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08 maggio 2026

Ombre sulla Repubblica di Aldo Giannuli


 
Italia, 1945-1948: una guerra civile latente

Conoscere il passato per saper comprendere il presente e come siamo arrivati a questo presente, con un partito proveniente dall'estrema destra al governo e con una classe dirigente che nemmeno si riconosce nell'antifascismo.

A questo servono i libri di storia e a questo servono gli storici, tanto più se parliamo di storia moderna dove il rischio di confondere la conoscenza dei fatti, delle relazioni, delle cause (che hanno provocato gli effetti) con le proprie idee poitiche rischia di contaminare il racconto.

Ma non è questo il caso di Aldo Giannuli: lo spiega direttamente nell'introduzione

"Dunque, lo storico del proprio tempo deve essere molto vigilante su sé stesso. Essere di parte (e confessare le proprie posizioni ideologiche è la cosa più onesta che si possa fare".

In questo lungo e ben documentato saggio Giannuli copre i tre anni fondamentali durante i quali è nata la nostra giovane democrazia, gli anni tra la fine della guerra di Liberazione (o guerra civile) e le prime elezioni del 1948, quando si instaurò al potere quel blocco politico con al centro il partito della Democrazia Cristiana rimasto stabilmente al governo per più di 40 anni.

Un percorso non rettilineo, passato attraverso finte epurazioni dei fascisti (e del fascismo), attraverso colpi di stato veri o solamente annunciati (l'intentona, per dirla alla spagnola) ovvero come strumenti di pressione verso i fragili governi di Ferruccio Parri e De Gasperi nati sulle ceneri del fascismo.

Non un triennio di transizione dalla guerra verso la democrazia, ma un periodo di formazione dove si sono consolidati quelle forze, quegli assetti di potere che hanno influenzato la storia del nostro paese fino ad oggi.

Nell’introduzione abbiamo sostenuto, in primo luogo, il carattere fondativo del triennio 1945-1948, non solo per il lascito della Costituzione, ma anche perché allora si è organizzato il sistema politico e di potere che poi è rimasto identico a se stesso sino al 1992

La Chiesa, il potere della "forza" (le forze di intelligence, ufficiali e non, la forza militare), il potere industriale che in Italia è per lo più basato sulla rendita.

L’idea di insieme che ne ricavo è che quel triennio fra la fine della guerra e la fine dei lavori dell’Assemblea Costituente sia stato segnato da una «guerra civile latente», poi evoluta in una «guerra civile fredda» (cap. 9), perfetto pendant della «Guerra fredda»

Sono gli anni in cui sono avvenute stragi ancora misteriose (e su cui ancora girano tante verità di fatto che non corrispondono alle verità storiche), come la strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio del 1947. Una storia di criminalità locale, il bandito Giuliano che ha sparato sulla folla di braccianti in festa.. no, un primo episodio di una strategia della tensione verso il governo, la DC, verso le sinistre per condizionare la situazione politica col terrore.

Una storia che a tratti assomiglia ad un romanzo di spie: il nostro era un paese uscito sconfitto dalla guerra, sebbene una parte (minoritaria) degli italiani avesse combattuto contro gli occupanti nazifascisti con le formazioni partigiane. Eravamo un paese sotto tutela, sotto il controllo delle potenze vincitrici, non tutte avrebbero voluto per l'Italia una piena democrazia, pieni poteri (in ambito politico, industriale, militare).

Aldo Giannuli racconta delle influenze dei paesi vincitori che occuparono il nostro paese sia con la presenza delle truppe, sia con la presenza dei loro agenti.

Gli agenti dei servizi occidentali, chiaramente, inglesi e americani, ma anche gli agenti sovietici, attenti a non pestarsi troppo i piedi tra di loro. Quello che ho trovato interessante è stato il capitolo dedicato alle interferenze dei servizi Jugoslavi, interessati ad entrare in possesso delle zone ad est di Trieste.

E poi chiaramente gli ex fascisti che dopo la sconfitta (e dopo le torture, i massacri, i delitti, le ruberie) si erano nascosti o eclissati, in attesa di tempi migliori.
L’autore racconta degli attentati al sud, ma non solo, delle cellule fasciste, le “uova del drago” compiuti per destabilizzare le istituzioni o, come in Sicilia, per spingere il governo a concedere l’autonomia.

Dal sito NotizieGeopolitiche.net, relativamente alla questione dei servizi:

Servizi ufficiali e strutture parallele
Un altro aspetto decisivo è la molteplicità degli apparati informativi.
Nel dopoguerra non esiste soltanto un servizio segreto ufficiale, ordinato, lineare, pienamente riconducibile a una catena istituzionale trasparente. Esistono strutture militari in trasformazione, uffici riservati del Ministero dell’Interno, reti alleate, canali americani, informatori legati al mondo industriale, residui di apparati fascisti, organizzazioni clandestine di destra, servizi di partito, circuiti informali.
Questa pluralità rende il quadro molto più complesso. Il potere informativo non è concentrato in un unico centro. È disperso, stratificato, competitivo. E proprio questa dispersione produce zone grigie. Dove finisce lo Stato e dove comincia il servizio parallelo? Dove finisce la collaborazione con gli Alleati e dove comincia la subordinazione? Dove finisce la prevenzione legittima e dove comincia la manipolazione politica? Dove finisce l’antifascismo istituzionale e dove comincia l’uso tattico di elementi neofascisti in chiave anticomunista?

Da tutto il racconto, veramente ben dettagliato con continui rimandi ad altre opere e citazioni di documenti ufficiali presi dai vari archivi, emergono tre figure principali che hanno caratterizzato questo periodo e dunque la fondazione e la formazione della nostra Repubblica: Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi e Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, papa Pio XII.

Il PCI di Togliatti, con la svolta di Salerno, aveva rinunciato all’idea della rivoluzione, ma sul partito comunista, il più grande dell’Europa occidentale, pesavano i sospetti per i legami con Mosca che il segretario non seppe risolvere (o forse non era in grado di risolvere).
Se la coalizione con i partiti di centro sinistra fu vincente alle elezioni del 1946 su referendum e Assemblea Costituente, essa fu sconfitta nel 1948 alle prime elezioni. L’Italia era rimasta un paese profondamente moderato, le persone erano stanche dalla guerra, più che la rivoluzione (quale? E come?) volevano la tranquillità. Quella garantita dalla Chiesa, dalla DC, l’altro partito di massa.

Si di lui scrive Giannuli:

Togliatti ebbe sempre un’idea tutta e solo politica della rivoluzione, non credette mai nel protagonismo delle masse, che poteva affermarsi solo grazie al ruolo del partito [..]
Per Togliatti la rivoluzione fu soprattutto l’occupazione del potere statale da parte del Partito, e a tutti i livelli.

Un leader politico intelligente che però non aveva saputo leggere bene il suo tempo, aveva fatto molte concessioni, alla DC, alla Chiesa, agli ex fascisti, sperando poi di averne un ritorno politico:

.. seguirono le altre concessioni alle controparti: alla Chiesa il voto sull’articolo 7 della Costituzione, alla Confindustria lo smantellamento dei consigli di gestione in fabbrica, la riabilitazione di manager come Vittorio Valletta e la politica di moderazione salariale, al clandestinismo fascista l’amnistia..

Alcide De Gasperi guidò il governo dopo la fine dell’esperienza di Ferruccio Parri, un esecutivo nato dal CLN e non da una elezione: dovette giostrarsi tra i paletti imposti dalle potenze vincitrici, la presenza ingombrante dell’esercito, dell’intelligence, del banditismo al sud (gli autonomisti siciliani, la banda Giuliano), quella della Chiesa, un potere ingombrante e diffuso, molto più che quello dei partiti. Dopo la strage di Portella – su cui Giannulli racconta i possibili moventi e i perché – chiuse l’esperienza di governo col PCI, spalancando la strada ai goveni

Chiuse un occhio sul “potere della forza”, i giochi sporchi dei servizi (compresi quelli non ufficiali come il “Noto Servizio”, a metà tra la fedeltà atlantica e quella alla nostra Costituzione.

Assieme a Togliatti, questo va dato loro atto, evitarono la guerra civile in Italia, che all’indomani della fine della guerra sembrava poter scoppiare da un momento all’altro (per vari motivi, la resistenza tradita, il ritorno dei fascisti).

Infine papa Pacelli:

Pacelli fu un papa antiecumenico, antimodernista, tradizionalista, cultore dell’idea del Papato imperiale, e accesamente anticomunista.

Accettò il fascismo e il nazismo come male minore rispetto al comunismo, come anche dovette accettare parzialmente il laicismo che arrivava con l’American way of life.

