Visualizzazione post con etichetta Srebrenica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Srebrenica. Mostra tutti i post

25 aprile 2022

Anteprima inchieste di Report – la rete russa in Europa e le tensioni nei Balcani

Putin come Hitler, Putin il pazzo, Putin che vuole invadere tutta l’Europa, con Putin non si tratta, non si può essere equidistanti tra Russia e Ucraina: questa guerra da una parte sta assorbendo tutta l’attenzione dei media (com’è giusto, sebbene tutti gli altri problemi, dal covid alle disuguaglianze siano ancora lì), dall’altra sta polarizzando la discussione.

Nei servizi di Report, oltre a raccontare le storie dal fronte, si parlerà dell’ipocrisia occidentale, dei conti aperti nei Balcani e dell’importante testimonianza dei sopravvissuti dell’atomica ad Hiroshima.

La rete russa in Europa

Dall’Austria, all’Italia alla Francia (dove ieri si è votato per il ballottaggio tra Macron e Le Pen per le presidenziali), Report racconterà come è stato messo in pratica il soft power del Cremlino che ha investito 420ml di euro per intrattenere attraverso società offshore e società fantasma rapporti coi politici dei governi dei paesi europei. Rapporti finalizzati al condizionamento delle elezioni in questi paesi, anche passando attraverso l’uso delle spie.

Il servizio di Emanuele Bellano racconterà dell’incontro avvenuto nel 2013 in un ristorante di Varsavia tra Bartlomiej Sienkiewicz, all’epoca ministro degli interni polacco, con Marek Belka, allora presidente della Banca Centrale della Polonia.

Il manifesto degli interni polacco manifesta al banchiere i suoi timori per la situazione economica: “abbiamo una situazione pessima del bilancio dello Stato che non fa che peggiorare. La spirale della crisi economica rischia di far affossare tutto il sistema. Mancano i soldi e attualmente i tagli sono insufficienti. ”

Registrato da una cimice sotto il tavolo il presidente della banca centrale polacca promette al ministro un aiuto per far uscire il paese dalla crisi, ma in cambio chiede un sacrificio: “potrebbe essere messa in campo un’azione speciale della banca centrale, però per questa eventualità il governo dovrebbe dire addio al ministro delle Finanze Rostowski. E nominarne un altro che sia gradito alla banca centrale. ”

La conversazione, uscita poi sui giornali, tra il ministro e il governatore della banca centrale ha causato uno scandalo che ha coinvolto il partito Piattaforma Civica di Donald Tusk, allora al governo.

Il primo ministro Tusk – racconta a Report un giornalista polacco - due settimane dopo lo scoppio dello scandalo ha detto che quello era un piano scritto in un alfabeto estero, facendo riferimento alla Russia, suggerendo che tutto lo scenario delle intercettazioni nei ristorando fosse organizzato dalla Russia.

Dalla Polonia ad Ibiza, isole Baleari: in un resort di lusso i due principali esponenti del partito di estrema destra austriaco FPOE incontrano una giovane donna russa che racconta loro di essere la nipote di un importante oligarca russo.

I due uomini sono Christian Heinz Strache, all’epoca capo del partito FPOE: alla donna promette che, in caso di una futura partecipazione al governo, è che la società Strabad che costruisce infrastrutture in Austria non avrebbe più ricevuto commesse dallo Stato: “in questo modo si libera un gran numero di appalti pubblici. Ecco, dille di creare una società come Strabad, così poi tutti i contratti pubblici che ora riceve Strabad, li riceverà lei.”

L’altro uomo nel resort è il vice di Stracche, Johann Gudenus: i due politici nel video sembrano promettere alla donna russa gli appalti pubblici che fino ad allora venivano gestiti dal colosso delle infrastrutture Strabag in cambio del supporto della loro imminente campagna elettorale. Nell’incontro la donna russa sostiene di essere interessata a comprare, per conto di suo zio, il più importante tabloid austriaco, per condizionare in vista delle elezioni, l’opinione pubblica.

Cosa che Strache sembra apprezzare: “se lei riesce a compare il partito per tempo e il giornale spinge il nostro partito per due tre settimane, prima delle elezioni, allora sì, non prenderemo il 27%, ma il 34%.”

