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30 agosto 2023

La distruzione del talento - da Sarà assente l'autore di Giampaolo Simi


L'industria del libro, intesa come catena di montaggio di libri costruiti per essere letti da chiunque non abbia voglia di sforzarsi troppo. L'industria dei talent, intesa come catena di montaggio di persone in cerca del colpo di fortuna che dia una svolta alla vita.
Si parla di questo, tra le altre cose, nell'ultimo romanzo di Giampaolo Simi, molto divertente all'inizio ma che, arrivati alla vita, lascia spazio a tante riflessioni:

In Tv,sui social, in politica, nel lavoro, il messaggio è chiaro: chiunque può diventare influencer, rapper, regista, opinionista in TV, vlogger, chef, tiktoker, ministro, scrittore di bestseller. Se uno ha il procuratore giusto e i tuoi pagano, pure calciatore..

Noi stiamo distruggendo a picconate la più aristocratica e odiosa delle discriminazioni, l’unica forma di disuguaglianza che è sopravvissuta alla rivoluzione industriale, a quella francese e anche a quella di Ottobre.
Sperticato non ebbe bisogno di domandare alcunché. Bastò il suo sguardo smarrito a far proseguire Vinciguerra.
- Il talento, Sperticato. L’ingiustizia sociale più feroce che esista, l’elemento che la natura ha distribuito nella maniera più antidemocratica, casuale e crudele. Il reddito lo puoi ridistribuire, l’istruzione anche, il talento no.

- .. Ha presente quella cosa che i giovani che non hanno voglia di lavorare, che rifiutano stipendi interessanti?
- Ho presente. Salta fuori ogni due o tre mesi, più o meno.
- Tutte cazzate. Non è vero che i giovani sono sfaticati. Ma mi dice perché dovrebbero farsi il mazzo e invecchiare alla fresatrice in un buco di culo di mondo, prendendosi due settimane di ferie d’agosto e due per Natale? Perché dovrebbero vivacchiare con millesei, millesettecento euro al mese pagandone, che so, la metà d’affitto quando se azzeccano un video virale finiscono ospiti ovunque.. o se fondano la startup giusta la rivendono a Google e a trent’anni possono andare a vivere di rendita ad Algarve. Noi questo gli stiamo inculcando da anni, e poi ci stupiamo che alcuni sputino su un contratto a tempo indeterminato, invece di sentirsi fortunati.
Ma ci credo! Glielo stiamo ripetendo noi che il posto fisso è roba da falliti. Ma è anche questo il motivo per cui, aspettando di svoltare, se ne fregano di tutto, non pensano a cambiare il mondo ma solo a salvarsi la pelle, accettando buoni buoni qualsiasi lavoretto precario e mal pagato.
Anzi, più schifo fa meglio è, avranno meno rimpianti a lasciarlo quando verranno selezionati dal reality show che gli cambierà la vita.
 

Da Sarà assente l'autore di Giampaolo Simi Sellerio 

 

 

21 marzo 2023

Presadiretta – la scatola nera

La tecnologia dentro gli smartphone, i social media, il metaverso, sono un’opportunità oppure un problema per la nostra società, per i ragazzi che davanti al piccolo schermo passano tante ore?

Per rispondere a questa domanda Predadiretta è andata a visitare la sede milanese di Facebook o Meta e conoscere da vicino questo metaverso: è la nuova versione di internet che consentirà di fare cose oggi impossibili. Sono tanti i colossi dell’informatica che si sono lanciate nel metaverso: fornire una esperienza immersiva dentro un mondo virtuale. Dagli anni novanta siamo passati ai contenuti testuali, ai contenuti audio e video fino ad oggi, ai contenuti tridimensionali, a cui una moltitudine di persone possono accedere tramite i loro avatar, i nostri cloni.
Si potrà viaggiare, scoprire una città nuova, giocare partite come se si fosse dentro al campo. C’è poi il mondo dell’educazione che potrebbe consentire agli studenti di sentirsi dentro un foro romano e sentir parlare i consoli. Visitare un impianto remoto senza muoversi dall’ufficio.
Un chirurgo potrebbe operare un tuo avatar e sperimentare prima di lui l’operazione.
Visitare una casa che si vuole acquistare, entrandoci dentro, senza spostarsi.

Tramite metaverso si può visitare l’ospedale di Emergency in Uganda: questa esperienza consente alle persone di vedere coi loro occhi cosa fanno veramente i medici di Emergency sul territorio.
Il metaverso funziona attraverso le nostre emozioni: lo raccontano al Marketing Lab del Politecnico, si misurano le dilatazioni delle pupille, per esempio, per capire come reagiamo di fronte ad una immagine. C’è un mercato da 50 miliardi di dollari spesi nello scorso anno per il solo settore dei giochi: i ragazzi fanno esperienze, giocano dentro questi mondi virtuali, come quello di Fortnite, dove spendono i loro pochi soldi, che sono però soldi veri.

Nel virtuale ci sono gli store di marchi veri, come Gucci: nel 2030 si stima che il 10% del mercato del lusso girerà nel mondo virtuale. Come i vestiti digitali da far indossare ai propri avatar che sono stati presentati a Milano al Luxury lab.
Le aziende si stanno proteggendo dalla contraffazione anche nel mondo virtuale: non solo i marchi di moda, ma anche industrie dell’arredamento, dell’alimentazione.

Tutto bello? No, come racconta il giornalista Staglianò, che in diversi saggi ha spiegato come queste nuove tecnologie hanno allargato le disuguaglianze. Il metaverso è un confinamento perenne dentro il nostro visore: il grosso delle nostre relazioni saranno mediate dal digitale, un mondo dentro cui passeremo tanto del nostro tempo.
Questa tecnologia rischia di tagliarci fuori dal mondo reale ma, soprattutto, tutte queste ore davanti allo schermo, fa male al cervello.

Cervelli digitali
Tulsa è la seconda città dell’Oklahoma, da cui parte la route 66: era la capitale del petrolio, ma oggi qui si sta studiano il nostro cervello, un lavoro fatto da un gruppo di ricerca chiamato ABCD study che sta cercando di capire come il gioco con lo smartphone influisca sul cervello dei ragazzi.

700 ragazzi sono monitorati da 4 anni: misurano l’attività celebrale, mentre giocano, tracciando i flussi sanguigni nel cervello. Sono ragazzi che passano ore sui social, anche 5 nel fine settimana: la ricerca sta rilevando che tutte queste ore stanno causando un disallineamento nel cervello, l’area da cui dipendono le valutazioni su te stesso e sugli altri risulta meno sviluppata, che potrebbero portare a problemi di ansia e rabbia.
L’attività sui media e sugli schermi cambia il modo in cui il cervello si sviluppa: si passa molto più tempo davanti lo schermo che non socializzando con altri coetanei.
Ma stiamo studiando solo ora quali saranno gli effetti, anni fa non esistevano Tik Tok o Instagram: ci aspettiamo che il peggio potrebbe ancora arrivare – racconta un medico del gruppo ABCD Study.

Ci sono poi storie molto più tragiche, come quella di Molly Russel: dentro la scatola nera dei social sono state risucchiate le vite di molti ragazzi, come quella di Molly.
Si è tolta la vita poco prima di compiere 15 anni, viveva a Londra, frequentava il college, una ragazzina come tante: si è uccisa per autodepressione, malattia causata anche per i contenuti che aveva visto online su diverse piattaforme. Le compagnie di internet sono state accusate di suicidio, in particolare Pinterest, che aveva inviato a Molly diversi pin su contenuti che parlavano di ansia.
Poi altri post e video su Instagram: alla famiglia hanno dato solo i video su cui aveva messo il like, poesie che romanticizzavano il suicidio, immagini di parlavano di violenza su se stessi.
Un flusso continuo di contenuti che hanno aumentato la sua depressione, con commenti del tipo “sei grassa”, “sei brutta”.
Molti di questi post pericolosi non sono stati rimossi nemmeno dopo la morte della ragazzina: le piattaforme non sono responsabili dei contenuti caricati dalle persone, ma gli algoritmi non fanno filtri, anzi questo software di raccomandazione cerca i contenuti migliori per le persone, in modo che attraggano sempre più le persone, per aumentare il profitto e gli utili.
Lo ha spiegato il professor Naughton di Cambridge: questa tecnologia di Facebook è perversa, nonostante lo scandalo le compagnie non hanno fatto niente per cambiare le cose.

