria di questo settore, Elettricità Futura, ha scritto a governo e regioni per spingere su questo tasto.

Dovremmo andare più veloci nell'installare nuovi impianti: è una soluzione nel medio termine, ma se non partiamo in modo deciso adesso, rischiamo di perdere ulteriore tempo.

Presadiretta ha sfatato diversi falsi miti sulle rinnovabili: a Scalea si usano impianti fotovoltaici per coprire le serre con piante di limone. Si può fare fotovoltaico assieme all'agricoltura, a cui non ruba alcun terreno.

Anche mettendo pannelli lungo la rete autostradale o i canali irrigui, farebbe risparmiare suolo.

I pannelli potrebbero essere messi anche sugli edifici pubblici, nelle aree militari.

Se investissimo nelle rinnovabili come cambierebbero gli scenari economici: Leonardo Becchetti professore alla Tor Vergata spiega che avremmo benefici all'inflazione e alla crisi economica. Le rinnovabili sono la risposta per il problema della Co2, per i costi dell'energia, per la volatilità del prezzo, per essere indipendenti da altri paesi per la nostra energia.

Si deve lavorare col sistema degli accumuli, su scala piccola e su scala nazionale: non c'è da aspettare, c'è da correre – continua Becchetti.

Il governo è in ritardo sui decreti attuativi delle comunità energetiche, non sta facendo molto sui pannelli solari sugli edifici pubblici come le scuole (che dopo un anno non dovrebbero pagare bollette).


In Italia potremmo avere una comunità verde come quella raccontata da Riccardo Iacona a fine trasmissione: la regione di Sleswig-Holsteen esporta l'energia prodotta dall'eolico in tutta la Germania e l'energia è prodotta direttamente dai cittadini di queste comunità che combinano energia e agricoltura.

Le pale eoliche sono prodotte dalla Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove i parchi eolici sono affiancati da campi coltivati e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

11 settembre 2022

Anteprima Presadiretta – Sole vento uranio

Qual è la ricetta per chiudere coi combustibili fossili, come richiesto da tutti gli esperti per evitare che gli effetti dei cambiamenti climatici? Puntare sulle rinnovabili, sul nucleare o su un mix di entrambe?

In questa puntata di Presadiretta si parlerà sia delle rinnovabili (una scelta irrinunciabile la definisce nell’anteprima Riccardo Iacona) che del nucleare, una soluzione di cui tanto si sente parlare, specie ora che siamo in campagna elettorale.
Dobbiamo fare come il Portogallo che ha iniziato anni fa una politica energetica verde che puntava sulle rinnovabili e che ora non deve sottostare i ricatti del gas russo perché l’energia la produce dal sole e dal vento?

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

Il paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

Oppure dobbiamo tornare oggi come possibile alternativa al gas: oggi ci sono 441 reattori operativi al mondo e più di 50 sono in fase di costruzione – racconta Mattia Baldoni di Agenzia Nucnet?

Presadiretta è andata in Germania, nella regione di Sleswig-Holsteen al nord che confina con la Danimarca e si affaccia sul mare del nord: nel piccolo paese di Brokdorf vivono mille persone in mezzo al verde: in questo paese è ospitata una delle 18 centrali nucleari tedesche, si trova a poche centinaia di metri in linea d’aria dal paese. Il 31 dicembre 2021, dopo 36 anni di attività la centrale è stata chiusa definitivamente e staccata dalla rete elettrica, insieme ad altre due centrali, di cui una in Baviera. La chiusura è arrivata dopo che la Germania ha deciso di uscire definitivamente dal nucleare. Ma il nucleare continuerà a costare sulle casse pubbliche dello Stato ancora per decine di anni: le centrali vanno smantellate, a Brokdorf la proprietà ha comunicato che il cantiere sarà terminato nel 2040, tra 18 anni. Un reattore non si può spegnere come il motore di una moto, prima di intervenire occorre che il livello di radioattività si abbassi sotto una certa soglia, e ci vogliono anni. Poi una centrale si smonta pezzetto per pezzetto, si provoca polvere radioattiva, che va aspirata per evitarne la fuoriuscita e le procedure di autorizzazione sono meticolose, tutto questo richiede decenni.

Poi in Germania, come in Italia, occorrerà trovare il deposito dove stoccare le tonnellate di materiale radioattivo delle 18 centrali che verranno smantellate.


In Finlandia c’è una centrale in via di costruzione da 12 anni, a Olkiluoto, a nordest di Helsinki, su un’isola che è anche un’area protetta: i due reattori di prima generazione sono stati costruiti tra il 1979 e il 1982, ognuno produce circa 900 MgW di energia. C’è anche un reattore EPR, di tecnologia francese, di terza generazione, capace di produrre 1600 MgW/ora ancora in fase di test. Quando entrerà in funzione coprirà circa il 15 % del fabbisogno energetico della Finlandia. Questo EPR doveva iniziare a produrre energia 12 anni fa, Presadiretta era stata già qui nel 2010, quando il cantiere era ancora lontano dall’essere terminato. Alla fine sono serviti 17 anni per completare la centrale e i costi sono saliti alle stelle. La TWO, una società privata finlandese, avrebbe dovuto pagare ai francesi 3 miliardi di euro, per comprare la centrale ma il prezzo è quasi raddoppiato.

