Visualizzazione post con etichetta Manrico Spinori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Manrico Spinori. Mostra tutti i post

25 giugno 2026

Delitto in cornice: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo

 

Cadavere di sesso femminile. Cosí diceva la prima segnalazione. Doveva essere morta da almeno due, tre giorni. Persino sulla soglia del capannone, dove Manrico e Cianchetti si erano arrestati per non intralciare il lavoro della Scientifica e del medico legale, era impossibile sfuggire allo sconveniente odore della morte.

Al “Contino”, il sostituto procuratore romano Manrico Spinori chiamato così per le origini aristocratiche, tocca un’altra rogna: un omicidio nel mondo dell’arte moderna, quel mondo dove il confine tra la provocazione e la paccottiglia venduta a caro prezzo a ricchi collezionisti è flebile.

Verena Rex, artista famosa per i suoi lavori compiuti sul suo corpo tramite la “scarificazione” è stata trovata morta nel suo capannone fuori Roma:

Una decina di coltellate, – disse. – Tutte superficiali. Taglietti che al massimo potevano richiedere un cerotto. E un solo colpo mortale. Alla carotide. Troncata di netto.

Con questa pratica è il proprio corpo che diventa la tela su cui l’artista lavora a colpi di incisioni che procurano cicatrici che, portate in rilievo, diventano l’opera dell’artista.
Ma questa volta, l’ultima incisione è stata fatale per Verena.
Ma è stato un incidente, quel taglio alla giugulare? Oppure la provocazione di è stata un suicidio?

Ci sono alcune cose che in quel capannone non tornano: intanto non è stato trovato alcun cellulare, la macchina fotografica con cui si stava riprendendo (come aveva sempre fatto coi suoi precedenti lavori) è sparita. Nessuno ha visto niente, nessun testimone.

Nonostante tutto faccia propendere per un suicidio, il “Contino” avverte che c’è qualcosa fuori posto, una nota dissonante – da amante della musica lirica:

Le tre donne fissarono Manrico. Il contino non si espresse. Avvertiva, in quella storia, una nota falsa, una dissonanza vaga che non era ancora riuscito a individuare. E quanto all’orizzonte musicale, silenzio assoluto. Manrico era da sempre convinto che non esistesse al mondo situazione che non trovasse il suo corrispondente in un’opera lirica.

Assieme alla sua squadra al femminile, e col contributo che si rivelerà fondamentale della ispettrice Deborah Cianchetti – una specie di suo alter ego – il sostituto Spinori dovrà condurre una sua indagine in quel mondo strano dell’arte moderna.

L’arte è merda, – esordí l’artista. Aveva una voce suadente, impostata, – e l’arte è gioco. Merda e gioco messi insieme fanno il mercato, – si sporse sul banchetto, – e il mercato offre all’arte la possibilità di restare sé stessa…

Un mondo che fa fatica a comprendere, nonostante l’arte e la bellezza facciano parte del suo mondo “aristocratico”. Ma l’arte moderna sembra diventata solo un prodotto di mercato, un mondo dove girano tanti soldi – troppi rispetto al valore delle opere. Un mondo dove girano collezionisti che vivono in un club riservato. Un mondo dove galleristi con pochi scrupoli si accaparrano l’ultimo artista rivoluzionario.

Non riesce ad arrivare a quella nota stonata, il sostituto Spinori: i sospetti si indirizzano subito su un amico dell’artista morta, artista “moderno” anche lui. Ma a peggiorare le cose per il “contino” arriva lo scoop di una trasmissione televisiva, con un importante share, che segue tutti i casi di cronaca.

Marilena Marinelli aveva deciso di dedicare al «caso Verena Rex» il servizio d’apertura dell’ultima puntata di Giú la maschera, un programma seguito da appena alcuni milioni di telespettatori.

Il servizio della Marinelli, che manda in esclusiva un pezzetto dell’ultimo video di Verena Rex dove si vede che non era da sola nel suo laboratorio, è un’accusa contro l’operato della procura, coi giudici diventati imputati dal tribunale mediatico aizzato da questo pseudo giornalismo.

Quanto è facile lavorare così per giornalisti così, che puntano alla pancia delle persone e puntando il ditino contro i magistrati, colpevoli di lavorare male, tralasciando piste promettenti per chissà quali ragioni.

Il “Contino” però ha dalla sua alcune qualità che gli permetteranno di sopravvivere anche a questa bufera: una sana dose di self control e una concezione della giustizia come strumento per prevenire le vendette, quella “giustizia fai da te” che tanto piacerebbe ai signori del tribunale mediatico, che hanno già la sentenza pronta.

Solo alla fine, e per via indiretta, si arriverà a comprendere qual è l’opera che meglio racconta questo delitto. Un’opera rara, “Cardillac”

E che ci racconta Cardillac? – chiese Gavina. – È la storia di un orafo pazzo che realizza meravigliosi pezzi unici, li vende, e poi ammazza gli acquirenti per rientrarne in possesso.

Non c’è solo l’indagine sul “Delitto in cornice” in questo settimo romanzo della serie: Manrico si troverà ancora una volta ad interrogarsi sul suo modo di intendere le relazioni, sulla sua incapacità nel gettarsi convintamente in una storia. Il prezzo da pagare per quella sua insicurezza che si porta dietro da anni? Ed è per questo allora che è costretto a trovare conforto nella musica lirica e nelle passioni che lo rassicurano?

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


03 luglio 2025

Un cadavere in cucina: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo


 

Cullato dalla mite risacca di un inerte pomeriggio senza vento, sprofondato nella sdraio preferita, il pubblico ministero Manrico Spinori assaporava l’oblio del luglio pontino.

I bambini che affollavano il vicino stabilimento La Medusa giocavano a schizzi d’acqua e bombe di sabbia, in un acuto vociare interrotto da improvvise, finte esplosioni di collera. [..]

Manrico adorava quel tempo sospeso di profumi iodati, ne godeva lo spirito intriso di assenza, sarebbe rimasto per sempre in bilico fra il sopore sensuale della calura e il fascino abissale del sonno.

Con questo “Cadavere in cucina” la ricetta letteraria ideata da Giancarlo De Cataldo ha trovato il giusto mix di ingredienti e il miglior punto di cottura – mi scuserete la metafora: in questo ultimo romanzo funziona tutto bene, a cominciare dalla squadra di investigatrici tutta al femminile, un ingranaggio perfetto dove ognuna porta il suo contributo al gruppo. Molto verosimile il racconto di come funzionano le indagini viste dall’interno del mondo delle procure (un punto di vista spesso trascurato nei romanzi gialli). C’è poi a corredo tutto il sottobosco romano tra vip, politici che affollano i locali della dolce vita romana.