Francis Haugen è la whistleblower di Facebook che ha denunciato le perversioni della piattaforma: nel 2019 era stata reclutata da Facebook per monitorare i contenuti falsi, ma prima di andarsene si era portata via migliaia di pagine dove emergeva che la società Meta era consapevole dei danno che causava ai giovani. Sono documenti di una ricerca dove si spiega come Facebook cercasse proprio gli adolescenti, perché hanno un valore monetario, sono gli utenti del futuro da coinvolgere prima che diventino adulti.
Ci sono slide dove si mette nero su bianco che Instagram può creare danni ai ragazzi, così vulnerabili sulla loro salute, per colpa degli algoritmi pensati proprio per stimolare la loro emotività: Facebook ha respinto tutte le accuse, dicendo che l’azienda spende 5 ml di dollari per la sicurezza. Ma dopo le parole di Haugen, dopo il Metagate, molte famiglie hanno fatto causa.
Come la famiglia Spence, i genitori di Alexis: a dodici anni ha sofferto di una grave depressione e anoressia, era finita in un buco nero perché l’algoritmo continuava a mandarle messaggi del tipo “non mangiare”, con post che la aiutavano a nascondere ai genitori il suo utilizzo (come per es usare altri account).
Ad una ragazzina di 11 anni si continuava a proporre contenuti con ragazze emaciate, che parlavano dei loro disturbi alimentari: “il mondo deve sapere i danni che queste piattaforme stanno causando ai nostri figli” raccontano i genitori di Alexis.

Il colpevole sei tu, dice l’industria dei giganti di internet, lo stesso meccanismo delle aziende del tabacco: nessuno vuole assumersi le sue responsabilità, nessuno vuole ammettere che si vuole mettere il profitto davanti a tutto.
Cosa risponde oggi Meta?
Rimuovono i contenuti che incitano all’autolesionismo, hanno sviluppato un controllo genitoriale: l’età per entrare su Instagram o Facebook è ancora a 13 anni? È l’età decisa dal legislatore, risponde la responsabile delle relazioni esterne.

Si muove la politica, si muove la società civile, si muovono i ricercatori: il motore di raccomandazione della piattaforma di turno è qualcosa che uccide, un giorno dopo l’altro, le persone più fragili, bombardate ogni giorno da contenuti pericolosi.

La dittatura di Tik Tok

In cinque anni Tik Tok è cresciuta diventando l’app più scaricata al mondo, grazie anche alla spinta della madre patria cinese, che ha investito molto su di essa.
La pandemia ha fatto esplodere questa app: non devi fare nulla per questo algoritmo, devi solo scrollare e vedere i video proposti dall’algoritmo, senza fare sforzi, senza abbandonare la piattaforma.
L’occhio di Tik Tok vi segue, conosce molto di più di noi di quanto possiamo pensare: l’algoritmo analizza i video che stiamo guardando e attraverso l’intelligenza artificiale, intuisce quale deve essere il prossimo video. Non solo, i soggetti sgradevoli dal punto di vista dell’aspetto venivano bannati: Tik Tok è la scatola nera per eccellenza, raccoglie i nostri dati biometrici, i dati dei nostri volti grazie ai filtri che si possono usare per modificare i nostri selfie.

Tik Tok sta raccogliendo le impronte facciali di milioni di utenti senza dirlo pubblicamente: questa piattaforma potrebbe comprendere che tu sia una persona instabile e proporti altri video di persone instabili facendoti pensare che tu abbia veramente un problema. Un problema di anoressia, di depressione, la volontà di farti del male.
Tik Tok sa che se in difficoltà e continua a mandarti contenuti aggressivi, perché questo è l’unico modo per tenerti collegato, per non farti staccare: l’unico obiettivo è la monetizzazione del disagio.
Ragazzi che poi si devono curare in strutture per la cura dei disturbi dell’alimentazione: sono bambini di anche dieci anni, che hanno alle spalle anni di frequentazione di social e che oggi postano immagini dei loro tagli, del loro alimentarsi col sondino.

Laura Dalla Ragione – medico dell’ASL 1 dell’Umbra, parla di persone schiacciate nel presente, che postano queste foto come una sfida agli altri in un gioco perverso.

Stanno aumentando i casi di bambini con disturbi alimentari, con problemi di autolesionismo: siccome stiamo parlando di problemi della salute mentale nei giovani nessuno se ne preoccupa, ma in realtà siamo di fronte ad una vera pandemia.

Esistono diversi studi che mettono in relazione l’uso dei social con i problemi emotivi e mentali dei ragazzi: non possiamo aspettare che si arrivi ad uno studio definitivo sul punto, dobbiamo muoversi adesso, ma purtroppo manca la volontà politica.

Avamposto scuola.

Nella scuola Savena di Bologna le insegnanti un giorno hanno scoperto che due ragazzine avevano lo stesso segno sotto l’occhio, la cicatrice francese. Un marchio per entrare in un cerchio, qualcosa che è sempre esistono, ma i social hanno reso questo fenomeno più veloce, senza alcuna intermediazione. È stata la scuola ad accorgersi di questo, non i genitori.

Lorenza Rossi è referente del benessere a scuola di un istituto a Bologna, racconta di un’ansia da prestazione “e ovviamente la ritroviamo anche in ambito scolastico, in una verifica, in un voto. Noi troviamo anche tanto sonno mancato a causa dell’uso dello smartphone, loro non lo spengono mai, soprattutto i maschi che fanno uso di videogiochi, giocano con persona da qualunque parte della crosta terrestre, è chiaro che hanno anche un fuso orario completamente diverso. Il che vuol dire che uno dei due è sveglio mentre dovrebbe dormire. Noi facciamo corsi di gioco d’azzardo ‘in previsione di’, perché essendo loro abituati al videogioco di altro genere, gli esperti dicono che saranno più pronti per il gioco d’azzardo”.
E’ un fenomeno subdolo: “è un fenomeno subdolo che parte in una età in cui loro sono piccoli, sono strumenti emotivi, non sono strumenti tecnologici: alla prima offesa sulla chat, emotivamente non la gestiscono.”
Cosa può fare la scuola?
“Lavorare prima di tutto sulla schermatura emotiva dei bambini: laboratori, attività che li aiutino a stare insieme capendo le loro proprie emozioni, riconoscendole dando loro anche un nome, perché alle emozioni noi dobbiamo saper dare un nome e a sentire in modo empatico quelle degli altri.”

Il ministero dell’istruzione ha vietato l’uso del cellulare in classe: così a Faenza ad inizio lezione li spengono e li lasciano in una sacca con le tasche, una per ognuno di loro.
Stare sconnessi anche per sole poche ore è un problema per gli adolescenti: così gli insegnanti devono aiutarli, come si fa con le persone dipendenti dal fumo.
All’istituto superiore Meroni di Lissone le lezioni iniziano coi cani: con loro si dimenticano dei social, della bolla protetta, dell’ansia, dell’incapacità di reagire. I cani hanno fatto il miracolo, hanno fatto aprire questi ragazzi e gli hanno ridato un sorriso.
Ragazzi che sono nati digitali ma che non hanno la patente digitale: l’obiettivo è stare bene, non creare dolore – racconta una docente.
Le lezioni di media education sono comunemente fatte in altri paesi come la Finlandia: in Italia manca una legge ad hoc per la formazione digitale e mancano anche i fondi per il digitale nelle scuole.
Ma serve l’aiuto anche delle famiglie: non bisognerebbe dare il cellulare già alle elementari, anche sapendo che si rischia l’isolamento. Importante è anche l’esempio che danno i genitori, che magari mangiano guardando lo smartphone.

In Piemonte, in provincia di Verbania, le scuole hanno creato la patente di smartphone: in questa partita nell’uso intelligente dei device concorrono tutti, le scuole, gli insegnanti, le famiglie e le asl.