Da dove arriva l’uranio per le (eventuali) nuove centrali? Uno dei maggiori produttori di uranio naturale al mondo è il Kazakhstan: i giornalisti di Presadiretta sono andati fino alla capitale di questo paese, Nur-Sultan, una città in piena espansione, ovunque si vedono gru per nuovi cantieri. Con i suoi 3ml di metri quadrati, il Kazakhstan è il nono paese più grande al mondo, otto volte la Germania. Fino al 1991 faceva parte dell’Unione Sovietica ma ora che è una repubblica autonoma gioca una sua partita geopolitica contando sua sua posizione strategica, tra Asia e Europa, e sul fatto che è uno dei paesi più ricchi di materie prime, preziosissime oggi. Gas, petrolio, terre rare e anche uranio naturale. A gestire questo patrimonio è l’azienda di Stato Kazatomprom. Presadiretta ha intervistato il suo portavoce, Askar Batyrbayev: “il Kazakhstan rappresenta circa il 46% di produzione di uranio nel mondo, nel 2021 abbiamo venduto il nostro uranio a 21 diversi clienti in otto paesi diversi, in Asia, Europa, Cina, ma abbiamo venduto uranio anche alla Russia. Perché il nucleare non è stato toccato dalle sanzioni.”

Qual è il peso dell’uranio nel mercato di vendita delle materie prime?

“Il mercato dell’uranio vale circa 9 miliardi di dollari l’anno, se lo paragoniamo col mercato del petrolio è circa 250 volte inferiore, ma in termini di sicurezza energetica è molto importante perché con l’attuale situazione geopolitica i prezzi dei combustibili fossili che salgono e scendono, tutti riconoscono che dovrebbe esserci una fonte di energia sostenibile, pulita e stabile. Molti paesi come gli Stati Uniti, la Cina ma anche l’Europa hanno riconosciuto il nucleare come energia pulita e questo ha permesso l’accesso a finanziamenti per costruire le proprie centrali nucleari. Si stima che il mercato del nucleare crescerà nel prossimo futuro del 2% circa. E dopo il 2030 l’aumento sarà anche significativo.”

Ma le alternative al nucleare esistono, come dimostra il caso portoghese. Nella stessa Germania si trovano anche storie interessanti dal punto di vista della sostenibilità: Riccardo Iacona è andato visitare una una energetica dove si combinano energia ed agricoltura verde.

Si tratta della Dirkshof di Dirk Ketelsen, un’azienda dove al parco eolico sono affiancati campi coltiva e zone dedicate all’allevamento: le pale eoliche producono energia per 1 milione di persone per un anno e hanno un’aspettativa di vita di anche 30 anni. Tutto infinitamente meno costoso del nucleare, almeno finché vento e sole non costeranno un euro. L’intera comunità partecipa al parco eolico: sono le 350 persone che vivono attorno al parco e che adesso sono diventati soci.

Perché tutto questo non lo si può replicare in Italia? Perché i tempi per ottenere i permessi da noi sono molto più lunghi, anche 14 anni, tempo in cui la tecnologia rischia di diventare già obsoleta. È successo a Renexia, dove hanno aspettato tutto questo tempo per un parco tra permessi e ricorsi, ma che ora stanno già lavorando per un nuovo parco eolico nel mare di Sicilia, di 2800 MGW, con 190 aerogeneratori. Ma l’assemblea regionale siciliana ha dato per ora parere negativo sul progetto Med Wind, questo impianto a 60km dalla costa, con la stessa tecnologia flottante come in Portogallo. Ancora una volta un no, un altro no che impedisce all’Italia di crescere nelle rinnovabili.

L'Associazione nazionale dell’Eolico (@AnevEolico) ha calcolato che se dessimo le autorizzazioni agli impianti in lista d'attesa potremmo produrre già adesso 80 TWH di energia eolica, il 20% del nostro fabbisogno energetico totale, e stiamo parlando solo di eolico. Ma cos'è allora che frena questa rivoluzione in Italia?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 settembre 2021

Il nucleare padano

In Europa in questo momento sono in costruzione solo due centrali nucleari di terza generazione: a Flamanville in Francia (in un sito dove esistono già due reattori di seconda generazione) e in Finlandia a Olkiluoto .

Sono due progetti nati nei primi anni di questo millennio e la loro realizzazione è ancora lungi dall'essere completata, per il crescere dei costi (il terzo reattore francese costerà alla fine almeno 19 miliardi).

Quando si parla di nucleare e di centrali di quarta generazione, al momento tutto in fase sperimentale, si parla di questo.

In Italia, tra l'altro, ancora non abbiamo risolto il problema del sito dove interrare le scorie del nostro passato nucleare.

Parlare oggi di centrali nucleari in Lombardia (anziché di sanità territoriale) significa essere alla frutta (e sto parlando di Salvini) oppure significa solo spingere ancora per il consumo delle energie fossili (e qui parlo del ministro della non transizione Cingolani).

Il nucleare padano, per difenderci dal nucleare di importazione che ruba il lavoro a quello italiano, da chi sarebbe gestito?

Da Fontana o da Gallera? O dai manager nominati per tessera politica?

03 luglio 2020

Chernobyl, il costo delle bugie

Ogni menzogna che raccontiamo ha un debito con la verità, e prima o poi, quel debito deve essere pagato. Qual è il costo delle bugie?
Termina con le parole dello scienziato Legasov la serie TV Chernobyl che, nelle sue cinque puntate, racconta in modo molto realistico, la più grave sciagura nucleare al mondo nella centrale nucleare russa.

