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08 settembre 2024

Anteprima Presadiretta – Europa in armi

Si vis pacem, para bellum: il motto latino, per cui per ottenere la pace occorre prepararsi alla guerra, sembra essere tornato di moda.

L’Europa è oggi impegnata in una forsennata corsa al riarmo, che sia un riarmarsi contro l’invasione dei migranti (i partiti xenofobi hanno di fatto già condizionato l’agenda europea) o che si tratti di voler mostrare i muscoli ad un nemico che sta dall’altra parte del blocco.
La scorsa primavera sul confine che separa Norvegia e l’Europa dalla Russia è avvenuta la più grande manovra militare della Nato dalla seconda guerra mondiale, con 90mila militari, aerei, navi, carri armati, sistemi missilistici di ultima generazione.


Qui, nel 1940, lungo la costa di Narvik, 200 km a nord del circolo polare artico, l’esercito nazista invase la Norvegia con un attacco a sorpresa: dopo 80 anni su questo tratto di costa sono sbarcati i soldati e i mezzi della 3a brigata dell’esercito americano, 2000 uomini e duecento mezzi, per una simulazione di guerra durata 6 mesi.

“Questa operazione si chiama “Immediate Response”, è la simulazione della risposta ad un attacco avversario, è la prima volta che effettuiamo uno spostamento così complicato e serve a dimostrare che l’esercito USA può proiettare le proprie forze dovunque in Europa per proteggere i nostri alleati della NATO, incluso il grande nord” – così racconta l’operazione il colonnello Ryan Barnett.

Non è stata solo una esercitazione dunque, qualcuno nei piani alti si sta veramente preparando ad una possibile invasione o ad un nuovo fronte di guerra.
E la pace?
Solo gli ingenui possono pensare che questa corsa al riarmo, al mostrare i muscoli, serva a contenere l’espansione russa nell’est Europa.
L’industria delle armi in questi anni ha visto aumentare i loro profitti, gli aiuti militari degli Stati Uniti sono stati in buona parte uno spostamento di risorse pubbliche verso l’industria privata americana.
E lo stesso avviene in Europa, dove si chiede ai membri della Nato di arrivare a spendere il 2% del PIL in armi che, tradotto, significa tagliare la spesa pubblica in altri settori, come sanità, welfare, scuola.
Ma è per la nostra difesa, dicono i propagandisti dell’industria bellica dal caldo dei loro divani: dopo due anni di guerra in Ucraina, non sembra che questa strategia militare abbia portato risultati. A meno che i risultati a cui si voleva arrivare fossero proprio questi, un impegno militare a lungo termine, per una situazione di stallo destinata a rimanere bloccata per anni.
Uno scenario che ricorda molto da vicino quanto raccontava George Orwell in 1984:

“Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, non può essere che uno e uno soltanto.

Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tenere la società al limite della sopravvivenza.

La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull'Eurasia o sull'Asia orientale, ma la conservazione dell'ordinamento sociale.”


Presa diretta si era già occupata nel passato del peso, politico ed economico, dell’industria delle armi, sin dal 2021 con la puntata “La dittatura delle armi”, dove si raccontava dei rapporti (economici e strategici) con Egitto, Arabia, Turchia, non proprio esempi di democrazie. Tutti paesi a cui vari governi italiani hanno venduto armi senza porsi troppi problemi.

Nel servizio verrà mostrato il servizio di difesa finlandese, ritenuto uno dei più avanzati al mondo, con i suoi 50mila rifugi per la popolazione, da usare in caso di guerra e in grado di proteggere le persone anche da attacchi nucleari. Ma stiamo parlando di un paese con 4,8 ml di persone.

Sui canali social di Presadiretta si trovano altri spezzoni di un servizio che riguarda lo sfruttamento dei migranti sui nostri campi: sono storie di sfruttamento, umiliazione, mancato rispetto delle leggi che ogni tanto trovano spazio sui giornali, ma solo a seguito di episodi di cronaca, come la morte di Satnam Singh, il bracciante che è stato abbandonato dal suo “padrone” davanti casa, con un braccio amputato. Nemmeno degno delle cure.


A Presadiretta parla il suo avvocato Giovanni Lauretti:

“Le lavorazioni agricole comportano spesso degli infortuni, non solo, nelle campagne avvengono ritrovamenti sospetti di persone decedute e non si sa in che modo ciò sia avvenuto. Purtroppo si tratta di soggetti quasi invisibili, Satnam e Soni erano in Italia da tre anni, ma erano fantasmi per le Istituzioni.”
Queste situazioni, la brutta vicenda capitata a Satnam, non sono casi isolati, dunque: se di questo caso se ne è parlato è perché assieme alla vittima c’era la moglie: “quello che mi dicono le forze dell’ordine è che se non ci sono testimoni e succedono infortuni gravi, i soccorsi a volte vengono omessi completamente. In questo caso c’erano molti testimoni, tra cui la compagna, quindi inevitabilmente qualcosa doveva essere fatto. È stata fatta forse la cosa peggiore: a quello che dice il medico legale, la mancanza di soccorsi immediati è stata determinante nel causare la morte.”

Tutto questo continua a succedere, nonostante le leggi contro il caporalato, perché c’è una non cultura dello sfruttamento che permea tutta l’industria dell’agroalimentare, perché c’è un sistema economico che ha bisogno dei migranti irregolari, dunque criminalizzabili, dunque senza diritti, che possono essere mandati nei campi senza orari, senza tutele.
Finché qualcuno non si ribella, come successo a Pordenone dove 50 braccianti irregolari hanno denunciato la loro situazione e ottenuto così il permesso di soggiorno e la dignità di un lavoro irregolare (si tratta pur sempre dell’articolo 1 della Costituzione, con buona pace dei tanti razzisti che di fronte a queste storia commentano ‘mandiamoli a casa loro’).
Oggi, coi documenti in regola, queste persone lavorano in modo “regolare”, ottenendo perfino i contributi: perché lavorare in regola conviene anche allo Stato.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio che andrà in onda questa sera:

La guerra non è più un tabù in Europa, e PresaDiretta dalle 21,25, dopo Aspettando PresaDiretta, torna ad occuparsene con le sue inchieste e i suoi reportage.

[..]

Dopo aver seguito le operazioni in Finlandia e Svezia, che dopo anni di neutralità sono entrate nella NATO, PresaDiretta è stata anche in Polonia, dove sempre più cittadini si arruolano nelle milizie volontarie secondo il principio: se vuoi la pace, prepara la guerra. Dal 2014 il nostro è il continente che ha aumentato la spesa militare più di tutti, +62%, raggiungendo nel 2023 la cifra record di 588 miliardi spesi in armamenti. Lo dice il SIPRI il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma in Svezia, al quale però il governo ha dimezzato i fondi. Ma se tutti gli Stati membri tornano ad armarsi singolarmente e non riescono a mettersi d’accordo su una difesa comune, il progetto di un esercito europeo continua a fallire. Perché? Jiří Šedivý, l’Amministratore Delegato della European Defence Agency ha raccontato a PresaDiretta che la difesa europea non esiste, che gli Stati membri non hanno un reale interesse a costruirlo e che a difendere l’Europa c’è già la Nato

La scheda del servizio:

Un’inquietante corsa al riarmo si sta diffondendo in Europa, Riccardo Iacona approfondirà il preoccupante scenario di guerra che si sta diffondendo. “Europa in Armi” è il titolo della seconda puntata di “Presa Diretta” in onda domenica 8 settembre alle 20.35 su Rai 3.  Si ragionerà su quanto sta accadendo soprattutto nel Nord Europa attraverso un lungo viaggio attorno ai confini più caldi, dove è in corso la più grande esercitazione Nato degli ultimi decenni. In Finlandia, in Svezia, in Polonia, nel Mar Baltico: più di 90 mila uomini mobilitati oltre 6 mesi per simulare la difesa da un attacco militare da parte della Russia. La Finlandia ha raddoppiato la spesa militare, tagliando però la sanità, gli incentivi per la casa, i sussidi alla disoccupazione, i finanziamenti alle organizzazioni pacifiste. In Svezia, il governo ha dimezzato i fondi al SIPRI, il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Nel Mar Baltico si misurano i nuovi rapporti di forza tra Nato e Russia ed è in atto una guerra ibrida con azioni di sabotaggio alle più importanti infrastrutture. In Polonia, intanto, si diffondono programmi rivolti a uomini e donne per reclutare sempre più volontari nei vari corpi dell’esercito. Nel 2023 gli stati europei hanno investito 550 miliardi di euro per spese militari, un record dai tempi della guerra fredda e i colossi del comparto bellico si contendono le commesse. Eppure la realizzazione di un esercito comune in Europa resta lontana. Nelle parole del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, intervistato da Iacona, l’indicazione della via della diplomazia per raggiungere una pace che metta a tacere le armi. Nella prima parte della serata ad “Aspettando PresaDiretta” fino alle 21.25 circa, si affronterà ancora una volta il problema del caporalato. Si riporterà l’attenzione sulla storia di Satnam Singh, il lavoratore indiano che nei campi di Latina ha perso prima un braccio e poi la vita. Per la prima volta parla in televisione, nascondendo la sua identità per timore di ritorsioni, uno dei principali testimoni di quell’incidente. Dal Friuli invece, una straordinaria storia di riscatto: a Pordenone 50 lavoratori stranieri irregolari si sono ribellati allo sfruttamento che li aveva ridotti in schiavitù, hanno denunciato gli sfruttatori e hanno ottenuto il permesso di soggiorno e la dignità di un lavoro regolare. In studio si analizzeranno le contraddizioni di un’industria agroalimentare, che rende schiavi una parte dei suoi lavoratori, insieme al sociologo Marco Omizzolo e al giornalista Marco Damilano, conduttore del programma “Il cavallo e la torre”. Infine una riflessione sulle politiche migratorie con la segretaria del PD Elly Schlein.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 aprile 2024

Spigolature .. (a proposito di stampa libera e regime)

Oggi sembrano tutti delusi, i nostri editorialisti con l'elmetto, del fatto che l'attacco coi droni dall'Iran non abbia portato alla guerra.