Sarebbe bello se il ministero dell’istruzione mettesse a fattor comune questa esperienza in tutto il paese.

L’Europa ha emesso un digital act, ma non è sufficiente per contrastare questo problema: le piattaforme social hanno tanti lobbisti a Bruxelles tanto da influenzare i politici, hanno soldi da spendere per mettere annunci e fare pubblicità per condizionare le scelte.

La commissione europea ha scelto di non adottare una strategia non conservativa, con nuovi divieti sui contenuti potenzialmente dannosi: saranno più sicuri, ma non sicuri del tutto.

Fino a quel momento, meglio essere consapevoli di questa emergenza nazionale che coinvolge le famiglie, le scuole, la sanità (mancano le strutture per curare questi disagi mentali) e soprattutto i giovani.

20 marzo 2023

Anteprima Presadiretta – la scatola nera

Siamo schiavi degli algoritmi dei social, quelle scatole nere che conoscono tutte le nostre abitudini, perché siamo noi ad averle insegnate a loro: i social conoscono le nostre paure, le nostre ansie e te le ripropongono alimentandole all’infinito – racconta nell’anteprima Riccardo Iacona – perché è così che le compagnie fanno tanti soldi. E ora sta arrivando anche il Metaverso dove il virtuale diventa emozionante come fosse vero.

Questa sera i vari servizi della puntata racconteranno dei danni già in corso causati da questa dipendenza ma anche di quello che possiamo fare per ridurli: come racconta una docente di un istituto di Lissone (Monza Brianza) “l’obiettivo deve essere stare bene e non creare dolore..”


Qual è l’effetto dei social sui ragazzi? Presadiretta è andata a chiederlo ai docenti di vari istituti: Lorenza Rossi è referente del benessere a scuola di un istituto a Bologna, racconta di un’ansia da prestazione “e ovviamente la ritroviamo anche in ambito scolastico, in una verifica, in un voto. Noi troviamo anche tanto sonno mancato a causa dell’uso dello smartphone, loro non lo spengono mai, soprattutto i maschi che fanno uso di videogiochi, giocano con persona da qualunque parte della crosta terrestre, è chiaro che hanno anche un fuso orario completamente diverso. Il che vuol dire che uno dei due è sveglio mentre dovrebbe dormire. Noi facciamo corsi di gioco d’azzardo ‘in previsione di’, perché essendo loro abituati al videogioco di altro genere, gli esperti dicono che saranno più pronti per il gioco d’azzardo”.
E’ un fenomeno subdolo: “è un fenomeno subdolo che parte in una età in cui loro sono piccoli, sono strumenti emotivi, non sono strumenti tecnologici: alla prima offesa sulla chat, emotivamente non la gestiscono.”
Cosa può fare la scuola?
“Lavorare prima di tutto sulla schermatura emotiva dei bambini: laboratori, attività che li aiutino a stare insieme capendo le loro proprie emozioni, riconoscendole dando loro anche un nome, perché alle emozioni noi dobbiamo saper dare un nome e a sentire in modo empatico quelle degli altri.”

I giornalisti di Presadiretta sono andati a vederlo questo “metaverso”, compiendo questa esperienza dentro un mondo virtuale a cui si accede con dei visori che ti portano ovunque, anche a New York in cima ad un grattacielo pur rimanendo, fisicamente, in centro a Milano, nella sede di Facebook, o meglio, di Meta come si chiama dal 2021. Secondo Mark Zuckerberg il futuro non è più nei social media come li abbiamo conosciuti fino ad oggi, ma nel metaverso: “noi crediamo che il metaverso sarà la prossima generazione di internet” racconta in un video “sarete in grado di fare quasi tutto ciò che immaginate”. Certo, non sarete voi a farlo ma la vostra parte virtuale, che potrà essere in contatto coi vostri colleghi d’ufficio virtuali come le li aveste accanto.
Una realtà virtuale che può cambiare con un click, a nostro piacere, da una spiaggia paradisiaca al centro di Milano: sarà il nostro avatar ad essere teletrasportato in giro nel mondo e nello spazio, che non ha ancora le gambe ma è in grado di riprodurre la nostra espressione, grazie al visore che include il tracciamento del volto e degli occhi e riesce così ad umanizzare gli avatar. Si può viaggiare nel mondo ma anche nello spazio, dentro una stazione spaziale: un’esperienza per pochi diventa così alla portata di molti, “sembra di volare” racconta una delle protagoniste di questa esperienza presso gli uffici di Meta.

Presadiretta ha intervistato il direttore di Meta: “abbiamo visto cosa è successo negli ultimi dieci anni nel passaggio dal PC ai cellulari, che genere di opportunità si sono aperte e in questo senso, pensando al metaverso come la prossima versione di internet che passerà da cellulari ad oggetti indossabili si potranno fare tantissime cose che oggi non vediamo possibili”.

Le esperienze immersive dentro il metaverso offrono opportunità interessanti nella formazione, nell’industria fino alla medicina: ne parlerà a Presadiretta Federico Rampolla, esperto del mondo digitale, “questo strumento offre possibilità di apprendimento straordinarie”. La possibilità per l’individuo di immergersi in un contesto di migliaia di anni fa, in mezzo ad animali estinti, dentro un foro romano e ascoltare cosa si dicono i consoli. Ma ci sono anche opportunità per il mondo industriale: per esempio poter visitare un impianto dell’ENI in mezzo all’oceano in cui ci sono da fare delle operazioni delicate e di natura straordinaria – a raccontarlo è Giuliano Noci vicerettore del Politecnico di Milano – “in passato questo richiedeva che specifici tecnici andassero con un volo sull’impianto nell’oceano, ora gli operatori che già lavorano sull’impianto possono essere teleguidati per eseguire determinate operazioni”.
Anche la medicina potrà sfruttare queste esperienze: “un chirurgo prima di operarti può operare il tuo Avatar con una rappresentazione del tuo organo e quindi, quando poi farà l’operazione dal vero sa già che cosa succede”.

Si arriva anche all’acquisto degli immobili che sarà completamente diverso: si comprerà la casa camminandoci dentro, senza essere fisicamente presente.

La scheda del servizio:

Gli algoritmi e le piattaforme si stanno prendendo la vita dei nostri figli? Adolescenti e perfino bambini hanno patologie sempre più diffuse legato all’uso di alcune piattaforme digitali e si tratta ormai di un problema di salute pubblica. In che modo recuperare i danni già fatti, a partire dalla scuola? “PresaDiretta”, per la puntata in onda lunedì 20 marzo alle 21.20 su Rai 3, ha intrapreso un viaggio tra gli adolescenti per capire il loro rapporto con i social.
L’inchiesta dal titolo “La scatola nera” parte da Tulsa in Oklahoma, in uno dei centri di ricerca del più grande studio al mondo per capire quale sia l’impatto sul cervello di bambini e ragazzi delle tante ore passate sui cellulari e social. E poi i centri d’eccellenza italiani e le voci di medici e scienziati che da anni studiano e denunciano che la lunga esposizione dei ragazzi sulle piattaforme provoca variazioni fisiologiche nel cervello sul piano cognitivo ed emozionale.
Sono 10 anni, da quando i social sono esplosi, che gli esperti accusano l’aumento del disagio tra i più giovani: ansia, stress, disturbi dell’attenzione e del linguaggio, anoressia, depressione, autolesionismo.
A “PresaDiretta” storie e testimonianze esclusive, come quella di Frances Haugen, un’informatica americana dipendente di Facebook, che nel 2021 ha rivelato con migliaia di documenti interni come la società fosse consapevole dell’impatto degli algoritmi sulla salute mentale dei più giovani. Negli Stati Uniti qualcosa si sta muovendo: migliaia di famiglie hanno avviato delle cause legali sostenendo che i loro figli sono stati danneggiati dall’amplificazione dei loro disturbi sulle piattaforme.
L’inchiesta di “PresaDiretta” parla anche delle tante esperienze scolastiche italiane di collaborazione con le famiglie su progetti di prevenzione. A Bologna dove si lavora attraverso i sentimenti; a Lissone dove si combatte la dipendenza dai social con la pet therapy; a Faenza dove hanno inventato una sacca appendi cellulari per insegnare la gestione del tempo di connessione; a Milano dove 150 genitori in collaborazione con l’Università Bicocca hanno attuato il patto digitale, per dare più tardi possibile il cellulare ai loro figli. 
“La scatola nera” è un racconto di Riccardo Iacona, con Antonella Bottini, Sabrina Carreras, Lisa Iotti, Elena Marzano, Irene Sicurella, Fabio Colazzo, Eugenio Catalani, Matteo Delbò, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 febbraio 2021

Un colpo al cuore, di Piergiorgio Pulixi

 

Prologo

La presidente della Corte d’Appello non riusciva a trovare il coraggio per andare avanti. Insieme ai colleghi era stata chiusa per più di due ore in camera di consiglio a cercare una soluzione. Tempo sprecato. La legge non indicava altra via d’uscita. Quando era tornata in aula, il suo volto pareva smagrito e invecchiato. Era chiaro che quella sentenza le avrebbe lasciato delle cicatrici indelebili.

