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17 giugno 2023

La politica dell’odio verso il più debole – da Elp di Antonio Manzini

 


Era convinto che gli articoli di politica interna fossero gli stessi riciclati da anni. Cambiavano solo il nome del ministro o sotto il segretario di turno. Una melma grigiastra in cui non si registrava nessun volto, nessuna visione. Solo noia e populismo. L'unico ideale che erano riusciti a costruire era l'odio verso il più debole. Rocco era convinto che l'avessero pensata a tavolino. Una piramide dove al vertice siedono i più ricchi, intoccabili, i grandi evasori, la mafia, la bella società politica, mondo imprenditoriale e grandi professionisti, poi a scendere fasce via via più povere.

Gli autonomi, le partite IVA, gli stipendiati, i lavoratori al nero, gli studenti, i disoccupati, i percettori di sussidio, i senzatetto e infine gli immigrati. Ognuno a odiare a morte la fascia a seguire, un'ostilità a cascata che levava malta e cemento alla coesione sociale, all'identità di intenti nelle persone, isolate e impegnate ciascuna nell'esecrazione del vicino, e quindi deboli e indifese davanti a chi aveva costruito quella stratificazione sociale.

La ciliegina sulla torta era poi l'attacco più che ventennale alla cultura, all'università e all'istruzione, agli intellettuali, al teatro, alle voci di chiunque avesse posto delle domande critiche che, in dittatura come in democrazia, resta sempre in pericolo principale. Ed era quello in fondo il motivo per cui gli piacevano quelli dell’ELP.

Da Elp, di Antonio Manzini, Sellerio editore

La rappresentazione della politica di oggi, come emerge dai tanti decreti (salva ladri, evasori, contro i poveri, contro il reddito di cittadinanza) degli ultimi governi. Come emerge dalla guerra agli intellettuali liberi, alla cultura, per imporre una propria cultura che è quella del denaro, del successo. Una politica che mette gli uni contro gli altri, per far sì che nessuno si accorga di chi sia il responsabile dei propri problemi. Una politica che si crea nemici a cui puntare il dito, che ha bisogno di questi nemici a cui addossare tutte le colpe.

Gli immigrati, quelli che pretendono il reddito di cittadinanza, i ragazzi di Ultima generazione.
La politica che celebra come un uomo di stato un imprenditore che è entrato in politica per salvare le sue aziende, preoccupandosi solo delle sue aziende.  

04 febbraio 2022

Ite missa est

Se potessimo tassare l'ipocrisia in questo paese avremmo risolto il problema dei conti.

L'ipocrisia dei deputati che ieri hanno applaudito 55 volte Mattarella durante il suo discorso dove parlava di dignità, disuguaglianze, dei poteri fuori dalla democrazia che la condizionano dall'esterno. 

L'ipocrisia dei giornalisti che continuano a ripetere che Mattarella è stato rieletto perché era il paese che lo voleva. Perché è stato applaudito al San Carlo e alla Scala. 

L'ipocrisia di Biden, che accusa la Cina di violare i diritti umani e dall'altra parte ha chiesto l'estradizione di Assange per violazione di una legge del 1917. Perché ha raccontatomi crimini di guerra nelle guerre in Iraq e Afghanistan.

(PS: in ogni caso, finalmente un discorso politico, di livello e mi riferisco a quello fatto dal presidente Mattarella).

Comunque oggi è un altro giorno e i nostri eletti possono anche smettere di applaudire, la messa è finita.

06 gennaio 2021

Piersanti Mattarella e gli altri omicidi politici in Sicilia

Nelle commemorazioni sulla morte del presidente DC Piersanti Mattarella, solitamente si parla della sua opera di moralizzazione nella sua regione, della sua volontà di fare pulizia nel suo partito.

Talvolta si ricorda l'indagine fatta dal giudice Giovanni Falcone sulla pista Fioravanti, arrestato e poi assolto nel processo.

Ci si ferma qui, perché in Italia l'antimafia funziona solo come certe celebrazioni: passata la festa, gabbatu lu santo.

Non si si chiede contro chi Mattarella dovesse portare avanti la sua opera di pulizia: era la DC, quella della corrente andreottiana che aveva in Sicilia due esponenti molto chiacchierati come Ciancimino e Lima.

Il giudice Falcone e gli uomini del pool avevano cercato di mettere nel maxi processo gli omicidi politici, che insanguinarono la Sicilia tra la fine e l'inizio degli anni 80, senza riuscirci.

Perché anche questo non si racconta, nelle commemorazioni che durano il tempo di una giornata, che in Sicilia in pochi anni furono ammazzati un presidente di regione, il prefetto di Palermo, il sindaco, il procuratore capo, il capo dell'ufficio istruzione, il capo della Mobile, un capitano dei carabinieri, il segretario del partito comunista, giornalisti ...

Solo mafia? Solo questioni di coppole storte?

Oppure c'è qualcos'altro dietro la mafia: Falcone aveva iniziato un'indagine su Gladio, sul potere della massoneria in Sicilia, sui rapporti tra massoneria, mafia, servizi.

La passata puntata di Report, forse troppo densa di contenuti e dunque non di facile comprensione per tutti, ha messo tutti in fila questi filoni di indagine, partendo dalla strage di Bologna, alle stragi di via D'Amelio e Capaci, fino alla trattativa stato mafia.

Dietro le bombe, si intravedono gli stessi personaggi, come Licio Gelli e la sua P2. 

Il partito Berlusconi sarebbe stato ideato nel 1992, i giornalisti intervistano pentiti e persone che sono state vicine ai Graviano che parlano di miliardi dalla mafia all'allora imprenditore che ancora doveva scendere in campo.

Reazioni da parte della politica?

Ecco, l'inchiesta lascia aperta l'ipotesi che la latitanza di Messina Denaro (come anche quella di Provenzano prima) sia dovuta alle sue protezioni, ai ricatti per i segreti di cui è a conoscenza, forse anche perché avrebbe visto la famosa agenda rossa di Borsellino.

Fino a che non avremo fatto pulizia della mafia nelle regioni del sud, del centro e del nord (fino alla piccola Val D'Aosta), non basteranno certo le poche (e ipocrite) parole in memoria di un politico che voleva ripulire la politica per renderla ancora una cosa nobile.