Per anni e non solo in Italia, gli oligarchi russi sono stati accolti (e anche i loro soldi) con grande entusiasmo: oggi gli stiamo sequestrando gli averi, per le sanzioni. Ma il loro potere, come quello di Putin, lo abbiamo costruito anche noi quando, per anni, non abbiamo voluto vedere il mostro per quello che era.

Report farà un grande viaggio nel mondo di questi oligarchi, partendo da Alisher Usmanov, premiato dall'Italia come Commendatore, Ordine al Merito della Repubblica Italiana, oggi sotto sanzioni Ue.

Il secondo personaggio chiave è Sofia Trotsenko, nome di primo piano nella scena culturale di Mosca, è la proprietaria della quota di maggioranza dell'aeroporto civile di Grosseto, che però è ospitato dentro un aeroporto militare, quello del 4o stormo dell’hAeronautica militare, da cui decollano gli Eurofighter per la ricognizione del nostro spazio aereo.

Si tratta di un aeroporto strategico, è posseduto dalla Seam, una società mista pubblico-privata: ik privato ILCA SRL ha il 35% e nomina il presidente del CDA, la regione ha il 7% delle quote mentre la provincia il 25%. Chi è il proprietario di ILCA? Il presidente della provincia di Grosseto nell’intervista a Report, ammette di non conoscerne il nome, è una società che fa capo ad altre società, al cui capo c’è Aeon: il proprietario è il russo Roman Trotsenko che proprio per questa acquisizione ha preso dal nostro ambasciatore l’onorificenza dell’Ordine della Stella d’Italia. MA forse l’ambasciata italiana doveva premiare qualcun altro: Report è andata a Cipro dove ha sede legale la Plutoworld (che a sua volta possiede la Aeon) assieme ad altre società, tra cui la Lukoil la più grossa società petrolifera russa.

A Nicosia si trova l’AD della società Plutoworld che possiede l’aeroporto tramite la Ilca SRL, l’armeno cipriota Aristakesyan: la società Plutoworld è intestata a Roman Trotsenko oppure alla moglie? Sono informazioni che l’amministratore non è autorizzato a dare. Alla fine Report ha scoperto che la quota di maggioranza dell’aeroporto è intestata alla moglie Sofia Trotsenko che si occupa di arte contemporanea e musei.

Il nome di Roman era presente sulle carte solo tra il 2014 e il 2015, nei mesi dell’invasione della Crimea, prima delle sanzioni: forse intestarlo alla moglie è un modo per salvare le quote dalle sanzioni.

E’ a Cipro che troviamo i protagonisti di questi affari, come Nicos Anastasiades: è il presidente della Repubblica di Cipro e negli scorsi anni ha fatto molte pressioni per allentare le sanzioni contro la Russia. Cipro è l’isola degli affari e dei soldi: qui il segretario al commercio dell’amministrazione Trump aveva quote nella banca di Cipro, un istituto noto per le misure di antiriciclaggio molto lasche e di cui era azionista anche il magnate russo Vekselberg vicino a Putin. Ma qui troviamo anche gli oligarchi ucraini amici di Zelenski: anche il presidente ucraino ha una società a Cipro con cui detiene una villa da 4 milioni acquistata in Versilia. Il governo cipriota ha concesso quasi 8000 passaporti europei a investitori stranieri, cinesi, russi, ucraini, dietro cui si nascondono parecchie ombre.

L’ex presidente della Corte Suprema dell’isola ha raccontato di averne revocate almeno il 53%, ma ammette quanto non sia facile revocare tutte le nazionalità concesse illegalmente. L’anno scorso è stato chiamato a guidare una commissione di indagine sui passaporti facili: l’inchiesta si è chiusa puntando il dito anche contro lo studio legale del presidente Anastasiades.

Davanti la commissione il presidente ha spiegato di non aver più un ruolo nello studio, dove però lavorano le sue figlie. Nella lista analizzata dall’ex presidente della Corte Nicolatos erano presenti anche molte posizioni criminali. Anche il revisore generale di Cipro ha voluto indagare ma ha trovato parecchi ostacoli: il portavoce dell’ufficio del Revisore, Marios Petrides, racconta di una nota del ministero degli Interni, che diceva che ci potevano essere alcune questioni legate al riciclaggio di denaro, candidati di alto profilo a rischio, frode, evasione fiscale e così via.

