Visualizzazione post con etichetta Putin. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Putin. Mostra tutti i post

21 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – la guerra in Ucraina, il sistema pensionistico di oggi e le pensioni di domani

4 anni di guerra in Ucraina

Il 24 febbraio saranno 4 anni dall’invasione russa dell’UCraina, l’operazione speciale come l’aveva cinicamente battezzata Putin.

Dopo 4 anni, nonostante il supporto occidentale, la guerra è rimasta in stallo, i soldati russi occupano stabilmente parte delle regioni russofone contese. E nei negoziati, anche grazie all’arrivo di Trump con la sua politica di disimpegno, il potere della Russia sembra aumentato.

LA guerra è entrata nel cuore dell’Europa, la guerra dei droni, dei sabotaggi, della corsa al riarmo (per la felicità dell’industria delle armi). Una guerra che è entrata nell’agenda politica dell’Europa


Accanto alla guerra fatta dai soldati c’è poi la guerra contro la popolazione civile, sotto le bombe, senza riscaldamento, una guerra vigliacca e ancor più criminale.

E poi, la guerra ibrida, quella combattuta con le armi della propaganda, con le infiltrazioni nei parlamenti. Presadiretta ha intervistato il membro del partito socialdemocratico tedesco (SDP) Kakan Demir che al giornalista racconta dei timori nelle commissioni nel condividere informazioni riservate: dal 2020 il partito di estrema destra AFD ha portato avanti 7000 interrogazioni nel Parlamento e nei lander regionali, sulle nostre infrastrutture critiche e su come vengono trasportate le armi in Ucraina, “in quali depositi vengono custodite le armi, quali i dispositivi di sicurezza di quei depositi, quali percorsi fanno i convogli di armi in Ucraina ..”. Normalmente queste interrogazioni si fanno per presentare proposte di legge migliorative, ma AFD non ha mai proposto nulla e il sospetto del deputato è che stiano girando queste informazioni a Putin.

Le pensioni di oggi e i pensionati di domani

La somma di meno lavoratori attivi (nonostante i numeri dati dal governo), di salari più bassi, situazioni lavorative più precarie, una popolazione in decrescita sta mettendo a rischio il sistema pensionistico in Italia: di questa fragilità ne siamo consapevoli da almeno 20 anni, Piero Angela lo aveva raccontato in una vecchia puntata di Quark, quando ci aveva detto che nel 2020 ci sarebbe stato, per ogni italiano in pensione, un solo italiano attivo sul lavoro.

I conti dell’Inps reggeranno?


Cosa possiamo fare – ha chiesto Presadiretta al giornalista Sergio Rizzo? Non possiamo alzare le tasse, nemmeno possiamo tagliare troppo le pensioni, per non mandare alla fame altre persone (i poveri in Italia sono già circa 6 ml). Dovremmo rendere più stabile il rapporto di lavoro, alzare i salari, introdurre un salario minimo, combattere seriamente lavoro nero e caporalato. Ma questo non è nelle priorità né del governo (nemmeno dei precedenti in verità) né di Confindustria o delle associazioni di categoria.

Il sistema pensioni è in disavanzo (per la differenza tra contributi versati e pensioni erogate) – racconta Rizzo – ogni anno lo Stato deve metterci 50 - 60 miliardi: nel 2046 per coprire questo deficit serviranno circa 200 miliardi, il gettito irpef di un anno

Ma oltre a questo abbiamo un altro problema che inciderà sulle pensioni di domani e sull’Italia di domani: i tanti giovani, non solo laureati, che se ne vanno all’estero a lavorare. Sono state 124 mila nel solo 2024

Persone come Federica che è andata a fare la parrucchiera in un salone a Berlino dove lavora con un contratto regolare, è ben pagata (1800 euro al mese con un contratto a tempo indeterminato a part time) e può lavorare 3 giorni su 5. Niente apprendistato eterno, niente sabati in nero, niente sfruttamento. All’estero, diversamente dall’Italia, lavoro non è sinonimo di sfruttamento, pretendere una vita e un salario dignitoso non sono richieste folli.

Anziché dare bonus (basati sull’ISEE), perché il governo, non questo certo, non si impegna a dare asili gratis, mese gratis, la scuola gratis, trasporti gratis (o a prezzi molto calmierati) per venire incontro alle famiglie?
Perché non si alzano i salari, per incentivare le persone ad andare a lavorare (anziché rimanere a casa)?

La scheda del servizio:

Torna Presadiretta, in onda domenica 22 febbraio alle 20.30 su Rai 3, con la puntata “Pensione mai”. Le lavoratrici di Savona, Parma e Napoli sconfitte nella battaglia per difendere Opzione donna e costrette ad attendere anni prima di andare in pensione. Le mancate promesse della politica e la lotta di chi in pensione c’è già, ma con importi che in cinque anni hanno perso il 15% del potere d’acquisto. Nell’inchiesta, le misure dell’ultima finanziaria del governo Meloni con le motivazioni della maggioranza, le critiche dell’opposizione, le analisi dell’ex ministra Elsa Fornero e dell’ex presidente dell’Inps Tito Boeri. “PresaDiretta” racconta quanto il sistema italiano, in cui le pensioni sono pagate da chi lavora, sia diventato insostenibile. In alcune regioni come il Molise, i pensionati sono già di più dei lavoratori. L’ex direttore del Pronto Soccorso di Isernia ogni due giorni torna, da pensionato, a dare una mano agli ex colleghi. Remo e sua moglie Venere, precari della scuola, fanno i pendolari tra Caserta e Roma e quanto riceveranno di pensione? E poi, le simulazioni sulle migliaia e migliaia di precari con salari sempre più bassi che versano sì i contributi, ma non sufficienti a raggiungere il minimo necessario e quindi non matureranno la pensione. Nel frattempo, nel 2024 l’Italia ha toccato il record storico di partenze: 156mila persone hanno scelto di andare all’estero, un trend che cresce. Un reportage in Germania per conoscere Alessio, ingegnere informatico della provincia di Verona, e Federica, parrucchiera di Torino. Con loro, lo chef milanese Simone e le mamme Marianna, Francesca, Giulia, Grazia. Ventenni, trentenni ma anche quarantenni che hanno scelto di vivere a Berlino dove lavoro, casa e welfare sono una certezza.

Un viaggio, infine, nel sistema dei bonus, nelle storture dell’Isee, nelle truffe dei falsi braccianti e delle cooperative “scatole vuote”. Con l’evasione contributiva stimata dall’Inps in 10-12 miliardi l’anno e con 119 miliardi di crediti accumulati, mentre per la classe politica i privilegi resistono.

Pensione mai” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti e Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 febbraio 2025

Anteprima inchieste di Report – il conflitto (di interessi) di Musk, la palude di Venezia, le ingerenze russe e i fuochi d’artificio

Un’inchiesta su Elon Musk, punto di riferimento globale dell’estrema destra, non solo quella italiana.

Poi un servizio su un rigassificatore in Italia, i cui tubi arriveranno da un amico di Putin, mentre il gas arriva a caro prezzo dall’America di Trump.

Le ombre dietro le luci dei fuochi

Anche il festival di Sanremo è stato inaugurato con l’esplosione di fuochi d’artificio di Vittorio De Angelis, autore dello spettacolo pirotecnico. Lo spettacolo è stato preparato con oltre mille accensioni elettroniche , otto punti audio di ascolto, dall’entrata del porto fino ad una nave da crociera.

Cosa rappresentano questi fuochi per la città di Sanremo? Lo spiega l’assessore al turismo e alle manifestazioni e sport Sindoni: “è un aspetto importante che lega il Festival alla città.”

Come si costruiscono questi giochi coi fuochi artificiali? Carmine di Giuseppe è un pyrodesigner, a Report spiega come costruisce gli spettacoli e la coreografia, facendo uso anche di un software di progettazione tridimensionale che sincronizzano i fuochi con la musica.

LAB REPORT: L’ARTIFICIO DEI FUOCHI di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico

L’Italia è uno dei paesi con la più antica tradizione di fuochi pirotecnici, sono circa 1600 attività che ruotano intorno al settore. Report racconterà come vengono realizzati gli spettacoli pirotecnici dagli addetti ai lavori. Quello dei fuochi d'artificio è un mondo fatto non solo di luci ma anche di tante ombre: i fuochi pirotecnici, infatti, sono usati dalla criminalità organizzata per mandare messaggi specifici.

L’uomo dei razzi (a proposito della sovranità nazionale)

Le oligarchie e le autocrazie, come i regimi, considerano un fastidio le Costituzioni, vedono come un impiccio i sistemi di controllo, i pesi e i contrappesi dentro le istituzioni.