Un papa moderno, per come imparò ad usare i nuovi media come la Radio, ma un papa antimodernista su temi sociali, culturali, civili:

Pacelli incoraggiò la nascita di organismi del laicato per categorie sociali, e nacquero così il centro italiano femminile, l’associazione dei maestri cattolici, l’associazione cristiana dei lavoratori italiani

Ombre sulla Repubblica racconta dunque degli anni di formazione della nostra Repubblica, la nascita della Repubblica dei partiti, il consolidamento di una Costituzione materiale in attesa dell’attuazione di quella dei costituenti.
Un modello basato sull’equilibrio dei poteri, ma che pagava il pegno dell’immobilismo: abbiamo dovuto aspettare il 68 e ancora, per avere le prime riforme sulla smilitarizzazione della polizia, lo statuto dei lavoratori, il divorzio..
Dice un’altra cosa, Aldo Giannuli: la nostra Costituzione, la nostra Repubblica non è nata da una pacificazione, con l’ammissione delle proprie colpe dei fascisti, di chi li ha supportati tra industriali, chiesa, borghesia. La nostra Repubblica nasce da una guerra civile che non si è ancora chiusa, nemmeno oggi. Lo si capisce dai tanti nemici della Costituzione nella politica, nella classe dirigente. La legge uguale per tutti, il salario dignitoso, la tutela dell’ambiente.

La scheda del libro sui sito di Amazon e Ibs.

Il blog dell’autore Aldo Giannuli e il suo canale Youtube

07 maggio 2026

Ombre sulla Repubblica - la nascita di Israele e i sionisti in Italia (di Aldo Giannuli)


 Ultimo caso del tutto particolare è quello sionista che utilizzava l’Italia come corridoio di passaggio per sbarcare in Palestina partendo dai porti di Bari e Brindisi (esattamente come i gararchi nazisti in fuga che cercavano rifugio in Egitto). La cosa in sé avrebbe avuto scarso rilievo opitico (al massimo qualche incidente con gli inglesi che cercavano di impedire l'afflusso ebraico in Palestina) se non ci fossero state alcune complicazioni. Il sionismo era diviso in due organizzazioni principali: l’Haganah (più moderata, che cercava per via poiltico-diplomatica uk riconoscimento per il costituendo Stato di Israele e tentava di passare dando il minor disturbo possibile) e l'Irgun.

Anzi, per la precisione,l’Irgun Tzvai Leumi, fondata da una scissione dell’Haganah, era la componente più radicale e militarista, dedita al terrorismo antibritannico, che, in Israele, compì l’attentato contro l’hotel King David presso il quale aveva sede il comando inglese (60 morti di cui 17 ebrei), per intenderci, l'omologo ebraico dell'attuale terrorismo islamista di Hamas.

Il fondatore, Vladimir Jabotinsky, era di orientamento schiettamente nazionalista e manifestava apertamente un violento razzismo antiarabo. Per la verità, Jabotinsky non teorizzò il genocidio della popolazione araba quanto, piuttosto, una pulizia etnica (all’epoca l’espressione non era in uso) attraverso una guerra che escludeva qualsiasi possibile mediazione politica. Nonostante questa caratterizzazione nazionalista e razzista, Jabotinsky non si disse mai fascista, ma ebbe una fattiva collaborazione con Mussolini che (in funzione anti inglese) gli concesse il porto di Civitavecchia per fondare l’embrione della marina ebraica.

Poi egli morì per infarto a New York nel 1940, ma gli sopravvisse la sua creatura politica che, attraverso molte trasformazioni, vive nel Likud, partito attualmente al potere a Tel Aviv.

Il 31 ottobre 1946, l’Irgun, con l’appoggio del Fascio di Azione Rivoluzionaria di Pino Romualdi (torna la costante della collaborazione con i fascisti) compì un attentato contro l’ambasciata inglese a Roma, creando qualche problema diplomatico all'Italia. In sé poca roba (solo due feriti e nessun morto) ma politicamente questo apriva spazi al clandestinismo fascista aumentandone il potere contrattuale, perché il governo della Repubblica doveva prendere in considerazione l'idea di una collaborazione sistematica fra i fascisti e i temibili uomini dell'Irgun. E si capisce agevolmente come Romualdo, con grande realismo, sia passato sull'antisemitismo per avere alleati, esattamente come aveva fatto il suo duce sei anni prima.

Da Ombre sulla Repubblica di Aldo Giannuli

 La scheda del libro sui sito di Amazon e Ibs.

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15 gennaio 2017

Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi), di Aldo Giannuli

Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi): Il piano massonico sulla «rinascita democratica» e la vera storia della sua realizzazione

Va sgombrato ogni dubbio, prima di partire con ogni commento sul saggio di Aldo Giannuli: questo non è un libro sulla storia della Loggia P2, su Licio Gelli e nemmeno sulle cronache giudiziarie relative ai processi che hanno coinvolto il “Venerabile” e la sua Loggia.
Aldo Giannuli è molto chiaro, nell'introduzione al libro: obiettivo è raccontare quale fosse la visione politica dentro il famoso “Piano di Rinascita Democratica” (un documento sequestrato dai magistrati nel sottofondo di una borsa alla figlia di Gelli), dietro la penetrazione nel mondo dei servizi, dell'esercito (nella prima fase tra gli anni '60 e il 1974). E dietro la penetrazione nel mondo della finanza, dell'imprenditoria, delle banche e del giornalismo (nella seconda fase, dopo il 1974).

Che modello istituzionale si prometteva di attuare in Italia la Loggia P2 e le persone che stavano ai suoi vertici (e non era solo Gelli, se crediamo al modello di piramide a base rovesciata, come l'ha descritta la relazione della Commissione parlamentare governata da Anselmi)?

Infine, cosa è rimasto delle sue idee, andando ad analizzare i tentativi di riforma della Costituzione che sono stati proposti (e recentemente bocciati dal referendum confermativo il 4 dicembre) dai politici della prima (Craxi per esempio con la sua “grande riforma”) e seconda Repubblica (Berlusconi e la devolution, Renzi e il DDL Boschi).
Scrive l'autore che “c’è una cultura politica di fondo che accomuna quell’antico progetto e le iniziative di revisione costituzionale che si sono succedute sino ai nostri giorni”: nessuno scoop sulla P2, sui tentativi di Golpe, sui congiurati dunque.

In questo libro l'autore si concentra sui punti salienti della riforma “gelliana”, sul modello di governo che ne usciva fuori, confrontandolo con i modelli proposti negli anni successivi.
Al centro delle quali troviamo il passaggio di potere dal Parlamento verso il governo: è questa la “cultura di fondo” di cui si parlava prima.

Per capire meglio questi concetti, Giannuli parte proprio dalla contestazione del modello bicamerale, non una critica nata in questi anni ma che ha radici ben profonde nella nostra storia: il bicameralismo nasce dall'esigenza di contrastare il potere del Re e dei senatori (nominati dal Re in Senato) con una seconda camera di cui facevano parte originariamente esponenti della borghesia.
Il principio inclusivo, dunque, non elitario che in Italia è stato plasmato su due Camere con funzioni diverse ma perfetta parità per quanto riguarda l'iter di approvazione delle leggi.

A partire dall'inizio del secolo scorso, prese piede in Italia e in altri paesi l'antiparlamentarismo – spiega l'autore: una corrente “che richiedeva un governo forte a capo di un regime militarista, imperialista e autoritario.”

In questo humus ritroviamo la critica alla corruzione, la critica ad un parlamento di inetti, incapaci, incapaci di prendere decisioni in fretta. Vi sta venendo un deja vu perché sono parole che avete già sentito?
Ebbene sono slogan che troviamo non solo nei fautori del modello presidenziale (il leader carismatico eletto direttamente dal popolo e che risponde al popolo, senza avere di mezzo alcun corpo intermedio), ma anche nei documenti di Gelli (il PRD – Piano di Rinascita Democratica).
Il fascismo, avendo tolto di mezzo partiti e la necessità di elezioni, era andato anche oltre ..

La storia di Licio Gelli e la nascita della Loggia P2.
Volontario in Spagna, federale del PNF di Pistoia e poi, negli anni della guerra partigiana, doppiogiochista tra i salotini e i partigiani toscani.
Un uomo pragmatico, di azione che deve le sue fortune forse anche a quel carico d'oro (della banca di Stato Jugoslava) trafugato sotto gli occhi dei tedeschi.
Ma allora qual era il Gelli falso: quello che ostentava la fede fascista o quello che si sarebbe mosso, perfettamente a suo agio, dietro le quinte dell’Italia democristiana?”

Dopo un breve periodo da imprenditore nel settore dell'abbigliamento, e direttore della Permaflex, Gelli comincia ad avvicinarsi alla politica, alla DC e infine alla massoneria: “L’iniziazione massonica di Gelli avvenne quasi contemporaneamente ai primi rapporti con Andreotti, nel 1963”.