19 luglio 2020

Borsellino, la trattativa, la credibilità di uno Stato



Immagine presa dal sito Abbanews
Palermo, luglio 1992Preparativi e uccisione di Paolo Borsellino 
Lo prenderanno quando va a trovare la vecchia madre, in via D'Amelio. Lo fa sempre e le modalità sono sempre le stesse. Arriva con la scorta, scende e suona il citofono. Si può parcheggiare un'automobile imbottita di tritolo lì davanti, nessuno ha pensato di vietare il parcheggio per sicurezza. Poi la si a esplodere con il telecomando. Sarà un'esplosione terribile, salteranno i vetri di tutti i palazzi, bisognerà fare attenzione a non rimanere colpiti dai frammenti o dall'onda d'urto.
Una Fiat 126 viene rubata, allestita con l'esplosivo e parcheggiata davanti al portone di via D'Amelio. Nel pomeriggio Borsellino arriva con le modalità previste: oltre a Paolo Borsellino muoiono gli agenti di scorta Agostino Catalano (capo scorta), Emanuela Loi (la prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Miuli, Walter Eddie Crosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonio Vullo.La detonazione si sente in tutta Palermo, così come si vede la nuvola d fumo che ha provocato. Il blocco motore della Fiat 126, sbalzato, viene ritrovato intero e con il numero di telaio. Una ricognizione indica come possibile luogo da cui è stato azionato il telecomando il Castel Utveggio, una struttura alberghiera costruita sul monte Pellegrino negli anni trenta e diventata poi sede del Sisde. I tabulati telefonici mostrano che tra il Castello e i cellulari coinvolti nella strage sono avvenute alcune chiamate. I carabinieri, subito arrivati sul posto, prendono la borsa del magistrato ucciso, che contiene un'agenda rossa su cui Borsellino scriva i suoi appuntamenti e le annotazioni più riservate. L'agenda scompare.
 
Patria - Enrico Deaglio

Quando Deaglio scrisse questo enorme saggio sulla storia italiana recente, alcuni nuovi fatti sulla strage di via D'Amelio dove fu ammazzato Paolo Borsellino assieme alla sua scorta, non erano noti o non del tutto chiariti.
Il pentimento di Gaspare Spatuzza che si è autoaccusato della preparazione della strage, ha raccontato delle strane presente (servizi?) nel garage dove la 126 fu imbottita di esplosivo, ha riportato ai magistrati le parole dei fratelli Graviano, “abbiamo il paese in mano”, grazie a Berlusconi, quello di canale 5 e al nostro compaesano.

Non era ancora del tutto chiaro il quadro della trattativa stato-mafia, dentro cui Borsellino si erano trovato, informato da Liliana Ferraro, la collaboratrice di Falcone che ne prese il posto al ministero dopo Capaci.
Sapeva degli incontri tra esponenti del Ros e Ciancimino per capire “questi” (i mafiosi) cosa volevano, per fermare le stragi e i delitti minacciati ai politici.

Non era ancora emerso, in tutto il suo squallore, il depistaggio di Stato da parte dei poliziotti della squadra di Arnaldo La Barbera, questore di Palermo, che crearono il pentito fantoccio, Vincenzo Scarantino, che si autoaccusò della strage a suon di violenze, per poi ritrattare e infine ammettere tutto.
Il pentito finto che serviva a placare l'ansia di giustizia del paese, ma anche ad allontanare le indagini da persone e trame che dovevano rimanere nascoste.

La strage di via D'Amelio, con le sue false verità, col falso pentito che è stato ritenuto credibile da tanti magistrati (come la procura di Caltanissetta di Tinebra), coi suoi tanti misteri (perché quel secondo botto a soli 55 giorni da Capaci), coi suoi pezzi mancanti (l'agenda rossa di Borsellino sparita, il traffico telefonico del suo cellulare), è una macchia per le nostre istituzioni: perché mette in luce i rapporti tra la mafia e pezzi dello stato, le collusioni, i ricatti e, dall'altra parte, ci ricorda ancora una volta di più il debito che abbiamo nei confronti delle vittime della stagione delle stragi, poliziotti, magistrati, civili, uccisi in una guerra scatenata per fare la pace.
Per trovare nuovamente quell'accordo tra cosa nostra e quella parte delle istituzioni che è sempre andata a braccetto con essa, sin dai tempi della strage di Portella e del caffè avvelenato che uccise Pisciotta in carcere all'Ucciardone.

Ed è qualcosa di poche settimane fa l'uscita, nel corso della trasmissione Atlantide, di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, sulle menti raffinatissime dietro l'attentato a Falcone all'Addaura, dietro la campagna di discredito fatta ai suoi danni con le lettere del corvo, con gli articoli sui giornali e gli attacchi personali.
Una di queste menti sarebbe l'ex agente del Sisde Bruno Contrada.

La strage di via d'Amelio, e le bombe della stagione stragista della mafia del 1992-1993 ci portano dentro il lato oscuro della nostra storia, portando alla luce mostri che credevamo sepolti nel passato.
Gladio i suoi segreti e i suoi uomini,messi alla porta col crollo del muro di Berlino che reclamavano ai loro padroni una buonuscita per i loro servigi (le telefonate di rivendicazione fatta a nome della sigla Falange Armata, da luoghi dove erano presenti sedi del Sismi.

La nascita delle leghe meridionali, il ruolo della massoneria deviata, la mafia che voleva fondare il suo partito al sud, il crollo dei partiti per mano delle inchieste dei giudici milanesi, della sentenza della Cassazione che metteva nero su bianco l'esistenza di Cosa nostra come struttura unitaria e verticistica, che mandava in carcere i boss mafiosi con fine pena mai o a condanne per decine di anni..
Stava crollando un mondo di potere, di omertà, di carriere politiche costruite sul ricatto, sul compromesso, di ricchezza per quella marea di soldi guadagnati illecitamente con gli appalti pubblici prima e con la droga poi. Soldi riciclati grazie alla compiacenza di finanzieri come Sindona e Calvi, di banche siciliane e non, che non si sono fatti problemi perché pecunia non olet.

Le bombe della mafia, quelle in Sicilia del maggio luglio 1992 e quelle del 1993 sono parte di un dialogo, per condizionare la politica dei governi italiani che si sono succeduti in quegli anni: ammorbidire la situazione nelle carceri, tornare indietro dalle leggi approvate sull'onda delle stragi (il decreto Falcone, l'istituzione delle super carceri a Pianosa e l'Asinara), frenare l'emorragia dei pentiti.
È chiaro che l’eventuale revoca, anche solo parziale, dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41 bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe. (Nota Dia al ministro dell’Interno, 10 agosto 1993, classificazione: RISERVATO)

Trovare nuovi referenti nel mondo politico, per far finta che tutto cambiasse ma per non cambiare nulla.
Ogni anno, ad ogni anniversario delle stragi, seguiamo lo stesso cerimoniale in ricordo delle vittime, con le stesse parole che si ripetono. Ci dovremmo consolare del fatto che i mandanti delle stragi, i boss mafiosi, sono morti o in carcere, che l'ala stragista della mafia è stata sconfitta.
Dovremmo prendere per buona la tesi che, sì, forse la trattativa c'è stata ma lo stato alla fine ha vinto.