Dobbiamo abituarci, anche in America a vedere un imprenditore privato, che ha supportato in campagna elettorale un candidato, che dopo le elezioni prende un posto in quella stessa amministrazione. Portandosi dietro un suo conflitto di interessi.

Succederà con Elon Musk: nel 2021 vinse un appalto con la Nasa da 2,9 miliardi di dollari per il progetto Artemis con cui la Nasa mira a riportare l’uomo sulla Luna: Musk fornirà la navicella che atterrerà sul nostro satellite. Almeno finora: Trump ha infatti appena nominato a capo dell’agenzia spaziale Isaacman, un altro miliardario molto vicino a Space X (l’azienda di Musk con la sua costellazione di satelliti). Lo scorso settembre Musk lo aveva spedito nello spazio come turista con un suo razzo. Potrebbe costituirsi un conflitto di interesse?

Secondo il direttore del programma Orion della Nasa Howard Hu, no: lui si ritiene un impiegato governativo che ha un percorso predefinito nell’amministrazione Trump, sono molto vicini a riportare l’uomo sulla luna, per la prima volta dal 1972.

Ma è il percorso del governo o di una società privata che può cambiare le scelte politiche: Musk potrebbe chiedere di usare i suoi missili e non quelli della Nasa per la missione sulla Luna.

Non posso commentare” è stata la risposta di Hu.

La Nasa risponde al presidente Trump, ma Trump risponde a Musk?
Di certo è che il sostegno della base di Trump al presidente è forte e al suo consigliere Musk, sono limiti del dogma religioso: il padrone dell’universo – lo definisce un sostenitore, di certo sarà padrone della macchina dell’amministrazione americana che dovrebbe efficientare, our senza averne le minime competenze.
Ma l’importante è fare annunci, rendere l’America forte per un secolo, anzi per secoli, magari per i mille anni (come diceva quel tale in Germania anni fa).

I seguaci di Musk al momento possono accontentarsi seguendo i lanci dei suoi razzi, come quello avvenuto il 16 gennaio, missili che vanno in orbita (e rilasciano la navicella col suo carico di satelliti) e poi rientrano agganciandosi alla rampa di lancio in modo perfetto.

O quasi, visto che nel lancio del 16 gennaio la navicella sul golfo del Messico (o sul golfo dell’America, perché adesso dovremo anche aggiornare le cartine geografiche) ha fatto perdere i contatti con la base, esplodendo in cielo.


Nel frattempo, prima che l’uomo torni a calpestare il suolo della luna, in Germania potrebbe tornare al governo un partito di estrema destra: Elon Musk è intervenuto in diretta alla convention dell’AFD di Alice Widel, a dare il suo appoggio.

Nemmeno più fanno finta di nasconde le loro origini, dentro questo partito: il nonno della candidata premier Weidel era un gerarca nazista ma lei, lesbica e con due figli adottivi, è considerata il volto moderato del partito, anche se nelle proposte elettorali del partito non si usano troppi giri di parole.

Remigration è lo slogan ripetuto più volte e vuol dire deportare gli immigrati illegali presenti in Germania. “Abbiamo bisogno della remigrazione per vivere in tranquillità e sicurezza” ripete alla convention: poco dopo il suo discorso Weidel ha aperto un collegamento con un ospite d’eccezione, Elon Musk.
“Non c’è nulla di male nell’essere fieri di essere tedeschi, senza perdere sé stessi in questo multiculturalismo che diluisce tutto, non abbiamo bisogno di un mondo in cui tutto sia mescolato. Sembra che cui ci si stia troppo focalizzando sulla colpa dei tedeschi del passato, piuttosto abbiamo bisogno di andare oltre, dobbiamo essere eccitati per il futuro della Germania. Da queste elezioni che stanno arrivando in Germania dipende il destino dell’intera Europa, il risultato può decidere il futuro della civiltà, dell’Europa e forse dell’intero mondo.”

Anche per la Germania, come per l’America, si attende un futuro radioso nei prossimi anni, che siano cento o mille.

Basta sentirsi in colpa per il fascismo o per il nazismo, anche se questo passato in Italia come in Germania è ancora presente e significa Olocausto, leggi razziali, macerie.

Ma per i leader di AFD i problemi sono altri, l’ideologia woke di sinistra, l’immigrazione..

Alla convention era presente l’eurodeputato di AFD Maximilian Krah, esponente molto discusso del partito per le sue dichiarazione sulle reclute delle SS definite non tutte criminali.

A Report racconta che “oggi che Elon Musk è dalla nostra parte si faccia questa domanda con chi preferirebbe fare una festa con Musk o con Olaf Sholtz? Per anni attorno a noi c’è stato un muro, eravamo i bambini sporchi, con voi non vogliamo giocare, siete esclusi.. ma ora che Musk è dalla nostra parte chi è che rimane fuori? Abbiamo ribaltato la prospettiva, questo è molto affascinante..”
E se Elon Musk volesse darvi dei soldi, cosa faranno all’AFD?
“Grazie mille”.

E del saluto nazista fatto durante la cerimonia per Trump: “ma no, andiamo, oggi qualunque cosa è Hitler, non era un saluto nazista, questa è solo una malvagia diffamazione della stampa di sinistra, anche Netanyahu ha detto che non era un saluto nazista.”

Ma Elon Musk non significa solo satelliti lanciati in orbita con la sua Space X: al CES, la più grande fiera al mondo dedicata all’innovazione tecnologica a Las Vegas. Ci si può arrivare direttamente dall’albergo grazie ad un tunnel scavato terra dalla Boring company, un’altra azienda di Musk, specializzata in tunnel sotterranei.

Dentro si viaggia con la Tesla model 3 in un tunnel strettissimo e anche claustrofobico, senza guida autonoma. Si evita il traffico, si arriva velocemente a destinazione, “Elon Musk è un grande innovatore” ripetono altri utenti del servizio al giornalista di Report.

Musk è citato anche dentro la fiera: Selika Talbott è una tra le più note esperte di mobilità elettrica ed ha ricoperto ruoli importanti nell’autorità stradale americana.

A Report spiega che “Musk oggi ha una opportunità che non esisteva nel passato, grazie al suo rapporto meraviglioso col presidente, può influenzarne le decisioni, può dire al governo federale ‘lascia che i miei robotaxi operino sulle strade’ ..”
In Europa questo si chiama conflitto di interessi: “qualcuno dovrebbe dire, ehi, aspetta un attimo, confido che tu possa anche prendere grandi decisioni per la nazione, mi fido della tua intelligenza e della tua innovazione, ma dal momento che potresti protrarne profitto dal tuo ruolo politico, forse dovremmo creare un muro..”

La scheda del servizio: THE ROCKET MAN di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione Madi Ferrucci

Elon Musk è l’uomo più ricco del mondo e probabilmente anche il più potente. Ritenuto il vero braccio destro del presidente americano Donald Trump, di cui ha finanziato la campagna elettorale con 250 milioni di dollari, occupa un ruolo chiave in tecnologie delicatissime. Non solo le auto elettriche, ma anche i social network, la robotica e poi i lanci spaziali e i satelliti per le telecomunicazioni, fondamentali anche nell’uso militare. Oggi il miliardario sudafricano è sceso nell’agone politico europeo: grande sostenitore di Giorgia Meloni, si è schierato con i partiti di estrema destra nel Regno Unito e in Germania, dove ha dichiarato il suo sostegno al movimento anti-immigrazione Alternative für Deutschland. Una scelta controversa, che non è mossa solo da ragioni ideali. Il connubio tra politica e affari, spesso garantiti da ingenti finanziamenti pubblici, è centrale per i business di Musk. Le telecamere di Report sono arrivate fino al confine meridionale del Texas, dove avvengono i lanci spaziali di SpaceX; e in Germania, dove anche grazie a Musk e alla sua influenza sul social X, l’estrema destra è in vantaggio per le prossime elezioni. E infine a Bruxelles, dove in molti storcono la bocca per l’intenzione del governo Meloni di affidare proprio a Musk le delicate comunicazioni militari, proprio mentre Musk viola ogni regola sulla neutralità dei social network. L’Ue si sta attrezzando per garantire la propria indipendenza dagli Usa nello spazio e nelle comunicazioni satellitari, ma l’Italia parrebbe voler andare in un’altra direzione.

I cavi dell’amico di Putin (sempre a proposito della sovranità nazionale)

LA politica energetica italiana è rimasta saldamente ancorata agli idrocarburi, alla faccia della transizione ecologica: dopo lo stop al gas russo, almeno di facciata, la politica italiana ha scelto di passare al gas liquido americano anziché potenziare le rinnovabili, essendo il gas americano molto più costoso delle rinnovabili.