I difetti del reattore tenuti nascosti nei cassetti per non offuscare la gloria del regime sovietico e della sua industria nucleare.
Tecnici dentro le centrali che facevano carriera cercando di compiacere i vertici del partito, senza tener conto della sicurezza dell'impianto e delle persone.
Il tentativo di tenere nascosta l'esplosione, la nube nucleare, i rischi del contagio nucleare, alle persone che vivevano a pochi chilometri dalla centrale.

E poi, come in tutte le tragedie, l'eroismo dei tanti che hanno evitato, col loro sacrificio, il peggio.
Gli scienziati come Legasov accorsi a Chernobyl per capire come gestire l'emergenza.
I tre tecnici che entrano nei sotterranei dell'impianto per bloccare le pompe dell'acqua ed evitando così una seconda esplosione.
I 400 minatori che scavarono il tunnel sotto il reattore esploso per poter installare uno scambiatore di calore, con cui abbassare la temperatura del nocciolo.
I vigili del fuoco accorsi spegnere l'incendio inconsapevoli del rischio che stavano correndo (e che hanno pagato con la vita).

E' un pugno nello stomaco questa serie e per questo va vista: le immagini delle bare dei vigili sepolte sotto uno strato di cemento, senza nessun funerale, senza nessuna cerimonia ricordano l'immagine più recente dei camion militari che portavano via da Bergamo le bare dei defunti da Covid.

Come ha poi raccontato Andrea Purgatori nel servizio successivo all'ultima puntata, sono tante le analogie tra Chernobyl e le altre sciagure che abbiamo vissuto, da Seveso (per una settimana alle persone non fu detto della nube di diossina scatenata dall'incidente) a Fukushima al Covid recente.

Quante menzogne, quante bugie abbiamo ascoltato, a partire dalla lobby del nucleare che, prima del referendum del 2011, raccontava i prodigiosi miracoli di questa tecnologia.
Vi ricordate il prodigioso piano del governo Berlusconi?
L'acqua in gestione ai privati e un piano per realizzare nuove centrali (basate sulla vecchia tecnologia comprata dai francesi), presidiate dall'esercito. 

Ancora oggi non sappiamo come gestire le scorie anzi, credo che siamo pochi i paesi al mondo che abbiamo un piano strutturale per le scorie nucleari.
Per non parlare dei rischi collegati agli impianti: il nocciolo di Chernobyl brucia ancora e il sarcofago di cemento che lo copre è garantito per altri cento anni.

La tragedia russa (e anni dopo, quella di Fukushima) hanno risvegliato negli italiani un minimo di coscienza ecologica.
Quella che ci fa indignare ogni volta che sentiamo parlare di condoni, di piani per cementificare le coste, ogni volta che sentiamo parlare di eco reati, di siti di stoccaggio illegali che bruciano, di traffici di rifiuti (qui al nord in Lombardia, non solo nella terra dei fuochi in Campania) dove troviamo dentro mafiosi e imprenditori con pochi scrupoli.

Il prezzo di questi reati ambientali lo pagheranno le prossime generazioni, come il debito che accumuliamo.
Peccato che non siano tanti i fautori della austerity ambientale nel nostro paese.

06 giugno 2017

Report: le acque minerali e il rischio nucleare

Indovina chi viene a cena – l'alimentazione sostenibile
Un innalzamento di 4 gradi cancellerebbe la Groenlandia e l'Amazzonia.
Anche solo 1,5 grado di aumento, farebbe sparire qualche piccolo paese, per lo scioglimento dei ghiacci.

Questo chiedeva l'accordo di Parigi: accordo rivendicato da Obama che però, nella sua amministrazione non ha contenuto le cause del riscaldamento in America. Ovvero gli allevamenti intensivi: il metodo moderno di produrre gli alimenti, la carne e anche i loro alimenti, produce gas serra che finisce nell'atomsfera.

Che fare?
Un allevatore in Texas ha messo su 4 ruote le galline che fanno da spazzine per i concimi lasciati dai bovini al pascolo.
Per le galline lo sterco è come un muffin: si riducono le emissioni e si risparmia sui mangimi.

In Toscana un allevatrice nostrana usa le mucche maremmane come falciatrici dell'erba dei prati. Le emissioni sono minori rispetto a quelle degli allevamenti intensivi, il resto è compensato dai boschi.
Peccato che i boschi sul pianeta siano in diminuzione.

La vera soluzione è la carne sintetica: carne prodotta in laboratorio, prelevando del tessuto da un animale, le cellule isolate vengono poi riprodotte.
In laboratorio si creano le catene di materiale: si creano 80mila hambuger con 1 kg di materia prima.

Saranno così sufficienti, per sfamare il pianeta, meno polli, meno suini, meno bovini. E anche meno consumo di acqua.
Potremmo contenere l'innalzamento delle temperatura nel pianeta.

In Islanda un ricercatore sta coltivando verdure con acqua salata: usa un filtro prodotto da una società milanese e grazie alla sua ricerca forse un giorno sarà possibile coltivare terreni anche in zone saline.
La carenza d'acqua è causa delle migrazioni in Africa, mentre noi stiamo consumando terreno per produrre alimenti per gli allevamenti.

Tutto bello. Peccato che nel mondo ci siano politici come Trump.
Siamo uno dei paesi che consuma più acqua minerale: ce ne sono tante in commercio, sono tutte diverse e alcune non possono essere consumate tutti i giorni.
Le aziende possono evitare di indicare tutti i componenti: Report ha portato 32 campioni di acque minerali in uno studio inglese, per capire cosa c'è dentro.