E a chi importa se, per quella trattativa, sono morte delle persone..
Quale stato, però ha vinto?
Quello di Berlusconi e Dell'Utri? Quello di Contrada che ancora oggi reclama la sua innocenza?
Quello emerso dalle telefonate tra Mancino, l'ex presidente Napolitano e il suo consigliere D'Ambrosio che, in una intercettazione esprimeva tutti i suoi dubbi su quei giorni “lei sa ciò che ho scritto … episodi che mi preoccupano .. considerato di essere scriba per indicibili accordi”.

Borsellino, come Falcone, come Dalla Chiesa, come Cesare Terranova, come don Pino Puglisi, come Mario Francese e tanti altri, forse avrebbero preferito rimanere vivi e non diventare eroi, specie in questo paese dove spesso gli eroi sono usati come figurine e non come un modello da seguire.
Uno strano garantismo viene usato come arma di difesa nei confronti dei potenti coinvolti nelle inchieste su mafia e politica, i negazionisti della trattativa si ostinano a volerci far credere che a Capaci, in via D'Amelio (e a Firenze alla Torre dei Pulci, al Pac a Milano) sia solo mafia.
Dovremmo fermarci a Riina e Provenzano, senza allargare lo sguardo alle complicità istituzionali che hanno goduto per anni: i figli di Riina fatti nascere alla clinica Noto, i 43 anni di latitanza di Provenzano e i 21 di Matteo Messina Denaro per rimanere ai tempi moderni.

No, se vogliamo veramente tornare a respirare quel “fresco profumo di libertà” (usando le parole di Borsellino) serve uno scatto di coraggio, da parte delle istituzioni, serve uno Spatuzza all'interno dello Stato,
proprio per la salvezza dello Stato.

27 febbraio 2020

Il cambiamento di vento





In fondo a nessuno importava veramente dell'emergenza coronavirus: virologi, politici sovranisti e politici dell'opposizione interna al governo, giornalisti da microfono, tuttologi vari .. tutti hanno usato l'emergenza per fini personali.
Chi per attaccare il governo e le sue scelte, chi per farsi bello sperando in un incarico in una delle strutture messe in piedi per l'emergenza, chi per fare audience giocando con le paure degli italiani.
Chi sperava in un bel governo di emergenza con dentro tutti, un Monti bis, per far passare qualche nuova porcheria.
Chi ha speculato su mascherine e altro..

Siamo passati in pochi giorni dalla presunta strage al niente panico.
Siamo passati dal blocco quasi totale di Milano al "mica possiamo bloccare la locomotiva d'Italia".
Fossimo persone razionali ci chiederemmo cosa è cambiato in pochi giorni dal poter riaprire i bar.
E fossimo razionali non ci metteremmo le mascherine per fare le dirette facebook come ha fatto il governatore Fontana.
Niente panico perché altrimenti ci rimettiamo il PIL che poi, tradotto, significa che quella parte del paese che ci avrebbe perso soldi, dai commercianti agli albergatori, alle grandi imprese.
Milano rivuole la movida e l'aperitivo.
E il principio cautelativo per cui prima viene la salute delle persone?

Fa niente, abbassiamo i toni, facciamo come a Taranto, dove le persone si ammalano ma nessuno dice niente.
Mentre fino a martedì la homepage di Repubblica riportava il numero dei nuovi contagiati, oggi si riportano le persone guarite.
E il gioco è fatto.
Perché in fondo per molti, è solo un gioco.

31 dicembre 2019

Il decennio che si chiude

Il decennio che si chiude mette la parola fine alle primavere arabe, le rivolte popolari contro i regimi in nordafrica cominciata con l'ambulante tunisino che si diede fuoco per protestare contro il pizzo chiesto dai poliziotti di Ben Ali.
Primavere che sono state soffocate dall'intervento occidentale, russo, americano, turco.
Dalle primavere arabe al Daesh, all'Isis, alla guerra ai curdi.

Il decennio che si chiude sancisce il fallimento del capitalismo e del libero mercato: la crisi finanziaria cominciata con le banche avrebbe dovuto insegnarci che non esiste il mercato che si auto regola, che non esiste la libera concorrenza, che non è vero che la libera circolazione di merci e denaro avrebbero reso tutti più ricchi.

La globalizzazione ha reso il mondo ancora più ingiusto, diviso, con sempre maggiori disuguaglianze.

Il decennio che si chiude segna la fine dell'utopia di internet: la rete non è più il luogo dove sono tutti uguali, della comunicazione orizzontale.
Attraverso la rete si ha lo sfruttamento nel lavoro (pensate alla Gig economy e ai rider), vengono rubate le informazioni personali, private che noi regaliamo ai big della rete che hanno creato dei monopoli che si pongono sopra gli stati nazionali. 

Il decennio che si chiude stasera segna la fine dei partiti, in modo definitivo.
Rimangono solo gruppi di potere, portavoce di interessi altri, che non coincidono col bene comune dei cittadini delle democrazie.
Gruppi di potere che non fanno politica ma marketing politico, secondo canovacci stabiliti da guru della comunicazione (avete letto gli appunti di Salvini per le elezioni in Emilia Romagna? Le accuse contro il reddito di cittadinanza, contro la sugar tax che blocca le aziende, i leader politici che difendono più le multinazionali che non le persone, i concessionari delle autostrade, dell'Ilva).

Di fronte a questa crisi di partiti e della politica nel dare le risposte, rimangono i movimenti dal basso, gli studenti del fridays for future e le "sardine", che però sono solo il dito che indica la luna.

I cambiamenti climatici, il clima di odio e le divisioni nella società, lo sfruttamento sul lavoro, le morti sul lavoro, il lavoro che non c'è, la povertà che fa paura alla classe media e che la spinge in posizioni di difesa, chiudendosi su se stessa.

Si chiude un decennio e all'orizzonte non si vede nulla di nuovo, se non appunto le proteste e le manifestazioni dove troviamo i cittadini di domani, quelli a cui stiamo consegnando questo mondo ingiusto, instabile, avvelenato. 
Se almeno riuscissimo a prendere coscienza degli errori fatti.

19 dicembre 2019

Nomi che ritornano

Tra le persone arrestate nel blitz dell'antimafia di Catanzaro ci nomi che ritornano: Pittelli (ex senatore FI), Adamo (PD)..
Erano stati coinvolti in passate inchieste dell'allora procuratore di Catanzaro De Magistris, prima che le indagini gli furono tolte.
De Magistris era partito da un imprenditore, Saladino, molto legato alla politica e ad appalti pubblici, ad agenzie di lavoro con assunzioni controllate: forse se quelle indagini fossero andate avanti (sconquassando quegli equilibri politici in Calabria), avremmo tolto parte del grave peso che affonda il sud.

Questa lotta alla mafia e ai rapporti tra mafia e politica dovrebbe stare in cima alle agende dei partiti e del governo che invece si sta impantanando sulle tasse, sul taglio dei parlamentari (ora rimangiato dagli stessi).
Non chiedete alle sardine cosa ne pensano: chiedete ai nostri rappresentanti cosa ne pensano di un paese ostaggio delle mafie da nord (ad Aosta ad esempio) al sud.