Immaginatevi se qualcuno decidesse, all'improvviso, che tutto l'odio che circola in rete, tutta questa voglia di giustizia sommaria contro i criminali lasciati in libertà, contro i magistrati che li lasciano liberi oppure contro magistrati e giornalisti che costruiscono i mostri da dare in pasto all'opinione pubblica, non potesse essere più contenuta nel web.

Un uomo alto dall’aria anonima, che aveva assistito in silenzio, seduto in disparte in quinta fila, si alzò. Scrutò per qualche istante la ragazza in preda alla disperazione, come se volesse assorbirne il dolore

E questo qualcuno, reso anonimo e senza identità da una maschera, iniziasse a farsi giustizia da sé, in modo anche efferato, contro queste categorie di persone: nemici del popolo per una giustizia del popolo.

Piergiorgio Pulixi in un romanzo di 500 e più pagina immagina una scenario che non è così distante dalla realtà che stiamo vivendo, toccando temi quanto mai attuali, il populismo e gli arruffa popolo, quelli che parlano a nome e in difesa del popolo. La violenza sui social, le tensioni dentro la nostra società, un incendio con tanti focolai (la crisi, la malagiustizia o la malasanità) su cui tanti soffiano fuoco, per un like in più, per un click in più.

Finché le cose non scappano di mano e un vendicatore mascherato non si tramuta in giudice e carnefice: un vendicatore che rapisce un pedofilo, uscito indenne da un processo che si è trascinato per anni, grazie alla prescrizione.

Da una parte un ignobile pedofilo, uno che ha abusato per anni su una bambina. Dall'altra parte la vittima, a cui la giustizia dello Stato italiano non è riuscita a dare nulla.

Non vorreste anche voi fargliela pagare a questa persona?

.. il prigioniero si voltò, in cerca di una via di fuga. In quel momento vide le fotografie incollate alla parete. Ritraevano le facce sorridenti di tutte le bambine che aveva violentato.

Il vendicatore ha messo in atto un reality per la folla del web, a cui offre tramite una videocamera collegata alla rete, l'immagine del mostro sanguinante perché il vendicatore ha strappati i denti, che ha regalato alla vittima come risarcimento.

Un video con un titolo intrigante “La Legge sei tu” che viene inviato a migliaia di persone, la giuria popolare di questo novello giudice del terzo millennio, a cui spiega quello che sta facendo: la malagiustizia, un sistema che non funziona.

oggi la legge salvaguarda soltanto l’ordine costituito, lo Stato, e lo fa codificando ingiustizie e diseguaglianze, discriminando categorie sociali indifese..

E poi la soluzione: tramite una pagina web, si può decidere se dare la pena capitale o meno.

Per come vanno le cose oggi nel nostro Paese, la giustizia non compete più allo Stato, ma solo alle vittime.

E il popolo del web decide. Pena capitale. Non sarà la prima vittima, rapita e sottoposta al rito dei denti strappati ed esposta al giudizio della rete.

Una faccenda che, all'interno delle forze dell'ordine, della magistratura, dentro gli uomini dello stato, suscita una certa preoccupazione: cosa succede se altri emuli dovessero seguire l'esempio?

Questo giustiziere, questo assassino seriale, esperto, con un lessico forbito, che non ha lasciato dietro di sé tracce, va fermato, prima che la rabbia nel paese esploda

.. l’odio era l’agente fertilizzante, e la pericolosa rabbia sociale che attanagliava il Paese l’humus propizio e fertile. La virulenza dei social network avrebbe accelerato il contagio.

Ad indagare la Mobile di Cagliari, dove viveva la prima vittima il pedofilo: incontriamo due ispettrici che avevamo conosciuto nel romanzo L'isola delle anime (un'indagine su vecchi e nuovi delitti, che affondava le radici nelle vecchie tradizioni dell'isola e che aveva toccato persone importanti sull'isola).

Mara Rais e Eva Croce, due donne che non potrebbero essere più diverse, per carattere, per abitudini, per origine. Ma che hanno saputo creare tra di loro quel giusto amalgama, per poter lavorare bene assieme e completarsi a vicenda. Impulsiva e schietta Mara Rais, più riflessiva e pacata Eva Croce. Entrambe con tante ferite ancora da rimarginare nel loro passato e con cui dovranno fare i conti anche in questa storia.

Ad aiutarle, in questa caccia al mostro, su cui sono accesi anche i riflettori della stampa, arriva un criminologo da Milano, Vito Strega, professore di psicologia applicata all’analisi criminale e vicequestore dell'UAVC, l'unità di analisi dei crimini violenti.

Chi è questo assassino, che viene battezzato “il Dentista”, un serial killer che si nasconde dietro una maschera e una parrucca sfilacciata che sta diventando, in modo sinistro, così popolare nel paese? Come sceglie le sue vittime? Qual è il suo vero piano?

«Secondo voi cosa sta facendo, a parte uccidere?» domandò il criminologo.

«Sta lubrificando la macchina della giustizia col sangue» rispose Rais.

Oltre alla squadra della polizia, anche un altro occhio sta seguendo questa vicenda: si tratta della giornalista Luana Rubicondi, conduttrice di una trasmissione che si occupa di casi di cronaca in una emittente privata.

Una giornalista che aveva fatto carriera turandosi il naso, di fronte alle richieste dei dirigenti dell'emittente, con “un fiuto prodigioso per i casi che potevano rivelarsi pruriginosi, morbosi e appetibili per il grande pubblico”. Come la storia del dentista, in cui ci tuffa, perché funziona bene con la pancia del paese, cavalcando l'insofferenza contro le istituzioni, contro magistrati e magari anche contro certi poliziotti, indicati come responsabili dello sfascio del sistema, di una giustizia che vale solo per qualcuno e non per tutti. Una narrazione basata sulla contrapposizione tra il bene e il male, dove però il buono è il dentista.

Un colpo al cuore è una galoppata che passa attraverso colpi di scena, attimi di tensione e momenti di riflessione sul nostro presente. Cosa succederebbe nel paese se un certo populismo fosse portato all'estremo?

Trasformare le persone in giudici sovrani, con un solo click sullo smartphone, come gli imperatori romani, pollice verso o pollice alzato. La legge sei tu:

Io non sono il Dentista. Ognuno di voi lo è. La maschera è diventata di dominio pubblico. Tutti ve ne siete appropriati, perché la vostra anima langue in un lacerante bisogno di rivalsa.

Sarebbe il caos, la perdita di credibilità delle istituzioni, un effetto domino che potrebbe portare a forti tensioni nel paese (e non mancano i riferimenti al finale del film Joker o, aggiungo io, alle scene dell'assalto al Campidoglio dai fan di Trump lo scorso 6 gennaio).

Chi potrebbe volere questo caos, questa tensione ai limiti dell'eversione?

Molto bello anche il racconto dei personaggi, esposti al lettore nella loro vulnerabilità: il dolore che si porta dentro Eva, la rossa, per la separazione dal marito e la morte della figlia. Dolore che cura col dolore e con l'esporsi al rischio. E alla fatica.

