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31 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’influenza aviaria, l’insicurezza sulle strade, la scuola del non merito e il tartufo con gli aromi

Viva la sicurezza – ma non sulla strada

L’ultima trovata del governo Meloni, quello dell’ordine e della sicurezza, è il metal detector per entrare nelle scuole. Come a dire, cari ragazzi, quello che fate fuori dalla scuola non ci interessa, ma dentro la scuola niente coltelli.

Perché questo è il governo della sicurezza. Ma non sulle strade: niente città a 30 km all’ora, niente limiti, tanti investimenti per nuove autostrade e tagli al servizio pubblico (e i pendolari sanno cosa significa).

E poi situazioni paradossali per cui ci sono persone che hanno preso la multa per aver superato i limiti di velocità (come loro stessi ammettono), ma hanno presentato ricorso sfruttando una sentenza della cassazione del 2024 sugli autovelox che devono essere omologati e anche approvati.


Già dal 2023 il ministro dei trasporti Salvini sapeva della necessità di equiparare omologazione ad approvazione degli autovelox: serviva modificare il codice della strada ma per questo non c’era fretta, nessun decreto in emergenza. Come mai così poca fretta? Se lo è chiesta anche la Citiesse, la principale azienda che fornisce gli autovelox ai comuni che poco tempo fa ha chiesto i danni al ministero per 600 mila euro (che pagheremo noi) per i mancati incassi dai comuni. Perché vista la situazione ambigua, molti comuni hanno spento gli autovelox e non ne comprano più. “L’anno scorso non abbiamo mandato un ordine” racconta a Report Raoul Cairoli AD di Citiesse. Invece di fare una legge chiara Salvini si è basato su un parere dell’avvocatura dello Stato per cui le sentenze della Cassazione non farebbero testo. Così i comuni nell’incertezza hanno preferito spegnere gli autovelox ed evitare contenziosi: Citiesse accusa il ministero di condotta omissiva, l’inerzia del ministero sta provocando un danno economico. E nel frattempo le gente continua a morire per incidenti sulle strade, spesso causati dall’alta velocità.

LAB REPORT: LA CATTIVA STRADA

di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Collaborazione Alessia Pelagaggi

C’è un lavoro che nessun poliziotto vorrebbe mai fare. Suonare il campanello di una casa, di mattina presto, una casa dove mamma e papà stanno aspettando inquieti. E dire: “mi dispiace, vostra figlia è morta questa notte in un incidente stradale”. In Italia ormai da un decennio ci sono circa 3 mila morti all’anno sulle strade. Negli anni duemila l’introduzione dei tutor sulle autostrade e una serie di altri progressi avevano portato a ridurre di molto la mortalità, che era di 7 mila vite perse annualmente. Ma oggi sembra lontano l’obiettivo europeo di dimezzare morti e feriti entro il 2030. Tra le cause ci sono la velocità e i guard-rail pericolosi che uccidono invece di salvare. Report documenta il confuso quadro normativo che regolamenta autovelox e barriere di sicurezza, mettendo a repentaglio vite umane.

Febbre d’aviaria

Giulia Innocenzi ha preparato un altro servizio sugli allevamenti in Italia: per contenere in questi allevamenti la diffusione dell’aviaria le anatre allevate vengono uccise sotto gli occhi di un veterinario a bastonate. “Le arrivano informazioni che non stanno né in cielo né in terra” è stata la risposta dell’allevatore, ma ci sono le immagini raccolte da Food for Profit, che testimoniano come non si siano rispettate tutte le norme a tutela del benessere degli animali.


La scheda del servizio: FEBBRE ALTA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Report ha scoperto a chi è stata venduta la carne scaduta del macello Bervini su cui è stata lanciata l'allerta alimentare e finalmente potrà informare i consumatori che, al momento, non hanno invece avuto risposte dagli enti preposti. E ancora: è scoppiata l'emergenza influenza aviaria, e milioni di polli e galline vengono abbattuti negli allevamenti. Come avvengono gli abbattimenti? Report è entrato in possesso di immagini esclusive e sconvolgenti, che sollevano più di qualche domanda sulla correttezza delle procedure utilizzate anche per contenere la diffusione del virus. Abbattimenti che vengono fatti sotto la supervisione del controllo veterinario, e con milioni di euro dei contribuenti.

La scuola modello destra

Nonostante le smentite, le rassicurazioni del segretario Salvini, il generale potrebbe creasi il suo partitino a destra creando qualche problema al “capitano”, come viene chiamato il segretario della Lega.

Che in questo servizio ci spiegherà qual è la sua visione della scuola: gli eroi della decima mas, i poeti del risorgimento, insegnare valori come lealtà, onore, il sacrificio, il valore, la dedizione alla patria.

Io non rinculo – dice al giornalista di Report: nessuna marcia indietro sull’esercito personale di Borghese salvato dalla fucilazione per crimini di guerra dagli americani.

A scuole le classi vanno separate per competenze, le persone disabili non devono bloccare lo sviluppo di quelli bravi (magari pure biondi e con gli occhi azzurri): anche questo è un altro capisaldo della scuola vannacciana.

Meglio mostrare adesso chi sia Vannacci, prima di ritrovarcelo candidato per la presidenza del Consiglio.