E poi questo personaggio che si fa fatica ad afferrare, Manrico Spinori, un titolo nobiliare sulle spalle di cui però rimane solo il lustro di facciata, perché la vera ricchezza accumulata dagli avi è stata sprecata negli anni dall’augusta madre, donna Elena. Tanto bella quanto ammalata del vizio della ludopatia..
Ecco, se devo dare un volto a questo magistrato dall’aria malinconica, non riesco a non pensare ad un Marcello Mastroianni col suo sorriso triste nel finale ne “La dolce vita” di Fellini.

Manrico Spinori, chiamato il Contino in procura, è un magistrato preparato, capace di muoversi in modo felpato nelle inchieste delicate che gli affida il suo superiore, quella “vecchia volpe” del procuratore Melchiorre.

Faceva parte del suo metodo investigativo. Non c’è situazione umana, incluso il delitto, che non sia stata raccontata nella lirica.

Tanto felpato e abile nel muoversi nel complicato mondo romano, tra politici ricconi e gente con visibilità mediatica, quanto volubile sull’aspetto sentimentale: oltre all’ex moglie, alle spalle diverse relazioni finite, alcune bene altre meno, ma sempre vissute con la sensazione di non volersi gettare veramente dentro.

Negli ultimi mesi Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda, detto «il contino» per le sue origini aristocratiche, si era occupato di numerosi casi bagatellari, firmando qualche centinaio di richieste di archiviazione

Appassionato di musica lirica, Manrico Spinori è convinto che ogni caso su cui deve indagare è stato già “cantato” in un’opera, bisogna solo individuare quella giusta.

Qual è l’opera che più calza questa indagine che gli viene appioppata dal procuratore capo mentre si trova in vacanza a Sabaudia con la madre, il figlio e il maggiordomo Camillo?

Tutto nasce da un video girato all’interno di un famoso ristorante, il Controcorrente di chef Marini: un video in cui si vedono dei commensali in preda a delle allucinazioni, tanto da dover essere ricoverati.

Il video è stato pubblicato da un sito di Gossip che sembra essere sempre ben informato dei casi di cronaca che succedono in città (e anche in questa storia ci sarà qualcuno che passerà diverse notizie al sito): non è solo per questo che Melchiorre chiede a Manrico di indagare. Il giorno seguente a quello del video, è morto per avvelenamento un commensale, che era anche un colonnello dell’esercito, Vladimiro Micheli. Come gli altri, anche lui aveva consumato una speciale pietanza a base di funghi.

Come gli altri commensali avvelenati da un fungo allucinogeno, anche il colonnello Micheli era stato ricoverato al pronto soccorso, ma era poi ritornato a casa. Ma due giorni dopo era stato trovato morto, sempre per avvelenamento da fungo, ma questa volta per la mortale Amanita Falloide. Che ci sia una connessione o meno, bisogna aprire un fascicolo, contro ignoti, facendo partire tutto l’iter del caso.

Non si tratta di un banale caso di avvelenamento: Manrico e la sua squadra, l’abile tecnica informatica Gavina Orrù, Marinella la fedele segretaria e Deborah Cianchetti, la tosta ispettrice se ne rendono conto sin da subito: c’è prima di tutto da entrare in quel mondo così distante che è quello degli chef e dell’alta cucina.

Ci sono poi i servizi che irrompono nell’indagine: stavano forse controllando il colonnello Marini? E per questo che è stato ucciso?

Manrico viene avvicinato da un agente dell’Aisi, il controspionaggio interno, molto avvenente e molto abile, Stefania Baldini: apparentemente i servizi vogliono giocare a carte scoperte con la procura e con la squadra di Spinori, ma quest’ultimo ha l’impressione che gli stiano nascondendo qualcosa.

Anche questa donna così affascinante, tanto da far sentire a Manrico quella scossa sentimentale, lo sta veramente aiutando nel caso oppure lo sta solo manipolando per usarlo per propri fini?

C’è sempre una certa diffidenza, quando in una storia entrano quelli dei servizi: non solo per tutte le pagine nere della nostra storia in cui sono stati coinvolti (piazza Fontana, strage di Bologna..), c’è la sensazione che il loro lavoro non corrisponda veramente alla protezione del paese e delle istituzioni, ma a proteggere il potete in nome di una falsa “ragione di stato”

Si oscillava dall’intrigo dei salotti al carrierismo del singolo funzionario, finché alla fine qualche formula magica non copriva tutto, il tappeto sotto il quale nascondere il pattume degli arcana imperii. C’era chi la chiamava «ragion di Stato»

Per risolvere questa indagine Spinori e le sue investigatrici dovranno addentrarsi nel mondo dell’alta cucina, vincendo anche qui un ulteriore pregiudizio.

Lui amava l’opera, altri la grande cuisine… Perché, dunque, negare quarti di nobiltà all’antica arte della tavola? Non si erano forse decisi destini di popoli e di dèi, fra un rombo alla brace e un flan di zucca?

Un mondo strano, questo: c’è un dietro le quinte nel mondo degli check, con una stella o più, con una spietata competizione tra i grandi cuochi che passa anche dai reality che poi si riverbera anche nelle cucine che più che luoghi dove preparare pietanze che saziano la pancia e lo spirito si rivelano dei campi di battaglia.

La cucina non è un posto per cuori teneri e spiriti deboli. Qui è una trincea, si è in guerra ogni singolo minuto della giornata. In cucina ci vogliono generali e soldati semplici.

Chi ha ucciso e perché il colonnello? Che correlazione c’è con l’avvelenamento nel ristorante stellato di chef Marini? E, soprattutto, cosa ruolo hanno in questa storia i servizi?

Tutti enigmi che troveranno una soluzione così come troverà una risposta la domanda del “contino”: qual è l’opera di riferimento per questa indagine?

La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

13 giugno 2024

Il bacio del calabrone: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo


 

La serata era cominciata male per Manrico Spinori. Su invito del sovrintendente Luci, aveva assistito alla prima di una nuova edizione della Traviata di Giuseppe Verdi. La regia scolastica di un lituano che andava incomprensibilmente per la maggiore e l’intollerabile sovrabbondanza di pizzi, trine e crinoline lo avevano messo di cattivo umore.