Ascesa e caduta della Loggia P2
Il prestigio di Licio Gelli crebbe in quegli anni portando avanti delle operazioni a livello internazionale: il ritorno di Peron in Argentina («operazione Gianoglio»), fino all’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica, l'OMPAM, che non riuscì però ad ottenere il riconoscimento da parte dell'ONU.
La Loggia P2 ebbe un ruolo importante nel sequestro Moro, nei depistaggi della strage di Bologna e in altri episodi della strategia della tensione.
La P2, attraverso i soldi di Calvi e dello Ior (dunque della mafia) entrò dentro la Rizzoli, il nuovo proprietario del Corriere della Sera e di RCS: dell'influenza della P2 nell'informazione del Corriere ne ha parlato Raffaele Fiengo nel suo libro Il cuore del potere: notizie scomode che sparivano (la situazione in Argentina), interviste senza domande come quella Craxi, gli articoli senza firma tendendi a portare avanti l'idea che governo e partiti erano incapaci a gestire i problemi del paese, che andava allo sfascio.
I militari e i generali che venivano presentati come nuovi manager.
Tutto questo si arresta nella primavera del 1981, con la perquisizione di Villa Wanda ad Arezzo da parte dei magistrati di Turone e Colombo, la scoperta della lista (forse incompleta) dei piduisti, comprendente politici, generali, giornalisti, banchieri (la serie B del gotha della finanza).
Ministri del governo Forlani, che si deve dimettere e, dopo altri mesi, decide di rendere pubblica la lista degli iscritti.
Il 4 luglio 1981, all'aeroporto di Fiumicino, la figlia di Gellli Maria Grazia, verrà perquisita e nel sottofondo della sua valigia verranno scoperti molti documenti
Tra i più importanti, figurava il Piano di Rinascita Democratica e il «Field Manual 30-31», a firma del generale William Westmoreland, che conteneva dichiarazioni assai compromettenti sulle ingerenze americane nei Paesi alleati, anche se è opportuno precisare che gli Stati Uniti disconosceranno sempre quel documento”.

Ma i due documenti più importanti, che raccontano del pensiero politico di Gelli, sono il Piano di Rinascita Democratica e lo Schema R.

Cosa è stata la P2
La domanda che spesso ci si pone sulla P2 è cosa sia stata veramente: un gruppo di golpisti intenti a sovvertire l'ordine democratico, oppure solo un gruppo elitario che intendeva conquistare il potere per un discorso economico?
I giudici hanno sposato la seconda tesi, togliendo di mezzo ogni aspetto legato all'eversione mentre la storiografia si è concentrata sui tentativi di golpe, sui collegamenti con l'estrema destra, coi servizi deviati, con le stragi (Gelli fu condannato per la vicenda del depistaggio sulla strage di Bologna).

L'aspetto politico è stato poco curato fino ad oggi: Giannuli è andato ad analizzare le adesioni e le infiltrazioni della Loggia nella prima fase, fino al 1974 e poi nella seconda fase, col passaggio dal blocco militare a quello economico, politico e finanziario.
Tutto questo ci dice come fosse mutata, dopo l'anno della svolta (il 1974 è l'anno di Nixon, per esempio) la strategia della Loggia: dai golpe violenti, alla conquista dei pezzi del potere tramite l'infiltrazione, visto che la la strategia della tensione in Italia era fallita, anzi aveva rafforzato (diversamente dagli altri paesi europei) i movimenti di contestazione.
E qui veniamo al punto centrale della domanda su cosa sia stata la P2: una camera di compensazione di “poteri forti” che in essa potevano incontrarsi, per cercare di mediare quei conflitti dentro la società, dentro la finanza, dentro la politica.

Tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 a causa della crisi economica, il paese è attraversato da scioperi, rivendicazioni sindacali: di fronte a questa situazione, la tesi della loggia P2 era chiara, serviva un governo forte, in mano ad un gruppo elitario di persone, selezionate in base ad una comune visione politica (il modello presidenziale, l'avversione per i riti parlamentari, per i vincoli della Costituzione, per le sinistre e i sindacati), da finanziare coi soldi della Loggia affinché potessero scalare i propri partiti per diventarne leader e condizionarne le scelte.

Il piano di Rinascita Democratica e il Documento R
Per curare i problemi dell'Italia, la soluzione della P2 era la seguente:
“i mali dell’Italia dipendevano da un sistema che determina un governo debole; da qui la necessità della cura, ovvero una riforma istituzionale”.

Una gestione autoritaria, dunque, della crisi sociale e politica: anziché maggiore partecipazione nella gestione politica, si dava la colpa al «sovraccarico del sistema decisionale», ovvero le discussioni per le leggi nelle commissioni e in aula, il confronto tra maggioranza e opposizione, la mediazione dei conflitti.
Basta con tutto questo: occorreva “blindare il potere decisionale, soprattutto per quanto riguardava il governo”.
Il cuore di questa riforma sta dentro due documenti recuperati, o fatti recuperare, come lo Schema «R» (dove R sta forse per Rinascita) e il Piano di Rinascita Democratica della P2. Il primo un piano preparatorio per la grande riforma costituzionale, il secondo un vero e proprio manifesto politico.
Oltre a questi due, tra i documenti sequestrati fu trovata anche una copia del Field manual 30-31, che forse aveva anche l'obiettivo di lanciare un messaggio agli americani (il gruppo più oltranzista della destra repubblicana, pezzi dell'Ambasciata e della Cia).

Scrive l'autore:
 “l’azione della P2 avrà tre direttrici principali: la conquista dall’interno dei partiti politici, la conquista della proprietà dei giornali, la conquista di posizioni chiave nella finanza”.

Per quanto riguarda gli uomini nei partiti, “la P2 individuava in Bettino Craxi l’esponente più adatto a traghettare il partito verso la sponda desiderata.”
Sui giornali, abbiamo già detto dell'assalto ad RCS e al Corriere. Per la Rai, la P2 proponeva la fine del monopolio informativo con la creazione di un sistema di televisioni private (come quelle dell'amico Berlusconi, che già collaborava col Corriere).
Per quanto riguarda la finanza, la P2 si proponeva l'assalto al polo cattolico che fino a quel momento comandava nei piani alti della finanza, la conquista della Montedison.

In sostanza, si trattava di rivedere l’ordinamento dei poteri dello Stato, la fine dei partiti di massa da sarebbero stati sostituire con club «rotariani» (un qualcosa che ricorda da vicino i club di Forza Italia), la centralità dell’esecutivo e netto ridimensionamento del parlamento, l'abrogazione del sistema proporzionale, il controllo politico dei mass media e disarticolazione della RAI.
E, ancora, la repressione dei movimenti sociali con l'estensione del divieto di ogni sciopero a più vaste categorie lavorative, la fine del bicameralismo, con l'introduzione di un Senato regionale.
Per quanto riguarda la magistratura, la subordinazione della magistratura al potere esecutivo con l'introduzione della responsabilità civile (per colpa) dei magistrati; il divieto di nomina sulla stampa dei magistrati e la responsabilità da parte del ministro dell'azione della magistratura di fronte al Parlamento.
Non un vero e proprio colpo di Stato, dunque: ma la “decomposizione dei principi e della struttura della democrazia parlamentare, creando i presupporti per un progressivo, ma inesorabile, processo di decostituzionalizzazione”.

Quella “cultura di fondo” da Gelli a Berlusconi e Renzi.
Da Craxi, fino a Berlusconi, passando anche per pezzi della sinistra , fino ad arrivare all'ultima riforma del governo Renzi, una parte dello spirito della contro riforma gelliana è rimasto nella nostra politica.
Dal «mantra della governabilità» di Craxi, all'ossessione per il comunismo di Berlusconi (che però non considerava tale l'amico Putin, ex Kgb).
Con molti distinguo, parte della politica di Berlusconi (“il frutto più maturo dell’albero della P2”) prende molti temi del PRD: l'attacco alla magistratura e ai sindacati.
La perdita di distinzione tra pubblico e privato, tra politica e finanza.
Anche l'elettorato di Forza Italia (costruito ed allevato coi programmi delle sue TV) e quello immaginato da Gelli avevano molti punti in comune:
Gelli immaginava un popolo esattamente così: violentemente anticlassista, assolutamente refrattario alle questioni di ordine ideologico [..] sottomesso a un’oligarchia politico-finanziaria che ne cavalcasse gli umori populisti”.