L'inchiesta di Claudia di Pasquale ha cercato di capire come funzionano le norme sulle nostre acque minerali: è non è stato facile.
A Napoli hanno fatto uno studio sulle acque minerali, per capire la composizione dei terreni da cui sgorgano. Altre università italiane hanno studiato, gratis, altre acque del nostro territorio, come quelle che sgorgano da terreni vulcanici.

Come a Nepi, dove l'acqua dei ruscelli scorre su rocce vulcaniche: contengono Berillio, un metallo leggero.
Qui vicino si imbottiglia l'acqua di Nepi: non esistono leggi che vietano le acque con Berillio, l'organizzazione mondiale della sanità lo considera un elemento raro, potenzialmente cancerogeno se inalato.
In Italia non abbiamo soglie per questo metallo: il limite c'è solo nelle acque di falda, un paradosso della legge.

Anguillara Sabazia si affaccia sul lago di Bracciano: qui c'è lo stabilimento dell'Acqua Claudia, ricca di Manganese.
I rubinetti dell'acqua pubblica sono chiusi, proprio per la presenza di Manganese.
L'acqua minerale è però a norma.

Stesso discorso per Alluminio e Fluoruro: per le acque minerali ci sono limiti superiori rispetto a quella del rubinetto.
L'acqua al Fluoro non è consigliata per l'infanzia: ma non è mai indicato, come mai? Perché il legislatore ha fatto leggi diverse, una per il consumo umano e una per l'acqua minerale?
Le acque minerali hanno limiti più elevati o non hanno limiti: questo perché sono acque non trattate, sono acque “minerali naturali”.

Va detto che sono differenze che originano dalle leggi europee.

L'arsenico ha dei limiti molto bassi, per la legge per gli effetti sul nostro organismo: ad Anguillara sono stati rilevati valori alti di arsenico, così hanno dovuto installare dei filtri.
Che non hanno funzionato bene e necessitano di manutenzioni costose.
In altri comuni del Lazio sono stati alzati, in deroga, i limiti di AS: studi delle ASL laziali hanno riscontrato un'incidenza maggiore di tumori (per la soglia da 10-50 micro grammi).

Sotto i 10 micro grammi c'è una zona grigia, ma l'obiettivo dovrebbe essere arsenico zero.
E nelle etichette delle bottiglie c'è scritto se è presente Arsenico? Non c'è scritto, come non sono scritti altri elementi della tavola periodica.

IL presidente di Mineracqua si difende dicendo che non c'è spazio sull'etichetta e che non c'è obbligo per legge.
Sarebbero informazioni non utili per legge: ma noi come consumatori consapevoli vorremmo conoscere tutti gli elementi che beviamo.

L'analisi delle 32 acque minerali.
La buona notizia è che sono tutte a norma e sono anche le migliori in Europa.
In alcune è presente un po' di arsenico (Ferrarelle, Santagata, Levissima), il berillio.
Le marche metterebbero sulle etichette questi valori? Nessun marchio (come Ferrarelle) ha scelto di farsi intervistare.

Siamo sul Vulture: qui c'è Acqua Toca, gruppo Norda (famiglia Pessina).
Poco lontano c'è lo stabilimento della Gaudianello: questo ha preso dei fondi pubblici dallo Stato, per migliorare gli impianti.
Nessuna intervista nemmeno qui: ci sono 13 concessioni, alcuni di questi hanno preso dei fondi regionali.
Nessuna gara pubblica per le concessioni: la regione Basilicata guadagna 1 euro per ogni 1000 litri.
Ma ora stanno valutando un incremento delle royalties: il prezzo medio è questo in Italia.
Alcune regioni fanno pagare in base alla dimensione della concessione: è un regalo insostenibile, sostiene Legambiente.
Tutto giusto, risponde Mineracque, visto i costi per la creazione degli stabilimenti: se si alzassero le tasse per le aziende, lo Stato incasserebbe di più, con grande dispiacere delle aziende delle acque minerali.

A Bolzano c'è uno scenario incredibile: le aziende private pagano un canone da poche migliaia di euro alle provincie.
Una è addirittura esentata: l'acqua Forst di Merano, non paga alcun canone, in base ad una legge regionale del 1954.
Il tutto è nato ad un accordo con la provincia: io porto l'acqua ad alcune case sparpagliate sui monti, ma in cambio non pago niente. Fino al 2038?
Eppure uno dei soci di Acque Forst è proprio la provincia di Bolzano...


In Europa ci sono 140 reattori attivi: è costoso tenerli attivi ed è anche costoso dismetterli.
In base agli standard di sicurezza le centrali europee sono a posto: il servizio di Luca Chianca è andato a vedere come stanno le cose.
In Slovenia c'è il reattore di Krsko: rispettano anche qui gli standard di sicurezza, peccato che il reattore sia in una zona sismica.
È stata costruita negli anni '70, con conoscenze anti sismiche vecchie: uno stress test del 2011 hanno rivelati che con accelerazioni del suolo superiori dello 0,8 metterebbero a rischio la messa in sicurezza del nucleo. Significa terremoti di magnitudo 6, qualcosa già verificatosi qui.

Il direttore della centrale è però sicuro e, anzi, vogliono costruire anche un nuovo reattore: i francesi, chiamati per una consulenza, rispondono in modo negativo e lanciano un allarme anche sul reattore attivo.
Krsko è in direzione della Bora: se capitasse un incidente, l'inquinamento arriverebbe dritto in Italia.