Delitto a teatro – così potremmo definire la strana situazione di cui è testimone il procuratore Manrico Spinori: la morte apparentemente accidentale del proprietario di una casa di moda, Tito Cannelli, al termine della cena di gala dopo la prima di una nuova versione della Traviata a teatro.
Una duplice punizione per Spinori, chiamato il contino per la sua eredità nobiliare (solo nei titoli): prima quella rappresentazione troppo “moderna” dell’opera lirica e poi quella cena assieme al bel mondo che conta della capitale, dove eran presenti perfino degli arabi, futuri acquirenti della casa di moda. Unica nota positiva della serata, quanto meno per l’indole del contino facile a subire il fascino femminile, l’incontro con la giornalista Vera Grant, che lo introduce nel mondo della moda, protagonista della serata: la stilista della casa, Irina Zed, colei che ha disegnato i vestiti per l’opera, il suo futuro sposo Tito Cannelli, il patron del marchio, un ragazzo che si è seduto al loro fianco che continua a scattare foto. Una serata tutto sommato finita bene, se non per quell’imprevisto:

Manrico si avvicinò al tavolo d’onore. Cannelli era disteso per terra, immobile.

Tito Cannelli muore senza che i soccorsi riescano a fare qualcosa: si pensa subito ad un incidente, era allergico a diverse cose, tra cui anche al veleno degli insetti, come le vespe, proprio come quella che Manrico Spinori uccide con una “schicchera” ripresa in un video diventato subito virale.
L’assassino giustiziato dal giudice senza nemmeno passare da un processo: questa potrebbe essere la sintesi finale, ma il procuratore capo, per evitare che attorno a questa morte inizino a girare certe voci, chiede a Spinori di aprire un fascicolo investigativo da archiviare subito, dopo che le acque si sono calmate, perché tanto non c’è nulla da chiarire. Giusto una mossa politica:

Manrico non rispose, si limitò a un mezzo sorriso. Ho capito perché sei arrivato dove sei, avrebbe voluto rispondergli, e perché salirai ancora. Ma non ti invidio le qualità «politiche». Spero solo che tu riesca a non sporcarti troppo le mani.

Una morte accidentale, dunque. O forse no: a complicare le cose per il contino e per la sua squadra al femminile, succede qualcosa. La pubblicazione di un video che mostra un alterco tra il morto e l’ex designer, che evidentemente non si rassegnava ad essere messo da parte sul un sito scandalistico, ’NDOSPIOSPIO, ma generalmente ben informato sui fatti di cronaca per la sua rete di informatori, di un articolo sul delitto.

Meglio non archiviare, dunque, a questo si era ridotto il lavoro della giustizia: “Dovevano muoversi per stare appresso ai media, anche ai piú discutibili. A questo si era ridotto il loro lavoro!”.

Se si deve aprire un fascicolo – si dice Spinori - che almeno si faccia una parvenza di indagine, anche se contro ignoti, visto che l’insetto responsabile dello choc anafilattico è stato giustiziato dal magistrato.
La conoscenza di Vera lo aiuta ad entrare nel magico mondo della moda: Tito Fanelli stava vendendo il suo marchio agli arabi, la trattativa era in corso da mesi. Questi avevano preteso la cacciato del designer, Luca Righi, il genio che con le sue idee eccentriche aveva risollevato il marchio, ma troppo eccentrico per la mente dei nuovi proprietari, poco inclini ad accettare un uomo con la gonna.

Tutto questo porta l’ex creator Luca Righi dalla parte dei possibili indiziati: aveva un motivo di astio, era presente a quella cena, avevano appena litigato..
Poi c’è la mancata futura moglie, Irina, che era diventata la numero uno in azienda dopo che Righi era stato mandato via: Manrico sente che in lei c’è un profondo dolore per la morte di Tinelli, ma che c’è anche qualcos’altro, qualcosa che gli sfugge.
L’ispettrice Cianchetti porta altri indizi al magistrato contro Righi, Lollo, come veniva chiamato a Milano, prima che facesse perdere le sue tracce: è quella allora la soluzione del caso, il movente va ricercato nel rancore personale?

L’indagine che doveva essere archiviata dopo una settimana inizia a trasformarsi in qualcosa di diverso: prima di tutto perché Spinori inizia una breve relazione con Vera, la giornalista, che lo aiuta a mettersi in contatto con Lorenzo, che ovviamente nega tutto, quella sera era presente alla cena solo per sputare in faccia ai due giuda che lo avevano tradito.

E poi .. poi arrivano altre morti, altri personaggi legati alla casa di moda, presenti quella sera alla cena, la stampa e anche il sito scandalistico iniziano a scrivere articoli sui “delitti del teatro”, arrivando anche ad ipotizzare piste più o meno realistiche, cercando di mettere in cattiva luce l’operato della polizia giudiziaria, tanto l’importante solo i click, le copie vendute.

Il problema per Manrico Spinori è duplice: non riesce a gestire in modo oggettivo quel caso, troppo coinvolto dal rapporto con Vera, che complica la sua già difficile situazione sentimentale, quella di un uomo che si stanca troppo facilmente nelle relazioni. Un uomo fedele alle sue infedeltà.

Poi c’è la questione dell’opera lirica che manca:

Era convinto che non esistesse situazione umana, incluso il delitto, che non fosse stata affrontata da un melodramma. Perché nell’opera si annidano i moti profondi dell’animo, e i delitti, tutti i delitti, da quello dipendono, in ultima analisi: da un’alterazione dei moti dell’anima.

Per questo trovare l’opera lirica giusta significa risolvere il caso.

Qual è dunque l’opera che ispira questo delitto e i successivi della catena? Perché è stato ucciso l’imprenditore della moda Tito Cannelli? Cosa c’entra quel “bacio del calabrone” che battezza la storia?
La risposta arriverà solo alla fine, grazie al lavoro della squadra investigativa, che è fatto anche di piste sbagliate, di errori di valutazione, dall’analisi certosina di tabulati, dei video delle immancabili telecamere. Andando perfino ad interrogare gli oggetti perché loro, anche a distanza di anni, sanno parlare se trovano qualcuno capace di ascoltarli: “A differenza dei testimoni gli oggetti sono indifferenti, neutri, affidabili.”
Perché l’antico proverbio per cui non è tutt’oro quello che luccica vale anche per il mondo della moda, dove dietro le luci del successo, del lusso, si nascondono tante piccole meschinerie, in fondo ha ragione il contino, non c’è dramma che non sia stato già stato raccontato da un’opera. E questa volta il dramma colpirà anche un maschiaccio come l’ispettrice Cianchetti, colpita dal dramma della povera Violetta nella Traviata di Verdi, un dramma che racconta a modo suo:

Vojo di’, no, sta Violetta… sarà pure stata ’na mignotta, ma poi se innamora de ’sto Alfredo e la pianta de fa’ la vita, no? E se venne puro li gioielli per mantenerlo, il tipo, visto che lui ha rotto co’ la famija.