La guerra contro l'Iran, che oggi è sotto monitoraggio dei nostri ministri, come Crosetto, l'ex lobbista dell'industria delle armi e Urso, ministro delle imprese che fino al 2021 con le sue imprese era in affari proprio con l'Iran.

Da l'Espresso:

Pezzi di ricambio di elicotteri. Giubbotti antiproiettile. Aerei adattabili all’uso militare. Incontri con alti funzionari della guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei. E un contratto di collaborazione con una società coinvolta in un’inchiesta per traffico di materiale «dual use», dal doppio uso civile e militare, esportabile solo con specifiche autorizzazioni ministeriali. Sono i contenuti, che L’Espresso pubblica in esclusiva, di alcune lettere commerciali e contratti riconducibili alla Italy world services, società di cui è stato legale rappresentante fino al giugno del 2018 il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso, presidente del Copasir, il comitato parlamentare che controlla i servizi segreti.

Oppure la guerra contro la Russia, dove il presidente Macron voleva mandare i soldati al fronte.

Lo stesso Macron che, leggendo sul Fatto Quotidiano, è il maggior acquirente europeo del gas liquido russo. Vedi il caso:

Parigi è il primo importatore di gas liquefatto russo in Europa. Nei primi tre mesi del 2024, la Francia ha aumentato silenziosamente e come nessun altro in Europa le importazioni da Mosca arrivando a 1,5 milioni di tonnellate di gnl, pari a più di 600 milioni di euro, più di qualsiasi altro Paese dell’Ue. È quanto emerge da un report del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea). Un dato che appare paradossale proprio mentre Emmanuel Macron ribadisce di non voler escludere l’invio di truppe Nato in Ucraina e si è ritagliato il ruolo di primo alleato di Kiev perché la Russia “non può e non deve vincere” questa guerra.

Certo, per leggere queste notizie diciamo scomode, che raccontano l'ipocrisia occidentale, servono giornalisti liberi, non sottoposti al controllo della politica, che sanno che devono rispondere delle notizie pubblicate, ma liberi da ricatti e censure.

Giornalisti che magari non intrattengono rapporti poco puliti coi servizi segreti, come successo anni fa con un ex giornalista di Repubblica oggi a Il Giornale che nei giorni scorsi si è messo a scrivere proprio dei colleghi di Report e del segreto di stato posto sull'incontro di Renzi con l'ex dirigente del DIS Mancini.

23 ottobre 2023

Anteprima Presa diretta – l’economia di guerra

La guerra in Ucraina è stata messa in secondo piano da quella in corso a Gaza e perfino da vicende interne nella politica italiana (che nulla di politico hanno..).

Ma la guerra, i bombardamenti, i morti, in Ucraina continuano: il servizio di questa sera farà un resoconto della situazione sul campo, degli effetti delle sanzioni in Russia che non sono riuscite a mettere in ginocchio il regime di Putin.

Il titolo della puntata è eloquente: economia di guerra, ovvero che conseguenze avranno questi conflitti sulle nostre economie?


Le sanzioni

Le sanzioni lanciate contro la Russia avrebbero dovuto indebolire il regime dall’interno, bloccando le importazioni di vari generi di consumo ma anche della componentistica ad alta tecnologia, che ha portato il paese verso una autarchia, che è diventato il nervo scoperto di Putin. Già nel 2017 prometteva che avrebbe trasformato il paese leader mondiale nel settore dell’intelligenza artificiale, obiettivo difficilmente raggiungibile per le sanzioni occidentali.

Ma la posta in gioco non è solo l’esito della guerra o la neutralizzazione della Russia ma la nascita di un nuovo ordine mondiale: la Russia sta riorganizzando sia i flussi di importazione che di esportazione – racconta a Presadiretta la responsabile investimenti Stupino Quadrat, la zona industriale vicino Mosca dove erano presenti anche investimenti italiani.
Francesca Nava è tornata in Russia, per ascoltare i racconti delle persone (sempre da prendere con le pinze) sugli effetti delle sanzioni sulle loro vite: ci sono persone che pensano che questa guerra avrebbe dovuto iniziare prima, perché sono stati gli ucraini ad iniziare. Sono persone che appoggiano Putin, “perché sta facendo la cosa giusta, sta proteggendo il suo popolo” (notate come certe espressioni, proteggere il popolo, siano sovrapponibili con altri leader europei sovranisti).
Irina è una di queste persone che si informano con la televisione russa di stato, col notiziario sul primo canale, ha sentito persone che stanno nel Donbass e che dicono che i militari si comportano bene, “non bombardano case, non commettono violenze contro civili” (ancora una volta, l’importanza della propaganda sulle televisioni di stato controllate dalla politica).
Cosa ne pensa Irina della sanzioni? La sua vita è cambiata – le ha chiesto la giornalista: “assolutamente no, anzi sono felice perché quello che prima non avevamo, ora ce lo stiamo facendo da soli, pertanto le sanzioni non servono a nulla, ce la faremo. E vinceremo. ”
Vincere e vinceremo, anche con l’autarchia. Dove l’ho sentita?
Alla fine no, le sanzioni non hanno funzionato come ci si aspettava: Russia e Cina hanno stretto un accordo sulla nuova via della Seta dove i due capi di stato hanno promesso di intensificare i rapporti commerciali fino a 200 miliardi di euro. Ma dietro questi due paesi c’è un’intera coalizione di paesi che mirano a rappresentare l’intero sud del mondo. Un mondo che va oltre l’Europa.
Ma c’è anche di peggio: c’è una grande ipocrisia sulle sanzioni, stiamo comprando benzina dalla Russia passando dall’India. In Russia se uno vuole comprare un abito di Armani, un Iphone o una Maserati ultimo modello fai prima a trovarlo qua che in Italia – racconta a Francesca Nava un imprenditore italiano trasferito nella federazione. Le vie dello shopping sono affollate a Mosca, nei negozi sono ben esposti i marchi del nostro made in Italy.

Il 70% della popolazione mondiale vive in paesi che non hanno aderito alle sanzioni contro la Russia: i beni che oggi vengono venduti in Russia arrivano da questi paesi, che usano il meccanismo della triangolazione per bypassare i blocchi. È una pratica ipocrita ma anche deleteria che va ad inficiare le sanzioni stesse: se guardiamo la percentuale dei veicoli che la Germania esporta in al Kazakistan, era nulla prima della guerra mentre ora è aumentata di oltre il 200%.

La situazione in Israele, a Gaza, in Cisgiordania

La guerra continua a Gaza dove tutti aspettano l’operazione di terra: i familiari dei rapiti israeliani continuano a pregare a Gerusalemme, sperando in una loro liberazione. In Cisgiordania sono 64 i palestinesi uccisi e 3800 le vittime dei bombardamenti a Gaza.
Come in Ucraina, ci si deve chiedere se tutti questo non fosse inevitabile ed è a questa domanda che Presadiretta cercherà di dare una risposta.

La scheda del servizio:

PresaDiretta torna a occuparsi di guerra e soprattutto delle sue conseguenze economiche con “L’economia della guerra”, in onda lunedì 23 ottobre, alle 21.20, Rai 3. 
Gli inviati della trasmissione sono tornati in Ucraina per capire come lo sforzo bellico sta sgretolando la tenuta economica del paese, e poi in Russia, per vedere da vicino l’impatto delle sanzioni occidentali. Quindi in Sudafrica, al Summit dei BRICS dove è stato disegnato un nuovo ordine mondiale e, infine, in Israele, per sentire cosa pensano gli israeliani delle politiche per la sicurezza dei Governi guidati da Netanyahu. 
All’indomani dell’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha lanciato il più grande sistema di sanzioni mai creato contro la Federazione Russa, per provare a piegarla sul piano economico. Sono passati quasi due anni: quali sono i reali effetti delle sanzioni sull’economia russa?
Nel frattempo, la guerra in Ucraina sta sistematicamente distruggendo e annientando l’economia del Paese: il suo sistema produttivo, i complessi industriali e il tessuto sociale, vincerà chi ha i soldi per continuare la guerra. 
A Johannesburg in Sudafrica, dove si sono riuniti i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), sono state preso decisioni cruciali: andiamo verso la fine del dollaro e un nuovo ordine mondiale?   

In studio ospite di Riccardo Iacona, Federico Fubini vicedirettore del Corriere della Sera, esperto di economia e di finanza per ragionare insieme sulle conseguenze economiche delle guerre che caratterizzano il nostro presente. 

“L’economia della guerra” è un racconto di Riccardo Iacona, con Chiara Avesani, Antonella Bottini, Raffaele Marco Della Monica, Francesca Nava, Andrea Vignali, Matteo Delbò, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia. 

20 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta – Costruttori di pace

Un anno fa scoppiava la guerra in Ucraina per l’invasione da parte dell’esercito russo su un fronte molto vasto, non solo le regioni russofone dove una guerra locale era in corso sin dal 2014.