Al revisore generale sono arrivate pressioni e minacce per questo lavoro di controllo, sui giornali è uscita la notizia che il governo stava pensando di licenziare il Revisore Generale dalle sue funzioni.

Quando il lavoro è stato terminato, la commissione Nicolatos ha dovuto cancellare i nomi degli imprenditori coinvolti: dentro c’erano molti russi con molti soldi – ricorda oggi Nicolatos. Report ha ottenuto a Londra una copia della relazione senza la censura dei nomi, dalle mani di un collaboratore di uno stesso oligarca. Nella lista sono presenti i due soci di Abramovich

Report ha incontrato a Cipro un top manager di Evraz, il conglomerato minerario russo da 13 miliardi di dollari che ha raccontato alla trasmissione perché Cipro piace così tanto ai paperoni russi.

La scheda del servizio: LA GRANDE IPOCRISIA

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella e di Lidia Galeazzo, Eva Georganopolou, Ilaria Proietti

Ricerche di Alessia Pelagaggi

Per rispondere alla guerra in Ucraina, l'occidente ha cercato di colpire l'establishment russo nelle sue finanze. Oltre a banche e prodotti russi, a finire sotto sanzioni sono stati i cosiddetti oligarchi. Cioè quegli uomini d'affari, spesso con un passato nelle forze di sicurezza o nel KGB, che hanno fatto le loro fortune appropriandosi dei beni pubblici russi grazie alla loro lealtà a Putin. Report racconterà come questi oligarchi sono però un prodotto in buona parte occidentale. Così sono diventati ancor più potenti e intoccabili in patria. Sino a due mesi fa i ricconi di Mosca e San Pietroburgo facevano girare un sacco di soldi e i colletti bianchi di mezzo mondo facevano affari d'oro fornendogli consulenze milionarie. Alcuni Paesi come Cipro o il Regno Unito, con leggi fin troppo favorevoli e avvocati specializzati, hanno dato a questi uomini - e ai loro familiari - un passaporto europeo e la possibilità di costruire impenetrabili schermi che rendono difficilissimo attaccarne le ricchezze. Altri Paesi come l'Italia hanno corteggiato per anni il turismo di lusso dei russi e i loro investimenti in Sardegna e in Toscana. Oggi rischiamo di danneggiare la nostra stessa economia e non riuscire nemmeno a scalfire gli interessi degli oligarchi, proprio perché grazie all'occidente hanno da tempo preso precauzioni. La caccia al tesoro è iniziata. Ma chi è il vero pirata?

Dal fronte ucraino

Luca Bertazzoni ha seguito i soldati ucraini che si muovevano verso Malaya Rohan, un piccolo paesino appena liberato dall’occupazione dei russi, a 20 km da Kharkiv dove si è combattuto per giorni: sul terreno i resti dei carrarmati e dei blindati russi testimoniano la violenza della battaglia.

Le donne che, dopo mesi sottoterra, sono uscite all’aria aperta, mostrano al giornalista i pezzi delle bombe russe cadute attorno alle loro case, in un paese dove non c’erano forze ucraine, solo civili.

La scheda del servizio: CORRISPONDENZE DALL’UCRAINA: IN FUGA DA MARIUPOL

Di Luca Bertazzoni – Carlos Dias con la collaborazione di Giulia Sabella

Gli inviati di Report in Ucraina sono arrivati a Zaporizhzhia, a 200 km da Mariupol, la città martire della guerra in Ucraina. Qui hanno incontrato le persone che sono riuscite a scappare dal centro abitato da mesi assediato e bombardato, ormai nelle mani dei russi. Un audio della Croce Rossa Internazionale e le testimonianze dei profughi raccontano le drammatiche condizioni di quel che resta della città che affaccia sul Mar d’Azov.

I conti aperti col passato – I Balcani

Cosa sta accadendo nei Balcani dopo l’invasione dell’Ucraina?

Qui, nei primi anni 90, dopo la caduta del muro di Berlino e a dieci anni dalla morte di Tito, si è consumata una delle più gravi guerre civili a due passi dai nostri confini.

