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13 ottobre 2025

La voce del violino di Andrea Camilleri

 

Incipit:

Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava almeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese. Dal giorno un cui in cane di quella razza, tutto infiocchettato, dopo un furioso scàracchio spacciato per abbaiare, gli aveva dolorosamente addentato un polpaccio, Montalbano chiamava così il mare quand'era agitato da folate brevi e fredde che provocavano miriadi di piccole onde sormontate da ridicoli pennacchi di schiuma. Il suo umore s'aggravò, visto e considerato che quello che doveva fare in matinata non era piacevole: partite per andare ad un funerale.

La voce del violino, uno dei primo romanzi andati in onda su Rai1, ma in realtà il terzo della serie scritta da Andrea Camilleri col commissario Montalbano, è una storia di “scangi”, di scambi.

Un ragazzo “tanticchia ritardato” scambiato per un assassino, una scarpa scambiata per una bomba, un violino da poche lire scambiato per un famoso Guarnieri, un bambino scambiato per un pacco ..

Al centro, l’indagine su una giovane donna ammazzata dentro il suo villino di campagna, Michela Licalzi, bolognese ma innamorata della Sicilia.

Una bella donna, da far girare la testa agli uomini quando girava in paese, sposata con un medico ma fedele al suo unico amante. Soffocata sul suo letto da qualcuno che l'ha lasciata nuda portandosi via tutto della donna, vestiti, documenti e i preziosi gioielli.
Il commissario Montalbano, uno capace di capire le persone da uno sguardo, da una parola, dovrà destreggiarsi tra questi “scangi” per trovare i perché di questo omicidio, senza fermarsi ad una soluzione ovvia come i suoi superiori vorrebbero: “devo abbandonare i fatti concreti ed inoltrarmi nella mente di un uomo, in quello che pensa. Un romanziere avrebbe la strada facilitata, ma io sono semplicemente un lettore di quelli che credo buoni libri”.

E’ un investigatore all'antica, Salvo Montalbano, se vogliamo usare questa espressione: lontano dai cliché moderni per cui è sufficiente raccogliere impronte e schizzi dalla scena del crimine per individuare il colpevole. Anzi, è proprio il suo astio per quelli della scientifica che lo porterà ad una prima estromissione dalle indagini.

Qual è la ragione (se una ragione ci può essere) dietro quella morte? Un delitto passionale? Un ladro sorpreso dalla vittima? Forse il cugino di Michela, Emanuele Di Blasi, che si era invaghito di lei e che sempre le andava appresso?

Ad aiutare il commissario sarà un musicista ritiratosi dalle scene per una malattia che farà sentire al commissario “la voce del violino”, che gli permetterà di cogliere quel particolare strano, la nota dissonante, che la sua mente aveva visto sul luogo del crimine.

"Gli parse che a un tratto il suono del violino diventasse una voce , una voce di fimmina, che domandava di essere ascoltata e capita. Lentamente ma sicuramente le note si stracangiavano in sillabe, anzi no, in fonemi, e tuttavia esprimevano una specie di lamento, un canto di pena antica che a tratti toccava punti di un'ardente e misteriosa tragicità.Questa commossa voce di fimmina diceva che c'era un segreto terribile che poteva essere compreso solo da chi sapeva abbandonarsi completamente al suono.Chiuse gli occhi, profondamente scosso e turbato. Ma dentro di se era magri stupito: come aveva fatto quel violino a cangiare così tanto di timbro dall'ultima volta che lo aveva sentito?"

Per risolvere il caso Montalbano porterà avanti coi suoi uomini, il fidato Fazio, l’esperto di “informaticcia” Catarella, Mimì Augello che è quasi un fratello amato e odiato, un’indagine di nascosto, come un sommergibile sott’acqua, per non rischiare la carriera: perché la soluzione “ovvia” tanto amata dal Questore ha tante cose non tornano in quel delitto. A cominciare da quel particolare dissonante che sfugge e che diventerà chiaro solo con la “voce del violino”; poi il comportamento di Michela la sera del delitto, scappata dai suoi appuntamenti come se avesse ricevuto una chiamata all’improvviso da qualcuno di importante.

Nel racconto c'è spazio anche per raccontare il privato di Montalbano, come uomo e non solo come commissario: della sua difficoltà nel sentirsi padre; gli screzi con la fidanzata Livia per l'affidamento del piccolo Francois (il piccolo protagonista nel libro “Illadro di merendine”), col questore Bonetti Alberighi (che ha una capigliatura con un grosso ciuffo ritorto in testa che ricorda certi “stronzi lasciati campagna campagna”).