Da un anno siamo spettatori di una guerra che ci coinvolge quasi direttamente, non solo perché inviamo armi per consentire all’esercito ucraino di resistere, ma anche perché mese dopo mese sta crescendo la sensazione che questo non sarà un conflitto che potrà terminare a breve. Non si vedono vie d’uscita anzi, rimanere sempre il timore di una escalation verso qualcosa di peggio. Sempre che sia corretto parlare di peggio in un conflitto che uccide migliaia di civili.
Da un anno parliamo di guerra con un approccio da tifo da stadio: se non sei per la guerra e per l’invio delle armi, senza se e senza ma, allora stai con Putin. E a finire marchiati da questa accusa infamanti sono proprio i sostenitori della pace, della rete di associazioni per il disarmi per tutti i paesi. Associazioni e persone che hanno criticato non solo Putin ma tutta questa pericolosa corsa alle armi in corso da tempo.

Se c’è una via diversa dalla guerra, per risolvere il conflitto si fa fatica a vederlo, ma va trovata: questa guerra uccide le persone e drena risorse che alimentano le lobby delle armi.
Il servizio di Presadiretta parlerà dell’Ucraina e degli altri conflitti nel mondo che, sebbene con tante difficoltà, si sono risolti con dei negoziati, quelli che oggi né Putin né Zelensky vogliono fare.

E nemmeno l’Europa che è entrata dentro questo conflitto e che dunque non può sedersi ad un eventuale tavolo dei negoziati (posto che abbiamo delegato ad Erdogan, non certo una colomba).
Le vittorie militari spesso hanno portato a nuovi conflitti dieci, venti anni dopo, mentre gli accordi di pace, se attuati correttamente, ci consegnano una pace molto più duratura nel tempo – a parlare così è Peter Wallenstein docente del Dipartimento di Ricerca sulla Pace e sui Conflitti dell'Università di Uppsala.

Fare una pace è diventata una alternativa migliore che vincere una guerra – racconta l’anteprima del servizio che andrà in onda questa sera: ma a quali condizioni ci potrebbe essere un cessate il fuoco?
Finché rimarrà Putin la Russia rimarrà uno stato canaglia, raccontava il politologo Ian Brenner intervistato su Rai3 da Marco Damilano, costringendoci a maggiori spese militari, causando un aumento delle spese per l’energia che gli europei dovranno acquistare da altri fornitori.
Peccato che la Russia di Putin fosse già uno stato canaglia a cui noi abbiamo contribuito al suo rafforzamento, coi contratti per il gas, bloccando (anche in Italia) qualsiasi piano per il passaggio alle rinnovabili.
La Russia non può vincere questa guerra, pena il rischio di un ritorno ad un mondo diviso in blocchi ai tempi della guerra fredda. Ma l’Ucraina può vincere la guerra, riconquistando i territori, senza un intervento della Nato? E con quali rischi? E che accadrebbe in Russia dopo una sconfitta militare in Ucraina?
Serve la pace e servono i costruttori della pace, come dice il titolo della puntata. Ma come si sono risolti dunque gli altri conflitti nel mondo? Presadiretta è andata in Africa a raccogliere le testimonianze di chi quelle guerre etniche le hanno viste e vissute: persone uccise e lasciate per strada, mutilate, bambini violentati, bambini torturati, gente che ha visto amici, parenti uccisi, villaggi bruciati. Come in Sudan, con la sua guerra civile terminata nel 2020. O come in Sierra Leone, dove la guerra civile è terminata col tavolo di pace tra le varie forze: “se usi la violenza per finire la guerra, questa in realtà non finirà mai, perché ci sarà sempre qualche vendetta, qualche rappresaglia. Mandare armi e soldi per combattere non credo sia la risposta giusta, bisogna negoziare ” - questa è la storia di Margaret, infermiera, dalla Sierra Leone un paese che è riuscito a mettere fine a una sanguinosa guerra civile.

La scheda del servizio:

A pochi giorni dal primo anniversario della guerra in Ucraina, “PresaDiretta” in onda lunedì 20 febbraio alle 21.20 su Rai 3 torna sul conflitto che sconvolge l’Europa e su chi, nonostante tutto, lavora per costruire la pace. Un’analisi non solo sui retroscena dell’aggressione russa contro l’Ucraina, ma anche sui tentativi fallimentari di trovare un accordo sul Donbas con gli Accordi di Minsk. “PresaDiretta” è andata in Svezia all’università di Uppsala, dove c’è chi studia i negoziati di pace e chi insegna come si fa a creare una convivenza pacifica e duratura; in Sierra Leone, per raccontare la realtà di un Paese africano che è riuscito a mettere fine a una sanguinosa guerra civile; infine, ha raccolto la testimonianza delle donne camerunensi, mediatrici di pace. Ospiti di Riccardo Iacona saranno Mario Giro, ex viceministro degli Esteri, membro della Comunità di Sant’Egidio ed esperto di relazioni internazionali, e Nello Scavo, inviato speciale di “Avvenire”, in collegamento dall’Ucraina.
“Costruttori di pace”  è un racconto di Riccardo Iacona con Luigi Mastropaolo, Roberta Pallotta, Elena Stramentinoli, Fabio Colazzo, Matteo Delbò, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 settembre 2022

21 anni dopo – 11 settembre

Io me lo ricordo ancora dov’ero 21 anni quando, nel pomeriggio dell’11 settembre 2001, due aerei di linea americani venivano dirottati e mandati a schiantarsi contro le Torri Gemelle a New York.

In ufficio la notizia arrivò dai canali internet: avevamo anche una piccola televisione, dove seguivamo l’avvicendarsi delle notizie. Un incidente. No, impossibile dopo il secondo schianto. Allora è un attentato. Un attentato organizzato da due gruppi di attentatori di Al Qaeda, un’organizzazione terroristica islamica: questa volta ad essere colpito non era un obiettivo lontano (sebbene solo otto anni prima c’era stato un attentato nei sotterranei delle Torri). A bruciare erano due palazzi simbolo di New York.

Cosa è successo dopo, anche questo me lo ricordo: da una parte la psicosi di nuovi attacchi, per la scoperta di quanto potessimo essere vulnerabili. Dall’altra la risposta di “pancia” nei confronti dei diversi, le persone con la faccia diversa dalla nostra. Bombardiamoli, uccidiamoli.

La guerra in Afghanistan contro il regime dei talebani e poi, nel 2003, la guerra in Iraq, con la bugia delle armi di distruzione di massa.

Sebbene Al Qaeda ricevesse finanziamenti dai sauditi, come Saudita era Bin Laden e sebbene 15 dei 19 dirottatori fossero sauditi, l’amministrazione Bush decise di attaccare l’Afghanistan, per una occupazione durata poi 20 anni e terminata col ritorno dei talebani.
D’altronde i legami tra Bush padre e figlio e l’Arabia erano molto stretti, lo racconta nel suo documentario Michael Moore, Fahrenheit 9/11: il 7% dell’economia americana era nelle loro mani, erano soci dentro il gruppo Carlyle, un gruppo con forti interessi nel settore della difesa, su cui arrivarono miliardi di fondi pubblici per le spese militari.

Si arrivò poi alla guerra in Iraq, per abbattere il regime di Saddam Hussein ritenuto colpevole (in base a prove false) di avere contatti con Al Qaeda e di essere in procinto di realizzare armi di distruzione di massa. Non era vero: Bush, Blair, Powell, hanno mentito al mondo.
Quello che importava erano i profitti che sarebbero arrivati per la guerra, con la spartizione del petrolio iraqeno.
Se non ci fosse stato il lavoro di Wikileaks e il coraggio di poche “gola profonda” nel sistema militare non sapremmo nemmeno dei crimini di guerra, delle torture di Abu Ghraib, delle rendition (come quella dell’Imam Abu Omar qui in Italia), di quanto successo a Guantanamo.

Se avete voglia di approfondire, leggetevi Il potere segreto della giornalista Stefania Maurizi (Chiarelettere). Da una parte la retorica della guerra per esportare la democrazia, dall’altra le falsità di un presidente che manda in guerra ragazzi di poco più di vent’anni e che, cosa ancor più ignobile, si permise pure di tagliare i fondi per l’assistenza dei militari coi postumi della guerra.

A 21 anni da quell’11 settembre 2001 cosa rimane? Viviamo un’epoca dove è stato sconfitto il terrorismo? Abbiamo esportato la democrazia in Iraq e Afghanistan?

Si sono rafforzati gli strumenti sovranazionali per gestire le controversie tra paesi?
La guerra in Ucraina ha fatto irruzione nelle nostre vite: da una parte un regime, quello di Putin, deciso a riconquistare la sua zona di influenza ai confini dell’Europa, senza preoccuparsi delle scelte dei popoli. Dall’altra la Nato e gli Stati Uniti che stanno alimentando questa guerra che non sembra destinata a terminare a breve.

Ancora una volta si assiste al tifo, alla propaganda della guerra, al doversi schierare da una parte o dall’altra, pena l’essere ritenuti complici o amici del nemico.
Quel nemico, Putin, che fino a poco tempo fa erano nostro partner commerciale: a Putin e al suo gas ci siamo legati nel corso degli anni e dei governi passati.

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza.

George Orwell 1984

29 marzo 2022

Presadiretta – cessate il fuoco

Ultima puntata per questa stagione di Presadiretta dedicata alle due guerre: quella in Ucraina dove tutti vogliono la pace, ma solo a parole. E la guerra nascosta contro il covid, con gli ospedali ancora in difficoltà e i cui sintomi si sono abbattuti contro i più giovani.

Un mese di guerra è passato e questa diventa più cattiva e insidiosa, non solo nelle parole, ma anche col rischio che si allarghi all'uso di armi chimiche.

Con quali armi si sta combattendo in Ucraina, cosa vogliono e cosa pretendono i mediatori, quale la linea rossa oltrepassata la quale la pace si allontanerà per sempre?