13 dicembre 2019

I due mattei e la realtà distorta


Tanto diversi ma così uguali, i due Matteo. 
Ma così uguali nello stile oratorio e nel modo in cui vengono difesi dai giornali.
Guardate le due prime pagine del Riformista (renziano) e di Libero (salviniano).

I magistrati che si permettono di aprire fascicoli contro politici sono il vulnus, si tira fuori dai libri di storia "Viscinski" (senza riferirsi a Piazza Fontana), manca solo il golpe per via giudiziaria.

Salvini è indagato per abuso d'ufficio e si difende dicendo che stava lavorando: per lui fare comizi elettorali e selfie è lavoro.
L'altro Matteo si chiede ironicamente se debba essere la magistratura cosa sia partito e cosa sia fondazione. Ma i magistrati indagano su fondi passati dal partito alla fondazione, di eventuali favori ai finanziatori.

Ma, nell'epoca della lotta alla fake news, della lotta agli anonimi, si distorce la realtà. La si distorce ai loro interessi
Nessuno si azzardi a toccare i due Matteo.

08 ottobre 2019

Presadiretta – Italia spaccata

Italia spaccata in due per la sanità, per la scuola, per le infrastrutture, per gli investimenti.

L'inchiesta di Presa diretta parte dalla storia di Tiziana Lombardo, morta all'ospedale di Vibo Valentia durante il parto: all'archiviazione della procura si è opposta la famiglia che denuncia le carenze di personale, difficoltà logistiche, come lo spostamento delle barelle nei reparti.
La sala parto non è allo stesso piano della degenza, costringendo i medici a fare delle gimcane: si aspettano anni per la nuova sala parto, che sarebbe pure allo stesso piano.
Si aspettano anni anche per il nuovo ospedale e nel frattempo mancano fondi per ristrutturare la struttura di Vibo Valentia.

Dal 2012 la sanità della Calabria è in rientro dunque niente turn over: significa carenza di infermeri e medici, significa che la sala parto dell'ospedale di Vibo è ancora inagibile e che, di fatto, in Calabria si ha meno diritto di nascere in sicurezza.

In Emilia l'altra Italia: quella dove il neonato è seguito fin dall'inizio, dove le madri sono ascoltate, vengono visitate, vengono supportate anche psicologicamente.
All'ospedale “Casa della salute” di Parma le donne vengono accudite, si crea una rete attorno alle mamme: c'è un progetto integrato che mette assieme ospedali, psicologi, a supporto delle madri, nei primi giorni della nascita, e dei bambini.

Il tasso di mortalità infantile è al sud al 3,5% mentre al nord siamo al 2%.
L'offerta sanitaria di Campania e Calabria è al di sotto dei LEA, i livelli minimi.

Lo dicono i numeri, lo dicono le testimonianze delle persone.

Le due scuole: non solo per la sanità, anche nell'offerta scolastica l'Italia è spaccata.
Il giornalista di Presadiretta ha raccontato la storia delle due scuole: quella di Taranto, quartiere Paolo VI e quella di Melzo. Entrambe dedicate ad Ungaretti: la prima, poco dopo essere inaugurata, per problemi di infiltrazione, è stata chiusa, per inagibilità. I lavori per riparlarla non sono stati fatti e oggi è abbandonata a sé stessa.
Qui insegnava il professor Leogrande: per evitare che i vandali distruggessero del tutto l'istituto, ci passava dentro la notte.
Oggi gli studenti e le insegnanti sono state trasferite all'istituto Giovanni Falcone e stanno facendo di tutto affinché non si ripeta la storia della Ungaretti: “la scuola non si tocca”.

A Melzo si trova un'altra scuola Ungaretti: qui gli studenti lavorano con computer, con robot, con la realtà virtuale, creano cortometraggi.
LA scuola era stata progettata dal Politecnico di Milano, con appalti trasparenti ed è stata finanziata dal comune: oggi è la scuola più innovativa d'Italia, gli studenti sono preparati allo studio dell'inglese, a vivere in un mondo proiettato nel futuro.
Ed è una scuola pubblica, dove l'amministrazione comunale di Melzo ha contribuito a tutte le spese, come un investimento per il futuro.

Non tutte le scuole di Taranto sono disastrate e non tutte le scuole di Melzo sono all'avanguardia: la lezione che impariamo è che nelle scuole si deve investire.
Su Taranto arriveranno 3.5 milioni di euro, tra regione e Miur, per ristrutturare i 55 plessi scolastici della città che hanno bisogno di lavori: è uno degli obiettivi primari di questa amministrazione, spiega l'assessore all'istruzione.

A Melzo, l'assessore al patrimonio parlava degli investimenti fatti nella scuola: 100mila euro per la formazione dei docenti.
Mentre a Taranto Arcelor Mittal e i Riva non hanno messo un euro per le scuole della città.

Il ministro Giuseppe Provenzano è uno di quelli senza portafoglio: si dovrà occupare della rinascita del mezzogiorno e della coesione territoriale del paese.

“Ho provato rabbia vedendo queste immagini” ha raccontato il ministro: la tua vita non può dipendere dal tuo codice fiscale, questo nega i principi della nostra Costituzione.
La prima visita il ministro l'ha fatto ad una scuola di Palermo, dove non c'erano i mezzo della scuola di Melzo ma che comunque costituiva un mezzo di coesione: i dati della dispersione scolastica sono preoccupanti, è un fallimento delle istituzioni.
Dobbiamo aumentare l'offerta degli asili per consentire alle donne di poter lavorare, dobbiamo investire nella sicurezza delle scuole.
Ci sono soldi non spesi che dobbiamo usare per questi investimenti, con un patto con le amministrazioni locali.
Ogni venerdì i ragazzi ci ricordano dell'ambiente e noi dobbiamo cambiare le nostre scuole nell'ottica green: procedure standardizzate per fare i bandi, lo stato ti aiuta per questi progetti.
Il tempo è troppo poco ed è questa la preoccupazione del ministro.

Il tema infrastrutturale.

Giovanni è un autotrasportatore calabrese: assieme a lui il giornalista ha percorso la ex statale 110, oggi declassata a strada provinciale e, dunque, senza fondi per ristrutturarla.
Dalla 110, alla statale 106, la Ionica: viene chiamata la strada della morte, nel 2018 ci sono stati 26 morti, è una strada con una sola carreggiata a due sensi, niente doppie corsie.