Si parla anche della Sicilia più nascosta, quella dell’interno, quella delle trazzere dove non metterebbe piede nemmeno una capra.

E poi l'episodio delle manganellate agli operai e il suo essere “comunista arraggiato”:

Niente sapi? Aieri a trentacinque operai del cementificio ci arrivò la carta della cassa integrazione. Stamattina hanno principiato a fare catunio, voci, pietre, cose così. Il direttore s'è appagnato e ha chiamato qua”.
“E perché Mimì Augello c'è andato?”
“Ma se il dottore l'ha chiamato d'aiuto!”
“Cristo! L'ho detto e l'ho ripetuto cento volte. Non voglio che nessuno del commissariato s'immischi in queste cose!”
“Ma che doveva fare il poviro dottore Augello?”
“Smistava la telefonata all'arma, che quelli in queste cose ci bagnano il pane! Tanto, al signor direttore un altro posto glielo trovano. Quelli che restano al col culo a terra sono gli operai. E noi li pigliamo a manganellate?”.
“Dottore, mi perdoni ancora, ma lei proprio comunista comunista è. Comunista arraggiato è”.

Il libro è ricco di passaggi da ricordare, sono tante le pagine della mia vecchia edizione Sellerio con una orecchietta, con sottolineature (a matita): questa quella che, a distanza di anni, ancora mi ritorna in mente quando penso a questo libro

«A mamà era biunna?» aveva domandato una volta il piccolo Salvo al padre.

«Frumento sutta u suli» era stata la risposta

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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06 settembre 2025

Andrea Camilleri, una storia – di Luca Crovi


Sarò eternamente grato a Luca Crovi per due motivi: il primo, l’aver riportato in vita il personaggio del commissario De Angelis e le storie della Milano degli anni ‘30.

Poi questo lungo racconto – non una semplice biografia – sul maestro Andrea Camilleri, uno scrigno dove sono custodite tante storie, aneddoti, incontri straordinari, su quello che considero uno dei più importanti scrittori contemporanei.

Come ha fatto Andrea Camilleri a diventare il maestro Camilleri, uno scrittore capace di portare alla lettura milioni di italiani coi suoi racconti, non solo quelli con protagonista il commissario Montalbano?

Lo scoprirete, capitolo dopo capitolo, leggendo la sua storia, quella della sua famiglia, i suoi nonni, i catanonni (corsari), il “contesto” dove è cresciuto: come scrive nella prefazione Mauro Novelli “L’idea è stata quella di mostrarvi il percorso che Andrea ha attraversato prima di trasformarsi da persona in personaggio”.

Un personaggio la cui fama è letteralmente esplosa tardivamente, dopo la pubblicazione (e la messa in onda sulla Rai) dei romanzi col commissario Montalbano,  “uno di Catania, che quando voleva capire una cosa, la capiva”. Ma Andrea Camilleri aveva già vissuto diverse vite prima: poeta, insegnante di teatro alla scuola di Roma, sceneggiatore in Rai e alla Radio.

Luca – che ha conosciuto Camilleri nell’ultimo periodo della sua vita, ad una premiazione, ci porta indietro agli anni dell’infanzia del piccolo Nenè, figlio unico di una famiglia borghese che aveva interessi nel settore delle miniere di zolfo – da qui partì lo spunto per il suo primo romanzo, “Un filo di fumo” edito da Garzanti. Un padre ispettore al porto del paese natale, Porto Empedocle.

La nonna materna, nonna Elvira Capizzi Fragapane, che gli aveva insegnato a guardare il mondo con gli occhi della fantasia: “è la prima ad aprire gli occhi di Andrea su mondi fantastici, facendogli leggere un romanzo che scatenerà per sempre la sua fantasia: Alice nel Paese delle Meraviglie”.

Crovi ci racconta la passione per la lettura che ha accompagnato il piccolo Nenè sin da piccolo: libri di avventura, libri di viaggi, libri (tra cui i primi romanzi dello scrittore belga Simenon) che potevano farlo viaggiare nel mondo e nel tempo senza muoversi dalla sua camera, o dal solaio dove rubava le riviste collezionate dal padre.