Il consigliere politico di Naval’nyj

Per capire cosa passa in testa a Putin Presadiretta ha intervistato il consigliere politico di Naval’nyj, Vladimir Milov: Naval’nyj ha lavorato nei settori critici del paese come quelli energetici e oggi è in Inghilterra, dove è stato avvelenato col Polonio.

Putin ha attaccato Naval'nyj perché quest'ultimo da anni denuncia il suo sistema: il suo yacht, la dacia sul lago dove era stato ospite anche Berlusconi, su un terreno dello stato.

Sono stati denunciati anche gli affari privati del ministro Lavrov, del portavoce della comunicazione Peskov, un sistema di arricchimenti personali e di corruzione, coi soldi nascosti nei paradisi fiscali.

Un sistema clientelare che sta arricchendo gli oligarchi vicini a Putin e che sta però uccidendo la Russia: le persone non possono curarsi perché gli ospedali non funzionano.

La giornalista ha chiesto se sia possibile arrivare ad un colpo di stato in Russia:

in questo momento gli imprenditori, le elite, odiano Putin perché ha disconnesso la Russia dal sistema globale, dal mondo, e ci sono anche molte persone nel suo governo che vorrebbero deporlo. Ma è molto difficile perché Putin ha una sua guardia personale di fedelissimi agenti strapagati, con un extra budget segreto, un apparato di intelligence di circa 50 mila persone che controlla tutti quelli che entrano in contatto con lui. Anche nel suo entourage stanno bene attenti a parlar bene di lui, anche quando ci si incontra da soli, perché sanno che qualsiasi informazione verrà riferita al capo. L’unica strada è introdurre sanzioni ancora più pesanti, possono fare davvero la differenza perché pezzi importanti del cerchio magico di Putin potrebbero abbandonarlo.”

Una crepa si è aperta nella cerchia di Putin: Borisovic Chubais, un amico stretto di Putin e artefice delle privatizzazioni ai tempi di Eltsin è scappato dalla Russia coi suoi segreti sui soldi e sui segreti della cerchia di Putin.

La situazione in Ucraina

Le ultime notizie dal fronte russo sulla guerra risalgono al 24 marzo: in una conferenza un generale russo ha raccontato di come i risultati della prima fase siano stati raggiunti e che ora la guerra si sposterà nella zona est del Donbass e, purtroppo, con la stressa a Mariupol, la città martire.

Qui le persone vivono nei rifugi senza acqua e senza cibo: Mosca vuole cancellare la città dalla faccia della terra – accusa il sindaco della città.

La guerra al sistema sanitario ucraino

Sono 72 gli ospedali e i presidi sanitari colpiti dai russi con l'obiettivo di rendere la vita della popolazione civile impossibile.

Come Yulia, madre di una bambina disabile, con una madre non autosufficiente: non può scappare da Kiev ed è rimasta bloccata in mezzo ai bombardamenti, senza assistenza.

Mancano le medicine, perché un deposito di medicinali è stato bombardato: ogni volta che c'è un raid la figlia si rifugia in corridoio, per la paura.

Questa è una guerra contro i civili” racconta un medico, non è una guerra contro i governi: una guerra contro persone che non possono curarsi, tutto è un bersaglio, persino gli ospedali oncologici. Al 23 marzo sono 65 le strutture danneggiate, 9 i medici morti: questi attacchi devono cessare, racconta un portavoce di una ong, perché si impedisce alle persone di curarsi. I volontari di MSF si eserciti in situazioni con feriti di massa, addestrandosi a riconoscere velocemente chi curare e chi no, in base alle ferite sul corpo.

A Kiev, al centro cardiologico sono curati i bambini orfani, che non potevano essere curati altrove: qui ci sono bambini che dovrebbero essere operati, in condizioni critiche, perché i letti non possono essere tenuti occupati a lungo, per l'arrivo dei feriti.

A Kiev arrivano rifugiati senza vestiti, senza cibo e all'ospedale cercano di dare loro assistenza, come possono.

A Leopoli le madri fanno partorire i figli in bunker sottoterra, sempre per timori dei bombardamenti: qui Yuri e la moglie sono stati accolti a Leopoli dalla comunità di Sant'Egidio.

Il covid si aggiunge al problema delle bombe: non ci sono statistiche e non ci sono strumenti per curare i malati, le bombe contro gli ospedali cono crimini di guerra, spiega un funzionario di Human Right Watch, i responsabili devono essere presi e condannati per mandare un messaggio a tutto il mondo, come non è stato fatto un Yemen e negli altri teatri di guerra.

La comunità di Sant'Egidio

Ospite in studio l'ex ministro Riccardi a cui Iacona ha chiesto “con tutti i mediatori in Europa, come mai in un mese non si sia riusciti ad imporre un cessate un fuoco, che blocchi questi massacri?”

Dobbiamo impedire che questa guerra diventi come la Siria o come la Georgia: davanti a questo orrore, cosa impedisce un cessate il fuoco, mi sono interrogato sulle volontà della Russia che ha invaso l'Ucraina. Ma anche sulla volontà della comunità internazionale nel cercare una via d'uscita, tante telefonate eppure si combatte ancora.

Da una parte Putin che cerca territori da conquistare dall'altro Zelenski che rivendica la vittoria nell'aver respinto la Russia e che chiede più armi: gli Ucraini, una popolazione divisa in tante etnie, si è dimostrato unito, ha scelto di combattere contro gli invasori e questo ha sorpreso Putin.

Ogni giorni muoiono bambini, muoiono ragazzi russi e ucraini: serve il cessate il fuoco, serve la volontà per imporre il cessate il fuoco.

Le faticose settimane di mediazione

C'è stata la mediazione tra Macron e Putin, nel febbraio scorso, dove si evocavano gli accordi di Minsk per bloccare i venti di guerra. Questi sono gli accordi firmati nel 2014 dopo l'invasione della Georgia, ma non sono mai stati rispettati a partire dal cessate il fuoco, da entrambe le parti. Ma a febbraio Putin tira fuori la questione che lo interessa, l'ingresso della Nato dell'Ucraina e la minaccia di una guerra che coinvolgerà l'Europa.

Arriva a fine febbraio la guerra voluta da Putin e per questo oggi il presidente russo non può fermarsi, non può tornare indietro senza aver nulla in mano perché perderebbe la faccia.

Dopo Macron tocca ad Israele la mediazione, passano i giorni e non succede niente, fino ad una nuova mediazione dei turchi: “vediamo che le parti sono vicine ad un accordo” dice il ministro turco, ma ancora nessun accordo.

Nel frattempo il presidente ucraino appare in video, rivendicando i successi della resistenza, la pace non arriva perché le due parti vogliono arrivare alle trattative dalla posizione di maggior forza. Nel frattempo nessuna super potenza è scesa in un ruolo di vera mediazione: servono nazioni grandi non la Turchia o Israele. In questa partita politica il convitato di pietra è la Cina, che ora teme le sanzioni internazionali per la sua alleanza con la Russia.

La Cina è di fronte ad un dilemma: sfidare l'ordine americano, sostituendoli nel ruolo di egemonia politica ed economica, oppure tenersi lontano. Se volessero mettersi in un ruolo di mediatore e poi fallissero l'obiettivo, sarebbe un danno di immagine per il presidente cinese.

A chi conviene questa guerra che sta armando mezzo mondo e che ha rinvigorito la Nato, in crisi dai tempi di Trump? A chi conviene questo crescendo della tensione?

Il professor Natalizia parla di equilibri globali, sopra la guerra in Ucraina: il passaggio verso un nuovo modello di ordine mondiale dopo la guerra fredda, tra Cina, Russia e Stati Uniti.

Gli ultimi negoziati tra Russia e Ucraina

Domani ci sarà una due giorni in Turchia, con Erdogan fiducioso di portare avanti una trattativa: forse quello del presidente turco è solo ottimismo, ma Erdogan ha interesse nel fermare il conflitto, ha aperto entrambi i canali verso Kiev e Mosca, aveva condannato la presa della Crimea ma allo stesso tempo non ha rotto i rapporti con Putin.

Attenzione però, ha commentato Iacona, nelle ore in cui Biden dava a Putin del macellaio, Erdogan sosteneva che al presidente russo si deve far trovare una via d'uscita, un taglio pragmatico per fermare la guerra.

Ma su quali basi? Lo ha raccontato Lucia Goracci, parlando di neutralità dell'Ucraina, nessuna adesione all'alleanza atlantica, la garanzia di potenze straniere per questo accordo. La Russia chiede la fine delle misure contro l'uso della lingua russa, la denazificazione del paese, la conquista di Mariupol (che chiude il mar D'Azov all'Ucraina). C'è da chiarire il ruolo del Dombass.

Il ruolo europeo nella guerra in Ucraina

Siamo già coinvolti in questa guerra: l'esercito ucraino ha fermato i carri russi, grazie agli aiuti degli Stati Uniti che hanno speso 3 miliardi di euro per l'addestramento e l'armamento dell'esercito. LE spese militari dal 2015 sono decuplicate, con nuove armi sofisticate anche contro la guerra elettrica: ma l'integrazione tra Nato e forze ucraine va avanti da anni, anche nella base Nato bombardato qualche settimana fa vicino la frontiera polacca.

Tra la fine del 2021 e il 2022 questo paese ha ricevuto aiuti che hanno impedito il crollo del paese: oggi Zelenski sta chiedendo nuove armi alla Nato e alle nazioni europee, cosa che potrebbe alzare la tensione di Putin contro l’occidente, sarebbe un inserimento ancora più massiccio nell'intervento.

Decisive sono le informazioni sulle mosse dell'avversario, movimento dei mezzi, approvvigionamenti, tutto questo avviene grazie ai droni che controllano dall'alto la situazione a terra. Siamo già in guerra allora, come belligeranti?