Report è andata a Ravenna dove si stanno portando avanti i lavori per il rigassificatore offshore (voluto con procedura d’urgenza dal governo Draghi nel 2022: dovrebbe liberarci dalla dipendenza russa di Putin (e metterci sotto la dipendenza di Trump, ma non importa), ma è veramente così?

Il giornalista è riuscito ad arrivare a tre km dalla piattaforma al largo di Ravenna a ridosso della zona interdetta alla navigazione: tra le navi che operano per il progetto è presente anche la Blue Sky, un cargo di 92 metri che naviga con la bandiera della repubblica di Palau, un arcipelago nelle acque del Pacifico ad est delle Filippine.

Una fonte ha raccontato a Report che dietro la Blue Sky: “la nave si chiamava Blue Ship prima” racconta la fonte “ha cambiato nome nell’agosto 22, ma dietro c’è sempre l’interesse russo, nel 2021 ha lavorato anche al progetto sul North Stream 2, che era sotto sanzioni americane, ma con un giochetto le hanno evitate. Hanno messo come proprietà una fondazione tedesca certificata come ente governativo e gli enti governativi non sono toccati dalle sanzioni.”
Cosa ne sa la politica di questa nave cargo russa e del tema delle ingerenze in generale dalla Russia?
Report ha intervistato Vincenzo Colla vicepresidente della giunta regionale dell’Emilia Romagna: “abbiamo definito una task force autonoma nostra che rispondesse solo a Bonaccini dal punto di vista delle competenze .. io partecipavo [a questa task force per il rigassificatore] a tutte le riunioni”. Dunque la vicenda è stata vagliata bene, “è il rigassificatore più controllato d’Europa”.

Sapevano allora che una società che partecipa ai lavori con la nave Blue Sky, che dietro ha dei soggetti russi che sono dei prestanome di un oligarca di Putin?
“Questo non lo so” risponde Colla “queste sono valutazioni in mano a Snam, se ci fosse un pezzo di Putin su questo significa che non ha funzionato molto bene la verifica..”
L’oligarca russo si chiama Kolikov, ha ricevuto la medaglia d’oro per meriti patriottici da Putin, è un grosso imprenditore dell’oil&gas, riceve decine di appalti statali da Putin.
“Se fosse così [che prendo lavori da un oligarca di Putin] non solo non va bene, è bene che qualcuno risponda di una operazione che secondo me non va bene”.
Dunque, se non ci fosse stata Report a fare domande e a fare un semplice controllo, nessuno se ne sarebbe accorto di questa società russa che lavora per una importante opera da cui dipenda il nostro fabbisogno energetico? Snam, la regione Emilia Romagna, il governo Meloni, i servizi, non hanno nulla da dire?

Ne parla Il Fatto Quotidiano oggi che da una anticipazione del servizio

Alla realizzazione della piattaforma off shore sta lavorando anche una nave cargo, la Blue Sky. Contrattualizzata da Saipem per la posatura di tubi e i lavori infrastrutturali, la nave è posseduta da una società turca (Gezegen Denizcilik ) che fa capo a due russi, Alexandr Levchenko e Vyaceslav Bolshukhin. Ma a Report risulta che dietro questi imprenditori c’è l’oligarca vicino a Putin, Kolikov, che ha decine di appalti statali russi e molti interessi economici in Europa. La Blue Sky sino a qualche anno fa si chiamava Blue Ship. Era anche finita nella lista delle entità sanzionabili dagli Stati Uniti perché era impiegata sulle lavorazioni del gasdotto Nord Stream 2, che avrebbe collegato direttamente la Russia con la Germania. Ma le sanzioni, racconta sempre Report, furono evitate grazie a uno stratagemma: trasferire la proprietà della nave a una fondazione pubblica tedesca non sanzionabile.

Un intreccio di non poco conto quello che ora grava sul rigassificatore: grazie all’opera l’Italia dovrebbe allontanarsi sempre più dall’ingerenza di Mosca. Ma sono gli stessi russi che hanno le mani sull’infrastrutturazione dell’opera. La società turca, sottolinea Report, non è comunque sanzionata, nemmeno la nave o gli imprenditori che ci sono dietro, tra cui Kolikov. Quello che andrebbe valutato è l’impatto sulla sicurezza nazionale italiana rispetto alle possibili ingerenze dei servizi russi sui tecnici della Blue Sky, che conoscono tutti i dettagli, ivi compresi quelli più critici, del rigassificatore di Ravenna.

La scheda del servizio: GAS, VODKA E MORTADELLA di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Dopo l'aggressione russa sul territorio ucraino, l'Italia ha deciso di avviare una serie di rigassificatori per diversificare le fonti di approvvigionamento e liberarsi dalla dipendenza del gas di Putin e dei suoi oligarchi. Fra questi c'è il progetto FRSU a Ravenna, che a regime potrà ricevere e immettere nella nostra rete gas per soddisfare il 40% della domanda nazionale. Ma cosa succede se a lavorare su queste opere sono proprio imprenditori russi vicini a Putin? Report svelerà uno scenario inaspettato e non privo di rischi per la nostra sicurezza nazionale.

La palude di Venezia – capitolo terzo

L’inchiesta della procura di Venezia ha sveltato un sistema che avrebbe favorito una rete di imprenditori vicini a Brugnaro, in comune il fatto di aver sponsorizzato la Reyer, la squadra di basket del sindaco.

Il geometra Genesio Setten è uno di questi: costruttore di Oderzo in provincia di Treviso, Setten non è indagato, la sua azienda ha sponsorizzato la Reyer per 250mila euro dal 2016 al 2021 e, secondo la GDF, dal 2015 con Brugnaro sindaco, ha realizzato lavori a Venezia per oltre 150ml di euro. Il loro rapporto era cominciato con la ristrutturazione della Scuola Grande della Misericordia, splendido edificio del ‘500, in cui si tiene il ballo del doge, l’evento privato più esclusivo del carnevale di Venezia. La società SMV che fa capo al gruppo Humana di Brugnaro l’ha ottenuta in gestione dal comune per 44 anni.

LA sponsorizzazione nasce proprio in conseguenza dell’appalto” racconta oggi a Report Setten, che definisce come notizie tendenziose i numeri sui lavori in appalto vinti dal gruppo Setten, “noi abbiamo fatto 149ml di lavori privati, alberghi, fabbricati di vario tipo.”
Ma i lavori fatti a Venezia sono stati sia pubblici che privati e anche per questi ultimi sono necessarie autorizzazioni e nulla osta dove spesso è decisiva la volontà politica dell’ente, come nel caso di uno dei più contestati progetti edilizi nella terraferma, la torre Setten al villaggio San Marco. Un colosso di cemento alto 60 metri che dovrebbe sorgere su un’area inquinata dove un tempo c’era un campo da calcio di quartiere.

Davide Scano fa parte del comitato contro la Torre Setten: a Report spiega gli impatti della nuova torre, con tanto di parcheggi annessi, di un nuovo capannone commerciale da 4000 metri quadrati e un’altra distesa di parcheggi all’aperto.

Su questo progetto c’è stato qualche favoritismo da parte del sindaco Brugnaro? “No, io non ho mai chiesto niente a Brugnaro..”

La scheda del servizio: I FAVORITI DI BRUGNARO di Walter Molino e Andrea Tornago

L’inchiesta Palude della Procura di Venezia avrebbe portato alla luce un vero e proprio sistema di corruzione e conflitti d’interessi, che avrebbe favorito tra l’altro una rete di imprenditori vicini al sindaco Luigi Brugnaro. Tutti avrebbero in comune il fatto di aver sponsorizzato la Reyer, la squadra di basket del sindaco.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 luglio 2023

Italia Libia 1980 - Italia Russia 2023

Sarà perché l'ho appena finito di rileggere il libro di Purgatori, Lucca e Miggiano su Ustica, e dunque è un periodo che ho fresco nella mia testa, ma penso che se dobbiamo proprio fare un parallelo storico col passato con quanto sta succedendo oggi in Italia, allora si dovrebbe pensare al periodo attorno al 1980.

La tensione internazionale, la corsa al riarmo, l'equilibrio del terrore sull'uso dell'arma nucleare (di cui aveva parlato Berlinguer in una intervista al corriere del luglio 1980). 