La strada di raccordo con la Salerno Reggio Calabria collega le due coste, ma qui le gallerie sono poco illuminate.
Dalle strade ai mezzi pubblici: i luoghi di interesse storico sono collegati solo con bus.
C'è poi il treno che collega Taranto a Reggio Calabria, con un treno che impiega 9 ore e che viaggia ad una velocità di 65km ora.
Non ci sono treni per collegare Reggio Calabria e il suo aeroporto con la provincia: mentre al nord si progettano opere faraoniche e spesso inutili, al sud i servizi e le linee si smantellano.
Come si fa a fare turismo in Calabria?
La fascia Ionica, circa la metà del territorio calabrese, è senza collegamenti: spiagge bellissime, tesori non sfruttati, borghi bellissimi come Gerace. Tutti posti che puoi raggiungere solo con l'auto su strade dissestate. O con pullman che non hanno spazio per muoversi.
Nell'Aspromonte ci sono parchi con paesaggi mozzafiato: una Calabria bella e nascosta per colpa della mancanza di infrastrutture.

In Emilia Romagna passano il 40% delle merci italiane grazie agli investimenti in infrastrutture: l'aeroporto, le autostrade, le stazioni ferroviarie.
Il sistema di infrastrutture bolognese è tutto integrato, per favorire le aziende che qui vengono ad investire e che usano treni, strade e aeroporti per lo spostamento delle loro merci.
Un esempio è la Ducati: la presenza di infrastrutture consente l'arrivo di merci nello stabilimento nell'arco della giornata.
La città metropolitana ha pianificato questa rete di infrastrutture, pensando e immaginando al futuro, assieme alle aziende: questa strategia ha preso forma quando eravamo in piena crisi, per esempio l'interporto.

In questo modo, in dieci anni la Ducati ha potuto crescere, usando a piene mani le risorse del mezzogiorno che sono venuti qui a lavorare: è un ragionamento un po' brutale, quello fatto dal capo del personale della Ducati, che considera i meridionali un assett, dimenticandosi che le persone del sud sono costrette ad emigrare per necessità.

E' un qualcosa di ineluttabile, qualcosa che non possiamo cambiare?
Si devono ricostruire i viadotti crollati, si devono mettere più treni, mettere servizi: ad oggi l'unica grande opera cantierizzata è la Napoli Bari.
Poco, rispetto a quanto è messo in cantiere al nord: perché si sono fermati i cantieri al nord, perché la politica ha smesso di credere al nord? Si deve credere al sud, le grandi aziende appaltanti, come Ferrovie, Anas, devono investire al sud, non è una causa persa?

Ma il nord può fare a meno del sud?

Secondo il presidente dello Svimez Adriano Giannola, il nord non è autosufficiente: il nord non ha ancora recuperato il livello pre crisi, cresce a valori di 1.2 o 2%.
LE imprese eccellenti stanno in Italia ma non sono italiane: il nord si sta trasformando in vagoni a rimorchio delle imprese straniere che le controllano, tedesche o cinesi.
Tutto questo perché il mercato del sud è crollato: senza il mercato del sud il nord non corre da nessuna parte.
Negli anni 50-60% la crescita delle imprese era di dieci volte maggiore:
“il nord, bravissimo in Europa, seconda manifattura secondo i miti correnti, non corre da nessuna parte. Se io non risolvo il problema del porto di Napoli, nessuno attracca a Napoli, chi ne risente è Napoli ma anche l'Italia nel Mediterraneo va a picco”.
E lo stesso vale per il porto di Gioia Tauro: “queste non sono questioni di assistenzialismo, questa è una responsabilità del paese, che non si vede più come paese, ma considera questo come un problema a parte.. sono fatti di questi 20 milioni di italiani”.

Le considerazioni di Adriano Giannola sono confermate da Banca d'Italia che in uno studio del 2011 stimava che un solo euro di aumento di ricchezza del mezzogiorno, avrebbe determinato un ritorno di 40 centesimi per il centro nord.
E che se i consumatori del sud avessero speso 100 euro in più, la produzione del centro nord sarebbe aumentata di circa 52 euro.
Quindi, secondo questo studio, investire al sud conviene, anche alle imprese del nord: questo lo Stato sembrava averlo capito da tempo, visto che le finanziarie fino al 2008 hanno sempre previsto di destinare il 30% degli investimenti al sud.
Ma secondo gli studi dello Svimez, al sud è solo arrivato il 20% di investimenti effettivi: “aver fatto investimenti solo del 20% è chiaro che pesa su tutto il resto, e dove sono stati fatti quegli investimenti del 14%? Sono stati fatti al nord”.
Negli ultimi 20 anni, su 317 miliardi di opere pubbliche e infrastrutture programmate e in corso di realizzazione, più della metà sono stati destinati ad opere del centro nord, solo 91 miliardi ad opere al sud.
Dunque, contrariamente a quanto si pensa, è il nord che ha estratto risorse destinate al mezzogiorno.

Questo sfruttamento è per esempio visibile nel settore oleario: gli ulivi sono al sud ma le imprese si trovano al nord, che significa che la ricchezza ricavata dall'olio rimane al nord.
Il nord produce l'olio e decide i prezzi della grande distribuzione: i grandi marchi delle catene della distribuzione si trovano proprio nelle regioni più ricche ma attingono i beni dalle regioni del sud.

Servirebbe un grande marchio al sud, che sia produttore e anche imbottigliatore e distributore: senza intermediazioni, per favorire l'interesse dei produttori.

Gli appalti per le grandi opere fatte al sud le vincono le imprese del nord: succede per la Napoli Bari per l'alta velocità, con l'appalto a Salini e Astaldi, come la Pizzarotti di Parma.
Alle aziende del sud arrivano i subappalti, piccoli lavori.

La Pizzarotti è cresciuta grazie ai soldi della cassa del mezzogiorno: i soldi per il sud sono finiti, all'80% alle imprese del nord.
Ma oggi come fanno le imprese del sud a crescere, senza investimenti pubblici?
Il taglio degli investimenti pubblici si è fatto sentire molto dopo la crisi: si è fatta l'alta velocità, ma si ferma a Napoli e a Salerno.
La parte più debole del paese viene lasciata a sé stessa: ma qui c'è la parte di crescita potenzialmente più alta, per l'alta presenza di disoccupati e per il bisogno di servizi.
Non è assistenzialismo, racconta Gianfranco Viesti, come è avvenuto negli anni 80: oggi i livelli di assistenza pubblica al sud sono inferiori a quanto succede al nord.
Meno welfare, meno servizi, meno possibilità di crescita.

Isaia Sales è un docente dell'università di Napoli: se lo stato investisse nelle eccellenze produttive del sud l'Italia potrebbe competere col resto delle nazioni dell'Europa.
Succede nel settore dell'abbigliamento, nel settore ortofrutticolo, Catania è la seconda provincia nella produzione del settore elettronico, il turismo nel sud vale come la Costa Azzurra più la Corsica.
Ci sono potenzialità enormi, ma dobbiamo sfruttarle e investire: se l'Italia è tra i primi posto al mondo, nonostante sia una nazione a metà, se tornassimo ad essere una nazione vera, saremmo la prima nazione al mondo.
La Germania ha dimostrato che l'arretratezza di un territorio non è un destino: dobbiamo fare una rivoluzione copernicana sulla mentalità del sud, il nord senza il sud non va da nessuna parte.