Al vertice del 23 marzo della Nato si è deciso di fornire altre armi e arrivare a nuove sanzioni, ma niente aerei e niente carri armati al momento, ma le ultime dichiarazioni di Biden di questi giorni fanno pensare che le cose stiano cambiando: si sta preparando un cambio di regime a Mosca, con un colpo di stato?

Gli Stati Uniti stanno portando avanti una guerra per procura per colpire la Russia di Putin usando l'Ucraina come proxy?

E dove sta la linea della Russia? Noi forniremo all'Ucraina armi anti carro, addestramento nell'uso dei droni, come reagiranno i russi di fronte a questa nostra ambiguità?

Siamo di fronte ad una linea rossa mobile, i russi potrebbero cambiare la percezione del nostro intervento, se dovessero cambiare le cose sul campo.

Ha ragione papa Francesco quando ha condannato la spesa per comprare più armi, in risposta a quanto sta succedendo. Una pazzia. Serve un modo diverso per governare un mondo, ormai globalizzato.

Il messaggio del papa è anche politico – spiega Riccardi: abbiamo dimenticato il discorso della pace, ci siamo dimenticati della guerra, di cosa è stata la seconda guerra mondiale, si sta rivalutando l'idea di guerra come forma di risoluzione dei problemi, guardiamo come parlano i leader, questa non è diplomazia. La pace è il bene dell'Ucraina, dell'Europa e del mondo intero: ci troviamo di fronte ad una guerra, l'evento più grave dal 1945, con un paese belligerante che ha l'atomica. La guerra potrebbe diventare come in Ucraina, durare anni e potremmo anche dimenticarcene.

Le armi nucleari

In questi giorni c'è una esercitazione Nato ai confini della Russia, in Norvegia. Dall'altra parte ci sono i sommergibili russi con le testate nucleari. Putin in un suo discorso ha già parlato di allerta speciale mettendo in allerta l'arsenale nucleare, il giornalista Marzio Mian che era per lavoro in quella zona ha testimoniato alla trasmissione movimenti di truppe e di mezzi come se si fosse dentro una guerra, “si sentiva nell'aria la minaccia nucleare”.

Anche Biden ha detto che si potrebbero usare queste armi: ci si sta preparando da tempo a questa dottrina, usare le armi nucleari come deterrente, per lanciare un segnale all'avversario.

Entrambi le superpotenze hanno aumentato il loro arsenale nucleare con armi sviluppate per essere usate in modo più semplice, come se fossero armi da usare in scenari di guerra militari, sono le armi tattiche meno potenti ma non meno pericolose.

Sono armi meno distruttive, dieci o venti volte di Hiroshima, ma che non fanno meno paura: queste arme sono presenti anche in Italia e saranno messe anche sugli F35 che noi italiani stiamo comprando.

Questi aerei sono pronti per partire col loro carico nucleare, da Aviano e da Ghedi, senza nemmeno che l'esercito americano sia costretto ad avvisarci.

Nel 2017 la Russia e i paesi della Nato come l'Italia non hanno firmato l'accordo per eliminare le armi nucleari: queste armi servono a questi paesi per portare avanti un ricatto, come quello di Putin all'Europa, non interferite con la guerra in Ucraina altrimenti uso le armi nucleari.

In uno scenario di guerra nucleare, che oggi non è più tabù, l'Italia sarebbe spazzata nei primi dieci minuti.

Oggi la guerra è troppo pericolosa per combatterla” commenta Riccardi, il rischio è di cadere di guerra in guerra nella distruzione del mondo.

A vedere questa Europa, con la sua cultura, con la sua economia, che sia fuori dai giochi diplomatici è una cosa incredibile – rispondeva Iacona alle parole dell'ex ministro: serve arrivare ad una politica estera europea, una politica comune di difesa europea non dipendente dall'America o ricattabile dalla Russia o dalla Cina.

Non perdoneremo mai ai grandi della terra una escalation militare, né a Putin né agli altri.

In un mondo ancora sotto choc per la pandemia, sei milioni di morti, i soldi dovevano andare alla cura, a chi ha perso il lavoro e la salute, a mettere a posto il sistema sanitario nazionale.

Il sistema sanitario dopo il covid

Per mostrare la situazione del sistema sanitario e della sua prima linea, Presadiretta ha passato una notte al pronto soccorso del Pertini a Roma: pazienti che cercano un posto rimanendo fermi nelle lettighe delle ambulanze nei corridoi del PS perché mancano posti, perché la capacità assistenziale nei reparti è inferiore al numero di pazienti che arrivano col 118.

Il tempo di attesa per un posto in reparto è superiore alle due ore, possono passare anche giorni fermi nel Pronto Soccorso dove ricevono le prime cure, senza privacy, senza un vero letto, dove le persone perdono la cognizione del tempo.

Il covid ha peggiorato il fenomeno del “boarding”, ovvero la permanenza in Pronto Soccorso: qui il lavoro si moltiplica per il virus, per i tamponi, per le corsie separate, per le terapie intensive separate dentro la zona di soccorso.

Al Pertini nell'area di soccorso covid per 30 pazienti c'è un solo dottore, poi ci sono anche pazienti più gravi: mancano medici e mancano anche infermieri per l'assistenza, anche qui siamo in guerra, in trincea.

I reparti stanno in piedi grazie al sacrificio dei medici e del personale: il ssn sta perdendo una delle sue colonne, manca il 30% di medici, mancano le risorse umane per coprire i turni al pronto soccorso, non si vedono vie d'uscita perché non si riescono ad assumere più persone, nessuno vuole entrare a lavorare in queste situazioni.

Si sta negando un diritto alle persone e si sta mettendo in crisi la sicurezza nei reparti: tutto questo è legato al taglio dei costi nella sanità cominciato con la “cura” del governo Monti.

Quello che è avvenuto in questi dieci anni è stato un massacro sulla sanità, abbiamo perso 173 ospedali, 42 mila sanitari, con decine di migliaia di posti letti in meno: questo vuol dire maggiore occupazione nei Pronti Soccorsi e nella medicina di urgenza, un imbuto da cui viene schiacciato.

Ma a questo si è aggiunto anche il covid e gli interventi saltati per la pandemia: 2 milioni di ricoveri, 600mila interventi chirurgici programmati, 14 milioni di visite specialistiche, questi sono i numeri degli interventi saltati nel 2020 per il covid.

C'è poi un'altra malattia, quella del disagio mentale che colpisce i giovanissimi, gli adolescenti: per loro non esiste offerta pubblica per curarsi dal sistema sanitario.

Sono ragazzi che durante la pandemia, per colpa della fragilità emotiva, per la fine della socialità, sono caduti in depressione.

Almeno il 16-20 % degli adolescenti soffre di depressione, racconta Stefano Vicari del Bambin Gesù: ragazzi poi ricoverati in ospedale, perché per esempio hanno cercato di suicidarsi.

Ansia, depressione, anoressia: la pandemia ha fatto sentire i ragazzi soli e abbandonati, l'età media dei ricoveri si è abbassata da 15 a 13 anni.

Ci sono regioni che non hanno nemmeno posti letto per l'accoglienza di questi adolescenti.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di Ella, una di questi adolescenti: dopo un atto di autolesionismo è stata ricoverata al Policlinico Umberto I, dove ci sono 14 posti letti, sempre pieni e dove i medici cercano di rimettere assieme i pezzi di giovani che si sono persi.

La rete di assistenza territoriale per neuropsichiatria è in affanno, anche in Lombardia che pretende di essere la regione virtuosa in ambito sanitario: mancano posti per la psichiatria infantile, per ragazzi con problemi perché le strutture sono fatiscenti, i medici nelle strutture non hanno contratti stabili, la regione non investe in questo settore a sufficienza.

Così, chi può, si rivolge al privato. E chi non può, non può scegliere di curarsi.

L’Europa che blocca i migranti alla frontiera

Altro che guerra, altro che armi, ecco dove dobbiamo mettere i soldi: nella cura delle persone!

Ma l'Europa ha messo a bilancio 35 miliardi per la gestione delle frontiere, miliardi per alimentare un'industria che controlla le frontiere, per bloccare i migranti, non gli ucraini, ma tutti gli altri.

Droni, sistemi di riconoscimento facciale, muri di contenimento: l'industria che si occupa di questi sistemi diventa sempre più florida, per realizzare muri virtuali sempre più grandi.

Anche la nostra Leonardo sta lavorando ad un drone che presidierà le frontiere, pagato coi nostri soldi.

A far da apripista è stata la Grecia, paese andato quasi in default che oggi spende milioni per droni e per cannoni che fanno un rumore tre volte superiore alle soglia tollerabile per far scappare i migranti.

Io ringrazio la Grecia per essere il nostro scudo” dice la Von der Leyen: l'Europa ha investito 720 milioni per trasformare le isole a Samos, dove sono reclusi i migranti, in lager tecnologici.

La parola accoglienza nei confronti di altre persone è qui bandita. Un sistema altamente tecnologico controlla da remoto tutti i campi, questo il compito del ministero dell'immigrazione.

Si chiama Centaur il sistema di monitoraggio, un grande fratello che sta oggi suscitando l'interesse degli altri paesi europei che vorrebbero replicare nei loro paesi.

Per l'Europa il campo di Samos è una pietra miliare della politica dell'immigrazione: eppure sono dei carceri, con tanto di filo spinato. Dove stanno i principi democratici tanto sbandierati oggi per la guerra in Ucraina?

L'Europa volta la testa dall'altra parte di fronte a queste violazioni dei diritti umani, di fronte ai respingimenti alla frontiera o in mare, nel Mediterraneo. Dai guardia coste greci o dai guardia coste libici.

Vergogna, vergogna vergogna!!!