«Io non sono d'accordo con chi dice che la guerra non sarebbe una guerra nucleare, che sarebbe una guerra convenzionale. Le guerre si fanno per vincerle e per vincerle si usano le armi di cui si dispone. Le armi di cui si dispone sono armi nucleari e [..]insomma bisogna ridurlo questo equilibrio del terrore»  
Enrico Berlinguer intervista al Corriere della Sera luglio 1980

C'è poi tutto il capitolo dell'eterna ambiguità dalla politica estera italiana, sulla carta nell'area atlantica di fatto con ottimi rapporti commerciali e militari col colonnello Gheddafi nel 1980. Negli anni del nuovo millennio i rapporti ambigui sono stati quelli con Putin, grande amico del più volte presidente del consiglio Berlusconi, ma in buoni rapporto con tutti i successivi presidenti.

Giusto per citare un episodio, Putin è stato ben accolto da Renzi all'Expo del 2015 (dove chiese la fine delle sanzioni contro la Russia): il suo governo acconsentì alla vendita di blindati Lince, nonostante l'embargo dopo la guerra in Crimea del 2014.

Quel periodo di tensione a cavallo tra gli anni 80 culminò poi con l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno, il 27 agosto del 1980: l'areo civile si trovò nel mezzo di una battaglia tra aerei della Nato e aerei libici. Colpito per un errore di un caccia (al momento non sappiamo di quale nazionalità, possiamo solo fare ipotesi) che pensava di colpire un altro aereo militare  nascosto sotto l'ombra del DC9.

Presumibilmente, secondo la ricostruzione degli esperti (e secondo il giudice Priore, autore della sentenza di rinvio a giudizio che ha portato al processo di diversi ufficiali dell'aeronautica), si trattava di caccia americani Phantom che dall'Inghilterra stava arrivando in Egitto, per proteggere l'alleato Sadat contro "il pazzo di Tripoli", all'interno dell'operazione Proud phantom.

Su quella battaglia, per la solita ragione di Stato, per l'essere stati l'anello debole della Nato (per i rapporti ambigui con Tripoli, a cui avevamo venduto armi e forse anche spifferato il trasferimento dei Phantom dall'Inghilterra), i vari governi italiani non hanno potuto rivendicare giustizia per quelle 81 vittime.

E ora, cosa vogliamo fare? Continuare con la corsa agli armamenti, con questo crescendo di tensione?

24 febbraio 2023

Un anno di guerra

24 febbraio 2022, 24 febbraio 2023: è passato un anno dall'operazione speciale di Putin, la sua guerra di invasione dei territori dell'Ucraina con la scusa della denazificazione e per proteggere la popolazione russofona nelle regioni dell'est del paese.

Dopo un anno la guerra è in una situazione di stallo: i russi non hanno sfondato, hanno distrutto città, commesso crimini di guerra, cambiato comandanti. 

Dall'altra parte l'esercito ucraino, supportato con le armi dall'America e da diversi paesi europei è riuscito a resistere.

Questa guerra è stata raccontata (e continua ad essere raccontata) in modo binario: buoni contro cattivi, resistenti contro putiniani, quelli a favori delle armi senza se e senza ma e dall'altra parte i traditori.

A me personalmente la retorica degli eroi, delle armi, della guerra come qualcosa di ineluttabile, qualcosa che serve per risolvere i conflitti, fa paura.

A Presadiretta lunedì scorso Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio raccontava di come non ci si debba arrendere a questa narrazione della guerra, come qualcosa di necessario: non sono coloro che chiedono la pace ad essere deboli, ma è vero il contrario, voler proseguire un negoziato per arrivare ad una pace (che sia giusta, che riconosca le colpe) è un segno della forza delle nazioni.

Dietro all'eroismo dei resistenti, ci sono le persone sotto le bombe, c'è un paese in cui serviranno anni per ricostruirlo. C'è l'industria delle armi, che si arricchisce oggi con lo svuotamento degli arsenali (e con le richieste della Nato di investire ancora risorse in armamenti).

Dietro questa guerra c'è l'ipocrisia di molti politici, specie in Italia che con la guerra si sono riposizionate sul fronte atlantico: il mostro Putin l'abbiamo creato noi, quando abbiamo stretto accordi vincolanti per il gas (per esempio). Quando lo abbiamo visto distruggere la Cecenia (perché combatteva contro Al Qaeda), quando lo abbiamo visto incarcerare giornalisti, quando ha invaso la Crimea..

Oggi non sembrano esserci sbocchi, a questa guerra, c'è giusto la proposta della Cina (che ha i suoi interessi in Taiwan): sia Putin che Biden hanno espresso le loro volontà di andare avanti. Nessuno può tornare indietro, né Putin, né Biden e nemmeno Zelensky (ci sarebbero ripercussioni sul fronte interno, gli ucraini non vogliono finire nella mani del regime russo). Speriamo che dietro questi annunci, continuino sottotraccia dei negoziati per trovare una soluzione che, sempre come raccontava Presadiretta, non vuol dire cedere dei territori.

Perché l'alternativa è, per noi, rimanere qui a guardare l'evoluzione di questa guerra senza porci domande: fino a dove vogliamo arrivare? Possiamo accettare il rischio che si arrivi alle armi nucleari?

27 dicembre 2022

Report – la situazione della guerra in Russia, le sanzioni aggirate e la propaganda

Cosa ne pensano i russi della guerra, come agisce la macchina della propaganda per silenziare l’opposizione e le voci di dissenso. E poi, come si aggirano le sanzioni, specie nel mondo degli sponsor del calcio italiano.

Questi gli argomenti dei primi servizi di Report in questa puntata post natalizia.

LA MATRIOSKA DELLE SCOMMESSE di Lorenzo Vendemiale

La guerra ha interrotto il campionato di calcio ucraino ripartito a ottobre, per dare morale alla nazione: ma gli stadi sono blindati e le partite si giocano solo a Kiev.
“Giocare in queste condizioni è molto difficile” spiega l’allenatore del Kryvbas “siamo lontani da casa e senza i nostri tifosi, gli allenamenti vengono continuamente interrotti dagli allarmi antiaereo. Dopo le gare anziché riposare siamo costretti a lunghe trasferte in pullman, ma siamo comunque dei privilegiati.”
A parlare così è
Jurij Vernydub che un anno fa allenava in Moldavia ed era diventato famoso per aver battuto il Real Madrid: quando è scoppiata la guerra non ci ha pensato un secondo a mollare tutto: “dovevo tornare, il resto non aveva senso. Nei primi mesi ho combattuto con la 152 esima divisione, ora sono di nuovo in panchina, spero di regalare un sorriso ai tifosi che sono al fronte.”

Dopo l’annessione della Russia di alcune regioni, molte squadre sono scomparse, sebbene siano ancora considerate parte del calcio ucraino: in questo paese è una questione di orgoglio nazionale continuare a giocare nonostante la guerra e le bombe russe, è una fiamma accesa sulla resilienza ucraina.
Forse nel 2030 i campionati mondiali si potrebbero giocare in Ucraina, sarebbe un bel segnale.
Ma Report, mentre cercava di raccontare questo campionato di calcio, ha scoperto che ci sono società russe che scommettono sul campionato ucraino: sono società che fanno da sponsor alle squadre di calcio italiane, nonostante le sanzioni.
Francesco Baranca, responsabile trasparenza del calcio ucraino,
racconta a Report questa incredibile storia dei bookmaker russi, come 1XBet, la quale nei mesi passati ha cercato di aprire un business addirittura in Ucraina, passando attraverso una società ponte.
Il pericolo è la raccolta di dati personali
di società poco trasparenti e per questo il blocco di queste società di scommesse è una questione di sicurezza nazionale per il governo Zelensky: dietro 1XBet c’è un labirinto di società, una matrioska, tutte aziende in paesi offshore.
A Curacao 1XBet è stata colpita da sentenza di bancarotta, alcuni giocatori che avevano vinto e si sono visti bloccare le vincite dai giudici dell’isola.
Dietro 1XBet ci sono tre imprenditori russi
(che oggi negano di essere i veri proprietari): oggi è sbarcata in Italia, con un manager cipriota nato nella stessa città dei tre imprenditori che l’hanno fondata, il sito italiano ha regolare licenza e questo bookmaker si era infiltrato nella Serie con le sponsorizzazioni: sono sponsor ufficiali che si vedono solo all’estero (per una norma del DL - Dignità).
Dalla Russia arriva anche LigaStavok: la federcalcio ucraina
dopo aver visto questo sponsor associato al calcio italiano ha scritto una lettera di protesta contro la Serie A, che però si dissocia dicendo che sono solo contratti a singole società di calcio.

La Lega di serie A non si è fatta problemi, non si è preoccupata di chiedersi da dove arrivano i soldi. Le altre squadre di calcio, tra Lazio, Udinese, Empoli, continuano ad accettare soldi dalla LigaStavok. Un bel modo di aggirare le sanzioni.