Qui potete rivedere la presentazione del libro sul TG regionale:

Manrico Spinori continua ad essere ossessionato dall’opera lirica .. Manrico Spinori è un magistrato che pattina sull’esistenza in modo educato, un aristocratico che viene da cinque secoli di casato illustre che ha avuto papi, duchi ma anche grandi ladroni, quindi Manrico Spinori non deve dimostrare niente a nessuno ..”
Perché un personaggio seriale come Spinori?

E’ il mio pretesto per raccontare il mono della giustizia oggi in un modo leggero”.
Cosa farebbe il suo personaggio di fronte ad una riforma come la separazione delle carriere?
“Niente, se ne andrebbe a pesca o a fare un altro mestiere. smetterebbe di fare il pubblico ministero. ”

La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 luglio 2023

Colpo di ritorno di Giancarlo De Cataldo

 


La vibrazione insistente del cellulare sorprese Manrico nel bel mezzo di un sogno delicato e gaio. Era al centro di un prato verdissimo, circondato da margherite bianche. Cani dai vari colori scorrazzavano tutt’intorno, e in un laghetto, o forse uno stagno, apparso all’improvviso, si bagnavano ragazze svestite.

Ritornano le indagini del procuratore Manrico Spinori, pm nella procura di Roma, amante della musica lirica tanto dall’andare a cercare nelle opere l’ispirazione per la risoluzione dei casi che deve affrontare perché

.. Manrico era profondamente convinto che non esistesse situazione umana, incluso il delitto, che non fosse già stata raccontata da un melodramma

Ma in quest’ultima indagine, che gli verrà affibbiata dal procuratore capo, sarà complicato trovare un’opera adatta, tanto che il guizzo finale, l’intuizione che gli consentirà di mettere le mani sull’assassino arriverà solo alla fine, quando tutte le piste si sono rivelate delle porte chiuse.

Il procuratore Gaspare Melchiorre viveva in un elegante attico vicino al Palazzaccio, il monumentale complesso di fine Ottocento che ospitava la Cassazione e dove lui ambiva a chiudere la sua carriera, sempre di non inciampare, nel frattempo, in qualche imprevisto.
– Manrico. Grazie per essere venuto così di corsa, ma è… una specie di emergenza.
– Gaspare, non per metterti fretta, ma se venissi al punto.
– Hai sentito parlare dell’omicidio del mago di Trastevere?
– Vagamente, perché?
– Devo sostituire il titolare del caso, e data la delicatezza della situazione ho pensato che tu potessi essere l’uomo giusto… Manrico si sporse in avanti. La domanda che rivolse al procuratore suonò, forse, ironica ai confini del sarcastico.
– C’è qualcosa che devo sapere, Gaspare?

Come mai quella vecchia volpe del procuratore capo, un magistrato partito con tanti ideali per una giustizia uguale per tutti, poi convertiti ad un maggiore pragmatismo “politico” che ha consentito una più serena carriera, ha pensato a Manrico Spinori per quel caso?

Perché in una notte di tempesta abbattuta sulla città eterna, con tanto di black out, è stato ucciso nel suo studio il mago Narouz, il mago di Trastevere, che aveva tra i suoi clienti, oltre a vip della televisione, anche un’importante senatrice della repubblica (non mancano i riferimenti reali a cui ispirarsi, nella politica di oggi).

Una che ha fondato la sua carriera su un’immagine di donna tradizionale, sul populismo gridato via social per acchiappare tanti like in modo facile. Sarebbe un bel colpo sua immagine se si venisse a sapere che frequentava un mago e chissà per quali motivi poi..

Il procuratore capo, oltre che amico della senatrice, spiega a Manrico che il governo (di cui il partitino della senatrice Olivieri fa parte) è in crisi, potrebbe aprirsi un rimpasto tra i ministri, tra i papabili ci sarebbe anche il suo nome

L’attuale maggioranza zoppica, Manrico… Di là dalle apparenze di compattezza che venivano sciorinate a una stampa piú o meno asservita

Ecco l’incarico che cade tra capo e cosa a Manrico Spinori: un’indagine in cui dovrà muoversi con molto riservo, guai a spifferare qualcosa ai giornalisti, per capire chi possa aver ucciso, colpendolo alla testa con un corpo contundente, il mago di Trastevere.

Spinori è un magistrato progressista, toga di sinistra secondo i tanti nemici, ben introdotto nel mondo che conta nella capitale per le sue origini. Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda, questo il suo nome completo ultimo “rampollo” di un’antica famiglia della nobiltà romana, finita in disgrazia per causa della ludopatia della signora madre, con cui ha un rapporto “complicato”: “adorava la sua inveterata e irredimibile follia, quella vena di cupio dissolvi che in qualche misura sentiva di aver ereditato”.

Assieme alle sue collaboratrici dovrà prima di tutto capire chi erano i clienti che andavano dal mago Narouz fiduciosi nelle sue capacità, almeno quelle da lui decantate.

Uno di loro potrebbe essere l’assassino: l’interrogatorio con la senatrice avviene nel “Centro Dati”, un palazzo di epoca fascista lontano da giornalisti e altri occhi indiscreti

Il mio dono, – rispose la Olivieri, fissandolo negli occhi con uno sguardo ai confini del languido, – è nella determinazione. Il Mago Narouz, Pino Capomagli, mi ha insegnato a non dubitare della mia determinazione

Tipa tosta questa senatrice, tanto dura di facciata, tanto ipocrita nel suo modo di essere: ma a parte una frecciata a compagni di partito non racconta nulla di rilevante alla squadra di Manrico.

Che è una squadra tutta al femminile: dall’ispettrice Cianchetti, alle prese con un suo problema personale, alla segretaria Sandra Vitale fino a Gavina Orru esperta nelle indagini in rete.