Quali sono le eccellenze del sud?
Napoli, San Giovanni a Teduccio: quartiere a vocazione industriale, qui è nata la prima ferrovia.
Qui è nata la Cirio, poi entrata nell'IRI, passata ai privati: oggi lo stabilimento dopo un periodo di abbandono è diventato un polo tecnologico.
Grazie a 92ml di euro di fondi, tra regione e università, qui sono arrivati i big della tecnologia come Apple, Accenture, che attirano ragazzi con borse di studio.
A beneficiare del lavoro delle acadmy di Digita e di Apple è tutto il quartiere: un sogno che si realizza, un sogno certificato anche dall'Unione Europea che qui ha investito con i suoi fondi.

Fondi europei che sono finiti anche in Puglia, dove il PIL è cresciuto in questi anni del 3%: qui è forte l'industria aerospaziale, oltre all'olio e al vino, chi lo avrebbe detto.
Alla Sitael lavorano per la Nasa e per l'agenzia spaziale europea, ha lavorato al Rover Curiosity finito su Marte.
La Silicon Valley pugliese è a Monopoli.

In regione sono stati bravi a cogliere gli investimenti e a concedere finanziamenti in cambio del mantenimento dell'occupazione (non soldi dati per aziende poi sparite, dunque).

In Calabria lavora la NTT Data Italia, nell'ambito della realtà aumentata: dovranno acquistare nuovi palazzi per i nuovi assunti, giovani laureati delle università calabresi o laureati che tornano qui in Calabria dopo una esperienza all'estero.

Va sfatato il mito del nord produttivo e del sud parassitario.
Serve maggiore coraggio per tenere unito il paese: l'Unione Europea ha minacciato già l'Italia, senza investimenti al sud, basta fondi al nostro paese.

L'economista Viesti ha poi criticato la proposta della Lega sull'autonomia regionale: "la redistribuzione delle ricchezze è insita nella nostra Costituzione, tutti i cittadini hanno tutti i diritti riconosciuti a prescindere da dove nasce.
Siamo sfiduciati, non crediamo in un futuro collettivo e dunque la politica e gli italiani pensano solo a sé stessi.
L'Italia o si salva tutta assieme o non si salva".  

22 settembre 2019

A big provincialismo


In questi tre giorni sono avvenute diverse manifestazioni in tre continenti del mondo: lo sciopero peril clima, contro i cambiamenti climatici in America, portato avanti dagli adolescenti di oggi preoccupati per il mondo che riceveranno da noi domani.

La manifestazione ad Hong Kong di protesta contro il governo cinese e il timore di finire piano piano inglobati dentro il regime.

Infine la manifestazione (un ritorno) dei gilet gialli a Parigi, che il governo Macron ha riempito di poliziotti per timore degli scontri (avvenuti per l'infiltrazione di black bloc).

Il mondo protesta su temi ambientali, sociali, politici.
Si può essere d'accordo o meno sui temi e sui modi: ma leggendo le cronache locali di quanto sta succedendo da noi viene fuori l'impressione di un provincialismo futile.

La disfida dei due Matteo, che forse avverrà da Vespa o non avverrà proprio.
Il tour elettorale di Salvini e il tour delle feste di partito di Conte, l'eclettico Conte.
La scissione nel PD per un nuovo partito che è socialista giusto per convenienza e che andrà ad affollare il centro.
Il referendum proposto dalla Lega per tornare al proporzionale (dopo che avevano votato per il Rosatellum).

Posso dire che al paese che affronta altri problemi, da quelli della Whirlpool, dalle scuole che cadono a pezzi e senza insegnanti, agli ospedali senza medici, di queste bazzecole non gliene frega nulla?
Come la spieghi la politica italiana ad un osservatore estero?
“In Italy we have a big problem” - parafrasando le parole di Franceschini.
A big problem and a big provincialismo (si può dire?)

08 settembre 2019

Le parole della politica


La cultura di un popolo parte dalle parole con cui la racconti, dai contenuti che la abitano. Perché il sole è sole dappertutto, ma quello del deserto scalda di più, e l’idea di futuro in un Paese appena uscito dalla guerra è diversa dal dibattito sulla crescita economica in una democrazia stabile. Il ragionamento vale anche per il concetto di politica. Che può vuol dire etica della responsabilità, impegno per il bene comune, visione di insieme al servizio della comunità. O viceversa utilizzo privato del patrimonio collettivo, puro esercizio di potere, disprezzo delle regole o loro manipolazione in nome di una quantomeno curiosa per non dire infìda idea di popolo. In Italia, forse da sempre, ma particolarmente dopo Mani Pulite, per tanti "Parlamento" è diventato sinonimo di sporcizia, di corruzione, di "mangiatoia". Così gli accordi tra i partiti, su cui si fonda l’esercizio della democrazia, vengono relegati a "inciuci", i cambi di maggioranza diventano "golpe", i seggi, gli scranni parlamentari e governativi sono "poltrone". E di quelle comode, con i braccioli grandi, da cui chiamare con un cenno del capo il cameriere perché ti porti un cocktail.(Riccardo Maccioni Avvenire)

Il linguaggio usata dalla politica e dai giornalisti per raccontare la politica la dice lunga sul livello infimo che abbiamo raggiunto.
I poltronisti, i porti chiusi o i porti aperti, l'invasione dei migranti e dei comunisti che ci riempiranno le tasse.
I vestiti delle ministre e le rispettive lauree, fino ad arrivare alle polemiche inventate per un post di un giornalista Rai che ha messo nero su bianco il suicidio politico di Salvini.

C'è modo per frenare questa deriva in cui non si distingue informazione da gossip: i giornalisti dovrebbero smettere di commentare ogni sciocchezza postata dai nostri rappresentanti e i politici, se proprio hanno qualcosa da dire, possono usare gli strumenti tradizionali (le agenzie, i giornalisti-giornalisti..) e riferire in Parlamento.

Il linguaggio la dice lunga anche sulla visione politica che hanno questi politici e mi riferisco alle prime uscite di alcuni di essi: la TAV che va fatta, le concessioni autostradali che rimangono così.
Anziché preoccuparsi dei problemi generali si preoccupano del “particolare”, come se veramente i destini del paese fossero in mano ad un Tunnel sotto le Alpi.

Se questo governo vuole avere una vita lunga, oltre i sei mesi, deve iniziare a cambiare lessico e visione: deve occuparsi delle infrastrutture su tutto il paese, da nord a sud.
Deve occuparsi della scuola di tutti e della sanità di tutti.
Della sicurezza di tutti, che non vuol dire più armi per tutti, non vuol dire attenti c'è l'invasione dei migranti.
La sicurezza sul lavoro (e le morti sul lavoro, e le persone sfruttate nei campi, nelle baracche, sulle strade delle città ..) e nella vita di tutti i giorni (quanti altri casi di delitti domestici contro le donne dobbiamo ancora vedere?) e nei confronti dei cambiamenti climatici (anche nella Milano locomotiva d'Italia)..