LA BATTAGLIA DI MOSCA di Manuele Bonaccorsi

Come funziona la macchina del consenso in Russia? La macchina della propaganda non smette mai di fermarsi, come il 30 settembre quando Putin ha annunciato l’annessione delle regioni ucraine conquistate.
Spirito nazionalistico, la verità è con noi, gli ucraini sono nostri fratelli: sono questi gli argomenti usati dalle star sul palco della piazza rossa.
Le proteste? Ci sono, ma da parte dei traditori –
racconta una signora in piazza a festeggiare.
La propaganda è dappertutto, nelle vie, nella musica alla radio, nella narrazione della seconda guerra mondiale.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è nato un sentimento a favore della guerra – racconta a Report un intellettuale “moderato” del think thank
Valdai.
Secondo l’ala moderata di Mosca, la guerra si poteva evitare: la Russia chiedeva maggiore autonomia nelle regioni russofone, accordi commerciali
e mantenere la lingua russa.
Report ha ricevuto dei documenti inviati da Lavrov a Francia e Germania
lo scorso anno dove puntava il dito contro delle leggi approvate in Ucraina nel 2021.
Il giornalista ha intervistato una parlamentare della Duma che nel 2011 aveva protestato contro i brogli fatti da Putin, ma che oggi è schierato a favore dell’invasione, perché – testuali parole – ha finalmente risolto la questione in Donbass.

E questi sono i moderati, ma in Russia ci sono anche i falchi, come il comandante del gruppo Wagner, o altri giornalisti che si dicono indipendenti, che hanno criticato il ministro della difesa russo: spingono perché la Russia usi in modo più massiccio le sue forze militari in Ucraina. Sembra strano, ma molti in Russia pensano veramente che la guerra in Ucraina sia giusta.
C’è da stare poco allegri, seguendo le posizioni dei moderati, che oggi sono stati messi in un vicolo cieco, dei falchi o di quelli che sono all’opposizione ma che sulla guerra sono vicini alle posizioni di Putin.
In questi anni gli accordi di Minsk non sono stati rispettati del tutto: Lavrov aveva stigmatizzato il comportamento ucraino nel 2021, che impediva il russo nelle regioni russofone e impediva a candidarsi a chi aveva collaborato nelle regioni indipendentiste, dopo che l’Ucraina aveva preso controllo giuridico su queste.
Il dialogo tra Russia e Europa saltò nel novembre 2021, la stessa Merkel ha riconosciuto che in questi anni si è solo armato l’Ucraina.

Ma oggi i civili che percezione hanno della guerra?

A Mosca la guerra sembra lontana, studenti e lavoratori specializzati stanno con la guerra e con Putin: alcuni sono contrari, certo, ma sostengono il paese.
La maggior parte dei militari arrivano dalle regioni povere, lontano da Mosca: alcuni di loro sono volontari, sono convinti di vincere la guerra o, meglio, sanno che durerà a lungo e alla fine che nessuno potrebbe vincere.
Gli ucraini sono fratelli – dicono i soldati in partenza per il fronte – vogliamo solo giustizia: eppure continuano a bombardare i loro fratelli.
I giornalisti che si permettono di criticare la guerra e Putin rischiano al galera: chi vuole opporsi sceglie la clandestinità, usando Telegram oppure appendendo volantini nella città.

Ma questa opposizione preoccupa poco il governo, tanto da tollerare drappelli di sparuti rappresentanti dell’opposizione si ritrovino in piccoli gruppi nelle piazze della capitale.

Il grado di apprezzamento di Putin è calato di poco dopo la guerra che viene percepita dal mondo contro Putin, anche dopo la mobilitazione.
Molti oppositori,
quelli che avevano le risorse per farlo, si sono spostati in Georgia, unico paese dove possono entrare senza visto: da Tblisi possono protestare, cosa impossibile a Mosca, dove chi protesta prende una multa di mille rubli e poi il carcere.

In questo modo le voci di dissenso vengono silenziate, anche perché i giovani di Mosca della borghesia non sono stati reclutati e possono continuare a fare la loro bella vita.

Ma al fronte le cose sono ben diverse da come le vedono i giovani moscoviti nei bar: i soldati ucraini sono malvestiti, mal armati e perfino senza munizioni – racconta un servizio del NY Times: arrivano dalle regioni povere della Russia, nella periferia.
Questo ha sollevato critiche anche all’interno dell’esercito e perfino nell’amministrazione russa a Kherson, che ha invitato il ministro della difesa a spararsi.
I russi hanno sopravvalutato le loro capacità:
ma le sanzioni economiche quanto hanno fiaccato la Russia?
Nei supermercati si trova di tutto, anche prodotti esteri: nelle vetrine dei marchi di moda c’è un messaggio che indica di chiamare un numero telefonico, si possono ordinare i prodotti esteri in altro modo.
Le sanzioni non funzionano in Russia, il sistema finanziario si è stabilizzato: i prodotti ad alta tecnologia sono stati sostituiti da prodotti meno sofisticati, Mc Donald è stato acquistato da imprenditori russi, con lo stesso prodotto.
Ci sono problemi con la meccanica, ad esempio nella grande fabbrica di trebbiatrici della Rostelmash, che comprava forniture dalla Germania.
Ma le forniture alla Russia continuano ad arrivare, anche dall’Italia,
magari facendo delle triangolazioni con l’India: nonostante questo le aziende italiane hanno perso il 19-20% di export verso la Russia - racconta il rappresentante delle aziende italiane che hanno rapporti con la Russia Vittorio Torrembrini, si parla di miliardi.
Sono aziende che vendono prodotti alla Russia, come la Ferrero: non vogliono passare per putiniani,
“cosa dovrebbero fare allora le aziende che vendono in Cina?”.
Il PIL russo ha perso il 3,4%, l’inflazione è cresciuta:
di fronte alle sanzioni la Russia ha cercato nuovi mercati, ha costruito un nuovo gasdotto per portare il gas in Cina, tutto questo insegna che in un mondo globalizzato se le sanzioni non lo sono, sono armi spuntate.
In Russia aggirano le sanzioni usando triangolazioni con paesi terzi, usando internet.
Ma mancano a noi le materie prime dalla Russia: nel servizio di Michele Buono si propone di andarle a ricercare nelle miniere che abbiamo creato noi, le nostre città.

MINIERE URBANE di Michele Buono

Ricicliamo i rifiuti per estrarre tutte la materie che servono dagli scarti, cercando di limitare al minimo i rifiuti.
Significa ridurre sprechi, ridurre il consumo di fonti fossili, ridurre il costo della bolletta e ridurre le emissioni nell’ambiente.
Centrali che riciclano le energie come quelli per il biometano, cogeneratori alimentati a biometani, edifici vecchi gestiti in modo intelligente con algoritmi che pilotano l’accensione di caldaie e elettrodomestici.

Cosa ci manca? Non le competenze, ma la volontà politica che deve aiutare le aziende che stanno lavorando in questo settore per togliere la burocrazia inutile.

Per sviluppare comunità energetiche come quella di San Giovanni a Teduccio (sponsorizzato da una fondazione privata, non dallo Stato o dalla Regione).
Per recuperare metalli dai rifiuti di apparecchiature elettriche, come fanno all’Enea a Roma: una scheda elettronica contiene oro, rame, argento e stagno.
Le terre rare si recuperano si recuperano negli hard disk dei nostri computer, anziché andare ad estrarle e trattarle dalla terra.
Servirebbero almeno cinque impianti idrometallurgici come quello dell’Enea per recuperare metalli preziosi ma, cosa ancora più importante, servono strutture distribuite sul territorio che raccolgono questi apparecchi elettronici, come hanno fatto a Portici con un esperimento purtroppo finito.

Questi apparecchi oggi rischiano di essere dispersi nell’ambiente: oltre alla perdita dei materiali, c’è anche un rischio ambientale.

C’è poi la plastica, che impiega 100 anni a biodegradarsi: a Brescia la riciclano, dando nuova vita a plastica gettata nei rifiuti, la plastica vergine si crea col petrolio, per ogni kg riciclato si evita di emettere 1,2 kg di co2.
In
Italia produciamo 6 tonnellate di plastica l’anno e ne ricicliamo solo 1: servirebbe creare una rete di raccolta nazionale per la plastica (e lo stesso per il recupero delle schede elettriche ed elettroniche), per dare una certezza agli impianti che fanno riciclo.

26 dicembre 2022

Anteprima inchieste di Report – la guerra in Ucraina, gli impatti a Mosca e nelle città

Report non si ferma nemmeno nelle vacanze di Natale (per chi le fa): d’altronde nemmeno la guerra in Ucraina, quanti ne stanno approfittando speculando sul gas, sulle materie prime e sulle scommesse. Ma forse da questa guerra potremmo imparare a come gestire (meglio) le economie circolari nelle nostre città per risparmiare sui consumi e sui rifiuti.