Anche in quella guerra c’erano di mezzo nazionalismi, milizie paramilitari e a pagare il prezzo più alto furono i civili uccisi dalle armi o per vendetta tra le tante etnie che costituivano la vecchia Jugoslavia. Culmine di questi massacri fu la strage di Srebrenica, oggi ricordata dal memoriale a Potocari con le migliaia di croci bianche a testimoniare le 8000 vittime bosniache di religione musulmana: uomini che avrebbero dovuto essere protetti dai caschi blu dell’Onu e che invece furono sterminati dalle milizie serbe e seppelliti in fosse comuni.


Il più grave genocidio avvenuto in Europa. Sotto i nostri occhi.

Le tensioni in questa regione dell’Europa non si sono mai sopite, come non è passato in Serbia il ricordo dei bombardamenti Nato: al governo ora c’è una maggioranza di destra di cui fa parte il partito di estrema destra Dveri il cui leader Bosko Obradovic su questa vicenda ha idee molto dirette: “Crediamo che la Nato dovrebbe pagare i danni di guerra alla Serbia per tutto quello che è stato fatto nel 1999 durante i bombardamenti”

L’integrità statale della Bosnia è invece minacciata dal leader secessionista della Repubblica Srpska Mirolad Dodik, spalleggiato da Putin: a proposito di queste tensioni, Shida Abdurahmanovic, una sopravvissuta al genocidio di Srebrenica, racconta al giornalista di Report: “Abbiamo paura. Se in Ucraina non finisce come vuole la Russia, in Bosnia potrebbe succedere di nuovo qualcosa”.

La scheda del servizio: POLVERIERA BALCANI

Di Walter Molino

Collaborazione Federico Marconi

A trent’anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, il conflitto in Ucraina alimenta la tensione nell’area balcanica. L’integrità statale della Bosnia Erzegovina è minacciata dalle mire secessioniste di Milorad Dodik, leader della Repubblica Srpska spalleggiato da Vladimir Putin. In Serbia il conservatore Aleksandar Vučić è stato appena rieletto Presidente della Repubblica con quasi il 60% delle preferenze e in Parlamento sono entrate nuove formazioni della destra radicale. Adesso è chiamato a sciogliere l’equivoco che ha attraversato la campagna elettorale e riguarda il futuro del Paese: da un lato gli interessi commerciali e la richiesta pendente di entrare nell’UE, dall’altro il tradizionale legame con la Russia e il revanscismo nazionalista. Nessuno però ha dimenticato i bombardamenti NATO del 1999 e la condanna unanime di un intero popolo che sente di avere ancora molti conti aperti con il passato.

I sopravvissuti dell’atomica

Mi sorprende ogni volta la leggerezza con cui, i potenti della terra, parlano dell’arma nucleare:

non solo Putin, di cui conosciamo bene il cinismo e il suo essere spietati nei confronti dei nemici.

La guerra fredda si è retta per anni sull’equilibrio del terrore, la paura che l’avversario usasse l’atomica e scatenasse una guerra che avrebbe portato alla fine del mondo. Almeno per noi umani.

L’uso o la minaccia dell’uso dell’atomica ha sollevato l’indignazione dei sopravvissuti all’atomica di Hiroshima, noti come Hibakusha: “tutti gli Hibakusha e la maggior parte dei giapponesi hanno provato indignazione di fronte alle dichiarazioni di Putin circa la possibilità di usare le armi nucleari” – racconta a Report l’ex sindaco di Hiroshima Tadatoshi Akiba – “siamo rabbrividiti e come ex sindaco di Hiroshima ho voluto fare un appello a Putin e al mondo di abbandonare questa folle idea.”