Chi è l’assassino del mago? Uno dei suoi clienti che, di fronte ad un insuccesso, a un evento che il mago non aveva preventivato, si è gettato contro di lui in un momento di rabbia?

Oppure è solo una questione tra maghi, ce ne sono tanti in giro, tutti gelosi tra di loro, pronti a fregarsi i clienti promettendo alle loro vittime qualcosa che non potremmo mai avere: Manrico deve seguire anche questa pista e percorrerla fino in fondo.

Ma c’è un’altra ipotesi, che piace molto ad una parte del mondo dell’informazione, quella che si rivolge alla pancia delle persone e che piace molto meno al magistrato: si tratta della pista delle sette sataniche, ovvero un delitto maturato nel mondo dell’esoterismo, della stregoneria, di gente che crede veramente in satana, nei demoni e via cantando..

Qual è la pista giusta? Qual è l’opera lirica che ha già raccontato questo dramma?

Nonostante le apparenze in questo “Colpo di ritorno” (forse tra i meno convincenti della serie) non si parla solo di magia in quest’ultimo romanzo di Giancarlo De Cataldo che, in ogni caso, si è ben documentato sull’argomento (come da bibliografia a fine libro).

La clientela del mago rappresenta uno specchio del paese, o di una parte diciamo: le attricette in cerca di una parte disposte a tutto, il politico che di fronte ai suoi elettori deve mostrare una faccia, diversa da quella che si ha in privato, con tutte le paure, la signora di buona famiglia che insegue la cabala al gioco.. E poi l’enigma del magistrato, che vorrebbe fare il suo mestiere senza guardare in faccia a nessuno: ma sempre è così.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


15 giugno 2021

Il suo freddo pianto: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo

 


Quando il presidente della sesta sezione del tribunale gli dette la parola, Manrico Spinori della Rocca, pubblico ministero in Roma, si alzò e, prima di pronunciare la requisitoria, si soffermò sugli imputati, seduti accanto al loro avvocato, con sei nerboruti agenti della polizia penitenziaria piazzati a gambe larghe e braccia conserte alle loro spalle.

Comincia con una requisitoria in aula per un processo legato ad un crimine di droga, uno dei tanti per una grande città come Roma, il terzo capitolo della serie con Manrico Spinori, procuratore della Repubblica di Roma: Manrico Spinori della Rocca, detto il contino, un soprannome nato dal suo essere di origini nobili, di una nobiltà senza ricchezze però, perché queste sono sparite nel nulla per colpa della malattia della madre, la contessa Elena, col suo problema di ludopatia.

Un soprannome che gli è rimasto addosso, non solo in casa, dove viene chiamato così dal fido Camillo, domestico e angelo custode della madre Elena. Ma anche in procura, con un pizzico di malignità a cui però Spinori non ha mai dato troppo peso.

Perché Manrico Spinori della Rocca è un procuratore che crede ancora nella legge e nella giustizia, non ha mai inseguito alcun carrierismo all'interno del palazzo ed è rimasto al suo posto di sostituto nonostante abbia seguito diversi casi intricati e complessi.

Nella sua visione della giustizia, la pena avrebbe dovuto costituire l’extrema ratio, il carcere la scelta disperata che non ammette alternative.

In questo terzo capitolo si ritrova per le mani un vecchio caso che egli stesso aveva seguito dieci anni prima, che si riaffaccia sul presente grazie alle rivelazioni di un pentito di 'ndrangheta che un suo collega, Blumenstein, sta interrogando. Collega che condivide con lui la passione per l'opera lirica

Manrico lo aveva visto commuoversi sul Va, pensiero, e aveva commiserato per l’ennesima volta quei mentecatti che, in anni trascorsi, avevano contrabbandato per litania padana il lamento struggente degli ebrei in cattività.

Questo pentito, Er Farina un piccolo spacciatore pizzicato con 40 kg di coca, ha iniziato a vuotare il sacco, come si dice in gergo e tra i delitti di cui ha iniziato a parlare c'è anche l'omicidio di un certo Lo Moro, un nome che a Spinori inizialmente non dice nulla.

Perché in realtà questo Lo Moro era meglio noto come Veronica, una trans che si prostituiva per un ristretto numero di fidati clienti nel suo appartamento in zona Montesacro..

Che mi sa dire di quell’omicidio, Mancini?

Che avete preso una cantonata.
– Sarebbe a dire? – Avete accollato l’omicidio alla persona sbagliata.

La persona sbagliata era uno dei clienti di Veronica, un colonnello dell'esercito che, subito dopo l'inizio delle indagini, si era suicidato, mettendo la parola fine alle indagini della polizia e del magistrato, Spinori appunto.

Tutto chiuso, tutto risolto. O forse no, se ora bisogna credere alle parole di questo pentito, che suscita qualche diffidenza per quel suo atteggiamento, certo. Ma quelle parole, “la persona sbagliata” lasciano un brutto sapore in bocca al “contino”.

Che decide di riaprire le indagini, nonostante lo scetticismo della sua squadra in procura: una squadra tutta al femminile, le sue valchirie le chiama.

La dura e un po' coatta Cianchetti, l'esperta di informatica Orru, la segretaria Sandra Vitale e la flemmatica Brunella.

Dispiaceva anche a lui questa mancanza di sintonia. Tuttavia non c’era rimedio. Non lo avrebbero seguito, dunque toccava a lui stabilire se andare avanti o lasciar perdere il caso Veronica.

Una mancanza di sintonia con le donne che non riguarda solo le sue collaboratrici: anche con la madre il suo rapporto soffre degli effetti della ludopatia e il suo “talento per la dissipazione”. Ci sono poi le due donne che hanno un posto nei suoi pensieri e che ora sembrano sfuggirgli: Maria Giulia, la bella enigmatica signora conosciuta all'opera (e dove altrimenti?) e Stella Dubois, consulente della scientifica, amazzone sul suo centauro a due ruote.

Ma anche quel delitto di tanti anni prima è nei suoi pensieri, assieme al timore di aver potuto causare la morte di un innocente, come il colonnello Ridorè: è tempo di riprendere in mano quel fascicolo per capire se c'è qualcosa che non torna, delle incongruenze, qualcosa che è sfuggito.

E nonostante “la mancanza di sintonia”, qualcosa viene fuori di strano: la morte di un'amica di Veronica, Betty, giusto un anno dopo, per overdose. Morte scoperta dagli stessi agenti della volante che erano intervenuti nell'appartamento di Veronica a Monte Sacro.