Mara, la tosta ispettrice sarda, rimasta sola dopo la separazione dal marito, isolata nel lavoro per essersi inimicata il Questore per una vecchia storia.

E infine Strega, bello ed enigmatico, solitario ma carismatico, per la sua esperienza da criminologo e per la sua prestanza fisica.

Li ritroveremo assieme in una nuova indagine in un prossimo giallo di Pulixi?

Penso proprio di sì.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


15 ottobre 2020

L'ora buca, di Valerio Varesi

 


Incipit

Le cose accadono ed è inutile poi chiedersi perché. Dov'è cominciato tutto? Quando è scattata la molla? Domande oziose, una ricerca nel pagliaio da affogarci dentro. Come una pressione che cresce senza che ce ne accorgiamo fino a quando ci sentiamo appresso il respiro e ci nasce dentro una ribellione cieca quanto una fuga precipitosa. Così, adesso, poco prima che tutto finisca, rinuncio a capire la ragione di come sono arrivato fin qui. E' stato qualcosa che si è depositato con subdolo a leggerezza.

Guardatevi attorno. Nei bus, nella metrò, per strada. Persone di fretta, isolate dal mondo e col volto incollato davanti a quel dispositivo che tutti ci portiamo dietro e con cui, nella nostra solitudine, pensiamo di essere in contatto con tutto il mondo.

Pensate alle discussioni che vi tocca sentire o subire al lavoro, nel tragitto da casa, al bar, a casa.

Quanti luoghi comuni. Quanta voglia di uscire da quella routine, dalla banalità, da quell'impressione di ripetete tutti i giorni la stessa vita, di non sentirsi apprezzato.

E, poi, provate a guardare gli ospiti dei talk serali, che siano politici, esperti, banchieri poco importa, con occhi diversi.

E se fosse tutta una recita? Persone che recitano a soggetto, personaggi inventati di una commedia scritta da un regista che sta sopra a tutto. Che muove come marionette ministri, portavoce, opinionisti esperti di tutto?

Valerio Varesi mette assieme tutte queste domande sul nostro presente, sulla nostra società, sulla rabbia che cova al suo interno per le disuguaglianze, per le discriminazioni, per quel nemico esterno additato dai tanti pifferai magici come l'unico responsabile delle nostre disgrazie.

E' un romanzo molto impegnativo, come tutti gli altri del resto, questo del giornalista di Repubblica nato a Parma.

Parla di noi, di quello che siamo diventati senza accorgercene, forse. Persone costrette ad indossare una maschera, dietro cui ci nascondiamo per la vergogna nel mostrare quello che siamo, o quello che non siamo. Racconta di quello che è diventata, o potrebbe diventare, la nostra democrazia.

Un guscio vuoto. Un palcoscenico dove attori scelti per il bell'aspetto, per la spregiudicatezza con cui parlano al popolo, recitano una parte scritta da altri, per altri interessi.

Volevo lasciare la scuola. Non ne potevo più di raccontare ogni giorno la nostra insignificante precarietà ammorbando adolescenti gaiamente inconsapevoli a digiuno di amarezze. Così mi sono imbattuto nell'agenzia. Feci un colloquio di quelli in cui ci si studia una sorta di gioco di scacchi in cui vince sempre il matto.

Protagonista di questo romanzo è un professore di fisica, alle superiori, che non ha nome e che racconta tutta la storia in prima persona. La frustrazione del suo lavoro, la difficoltà nel cercare di insegnare qualcosa a degli adolescenti che non sono curiosi del mondo, dello spazio, della scienza e del dubbio della scienza.

Unico momento di svago l'ora buca in cui parla col collega Pampalunga, che cerca la moglie nei locali per scambisti, e il bidello Mario, una persona semplice, senza ambizioni né piani per il futuro. E che forse proprio per questo vive felice la sua esistenza.

Per trovare realizzazione di sé stesso, decide di rivolgersi a questa Agenzia, senza nome come il professore. Una società di marketing, forse, o una società di servizi. Servizi particolari come quelli che chiede al professore: impersonare il marito defunto di una loro cliente, che non riesce a staccarsi dal lutto.

«Pronto Gina?»
«Ciao.. »ha detto dopo una pausa di silenzio. Il tono della donna era dolosamente sensuale.
«Sembri proprio tu.»
«Sono io Gina»

«La voce la stessa mi dà comunque un'emozione.»
Ma non si occupa solo di vedove inconsolabili, compito che il professore compie con zelo, impersonando bene la parte. Poco alla volta, il suo contatto con l'Agenzia, lo porta a conoscere altre parti della struttura.

Un campo di addestramento in montagna dove si formano le persone con la fatica e le privazioni. Persone capaci di affrontare quella guerra che gli affamati del mondo là fuori un giorno potrebbero farci.

«Già oggi siamo in pericolo, glielo dico io. Se questi solo sapessero quanto ci siamo rammolliti con tutte le nostre comodità. Sono diventati indispensabili, fan parte del nostro costume. Non sopportiamo più niente. Saremo Agnelli contro lupi »

Ma l'Agenzia si occupa anche di altro. Di ripulire l'immagine di certi personaggi, loro clienti, oppure di imbrattarla. Costruendo attorno un mucchio di menzogne con cui attaccare quel politico oppure, come deve fare ora il Professore, quel magistrato così zelante in una certa inchiesta.

Perché oggi tutti i personaggi che contano, sono importanti per la loro immagine. Ovvero per l'apparenza:

«È l'apparenza e quanto di più manipolabile esista. Ecco, così come possiamo mostrare l'immagine di un personaggio facendolo brillare, possiamo anche imbrattarlo. L'unica differenza consiste nel fatto che è un po' più difficile. Se lo lustri potrei avere la sua collaborazione, se lo imbratti dovrai lottare contro la sua ostilità »

Con gli occhi del professore, lo seguiremo entrare sempre più dentro questa Agenzia, che sembra qualcosa di più di una società di marketing. Stanno preparando un futuro, stanno preparando il mondo di domani. Un mondo senza più fatica, dove tutto sarà virtuale e a portata di mano. Dove saranno azzerati conflitti, e tensioni perché tutti penseranno la stessa cosa. E quella cosa arriverà da quello smartphone che hanno davanti, dalla rete, dalla nuvola dei social di cui l'Agenzia controlla quotidianamente i contenuti.

Ma lo seguiremo anche assieme al collega, dentro quel locale di scambisti dove si entra con la maschera e, proprio per questo, ci si sente liberi di essere quello che si è, veramente. Liberi di sfogare gli istinti sessuali.

«Non vedi come l'umanità intera anela nel a spogliarsi di quel che è per vivere in una dimensione sospesa senza identità? Tutto è più lieve, tutto mutevole e senza vincoli nei calcoli. Perché mai si sarebbe creato questo piccolo paradiso se non per scrollarsi di dosso il carapace di un'identità che ti vincola a essere singolo e non molteplice?»

A chi importa sapere chi sei veramente?
A chi importa conoscere veramente come sono andate le cose in una certa storia?
Un giorno si potrà costruirsi una sua realtà dei fatti (qualcuno nell'amministrazione del presidente americano la menzogna l'ha chiamata “alternative fact”), realtà che si auto-consoliderà grazie al web, “una nuvola di parole” che si muove veloce, che non dà scampo, che non consente di distinguere il falso dal vero.

.. supereremo anche la sempre irrisolta questione del vero e del falso che ci ha angustiato per secoli tirandosi dietro grandi tragedie

L'Agenzia sembra avere tutte le carte in regola per consentire al professore di raggiungere i suoi obiettivi, cioè lasciare una traccia di sé che rimanga nella storia, uscire dall'oscurità con un guizzo, con un gesto anche pieno di tragedia come quel Gavrilo Princip il cui colpo di pistola fece da scintilla alla prima guerra mondiale.

Non è un caso che stia cercando un candidato da presentare per le prossime elezioni, all'interno del Movimento (inizia ad accendersi qualche lucetta?).

Un movimento capace di raccogliere tutta la rabbia che cova nel paese, la rabbia di persone che non ha voglia di ascoltare più nessun professore, nessun intellettuale.