La scheda del servizio: HIBAKUSHA TESORI VIVENTI

di Pio D’Emilia

collaborazione Umberto Caiafa

Quando ho sentito che c’è di nuovo qualcuno, in questo nostro mondo, che pensa seriamente di ricorrere di nuovo alle armi nucleari sono rabbrividito. E ho deciso di agire”. Tadatoshi Akiba, storico sindaco di Hiroshima, dopo le minacce di Putin di ricorrere a un bombardamento nucleare, si è dato da fare e nonostante i suoi 80 anni ha lanciato una campagna di firme e un appello a tutti i leader delle potenze nucleari di riunirsi a Hiroshima per un vertice “pacifista”. “Per esperienza so che chiunque abbia visitato il nostro museo della bomba è rimasto inorridito. Voglio che i nostri leader lo visitino, e vediamo se poi qualcuno avrà il coraggio di premere di nuovo quel maledetto bottone”. Le immagini conservate nel museo sono ancora scolpite nella memoria degli HIBAKUSHA, i sopravvissuti della bomba. Ce ne sono ancora circa 130 mila, di prima, seconda e addirittura terza generazione. Report ha raccolto la testimonianza degli ultimi sopravvissuti di Hiroshima sugli effetti della bomba atomica. Dopo di loro, non ci sarà memoria di cosa quella bomba ha significato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 gennaio 2021

Luce della notte di Ilaria Tuti

 


Canta e conta, si disse la bambina per allontanare il Buio. Ma la notte non se ne andò. Le rispose con un lamento a labbra strette che si arrampicava sull’erba accartocciata dalla brina e crepitava sulla pietra del selciato, lungo il portico della casa, fino a raggiungerla e ad aggrovigliarsi al centro della pancia.

La notte fumava di nubi, Chiara le guardava arrotolarsi sulla strada che risaliva la collina, dalle vigne coperte di cristalli fin su, al limitare del giardino.

Le sagome degli animali scolpiti nel legno sembravano allungare musi e ali per liberarsi dalla nebbia e trovare un respiro di libertà. Qualche fiocco di neve roteava nell’aria, passatempo di un vento che giocava a nascondino e agitava le piume rosee sulla schiena della bambina. Chiara sentiva l’umidità attraverso le calze, il calore della lana contro la bocca, l’odore muschiato del gelo, quello del suo respiro, i rintocchi di una campana lontana. E quel mugolio, che, ora capiva, veniva da dentro.

Terzo romanzo con protagonista il commissario di polizia Teresa Battaglia, Luce della notte è un romanzo che parte da un incubo, da un sogno di una bambina che cammina nella notte, coraggiosamente, sentendone i rumori, le sensazioni sulla pelle.

Fino ad arrivare ad un albero, con dei simboli, che ne hanno scorticato il fusto. Sotto, vicino alle radici, della terra smossa, a nascondere un cuore che batte. Il cuore di un bambino.

Ciò che la turbò, tuttavia, fu che la terra era smossa, fino a rivelare le radici dell’albero. Doveva ripararle dal freddo. Si chinò per raccogliere terriccio attorno alle arterie colme di linfa, ma ciò che fece, contro la propria volontà, fu affondare le unghie e scavare. E più scavava, più le dita si macchiavano di rosso. « Apro un cuore. » Non capì il senso di quelle parole, né perché le disse, ma sentì il battito chiamarla attraverso la terra. Era là sotto. C’era davvero. Un cuore bambino.

Può un'indagine partire dal sogno di una bambina?

Si, se il grido di aiuto della madre è tale da toccare il cuore di un'altra donna, che madre non lo è stata e che serba ancora dentro il dolore di questa cicatrice.

«Sono qui perché se c’è qualcosa che non può ingannare» mormorò, «è la paura.» E lei l’aveva percepita in quella madre. Ma era e restava solo una sensazione.

Il lavoro di un investigatore, e anche di una profiler, è fatto anche di sensazioni come queste e così Teresa Battaglia e il suo aiutante, l'ispettore Marini, si recano presso questa casa sulla collina vicino al confino sloveno, per incontrare la famiglia Leban e Chiara.

Non è un approccio facile e non solo perché Chiara ha nove anni, ma anche perché è una bambina particolare, condannata al buio per una malattia genetica che le impedisce di stare al sole, di condurre una vita come gli altri bambini.

Sola, al buio, isolata, coi suoi animali in legno che un anziano le ha regalato.

E coi suoi disegni:

Sul cartoncino viola la bambina aveva disegnato un albero con la matita azzurra, un albero dalla corteccia rugosa e i rami spogli e spinosi. Sul tronco, colorate di marrone, c’erano una mezzaluna e una piccola stella che piangevano lacrime rosse.