Dei due, uno è rimasto in servizio e l'altro invece è passato al privato, diventando responsabile della sicurezza di un importante gruppo privato che si occupa di cantieri nell'ambito della cooperazione internazionale.

Partirà da qui la nuova indagine del contino che, questa volta più che mai, avrà bisogno dell'aiuto di tutta la sua squadra, per risolvere questo caso che si rivelerà ben più complicato che un omicidio e un caso di overdose.

Dietro quelle morti ci sono interessi ben più importanti: se ne accorgeranno Manrico e i suoi collaboratori, quando alcune notizie di questa storia iniziano ad uscire su blog che sembra molto informato sulle loro decisioni. Pure troppo ..

Manrico aveva una ferma convinzione: non esiste situazione umana, incluso il delitto, che non sia stata raccontata da un’opera lirica. Per risolvere un caso, si tratta d’individuare l’opera di riferimento.

Diversamente dai precedenti casi, Spinori in questa storia che ad un certo sembra arenarsi, non riesce a trovare la sua opera di riferimento: per cosa sono state uccise Veronica e Betty?

E' un delitto passionale? Una vendetta?

Eppure la sua confidente, Ladiosca (come il cartone animato che veniva trasmesso negli anni '80), aveva cercato di metterlo sulla buona strada, a modo suo, usando l'espediente dei tarocchi: la giustizia rovesciata, il matto..

Sarà merito della sua tenacia e della bravura delle sue collaboratrici, sempre più legate tra loro e legate al “contino”, se si arriverà a sbrogliare la matassa, anche grazie ad un saltafosso non proprio in linea col codice.

Una serie in crescendo, questa dello scrittore Giancarlo De Cataldo: rispetto al primo romanzo, questo è molto più intrigante come storia e anche la scelta di far crescere gli altri personaggi attorno al protagonista lo rende molto più interessante, perché consentirà di sviluppare legami interessanti tra di loro nei prossimi capitoli.

Il libro lascia spazio a vari spunti, il ruolo della giustizia in questo paese, dove è sempre più difficile sottrarsi al giustizialismo di pancia delle persone.

Dove i magistrati devono subire non solo la pressione dai superiori, specie nei casi che toccano certi interessi, ma anche quella della stampa:

Del resto, anche giornali un tempo assai piú seri ormai inseguivano lo strillo e lo scandalo a ogni costo, per non parlare dei podcast, ultima frontiera del morboso.

Rimane un dilemma: quale sarà l'opera di riferimento per questo delitto del passato, archiviato troppo in fretta?

“Il suo freddo pianto” è una citazione presa dalla Lulu di Alban Berg si era ispirato al dittico di Frank Wedekind con protagonista Lulu “dalle gelide lacrime”, una donna che è sia vittima che carnefice.

A proposito, riuscirà il nostro contino a trovare la sua donna, magari non una gelida Lulu, tra le tante che ha per la testa?

La scheda sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


27 dicembre 2020

Un cuore sleale: Un caso per Manrico Spinori di Giancarlo De Cataldo


 

Verso occidente erra lo sguardo;

verso oriente scivola il naviglio.

Ma questo mare d’inverno, pensava Manrico Spinori della Rocca, sostituto procuratore della Repubblica in Roma, che c’entra con Wagner? Non ha niente del procelloso approdo che turba Isotta. Né, se per questo, si profila all'orizzonte un qualche valoroso Tristano in ambasce. Questa è Ostia. Non ondeggia alla fonda un veliero wagneriano, ma il Chiwi. Un imponente motor yacht Mari Nardi [..] Un'autentica bestia del mare, proprietà di Proietti Ademaro, imprenditore.

Non poteva che cominciare con una citazione wagneriana, dal mondo dell'opera, per la seconda indagine del sostituto procuratore Manrico Spinori.

Detto il “contino”, non per scherno, ma perché di origini aristocratiche, figlio di un vero conte, quel padre perso giovane e per cui non riuscì, all'epoca, a versare una lacrima.

Origini nobili e una grande passione per l'opera tanto forte da fargli pensare che ogni dramma, ogni delitto, sia già stato raccontato:

Sinora aveva quasi sempre vinto affidandosi al proprio credo: non esiste situazione umana, compreso l’omicidio, che non sia già stata contemplata da un’opera lirica.

Quale opera allora potrebbe celarsi dietro la scomparsa di Ademaro Proietti, settantaquattrenne imprenditore edile romano, uno di quelli che avevano costruito Roma, un palazzinaro per usare un'espressione poco educata sul genere?

Dopo una notte in barca, assieme ai suoi tre figli (una sorta di rito, ogni anno, ogni 9 dicembre), era scomparso dal suo yacht. Caduto in mare, probabilmente.

La sera prima i tre figli, i due gemelli Vittorio e Umberto e Renzo, assieme al genero Brian (marito della figlia, esclusa da quel rito di soli maschi) avevano fatto tardi giocando a poker e bevendo anche qualche bicchiere. La mattina dopo del padre nessuna traccia.

Tra l'altro, essendo il fatto avvenuto tra Ponza e Ostia, non è chiaro chi sia competente del caso, se Roma o Velletri: ma anche in assenza di un cadavere, Manrico e la sua squadra di sole donne, prepara un modello 45, un'indagine su un reato che forse non c'è. Perché potrebbe essere stata una disgrazia. Il vecchio costruttore aveva bevuto, era stanco ..

E' un caso spinoso: il procuratore capo Melchiorre lo affida a Manrico, ricordandogli le pressioni, le telefonate ricevute da ministri e finanzieri, lo scomparso era o è “uno dei ras dell’edilizia, e tu sai che Roma è una città che vive di edilizia…”

Un caso spinoso perché l'avvocato di famiglia è la famosa avvocata Schroeder, “Astro nascente del foro romano. Era cresciuta nello studio del professor Bullà, del quale era stata figlioccia e pupilla”.

Un'avvocata capace di far valere i suoi rapporti con la stampa, per condizionare l'opinione pubblica e gettare un po' di fango sul pm di turno se non gradito.

Da modello 45, si passa ad una vera e propria indagine su una morte, forse accidentale o forse no: il cadavere di Ademaro Proietti viene rinvenuto proprio sul porto di Ostia: da una prima analisi del medico legale, viene fuori un'interessante traccia. Una ferito sulla nuca, il morto avrebbe ricevuto un colpo in testa, prima di finire in mare.