La scheda del servizio: NEL MERITO DELLA SCUOLA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

Le recenti iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito stanno alimentando il confronto nel mondo della scuola. Docenti, dirigenti ed esperti segnalano criticità legate alle nuove Indicazioni nazionali, in particolare per l’insegnamento della storia, e alle possibili ricadute sull’autonomia didattica e sullo sviluppo del pensiero critico. Attenzione anche alle circolari ministeriali su organizzazione e gestione delle attività scolastiche, nonché al clima che si sta creando intorno al dibattito su temi di attualità, rispetto al principio del pluralismo e alla funzione educativa della scuola.

La caccia al tartufo

Non è tutto tartufo quello che luccica – racconta Report nell’anteprima del servizio: andar per tartufi è la gioia della ricerca, raccontano a Report gli appassionati tartufari, una passione per loro e un gioco per i cani, “sei tu, l’animale, la fantasia e la terra..”

Il tartufo è un patrimonio dell’Unesco dal 2021: la ricerca dei tartufi è anche un’attività redditizia e così spuntano anche qui i furbetti del tartufo.

Quelli che mettono il trucco ai tartufi per farli apparire più belli e profumati per indurre l’ignaro consumatore all’acquisto. Per esempio coprirli con della sabbia gialla, “stinkare” il tartufo in gergo, e qualche goccia di aroma di tartufo, bis-metiltiometano, come il gas appunto. Perché l’odore caratteristico del tartufo sparisce a pochi giorni dalla raccolta. Per cui quando vedete un tartufo che arriva da lontano e ha fatto un viaggio di qualche giorno, fatevi qualche domanda.

La scheda del servizio: TRUFFLE LAND

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Celeste Gonano

Un cane fedele, il vanghetto, scarpe buone ai piedi. Tutto questo è andar per tartufi, patrimonio culturale immateriale dell’Unesco dal 2021. Ne esistono oltre 100 specie nel mondo, ma in Italia se ne possono commercializzare 9, come il nero pregiato, lo scorzone, il bianchetto e il più pregiato di tutti, il bianco, protagonista indiscusso di fiere e piatti costosi quanto prelibati.

Ma da dove viene tutto il tartufo che troviamo proprio a queste fiere? A causa dei cambiamenti climatici e dell'impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l'offerta diminuisce sempre di più. Nonostante per legge sia obbligatorio indicare una zona geografica di raccolta, aggirare la normativa è un gioco da ragazzi. Ma è fondamentale essere sul mercato, anche quando i tartufi non ci sono. Lo sanno bene anche alla Regione Piemonte, che sui tartufi ha organizzato la presenza a Expo 2025 a Osaka.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – le spese del garante, le passioni del generale, la plastica che non ricicliamo, il made in Italy che non c’è

Lo chiamavano garante (ma di chi?)

Le inchieste di Report sui membri del collegio della privacy hanno portato all’apertura di una indagine portata avanti dalla Guardia di Finanzia: le spese “allegre” dei membri, le situazioni da potenziale conflitto di interesse, la caccia dei membri alla talpa di Report con l’accesso agli uffici e l’assurda richiesta di far spiare i dipendenti dell’autority (che in teoria dovrebbe proprio tutelare la privacy degli italiani). E anche alcune scelte fatte dal collegio molto discutibili: la riduzione della multa a Meta (con possibile danno erariale), la multa a Report per l’audio di Sangiuliano (con tanto di visita in via della Scrofa ad Arianna Meloni di Agostino Ghiglia)..

Eh, ma questo collegio è stato nominato dal precedente governo – si difendono a destra: ma gli atti, le spese, le decisioni, fanno pensare ad un collegio in difesa degli interessi del governo di destra.

Ma questa sera Report si occuperà delle spese del collegio che, per quanto riguarda le sole spese di rappresentanza, sono decuplicate dal 2022 per aumentare negli anni successivi (siamo a 400 mila euro)

La scheda del servizio: I GARANTISTI

di Chiara De Luca

Collaborazione di Eleonora Numico

Report torna a occuparsi dell'autorità Garante della Privacy, a seguito delle perquisizioni e dei sequestri ordinati dalla Procura di Roma, che ha indagato i quattro membri del Collegio per peculato e corruzione. Sotto la lente della Procura ci sono anche gli oltre 400mila euro di spese di rappresentanza, che, come dimostrano documenti inediti, forse potevano essere limitate.

L’illusione del made in Italy

Ci si riempie la bocca col made in Italy, con la difesa dell’eccellenza italiana: capi di vestiario venduti a migliaia di euro, che danno lustro al nostro paese ma che dietro nascondono storie di sfruttamento, caporalato, elusione del fisco.

Storie che vengono raccontate dalle tante inchieste giudiziarie sui grandi marchi, ben poco raccontate dai giornali per non sporcare l’immagine dorata dei grandi brand.

Ha ancora senso parlare del made in Italy?”

No, perché le immagini della proprietaria dell’azienda l’Alba a PRato che va a picchiare i suoi operai che si erano permessi di protestare fuori dallo stabilimento in protesta contro il licenziamento parlano da sole.


Lavoratori stranieri che avevano stirato e lavorato capi di abbigliamento del made in Italy, vestiti che troviamo nelle vetrine a 300, 400, 500 euro - racconta a Report Luca Toscano del sindacato COBAS di Prato – e l’hanno fatto per anni con un contratto da addetti alle pulizie con straordinari non pagati, tutti i sabati a lavorare gratis, lavorando anche dieci ore al giorno.

LA filiera del lusso, che garantisci altissimi profitti ai proprietari dei brand e agli azionisti, si basa si queste filiere.

Dove tutti sanno e nessuno parla: tutti sanno che un capo viene a costare poche decine di euro sebbene venga venduto a dieci volte tanto. Capi del lusso prodotti da persone con uno stipendio da 1100 euro al mese lavorando 60 ore a settimana.