La exit strategy dai rincari di energie

Non c’è solo un costo in termini di vite umane: anche noi italiani, pur essendo ufficialmente in guerra, paghiamo un prezzo. La exit strategy – racconterà il visionario servizio di Michele Buono potrebbe trovarsi nelle “miniere” nascoste nelle nostre città: possiamo rimettere in circolo metalli preziosi e ridurre la co2 nell’ambiente. La nuova frontiera dell’economia circolare è questa, sta a noi non perdere anche questa opportunità, perché le città le abbiamo create noi, spiega il giornalista di Report nel servizio, abbiamo smesso di essere branco, ci siamo aggregati e abbiamo creato ricchezza, conoscenza, diritti e mestieri nuovi. Le città prendono le risorse dal pianeta, energia e cibo, e restituiscono scarti e inquinanti: allora sono un problema le città? No perché la soluzione è nella dimensione urbana. Ma la città contiene due miniere che non si esauriscono: gli scarti che produce e il sapere per dargli valore e risolvere i problemi. Report è andata in Umbria, a Foligno: non ci sono giacimenti di gas qui, eppure si produce metano.
“La casalinga di Foligno qui non si rende conto ” spiega a Report Davide Ministro responsabile impianto Asja Ambiente “che cucina gli spaghetti di oggi con quello che ha buttato ieri e si chiude il cerchio.” I rifiuti sono la ricchezza e il cerchio si chiude qui in uno stabilimento per la produzione del Biometano che produce circa 4ml di biometano l’anno, il che vuol dire far riscaldare e far cucinare circa 3000 famiglie o far muovere circa 600 automobili.
In Italia abbiamo 15 impianti come questo che producono più o meno 100ml di metri cubi di biometano l’anno, meno di un impianto a regione, potremmo fare di più, sfruttando tutte le miniere urbane. E sfruttando anche gli scarti degli impianti di energia elettrica come fanno all’Iren nella centrale di cogenerazione di Torino nord: gli scarti di calore sono riutilizzati per produrre altro calore da immettere nella rete di teleriscaldamento e teleriscaldare circa il 70% delle case della città di Torino. Senza questo riutilizzo, sarebbe calore sprecato nell’atmosfera

La scheda del servizio: MINIERE URBANE di Michele Buono, collaborazione Edoardo Garibaldi

I prezzi delle materie prime aumentano e il cambio climatico è insostenibile. Eppure, noi abbiamo delle miniere in casa: le città. Da dove possiamo estrarre e rimettere in circolo metalli preziosi e plastiche, dare valore ai rifiuti trasformandoli in metano, producendo un gas di origine rinnovabile. La dimensione urbana contiene la miniera della conoscenza che produce ricerca e trasferimento di tecnologie per ridurre Co2 e carburanti fossili. Osservazioni satellitari, estrazione di dati digitali, per misurare la febbre dei territori fino a creare gemelli digitali delle città per provare le strategie di intervento. La frontiera più avanzata dell’economia circolare e della conoscenza.

Come si vive la guerra a Mosca

Le telecamere di Report sono andare a Mosca per vedere che aria tira, come vivono le sanzioni, come vivono la guerra. Non è fare propaganda per un regime (a cui tra l’altro fino a ieri eravamo molto legati) andare ad ascoltare le persone, i giovani, gli anziani, 145 ml di persone che vedono la guerra di invasione dall’altra parte del fronte. Il servizio di Manuele Bonaccorsi mostrerà le immagini dei soldati russi che partono per il fronte, silenziosamente, volenti o nolenti, nelle stazioni dei treni, nelle stazioni di servizio. Alcuni di loro sono professionisti, altri sono volontari o di leva eppure sanno cosa li aspetta. Alla domanda del giornalista, rispondono che stanno andando a difendere la patria, “siamo russi, non sappiamo mai dove stiamo andando .. non preoccupatevi ci sarà la pace ovunque, la pace russa.”
E chi la vincerà questa guerra? “Non la vincerà nessuno” è la risposta onesta “ci sono sempre perdite in guerra, perdite molto grandi ..”
E cosa pensano i soldati russi della morte dei civili: “vi dico che questi sono i nostri fratelli ”
Strano modo di rispettare i fratelli.
Il servizio si sposterà poi su Mosca: nonostante la mobilitazione, qui a Mosca la guerra sembra lontana, gli obiettivi fissati dal governo per la mobilitazione, a Mosca come a San Pietroburgo, non sono stati molto alti. Studenti universitari e lavoratori professionalizzati non ricevono le lettere di precetto e la sera nei locali tra i giovani tutto appare come se nulla fosse successo.
“Sto con la Russia” risponde un ragazzo al giornalista “Credo che sia necessario pagare il debito col paese che ti ha dato tutto, l’educazione, l’istruzione. Putin ha fatto un ottimo lavoro per il nostro paese, auguri per il suo compleanno.”
Un altro ragazzo si augura di non essere richiamato dall’esercito, va bene il riconoscimento per il paese ma fino ad un certo punto: “mi piace questa guerra? No. Se voglio partecipare? No, ho parenti in Ucraina. Se era necessario? Non lo so, non prendo decisioni, purtroppo.”
“E’ un disastro totale a dire il vero” racconta una ragazza “ma resisto, sostengo il mio paese e spero che la guerra finisca.”
Non a tutti piace la guerra: “Non voglio andare in guerra perché le persone muoiono sia da quella parte che da questa” dice un altro giovane “La questione con l’Ucraina andrebbe risolta alla russa, a cazzotti. Bastano 20 o 30 persone, senza esercito” aggiunge un altro.


A Mosca il 30 settembre scorso mentre nel palazzo presidenziale Putin proclamava l’annessione delle 4 regioni ucraine (a seguito del referendum farsa), nella piazza rossa si raccolgono i suoi sostenitori: un fiume di persone si accalca sotto le mura del Cremlino, davanti a decine di schermi giganti, ad ascoltare la voce della propaganda. “Diversi fratelli separati dal nostro paese per 30 anni stanno tornando in Russia, finalmente siamo insieme, siamo la Russia..”
In piazza le persone intervistate da Report sono felici di questa annessione, esprimono disappunto e stupore per le sanzioni contro la Russia, “siamo stati calunniati”.

Il messaggio è semplice: quello è territorio russo, che appartiene a noi e poi viva Putin che ha risollevato il paese, dopo il declino iniziato con Gorbaciov. Tanto patriottismo, che fa sempre bene in Russia (coi ricordi della seconda guerra mondiale) come negli altri paesi a trazione sovranista.
Patria, libertà, Putin – sono le parole gridate dalle persone in piazza: “la verità è con noi, Dio è con noi (ma non erano i nazisti ad avere questo motto)” dice un’altra voce dai maxischermi. La propaganda arriva fin nelle scuole: come aveva raccontato nella scorsa stagione un servizio di Presadiretta, Putin sta formando una nuova generazione di russi a cui vengono raccontate le gesta dei grandi della patria. In piazza è presente anche un’insegnante che alle telecamere dice “crediamo che il nostro presidente risolverà tutto e lo sosteniamo”.

E le proteste contro la guerra che ci sono state a Mosca? “Non sapevo che ci fossero state, forse sono traditori.”
Chi non sostiene Putin, chi non sostiene questa guerra, è un traditore della patria.

La scheda del servizio: LA BATTAGLIA DI MOSCA di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione Federico Marconi

Le telecamere di Report sono andate a Mosca, per provare a capire se il potere di Putin, con il difficile andamento della guerra in Ucraina e le durissime sanzioni decise dai Paesi Occidentali, è davvero in crisi. Report ha solcato le piazze delle manifestazioni di sostegno alla guerra organizzate dal regime, ha intervistato politici e intellettuali e ha parlato con la gente comune, coi giovani e coi militari, con avvocati per i diritti umani e dissidenti, proprio nelle settimane in cui la mobilitazione parziale invocata dal presidente russo era al suo culmine.

Con le ritirate di questo autunno dalla regione di Kharkov e da Kherson, nell’establishment moscovita cresce l’influenza dei falchi, che chiedono una ulteriore escalation militare. L’opinione pubblica, dove è ancora forte la retorica nazionalista, forgiata anche da notissimi influencer pro guerra, si schiera passivamente col presidente. I più moderati sono messi all’angolo, per il fallimento delle ipotesi di trattativa legate agli accordi di Minsk. Mentre l’opposizione liberale è ormai ridotta ai minimi termini, falciata da multe, fermi e arresti, ma specialmente dalla fuga di oltre 100mila cittadini russi, riparati all’estero per sottrarsi alle cartoline di precetto.