Siamo in Belgio, sul porto di Anversa: qui attraccano navi con container.
A fianco della banchina del porto ci sono i reattori della centrale: il villaggio che sorgeva a fianco della centrale è oggi abbandonato, a Dulle.
In Belgio ci sono molti reattori vecchi, dovrebbero durare 30 o al massimo 40 anni: nel 2015 dovevano essere chiusi, almeno i più vecchi.
Ma sono stati lasciati aperti, con una deroga, senza fare controlli: solo dopo Fukushima sono stati fatti dei test, che hanno portato alla scoperta di crepe, fessurazioni nel reattore.
Lo scenario peggiore è la rottura del contenitore del nucleo, che porterebbe alla dispersione nell'atmosfera delle radiazioni.

Sostituire i reattori costa milioni, costruirne di nuovi costa miliardi: negli anni 70 si diceva, sbagliando che la loro manutenzione sarebbe stata economica.
Tutto falso: il decomissioning non è sostenibile e i governi spesso non hanno una visione energetica e così la vita delle centrali viene prorogata.
Si va in Francia a Fessenheim: è la centrale più vecchia, ha 40 anni di vita, ben il doppio della sua vita stimata. Sorge in un'area abitata, attorno vivono almeno 1 ml di persone.
Le persone che vivono attorno alla centrale ha a disposizione le pastiglie di iodio, per proteggere la tiroide: ma tutti hanno paura.
In caso di evacuazione si dovrebbero spostare 1 ml di persone: cosa impossibile per la mancanza di mezzi necessari.

Le autorità si sono accorte ora di problemi al generatore di vapore: il rischio è che l'acqua usata per raffreddare il reattore si disperda.
Il problema dei generatori è nell'acciaio: non sono perfette come dicono i certificati.
Areva aveva falsificato la certificazione: è il secondo produttore al mondo di centrali nucleari, nel 2008 ha ignorato un difetto nei reattori, che non era nemmeno il primo.
Decine di centrali nucleari sul territorio francese non sarebbero a norma: tutti i paesi europei sono messi in pericolo dalla presenza delle centrali francesi.

Non ha funzionato il controllo interno e nemmeno il controllo delle autorità del governo francese.

Alta Normandia, estremo nord della Francia: qui è in costruzione un nuovo reattore EPR, il fiore all'occhiello di Areva. Ma anche qui sono stati scoperti dei difetti nel carbonio: forse entrerà in funzione nel 2018, un aumento di costi e un aumento di tempi della messa in produzione.
Siamo passati da 3 a 11 miliardi.

Due EPR dovevano essere costruiti in Inghilterra, altri in Cina.
Nel 2009 Berlusconi aveva scelto proprio i reattori di Areva per la politica energetica dell'Italia: avremmo speso almeno 40 miliardi (per fortuna c'è stato il referendum).
Ora Areva è stata salvata dal governo francese: il problema è che è proprio il nucleare che è un settore che ha dei problemi.
Anche Westinghouse, società americana, ha rischiato il crollo.

Le centrali possono essere costruite solo con finanziamenti pubblici, per chi se li può permettere.
Gli altri devono mettere in conto un alto costo per la dismissione.

E in Italia?
Nel 2000 nasce Sogin, sosietà pubblica per la dismissione delle centrali: è finanziata dalle nostre bollette e dovrebbe mettere in sicurezza i vecchi impianti.
2000 tonnellate di sostanze pericolose che dovevano essere trasferite nel deposito nazionale entro il 2023, ma già la data è stata sposta più avanti.

In Italia non abbiamo depositi pensati per i lunghi periodi: a Garigliano abbiamo ad esempio in deposito provvisorio, che rimarrà aperto fino al 2025.
A Saruggia, in provincia di Vercelli, c'è il deposito più pericoloso: sorge in mezzo a canali di acqua, la zona peggiore per questi impianti.
In mezzo alla Dora Baltea: nel 2000 gli impianti sono finiti sott'acqua per l'esondazione del fiume.
Abbiamo sfiorato la catastrofe per poco, commentò il nobel Carlo Rubbia.

LA falda superficiale è stata contaminata, non quella in profondità da cui pescano i pozzi: sempre a Saruggia Sogin sta costruendo altri depositi “temporanei”.
Altri costi, altre spese, sempre in una zona a rischio. Sempre temporaneamente....

Sogin ha speso 3 miliardi: di questi un terzo sono finiti per pagare la sede e gli stipendi.

Regione della Champagne: qui la Francia ha costruito il deposito nazionale per le scorie. È stata scelta questa zona per il terreno argilloso, i bidoni che arrivano sono registrati e stoccati in cubi di cemento, con dei tunnel per contenere eventuali perdite.

Tutti i paesi europei dovrebbero avere un deposito come quello francese: l'Italia rischia per questo una sanzione dall'Europa. La mappa per la scelta del sito italiano è ferma all'estate 2016, in attesa di un timbro dal ministero.
Hanno paura di dover pubblicare la lista di siti idonei, per la contrarietà delle regioni italiane: qui da noi è sempre tempo di elezioni e un deposito significa proteste, perdita di voti...

In Italia abbiamo una scadenza: entro il 2025 dovremmo avere questo deposito, perché in quella data la Francia ci restituirà 225 miliardi di scorie trattate.