Sfidando la ritrosia di Marini e l'ostilità del padre di Chiara, Teresa decide di dare fiducia a quella bambina, alla paura della madre.

Ma di quell'albero, di quell'albero sfregiato con quei simboli, non c'è traccia nel bosco attorno a quella casa in collina. Qualcuno però, in paese, li mette su una nuova strada: è il vecchio che ha costruito gli animali per Chiara e che racconta loro una strana storia avvenuta nei boschi venti anni prima. Strane luci tra gli alberi che avevano spaventato le persone del posto, che si erano perfino organizzate in ronde per scacciare questi “estranei” di passaggio.

Sotto un'acacia nel bosco Teresa e Marini lo trovano il sogno: quegli sfregi sul fusto, una mezzaluna e una stella, e poi, sotto terra, un peluche come quello descritto da Chiara.

Stiamo girando in tondo, commissario: o ammettiamo che siamo qui per rincorrere un sogno e chiudiamo la questione, o decidiamo di crederci e andiamo avanti

Da qui parte, prima in modo informale e poi seguendo tutte le regole, un'indagine su un bambino scomparso, di cui non si sa il nome, di cui non si conosce il volto.

E l'incubo di Chiara rivela poi, a Teresa, un incubo ben peggiore: la terribile storia dei profughi della guerra in Bosnia degli anni novanta che cercavano di raggiungere l'Italia e il nord Europa seguendo una rotta che passava per quei boschi.

E' la storia del massacro di Srebrenica, della pulizia etnica nei confronti dei musulmani bosniaci, dei trafficanti di esseri umani che per soldi gli facevano attraversare il confine...

Una storia di soprusi e di persone scomparse, di bambini scomparsi. Lasciando dietro di loro solo il dolore delle famiglie. Teresa e la sua squadra devono trovare quel bambino.

Ma a fianco a questo incubo che nasconde un dramma, nel libro si racconta la storia personale di Teresa: la preoccupazione per il decorso della sua malattia che fa fatica a nascondere alle persone che ha a fianco, come Marini (anche lui alle prese coi suoi demoni).

La vita, il lavoro, l'inferno che ha conosciuto nel corso delle sue inchieste (come quella nei boschi di Travenì e sui bambini salvati – Fiori sopra l'inferno) l'avevano cambiata. E ora la malattia la stava rimodellando verso un nuovo presente:

Era inciampata nella vita, rotolando giù e portandosi addosso ogni granello di fango. Un fango che era diventato creta e si era modellato attorno a lei, restituendola al mondo per come adesso era.

E poi c'è quello strano rapporto che si è creato con Andreas, l'assassino che uccideva le persone togliendole il volto e che ora è rinchiuso al Rems, la struttura di accoglienza per criminali con disturbi mentali. Andreas il mostro che ha protetto i bambini, che ha voluto loro bene e che ora è rinchiuso in una stanza dove può solo guardare il mondo là fuori.

Con lui si instaura un rapporto come madre e figlio, costruito leggendo le pagine di un libro che parla proprio di un padre e di un figlio in cammino:

«’Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto’.»

E' La strada, di Cormac McCarthy

Si parla di madri e si parla di bambini, in questo romanzo che, temporalmente, si colloca subito dopo “Fiori sopra l'inferno”.

Di madri che hanno visto tanta violenza da perdere qualsiasi fiducia in questo mondo. Di madri spaventate, come quella di Chiara. Di madri che avrebbero voluto esserlo ..

E di bambini. Vittime innocenti dell'avidità di mostri, oggetti nelle mani di trafficanti di esseri umani, senza nemmeno un nome, senza un volto.

Quanti sono i bambini che scompaiono ogni anno, lungo quella maledetta rotta di Balcani? Che fine fanno?

Per i più fortunati un destino di schiavi, vittime dello sfruttamento del lavoro minorile. E poi ci sono i più sfortunati.

Anche Sarah era una bambina, forse coraggiosa come Chiara, la bambina del romanzo coi suoi occhi capaci di “conoscere molte cose della vita e allo stesso tempo essere capaci di osservarle con distacco”.

Era la nipote di Ilaria Tuti, morta per una brutta malattia e a cui è dedicata questa storia, scritta di getto, per non restare immobile nel dolore.