Ecco come ha fatto quel ragazzino magro a diventare il grande maestro Camilleri, il “sommo” come lo hanno battezzato gli amici del Camilleri Fans Club (che curano il sito Vigata.org): allenando la mente a leggere le storie e ad assimilarle per poi provare a scrivere qualcosa di tuo.

Camilleri ha vissuto in pieno gli anni del fascismo, subendo come tanti la fascinazione del regime fascista per poi distaccarsene nel tempo, quando si rese conto di cosa fosse veramente il fascismo:

Frequentando i suoi professori del liceo e ascoltando le loro lezioni, il giovane Camilleri inizia a comprendere che il fascismo non è esattamente il movimento che lui aveva idealizzato..
Il voler inculcare le idee a forza, le leggi razziali, la repressione del dissenso. E poi la guerra, la fame, i bombardamenti.

In questo libro vengono riportati tutti gli incontri eccezionali fatti da Camilleri nella prima parte della sua vita: l’incontro con Pirandello, legato alla sua famiglia da una parentela; poi, nel corso della guerra, col generale Patton, col fotografo Robert Capa. Persino con un bandito della banda Giuliano, l’ala armata del partito separatista.

Erano gli anni a cavallo del dopoguerra, con la riscoperta della libertà e dove il giovane Camilleri si avvicina al comunismo, non quello di Stalin, ma il comunismo della libertà e dell’uguaglianza degli uomini. Il permesso per aprire la prima sede del partito in Sicilia lo ottiene niente meno che dal vescovo

Il vescovo gli confida: «In fondo, se proprio deve nascere un Partito Comunista nel nostro paese, è meglio per noi che lo fai tu..»

A proposti del fascismo e del legame di Camilleri con Milano: Luca Crovi nel romanzo “L’ultima canzone del Naviglio” ha raccontato di un cugino del padre di Andrea, Carmelo Camilleri, commissario a Milano, che indagò sulla strage alla fiera nel maggio 1928.

Una bomba che causò venti morti e per cui furono arrestati degli anarchici mentre in realtà, come scopri il cugino Carmelo, era una bomba fascista fatta scoppiare per avviare a Milano una strategia della tensione (come poi avvenne nel 1969 con la bomba nella banca dell’Agricoltura).

Carmelo Camilleri fu allontanato da Milano e dalla polizia dal regime: “egli è stato sicuramente e anche inconsciamente l’ispiratore del mio commissario Montalbano” commenterà in un'intervista Andrea.

Ci sono poi gli anni a Roma, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, dove incontra la sua futura moglie, Rosetta Dello Siesto oltre a conoscere il meglio della letteratura italiana, il nome di Camilleri era iniziato a farsi conoscere già per le sue poesie, pubblicate su importanti riviste come Mercurio.

Sono gli anni delle rappresentazioni teatrali, degli incontri importanti con registi e quelli che diventeranno i protagonisti del cinema italiano (come Vittorio Gassmann).

Beh, quando vi immergerete nei tanti racconti in questo libro, scoprirete anche voi che è esistito un Camilleri molto prima del commissario Montalbano e delle storie di Vigata. La scrittura di libri è arrivata molto dopo la poesia, il teatro, la radio, la sceneggiatura in Rai (i racconti del commissario Maigret in Rai, un pezzo importante della storia della televisione italiana).

Perché scrivere – chiesero a Camilleri: ecco un passaggio della risposta che diede a quella domanda

Scrivo perché mi piace raccontarmi storie. Scrivo perché mi piace raccontare storie. Scrivo perché alla fine posso prendermi la mia birra. Scrivo per restituire qualcosa di tutto quello che ho letto.
Ecco, in questo libro possiamo finalmente capire da dove arrivano tutte le storie che abbiamo amato, storie della Sicilia (e non solo) di ieri e della Sicilia di oggi, storie dove la mafia c’è e ci sono i mafiosi ma non sono i personaggi principali (“Farne i protagonisti di un romanzo anche scadente significa sempre e comunque nobilitarli”).