Non possiamo accettare il doppio volto dell'Europa nei confronti dei profughi ucraini, a cui diamo assistenza e uno status di protezione, anche da parte degli stati che nel passato non hanno accettato profughi con la pelle dal colore scuro.

Da questa guerra i primi a rimetterci saranno i paesi poveri nel mondo, i maggiori importatori del grano ucraino e russo che domani non avranno più cibo: la guerra causerà la peggiore carestia mondiale, salirà l'inflazione, si altera la politica energetica, non si troverà il vaccino per tutti, non si combatteranno i cambiamenti climatici …

Dobbiamo fermare la guerra, non abbiamo alternative.

03 marzo 2022

All'armi, all'armi!

L'ostracismo dei giornalisti (e di associazioni come l'Anpi) che si permettono di raccontare questa storia allargando lo sguardo alle colpe dell'occidente.

Università, che si riteneva enti di cultura, che bloccano lezioni su Dostoevskij perché il momento è delicato. Anzi, no, per par condicio un autore russo e uno ucraino.

Sindaci che invocano l'abiura di Putin ad artisti russi (tutto bello, ma abbiamo fatto lo stesso per calciatori turchi, per cittadini egiziani?).

Pur di portare acqua al mulino della narrazione tossica per preparare l'opinione pubblica alla guerra, diversi giornalisti (che fino a ieri negavano l'importanza della Resistenza) hanno tirato in mezzo i partigiani: anche loro hanno ricevuto armi dagli alleati per combattere.

Dimenticandosi, poverini, che gli alleati lesinavano gli aiuti alle formazioni partigiane rosse, che gli aiuti arrivarono in maggior parte nell'ultimo anno e, soprattutto, che tra partigiani e nazifascisti non c'erano trattative di pace.

Stiamo vivendo un brutto momento, questa sbornia militaresca, questa chiamata alle armi alimentata da una narrazione tossica di parte dell'informazione, non sta facendo bene al paese.

La nuova emergenza metterà in secondo piano (se non proprio una pietra sopra) a temi altrettanto emergenziali come l'ambiente, la sanità (i medici che mancano, le code per prenotare un esame nel pubblico), il lavoro (i salari, lo sfruttamento, le morti).

Stringiamci a coorte ..

Oggi ci accorgiamo del Putin cinico, dittatore, giocatore di poker sulla pelle degli ucraini e anche dei russi. Anche qui, politici e giornali con un gioco di prestigio ora ci dicono quanto sia cattivo. Oggi, non quando faceva a pezzi la Cecenia, quando imprigionava e uccideva giornalisti.

Oggi ci accorgiamo della Crimea, della situazione in Ucraina, delle regioni russofone, dove la situazione di crisi dura da sei anni.

A proposito, sempre sul tema della tossicità dell'informazione: per giustificare l'invio delle armi in Ucraina (che passerà tramite contractor privati, visto che l'Europa come entità militare non esiste e la Nato non vuole o non può entrare direttamente nel conflitto) si racconta degli aiuti militari alla Russia contro Hitler.

Ecco, anche su Hitler le allora democrazie europee (l'America era da tempo lontana dall'Europa) non vollero vedere l'ascesa criminale e militare di Hitler.

L'annessione della Saar, dell'Alsazia e della Lorena, l'Anshluss dell'Austria (e il cancelliere austriaco era amico di Mussolini, che aveva promesso protezione). Fino alla richiesta della regione dei Sudeti.

Non si era volute vedere la propaganda antisemita, il riarmamento, la brutalità di un regime. Fino a Monaco. Anteprima della seconda guerra mondiale.

Ma quell'Europa era spaventata da Stalin, dal comunismo, quel pittoresco cancelliere tedesco che aveva portato legge e ordine in Germania poteva far paura?

Nel 1932, Einstein sulla guerra diceva "la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire".

Va soro spiegato ai produttori di armi, ai loro lobbisti e ai tanti fan di Putin che, oggi, portano avanti la caccia alle streghe.

28 febbraio 2022

Anteprima Presadiretta – diamo voce alla pace

Nel suo discorso alla Camera per la crisi nata dalla guerra in Ucraina, il presidente del Consiglio Draghi, riferendosi al rischio del blocco energetico ha tirato fuori nuovamente le centrali a carbone, da riattivare pur di non rimanere al freddo.

Questa uscita è significativa di della considerazione che la nostra classe dirigente ha delle energie rinnovabili: va bene il clima, va bene tutto, ma ora che c’è la crisi non rompeteci le scatole, serve ancora il carbone e il gas.
Eppure, se dieci anni fa avessimo spinto veramente verso una diversa politica energetica oggi saremo meno dipendenti dal gas russo e non dovremo fare questo passo indietro che pregiudica la nostra transizione ecologica. Perché, una cosa è certa, i cambiamenti climatici per le emissioni in atmosfera, non si fermeranno con la guerra.

L’annunciata puntata di Presadiretta sui cambiamenti climatici è stata spostata più avanti: questa sera purtroppo l’attualità prende il sopravvento, si parlerà della guerra tra Russia e Ucraina, annunciata da settimane scoppiata la settimana scorsa, quando Putin nel suo discorso (preparato da giorni) annuncia al paese di aver iniziato una campagna militare non per invadere un paese ma per liberare una popolo oppresso, per fermare un genocidio, per combattere la nazificazione dell’Ucraina.

Patria, confini, popolo, guerra, carri armati. Parole che avevamo relegato al secolo passato e che tornano nel linguaggio comune. Come l’uso della guerra per regolare questione di predominio territoriale, sia per il novello zar delle Russie che per la Nato.

Siccome, dice Putin, l’Ucraina in orbita occidentale è una minaccia per la Russia, Putin ha deciso di far entrare i suoi carri armati in questi territori (non solo le regioni russofile), fino a Kiev, per rovesciare un governo eletto.

Ma Putin non parla per il mondo intero, che oggi rischia di rivedere un nuovo conflitto a livello europeo, nemmeno parla per il suo di popolo, viste le manifestazioni coraggiose contro la guerra a San Pietroburgo e in altre città.

Lo speciale di Presadiretta cercherà di capire se esistono altre soluzione diverse dalla guerra, di dar voce alla pace. L’unica condizione accettabile per quei popoli di cui si riempiono la bocca i potenti della terra.

In questo momento, leggendo i commenti degli esperti sui giornali, sembra che per la mediazione non si sia più spazio: si parla di sanzioni, di bloccare il circuito SWIFT dove passano i pagamenti delle transazioni economiche tra stati e poi ancora di fornire armi e soldati all’Ucraina.

Non ci sono zone di mezzo: non sei a favore dell’intervento armato? Allora sei con Putin, oppure se un utile idiota della propaganda putiniana. In guerra la prima vittima è la verità, ha detto qualcuno, uccisa dalla propaganda: oggi ad uccidere la verità sono in tanti, compresi i politici che fino a ieri si spendevano in elogi nei confronti del presidente russo, quello che oggi viene definito un pazzo. Ma quel pazzo fino a pochi anni fa ospitava esponenti della Lega, era amico di un ex presidente del consiglio il quale mimava il gesto del mitra nei confronti di una giornalista che aveva osato porre a Putin una domanda sgradita.

I suoi oligarchi erano accolti, assieme ai loro soldi, in Italia perché pecunia non olet.

Di pari passo con la character assassination di chi porta avanti un pensiero diverso dalla chiamata alle armi (da Barbara Spinelli per un suo articolo sul Fatto Quotidiano, l’ANPI il cui comunicato è stato volutamentestravolto), c’è la denigrazione, l’offesa dei pacifisti. “Dove sono i pacifisti” si chiedevano i giornalisti de Il Foglio la settimana scorsa.

Eccoli qua, i pacifisti italiani ed europei, in piazza a chiedere la pace a rovinare lo storytelling di questi avvelenatori dei pozzi dell’informazione: tutti abbiamo paura di Putin (e non da oggi), tutti abbiamo paura delle sue armi nucleari. Perché la guerra, come la pace, riguarda tutti. Perché l’Italia ripudia la guerra come strumento per la risoluzione dei conflitti, il peso dell’industria delle armi nel condizionare le scelte della classe politica (e le porte girevoli tra politica e armi).

Perché dobbiamo condannare le aggressioni, le violazioni dei diritti civili, le violenze non solo quando ci fanno comodo, ma sempre. In Ucraina, in Yemen, in Siria, in Afghanistan, in Iraq, nei territori palestinesi.

La scheda del servizio (dalla pagina FB della trasmissione):

Uno speciale di PresaDiretta per provare a capire le ragioni di questa guerra e i nuovi equilibri tra le grandi potenze, il ruolo e il peso degli armamenti. Ma soprattutto per mettere al centro le ragioni della pace espresse nel mondo da milioni di persone e per tornare ad ascoltare la voce dei pacifisti.
Putin ha detto che l’Ucraina non è uno stato sovrano, che è sempre appartenuta alla Russia, che l’essere entrata nell’orbita dell’Occidente è una minaccia, quindi ha scatenato un’invasione militare portando i carri armati fino a Kiev. Ma la guerra era l’unica opzione possibile?
Intanto nel mondo il commercio delle armi non si è mai fermato e ci sono ancora 13mila testate nucleari in mano a troppi Paesi, non sempre affidabili. Una corsa agli armamenti insensata che porterà altre guerre.
Riccardo Iacona ne parlerà con gli inviati sul fronte della guerra e con i suoi ospiti in studio. Carlotta Sami portavoce Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati – UNHCR. Francesco Vignarca coordinatore nazionale della Rete italiana per il Disarmo. Orietta Moscatelli giornalista esperta di Russia e di Europa dell’est. Il generale Vincenzo Camporini ex capo stato maggiore della Difesa.
Una serata ricchissima di PresaDiretta, piena di voci, testimonianze e racconto.
Le parole di Putin e il loro vero significato; le immagini della guerra e i protagonisti in diretta dall’Ucraina; la fuga della popolazione e la nuova emergenza profughi; un bilancio sulla spesa per le armi che non conosce crisi in Italia e non solo; la storia dei cyber attacchi che hanno accompagnato l’escalation dell’aggressione russa in Ucraina; la guerra dimenticata che si è combattuta negli ultimi anni nel Donbass e ha fatto migliaia di morti; il nuovo asse tra Russia e Cina. Le parole e il coraggio dei pacifisti in Italia, nel mondo e nella Russia di Putin.
A PresaDiretta la voce della pace. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 febbraio 2022

La guerra

PROMEMORIA Di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:

lavarsi, studiare, giocare,

preparare la tavola a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:

chiudere gli occhi, dormire,

avere sogni da sognare,

orecchie da non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,

né di giorno né di notte,

né per mare né per terra:

per esempio la guerra.