Nel servizio verrà intervistato il consulente Gian Gaetano Bellavia che farà le pulci sui conti di queste società del lusso: la sua intervista ha già scatenato un vespaio da parte della destra, a causa del furto che ha subito da parte di una sua ex collaboratrice.

La scheda del servizio: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo le misure di amministrazione giudiziaria nei confronti di molti brand della moda, il Procuratore capo di Milano Paolo Storari ha richiesto la misura interdittiva del divieto di fare pubblicità per 6 mesi per Tod’s. Con un’intervista esclusiva a Diego Della Valle, l’inchiesta ricostruisce la filiera della produzione dei beni di lusso, che dalla casa madre verrebbero appaltati a società italiane senza struttura produttiva che a loro volta subappalterebbero ad opifici cinesi.

Il generale sovranista (con molto tempo libero)

Pur essendo un eurodeputato (della Lega), l’ex generale Vannacci dispone di tanto tempo libero.

Per organizzare manifestazione (con scarso pubblico) fuori Montecitorio. Per fare le sue dirette social, come quella contro Report e il giornalista Luca Chianca, un “cane da tartufo”.

Chissa che volere cercare su di me – si chiede ironicamente l’eurodeputato che, almeno, ha accettato l’intervista: compito del giornalista fare domande, scavare nella vita dei politici per cercare di dare risposte alle tante domande. Per esempio, come mai questo continuo rimandare al ventennio fascista? “Non sono fascista perché oggi è assurdo definirsi fascista, perché il fascismo è finito 85 anni fa..”.

Questa è la classica risposta alla “Meloni”: fascista io? Ma se sono nata nel 1977?
Eppure. L’attacco ai poteri di controllo, la voglia di centralizzare tutto il potere dentro l’esecutivo, lo scavalcare i poteri intermedi (dai sindacati al Parlamento).

E anche il rispondere, come ha fatto Vannacci, che lui non è nostalgico del fascismo MA solo nostalgico dei valori che hanno caratterizzato l’Italia dal 1948 ad oggi, non depone molto a suo favore. Tra i valori fondanti della Repubblica italiana, che piaccia o meno a questa destra, ci sta l'antifascismo.

La scheda del servizio: I FRATELLI DEL GENERALE

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Qualche mese fa, il generale Roberto Vannacci è finito al centro del dibattito, tutto interno al partito di Matteo Salvini, per aver deciso di non finanziare le casse della Lega. Vannacci risulterebbe, infatti, l'unico eletto nel partito a non contribuire, tra i mal di pancia degli iscritti e dei militanti. Nel frattempo, però, Report ha scoperto che Vannacci avrebbe dato vita a un nuovo soggetto politico, oltre all'associazione il Mondo al Contrario. Si chiamerebbe associazione Fondazione Generazione Xa, la Presidente è sua moglie e non sarebbero ancora noti gli scopi. Parallelamente, il generale ha dato vita anche a uno nuovo centro studi, Rinascimento Nazionale, insieme a Luca Sforzini, che a Report ammette di essere massone, con sede nel suo castello in provincia di Alessandria. Ma chi sono gli altri "fratelli" che il generale frequenta sempre più spesso?

Morire di plastica – che non ricicleremo


Conviene importare la plastica riciclata dall’estero piuttosto che non riciclarla in Italia, perché costa troppo: così succederà che moriremo seppelliti da questa plastica (che continuiamo a produrre come se niente fosse). È quello che sta succedendo nei centri di recupero della plastica, dove la plastica stoccata (già lavorata) rimane a fare ingombro per almeno il 50%: “il rischio collasso è giornaliero, è come se fosse una bomba ad orologeria”.

Un danno economico per gli impianti di riciclo della plastica, un danno ambientale per il paese e anche una beffa, perché la plastica riciclata la dobbiamo importare da fuori.

LAB REPORT: CRISI PLASTICHE

di Antonella Cignarale

collaborazione Evanthia Georganopoulou

Le feste sono alle spalle mentre tutto quello che abbiamo scartato e consumato è ancora in cammino lungo la filiera del riciclo, e i rifiuti dagli imballaggi in plastica stanno andando più a rilento delle altre frazioni. Lo scorso settembre le associazioni che rappresentano le aziende di riciclo di materie plastiche in tutta Europa hanno chiesto alla Commissione europea interventi immediati per sostenere la filiera messa in ginocchio da una profonda recessione. La concorrenza dei polimeri riciclati importati da paesi extra europei è diventata feroce. Secondo Plastic Recyclers Europe le chiusure dei centri di riciclo sono aumentate del 50%. Nell’economia circolare basta che un anello si blocchi che ne risentono tutti gli altri e se i polimeri riciclati dai rifiuti non si vendono il rischio è che i rifiuti che continuiamo a produrre non li vuole più nessuno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - il seggio di Cosenza, l’olio di Ricino in Africa, la peste suina e gli uomini dietro Vannacci

Report domenica tornerà ad occuparsi del caso Regeni, lo studente italiano torturato e ucciso in Egitto dai servizi segreti di Al Sisi: il caso è ancora aperto grazie alla caparbietà della famiglia e dei magistrati che lavorate alle indagini contro gli 007. Le recenti affermazioni di esponenti del governo Meloni, sull’Egitto come paese sicuro, hanno riacceso il faro su questa brutta vicenda che mette il luce tante ipocrisie sui nostri rapporti con questo paese africano a cui siamo legati (nonostante le violazioni dei diritti civili) da importanti rapporti commerciali.