Oggi un opinione conta quanto una prova. In rete ciascuno possiede la propria verità. Si vince suscitando emozioni non con gli argomenti.

Dietro queste elezioni c'è un progetto, che deriva da molto lontano, dai tempi in cui la democrazia e la partecipazioni delle masse, che inseguivano ideali alti, andava corretta a suoni di bombe. Sono gli obbiettivi delle persone dietro l'Agenzia. 
Svuotare la democrazia, stroncare i movimenti di protesta, quelli che cercano di cambiare le cose.
Svuotare la testa delle persone, con quell'eroina che esce dallo schermo del cellulare, illudendole di vivere in una moltitudine quando in realtà vivono solitari al rinchiuso delle loro bolle.

Connessi col mondo ma soli. Questo è il grande prodigio. Da l'idea di una comunità, ma le persone non si incontrano mai. E se non sono una moltitudine fisica in una piazza in un corteo in una manifestazioni mica faranno più paura.

Distruggere la democrazia facendo credere alle persone che questa è stata una loro scelta. Svuotare la politica da idee, passioni, ideali, obbiettivi comuni, per l'interesse comune.

Per far questo serve un leader capace di parlare davanti alle persone, ma alla pancia delle persone. Dire quello che le persone vogliono sentirsi dire, improvvisando anche, sempre pronto a mentire per entrare dentro il suo personaggio.

Come il professore ha fatto con Gina.
Ma tutto questo avrà un prezzo, per il nostro personaggio. Dovrà perdere, fino in fondo, fino alla fine, la sua umanità.

Mai come con questo romanzo mi son trovato a sottolineare e rileggere interi passaggi. Come si crea un leader politico. Come si distrugge l'immagine di un nemico, usando la rete e la “macchina del fango”. Come conquistare il consenso (senza nessuna cultura, senza nessuna esperienza, senza nessuna gavetta) e come usare il consenso per i propri interessi.

Come costruire la propria comunicazione social: scrivere tweet o post per fare polemica, per innestare polemica e costringere gli avversari ad inseguire

La linea guida è occupare l'Arena virtuale del cicaleccio quotidiano più seguito. Per far ciò si elaborano dei pensieri che assomigliano a slogan mutuati dalla pubblicità Con lo scopo di suscitare reazioni a catena. Per ottenere questo risultato occorre che le frasi siano sufficientemente provocatorie da indurre il più alto numero di interventi. Più questi sono numerosi e magari indignati, più ne susciteranno altri e a quel punto tutto avrà preso la ruzzola. Gli apostoli chiamano questa procedura "l'innesco".

Potrà sembrare tutto cinico, questo futuro distopico che Valerio Varesi ci racconta, ma non è poi così distante dalla realtà che abbiamo visto. Un imprenditore prestato alla politica perché doveva salvare l'Italia.

Un movimento che doveva aprire come un apriscatole il Parlamento è sta naufragando ora tra le divisioni delle correnti e che propone l'estrazione a sorte dei rappresentanti. Un giovane leader ambizioso che, così lo scrive l'autore, ha “iniziato il proprio percorso nei giochi a quiz televisivi ”.

Sta a noi decidere se vogliamo uscire da questi film o no. Sempre che sia ancora possibile.

La scheda del libro sul sito dell'editore Frassinelli

Il blog dell'autore

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


23 gennaio 2020

L'odiatore della porta accanto - da La signora del martedì (Carlotto)


Alfonsina si rese conto di non riuscire a staccarsi dallo schermo. Leggeva i commenti e cercava informazioni sulle persone che li avevano scritti. Volti in posa, sorridenti, foto di vacanze, bambini, fiorellini, gattini, cagnolini. Persone normali. Come gli uomini che in privato le inviavano primi piani dei loro cazzi con richieste di incontri. Padri di famiglia, onesti lavoratori, elettori coscienziosi.Da La donna del martedì Massimo Carlotto
Una donna, accusata nel passato di un crimine e oggi finita nuovamente nel "tritacarne mediatico" di stampa e web. 
Insultata, minacciata, senza possibilità di discolparsi da persone sconosciute, tutta brava gente, che sui social diventano gli odiatori della porta accanto.
E questo è solo uno degli spunti di riflessione del nuovo libro di Carlotto.

12 novembre 2019

Report – easy rider (la dura vita dei fattorini)

Prima dell'inchiesta sui rider, un servizio sulle App che usiamo per farci selfie.


App-arenze – di Cecilia Bacci

Con le App possiamo sembrare più belli, col fotoritocco: ma questo cambia la percezione di noi stessi, perché dobbiamo sentirci ed essere sempre belli.
Altrimenti il rischio è sentirsi inadeguati: ma che fine fanno le foto che ci facciamo e che inviamo a queste App che curano la nostra bellezza?

IL prodotto siamo noi: siamo noi che inviamo le immagini a Snow (o FaceApp), per esempio, che sta costruendo oggi la sua tecnologia per il riconoscimento facciale.
Ma sono tante le App di questo genere, come Snapchat, Instagram, che si prende le foto e invia tanti altri dati personali sulla rete.

Bisognerebbe disabilitare le policy delle App, per ridurre il furto di dati personali: sono informazioni che poi le App vendono a terzi, per loro brevetti, per loro interessi.

Non sono app per il selfie: sono spyware, spiega un esperto di cybesecurity alla giornalista.
Come Dorian Gray, abbiamo venduto l'anima per una immagine.

Chi controlla i big della rete?
E' lo stesso problema emerso dall'inchiesta di Giorgio Mottola sull'uso della rete da parte di Salvini (e dell'onorevole Meloni).
Un castello di menzogne, sostiene la Meloni: peccato che la smentita, nella conferenza stampa, abbia usato un video che ne analizzava i follower in questo momento, mentre il lavoro di Report era basato sulla situazione di maggio.
A quella data le anomalie sui profili della Meloni e dell'account Trash italiano erano vere: la sovrapposizione quasi totale dei follower, come se l'onorevole se li avesse comprati.

Non è una bufala quella di Report e di Mottola: Orlowsky, l'esperto informatico contattato da Report è stato poi subissato di insulti, ma nessuno ha smentito il suo lavoro, di fatto e anche David Puente ha poi confermato il lavoro di Report.

La Totolo e Casa Pound hanno poi contestato a Report di avere anche lei dei follower falsi: il software usato però non è attendibile.

I follower della Meloni spammano in rete informazioni false prese da Imola Oggi e da Voxnews, per lo più legate al tema dell'immigrazione.

Esiste una strategia internazionale che governa questi comportamenti: Steve Bannon aveva prestato il suo aiuto in modo esplicito, sia a Salvini che a Fratelli d'Italia, essendo ed è stato ospite ad Atreju ed essendoci stati contatti anche nei mesi passati a Venezia.

E, secondo le parole dello stesso Bannon, quello di Fratelli d'Italia è un partito neo fascista, un partito cioè che dovrebbe essere chiuso, secondo la nostra Costituzione.
Easy riders di Giovanna Boursier

Come dobbiamo considerare il lavoro dei rider?
La nuova frontiera del lavoro?
Un moderno sistema che mette assieme cottimo e caporalato?

Giovanna Boursier ha fatto una indagine su questi lavoratori, molti dei quali pagati a consegna, senza un minimo e che a fine mese guadagnano qualche centinaio di euro.
Correndo in bici per le strade di Milano: sono studenti ma anche persone adulte, muovono un fatturato di 556 milioni di euro e la proiezione nel mondo nel 2030 parla di miliardi.

I contratti sono fatti da una società che si chiama PonyU, non c'è un padrone, un capo, ma solo un algoritmo che controlla il tuo lavoro.

Sono 30mila i rider, i fattorini che consegnano il cibo per le piattaforme della Gig economy, Just Eat, Deliveroo.
LE bici sono dei rider, come la persona intervistata da Giovanna, un fattorino approdato alla bici dopo aver perso lavoro.
Quanto si guadagna al mese?
Come lavorano i rider?