Almeno avessero il coraggio di chiamare le cose col loro nome, questi dittatori che si sentono signori sovrani tanto da poter disporre della vita delle persone. 

In un video registrato giorni fa (a dimostrare come purtroppo fosse tutto preparato) Putin parla di una operazione militare, per "demilitarizzare e denazificare" l'Ucraina, in cui i mezzi militari hanno attraversato il confine per difendere il popolo Ucraino.

Si chiama guerra e sarà una guerra che pagheremo tutti. Compreso Putin, gli ucraini (che siano nazionalisti o filo russi) compresi noi occidentali per gli effetti delle sanzioni, perché già stamattina le borse stanno crollando.

Da una parte Putin e le sue ambizioni, dall'altra un occidente che dipende dalla Russia, che per contenere le mire sue espansionistiche ha armato e organizzato milizie e gruppi nazionalisti e filo nazisti.

Cosa farà ora Putin, quali le sue vere intenzioni? Si accontenterà di aver bloccato lo spostamento verso occidente dell'Ucraina, di occupare le regioni filo russe?

Acli, Anci, Anpi, assieme ai sindacati confederali hanno annunciato iniziative per la pace, nelle piazze delle città italiane.

Per quelli che, nei giorni passati, chiedevano dove fossero i pacifisti. 

Sono dove sono sempre stati, contro le guerre, contro i fascismi, contro i dittatori, contro chi si arroga il diritto della vita e della morte per altre persone.

La guerra fa schifo anche quando si nasconde dietro una operazione di pace.

13 febbraio 2022

Di emergenza in emergenza

“Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. […] La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull’Eurasia o sull’Asia orientale, ma la conservazione dell’ordinamento sociale”.

Non vorrei che alla fine avesse ancora una volta ragione Orwell quando, in 1984, spiega che al Grande Fratello c'è bisogno di una guerra continua, di una situazione di perenne emergenza.

Da quella sanitaria, non ancora risolta (e che pure ha fatto emergere altre emergenze, come le disuguaglianze che sono esplose) a quella militare per i nuovi venti di guerra fredda, tra l'occidente, stretto attorno a Biden (che pure lui avrebbe altri problemi) e dall'altra parte Putin, l'orco cattivo e comunista che vuole invadere l'Ucraina.

Come per la guerra in Iraq nel 2003, anche questa si sta preparando sui giornali, raccontando delle truppe dell'esercito russo ammassate alla frontiera dell'Ucraina. Dimenticandosi di come siamo arrivati a questa situazione di tensione.

Non c'è bianco e nero, non ci sono buoni e cattivi: chi sarebbero i buoni, gli estremisti di destra in Ucraina che vogliono isolarsi dall'influenza russa?

I piani dell'invasione russa sono già pronti, scrive Repubblica con Mastrolilli, non possiamo più aspettare.

Sembra un deja vu dei mesi tra il 2002 e la primavera 2003 che hanno anticipato la guerra in Iraq contro Saddam: anche lì le fonti dell'intelligence avevano anticipato tutto, i piani di Saddam, le armi di distruzioni di massa.

Tutte bugie, ma lo abbiamo scoperto poi.

Da veramente fastidio il processo di omologazione del pensiero degli opinionisti, che sui social pullulano: o sei con Biden (e il suo mostrare i muscoli per riprendere il controllo della politica internazionale) o sei con Putin, il cattivo.

Ragionamento che farebbe anche ridere: pochi settimane fa gli industriali italiani sono andati proprio dal cattivo Putin col cappello in mano per il problema del rincaro del gas.

Per non parlare degli splendidi rapporti con Putin del patriota Berlusconi (ma lui aveva fatto finire la guerra fredda, si sa).

31 agosto 2021

Presadiretta – processo al giornalismo

Un uomo 11 anni fa aveva previsto il disastro della missione militare in Afghanistan, è Julian Assange che però oggi è in carcere con l'accusa di essere una spia. Il suo processo è uno scandalo per quei paesi occidentali, compreso il nostro, che pretendono di esportare la democrazia.

Per la prima volta, sulla Rai, si parla del processo ad Assange e di Wikileaks, il sito che con le sue rivelazioni (ricevute da whistleblower degli apparati di sicurezza) aveva gettato luce sulla guerra al terrore scatenata dagli USA dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001: sono i documenti segreti che parlavano delle torture, dei crimini di guerra e della situazione della guerra sul campo dando una visione completamente diversa da quelli che erano i comunicati stampa ufficiali.

Assange è in carcere a Londra, in attesa che si concluda il processo di estradizione degli Stati Uniti (ad oggi si è concluso il primo grado): il racconto di Iacona parte da Ginevra, dove sono presenti le principali associazioni sui diritti civili.

In questa città in difesa del giornalista è stato organizzato un incontro dalla stampa, dove hanno parlato tra gli altri il sindaco della città e relatore Onu sui reati di tortura, Niels Melzer.

Sulla riva del lago sono presenti le statue dei tre maggiori whistleblower, Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden, realizzate da un artista italiano, Davide Dormino.

Qui Iacona ha incontrato anche la compagna di Assange, l'avvocato Stella Morris, con cui il giornalista ha avuto due figli, che non vede da mesi per colpa del Covid.

“Non dirò ai miei figli che il padre è in prigione, perché in prigione ci sono persone cattive” – dice Stella Morris che è convinta che se Assange non uscirà dalla prigione, ne morirà dentro, perché lo avranno ucciso.

Assange è stato arrestato da Scotland Yard nell'aprile 2019: su quali basi legali un giornalista è in carcere, senza una condanna definitiva, in piena Europa, non in una dittatura? Che segreti del potere Assange ha rivelato?

Ha rivelato al mondo della strage di civili a Baghdad compiuta da soldati americani: è la strage che trovate su youtube cercando il video “collateral murder”, dove i piloti di un elicottero apache sparano a dei civili scambiati per terroristi. Sparano anche ad un furgone che stava soccorrendo un ferito scampato alle prime raffiche: i soldati si mettono anche a ridere, di fronte ai 18 morti, tra cui un giornalista della Reuters e il suo operatore. Tra i feriti di questa strage ci sono due bambini: colpa loro perché portano i bambini in battaglia – si sente dire da un pilota.

Questo video è stato consegnato a Wikileaks, dall'analista Chelsea Manning: questa piattaforma era stata creata pochi anni prima da uno strano giornalista australiano, Assange appunto. E' grazie a questo che è stata smontata la bugia dei soldati americani, secondo cui l'azione dell'elicottero rispettava le regole d'ingaggio.

Queste uccisioni di civili, in Iraq e anche in Afghanistan, hanno avuto un impatto forte sulla popolazione di questi paesi: ancora oggi il figlio di Saeed Chmagh non riesce a non piangere, pensando alla morte del padre, a Baghdad, un reporter che si ostinava a fare il suo lavoro nonostante i pericoli.

Saeed è stato ucciso, come un animale: nel video si vede che si trascina a fatica, dopo i primi spari: i piloti che lo hanno ucciso sono oggi liberi, gli americani non hanno posto le scuse alla famiglia, solo la Reuters è stata vicina alla sua famiglia, ma solo per un breve periodo.

Mosul è stata liberata dall'esercito iraqeno nel 2017 e oggi è ancora una città di macerie: qui vivono i familiari di Namir, l'operatore che lavorava con Saeed. Anche qui, i genitori, provano tanta rabbia contro gli americani e sono grati ad Assange e Wikileaks che gli ha consentito di vedere coi loro occhi la verità sulla morte del figlio.

Nell'aprile 2010 la pubblicazione di “collateral murder” cambia le regole del gioco, racconta la guerra per quello che è: per questo Wikileaks doveva essere chiuso, perché smontava la bugia della propaganda americana.

Dal 2010 Assange è finito in un calvario, che lo ha privato della libertà: prima gli anni dentro l'ambasciata dell'Ecuador, poi il carcere.

Dopo la pubblicazione del primo video, Assange annuncia la pubblicazione dei 400mila file dei report redatti dai soldati sul campo: sono gli Afghanistan War Logs e poi l'Iraq War Logs pubblicati assieme ad una serie di testate internazionali, tra cui anche l'Espresso e Der Spiegel.

Lo racconta Stefania Maurizi, la giornalista de l'Espresso e oggi del Fatto Quotidiano che ha iniziato a collaborare con Assange in quel periodo: grazie a Wikileaks il giornalismo aveva in mano dei documenti, non secretati, in tempo reale, della guerra.

Documenti sulla guerra, minuto per minuto, in Afghanistan e in Iraq: i massacri ai check point dove si sparava a tutto ciò che si muoveva, le torture in tutti i dettagli, le uccisioni di massa, le bombe tra le due fazioni, gli sciiti e i sunniti.