Poi un servizio sul famoso piano Mattei, che col fondatore delll’Eni non ha nulla a che fare, infine un servizio sulla peste suina: come mai il nostro paese è stato così colpito da questa malattia? Centreranno forse i tanti, troppi, allevamenti intensivi?

ReportLab – il seggio delle schede bianche

Nell’anteprima di Report Giulia Presutti racconterà la storia del seggio uninominale di Cosenza 2 alla Camera dei Deputati: lo sconfitto Andrea Gentile ha vinto il ricorso, facendo ricontare le schede, risultando poi al riconteggio come vincitore. Misteriosamente, alcune schede bianche sono diventate schede valide.

Il mistero di questa storia ruota attorno al grande numero di schede bianche nel colleggio conteso da Orrico e Gentile, al riconteggio della Giunta per le elezioni, sono invece risultate valide, presentavano infatti una X correttamente apposta.
Il padre di Andrea Gentile è stato sottosegretario tra il 2016 e il 2018, parla di un labirinto, “mica qualcuno trucca le schede”: eppure su 414 voti riassegnati, 320 sono andati proprio ad Andrea Gentile, una circostanza definita di particolare rilievo dalla stedda giunta della Camera che sottolinea come, nelle precedenti legislature, il tasso di errore fosse del 3%, mentre in questo caso è stata riassegnata una scheda su 10, per capire cosa sia successo ai seggi la giornalista è andata a cercare i presidenti e i rappresentanti di lista in tutta la provincia di Cosenza.

Uno di questi ha dato appuntamento poco fuori la città: a Castiglione le sei schede bianche sono state riassegnate, eppure, racconta la presidente di seggio di Castiglione le schede erano bianche, senza segni, le schede sono state controllate da tutti. Dare indicazioni sbagliate sulle schede sarebbe come fare una dichiarazione falsa, “sarebbe una follia, in un paese di tremila persone, parliamo sempre di persone che hanno qualcosa da perdere.”

La deputata 5 stelle Orrico, che aveva vinto il seggio, ha posto al ministro degli Interni una informativa urgente, dopo aver visto l’anticipazione del servizio che andrà in onda stasera in forma integrale: nell’informativa ha chiesto al ministro una verifica sulle anomalie che si sarebbero verificate in Calabria alle politiche del 2022, nel seggio di Cosenza 2 dove la percentuale di schede bianche risultate votate è stata anomala pari al 10% quando normalmente si aggira in tutta Italia al 3%. Nella stessa inchiesta – continua la deputata nella sua richiesta al ministro – i presidenti dei seggi raggiunti dalla giornalista hanno confermato che quelle schede in fase di scrutinio fossero bianche.

A ciò aggiungo quanto mi viene riportato in una lettera da alcuni elettori – egregio onorevole ci preme informarla che il suo competitor Gentile sta richiedendo presso tutti i comuni del territorio i verbali relativi alle operazioni di scrutinio, inoltre ha predisposto una richiesta per la quale ha voluto la firma di almeno 400 elettori di diversi comuni. Nell’interesse di tutti i calabresi vostri elettori la preghiamo vivamente di seguire con attenzione l’evolversi della situazione [..] inutile dire che la modalità di ricerca di qualche errore sono, come sempre, poco trasparenti e chiare, facilmente potrebbero capolvogere un esiguo risultato di voti ma di grande liberazione morale.”
La deputata ha chiesto che si fermino i lavori della giunta per le elezioni per indagare a fondo su quanto emerge dall’inchiesta e dal lavoro stesso della giunta.
Le accuse della deputata sono gravi, su cui chiede un intervento del ministro, della Camera e della Giunta: “Esiste o no un sistema di controllo pseudo mafioso del voto in Calabria? La sicurezza dei seggi elettorali e di chi presiede le azioni di scrutinio è stata garantita? Il voto in Calabria è un voto libero oppure è condizionato da fattori ambientali riconducibili allo strapotere di alcune famiglie? [..] Vogliamo continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto oppure vogliamo restituire dignità e fiducia ai cittadini italiani?”.

La scheda del servizio: L’AGGIUNTA DELLE ELEZIONI di Giulia Presutti

Collaborazione Madi Ferrucci

In Parlamento da oltre un anno si sta giocando una partita silenziosa. La posta in gioco è un seggio della Camera, l'uninominale della provincia di Cosenza: alle scorse elezioni politiche era stato vinto dalla deputata Cinque Stelle Anna Laura Orrico, ma il secondo classificato ha fatto ricorso. Si tratta di Andrea Gentile, ex deputato di Forza Italia e rampollo di una famiglia cosentina da sempre in politica: per contestare il risultato elettorale si è rivolto alla stessa Camera dei Deputati, dove la Giunta delle Elezioni ha riaperto e contato tutte le schede nulle e bianche. Gentile è passato in vantaggio di 240 voti, ma c'è un mistero: perché 440 schede che i verbali di sezione hanno indicato come bianche, risultano ora contrassegnate da una x? I presidenti di seggio dicono che lo spoglio è stato svolto sotto il controllo di più occhi e che solo quando non era presente alcun segno, le schede venivano dichiarate bianche.

La peste suina e gli allevamenti intensivi

Sono bastate le immagini in anteprima del servizio di Giulia Innocenzi (autrice del documentario Food for Profit, che Report aveva trasmesso questa primavera) perché il presidente di Assosuini, Elio Martinelli, mandasse alla trasmissione la diffida a trasmetterlo: certe immagini non si devono far vedere al grande pubblico, come funzionano le cose dentro i grandi allevamenti.