La scheda del libro sul sito dell'editore Longanesi e il pdf col primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


11 luglio 2015

Srebrenica, 20 anni dopo


Nel luglio del 2005, per i dieci anni dal massacro di Srebrenica (il più grande genocidio europeo dalla seconda guerra mondiale), la rivista Internazionale aveva dedicato un numero speciale all'evento.
In uno degli articoli si parlava di una foto, che fissava nella sua crudeltà tutto il senso di quella tragedia.
Dove le vittime erano i musulmani europei di Bosnia, i carnefici i serbi orotodossi e l'Europa (e anche la Nato e l'Onu) nel ruolo spettatori ignavi.
La foto è di una donna, scampata al massacro assieme ai suoi figli: Ferida Osmanovic.
Aveva visto gli stupri, le morti, le violenze.
Gli 8000 morti, le fosse comuni, i lager. Immagini che avevamo lasciato nelle foto in bianco e nero dei nazisti.
Un pomeriggio, lasciati in un villaggio vicino a Tuzla i figli Fatima e Damir, Ferida entra nel bosco e si impicca.
Damir raccontò poi, di fronte a questa foto, scattata da Darko Bandic, fotografo croato "mi sono chiesto quali cose orribili le erano successe per spingerla ad uccidersi. Ma non sono mai riscito a scoprilo."

Srebrenica non è solo le fosse comuni, i caschi blu che non c'erano, l'Europa che non volle vedere, quei campo sterminati riempiti di croci.

È anche questa foto. Che racconta anche del dolore dei sopravvissuti. Che uccide per le cose che hai visto.

Oggi, su Repubblica, Sofri chiudeva il suo articolo con queste parole:

Sentiremo oggi i potenti venuti a commemorare. Il più acquetato di loro, Bill Clinton, aspettò 4 anni a decidere che ce n’era abbastanza; e anche nella sua amministrazione ci fu chi benedicesse la consegna a Karadzic e Mladic delle zone solennemente protette e la deportazione dei rifugiati, lamentando poi di non aver previsto lo zelo ultimo dei deportatori. Clinton aspettò 4 anni: fra poco, Obama ne avrà aspettati 5 con la Siria.
Ho fatto un calcolo approssimato: Bosnia, 100 mila trucidati, due milioni di profughi; Siria, che è grande poco più del doppio, 240 mila trucidati, 4 milioni di profughi, 8 milioni di sfollati. Anche le differenze sono istruttive: a Srebrenica gli aggressori invasati erano cristiani, le vittime musulmane, di quell’islam europeo di cui c’è tanto bisogno.
A Dohuk, Kurdistan, i giudici che indaganosul genocidio jihadista degli yazidi mi hanno detto quanto desidererebbero che i genetisti delle ossa sparpagliate di Srebrenica trovassero il tempo anche per le loro fosse. Adesso, ogni volta che vedo un nuovo genocidio, penso già a come saranno le commemorazioni vent’anni dopo.  

11 luglio 2010

Srebrenica




Il peggior atto di genocidio in Europa dalla seconda guerra mondiale contro i profughi musulmani bosniaci, il fallimento dell'Onu che non riuscì o non volle proteggerli, ma anche degli altri paesi europei.


Oggi a Srebrenica, in Bosnia, si comemmora il 15esimo anniversario del genocidio di 8mila musulmani bosniaci da parte delle truppe serbe agli ordini del generale Ratko Mladic. L'anniversario verrà ricordato con un nuovo funerale, quello di 775 persone, rimaste per anni in fosse comuni e i cui resti sono stati identificati solo recentemente (da Rainews).

12 luglio 2009

Il genocidio di Srebrenica

14 anni fa, nel luglio 1995, le milizie serbo bosniache di Mladic, entravano nella enclave di Srebrenica, sotto tutela delle Nazioni Unite, e massacrarono tutti i civili mussulmani bosniaci.
Uno dei più ferici e sanguinari massacri avvenuti dai tempi della seconda guerra mondiale.
Un fallimento dell'ONU e delle democrazie europee.

Link esterni:
La storia della foto di Ferida Osmanivic, che fece il giro del mondo.
Dossier su Srebrenica dell'Osservatorio sui Balcani.
Olanda, un'indecorosa decorazione

Technorati: ,,