Questi report raccontavano già anni fa come la coalizione in Iraq e in Afghanistan non potesse vincere la guerra, per gli attentati, per le bombe degli insorgenti.

Di questa guerra in Iraq chi ha sofferto di più è stato il popolo iraqeno: altro che missione compiuta, come annunciò Bush sulla portaerei nel 2003, altro che missione compiuta, altro che libertà e pace, altro che ricostruzione. Nel 2003 l'Iraq piombò in una guerra civile che fece migliaia di morti.

Bradley Manning era un analista di 22 anni di stanza a Baghdad: chattando con un hacker americano, che poi lo denunciò al governo americano, Manning racconta la ragione del consegnare a Wikileaks dei documenti segreti sulla guerra. Perché il mondo deve sapere, le persone devono essere informate, devono conoscere il volto del “potere segreto”, quello composto dalla lobby delle armi, dalle strutture di intelligence, dalla grande finanza che va a braccetto con i primi due.

Chelsea Manning (come oggi si chiama) ha consegnato un'enorme quantità di materiale classificato che smontava in tempo reale la bufala della propaganda sulle guerre umanitaria: il potere segreto che poteva andare sopra i miliardi spesi per queste guerre, sul lager di Guantanamo, sui 15 mila morti civili in Iraq, sulle torture e sulle rendition (tra cui anche quella in Italia dell'imam Abu Omar).

Senza il suo coraggio, senza la pubblicazione delle schede degli arrestati a Guantanamo, non sapremmo nulla dei detenuti in questo lager: sono storie incredibili, persone reclutate da Al Qaeda per una lotteria e per questo spedite a Guantanamo, persone arrestate perché conoscevano i sentieri impervi dell'Afghanistan.

La guerra per esportare la democrazia è diventata subito una guerra sporca: lo dicono i documenti di Wikileaks, lo dicono le foto di Abu Ghraib pubblicate dal giornalista Seymour Hersh, che si era basato su un rapporto di un generale, Tabuga, che scelse di non nascondere le torture.

Altro che onore, dovere, patria: ad Abu Ghraib c'era solo omertà, come nella mafia.

Edward Snowden, ex analista dell'NSA, è un altro whistleblower di Wikileaks che rivelò al mondo dello spionaggio di stato su cittadini americani ed europei, degli omicidi compiuti dai droni (che non uccidono solo terroristi), delle rendition e delle torture di persone sospettate di essere terroristi, come il cittadino tedesco El-Masri o Abu Omar in Italia.

Tutte storie in cui i tribunali, la giustizia, le leggi, non potevano intervenire perché c'era il segreto di stato, perché in nome della sicurezza si bloccava tutto. Ma era un segreto di stato usato per nascondere torture e reati.

Il caso Abu Omar è l'unico che è approdato in un processo e che ha portato a delle condanne, sia degli agenti della Cia che del Sismi che collaborarono al rapimento: l'ex magistrato Spataro ha spiegato come il rapimento e la tortura non sono servite a salvare vite umane, a prevenire attentati. Siamo tornati al medioevo, alla tortura per ottenere una confessione, con un salto indietro di secoli, calpestando le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione.

Ma poi il segreto di Stato ha salvato gli agenti della Cia, grazie a tutti i governi che si sono succeduti dal 2007 e alla grazie presidenziale: nei documenti inviati dalle ambasciate e che Wikileaks ha pubblicato (i cable-gate) emergono le pressioni fatte dal governo americano per bloccare l'azione dei magistrati italiani di Milano.

Ci sono le pressioni all'allora sottosegretario Enrico Letta per bloccare i pm di Milano e poi quelle all'allora ministro La Russa.

Non abbiamo chiesto l'estradizione di quegli agenti, “è una tradizione” dice Frattini oggi, come se fosse normale che un paese alleato calpesti la nostra sovranità nazionale.

Nei cabli pubblicati da Assange emerge come per gli americani l'Italia fosse il giardino di casa: il nostro paese ha dato assistenza per le missioni di guerra, ha bloccato le proteste dei pacifisti che potevano bloccare il materiale militare.

L'Italia è il posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari – racconta l'ambasciatore Sembler riferendosi al governo Berlusconi.

A fine 2010 sulla testa di Assange piomba un'accusa terribile, quella di stupro nei confronti di due donne svedesi, nel corso di una sua visita.

Con queste due accuse la sua immagine inizia ad essere scalfita, perché si tratta di accuse infamanti: nel suo libro (Il potere segreto- Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi racconta le stranezze dell'accusa della procuratrice svedese, le zone oscure, quanto le indagini si siano protratte a lungo per colpa della procura svedese e della corte inglese.

Anche il relatore per l'Onu sulla tortura, Nils Melzer, che si è letto le carte dell'istruttoria su Assange, è convinto che questo processo non abbia delle basi solide e che dietro abbia invece solo il tentativo di metterlo a tacere.

Assange avrebbe potuto essere interrogato a Londra dalla procuratrice svedese, che invece voleva per forza interrogarlo in Svezia, dove c'era il rischio che venisse estradato in America.

Dopo aver perso la battaglia per l'estradizione, Assange si rifugiò nell'ambasciata dell'Ecuador, dove rimane per sette lunghi anni, anni in cui il caso rimase incredibilmente aperto.

Anche qui diventa prezioso il lavoro di indagine della giornalista italiana: sono stati gli inglesi ad aver impostata la strategia di accusa con gli svedesi, nessuna interrogazione per via telematica, ma portare il caso per le lunghe per bloccare Assange che non può mettere il naso fuori dall'edificio circondato da poliziotti inglesi.

Assange rimane per sei anni rinchiuso in una piccola stanza, senza la luce del sole, senza poter respirare all'aria aperta: ma finché in presidente rimase Correa, il giornalista poteva stare tranquillo. Ma poi arrivò un altro presidente, più sensibile ai desiderata degli Stati Uniti, del Fondo Monetario: il governo Correa fu fatto cadere anche per le manovre della Cia, sostiene oggi l'ex presidente, che aveva fomentato una rivolta nel paese sudamericano.

Col nuovo presidente Moreno, la vita dentro l'ambasciata inizia a diventare un inferno: Assange inizia ad essere isolato, non può ricevere visite, il tutto per rendergli la vita difficile, per costringerlo a fare un passo falso.

Dentro l'ambasciata Assange era spiato: è quanto è emerso dallo scoop di un giornale spagnolo, El Pais, sulla UC Global di David Morales che spiò per gli americani Assange dentro l'ambasciata, in modo illegale, tutti i giorni.

Vengono spiati anche gli incontri dell'ambasciatore dell'Ecuador, gli incontri di Assange coi suoi avvocati, i cellulari dei visitatori compresi i codici Imei, tutte informazioni poi finite nelle mani dei servizi segreti americani.

Assange avrebbe potuto essere nominato diplomatico dall'Ecuador, per consentirgli di uscire dall'ambasciata senza il rischio di essere arrestato: lo si era deciso in una riunione del 21 dicembre, ma guarda caso il 22 dicembre gli Stati Uniti formalizzano un'accusa contro Assange, che evidentemente erano stati avvisati per tempo.

Nell'aprile del 2019 viene revocato nel 2019 e così la polizia inglese riuscì ad entrare dentro l'ambasciata per arrestarlo, in attesa del processo di estradizione.

Una detenzione crudele, ai limiti della tortura, per zittire un giornalista che aveva colpito questo potere segreto: Assange ha i sintomi di una tortura psicologica racconta a Iacona Niels Melzer “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Assange è sotto processo per una legge del 1917 che per la prima volta colpisce un giornalista: ma secondo il governo americano non è un giornalista, è solo uno che ha violato la sicurezza di chi collaborava con gli USA nei teatri di guerra.

Viene accusato anche di avere le mani sporche di sangue, ma si tratta di una bugia perché ad oggi non risulta nessun caso di analista, collaboratore, informatore ucciso per colpa di questi leaks. Non solo, Wikileaks ha filtrato la documentazione rivevuta da Assange e Snowden prima di pubblicarla.

Condannare Assange considerandolo come una spia significa condannare il giornalismo: come potranno poi gli Stati Uniti puntare il dito contro altre dittature che non amano la libertà di stampa?

Se Assange verrà condannato sarà un precedente per altri giornalisti che si dovessero permettere di pubblicare atti secretati.

Assange è perseguito perché ha sfidato la nazione più potente del mondo pubblicando notizie vere per informare le persone: la sua condanna è un deterrente per preservare il potere segreto, che protegge la criminalità di stato (le torture, i rapimenti come nel Cile di Pinochet), che consente alle aziende delle armi di continuare a fare affari.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude la sua intervista Nils Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Questa è la partita dietro il processo ad Assange: in gioco è la democrazia dell'occidente e dentro ci siamo tutti, lo vediamo dalle immagini della caduta rovinosa di Kabul.

Le parole di Gino Strada sul suo Afghanistan, morto in questo agosto, diventano ancora più importanti: fino alla fine aveva denunciato questa guerra, senza senso, che è andata avanti da venti anni, che è costata 8,5 miliardi di euro, che ha reso questo paese più povero, che ha causato un flusso di 4 milione di profughi.

Una guerra persa, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello dei diritti, per liberare le donne dal burqa, quando avremmo dovuto portare istruzione e lavoro.

La guerra si associa sempre con la bugia – continua Strada nell'intervista - si raccontano frottole per giustificare l'uccisione di persone, la scusa di aver ospitato Bin Laden non teneva, perché si era rifugiato al confine col Pakistan.

Ma il potere non ama la verità, per questo Assange è oggi sotto processo.