Una Sicilia inventata ma reale, come la Mombracem di Salgari: un’isola dove tutti noi, amanti dei suoi libri, ci sentiamo a casa.
Andrea Camilleri ha portato alla lettura milioni di italiani coi suoi libri, nonostante l’uso del dialetto vigatese. Persone che sono rimaste – come me – folgorate da questo commissario così particolare, “un Dio di quart’ordine” un puparo in un’opera di pupi

Un Dio di quart'ordine, un Dio minore, aviva pinsato allura. Po' negli anni, si era fatto pirsuaso che non era manco un Dio dell'ultima fila, ma sulo un poviro puparo di 'na mischina opira di pupi. Un puparo che s'assabattava a fari funzionari la rapprisintazioni come meglio putiva e sapiva. E èer ogni rappresentazioni che arrinisciva a portare a termini, la faticata si faciva ogni volta cchiù grossa, ogni volta cchiù pisanti. 
Da Il campo del vasaio

Persone rimaste affascinate dal suo saper usare l'arma dell'umorismo in tutti i suoi racconti, in tutte le sue sfumature: dall'ironia contro il regime di cartapesta (pensate ad esempio al racconto Il nipote del negus), al grottesco fino al comico (pensiamo ai dialoghi ai limiti dell'assurdo con Catarella):

Si stava vivenno il primo cafè della matinata quanno il telefono sonò.

Si erano fatte le otto. Non s’attrovava nell’umori adatto per sintiri parlari d’ammazzatine. Avrebbi semmai lui ammazzato a qualichiduno, se gliene s’appresentava l’occasioni.

Preferibilmenti qualichiduno che di nomi faciva Carlo.

Ci aviva ’nzirtato, era Catarella.

«Ah dottori dottori! Chi fa, dormiva?».

«No, Catarè, vigliante ero. Che fu?».

«Ci fu che ci fu un frutto che ci fu».

«Un furto? E pirchì veni a scassare i cabasisi a mia, eh?».

«Dottori, addimanno compressioni e pirdonanza, ma...».

«Ma, ’na minchia! Né compressioni né pirdonanza! Telefona subito ad Augello!».

A momenti Catarella si mittiva a chiangiri.

«Quisto appunto ci volevasi diri, spianno scusanza tantissima, dottori. Che il suddetto dottori Augello da stamatino attrovasi allicinziato».

Montalbano stunò. Ma manco ’na cammarera si pò cchiù licinziari su due piedi!

«Licenziato? E da chi?».

«Dottori, ma fu vossia stisso di persona pirsonalmenti ad allicinziarlo aieri doppopranzo!».

Montalbano s’arricordò.

«Catarè, è andato in licenza, non è stato licenziato!».

«E io che dissi? Non dissi accussì?».

La scheda del libro sul sito di Salani e il primo capitolo da leggere

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22 marzo 2025

La concessione del telefono di Andrea Camilleri


 

E qual rovinio era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista!

Da I vecchi e i giovani Pirandello

La concessione del telefono è il racconto di uno scambio, come in una commedia degli equivoci dove però, se si ride all'inizio per certe scene grottesche, arrivati alla fine si ride amaro.

Un imprenditore "fimminaro" che viene scambiato per un pericoloso sovversivo socialista, la sua richiesta di poter installare una linea telefonica scambiata per un volersi prendere gioco del prefetto.

E poi, un prefetto che parla coi numeri della smorfia napoletana, ossessionato dai complotti anche contro la sua persona.

Certe volte con me s’esprime con la smorfia, non usa parole». «Vuol dire che comunica adoperando la mimica facciale?». «No, signor Questore, per smorfia intendiamo, come dire, la cabala.

E poi un mafioso che, giustamente viene premiato col titolo di commendatore, don Lollò Longhitano, che dispone di una vasta rete di relazioni per gestire i suoi affari e consolidare il suo potere.

Il suo consiglio è che tu ne parli seriamente al commendatore Longhitano perché concordi col suo amico Orazio Rusotto – momentaneamente ristretto alle carceri dell’Ucciardone, ma questo non porta ostacolo – una linea di condotta alla quale il dottor Caltabiano strettamente si atterrà.

Una commedia degli equivoci e degli scambi dove il protagonista, Pippo Genuardi, si trova stritolaro nel mezzo di due poteri ottusi e alla stessa maniera pericolosi.

Il potere dello Stato che, con un processo kafkiano, è capace di costruire un castello di accuse da cui è impossibile uscirne-

Dall'altra parte la maffia, potere dentro lo stato e potere alternativo allo stato:

«.. Che fa, piange?». «Certo! Pinsando a questo mio povero genero, pigliato a mezzo tra lo Stato e la maffia!».

«Genuardi non è il solo, se questo può consolarla. I tre quarti dei siciliani stanno pigliati in mezzo tra lo Stato e la maffia. »

Questi due poteri parlano con linguaggio diverso, certo: quello dello stato è ampollosamente ricco di barocchismi lessicali, incomprensibile per la massa degli italiani di allora e dunque potere inutile, non un interlocutore per i problemi uno come il prefetto Marascianno o il generale Saint Pierre.