Ci sono punteggi che ne tracciano l'affidabilità per la piattaforma e cambiano in base alle chiamate che rifiuti, al fatto che rinunci ai week end.
Per essere in prima fascia, e guadagnare di più, devi accettare tutto e pedalare veloce: ma se c'è un incidente, non c'è Inail.
C'è solo l'assicurazione privata che però, non sempre funziona.

Eppure l'azienda sa sempre dove si trovano i rider: lo dice un dispatcher (a Berlino dove ha sede il call center) di una di queste piattaforme, si sa sempre dove sono, anche fuori dall'orario di lavoro.

I dispatcher possono cambiare l'ordine degli algoritmi, cambiare gli ordini per le consegne, toglierli ad un certo rider.
Dietro c'è solo sfruttamento e controllo: nessuna responsabilità e nessun rischio di imprese, per Foodora sono solo “pacchetti che si spostano”.

L'algoritmo ti localizza anche quando non lavori, anche quando sei in vacanza – racconta una ragazza della Rider Unions: ma che rispetto hanno queste aziende nei confronti delle persone?
Chi consegna di più prende il premio, secondo il modello di queste piattaforme: ma a che prezzo? In un anno ci sono stati sette morti e diversi feriti.

E chi è il responsabile? Trovare la catena delle responsabilità non è facile.
Diversi lavoratori di Foodora hanno fatto causa all'azienda dopo un licenziamento, che però non era un licenziamento, ma una disconnessione dalla App.
Il tribunale di Torino ha stabilito che dovevano essere assunti come lavoratori della logistica: parliamo di 30 mila lavoratori che costano zero alle aziende.

Foodora Italia era di proprietà di un italiano, Gianluca Cocco, della Cobo SRL: questa società sviluppa sw e piattaforme per la consegna del cibo, dunque non ha cambiato lavoro.

Altra società di consegna è Deliveriamo, società di Torino, ha 42 dipendenti: un suo rider è morto in un incidente a Genova. E' un morto sul lavoro?

Ce ne sono tante di società che distribuiscono il cibo tramite questi fattorini: dietro ci sono anche società di ristorazione che si sono gettate nella distribuzione.
MA il sistema del delivery reggerà a lungo, è un modello sostenibile?

Ad ogni tornata elettorale i politici parlano di tutele: Di Maio aveva infilato nel decreto crisi una norma per i rider che riconosceva loro un salario minimo.
Ma rimane il cottimo, che non è vietato (non deve essere prevalente): il salario minimo va bene, ma servirebbe togliere il cottimo e applicare i contratti, come quello della logistica.

Col nuovo governo, i rider arrivano in Parlamento: loro obiettivo è diventare lavoratori subordinati, diritti e tutele, non essere più solo pacchetti.
È nato un sindacato “giallo”, che rivendica il cottimo, ma gira voce che dietro questo finto sindacato ci siano le aziende.

Chi sta sbagliando, i rider che vogliono il cottimo (e che hanno scritto la lettera di protesta) o i rider che rivendicano diritti?
Sembra che si voglia spaccare il fronte dei fattorini: a Glovo Milano i rider sono stati indottrinati dall'azienda, per lanciare il messaggio che il cottimo è bello, messaggio da rilanciare sui giornali, su facebook, senza far capire che dietro ci sia l'azienda e non chi fa le consegne.

Assodelivery è l'associazione delle cinque società di consegna: il presidente (Sarzana) non ha accettato l'intervista a Report e, a giudicare dalle immagini, sembra che queste società più che concorrenti siano molto amiche.

Al Senato, Assodelivery e Matteo Sarzana hanno presentato i loro numeri e le loro ragioni: senza il cottimo i rider guadagnerebbero meno, lo dice una ricerca fatta da Bruno Leoni, che però non è super partes (nell'istituto lavora Giacomo Mannheimer, che lavora in Glovo).
Hanno stretti rapporti con la politica, queste società, come Deliveroo, che ha sponsorizzato un evento per la Casaleggio Associati.

Veramente si riesce a guadagnare 10 euro all'ora? Veramente con la bici si riescono a fare le stesse consegne che non con la moto (come la prova vantata da Sarzana)?

Cottimo è bello.
Peccato che se rifiuti le consegne, rischi di essere fuori dalla App, prendi un punteggio così basso, per cui non puoi più lavorare.
Peccato che se vuoi fare tanti ordini e guadagnare, rischi di fare incidenti.
E Glovo, la società che si è presa Foodora, non gli ha riconosciuto nulla: Glovo è una società che dietro ha un manager giovane, come Pichi, che ha fondato aziende all'estero e che ora è “solo” segretario generale di Assodelivery.

Girano tanti soldi per le consegne, ma a chi vanno i soldi? Ai ristoranti, dopo la consegna, arrivano solo parte dei soldi pagati.
Just eat prende il 23,5% per ogni ordine.
Deliveroo prende il 30% più l'iva.

Senza fare niente, solo una piattaforma tecnologica che però dietro ha poco capitale: è come un ritorno alla vecchia rivoluzione industriale, solo sfruttamento delle persone.
Fatturano 22 milioni di euro l'anno, ma sono in utile di 1 milione, a Deliveroo: non pagano le tasse, perché erano in perdita negli anni passati.
La capogruppo inglese è ancora in perdita, per i tanti costi dovuti a spese per servizi: dall'inizio dell'attività ha perso 600 ml di sterline, mentre le società locali guadagnano milioni.

Ecco spiegata l'ostilità per la legge che blocca il cottimo: senza il cottimo il giocattolo rischia di saltare e anche i guadagni.

Anche Just Eat ha la madre in Inghilterra, ma è in utile: ma qui non paga tasse, proprio nulla.
La sede italiana è a Milano: l'utile è 32 milioni per una imposta di 130mila euro.

Glovo, nata a Barcellona nel 2015, ha i ricavi in crescita ma anche grandi perdite: anche qui grandi costi, compresa la controllata italiana, Fodhino.
Chi sta dietro Glovo non è chiaro: in Spagna non c'è obbligo di pubblicare i nomi dei soci.

Quasi tutte società in perdita, ma sono tutti felici giovani rampolli dell'economia e dell'impresa e molti vicini alla politica.

E poi c'è anche la cresta sugli ingressi: 50 euro per lavorare qualche ora per Glovo, nel centro a Sesto San Giovanni.

Vergogna!

11 novembre 2019

Le inchieste di Report – il futuro dei rider, il tifo negli stadi e le nostre App


I rider che consegnano il cibo, l'inchiesta sul tifo organizzato e i legami con la criminalità e, nell'anteprima, un'inchiesta sui dati che forniamo alle App: questi gli argomenti della puntata di stasera di Report.

Le APP-ARENZE di Cecilia Andrea Bacci

Siamo così timorosi quando si tratta di dare i nostri dati ad uno sconosciuto ma allo stesso tempo non ci facciamo problemi a condividere tante informazioni personali con società straniere che hanno pure sede al di fuori dell'Europa (e che dunque non garantiscono tutte le protezioni in materia di privacy).
Vi ricordate la App che vi invecchiava, partendo da un selfie? Bene la vostra immagine è stata acquisita da una società con sede in Russia, che si è potuta costruire un bel database di volti, si spera per non farci nulla di male.
C'è poi la questione dell'invasività delle App che, una volta installate, vorrebbero prendere possesso del telefonino e dei nostri dati: rubrica, gps, telefono.
Sanno più loro di dove siamo stati e cosa abbiamo fatto che non molti dei nostri amici.

Qual è il prezzo da pagare per questa identità social che, a volte, è come una seconda identità lontana da quella reale?
Guardarsi allo specchio è diventato complicato: potremmo non riconoscerci. Il nostro specchio, infatti, si è trasformato nello schermo di un telefonino e la “perfezione” è a portata di tocco. Cosa succede se costruiamo un'immagine social migliore della nostra immagine reale? Tutto passa attraverso un selfie: un semplice scatto per noi, oro che cola per le società che gestiscono le app di fotoritocco. Perché queste app chiedono di raccogliere i dati del nostro GPS, avere accesso alle nostre rubriche, gestire le nostre chiamate e poter modificare la priorità assegnata alle altre applicazioni installate sul telefono? Regaliamo quotidianamente l'accesso a questi dati e al nostro volto. Come vengono conservate queste informazioni? E perché?