La nostra credibilità come paese passa anche da queste scelte...

05 giugno 2017

L'acqua, il nucleare e la via della seta.

Questa sera Report si occuperà di argomenti di quelli che generalmente non occupano le prime pagine: l'acqua che beviamo, il rischio atomico di cui forse non ne siamo consapevoli e gli accordi commerciali con la Cina.
Tre argomenti che toccano, da diverse angolature, la nostra sicurezza: quanto sono sicuri i reattori delle centrali situate in prossimità dei nostri confini, quanto è sicura l'acqua e, infine, che rischi stiamo potremmo correre se perdiamo il treno che sta passando, sugli accordi commerciali con la Cina?
Indovina chi viene a cena:
"Nel 2050 saremo oltre 9 miliardi e non si saprà come sfamare tutta questa gente. Intanto la politica temporeggia. Cosa avverrà in futuro se si continueranno a distruggere le già scarse risorse naturali?"


Il tema dell'alimentazione sostenibile è invece al centro del servizio di Sabrina Giannini per "Indovina chi viene a cena": cosa stanno facendo i politici per ridurre le cause del cambiamento climatico, ovvero l'agricoltura e l'allevamento intensivo? Nemmeno Obama, nonostante i buoni proositi, ha fatto molto dsu questo versante.
Chiare fresche dolci acque, di Claudia Di Pasquale

L'acqua è un bene comune, un diritto per tutti che non dovrebbe essere messo a mercato, con la logica del profitto.
L'acqua è un bene di tutti, non solo per pochi privilegiati che possono prendere quello che è di tutti, l'acqua dalle sorgenti, imbottigliarla e vedercela pure a caro prezzo.
Claudia di Pasquale si occuperà di acque minerali: nel servizio si racconterà di alcuni casi di aziende che pagano cifre ridicole per la concessione delle sorgenti, concessioni ottenute da lungo tempo senza nemmeno passare per una gara.
Che acqua beviamo? Quanto è più sicura rispetto a quella che esce dal rubinetto?

Sgorgano in aree incontaminate, vengono imbottigliate direttamente alla sorgente e sono batteriologicamente pure. Quello delle acque minerali è un mercato in crescita. Siamo il paese, in Europa, che consuma più acqua minerale imbottigliata: oltre 12 miliardi di litri l'anno, con un fatturato di tre miliardi e mezzo di euro. Ma quali sono le normative che regolano questo settore? E quali sono le differenze con l'acqua potabile? Dalla Basilicata al Lazio fino al Trentino Alto Adige, scopriremo quanto pagano le aziende per la concessione delle sorgenti, e se hanno o meno partecipato a una gara a evidenza pubblica per averne la disponibilità. Ma cosa beviamo? Report ha fatto analizzare da un prestigioso istituto inglese trentadue tra i più famosi marchi di acqua che sono presenti sulle nostre tavole. I risultati verranno resi noti nel corso della puntata.

Il crack atomico

Eravamo nel 2009: l'allora governo Berlusconi aveva puntato buona parte della politica energetica del futuro dell'Italia sul nucleare, comprando dalla Francia la tecnologia per costruire nuovi reattori che dovevano essere pure opere strategiche.
Dunque da realizzare senza perdere troppo tempo con le regole e senza avere troppe proteste da parte della popolazione civile (l'effetto Nimby).
E' successo poi che il referendum del 2011 ha spazzato via tutto (oltre che la privatizzazione del servizio idrico), anche sull'onda emotiva del terremoto di Fukushima (e l'onda anomala che aveva colpito la centrale giapponese..).

Ma pochi sanno che noi italiani abbiamo un passato nucleare che si è fermato a quel 1987, ad un altro referendum nato in seguito alla catastrofe di Chernobyl.
Le vecchie centrali e i vecchi centri di stoccaggio delle scorie radioattive sono ancora lì, sparsi sul territorio: se ne doveva occupare la Sogin, dopo la chiusura dei reattori: ma siamo ancora in alto mare (ovvero abbiamo speso tanti soldi pubblici senza aver ancora costruito il deposito nazionale delle scorie.
Questo significa che, in epoca di terrore reale o percepito, abbiamo in casa nostra un pericolo nucleare di cui forse non siamo pienamente consapevoli.

E non c'è solo questo: nell'anticipazione su Reportime si racconta che oggi in Europa sono attivi 140 reattori nucleari, alcuni sono proprio a ridosso dei nostri confini: come in Slovenia nella cittadina di Krsko, a 130 km da Trieste.
In caso di incidente la Bora che soffia su Trieste spingerebbe le emissioni di radioattività proprio verso di noi.
Non solo, stando alla mappa sismica dell'Europa, la centrale sorge pure su una zona sismica (ed è l'unica costruita su una zona a rischio).


Fessenhaim, nella Francia orientale: sul fiume Reno, al confine con la Germania, sorge la centrale francese più vecchia in attività.
I controlli sulla sicurezza hanno dimostrato gravi irregolarità sui componenti in acciaio del cuore del reattore, che la espongono a rischi di incidenti gravi.
Nei paesi situati a pochi km dalla centrale, ogni abitante ha a disposizione le pasticche di iodio da assumere in caso di emissioni, dopo un incidente. Nel caso in cui dovesse succedere, sanno che devono starsene al chiuso.