Abbastanza per parlare di omicidio?

La famiglia fa muro in difesa del buon nome dei Proietti: a Manrico raccontano tutti la stessa versione, la partita a poker, il whisky, nessuno screzio, nessun alterco.

Stessa versione dal capitano della barca e dall'unico marinaio, che faceva anche da aiutante della famiglia a terra.

Forse proprio per questo, Manrico decide di andare avanti col caso, nonostante le pressioni per archiviare il caso come disgrazia.

Quella dei Proietti era una famiglia particolare: c'era il vecchio Ademaro, il re incontrastato, che ancora prendeva le sue decisioni. Anche in contrasto coi due primi figli gemelli, Umberto e Tommaso, che davano l'impressione di vivere in simbiosi l'uno dell'altro.

Poi Sofia, la moglie di Brian Montemurro, che nella ditta di famiglia si occupava delle vendite; infine Bruno, l'ultimo figlio, caratterialmente diverso dagli altri.

Particolare anche l'origine delle fortune, nate grazie a degli affari sporchi del padre di Ademaro con le SS durante l'occupazione.

Ademaro era finito in tante inchieste, cosa naturale per il suo lavoro, ma tutto si era sempre concluso con archiviazioni. Col beneplacito di una stampa sempre amica.

Laziale sfegatato, Ademaro possedeva un orologio da 2 milioni di euro, un Grand Complication comprato per lo scudetto della Lazio nel 1999 e che portava sempre al polso. E ora scomparso, assieme al suo cellulare. Uno di quei personaggi all'italiana, delle simpatiche canaglie che non riuscivi ad odiare del tutto, che Gassmann o Sordi avrebbero ben ritratto, in un film di Risi o di Monicelli.

Se la sua famiglia fosse stata una costellazione - diceva il vecchio Ademaro, lui sarebbe stato il sole.

Gli interrogatori di Manrico e della sua squadra, la poliziotta da strada Cianchetti, la maga del computer Orru e la meticolosa Vitale, però portano a ben poco.

Non solo, l'ostinazione nel portare avanti l'indagine, rinforza le tensioni tra la procura e la famiglia del morto.

Sull'indagine calano le pressioni da parte della famiglia, gli articoli di accusa usciti su alcuni giornali garantisti e, come colpo finale, la richiesta del procuratore capo Melchiorre, di passare l'inchiesta a Velletri. Dove il procuratore non vede l'ora di archiviare.

Melchiorre, la volpa grigia, è un magistrato che ha fatto carriera mettendo da parte quel rigore etico, quel rispetto della giustizia, diversamente da Manrico Spinori che ora, offeso da questa imposizione, decide anche di lasciare la procura di Roma.

Ma. Come spesso accade in molte indagini, anche nei libri gialli, l'indagine verrà riaperta quasi per un caso, un caso sinistro, la morte di uno dei protagonisti di quella sera sullo yacht.

L'indagine, la matassa, lo gnommero, troveranno la giusta spiegazione e, cosa ancor più importante, Manrico troverà l'opera giusta per raccontare questo dramma:

Era una storia di maschere e di intrighi, di tradimento, di slealtà. L’aveva ascoltata per intero la notte prima.. Un ballo in maschera. [..] Perché quest’opera? Era la storia di un regicidio mescolato a una passione torbida e segreta.

Questa seconda indagine con protagonista il pm Spinori mi ha convinto molto più della precedente (Io sono il castigo): il protagonista rimane sempre lui, il procuratore amante dell'opera, con una madre nobile ma che si è giocata i beni di famiglia per la sua ludopatia e che deve dunque tenere controllata.

Un uomo capace di essere elegante in modo naturale, un Mastroianni dei nostri tempi verrebbe da dire, colto e a volte un po' pesante. Ma attorno a lui anche gli altri personaggi trovano spazio, cominciando dall'ispettora Cianchetti, un metro e ottanta di muscoli e tatuaggi, politicamente scorretta ma dotata di intuizioni utili.

Altre donne troveranno spazio accanto al procuratore, oltre alla madre e a quelle della sua squadra: un medico legale all'apparenza timida che viaggia su una moto di grossa cilindrata. E poi Maria Giulia, la bella donna conosciuta proprio all'opera, con cui non riesce ancora ad aprirsi.

Un cuore sleale è un giallo che, partendo dallo schema del delitto in una stanza chiusa (lo yacht ormeggiato al largo), si trasforma in una sottile indagine psicologica sui membri di una famiglia, abile nel celare i rancori che covavano all'interno.

La scheda del libro sul sito di Einaudi, un approfondimento con alcune recensioni e il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 giugno 2020

Io sono il castigo: Un caso per Manrico Spinori, di Giancarlo De Cataldo



Prologo  
Un uomo in redingote, con una penna d’oca in mano, verga righe frettolose su un foglio. Alle sue spalle una donna molto bella, in abito da sera. Sono in un ampio salotto, con un caminetto e una tavola imbandita. Mentre l’uomo scrive, la donna si avvicina alla tavola, prende un bicchiere e lo porta alle labbra.D'improvviso si accorge del coltello affilato che scintilla accanto ad un piatto di ceramica e, accertatasi che l'uomo non possa vederla, ghermisce lesta l'arma. L'uomo posa la penna, appone il sigillo sul foglio, lo ripiega e si dirige verso la donna per abbracciarla.

No, non è la scena di un delitto reale quella a cui stiamo assistendo.
Si tratta della Tosca, l'opera drammatica di Giacomo Puccini: la donna è proprio lei, Tosca, che armatasi di coltello, decide di vendicarsi pugnalando il cardinale Scarpia, che a sua volta la sta truffando ..
C'è un uomo in platea che si sta godendo la scena: un signore ben vestito, di mezz'età, appassionato di opera lirica, di origini nobili, il suo nome per esteso è Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e Santa Gioconda.
Ma di questa nobiltà è rimasta solo una parvenza, per vicissitudini di famiglia. E quel soprannome, che circola nell'ambiente della procura di Roma, “il contino”.
Perché Manrico Spinosi nella vita si occupa di cadaveri e di delitti reali, essendo un procuratore della Repubblica.
Il secondo atto si spense nel silenzio. Finalmente partí l’applauso. L’uomo dai capelli grigi si alzò e si diresse verso il foyer per un calice di vino. In quel momento gli vibrò il cellulare. Lesse il messaggio, sospirò, e scuotendo la testa uscí dall’edificio, avviandosi al vicino parcheggio di taxi. Il suo nome era Manrico Spinori, sostituto procuratore della Repubblica in Roma.
Quel mercoledí era di turno ed era stato convocato in ben altro teatro.