Allevamenti proprio come quello dello stesso Martinelli in provincia di Mantova dove, come mostrerà il servizio che andrà regolarmente in onda, nelle stalle si vedono passeggiare topi, dove i maiali vivi passeggiano accanto alle carcasse degli animali vivi, in condizioni igieniche precarie, con feci strabordanti e animali sporchi, ragnatele incrostate e strutture abbandonate in condizioni di degrado da cui entrano anche altri animali dall’esterno. Fuori, sui muri dell’allevamento, resti di tetti in eternit danneggiati, ancor più pericolosi perché potrebbero rilasciare fibre di amianto nell’aria.
“Purtroppo nelle stalle vecchie ce ne sono ancora di tetti in eternit” risponde il proprietario, Elio Martinelli a cui la giornalista spiegava come questa sia una situazione pericolosa per chi ci lavora vicino “a noi ad esempio è successo che quando c’è stata una piccola tromba d’aria che ha fatto cadere delle lastre sicuramente per terra per qualche giorno c’è stato, ma niente di più.”

Non è solo l’eternit a preoccupare, anche le condizioni di salute degli animali lo sono – racconta nel servizio Giulia Innocenzi: si vedono maiali malati, con ernie, zoppicanti, orecchie morsicate, lasciati nei recinti assieme a quelli sani. E quelli che muoiono, se non vengono raccolti dagli operatori, vengono sbranati dagli altri maiali, perfino le viscere.

Sicuramente non do l’ordine di comportarsi così, però io non sono sempre lì” si giustifica il proprietario “per cui non so se è successo.. noi ci teniamo molto a poter tenere gli animali in salute, purtroppo non riusciamo sempre. Però, insomma, non è che vogliamo avere il non benessere degli animali.”

Come era stato raccontato nel precedente servizio, Food for profit, negli allevamenti si usa ancora l’elettrocuzione per uccidere gli animali ammalati della peste suina: questa operazione, racconterà il servizio, viene fatta fare ad operatori per la prima volta, senza alcuna formazione, come fosse un addestramento o un gioco, visto che nel mentre si uccide il maiale partono anche le batture su delle grigliate da fare.

Il ministro dell’agricoltura che dice di questi abbattimenti per la peste suina? “Noi non ci occupiamo degli abbattimenti” ha risposto a Report, perché la competenza sarebbe del ministero della salute. Ma Lollobrigida nel novembre dello scorso anno in Parlamento si occupò proprio di abbattimenti e difese l’operato della ditta incaricata.
Nella relazione al Parlamento il ministro aveva spiegato come le operazioni di abbattimento degli animali fossero state fatte da ditte specializzate sotto il controllo del personale dell’agenzia della tutela di salute di Pavia, “secondo le buone prassi del caso e in osservanza delle norme sia in termini di biosicurezza che nel rispetto del benessere animale.”
Perché Lollobrigida ha risposto al Question time in Parlamento se non ha la competenza? Per tutelare gli imprenditori, quelli danneggiati dalla peste, per cui il ministro sta cercando risorse per dargli una mano, testuali parole, per sopravvivere e mantenere gli allevamenti in Italia.

Dove gli animali vivono nelle condizioni che abbiamo visto.

Stefano Fanti, direttore del consorzio del prosciutto di Parma, dopo aver visto le immagini della passata di inchiesta di Giulia Innocenzi sugli allevamenti, aveva mandato un messaggio chiaro: “chiediamo a tutti di segnalarci i mascalzoni perché immediatamente provvederemo a segnalare i loro nomi alle autorità competenti, che è il ministero della salute, affinché questi mascalzoni non rovinino l’immagine delle persone serie e oneste”.

Come mai allora nessun allevatore è stato radiato dal consorzio? Perché tra il dire e il fare passa il rimpallo delle responsabilità: il direttore del consorzio spiega ad un giornalista di non avere gli strumenti per farlo, è una potestà in capo solo al ministero della salute. In realtà, spiega il ministero della salute, che la potestà è a capo del ministero dell’agricoltura che a sua volta smentisce quanto detto dal direttore del consorzio affermando che la decisione di escludere un consorziato è in capo al consiglio di amministrazione del consorzio.

Nel frattempo la peste suina sta decimando gli allevamenti e gli allevatori hanno iniziato a chiedere gli aiuti allo stato (solo la regione Lombardia ha stanziato 4 ml di euro lo scorso anno per i focolai di peste): ma questa carne, come racconterà il servizio, potrebbe essere già arrivata nei supermercati. La catena Lidl ha mandato una lettera ai suoi clienti professionali per rintracciare e ritirare dei prodotti a base di maiale, come salsiccia e pancetta, perché potrebbero essere infetti dalla peste suina africana. La Lidl non mette cartelli nelle filiali perché non si tratta di un richiamo al consumatore finale, come confermato dall’ASL incaricata.

Per la riduzione del contagio la catena dovrebbe mettere dei cartelli, a scopo precauzionale – spiega il comandante del nucleo anti sofisticazione dei carabinieri di Bologna Fabrizio Picciolo – “non c’è un rischio per la salute però c’è un rischio di epidemia.”
Tutto nasce da un episodio specifico: dopo aver mandato i suoi maiali al macello, un allevatore piemontese scopre il virus e l’ASL in via precauzionale fa partire l’attività di rintraccio.
Anche il gruppo Aia Veronesi è stato colpito dalla peste: ben sette allevamenti su 21 focolai scoppiati quest’anno in Lombardia. Un allevatore racconta a Report di aver messo in atto tutte le misure di biosicurezza, la doppia dogana: “i maiali sono arrivati da Trovo, una località vicino Vernate (un comune nell’area metropolitana di Milano), da un altro allevamento Veronesi che li ha portati via da Trovo perché dopo il caso di Vernate cadeva nella zona di restrizione. Dopo una settimana hanno trovato il positivo, secondo me sono arrivati già malati.”

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio:

Peste suina, il virus è finito sui banchi degli alimentari

Raitre - Secondo “Report” la catena Lidl ha ritirato alcuni prodotti Nessun avviso al pubblico, il pericolo per l’uomo non è dimostrato

Di Luisiana Gaita 17 Novembre 2024

Dai cinghiali ai maiali negli allevamenti, la peste suina è arrivata non solo nella carne di suino, ma anche negli snack vegetali. Nella puntata di Report che andrà in onda stasera, la giornalista Giulia Innocenzi racconta come si è arrivati a questo punto, mostrando in esclusiva la lettera che la catena Lidl ha inviato ai suoi clienti professionali per rintracciare e ritirare dei prodotti a base di maiale, come salsiccia e pancetta. Potrebbero essere infetti da peste suina africana.

A settembre 2024, il virus è stato trovato sugli scaffali dei negozi di alimentari. Lo confermano i Nas di Bologna. I lotti coinvolti sono preparazioni di carni suine prodotte in uno degli allevamenti della filiera del gruppo Aia-Veronesi, particolarmente colpito dalla psa, con 7 dei 21 focolai scoppiati quest’anno in Lombardia. Lo conferma lo stesso gruppo. Il problema è sorto perché un allevatore piemontese ha scoperto il virus dopo aver spedito i maiali al macello.


La scheda del servizio: MADE IN VIRUS di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Perché l'Italia è uno dei paesi europei più colpiti dalla peste suina africana? La strategia del governo per frenare il virus ha fallito? Report può rivelare in esclusiva che l'Ausl di Modena ha fatto partire l'attività di ritiro e rintraccio di alcune partite di carne di maiale finite nei supermercati perché potenzialmente affette dal virus della peste suina. E perché, nonostante le criticità sollevate dagli esperti, anche quest'anno per gli abbattimenti è stato utilizzato il metodo dell'elettrocuzione? Report mostrerà in esclusiva le immagini di abbattimenti di cui ha chiesto conto al ministro Francesco Lollobrigida. La peste suina africana sta mettendo inoltre in difficoltà il comparto delle produzioni DOP. Il Prosciutto di Parma ha adottato un nuovo disciplinare, che prevede che i mangimi provengano almeno al 50% dalla zona di origine limitata. Gli enti controllori preposti verificano che questi criteri vengano rispettati? E qual è lo stato degli allevamenti italiani, dove l'igiene e la biosicurezza sono criteri essenziali per evitare la diffusione del virus?

Egitto, paese sicuro e il caso Mattei

Il 29 ottobre scorso le immagini del servizio di Report dedicato alle ultime ore del ricercatore Giulio Regeni sono state proiettate nell’aula di Corte d’Assise di Roma: la richiesta, accolta dalla presidente Paola Roja, viene sollevata dai difensori dei 4 egiziani accusati del rapimento, delle torture e dell’omicidio di Regeni, avvenuto a fine gennaio 2016. In quegli stessi giorni sul banco dei testimoni dell’aula Vittorio Occorsio di Roma siede lo Stato: ex presidenti del Consiglio, ministri degli Esteri, direttori dei servizi segreti e funzionari che hanno avuto il compito di controllarli e gestirli. È l’espressione più alta e meno visibile del potere chiamata per la prima volta a dare risposte.
Alberto Manenti è stato direttore Aise dal 2014 al 2018: “Giulio Regeni era oggetto di un fermo non ufficiale da parte degli organi di sicurezza egiziani”, come ce ne sono a migliaia in Egitto e in molti altri paesi della regione. Eppure il governo Meloni ha inserito l’Egitto nella lista dei paesi sicuri, quelli dove non c’è il rischio di tortura o di persecuzione politica.

Lo ha ripetuto lo stesso ministro, non competente, Salvini: “Se vogliamo dire che un paese dove vanno quasi 1 ml di italiani in vacanza e altri ci andranno a capodanno, è un paese dove non possiamo espellere un accoltellatore di un controllore allora facciamo ridere .. perché a questo punto non possiamo più espellere nessuno. Fra un po’ manco in Svizzera possiamo espellere”.
Sono dichiarazioni che fanno male – racconta a Report la legale della famiglia Regeni – come altre che abbiamo sentito in questi anni, “poi dal punto di vista giuridico, particolarmente inquietante il fatto che si cerchi sempre di aggirare gli ostacoli sulla pelle delle persone. Perché se tante persone scappano dall’Egitto è perché l’Egitto non è un paese sicuro e, per esperienza, sul corpo di queste persone ci sono sempre segni di torture.”
Dalle ricostruzioni della procura di Roma i luoghi dove Giulio Regeni viene torturato sarebbero più di uno, tra questi un edificio nelle disponibilità della National Security, lo stesso luogo dove viene portato Abbas, un giovane che per la prima volta fa luce sui metodi di tortura degli apparati di sicurezza egiziana.

Il ragazzo è molto sicuro che il luogo dove è stato detenuto fosse lo stesso dove è stato torturato Regeni, “un agente mi ha detto le persone che sono sopra rispettano la legge e le regole, ma tu sei qui sottoterra e qui non ci sono né leggi né regole. Ci sono stati tanti eroi che sono morti proprio in questo posto.. Allora, vuoi andare a casa? Mi devi rispondere e mi devi dire cosa c’è scritto in questo fascicolo sulla mia scrivania, mi devi dire cosa c’è nelle carte sulla mia scrivania. Allora ho detto di nuovo la verità, sono qui per comprare una macchina e a quel punto l’uomo dietro di me ha detto ‘credo che tu abbia bisogno di questo’ e ha cominciato a darmi la scossa in testa e sui genitali a ripetizione, e io ho cominciato a tremare e a urlare, e ho sentito ridere mentre lo faceva.”

Il servizio di Daniele Autieri si occuperà di un testimone chiave dell’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, “gamma”: avrebbe ascoltato un dialogo tra due ufficiali dei servizi egiziani a Nairobi (dove si parlava dell’omicidio di Regeni facendo riferimento al maggiore Ibrahim MagdiSharif, ) e ne avrebbe parlato ad un sacerdote, padre Giulio, insegnate all’università cattolica di Nairobi. Il giornalista è riuscito a mettersi in contatto con questa persona che, al telefono, nega di aver mai sentito parlare della storia del ricercatore italiano. Forse è un altro il “padre Giulio” da sentire: Giulio Albanese, ex direttore del media center di Nairobi: a Report racconta di essere già stato sentito dal Ros, ma non è lui quel padre Giulio di cui parlava “gamma”. Il Ros aveva scritto che questo testimone era un venditore di libri ambulante, una professione non proprio comune a Nairobi: purtroppo anche questa ricerca è stata infruttuosa, “gamma” sarebbe morto in un incidente d’auto.

E veniamo al piano Mattei: dopo anni di dittatori sanguinari che hanno affamato i popoli il futuro dell’Africa è roseo, almeno per l’Italia – racconta Daniele Autieri nell’anteprima del servizio. I rapporti tra le grandi aziende italiane e i governi africani vengono riscritti col nome di “piano Mattei”, in onore del fondatore dell’Eni. Un piano voluto dalla presidente Meloni per inaugurare una nuova stagione nei rapporti di cooperazione dell’Italia con gli stati africani.

Ciò che contraddistingue il piano Mattei da quelli passati è la sua concretezza, noi non abbiamo scritto un elenco di buoni propositi, abbiamo scritto un piano di obiettivi fattibili, realizzabili, accompagnato da un cronoprogramma ben delineato.”
Il piano viene lanciato nel corso del vertice Italia Africa nel gennaio 2024, è un piano che non riguarda solo Eni, ma tutte le grandi aziende italiane interessate a fare business nel continente.

Cosa significa nel concreto? “L’Italia ha incanalato nel piano Mattei una parte esistente delle risorse della cooperazione italiana e una parte importante di quello che era il fondo per il clima” racconta l’analista di ReCommon Antonio Tricarico “parliamo di 5,5 miliardi di euro”.

Sono risorse che finiranno per finanziare progetti ai quali dovrebbero partecipare aziende italiane con l’obiettivo finale di convincere gli africani a rimanere nei paesi d’origine, invece che emigrare in Italia.

Ad oggi abbiamo solo progetti pilota, abbiamo sei settori strategici di intervento, se andiamo a vedere dove sono questi progetti e cosa sono abbiamo una indicazione molto chiara” continua Tricarico “su nove progetti pilota, sette sono su settore strategici per Eni in Africa ..”


La presidente, presentando questo piano, ha ricordato l’ottimo rapporto con gli Stati Uniti in Kenya, “nazione dove stanno prendendo corpo due progetti pilota nel settore delle energie rinnovabili del piano Mattei, per la filiera dei biocarburanti per coinvolgere gli agricoltori, il secondo per la produzione di energia geotermica”.
Per molti, racconta il servizio di Report, il piano Mattei non è altro che il piano Descalzi, l’AD di Eni che ha benedetto il progetto e presenziato a molti degli incontri di Giorgia Meloni e i leader africani.
Lo stesso Descalzi ha parlato di questo piano alla convention di Fratelli d’Italia: i progetti già avviati da diversi anni sull’olio vegetale per i biocarburanti, per abbattere del 90% le emissioni. E poi il Kenya dove 40mila ettari [di terreno agricolo] hanno prodotto più di 85mila posti di lavoro nell’agricoltura.

Report è andata allora in Kenya, in uno dei piccoli villaggi di agricoltori nella contea di Nakuru: qui si trova una comunità di agricoltori impegnati nella coltivazione del ricino, il primo progetto pilota di Eni e del piano Mattei. Con l’olio di ricino.

La scheda del servizio: OLIO DI RICINO di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago

Dal caso Regeni al Piano Mattei, quali sono i rapporti dei nostri governi con i presidenti e i dittatori degli Stati africani? Nell’ultimo mese sul banco dei testimoni del processo contro i quattro egiziani accusati di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni si è seduto lo Stato: l’ex-presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’ex-ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, e i vertici dei servizi segreti italiani.

Le rivelazioni delle massime cariche dello Stato sulla chiusura del governo egiziano nei confronti delle richieste di trasparenza e verità sul caso Regeni raccontano un’altra storia che si collega al tema della ragion di stato e coinvolge anche l’Eni, la più grande e strategica delle aziende controllate dal governo italiano. Secondo queste testimonianze, nei giorni del sequestro, l’Eni non ha interloquito con il governo egiziano. Ma Report svelerà documenti riservati che dimostrerebbero il contrario.