Il futuro dei Rider

Nato come un lavoretto, da fare per poche ore al giorno, come strumento per prendere qualche soldo per studenti o persone senza lavoro, quello dei Rider è diventato un lavoro a tutti gli effetti se si mette in conto le ore passate sul sellino, i turni di lavoro decisi da un algoritmo e le chiamate via App, i rischi di infortunio sulle strade (e le strade delle città italiane non brillano per sicurezza, specie per l'assenza di piste ciclabili).
Che futuro si devono aspettare i riders, quelle 30mila persone che ci consegnano il cibo a domicilio?
Nel decreto crisi aziendali, il governo (in special modo il m5s) ha cercato di regolare questi lavoratori che, fino ad oggi, non hanno diritti né tutele, introducendo anche per loro un salario minimo.
Molti di loro si sono rifiutati, preferendo mantenere lo status quo, ovvero la situazione di lavoro a cottimo per cui più pedali, più guadagni (ma più rischi).

D'altronde anche le App che, almeno per loro, hanno sostituito il responsabile, premiano i riders che fanno più consegne in meno tempo: ma dietro ai pochi soldi che entrano nelle tasche dei riders (molti dei quali nemmeno sono studenti o persone in cerca di altro), si nascondono i guadagni enormi delle società della Gig economy.
Società senza strutture, senza personale (il minimo), pochi investimenti iniziali, tanti guadagni e poche tasse, almeno in Italia.
E poca voglia di parlare coi giornalisti.

Giovanna Boursier è riuscita a parlare con un dispatcher di Foodora, una persona cioè che lavora dietro l'algoritmo che assegna le consegne ai rider e a controllare che tutto funzioni: questa persona ha ammesso che era possibile controllare i fattorino anche fuori l'orario di lavoro, si poteva controllare dove erano prima dell'inizio del turno e anche dopo. A volte si è spostato un ordine da un fattorino ad un altro, probabilmente per punizione.
L'algoritmo ti localizza quando non lavori e persino quando sei in vacanza, persino se la geolocalizzazione del telefono era spenta.


Boursier racconterà anche la questione dei rider licenziati, ovvero di coloro a cui è stata bloccata l'applicazione, di fatto licenziandoli.

La scheda del servizio: EASY RIDERS di Giovanna Boursier in collaborazione di Eva Georganopoulou e Greta Orsi
I rider sono i fattorini che ci portano il cibo, e non solo, a casa. In Italia ormai circa 30 mila e continuano ad aumentare, non sono solo giovani studenti che integrano il bilancio familiare negli anni dell’università, ma anche cinquanta-sessantenni che hanno perso impieghi precedenti. Ci stiamo abituando a vederli nelle nostre città: pedalano velocissimi, anche di notte, spesso in contromano. Corrono perché sono pagati a consegna, ossia a cottimo: più portano ordini, più guadagnano. Più danno disponibilità più acquisiscono dall’azienda un punteggio, che consente loro di prenotare più facilmente ore e turni di lavoro. È la nuova frontiera del lavoro nella gig economy, l’era delle piattaforme digitali, in cui mentre la crisi economica rende irreversibile la precarietà, tutto deve essere invisibile, compreso lo sfruttamento dei lavoratori. Invisibili cercano di restare anche i manager delle società di delivery: da Just Eat a Deliveroo, a Glovo. Molte fanno capo a multinazionali i cui bilanci in perdita spesso nascondono ricavi enormi. Impossibile parlare con loro, nemmeno tramite l’app.

L'inchiesta sul tifo organizzato (e dei legami con la criminalità)

Federico Ruffo torna ad occuparsi di tifo organizzato e dei suoi legami con la criminalità organizzata: le sue inchieste passate avevano suscitato molte polemiche, eppure le inchieste della magistratura gli hanno dato ragione.
I legami tra la curva juventina e la ndrangheta (e i tentativi riusciti di pressione sulla società) ci sono stati davvero. Come reali sono anche i contatti tra capi ultrà della curva milanista e il mondo dello spaccio (e Report aveva anche ricordato quell'abbraccio imbarazzante tra l'ex ministro dell'interno Salvini è un capo ultras già condannato).
Questa volta ci si sposta sulla piazza di Roma, con la storia dell'omicidio del capo degli irriducibili della Lazio Fabrizio Piscitelli: forse a Roma la mafia non c'è, ma di sicuro esiste ed è ben radicata una criminalità violenta che si è spartita la città sul traffico della droga.

Il nome di Piscitelli è nelle carte dell'inchiesta su Mafia Capitale e in altri processi è stato considerato vicino al boss della camorra Michele Senese ('o pazzo), uno dei quattro re del narcotraffico di Roma.
Il suo omicidio è stato un'esecuzione in piena regola, un colpo alla nuca sparato da un killer che sapeva dove e quando trovarlo: uno spessore criminale così forte da portare il Questore a vietare i funerali pubblici, almeno sulla carta.
In chiesa era presente solo la famiglia, ma fuori era presente tutta la curva, anzi le curve e l'estrema destra: Luca Lucci, leader della curva sud del Milan pregiudicato per droga e lesioni, Luca Castellini, coordinatore in Veneto di forza nuova e capo della curva del Verona, Valerio Arenale segretario del movimento patria nostra e coordinatore di forza nuova.
E poi gli irriducibili della Lazio che, durante il funerale, riconoscono le telecamere di Rai3 e Federico Ruffo e iniziano ad insultarli: “sei uno sciacallo come tutti i giornalisti .. comunisti de' merda”.

Federico Ruffo ha incontrato Fabrizio Toffolo, capo ultras degli irriducibili della Lazio, che nel passato era stato gambizzato due volte: il giornalista gli ha mostrato una nota della Questura secondo cui una fonte confidenziale aveva presentato con tutti i particolare i motivi dell'agguato, dietro cui c'era proprio Piscitelli.
Dietro l'agguato, la riorganizzazione del tifo nella curva laziale.

Report è tornata poi sulla morte dell'ultra juventino, Dino Mocciola leader dei drughi, con gli arresti effettuati dalla Digos di Torino nei confronti di alcuni ultras della Juventus, con le accuse di estorsione aggravata e riciclaggio.
Nella puntata verrà mostrata la lettera dell'ex Questore di Torino, oggi allo Sco, in cui scriveva che ancora nel 2018 la società dava i biglietti agli ultras senza farli pagare: un atteggiamento che è stato definito inopportuno.

Sul Fatto Quotidiano di domenica 10 novembre potete trovare una anticipazione della puntata:
Il questore si è accorto che la Juventus Fc sta ancora fornendo biglietti agli ultras senza farli pagare. “Atteggiamento – si legge – inopportuno”. E Messina dice a Report: “La mia lettera è lo spartiacque perché la società non ha più scampo: non può, se è una società seria, non prendere in considerazione una situazione che poi la può vedere non solo come vittima, ma la potrebbe vedere a un certo punto connivente”.

La scheda del servizio: ULTRAS SPA di Federico Ruffo in collaborazione di Lorenzo Vendemiale

Una nuova inchiesta su affari e illegalità che ruotano attorno al tifo del calcio. A Roma il re della Curva Nord Fabrizio “Diabolik” Piscitelli cade in un agguato da Romanzo Criminale: un filo porta al narcotraffico e a Massimo Carminati. A Milano, invece, la tifoseria dell’Inter è spaccata da una faida interna. A scatenarla ci sarebbero anche questioni connesse al bagarinaggio, alle quali non sarebbero stati estranei, nel corso degli anni, alcuni settori della società. Report tornerà anche sulla vicenda che riguarda i gruppi ultrà della Juventus, i cui storici capi sono stati tutti arrestati lo scorso 16 settembre, indagati a vario titolo per associazione a delinquere, estorsione aggravata, riciclaggio e violenza privata: secondo la Procura di Torino sarebbero artefici di una strategia estorsiva nei confronti della società, che avrebbe avuto la prontezza e il coraggio di denunciare. Eppure le date su alcuni documenti potrebbero raccontare una storia diversa.