Si tratta di un incidente, un'auto che, perso il controllo, è andata a sbattere contro il muro, rischiando il frontale con una seconda macchina il cui conducente ha poi chiamato ambulanza e vigili.
L'autista dell'auto (una Iso Rivolta Fidia, un gioiellino d'epoca), miracolosamente, è riuscito ad uscirne vivo, sebbene ferito; sull'altro sedile invece, il morto
Il cadavere era di un maschio, bianco, sui settanta, probabilmente qualcosa di piú. Abiti un po’ stravaganti o forse soltanto antiquati..

Un viso che dice qualcosa al magistrato, come se l'avesse già incontrato in una vita passata.
Incidente oppure omicidio colposo? Comunque sempre una storia di soldi e di assicurazioni, «er priffe e ’r pelo», vale a dire l’oro e la passione, come aveva già sancito il Belli tanto tempo fa.

Ma non è il solito delitto stradale, uno dei tanti, perché prima di tutto il morto era qualcuno: il morto che stavano portando alla Morgue si faceva chiamare Mario Brans, nome d’arte dello Stefano Diotallevi, cantante famoso col soprannome di “ciuffo d'oro” negli anni settanta. Recentemente aveva scoperto una seconda giovinezza partecipando ad una trasmissione di talent in TV.

C'è poi un'altra scoperta, che non arriva dall'osservazione della scena, della dinamica dei fatti, dai resti dell'auto. La morte di un personaggio famoso ha subito una eco sia all'interno della procura (che da mano libera a Spinori, concedendogli perfino un'auto di servizio), sia sui giornali e sui blog.
Da uno di questi arriva la soffiata che l'auto di “ciuffo d'oro” sarebbe stata manomessa, qualcuno avrebbe tagliato il filo dei freni.
D'altronde la stessa testimonianza dell'autista, Mangili, conferma questo fatto: all'improvviso la macchina era diventata ingovernabile. Mangili era forse qualcosa di più di un autista per il morto: amico, confidente, “figaro” secondo la personale definizione di Manrico, per la sua fissazione di ricondurre tutte le storie e le persone con cui ha che fare, a personaggi del melodramma.
D'altronde, come ripete “non esiste esperienza umana che il melodramma non abbia già raccontato ”.

Capire le cause, i perché di questa morte, per arrivare al responsabile, è colpa della squadra di Manrico: una squadra tutta al femminile, in cui è appena entrata una nuova ispettrice, Deborah Cianchetti.
Forse l'esatto opposto del procuratore.
Colto, forbito, mai impulsivo, un soprannome fastidioso “il contino”, che vive con la madre e una specie di “valletto” in un palazzo d'epoca non più suo, perché la famiglia ha perso tutto per colpa della malattia del gioco della madre, la contessa Elena.
Impulsiva, diretta, con uno spiccato accento romanesco e con qualche anno sulla strada, all'antimafia, la Cianchetti, il cui ingresso nel gruppo susciterà all'inizio qualche problema.

Ma veniamo all'indagine: chi avrebbe avuto interesse ad uccidere il vecchio cantante?
Di sospettati in questa storia ce ne sono troppi.
A cominciare dalla moglie, la seconda moglie, una ex cantante arrivata in Italia dall'Albania sulla Flora, quando il regime comunista crollò. E che il vecchio Diotallevi sposò anni dopo.

Una storia di passione, dunque? Il morto, dietro la facciata di difensore della famiglia, nemico delle droghe, era un seduttore incallito, non solo da giovane ma anche adesso.
L'opera di riferimento poteva essere il Don Giovanni? - riflette a modo suo Spinosi.

A bene vedere anche il figlio di primo letto, Matteo Diotallevi, poteva avere tante ragioni per vedere morto il padre. L'odio per aver lasciato la madre, per averlo lasciato senza soldi.
Quale opera allora potrebbe rappresentare questo delitto?

Tosca?
La cavalleria rusticana?
Il Rigoletto?

E quale personaggio dell'opera avrebbe dovuto affibbiare alla conduttrice della trasmissione che si occupa di giudiziaria, delitti con lati oscuri, che sembrava avere come unico scopo quello di mettere in ridicolo la magistratura?

In questa storia c'è tutto il materiale con cui cucinare quelle storie che piacciono tanto ai commentatori da salotto, a quelli a cui piace sguazzare nel fango, per fare audience.
Un vip, una moglie attraente e un'amante giovane. Sesso e soldi.

Ma la polizia giudiziaria deve muoversi mantenendo i suoi ambiti, cercando il responsabile del delitto (e non il colpevole ideale), usando tutti i mezzi a disposizione: le intercettazioni (“croce e delizia dell’inquirente. Strumento a un tempo devastante per la sua attitudine a forzare anche la sfera piú intima delle relazioni umane”), le indagini patrimoniali (“er priffe”) e la classica indagine fatta andando a sentire tutte le persone della sfera personale di “ciuffo d'oro”.
In fondo, fra il tuo lavoro e il melodramma c’è un certo legame, Manrico. 
In che senso?  
– Il delitto è spesso il regno delle passioni, no? Mette a nudo le nostre pulsioni profonde.

Ecco, la soluzione del caso verrà portata sia dal duro lavoro di indagine, che da una ispirazione, che arriva dal piatto del giradischi. L'opera è Rigoletto, da cui è preso a prestito anche il titolo del libro.
.. non fu un caso se sul piatto prese a girare un Rigoletto del ’55, con Di Stefano, Tito Gobbi, Nicola Zaccaria e naturalmente Lei nella parte di Gilda.

Rispetto ad altri romanzi di Giancarlo De Cataldo, in questo Roma (i suoi quartieri, la sua bellezza, la sua decadenza) rimane un po' in disparte. In primo piano troviamo il dramma umano che viene raccontato usando come metri di riferimento l'opera: il delitto, il morto, gli indiziati, che sembrano recitare un ruolo in una “recita oscena”, falsi e doppi. Forse ha proprio ragione il procuratore Spinosi, non c'è dramma, non c'è delitto che l'opera non abbia già raccontato.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il pdf da scaricare col primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon