Cadavere di sesso femminile. Cosí diceva la prima segnalazione. Doveva essere morta da almeno due, tre giorni. Persino sulla soglia del capannone, dove Manrico e Cianchetti si erano arrestati per non intralciare il lavoro della Scientifica e del medico legale, era impossibile sfuggire allo sconveniente odore della morte.
Al “Contino”, il sostituto procuratore romano Manrico Spinori chiamato così per le origini aristocratiche, tocca un’altra rogna: un omicidio nel mondo dell’arte moderna, quel mondo dove il confine tra la provocazione e la paccottiglia venduta a caro prezzo a ricchi collezionisti è flebile.
Verena Rex, artista famosa per i suoi lavori compiuti sul suo corpo tramite la “scarificazione” è stata trovata morta nel suo capannone fuori Roma:
– Una decina di coltellate, – disse. – Tutte superficiali. Taglietti che al massimo potevano richiedere un cerotto. E un solo colpo mortale. Alla carotide. Troncata di netto.
Con questa
pratica è il proprio corpo che diventa la tela su cui l’artista
lavora a colpi di incisioni che procurano cicatrici che, portate in
rilievo, diventano l’opera dell’artista.
Ma questa volta,
l’ultima incisione è stata fatale per Verena.
Ma è stato un
incidente, quel taglio alla giugulare? Oppure la provocazione di è
stata un suicidio?
Ci sono alcune cose che in quel capannone non tornano: intanto non è stato trovato alcun cellulare, la macchina fotografica con cui si stava riprendendo (come aveva sempre fatto coi suoi precedenti lavori) è sparita. Nessuno ha visto niente, nessun testimone.
Nonostante tutto faccia propendere per un suicidio, il “Contino” avverte che c’è qualcosa fuori posto, una nota dissonante – da amante della musica lirica:
Le tre donne fissarono Manrico. Il contino non si espresse. Avvertiva, in quella storia, una nota falsa, una dissonanza vaga che non era ancora riuscito a individuare. E quanto all’orizzonte musicale, silenzio assoluto. Manrico era da sempre convinto che non esistesse al mondo situazione che non trovasse il suo corrispondente in un’opera lirica.
Assieme alla sua squadra al femminile, e col contributo che si rivelerà fondamentale della ispettrice Deborah Cianchetti – una specie di suo alter ego – il sostituto Spinori dovrà condurre una sua indagine in quel mondo strano dell’arte moderna.
– L’arte è merda, – esordí l’artista. Aveva una voce suadente, impostata, – e l’arte è gioco. Merda e gioco messi insieme fanno il mercato, – si sporse sul banchetto, – e il mercato offre all’arte la possibilità di restare sé stessa…
Un mondo che fa
fatica a comprendere, nonostante l’arte e la bellezza facciano
parte del suo mondo “aristocratico”. Ma l’arte moderna sembra
diventata solo un prodotto di mercato, un mondo dove girano tanti
soldi – troppi rispetto al valore delle opere. Un mondo dove girano
collezionisti che vivono in un club riservato. Un mondo dove
galleristi con pochi scrupoli si accaparrano l’ultimo artista
rivoluzionario.
Non riesce ad arrivare a quella nota
stonata, il sostituto Spinori: i sospetti si indirizzano subito su un
amico dell’artista morta, artista “moderno” anche lui. Ma a
peggiorare le cose per il “contino” arriva lo scoop di una
trasmissione televisiva, con un importante share, che segue tutti i
casi di cronaca.
Marilena Marinelli aveva deciso di dedicare al «caso Verena Rex» il servizio d’apertura dell’ultima puntata di Giú la maschera, un programma seguito da appena alcuni milioni di telespettatori.
Il servizio della Marinelli, che manda in esclusiva un pezzetto dell’ultimo video di Verena Rex dove si vede che non era da sola nel suo laboratorio, è un’accusa contro l’operato della procura, coi giudici diventati imputati dal tribunale mediatico aizzato da questo pseudo giornalismo.
Quanto è facile
lavorare così per giornalisti così, che puntano alla pancia delle
persone e puntando il ditino contro i magistrati, colpevoli di
lavorare male, tralasciando piste promettenti per chissà quali
ragioni.
Il “Contino” però ha dalla sua alcune
qualità che gli permetteranno di sopravvivere anche a questa bufera:
una sana dose di self control e una concezione della giustizia come
strumento per prevenire le vendette, quella “giustizia fai da te”
che tanto piacerebbe ai signori del tribunale mediatico, che hanno
già la sentenza pronta.
Solo alla fine, e per via indiretta, si arriverà a comprendere qual è l’opera che meglio racconta questo delitto. Un’opera rara, “Cardillac”
– E che ci racconta Cardillac? – chiese Gavina. – È la storia di un orafo pazzo che realizza meravigliosi pezzi unici, li vende, e poi ammazza gli acquirenti per rientrarne in possesso.
Non c’è solo l’indagine sul “Delitto in cornice” in questo settimo romanzo della serie: Manrico si troverà ancora una volta ad interrogarsi sul suo modo di intendere le relazioni, sulla sua incapacità nel gettarsi convintamente in una storia. Il prezzo da pagare per quella sua insicurezza che si porta dietro da anni? Ed è per questo allora che è costretto a trovare conforto nella musica lirica e nelle passioni che lo rassicurano?
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