Le sanzioni economiche non mordono. L’economia russa regge, e non è difficile trovare beni alimentari e di lusso provenienti dall’Europa. Ma la vera sfida, per l’industria, è fare a meno delle tecnologie occidentali.

Una scommessa non si rifiuta mai


A Kiev la vita non si è mai fermata nonostante la guerra e le bombe russe che cadono in pieno centro colpendo obiettivi civili e persino un parco giochi. Il popolo ucraino – racconta il servizio di Lorenzo Vendemiale, allena la sua resilienza anche col calcio: interrotto a febbraio a causa dell’invasione, il campionato ucraino è ripreso in autunno, per desiderio per presidente Zelenky – racconta a Report il vicepresidente della Federcalcio ucraina – questo serviva “a ridare morale al nostro popolo”.

Ma parlare di normalità è impossibile: le partite sono giocate quasi tutte a Kiev, gli stadi sono blindati perché riempirli di spettatori sarebbe troppo pericoloso, ogni impianto deve essere dotato di un rifugio contro le bombe.
“Giocare in queste condizioni è molto difficile” spiega l’allenatore del Kryvbas “siamo lontani da casa e senza i nostri tifosi, gli allenamenti vengono continuamente interrotti dagli allarmi antiaereo. Dopo le gare anziché riposare siamo costretti a lunghe trasferte in pullman, ma siamo comunque dei privilegiati.”
A parlare così è Jurij Vernydub che un anno fa allenava in Moldavia ed era diventato famoso per aver battuto il Real Madrid: quando è scoppiata la guerra non ci ha pensato un secondo a mollare tutto: “dovevo tornare, il resto non aveva senso. Nei primi mesi ho combattuto con la 152 esima divisione, ora sono di nuovo in panchina, spero di regalare un sorriso ai tifosi che sono al fronte.”

Ma il cuore del servizio riguarda la 1XBet società di scommesse online: sul Fatto Quotidiano del 24 dicembre è uscita una anticipazione del servizio

Mercoledì 4 gennaio, quando la Serie A ripartirà e i fari saranno puntati su Inter-Napoli che può riaprire il campionato, i tifosi che guarderanno il match dall’estero potranno notare a bordocampo una piccola scritta cui forse non hanno mai fatto caso, ma che procura al nostro calcio un bel po’ di soldi e nemmeno un pizzico di disagio: 1XBet, noto (e chiacchierato) bookmaker online. Uno degli sponsor “occulti” (nel senso che nel nostro Paese non è visibile), ennesima ipocrisia del pallone italiano, che da una parte manifesta solidarietà all’Ucraina, dall’altra fa pubblicità ad aziende con legami più o meno diretti con la Russia, nonostante il decreto Dignità vieti gli spot del gioco d’azzardo: solo in Italia, però, all’estero si può. È uno degli argomenti della puntata di Report in onda su Rai3 lunedì 26 dicembre.

L’inchiesta ricostruisce chi si nasconde dietro 1XBet, colosso da un milione di scommettitori in tutto il mondo, di cui non è mai stata chiarita la reale proprietà. Quelli che secondo un’inchiesta giudiziaria sarebbero i beneficiari – tre imprenditori russi a Cipro, Roman Semiokhin, Dmitri Kazorin e Sergey Karshkov – lo paragonano al “Mc Donald’s delle scommesse”: una specie di franchise, dato in gestione in Paesi diversi ad aziende diverse. In realtà somiglia più a una matrioska: un insieme di scatole societarie che si snodano tra Curacao, paradiso delle scommesse online dove prende la licenza, e Cipro, sede dei servizi operativi del gruppo.

La scheda del servizio: LA MATRIOSKA DELLE SCOMMESSE di Lorenzo Vendemiale

La squadra di Report è stata a Kyiv nei giorni dell’attacco russo al centro della Capitale per raccontare la resistenza del calcio ucraino sotto le bombe e chi prova a speculare. L'inchiesta fa luce su 1XBet, colosso delle scommesse online con origini russe, che ha provato ad aprire un business in Ucraina in piena guerra. Il misterioso bookmaker intanto è riuscito a sbarcare anche nel nostro Paese, grazie a un sito con dominio italiano, ma già da anni si era infiltrato in Italia attraverso il calcio. Report ha scoperto i dettagli dell’accordo che lega la Serie A a 1XBet. Mentre alcuni club si fanno sponsorizzare anche da Liga Stavok, bookmaker ufficiale di Mosca: l’inchiesta svela quali sono le squadre che incassano soldi da questo contratto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report – La guerra in Ucraina, i difensori del fossile, il riciclo del vetro

Come mai Putin è così interessato al Donbass? Cos’è il soft power russo con cui il Cremlino ha influenzato i paesi europei, spendendo 240 ml di dollari, passando per società fantasma e offshore? A seguire un servizio sul gas e sul perché non abbiamo mai puntato sulle rinnovabili e nell’anteprima in servizio sul riciclo del vetro.

L’influenza russa in Europa

La democrazia liberale è una ideologia identitaria, sostiene il filosofo russo Dugin, considerato uno dei consiglieri di Putin, ispiratore delle sue politiche di espansione e di influenza fuori dai confini nazionali.

Questa influenza è avvenuta grazie al gas russo, ai soldi degli oligarchi (i cui beni sono solo in parte congelati, la maggior parte stanno al sicuro in paesi offshore), all’aiuto che la Russia in questi anni ha dato alle formazioni dell’estrema destra in Europa, arrivando a condizionare la politica interna di quei paesi.

Fino a ieri stendevamo i tappeti rossi agli oligarchi, sapendo benissimo chi fossero loro e chi fosse Putin, oggi gli congeliamo i beni con l’accusa di riciclaggio e terrorismo, col rischio poi, se non fossimo in grado di dimostrare le accuse, di doverglieli restituire.


L’invasione russa era stata prevista da Dugin: il servizio di Emanuele Bonaccorsi cercherà di spiegare il suo ruolo nel panorama russo.

In un video amatoriale girato durante il suo ultimo viaggio in Italia Dugin racconta di aver percepito l’odio nei confronti della Russia e contro di lui da certi “centri di influenza liberisti, globalisti che hanno fatto la guerra culturale contro me”.

Questo viaggio, durato 14 giorni, ha portato Dugin in dieci città italiane in cui ha partecipato a incontri, convegni, interviste.

In una di queste gli è stato chiesto come mai lei (Dugin) fa così paura: “sono chiamato da alcuni giornali americani il filosofo più pericoloso del mondo”.

Questo forse perché è considerato l’ideologo a cui si ispira il presidente russo Putin: secondo gli analisti occidentali, le sue teorie sull’euroarianesino avrebbero ispirato il progetto da parte della Russia dell’invasione dell’Ucraina.

Ma in cosa consiste questa idea di Dugin di Euroarianesimo?
Risponde il direttore del Center for Democratic Integrity Anton Shekhovstov: “io definisco l’euroarianesimo come una forma di fascismo, nella logica dell’euroarianesimo c’è la concezione dello scontro con l’occidente finalizzato non solo a garantire la sopravvivenza della Russia, ma a farla tornare grande.”
Ma Dugin ha agito non solo come filosofo e ideologo, oggi è possibile ricostruire la rete di relazioni che per anni ha tessuto tra il Cremlino e personaggi influenti in occidente. In una lettera di cui Report ha preso visione elabora
un elenco diviso per singoli paesi. Il titolo è emblematico: Paesi e persone in cui vi sono motivi per creare un club d'élite e/o un gruppo di influenza informativa sulla falsariga di Russia Today.
Lo scopo è diffondere posizioni filo russe, coltivare l’ideologia euroasiatica e minare i principi che fondano l’Europa e l’occidente.

La scheda del servizio: LA LISTA RUSSA di Emanuele Bonaccorsi
Collaborazione Chiara D’Ambros, Edoardo Garibaldi

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia era stata teorizzata e prevista dal filosofo e ideologo russo Aleksandr Dugin le cui teorie, secondo molti analisti, sarebbero di ispirazione per la politica di Vladimir Putin. Una lettera riservata inviata da Dugin a un suo collaboratore svela il progetto del Cremlino, messo in atto nell'ultimo decennio: generare un sentimento filo-russo nei Paesi europei, minare dall'interno i valori fondanti dell'Europa, contrastare la gestione unipolare del mondo guidata dagli Stati Uniti. La diffusione di questi valori e la loro penetrazione in Occidente viene spinta da Mosca attraverso un sofisticato quanto poderoso meccanismo di "soft power". Investendo oltre 240 milioni di euro, filtrati attraverso società off-shore e compagnie fantasma, la Russia ha stretto rapporti di collaborazione con forze politiche europee di estrema destra e con esponenti del mondo politico e culturale, indirizzando in alcuni casi perfino le scelte politiche e di governo dei Paesi Europei.