Il rischio di questa deriva al basso è che non si riuscirà a distinguere nulla, il vero dal falso e che ci ritroveremo a breve in un clima da campagna elettorale.

28 agosto 2019

Le soluzioni di cui non sento parlare

“Si pensi a soluzioni, non a colpire me” (Di Maio, capo politico del m5s)

Soluzioni per le crisi già sul tavolo del ministro del lavoro.
Soluzioni per quella svolta green di cui tutti parlano.
Soluzioni per la crisi di Alitalia, per dare un futuro all'Ilva, ai licenziati di Almaviva.
Soluzioni per combattere la mafia e la criminalità dei colletti bianchi.
Soluzioni per rinforzare il sistema sanitario pubblico, per aprire nuove scuole, nuovi asili, estendere le borse di studio ai meritevoli.
Soluzioni per mettere in sicurezza il territorio, le zone a rischio sismico, a rischio alluvionale.

Ce ne sono di soluzioni da trovare, nell'ottica di un nuovo governo, prima di parlare di poltrone e vicepremier.
Vogliamo andare avanti a parlare di ong, clandestini, porti chiusi o vogliamo veramente preoccuparci dell'Italia di domani?

16 luglio 2019

Nella notte, di Concita De Gregorio



Antefatto. 
Il funerale 
(Pisa, giardino della Villa comunale. Principio dell'estate) 
Siccome ero ragazza, ne ero sicura. Alice sarebbe arrivata. Era il tempo in cui pensavo che se una cosa la vuoi davvero succede. Che se ami qualcuno non puoi dirgli ti penso: devi andare. Perché in questo consiste l'amore, credevo: nel darsi il tempo anche quando non c'è tempo.[..]Invece Alice non venne.Se ci ripenso adesso, credo che sia stato quello il momento n cui una stagione della mia vita si è chiusa, come una porta senza maniglia, alle mie spalle. Basta, finito.

Lo scandalo del governatore del Lazio Marrazzo, il ricatto dai due agenti, l'appartamento in uno stabile dove si trovavano appartamenti ad uso dei servizi.
Gli incontri del presidente del Consiglio Berlusconi con la minorenne Noemi Letizia e lo scandalo delle escort a Palazzo Chigi.
Il metodo Boffo, le velate minacce al direttore dell'Avvenire per ammorbidire le sue posizioni e i suoi attacchi a Berlusconi.
Ve li ricordate ancora gli anni tra il 2009 e il 2013?

La guerra dei dossier, di pezzi di sentenze, di video e foto ricattatorie, in una guerra per bande che coinvolgeva escort, trans, agenti e forse pezzi di servizi. E quello che rimaneva dei partiti della seconda repubblica, prima che si arrivasse alle larghe intese.
Una guerra che segnò la fine del centrodestra berlusconiano, la fine della ditta del PD, la fine dei partiti storici: “Sembrava la fine di un'epoca. Invece era solo l'inizio”.
Una guerra che ha fatto molte vittime, delle quali molte rimaste nel silenzio, perché delle vittime ci si dimentica

Dopo un po' ci si dimentica di loro, e non di rado le vittime stesse hanno interesse a non apparire tali. [..] la colpa, in politica – è sempre della vittima.

Il romanzo di Concita De Gregorio racconta questi anni di transizione della nostra Repubblica, che si scopre fragile e ostaggio di ricatti e congiure, attraverso gli occhi di Nora: giovane laureata con un dottorato sulla congiura che fece fuori il candidato presidente della Repubblica, Onofrio Pegolani, su cui dovevano convergere i voti dei due grossi partiti di centrodestra (Partito delle Vestaglie) e di centro sinistra (Partito dei Giusti). Candidatura che sfumò, in quella notte dove tutto si decise, non nelle stanze del potere, nelle stanze dove secondo le regole delle istituzioni si dovrebbero prendere le decisioni.

No. Nella sua tesi molto accurata, ben fatta, costruita andando a raccogliere testimonianze delle persone coinvolte, Nora ci racconta delle strategie, dei machiavellismi dei leader politici che si ritrovano nelle stanze oscure dei palazzo romani o all'interno di un ristorante di grido, concesso apposta dal suo proprietario al giovane leader di una corrente del Partito dei Giusti.

In questa notte si è deciso il destino della nostra Repubblica: una strana notte di vestiti fatti confezionare in fretta e furia per la cerimonia e di uno strano delitto, di un ex tossicodipendente che lavorava in una comunità vicina alla curia e al Viminale.

Per questa sua tesi, il suo docente le trova un impiego in un centro studi a Roma, dove le sue doti potranno essere messe a frutto. Ma non è un centro studi dove si fanno ricerche di archivio, per una buona politica.
Nora si trova dentro quella che oggi chiamiamo la “macchina del fango”: raccogliere le informazioni, classificarle secondo un certo criterio e poi confezionare per i clienti del centro studi, articoli e ricerche che servano a condizionare le opinioni nelle persone.
Non un racconto della verità, non la ricerca di notizie e scoop per fare da cane da guardia al potere: perché – come racconta a Nora il capo di questo centro – la verità non esiste. Esistono falsità verosimili:
Noi facciamo questo, qui. Cataloghiamo, archiviamo, selezioniamo e infine contribuiamo a creare e diffondere la verità. Ma tu sai bene, Nora, che la verità non esiste: chi si ostina a cercarla merita il castigo di trovare la peggiore possibile. Di trovarne una, intendo, che punisca la sua presunzione.Le verità sono fatte di trame verosimili, ma prima di ogni altra cosa devono essere credibili e dunque credute. A cosa serve una verità a cui nessuno crede, dimmi.A cosa serve sapersi innocenti di un delitto se le prove e i giurati dicono il contrario, se l'opinione pubblica ti condanna, A cosa se non puoi fare in modo che la tua reputazione pubblica corrisponda alla tua privata certezza ..

Tutto ruota attorno a due parole chiave: sesso e potere. Attraverso il sesso puoi ricattare, puoi attrarre l'interesse delle persone, costruire una rete di dipendenze.
E col denaro e col ricatto si possono condizionare, piegare al tuo volere le persone: sesso e informazioni sono merce di scambio oggi. In un mondo dove tutto ha un prezzo e dove tutto è mescolato, pezzi di verità e pezzi di menzogna. L'importante è che la gente lo creda verosimile.
Dunque, vedi. Non è importante cosa è vero: è importante cosa la gente crede. Perché la gente vota, e dunque decide se attribuirti o no il potere. Perciò per vincere devi prima convincere, e devi farlo nel ritmo del tempo: leggero, veloce, efficace. Noi abbiamo la materia prima di cui è fatto il consenso. Abbiamo i fatti da mettere in campo, ancora meglio: abbiamo quelli da occultare. Rendiamo un servizio al paese, facciamo una selezione. Noi siamo la fabbrica della verità.