Il passaggio al Maggioritario (cui hanno contribuito l'impegno dei radicali e della sinistra) ha facilitato il discioglimento dei partiti di massa e la crisi della rappresentatività politica.
Ci sono poi gli anni più recenti, con gli scandali P3 e P4, della politica dentro le stanze buie, dei quartierini e dei comitati.
La politica debole e opaca, che ha bisogno di persone come Bisignani per essere consigliata su nomine e altre scelte: «manager del potere nascosto» lo definisce Giannuli in una formula secondo me azzeccata.
La vera forza di Bisignani – spiega l'autore - “stava nella sua grande capacità di tessere relazioni e nel capitale di informazioni che ne derivava”.
Infine l'ex Presidente del Consiglio Renzi: ci sono differenze e similitudini nel suo approccio politico di Gelli e della P2. Tanto Gelli era un personaggio schivo, da burattinaio occulto, quanto Renzi è un leader carismatico che ama comunicare coi suoi elettori, col suo popolo, senza mediazioni di mezzo (vedi il rapporto sui social col “#Matteorisponde”).
Scomparso l'anticomunismo, ad accomunare i due personaggi sono i rapporti col mondo bancario (e in particolare con la Banca Etruria, un istituto che viene spesso citato in questo saggio).
I rapporti con l'intelligence (il pallino della cyber-security per l'amico Carrai), per le nomine ai vertici della Guardia di Finanza, il favore dei poteri forti di finanza e Confindustria (sfociati nel pieno appoggio alla sua riforma).
Gli attacchi ai sindacati (quelli che stanno ancora ai tempi dei telefoni a gettoni), dei corpi intermedi, sia in parlamento che nel suo partito, dove scomparsa ogni visione politico ideale, rimane solo la parola del “capo”.
Giannuli dedica ampio spazio ad analizzare la riforma Boschi, bocciata dal referendum del 4 dicembre con un 60% di no: anche qui, analizzando il modello che stava dietro questa riforma, si scorgono altre similitudini col modello della P2.
La centralità del governo rispetto al Parlamento che, grazie anche alla legge elettorale, garantiva al PDC il controllo della Camera (l'unica a votare la fiducia), del CSM e della nomina del Presidente della Repubblica (per non andando a toccare direttamente i suoi poteri, diversamente dalla devolution di Berlusconi).
La compressione della scelta degli elettori, con la soppressione delle preferenze (i capilista sono bloccati).
La riforma pasticciata del Senato, che avrebbe portato ad altre contestazioni tra le Regioni e lo Stato centrale di fronte alla Consulta.
Per Renzi non si vota per eleggere un parlamento, ma per eleggere un governo di cui il primo non sarà che cassa di risonanza”: un governo che ha tutti i poteri per governare in modo stabile. I ministri e gli esponenti renziani della maggioranza l'hanno ripetuto tante volte questa frase.
Governo forte, ma forte per chi?
Per il governo del paese, per la risoluzione dei suoi problemi, dei conflitti sociali che ora rischiano di scoppiare con effetti disastrosi (il terrorismo islamico, l'arrivo dei migranti e la loro gestione sul territorio, la crisi occupazionale, la crisi del settore bancario ...).
E, poi, forte nei confronti di chi?
Non era una riforma che portava ad un regime, ma si andavano a porre le basi (con questa riforma votata a forza, da una parte del Parlamento) affinché in un futuro, un'altra maggioranza, meno democratica potesse andare avanti per attuarlo veramente un regime.
Quel che conta è che il segretario del PD dica le stesse cose che diceva Gelli quarant’anni fa”.

I capitoli del libro
Introduzione: la P2 tra letteratura e , cronaca giudiziaria e storia
L'uomo e la Loggia
Il pensiero politico di Gelli e il Piano di Rinascita Democratica
Il lungo intermezzo tra Gelli e Renzi
Il pensiero politico di Renzi
Appendice: il Piano di Rinascita Democratica

Qui altri articoli pubblicati sul blog di Giannuli

L'anticipazione del libro uscita sul Fatto Quotidiano
La scheda del libro sul blog di Giannuli e sul sito dell'editore Ponte alle Grazie

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

11 gennaio 2017

A cosa serve la Governabilità

L'ultimo libro di Aldo Giannuli parla di politica anzi, più precisamente, di assetti istituzionali.
Di come, partendo da Gelli e la sua P2, passando per Berlusconi per arrivare a Gelli, si sia cercato più volte di imporre questo modello.
Il presidenzialismo alla tedesca di Gelli prima e la devolution di Berlusconi.
Fino al modello renziano che accentrava i poteri nell'esecutivo (se consideriamo assieme legge elettorale e la riforma bocciata il 4 dicembre).
Cosa hanno in comune?
La perdita di centralità del Parlamento il che vuol dire, perdita di rappresentanza degli elettori: scrive Giannuli "Per Renzi non si vota per eleggere un parlamento, ma per eleggere un governo di cui il primo non sarà che cassa di risonanza".
Scarso rispetto per il Parlamento e per i partiti, considerati come innutile burocrazia che si frappone tra il leader e il suo popolo.
Un richiudersi nei confronti delle istanze della società civile (i problemi dei precari, dei voucheristi, dei correntisti delle banche popolari..) e infine il «mantra della governabilità».
Una parola magica che è partita dai tempi di Craxi, sentivamo ripetere dai berlusconiani e che è tornata di modo in questi mesi di campagna elettorale.

A cosa serve la "governabilità"?
A fare riforme che non migliorano la vita dei cittadini ma solo di una parte?
A soffocare le voci discordanti in Parlamento e nella maggioranza?
Lettura interessante, il libro di Giannuli "Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi)"  (editore Ponte alle Grazie)

15 ottobre 2016

Da Gelli a Renzi - l'anticipazione del libro di Aldo Giannuli

Arriva in libreria “Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi)”, dello storico Aldo Giannuli, edito da Ponte alle Grazie. Sul Fatto Quotidiano del 14 ottobre ne è stato pubblicato uno stralcio:
La loggia P2 ebbe carattere elitario, orientato a un controllo indiretto e occulto del potere. Aveva il suo “nucleo traente”nel “partito toscano”alleato al partito romano, con l’obiettivo di dar vita a un “terzo polo”bancario che consentisse l’accesso al “salo tto buono della finanza”. La P2 realizzò una innovazione di metodo basata sulla “politica di relazione”. Per più versi differente è il renzismo, ma con punti di contatto.ESAMINANDO la riforma costituzionale proposta da Renzi, sono non pochi i punti di identità con quanto proposto dal Piano di Rinascita Democratica (prosecuzione nella linea del sistema elettorale maggioritario, liquidazione del Senato, abolizione delle Provincie, abolizione del Cnel, condizionamento della Corte costituzionale ecc.), il che è solo un indice di convergenza. Altri elementi potremmo ricavarli dalla prassi quotidiana di questo governo, ad esempio l’occupazione della Rai in vista del referendum; la normativa in materia di banche popolari e di credito cooperativo; quella sulla scuola; la marcata propensione a limitare il diritto di sciopero, per cui anche i sorveglianti dei monumenti nazionali o dei musei svolgerebbero un servizio essenziale e quindi potrebbero essere assoggettati alle limitazioni di legge; il modo in cui si è risolto il problema della responsabilità civile dei magistrati, e altro ancora. Tutti punti che fanno rima con i programmi gelliani. Ma quello che più conta è la confluenza sulla questione centrale: la concezione della Costituzione e la forma di governo. Nella storia ci sono stati due tipi di Costituzione: quelle ottriate (“donate”dal sovrano) e quelle “pattizie”,o“di garanzia”(risultanti da un ampio accordo fra parti politiche), alle quali si è aggiunto un terzo tipo, quelle di “partito”o“prevaricanti”(un singolo partito, talvolta con piccole formazioni di alleati al seguito, impone un suo testo agli altri). La Costituzione italiana del 1948 è una costituzione pattizia e a dirlo sono i numeri: fu approvata con 458 voti su 556 componenti (82,37%) in un’Assemblea eletta con metodo rigorosamente proporzionale, senza premi di maggioranza o clausole di sbarramento. La riforma costituzionale di Renzi è stata votata alla Camera con 361 voti favorevoli su 630 (57,3 per cento), in un parlamento eletto con legge maggioritaria (incostituzionale), e al Senato con 180 voti (55,21 per cento) su 326 componenti eletti con metodo maggioritario. I partiti favorevoli alla riforma rappresentavano il 55,36 percento del voto popolare; ma Forza Italia si è poi dissociata schierandosi per il “No”nel referendum. Non mi pare cisiano dubbi sul fatto che sia una “Costituzione di partito”, nella quale un’occasionale maggioranza (di assai dubbia legittimità costituzionale) ha sopraffatto le altre parti politiche imponendo la sua Costituzione.Da questo punto di vista, la concezione del testo costituzionale è molto prossima a quella di Gelli, che proponeva un comitato di saggi dotati di pieni poteri. Gianfranco Miglio definì la Costituzione “il patto che il vincitore offre ai vinti”. Questa era ieri la concezione di Gelli ed è oggi quella di Renzi: una Costituzione di partito per un regime di partito.E VENIAMO al secondo punto di contatto con l’ideologia piduista: la forma di governo. Tanto Gelli quanto Renzi sono sostenitori della centralità del governo rispetto al Parlamento e del primato della governabilità sulla rappresentanza. Questa impostazione leaderistica porta con sé un corollario: l’ostilità per qualsiasi tipo di corpo intermedio (partiti, sindacati, associazioni...), rimpiazzato dal rapporto diretto del leader con la base. Gelli non nascondeva la sua ostilità verso i sindacati e concepiva i partiti come comitati elettorali al servizio del leader-presidente. L’avversione al Pci non era determinata solo dalle posizioni in politica estera o dal suo (sempre più formale) anticapitalismo, ma anche dal suo forte radicamento territoriale. Molti lamentano l’alleanza di Renzi con Denis Verdini, che vedono come un segno di pericoloso affiancamento con una certa destra. Ma quel che conta è che il segretario de lPd dica le stesse cose che diceva Gelli quarant’anni fa.