Le uniche mosche bianche, il Questore e il suo collaboratore il Delegato Antonio Spinoso, che proprio per questo verranno allontanati dall'incarico.

Dall'altra parte il potere mafioso che parla come la gente del popolo coi suoi messaggi velati, col dire e non dire, con l'alludere senza far intendere direttamente.

Poi c'è la chiesa, col parrino che invita le fedeli a non provare piacere durante il rapporto col marito (il debito conoigale del marito)

La fìmmina, la sposa, non deve provare piacìri perché altrimenti il rapporto col marito cangia di colpo e addiventa piccato mortale. La donna non deve godere, deve procreare

Non solo, i rapporti fatti per piacere e non per procreare sono "fuori natura", come il socialismo: ecco che si giustificano le accuse per questo povero Pippo Genuardi, sovversivo, socialista e pure posseduto dal diavolo:

«Pare che il Genuardi Filippo, ogni volta che assolve al debito coniugale, si tinge il membro di rosso per parere un diavolo e possiede la moglie contro natura gridando: viva il socialismo!».

Lo stile con cui è stato scritto questo piccolo gioiello rispecchia questo doppio registro narrativo: da una parte le lettere, i documenti ufficiali, le "cose scritte". Come la lettera con cui veniva richiesta una linea telefonica privata (la famosa concessione del telefono), da cui parte tutto l'equivoco

A Sua Eccellenza Illustrissima Vittorio Parascianno Prefetto di Montelusa Vigàta li 12 giugno 1891 Eccellenza, il sottoscritto GENUARDI Filippo, fu Giacomo Paolo e di Posacane Edelmira, nato in Vigàta (provincia di Montelusa), alli 3 del mese di settembre del 1860 e quivi residente in via dell’Unità d’Italia

Dall'altro i dialoghi tra i personaggi dove troviamo il solito Camilleri (quello dei romanzi con Montalbano nella Vigata di oggi):

«Sì, la febbri ho, Taninè. Stinnicchiati, che non mi tengo». «O Madonnuzza santa, che ti pigliò? È da stamatina all’alba che pistii nel mortaro… Sì… sì… sì… accussì… accussì…».

Si ride, e molto, in questo romanzo. Ma poi, man mano che la storia va avanti, fino a culminare in un finale tragico, si ride amaro.

L'equivoco iniziale avrà il suo culmine nel finale: nulla deve cambiare in questa parte dello stivale (e forse in nessuna parte dello stivale), il commendatore mafioso continuerà a tessere la sua tela di relazioni e potere, le istituzioni vigileranno sull'isola alla ricerca di sovversivi e di facinorosi (a proposito, si parla dei fasci siciliani nel racconto, una nota storica molto interessante) e il potere ecclesiale continuerà a sorvegliare sulle anime delle sue pecorelle..

Il Maestro, dunque, si diverte; e con lui si diverte il lettore, continuamente accompagnato dall’ironia dell’autore e dagli snodi via via più esilaranti di una classica commedia degli equivoci (e come si vede che Camilleri è stato a lungo innanzitutto uomo di teatro).

Ma il divertissement non fa solo ridere, anzi, a un certo punto rischia di non far più ridere per nulla. Perché se all’inizio il precipitare dell’intreccio verso l’assurdo sembrava solo il frutto della dabbenaggine o, al contrario, della troppo contorta e sospettosa astuzia dei protagonisti, via via che si procede diventa fin troppo evidente che dietro c’è di più, e di peggio; c’è l’eterno dramma della burocrazia italiana, ma soprattutto un pessimismo millenario che dà per scontato che le cose cominciate male finiranno peggio, che chi prova a portare tra i pazzi un minimo di razionalità e di buon senso finirà stritolato, che ogni sistema premia i peggiori. Non diciamo di più, per non spoilerare, come orrendamente diciamo oggi; d’altra parte, quando una parola la capiscono tutti ed esprime esattamente e con la massima economia un concetto preciso e complesso, sarebbe sbagliato non usarla, anche se scommetterei che al Maestro avrebbe fatto venire il nirbuso. Perché questo, come quasi tutti i libri di Camilleri, è anche un giallo, e così intricato che forse nemmeno Montalbano sarebbe riuscito a risolverlo, anche se qui al lettore il giallo è presentato a rovescio rispetto a quel che succede di solito: è l’intreccio delle cause che si aggroviglia sotto i nostri occhi, il delitto non c’è ancora stato.