La scheda del servizio: CRACK ATOMICO di Emanuele Bellano (qui una anticipazione su Raiplay)
Quanto sono sicure le centrali nucleari europee? La bancarotta della francese Areva, società pubblica produttrice di reattori, è stata evitata solo grazie all'intervento del governo, mentre non ce l’ha fatta l’americana Westinghouse, nome storico nell’industria del nucleare. Una crisi che colpisce l’intero settore e rischia di ripercuotersi sulla sicurezza. Siamo andati a vedere lo stato dei reattori: alcuni hanno già raggiunto la fase conclusiva del loro ciclo di vita, altri soffrono di drammatici problemi strutturali, per altri ancora sono emerse gravi anomalie che erano state tenute nascoste falsificando documenti e rapporti interni. In un caso addirittura la centrale nucleare è stata costruita a poche centinaia di metri da una faglia sismica attiva, di intensità medio-alta. Nonostante tutto i reattori continuano a essere tenuti in attività, perché i governi non possono permettersi di rinunciare all'energia prodotta da queste centrali. L'Italia ha chiuso con il nucleare negli anni ottanta. Da quella stagione ha ereditato tonnellate di rifiuti radioattivi che per legge dovrebbero essere stoccati in un deposito nazionale appositamente costruito. Sono passati trent’anni e ancora non c’è nulla, nonostante sia stata creata appositamente la Sogin Spa, società pubblica che finora è costata ai contribuenti circa tre miliardi di euro. Report mostrerà in esclusiva un documento che riguarda i siti prescelti per il deposito.

La via della seta (e il treno che non dobbiamo perdere)

Sta passando un treno: è quello che potrebbe portare le nostre aziende ad entrare nel mercato cinese. La Cina ha bisogno di attrarre nuovi paesi nella sua orbita di influenza e anche di investire le sue risorse per nuove infrastrutture con cui mettersi in comunicazione col resto del mondo.
E' la nuova via della seta: si aprono scenari interessanti, anche perché ridisegnano gli equilibri economici (e politici) in Asia e in Europa.

Dicembre 2011, a Duisburg in Germania arriva il primo treno merci diretto dalla Cina: oltre diecimila chilometri in tredici giorni, tre volte più veloce della nave. È l’inizio della “nuova Via della Seta”, che il presidente Xi Jinping definisce “il progetto del secolo”. Ferrovie, porti, strade, poli logistici, zone economiche speciali: sono solo alcuni degli investimenti che la Cina vorrebbe realizzare in oltre sessanta paesi e per i quali ha già sborsato oltre cinquanta miliardi di dollari, ma secondo le stime degli analisti di Credit Suisse il piano potrebbe convogliare nei paesi partecipanti fino a 502 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Il progetto, che oggi chiamano “One Belt One Road”, combina almeno due obiettivi del governo cinese: sostenere la domanda per le proprie aziende che hanno fame di grandi progetti infrastrutturali e attrarre sempre più paesi nell’orbita dell’influenza cinese. La “nuova Via della Seta” è quindi un progetto che per i paesi che hanno bisogno di infrastrutture può essere un fattore di sviluppo, a patto che venga realizzato a determinate condizioni come per esempio il rispetto delle condizioni di lavoro, l’equo compenso per chi viene espropriato, la sostenibilità ambientale…
Un viaggio tra Cina, Kazakhstan, Sri Lanka, Polonia, Germania, Grecia per capire se questo avviene, vantaggi e rischi del gigantesco progetto che ambisce a ridisegnare l’ordine mondiale. E noi come ci entriamo? Ci conviene? Siamo in ritardo? Il premier Gentiloni è stato l’unico leader dei paesi del G7 ad andare al primo forum internazionale che si è svolto tre settimane fa a Pechino. Che cosa si prepara?

Com’è andata a finire?

Il servizio del marzo scorso aveva raccontato che, anziché ai ricercatori del CNR, i (nostri) soldi erano finiti a Cosa Nostra. Dopo il servizio è partita un'inchiesta della procura di Napoli che ha portato a sette avvisi di garanzia:

Dopo la puntata del 27 marzo, Report torna a occuparsi del Consiglio nazionale delle Ricerche. Pochi giorni fa la Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Napoli, ha notificato sette avvisi di garanzia per associazione a delinquere e peculato. Tra gli indagati ci sono anche il direttore generale dell'ente Massimiliano Di Bitetto e l'imprenditore e consulente Paolo D'Anselmi. Per gli illeciti sarebbero stati spesi i fondi "Pon", che servono a finanziare i progetti di ricerca nelle aree del sud. Con bandi pubblici, nel 2012 al dipartimento “terra e ambiente” del Cnr arrivarono circa 25 milioni. Soldi gestiti dall'Istituto ambiente marino costiero e che in parte sarebbero stati spesi all’insaputa dei ricercatori.


In Italia abbiamo una Costituzione che deve garantire pari diritti per tutti, in tutte le regioni d'Italia: anche il diritto allo studio, anche se sei un ragazzo con una malattia al midollo spinale.
Forse in regione Calabria non lo sanno:

Antonello Bevacqua vuole iscriversi alla facoltà di Fisica. Ha la media dell'8 al liceo, e l'atrofia muscolare spinale da quando è nato. Ci sono quarantacinque chilometri che lo separano dall'Università della Calabria a Cosenza, e che la Regione dovrebbe occuparsi di fargli percorrere, per legge. Nemmeno dopo un sollecito del presidente della Repubblica arriva una risposta dall'ente. Chi garantirà a lui e a tutti gli studenti disabili, di cui Report si era occupato anche nella scorsa stagione, questo diritto?