25 maggio 2016

L'insolita morte di Erio Codecà, di Aldo Giannuli e Ivan Brentari

Un estratto dal primo capitolo (lo potete leggere qui):
L’ingegner Codecà ascolta le parole di sua moglie inseguirsi lentamente. Non si è mai abituato a quel suo strano accento romeno, come una cantilena. Quella voce l’aveva colpito subito quando si erano conosciuti a Bucarest, all’inizio degli anni Trenta. Il vestito bianco, i polsi fini, il volo leggero dei capelli. Erano già passati vent’anni dal loro matrimonio.«…e poi nel pomeriggio siamo uscite per una passeggiata e Gabriella ha fatto qualche foto agli scogli.»Codecà vede il Golfo del Tigullio, blu profondo e bianco di schiuma. Sua figlia, sulle punte dei piedi, fotografa gli spruzzi contro le rocce con la Leica che le ha regalato a Natale. Sospira nel ricevitore.«Me la saluti tu, Gabriella?»«Sì, certo.»«Ciao, Elena. Ci sentiamo domani, stai bene.»«Ciao caro, a presto.»Sistema il ricevitore sull’apparecchio. In mezzo alla sala Cockie lo guarda impettito e gli abbaia.«Sì, va bene.»Esce di casa senza avvisare Rina. Si infila una sigaretta tra le labbra, alza il bavero dell’impermeabile e scioglie Cockie, che comincia a zampettare sul marciapiede. La strada è completamente buia.
Nonostante la guerra sia finita da sette anni, una parte dell’illuminazione pubblica non vuole ancora adeguarsi. Come il 26/bis, il palazzo a fianco della villetta, che dopo i bombardamenti è rimasto un rudere roso dalla gramigna.L’ingegner Codecà si ricorda del biglietto di Gabriella rimasto sul cruscotto. Apre la portiera della 1100 e si china all’interno dell’abitacolo.Una fiammata gli brucia il costato. Lo sparo lo sente immediatamente dopo. Crolla a terra su un fianco, gli occhiali tintinnano sull’asfalto. Sapore di ferro in bocca. Tossisce sangue e il cemento si macchia di una miriade di efelidi scarlatte. Cockie sta abbaiando.Passi ovattati fuggono mentre l’ingegner Codecà muore.

Un romanzo di industriali e di spie, di giornalisti e di investigatori privati, di servitori dello stato infedeli e di ricattatori, di doppiogiochisti e di trafficanti.
Un romanzo che parte da una storia realmente accaduta, l'omicidio di un dirigente di una società del gruppo Fiat, Erio Codecà, per raccontare in modo romanzato l'Italia della guerra fredda: “una guerra talmente fredda da diventare ustionante”, così dice uno dei protagonisti.
Lo storico Aldo Giannuli, assieme ad Ivan Brentari si sono documentati in modo esauriente su questo fatto di cronaca avvenuto a Torino il 16 aprile 1952: l'ingegnere Erio Codecà ucciso con un colpo di pistola, mentre portava a spasso il cane in una fresca serata. Omicidio per cui fu individuato un presunto colpevole, un partigiano poi condannato per alcuni fatti di sangue durante la guerra, ma che non riguardavano la lotta partigiana.
Ma la storia, e la Storia, sono narrate attraverso l'indagine di un gruppo di borghesi, dell'alta borghesia si sarebbe detto, accomunati dalla passione per i gialli: in questo caso, le carte scoperte dal figlio di un investigatore privato, assoldato dalla Fiat stessa per indagare sulla morte dell'ingegnere.
«Lei cosa vuole da me, signor Argenti?»Il feto storpio si schiarì la voce e spruzzò fuori dalla gola una fermezza e un orgoglio che l’avvocato Dalmasso non gli avrebbe mai sospettato. «Voglio che lei si occupi della vicenda. Bisogna fare delle indagini, controllare se ci sono connessioni tra la morte di mio padre e quella dell’ingegner Codecà. Devo sapere perché mio padre è morto. Sono passati tanti anni, lo so, però se dovessero esserci dei colpevoli dovranno rispondere di quello che hanno fatto… Mia moglie è contraria. Dice che è solo una mia fissazione e che esagero come sempre. Poi attacca con la questione dei soldi, che non possiamo permetterci la parcella di un avvocato, che non ce la potremmo permettere nemmeno se il negozio lo gestisse lei… però a me non interessa.»Scoprire com’è morto un padre. Strano modo per entrare nel mondo dei grandi, pensò l’avvocato Dalmasso.Qualcosa di quella storia lo chiamava. Non riusciva a capire bene cosa fosse, però l’omino sghembo che aveva di fronte era riuscito a toccare le corde della sua curiosità. E l’evento era piuttosto raro. Si volse verso Casa Galimberti, e Casa Galimberti, da dietro la finestra, gli disse di sì.«Va bene, parli con Matilde.»

Carte che finiscono nelle mani di questa cerchia di personaggi: un avvocato esperto in cause finanziarie, un chirurgo estetico con la passione per le donne, un insegnante napoletano cresciuto con la passione per il comunismo, un magistrato figlio di magistrati che nella carriera ha saputo scansare i problemi. Infine una nobildonna napoletana, con alle spalle una bella storia d'amore e un museo archeologico da mandare avanti.
Leonora agganciò il ricevitore. Era soddisfatta della propria proposta; conoscendo gli altri tre amici, era certa che non si sarebbero tirati indietro. Il loro gruppo era formato da grandi amanti della letteratura, con l’eccezione forse di Fìlice, che era un appassionato un po’ sui generis. E non era il giallo una sfumatura importante della letteratura? Non erano forse le storie criminali a tratteggiare meglio il disegno dei tempi? Il cuore nero della modernità era sempre lì, davanti a tutti, e loro l’avrebbero osservato, aperto, sviscerato, percorso in tutti i suoi canali, le sue valvole, i suoi ventricoli, i suoi atri. Sì, l’idea avrebbe avuto un grande successo”.

Attraverso il meccanismo del flash back, passeremo dal tempo presente (alla fine dello scorso millennio) in cui il gruppo di investigatori per passione si tuffa nelle carte del caso, al tempo passato in cui i fatti avvennero: un arco temporale che abbraccia diversi anni della Storia, a cominciare dalla lotta partigiana. Partigiano era Folletto, il presunto assassino, con una condanna a morte sul groppone degli stessi comandi partigiani. Partigiani anche i suoi accusatori, che pure al processo non seppero portare prove significative.
Partigiano era anche Mercuri, altro capro espiatorio da dare in pasto all'opinione pubblica e per insabbiare la verità.