Perché la guerra in Donbass

Donetsk, era chiamata la capitale sovietica del carbone, diceva Lenin la cui statua campeggia in una piazza della città, che senza il Donbass il socialismo rimarrà solo un sogno: perché quel carbone vuol dire energia, elettricità, acciaio. Peccato che da allora le condizioni di lavoro di chi estrae il carbone da sottoterra non siano cambiate: quando la miniera visitata da Report è stata aperta il carbone era in superficie, oggi si deve scendere a 750 metri di profondità per estrarlo, ma nel Donbass ce ne sono anche che superano i mille metri di profondità e ventilarle non è per niente facile – racconta uno dei responsabili al giornalista.
Il punto è che il carbone ucraino è un buon carbone, quando viene arricchito arriva all’80% di purezza.

Questo acciaio è strategico anche per l’Italia – racconta Gianni Venturi della Fiom CGIL – “la produzione dell’acciaio in Italia è particolarmente dipendente dall’Ucraina, rischiamo di avere ripercussioni particolarmente pesanti [sulla nostra industria]. Molto dell’acciaio arrivava da Azovstal e noi abbiamo una condizione che è determinata dal fatto che nel nostro paese di produzione di acciaio in un ciclo integrale ormai abbiamo solo lo stabilimento di Taranto e questo significa che non c’è ghisa disponibile nel nostro paese.”

Le aziende stanno provando a risolvere il problema importando la ghisa dal Brasile e dall’Indonesia ma i costi di trasporto sono destinati a salire di molto.

Continua il sindacalista “noi rischiamo di avere qualche decina di migliaia di lavoratori del settore siderurgico e nel settore degli utilizzatori finali in grave difficoltà. [..] Tutto questo si riversa sugli utilizzatori finali dell’acciaio in particolare per quanto riguarda il settore dell’automotive ma anche il settore dei semiconduttori perché non tutti sanno che nella produzione dell’acciaio da ciclo integrale si liberano dei gas particolarmente pregiati come il neon che vengono usati per la tracciamento dei semiconduttori.”

La scheda del servizio: LA GUERRA DEL CARBONE Di Manuele Bonaccorsi
Collaborazione Giulia Sabella

La Russia vuole annetterlo, l'Ucraina non vuole cederlo. Il Donbass è la regione contesa, dove la guerra è iniziata ormai otto anni fa. I nostri inviati si sono recati a Donetsk, capitale della Repubblica popolare filorussa, che si è proclamata indipendente dopo la rivolta Euromaidan del 2014. Ma cosa rende il Donbass così importante? Patria dei più ricchi oligarchi ucraini, il suo carbone e le sue acciaierie lo rendono strategico. Non solo per Putin e l’Ucraina, ma anche per l'Italia, che a causa della guerra rischia di veder crollare la sua produzione di acciaio e l'indotto connesso.

La mancata transizione energetica

Perfino il presidente Draghi ha parlato di maggiori investimenti sulle energie rinnovabili per far fronte alla crisi energetica, specie dopo l’inizio della guerra in Ucraina e la necessità di rendersi indipendenti dal gas russo. Di fronte ai deputati ha spiegato di come il governo sia impegnato a diversificare le forniture, aumentare il contributo delle fonti rinnovabili, che “resta l’unica strategia fondamentale nel lungo periodo. Tutto quello che sperimentiamo finora è transizione.”

MA nonostante gli annunci la strategia si è concentrata solo sulla ricerca di altro gas a migliaia di km di distanza, eppure potrebbe esserci una soluzione a km zero, molto più economica e sostenibile, costruire nuovi impianti di energia rinnovabile come chiedono di fare dall'inizio della crisi in Ucraina gli imprenditori del settore.
Agostino Re Rebaudengo è presidente dell’associazione elettricità futura: “Noi chiediamo di poter fare 60 GW di nuovi impianti in questo modo potremmo le importazioni di gas russo.”

Sono 60 GW di energia verde che potrebbero partire subito da qui ai prossimi tre anni.
Oggi in Italia sono installati in totale impianti di rinnovabili per 56 GW, se il governo
autorizzasse gli impianti pronti a partire si potrebbe in breve tempo raddoppiare la quota di energia verde prodotta in Italia e dimezzare le importazioni di gas russo.
Ma, a più di un mese dall’in
izio della guerra non è stato alcun atto formale per lo sblocco di questi 60GW: gli imprenditori non chiedono soldi, sono pronti ad investire fino a 80 miliardi nei prossimi anni.
Cosa dice il ministro Cingolani: “Macron ha fatto un piano da 100GW in dieci anni, noi
abbiamo fatto un piano da 70GEW in sette anni. Si sbagliano tutti?”

D’altronde l’Italia si è battuta in Europa affinché nell’elenco della tassonomia verde fosse presente anche il gas: Sul come sia potuto succedere tutto questo, lo spiega a Report il vicepresidente della Commissione ambiente al parlamento europeo, Bas Eickhout, relatore della legge sulla tassonomia.

“Il ruolo sulla legge per la tassonomia lo ha avuto la Francia che ha dichiarato sin dall’inizio di volere il nucleare dentro la tassonomia, ma visto che era complicato lo ha legato al gas. Perché mettendo assieme nucleare e gas poteva creare una coalizione di paesi più larga.”
E qual è stato il comportamento del governo italiano?
“L’Italia non ha preso una posizione precisa, ma posso rilevarvi che Draghi dietro le quinte ha fatto pressioni per il gas, d’altronde il ministro dell’Ambiente italiano è un sostenitore del nucleare, e Draghi del gas, quindi questa tassonomia metteva tutti d’accordo. ”

Cosa risponde il ministro Cingolani a questa ricostruzione?
“Noi non abbiamo spinto per il gas, a noi è stato chiesto un parere da tecnico, il nostro parere è stato che non potevamo che accettare questo perché non c’è in questo momento un altro vettore di transizione.”
Non è paradossale che in una tassonomia verde ci sia anche il gas? Visto che dovrebbe indirizzare gli investimenti verso le energie veramente verdi.
“Non lo è, ed è questo l’errore che fanno tutti quelli che vedono la parola verde: siccome tutta l’Europa va avanti a carbone qual è il modo migliore per accelerare l’uscita dal carbone? Passarlo al gas.. ”

La scheda del servizio: BLOWING IN THE WIND di Giorgio Mottola
Collaborazione Norma Ferrara

Da settimane i ministri del governo Draghi girano il mondo a caccia di nuovi fornitori di gas che possano rimpiazzare la Russia. Finora sono stati portati a casa accordi con Paesi a democrazia limitata o con vere e proprie dittature. Accordi di cui non conosciamo i dettagli: non sappiamo quanto pagheremo il metano e nemmeno quali società lo esporteranno in Italia. Eppure, c’è una soluzione a chilometro zero molto più sostenibile dal punto di vista economico e democratico: gli imprenditori italiani e stranieri sono disposti a investire nel nostro Paese 80 miliardi di euro per costruire nuovi impianti di rinnovabili che consentirebbero in poco tempo di rimpiazzare metà del gas russo. Ma dal governo non è arrivata nessuna risposta. Report mostrerà in esclusiva con documenti inediti, come, sull’esecutivo guidato da Draghi, le lobby dell’industria fossile sembrano aver esercitato finora una forte pressione.

Il riciclaggio del vetro

C’era una volta la bottiglia di vetro per il latte, c’era quella dell’acqua (e in parte si usa ancora): poi è arrivata la plastica e ha spazzato via tutto. Eppure il vetro si può riciclare, non inquina, non rilascia nulla al liquido contenuto: ma ne produciamo poco e, lamentano le aziende del settore, non si riesce a coprire nemmeno il fabbisogno nazionale anche a causa dell’aumento dei prezzi, fino al +30%.

La scheda del servizio: UNA BOTTIGLIA È PER SEMPRE di Chiara De Luca

Il vetro cavo che oggi produciamo in Italia non basta a coprire il fabbisogno e i produttori non riescono a far fronte a questa carenza. Chi riesce a reperirlo deve fare i conti con un notevole aumento dei prezzi dovuto all'aumento del costo dell’energia e la guerra ha ridotto le importazioni. Quale potrebbe essere una soluzione? Report è andato in Lituania a vedere come funziona il sistema di deposito cauzionale per rimettere in circolo il vetro usato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.