12 marzo 2012

Presadiretta – da Fukushima all'Italia, il futuro energetico (e non solo)


Meno male che Presa diretta c'è, verrebbe da dire: una delle poche trasmissioni che, ha ricordato l'anniversario del tragico terremoto di Fukushima, portando le telecamere là dove è successa la catastrofe (che, è bene ricordarlo, è frutto di un evento imprevedibile, ma anche dell'incapacità della Tepco, che non aveva nemmeno un piano per affrontare queste situazioni) .

Alessandro Libbri (il giornalista che ha girato il servizio), dopo un anno, ha mostrato quale è la situazione: nel raggio di 10 km dai reattori esplosi, c'è il vuoto, il deserto.

In questa zona la radiazione nell'aria è ancora alta: case vuote, paesi svuotati, animali lasciati allo stato brado o lasciati morire nelle stalle.

In questa fascia non è stata fatta ancora alcuna bonifica (e chissà quando verrà fatta, se non rimarrà sempre per sempre un deserto).

Le persone sono state spostate in prefabbricati, dopo un periodo di qualche settimana dentro i tendoni: la gente (bambini, adulti e anziani), è costretta a passare le giornate al chiuso, senza poter fare nulla.
E inizia anche ad avere paura: chi rimane in questa prefettura, è solo perchè ha qui il lavoro e non se può andare più lontano: “è come se ci avessero abbandonato .. dall'incidente, delle radiazioni non se ne parla più, è sceso il silenzio”.

Il sindaco di Minamisoma , intervistato, racconta che “non ho ricevuto avuto alcuna informazione dalla Tepco [prima dell'incidente], mi hanno contattato la prima volta 11 giorni dopo l'incidente”.
Qui è stato il comune ad aver pagato di tasca propria le bonifiche, e, ad un anno dal terremoto ancora nessun soldo dal governo.
A sentire queste storie, viene in mente l'Aquila, col centro storico congelato alle 3.37 di notte, e la paura delle persone di non poter più tornare nelle loro vecchie case.

E altri problemi verranno fuori adesso: i disturbi psichici per il trauma subito si faranno sentire ora, nell'anniversario. L'ansia e la paura per quanto è successo, per il futuro, per i figli.
Non sappiamo nemmeno quanti soldi serviranno per la bonifica: uno studio di greenpeace parla di 500-650 miliardi di dollari, ma sono solo ipotesi.


E in Italia? Abbiamo detto no due volte al nucleare, alla faccia del partito del si alle centrali (parente stretto del partito del si alle grandi opere). Ma a che punto siamo con le rinnovabili?

Presadiretta ha sfatato un primo luogo comune: la nostra dipendenza dal nucleare è, rispetto alle altre energie, molto bassa.
Inoltre, secondo gli studi del professor Armaroli del CNR di Bologna, con le energie rinnovabili possiamo farcela a coprire tutto il fabbisogno.
Basterebbe, se volessimo sostenere il 100% dell'energia col fotovoltaico “pannellare” tutta la provincia di Piacenza (e non tutta la pianura Padana, come si sente dire).
Il che, tradotto in termini pratici, significa che si iniziassero a sfruttare i tetti delle aree industriali, anche quelle dismesse e che oggi magari vengono riqualificate a colpi di tangenti per fare alberghi e centri commerciali, saremmo già a buon punto.

È quello che hanno fatto a Castelgugliemo, a Rovigo.
A Casalecchio di Reno, il comune mette in affitto i pannelli solari, inventandosi una “comunità solare”, per cui un cittadino può affittarsi il pannello e questi soldi finiscono in un fondo usato per comprare altri pannelli.
L'obiettivo del comune non è solo l'acqua, ma anche il riscaldamento, per abbattere ancora di più i consumi dai derivati del petrolio.


Perchè la riduzione dei consumi di petrolio e dei gas, passa anche per la costruzione di case a basso impatto termico: impianti di cogenerazione che raffreddano le case d'estate e la riscaldano di inverno. Muri coibentati per non far sfuggire nessun spiffero.
A Ravenna hanno costruito una classe di modello A, dove si risparmia dal 20-25 % sui consumi per il riscaldamento.
A Dovadola (Forlì) una coppia mostrava alla giornalista di Presadiretta la propria casa, di 160 metri quadri, con riscaldamento a pavimento. Questa casa, progettata e costruita da imprese del posto, è costata 1400 euro al metro quadro, in 8 mesi.


Si può fare, dunque: spingere (o costringere) chi costruisce da zero, a seguire certi criteri di nuova concezione. Costa un po' di più, forse all'inizio, ma è un risparmio per il futuro.
Così come si potrebbe spingere per la ristrutturazione delle case vecchie, per renderle meno “spendaccione”: doppi vetri, muri coibentati, pannelli solari.
Si creerebbe un nuovo mercato, per le case a basso consumo, si darebbe un impulso per queste imprese edilizie (se lo stesse ci mettesse degli incentivi), e si riuscirebbe a risparmiare sul fabbisogno energetico nazionale (altro che rigassificatori e centrali).

Ma per tutto questo servirebbe una politica capace di guardare al futuro, alle piccole opere utili, piuttosto che alle grandi opere, che sì creano lavoro. Ma poi?

Meglio continuare a costruire come si è sempre fatto, allora. Se lo scopo è quello di spendere di più, consumare di più, risparmiare sui costi di costruzione.