Perché dietro questa storia, si scorge un mondo: l'Italia della guerra fredda, del pericolo comunista e della cacciata dei sindacalisti dalle fabbriche della Fiat di Valletta.
L'Italia dove alla Camera si speculò sulla morte di Codecà, addossata alla sinistra per un puro discorso di speculazione da parte di quello che diventerà un ministro della repubblica con un nome da circo.
Dove però, come si è detto, di fronte al patto atlantico, alla fedeltà con l'alleato americano, convivevano strani traffici tra società legate in vario modo al partito comunista (tramite personaggi come Eugenio Reale ex senatore del pci) coi paesi dell'est, esportando materiale strategico che non avrebbe potuto attraversare la cortina di ferro …
Il professore scosse il capo. «Qui la mia pars non c’entra: fu proprio così. L’Italia era un punto cruciale, in mezzo alla battaglia. In fondo, se tu guardi l’Italia cosa vedi?» 
«In che senso?» domandò Villa, sapendo di dare all’amico la piacevole illusione di tornare indietro ai tempi dell’insegnamento. 
«Se la osservi bene ti accorgerai che l’Italia è la banchina di un porto, una lunga banchina che si spinge dentro al Mediterraneo. Ti lascio immaginare le implicazioni politiche e militari di questa nostra posizione. Affacciàti sul Nordafrica che scoppia di petrolio e al confine con il blocco dell’Est!» 
«E l’omicidio di Codecà come si inserisce in tutto questo marasma?»«Be’, per certi versi il centro più caldo dello scontro fu proprio Torino, e non solo perché lì c’era la FIAT. Tu sei di Milano. Ecco, vedi, Milano era una piazza tradizionalmente socialista, ma Torino era una piazza comunista, e una piazza importante. ‘Quando Torino ha il raffreddore, l’Italia ha la polmonite’, si diceva allora.» 
Cannavacciuolo fece una piccola pausa. «Mi ricordo che il delitto Codecà fu preso a pretesto per cacciare a pedate qualche comunista dalla FIAT. Tra questi c’era anche Battista Santhià, un operaio che era stato nella redazione di Ordine Nuovo con Gramsci: una bandiera per i comunisti torinesi. Se ci penso mi sale la bile… quanti compagni furono fatti fuori…»”

La soluzione dell'omicidio Codecà e la scoperta del vero responsabile, avrebbe potuto svelare trame che era meglio tenere segrete, perché questo personaggio all'apparenza “normale” era invece uno di quelli che starebbe bene in un libro di spie: una moglie rumena, un fratello dirigente di una banca italo romena, tanti anni in Romania e poi nella Germania di Hitler, prima della guerra. E un'amica in Svizzera con un lavoro da istitutrice ma che in realtà ha un passato da spia..

Questo spiega i tanti ricatti nei confronti della Fiat e, dall'altra parte l'interesse della Fiat a tenere tutto nascosto. Anche il rapporto dei due investigatori Argenti e Gandini.
Non a caso si cita un altro giallo, Traditori di tutti di Giorgio Scerbanenco: “in quel libro tutti tradiscono tutti, tutti sono pronti a pugnalare alle spalle, nessuno è pulito”.

Non è pulito il partito comunista, con questi strani traffici che sarebbero serviti per trovare finanziamenti esterni, per rimanere indipendente dall'influenza russa.
Non è pulita nemmeno la Democrazia cristiana e gli altri partiti dell'ala governativa, che pure prendevano soldi dagli industriali (come la Fiat) e dall'ambasciata americana.
Da personaggi, altrettanto interessanti come Clare Boothe Luce, una donna avvenente che si era sposata la carriera politica dove portava avanti la sua crociata anticomunista in un'Italia però troppo bizantina per essere compresa dagli americani.
Alleata con gli Stati Uniti e in affari con la Russia.

Si viene catturati dal racconto, man mano che si entra dentro la storia, questo “insolito” caso, che appassiona come un buona spy story, anche se gli investigatori sono un avvocato, una nobildonna, un medico, un professore e un magistrato (di quelli però poco avvezzi alle indagini).
Si tufferanno, per passione, nelle carte processuali, nella lettura del dossier di Argenti e Gandini (quello commissionato dalla Fiat e che fu usato anche da Edgardo Sogno per fare pressioni), in vecchi articoli di stampa.

Racconto dove, lo dico subito a scanso di equivoci, non importa tanto la soluzione del caso e nemmeno la verità giudiziaria, a quarant'anni di distanza molti dei protagonisti erano già morti: “Quando gli individui escono di scena, esce di scena anche la giustizia penale ed entra un'altra corte: quella della Storia”.

Sul sito di Aldo Giannuli trovate tutto il materiale alla base del libro e vi assicuro che è vasto e molto interessante: qui scoprirete quanto la storia pur romanzata non sia poi così distante della Storia vera del nostro paese. 
Dove l'arte del governare e l'arte del doppio-gioco e della menzogna sono sempre andate a braccetto.
“Incontrerete molti personaggi noti: come Vittorio Valletta, Palmiro Togliatti, Eugenio Reale, Federico Umberto D’Amato, Mario Scelba, l’ambasciatrice Usa Clara Booth Luce, Pablo Picasso (che c’entra? C’entra, c’entra), Edgardo Sono, il Principe Lanza di Trabia e persino Domenico Modugno. Ma incontrerete anche figure sin qui assai poco note ma molto interessanti, come una istitutrice svizzera piuttosto inquietante che fu arrestata dai sovietici per spionaggio e poi rilasciata a seguito di uno scambio di prigionieri, tale Negri, come Jacon Magura, un agente dei servizi segreti rumeni, una misteriosa principessa sloveno-ungherese, futura gallerista di fama internazionale, di nome Zorana Romana Gaberscik Fejerdi Budai de Kide, un vecchio arnese del servizio segreto militare processato (ed assolto) per l’assassinio dei fratelli Rosselli in Francia, il fratello di un noto senatore comunista ed anche un investigatore privato che si fregia del nome di Filippo Argenti. Leggerete di uno strano episodio come l’assalto all’ambasciata rumena in Svizzera da parte dei fascisti della guardia di ferro… Insomma non vi annoierete, possiamo assicurarlo”.

Una serie di link interessanti:

Buona lettura!!

La scheda del libro sul sito di Sperling & Kupfer.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

Riavvolgere il nastro – le lettere di Montanelli all'ambasciatore Boothe Luce

Nel romanzo scritto da Aldo Giannuli assieme a Ivan Brentati si parte da un fatto storico realmente avvenuto (la morte di un ingegnere della Fiat) per raccontare la Storia mai raccontata sino in fondo del nostro paese, durante i primi anni della guerra fredda.
Tra i documenti su cui si sono basati i due storici nella ricerca, anche le lettere di Indro Montanelli all'ambasciatrice Clare Boothe Luce:
In caso di fallimento [del colpo di stato americano in Italia] o sembra che l'America dovrebbe almeno approntare una Formosa per concentrarvi le forze destinate a una riscossa che in Italia sarebbe più facile, o meno difficile, che in Cina. Parlo della Sicilia naturalmente. In quest'isola che, comunque, non avrà mai una maggioranza comunista, c'è un governo regionale in mano ad anticomunisti , sia pure deboli e irresoluti. Ho pregato il principe Raimondo Lanza di Trabia di porre il quesito all'on. Restivo e ai suoi colleghi: cosa farebbe questo governo di fronte ad una vittoria comunista nel resto del paese: accetterebbe il fatto compiuto, proclamerebbe l'indipendenza? Il principe Lanza di Trabia è un giovane coraggiosissimo avventuriero che, se invece che principe, fosse nato proletario, si sarebbe chiamato Salvatore Giuliano e come lui sarebbe finito. Ma appunto per questo gode di grande prestigio nell'isola e soprattutto è in eccellenti rapporti con la mafia, che laggiù ha un potere decisivo, molto più grande di quello del governo.Lanza di Trabia mi ha risposto giustamente: «Se Restivo, o di sua spontanea volontà, o per nostra imposizione, proclama l'indipendenza e chiede la protezione della flotta americana, la flotta americana è disposta a proteggerla?».

Erano gli anni '50, la minaccia dell'invasione sovietica doveva sembrare più reale di come la percepiamo oggi e in certi settori dello stato, nella DC, nei grandi gruppi industriali, il sorpasso del PCI era visto come un pericolo.
Per questo serviva prepararsi per tempo, con l'appoggio militare dell'America ma anche con l'aiuto di amici come Lanza di Trabia, nobile siciliano, amico dei mafiosi:
«Pazzesco: fare della Sicilia la base d'appoggio della revanche restauratrice con l'aiuto della mafia e di Franco Restivo, il democristiano, il democristiano presidente della Regione ... ».[..]Il gigante americano e il gigante sovietico battagliavano sopra l'Europa, e la loro ombra oscurava tutto il continente. Aveva detto bene Villa: una guerra per procura. Una una guerra talmente fredda da diventare ustionante, come il ghiaccio sulla pelle.Riavvolgere il nastro.Ripensò alle decine di compagni allontanati dalle fabbriche. L'onorevole Togni che sbraita in Parlamento. Grida, strilli. «Assassini!» Gli anni che aveva vissuto, i suoi anni. Gli anni che avevano deciso la sua vita. Gli anni di Clare Boothe Luce, Eisenhower e Scelba. Gli anni in cui Montanelli aveva potuto concepire la follia di quelle lettere. Gli anni in cui era stato assassinato l'ingegner Codecà.Riavvolgere il nastro”.