Perché alle spalle della ricerca di verità sulla morte del ricercatore italiano si è innescato uno scontro geopolitico che ha coinvolto non solo l’Italia e l’Egitto ma anche il Kenya, dove si trova il testimone eccellente del processo Regeni, l’uomo che può inchiodare alle sue responsabilità il Maggiore Magdi Sharif, uno dei quattro egiziani accusati dell’omicidio. Report è riuscito a scoprire l’identità di questo testimone e ha raccolto la sua storia. Ma i rapporti di forza sbilanciati tra il nostro governo e gli autocrati africani promettono adesso di essere riscritti dal Piano Mattei, il maxi stanziamento da 5,5 miliardi di euro lanciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per sostenere lo sviluppo di alcuni paesi africani con il sostegno delle aziende italiane. Il primo e più importante progetto del Piano parte proprio dal Kenya.

Gli uomini di Vannacci

La storia dell’ascesa politica del generale Vannacci è emblematica di come funzioni, male, la politica italiana (ma non vale solo per noi) oggi: si parte da un libro, scritto e poi corretto, dove venivano sdoganate tutte le peggiori posizioni sui “diversi”, che siano gay o persone di colore.

Tutti i giornali si sono contese le sue interviste, improvvisamente questa persona e il suo libro sono stati messi al centro della scena politica italiana. Si è costruito un personaggio a cui lo sbocco politico sembrava l’inevitabile conseguenza.
Candidato con la Lega alle europee, è stato eletto con 500000 preferenze, ma il ruolo nel partito di Salvini gli sta stretto: ha fondato un movimento a suo nome, gira l’Italia a presentare il suo libro, continuano le interviste (l’Europa può aspettare). A cosa punta Vannacci? Al primo raduno del movimento era presente anche un senatore della Lega, Umberto Fusco. In questi raduni l’europarlamentare cita spesso il giornalista Mattteo Pucciarelli, che considera ironicamente come colui che l’ha lanciato. Dopo i suoi articoli – racconta Vannacci – è stato contattato da una casa editrice che gli ha pubblicato il libro (“noi un fenomeno così non l’abbiamo mai visto”, riferendosi alle centomila copie in una settimana).
Ma non è un ringraziamento sincero: “è un modo per mettere nel mirino un giornalista, quella cosa la potevi dire una volta, e poteva essere divertente, ma se la ripeti in maniera ossessiva, continuativa, significa voler mettere nel mirino un giornalista ..”
Pucciarelli è stato il giornalista che ha scoperto per primo il libro di Vannacci, autopubblicato su Amazon: dopo averne dato notizia le vendite di questo sono decollate.
“E’ un libro di retorica di estrema destra, non nuova, ma questo libro entra nel dibattito pubblico con la destra al governo che non poteva più dire quelle cose con quella forza come nel passato” spiega il giornalista a Report.
Chi sta dietro il movimento del generale? Lo racconta il blogger Marco Belviso che è stato coordinatore del movimento nel nordest prima di andarsene per problemi con i fondatori del movimento, tutti ex ufficiali, Filomeni, Priolo e Spatara. I tre ex ufficiali gli mandano un messaggio su whatsapp chiedendo un incontro e, dopo esserci presentati a casa, gli comunicano la volontà di espellerlo dal comitato per aver rilasciato una intervista a Il Tempo.

Tu sei un giornalista, vuol dire che sei un infame” gli dicono i tre “quindi non ci possiamo fidare di te”. Alla fine dell’incontro, Belviso avvisa il generale Vannacci dell’accaduto: quando viene a sapere che Belviso è disposto a fare una denuncia ai carabinieri di Udine, il generale gli dice che i panni sporchi si lavano in famiglia, non si lavano sulla stampa.

Luca Chianca ha chiesto ai tre ex ufficiali una spiegazione di quanto accaduto, come mai avessero deciso di cacciare Belviso: “queste sono questioni interne” la risposta che ha avuto, ma hanno tenuto a smentire la ricostruzione del giornalista, perché sarebbe tutto registrato.

La scheda del servizio: TUTTI GLI UOMINI DEL GENERALE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Dopo aver scritto "Il Mondo al Contrario" il Generale Roberto Vannacci è stato eletto al parlamento europeo con oltre 500mila voti. In poco tempo è diventato la star del raduno di Pontida, grazie al successo di un libro che in pochi mesi ha venduto oltre 250mila copie fruttando al Generale, per il solo 2023, ben 800mila euro. Ma visto che a distribuirlo è Amazon quante tasse ha pagato Roberto Vannacci? Tra una settimana, il comitato culturale che si è ispirato al suo libro diventerà un movimento politico e le preoccupazioni tra i militanti e i dirigenti della Lega già si fanno sentire perché nel comitato, con la sede a Lamezia Terme e ramificazioni in tutta Italia, troviamo ex militari paracadutisti della Folgore e incursori del “Col Moschin”. Ma chi ruota intorno al Generale da spingerlo così in alto nei sondaggi? Per capirlo Report è volato fino a Bucarest per incontrare il Gran Maestro della Grande Loggia Massonica Nazionale Romena, il generale Savoiu, che si considera l'erede spirituale di Licio Gelli. In Italia, invece, c'è il faccendiere Gianmario Ferramonti che con Savoiu ha fondato la P3. Entrambi, come ha scoperto Report, nelle passate elezioni europee, si sono messi a disposizione per dare una mano al Generale per la sua campagna elettorale.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.