In questo centro studi Nora incontra una sua giovane amica, che non vedeva da anni (e il cui mancato incontro al funerale del padre fu una prima svolta della sua vita): tanto Nora è disgustata del lavoro che si fa in questo centro studi, tanto Alice è disincantata, consapevole che così è il mondo.
Il mondo dei ricatti e anche il mondo, il magma, che si cela dietro la bella facciata della rete.
Il web, i social media, il mezzo preferito dai nostri politici (e da tutti i novelli opinionisti di giornata) per inondare la loro rabbia, la loro superficialità di fronte ai loro follower, non più cittadini consapevoli, ma inconsapevoli consumatori di questa rabbia, senza alcuno strumento per comprendere e discriminare cosa è vero e cosa sia falso.
Solo cattiveria e cinismo: alziamo i forconi, cavalchiamo la schiuma della rabbia, ma per andare dove?

Nel suo primo incarico di archivista, Nora lo vede coi suoi occhi, di cosa è fatta questa “macchina del fango”: pezzi di intercettazioni in qualche modo usciti dai fascicoli dei magistrati, foto compromettenti, video, conversazioni private. Tutto materiale che viene conservato, categorizzato, pronto all'uso, alla bisogna, quando ci sarà da far piegare la testa a questo o quel potente:

Materiale privato di chi aveva occupato quella postazione prima di me. Invece no. Invece erano la scatola nera.
Informative anonime. Trascrizioni di chat. Screenshot. Corrispondenze mail. File audio.Frammenti di vita spiati, rubati. Il pozzo dei ricatti possibili.
 
Esempi. 
Trascrizione chat telefonica numero 34 
M: Sono incinta. 
R: Cosa stai dicendo? 
M: Sono due parole. Qual è quella che non capisci? 
R: Ma come è successo? 
M: Hai altre domande o le prime due sono le migliori? 
(Conversazione avvenuta alle 7.38 del 4 febbraio 20xx fra il ministro R. e la signorina M. Posizione in archivio: cartella Mario).

Ma Nora non si lascia né condizionare né spaventare da quello che ha visto: ha deciso di fare luce sino in fondo ai misteri di quella notte, della notte del complotto contro il candidato presidente.
Per un dovere verso sé stessa e, forse anche ingenuamente, per un dovere verso il paese intero: decide di portare avanti una sua inchiesta personale, andando a colmare tutti i buchi del suo lavoro originario.
Io penso che fra il 2009 e il 2013 in questo Paese siano successe cose che hanno cambiato il corso della storia. La nostra storia, quella che ci tocca vivere adesso e che per molti anni sarà faticosissimo riportare a ragione. E credo anche che se non andiamo a scavare in quel che è successo in quegli anni – chi ha fatto cosa, perché, con la complicità di chi – non abbiamo nessuna possibilità di uscire dal pantano epocale e pericolosissimo in cui ci troviamo. La sinistra, il sindacato, la destra. La responsabilità e gli errori di tutti. E le trame occulte, la pista degli interessi, i soldi che continuano a correre per alcuni, solo per loro, e le menzogne, la propaganda, l'ignoranza come garanzia di potere. Cosa diremo a chi viene dopo di noi se non proviamo, almeno proviamo, a raccontare la storia com'è?

Nora va ad intervistare il portavoce del ministro, un banchiere che consolida la sua rete con finanziamenti, una escort che frequenta quei palazzi e che racconta la differenza tra i suoi clienti di destra e sinistra
.. fra quello ricco e fascista che mi regala un appartamento e quello povero e comunista che mi regala un ciondolino d'argento, preferisco il primo. Il mio lavoro sta sul mercato. Il primo indizio che il mondo era già finito, travolto dai soldi, è stato questo: la differenza tra un appartamento e un ciondolino. Cioè: che non ci fosse nessun'altra differenza fra gli uni e gli altri a parte quanti soldi avevano da offrire, intendo. E che non ci fosse alternativa ad entrambi.

Racconta di come funziona il meccanismo della corruzione in questi tempi, niente più bustarella coi soldi dentro, ma un posto di lavoro, una consulenza, una casa, un fido bancario.
Di modo che il corrotto non si senta sporco, di modo che la corruzione non lasci tracce.
Infine, la rivelazione più grande: il mondo del web, in mano ai giganti della rete che di fatto hanno sostituito le democrazie, condizionando la politica, condizionando le elezioni politiche, condizionando la nostra vita.
E il tutto grazie al nostro contributo, grazie a quei like che mettiamo sui tweet, a tutte le informazioni della nostra vita, le nostre passioni, alle emozioni che certe storie suscitano e che noi comunichiamo in rete.
I giganti del web ci fanno vivere in una bolla virtuale, dove troviamo solo le informazioni che ci piacciono, come i non viventi di “matrix”:
Chi detiene il mercato in posizione di monopolio usa “bolle di filtri” e “biscotti” per carpire informazioni su di te, e darti sempre quello che ti piace già. A un certo punto, qualcuno decide di usare quelle informazioni non più per darti quello che piace a te ma quello che piace a lui.[..] qualunque cosa tu faccia da un computer, in qualunque momento, non sei tu che entri in Rete: è la rete che entra in te.

Come se ne esce da questo mondo, che non è nemmeno un futuro distopico perché è semplicemente il nostro presente?
A fine lettura, troveremo una risposta, prendere in contropiede il sistema, costringendo le persone a dare attenzione a quello che si legge, per uscire dal buio di questa notte.

Nel personaggio di Nora, la scrittrice Concita De Gregorio ha proiettato dentro la passione per un mestiere, quello del giornalista, forse un po' ingenuo, ma non calcolatore, cinico, spregiudicato. Un professionista che non scrive quello che la gente vuole sentirsi dire, ma quello che vede, quello che ha imparato, quello che ha compreso di un fenomeno.
Ma in questo romanzo troviamo anche una chiave di lettura per comprendere come la nostra coscienza e conoscenza del mondo sia condizionata dal linguaggio del web e dal mondo del web.
La massa di informazione che ci circonda e che ha volte ci soffoca non ci sta rendendo più consapevoli e liberi: siamo pedine dentro un gioco più grande.
Un gioco che rischia di minare profondamente e irreversibilmente la nostra democrazia, che ancora non ha dimostrato di avere gli anticorpi per sconfiggere questa nuova malattia.
Perché sta a anche a noi, sta soprattutto a noi, compiere nuovi gesti rivoluzionari: come leggere dei giornali diversi per confrontare la stessa storia, come aprire un libro e mettersi a leggere.

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