Lettura interessante, questo libro L'insolita morte di Erio Codecà di Aldo Gianunli e Ivan Brentati (sperling & Kupfer), sulla nostra Storia, sulla nostra democrazia.

10 aprile 2016

Guerra all'Isis, di Aldo Giannuli

Gli errori che abbiamo fatto, perchè rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla

Stiamo perdendo la guerra all'Isis.
Una frase che sentiamo ripetere spesso sui nostri giornali che, a volte, più che fare informazione, si preoccupano solo di alimentare i nostri pregiudizi e le nostre paure.
Ma con chi esattamente stiamo combattendo la guerra?
Che tipo di guerra stiamo combattendo, con quali strumenti, con quali armi?
E poi, ancora, chi è ISIS, che struttura ha, chi sono i suoi vertici, oltre al Califfo Al Baghdadi? C'è forse una catena di comando sotto che non vediamo?
Infine, perché stiamo perdendo questa guerra con ISIS? Perché abbiamo sbagliato strategia? Perché non abbiamo informazioni? Perché nonostante le bombe, nonostante i tanti propositi bellicosi dei signori presidenti (da Hollande a Obama), ancora non abbiamo capito quale sia la giusta strategia per contrastare sia la guerra di terra, laggiù in Iraq (lontano) e anche gli attacchi terroristici qui in Europa?

Lo storico, ricercatore nonché esperto di intelligence Aldo Giannuli cerca di dare una risposta a tutte queste domande, cercando, pur nei limiti della complessità della materia, di fare un po' di chiarezza, su ISIS, guerra e strategie.
Perché stiamo perdendo la guerra con l'Isis?Dobbiamo chiarire quattro parole: «siamo», «guerra», «perdere» e «ISIS».«Siamo»: prima persona plurale; ma qual è il soggetto reggente della frase? Include chiaramente l'Occidente. Certo, gli occidentali, a causa delle sciagurate decisioni die propri governanti, questa situazione sono andati a cercarsela: tre guerre, una più insensata dell'altra [..]Ma quel noi include anche i sostenitori della «Primavera araba» del 2011- 2012, chie chiedeva libertà individuali e collettive, democrazia, stato di diritto, liberazione della donna.[..]Include anche gli immigrati islamici in Europa, la cui condizione di vita peggiorerebbe bruscamente se vincesse il califfato.[..]La seconda parola da spiegare è «guerra»: già, ma che guerra è questa che nessuno ha dichiarato e che non ha linee di fuoco, regole e confini? Se per «guerra» si intende uno scontro tra eserciti regolari, con truppe schierate, carri armati, aerei ecc.. , ciò che sta accadendo è solo in piccolissima parte corrispondente ad un simile scenario.[..]La terza parola è «perdere»: vuol dire che stiamo per essere invasi da orde di saraceni con le scmimitarre sguainate?[..]La partita in gioco è un'altra: la nascita di un super stato islamico a carattere tecnocratico e jihadista in grado di mutare radicalmente l'ordine internazionale, con conseguenze catastrofiche per la democrazia, per la pace, per l'eguaglianza.E veniamo al termine «ISIS»: in realtà sarebbe stato più corretto scrivere «jihad», di cui «ISIS» è solo una delle espressioni, quella attualmente più conosciuta. In effetti il Califfato potrebbe essere invaso e distrutto, e non per questo lo scontro finirebbe.

Obiettivo di questo saggio è raccontare la natura di questa (non nuova) minaccia, la guerra santa dei fondamentalisti islamici, che è tale non solo per noi europei ma per tutti gli equilibri nel mondo, perché a rischio non è solo la nostra libertà e i nostri valori, ma anche quelli dei paesi nel ME (Medio Oriente).
Siamo in guerra su due fronti, quello interno contro il terrorismo che ha dimostrato di poterci colpire secondo due strategie: attentati mirati e ben preparati a obiettivi precisi e attentati a sciame, su più obiettivi, da parte di cellule già presenti nel paese.
E poi c'è la guerra di terra, combattuta in Iraq, da parte di unità militari ben armate e ben motivate, ma di una consistenza molto ridotta (sebbene non esistano stime precise).
Chiarito sul significato della parola guerra, rimane da chiarire due punti importanti: che errori abbiamo compiuto fino ad oggi e che strategie adottare se vogliamo vincere la battaglia.

L'errore del pregiudizio.
Che è quello che finora è stato il combustibile per tutte le nostre decisioni.

Noi europei pensiamo e guardiamo il resto del mondo solo con gli occhi da europei: pensiamo che al di là del Mediterraneo ci siano popolazioni assimilabili, con la stessa lingua, la stessa religione (più o meno), magari anche ignoranti e primitivi.
Proprio nel film dedicato a questo personaggio, c'è un dialogo che, per quanto in modo romanzato, esprime abbastanza bene lo stato delle cose: Lawrence chiede al capo di una potente tribù di predoni di unirsi alla rivolta degli arabi, e questi gli risponde: «Gli arabi? Conosco gli Awetat, i Walla, gli Abbas, so perfino che esistono gli Airit, ma gli arabi che tribù sono?»”. [dal film Lawrence D'Arabia]

Non è così e Giannuli lo racconta bene in uno dei capitoli del libro: l'Islam è diviso in tante correnti, pure in lotta tra loro (sunniti contro sciiti): nel passato noi europei abbiamo giocato a fare i demiurghi creando nazioni che erano tali solo sulla carta, come fecero Francia e Inghilterra al crollo dell'Impero Ottomano. Oppure in Iraq dove, rovesciato Saddam, si è lasciato il potere nelle mani degli sciiti.

Non abbiamo fatto i conti col nostro passato coloniale e abbiamo pensato che il mondo arabo le avesse dimenticate: abbiamo pure ripetuto lo stesso errore con le tre sciagurate guerre in ME (le due in IRAQ e quella in Afghanistan) pensando di esportare la nostra democrazia con la guerra, creando all'opposto terreno facile per il proselitismo anti occidente, dove gli eserciti erano visti come nuovi crociati che calpestavano i terreni sacri.
Altro errore è stato dividere il mondo in un noi contro loro: ci attaccano, ci uccidono, scontro di civiltà, non esiste islam moderato …
La jihad uccide anche musulmani, per cui noi occidentali non siamo disposti a spendere troppe lacrime.
Niente lacrime, pena l'essere chiamati buonisti, per le immagini dei profughi siriani abbandonati alle nostre frontiere, di fronte alle barriere sollevate per tenerli fuori.
Oppure relegati nei quartieri ghetto, le banlieu a Parigi o i quartieri come Molenbeek a Bruxelles (tra l'altro a due passi dalla sede del Parlamento europeo).

Pensavamo che la morte di Bin Laden (in un compound ad Abbotabad, in Pakistan, nostro paese alleato) avesse messo la parola fine al terrorismo islamico, alla jihad.
Poi sono arrivati gli attacchi (dopo l'11 settembre 2001, che pure qualcosa avrebbe dovuto insegnarci) qui in Europa, a Parigi alla sede di Charlie Hebdo, poi in Tunisia (dove sono stati colpiti dei turisti) e ancora in Francia a Parigi e poi a Bruxelles.
E la paura e lo sdegno, che non sono arrivati dopo analoghi attentati di altre cellule in Nigeria, in Turchia, in Libano e in Iraq, ha fatto il resto...
Siamo in guerra.
Stiamo perdendo.
Non avendo risolto il problema alla radice, ci troviamo ora con un nemico con una buona base sociale (per quanto detto prima, l'emarginazione dei profughi, le banlieu, i morti per gli attentati considerati in modo diverso) e con un disegno ben chiaro in mente, a differenza di noi europei che nemmeno sappiamo cosa vogliono.
Già, ma quali sono gli obiettivi del Califfo?
Torniamo alla domanda centrale di questo libro: quali sono i piani dell’Isis nel breve e nel lungo periodo?E’ molto difficile pensare che l’Isis pensi alla fondazione del super stato islamico come aggregazione intorno a sé, cioè assimilando brani di territorio via via strappati agli avversari, sino ad ingoiare Siria, Iraq, Libano, Giordania e, magari, stati minori della penisola arabica e, infine, Arabia Saudita, Quatar eccetera. Ci sono troppi ostacoli ancora su questa strada: le classi dirigenti nazionali arabe, per quanto divise e litigiose, difficilmente lo permetterebbero e le più forti di esse sarebbero in grado di battere anche ciascuna da sola l’esercito del Califfo. Poi anche i vicini (Iran e Turchia) non è probabile che restino inerti a vedere la ascesa della super potenza arabo-sunnita. Infine, c’è sempre la possibilità di un intervento occidentale (magari insieme alla Russia) se Daesh dovesse diventare troppo preoccupante. Un processo paragonabile all’espansione del Regno di Sardegna non appare realistico, almeno a breve termine: l’Isis non ha nessuna Francia disposta a combattere a suo fianco e nessuna Inghilterra disposta a proteggere il suo “sbarco a Marsala” ed ha nemici molto più numerosi. Dunque, non è una strategia del ”carciofo” quella a cui stanno pensando. Certamente, sin quando gli sarà possibile mantenere il suo stato sovrano e, magari ingrandirlo con questo o quel territorio, lo farà, ma la carta principale della sua strategia è, piuttosto, un’altra: destabilizzare tutto il più possibile, per poi ridefinire i confini e rapporti di forza nel Medio Oriente, giungendo a quel momento con il migliore rapporto di forze possibile. Insomma: destabilizzare per stabilizzare, una cosa già sentita.Se poi l’esito dovesse essere un grande stato che includa quello che c’è fra Suez e l’Eufrate, o solo una porzione o magari quello che alcuni già chiamano il “Sunnistan” (cioè la sommatoria dei territori sunniti di Iraq, Siria, Libano e Giordania privati dei territori di sciiti, alawuiti e curdi) tutto questo si vedrà e dipenderà dai rapporti di forza con cui il “Califfo” dovesse giungere al momento. Dopo si discuterebbe il da farsi in prospettiva”.

Che fare allora, per vincere la guerra?

Se ha un pregio Aldo Giannnuli, è quello della chiarezza: ci sono strategie destinate a peggiorare la situazione
  • creare una nuova coalizione occidentale per andare in guerra, sul campo, contro l'Isis
  • continuare a considerare il mondo islamico con un unicum, senza differenziare tra moderati e progressisti, conservatori e il mondo della jihad (tre mondo da tenere distinti)
  • confondere il piano religioso col piano politico: la jihad è un movimento politico che usa l'Islam come pretesto, per un suo disegno egemone in ME.

Quella contro ISIS è una guerra asimmetrica, contro un nemico ben motivato, con una struttura militare mobile, capace di nascondersi sul terreno quando serve (e questo la dice lunga sulla poca utilità dei bombardamenti) ma capace di usare bene l'arma psicologica con cui mettere in difficoltà i suoi nemici, sia nel mondo arabo che in Europa.
L'arma del terrore, per spingere i paesi ad una guerra sul campo che sarebbe lunga e logorante.
L'arma del proselitismo contro i crociati invasori.
Da quello che siamo andati dicendo sin qui si capisce che la maggiore abilità Al Baghdadi e i suoi uomini (ottimi allievi di Al Zarkawi) la hanno dimostrata nell’infilarsi nelle pieghe dell’inestricabile nodo mediorientale, giocando un attore contro l’altro, approfittando delle indecisioni americane, della contemporanea crisi ucraina, dell’inesistenza politica della Ue, utilizzando gli interessati e momentanei appoggi dal mondo sunnita, pur coscienti della loro strumentalità. E’ uno degli aspetti della grande duttilità tattica dell’Isis che, non a caso, abbiamo definito un soggetto anfibio, capace di metter piede sulla terra ferma del potere sovrano, ma di tornare, in ogni momento, ad inabissarsi nelle acque della clandestinità, e del quale abbiamo sottolineato le capacità di rapido adattamento alle mutevoli condizioni del combattimento. Una tattica spesso spregiudicata, come quando Al Zarkawi decise di attaccare gli sciiti, usando il secolare odio che li divide dai sunniti, per trasformare quella che rischiava di diventare una guerra nazionale (ed il principio nazionale è l’aspetto più combattuto dagli jihadisti sunniti) in guerra settaria e, perciò stesso, transnazionale.
E già in questo scorgiamo alcuni elementi che ci dicono della maestria con la quale l’Isis gioca sul piano della guerra psicologica: in tutto quello che abbiamo scritto, dalla scenografia delle esecuzioni, curata sin nei minimi particolari, al tempismo delle operazioni, all’uso dei simboli, gli uomini di Al Baghdadi hanno mostrato di padroneggiare le tecniche della manipolazione psicologica, come se avessero studiato a lungo le opere di Gustave Le Bon, di Serghej Ciacotin, oltre, ovviamente, che di Sigmund Freud.

L’Isis ha un grande vantaggio su chi lo combatte: è quello che ha capito meglio di tutti la guerra asimmetrica ed il suo cuore psicologico: "Combattere sul piano convenzionale l’Isis sarebbe come fare lotta greco romana con un maestro judoka coperto di lubrificante."

Piuttosto che a mandare truppe sul campo, noi europei dovremmo una volta per tutto risolvere l'ipocrisia dei nostri alleati, come Turchia (la cui frontiera è molto permeabile al petrolio e ai foreign fighters) Arabia Saudita e Qatar, sostenitori in modo consapevole o meno di Isis.
O anche il Pakistan, paese che ospitava (e forse per lungo tempo) ha protetto il latitante numero uno, Bin Laden: Giannuli racconta che tra le principali fonti di guadagno non c'è solo il petrolio, ma ci sono dei giochi finanziari che coinvolgono le petromonarchie della penisola arabica.

La strategia da mettere in atto qui, nei nostri paesi.
Fino ad oggi la risposta politica dei paesi europei è stata disomogenea e basata sull'ondata emotiva nata dagli attentati.
Strette contro le libertà individuali, riforme costituzionali minacciate e poi ritirate, blocchi alle frontiere, blocchi anche nei confronti dei profughi (persone che hanno attraversato migliaia di km per scappare dalle macerie), espulsioni facili.
Se volevamo attirarci altro odio ci siamo riusciti: chiediamo ai giudici di non applicare la Costituzione ma di mettersi l'elmetto. E ai giornalisti lo stesso.

Eppure basterebbero pochi gesti per togliere l'alibi ai reclutatori di Isis: per esempio le moschee, avere luoghi di culto aperti e ben noti è meglio di luoghi di preghiera clandestini con predicatori improvvisati.
Meglio i quartieri ghetti, dove la polizia non si arrischia ad entrare, o quartieri dove gli immigrati di fede islamica sono ben integrati?
Obama non è riuscito a chiudere la vergogna di Guantanamo, così oggi nelle loro esecuzioni i registi dell'Isis fanno vestire le vittime con tute arancioni, che richiamano per bene le tristi prigioni americane. Loro, la psicologia, la sanno usare.
Infine il ruolo dell'intelligence, fin qui mancato: è mancato uno scambio di informazioni a livello europeo, è mancato uno screening delle persone transitate da e verso i paesi in guerra.
Bisognerebbe seguire i flussi di denaro (dei sospettati), monitorare il traffico dati dei siti che inneggiano alla jihad, creare dei siti civetta che confondano le acque.
Anziché puntare alle espulsioni facili, per calmare il popolino, andrebbero tenuti d'occhio, sapere chi incontrano, da chi ricevono aiuti, quali i contatti della loro struttura.

La realtà è che viviamo in un'epoca di estrema fragilità, costretti a prendere decisioni in fretta e con poche informazioni, sotto la paura dell'immigrazione da una parte e la crescita dei gruppi xenofobi dall'altra.

Tirando le fila
Riassumendo, la nostra indagine ci ha portato a queste conclusioni: c'è in atto un conflitto pluridimensionale, che oppone quanti mirano alla costruzione di una superpotenza imperialistica a carattere tecnocratico, di ispirazione islamista, tanto alle potenze occidentali quanto alle classi dirigenti nazionali islamiche e in particolare arabe. Questo disegno trova consenso in una base sociale prevalentemente di ceto medio .

Il vero fine del Califfo non è conquistare Roma, dunque, nessuna invasione ci aspetta. Ma piuttosto il fine è destabilizzare (socialmente, economicamente, militarmente) i paesi del ME per stabilizzarli in senso autoritario e imperialista, e nel frattempo creare delle tensioni sociali col rischio di arrivare a delle rivolte, nel cuore dell'Europa.
In questo libro Aldo Giannuli indica il necessario cambio di rotta di una lotta che interessa tutti, dall’uomo comune al decisore politico; una lotta in cui, se oggi è troppo presto, domani sarà troppo tardi.

Altri post sul libro sul libro:
- Isis e Al Qaeda a confronto
- Le “carte” dell’Isis: la strategia della “Fitna” e l’operazione “Daquib”

Il book trailer:


L’indice del libro:

1. Cosa vogliono gli jihadisti?
2. Gli errori storici dell’Occidente
3. Lo scenario attuale
4. L’ISIS e il Califfato
5. Gli errori dell’intelligence occidentale
6. Le fragilità dell’Occidente
Conclusioni. Tirando le fila

La scheda del libro sul sito dell'autore Ponte alle Grazie.
Il blog dell'autore e un capitolo del libro, qui invece l'indice

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