Alessandro Barbero (anticipazione da il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2025)

La scheda del libro sul sito di Sellerio

Il sito Vigata.org

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04 febbraio 2025

Il giro di boa, di Andrea Camilleri

 

Nottata fitusa, 'nfami, tutta un arramazzarsi, un votati e rivotati, un addrumisciti e un arrisbigliati, un susiti e un curcati. E non per colpa di una mangiatina eccessiva di purpi a strascinasali o di sarde a beccafico fatta la sira avanti, perchè almeno una scascione di quell'affannata insonnia ci sarebbe stata, invece, nossignore, manco questa soddisfazione poteva pigliarsi, la sira avanti aviva avuto lo stomaco accussì stritto che non ci sarebbe passato manco un filo d'erba. Si era trattato di pinseri nivuri che l'avevano assugliato doppo avere sentito una notizia del telegiornale nazionale.

Ogni tanto ho bisogno di ritornare all’antico amore, i libri del maestro Camilleri, in questo momento particolarmente caotico una delle poche luci che sono rimaste. Perché Camilleri aveva già scritto tutto, anni fa, raccontandoci di come “troppu tintu è addiventatu lu munno”, un mondo cattivo, dove è l’odio a governare le persone e, soprattutto i governi. 

Sembra scritto ieri questo romanzo, ma in realtà “Il giro di boa” risale a più di venti anni fa, fu scritto all’indomani dei primi processi sui fatti di Genova.

La più grave sospensione dei diritti civili in un paese del mondo occidentale: così fu definita la mattanza alla scuola Diaz, dove uomini dello stato, in divisa, fabbricarono prove false contro i manifestanti del G8, si resero responsabili, complici, delle violenze contro persone inermi che stavano riposando nella scuola dopo la manifestazione del luglio 2001.

La stessa violenza a cui abbiamo assistito in questi mesi, contro studenti minorenni colpevoli solo di voler manifestare un loro pensiero “sgradito” alla maggioranza di governo. Una maggioranza ancora più di destra di quella del 2001, come a testimoniare che quanto la cattiveria del mondo come lo spostamento a destra della politica siano due processi che si sono mossi in sincrono.

Per il commissario Montalbano è una delusione profonda, lo scoprire il marciume dentro le forze dell’ordine, con tanto di avallo delle forze politiche presenti nelle caserme e nelle sale operative.
Una delusione che lo porterà ad un passo dalle dimissioni: dimissioni che rientreranno, come leggerete nella storia, a seguito di due episodi.

La scoperta di un primo cadavere in cui si “scontro” durante la consueta nuotatina: forse l’ennesimo migrante morte durante la traversata di quell’enorme cimitero che è diventato il Mediterraneo.

No, quel morto, a cui Montalbano si ostina a voler dare un nome, perché non siamo animali, ha qualcosa che non quadra. Forse quel morto nasconde un altro segreto..

C’è poi un secondo evento che farà cambiare definitivamente idea al commissario: l’incontro con un picciliddro appena sbarcato da una delle tante imbarcazioni di fortuna che attraversano il mare dall’Africa.

Un ragazzino che, per paura, scappa a terra nascondendosi in un vicolo del porto di Vigata.

Montalbano decide di andarlo a prendere, con gentilezza, come si dovrebbe fare con un bambino, a prescindere da quale sia la sua provenienza, da quale sia il colore della sua pelle.

La scena che si presenta davanti al commissario merita di essere riportata:

Poi [Montalbano] vitti lentamente apparire le mano, le vrazza, la testa, il petto. Il resto del corpo restava cummugliato dalla cascia.

Il picciliddro stava con le mano in alto, in segno di resa, l'occhi sbaraccati dal terrore, ma si sforzava di non chiangiri, di non dimostrare debolezza.

Ma da quale angolo di 'nfernu viniva – si spiò improvvisamente Montalbano – se già alla so età aveva imparato quel terribile gesto delle mano isate che certamente non aviva visto fare né al cinema né alla televisione?
Ebbe una pronta risposta, pirchì tutto 'nzemmula nella so testa ci fu come un lampo, un vero e proprio flash. E dintra a quel lampo, nella so durata, scomparsero la cascia, il vicolo, il porto, Vigata stessa, tutto scomparse e doppo arricomparse ricomposto nella grannizza e nel bianco e nero di una vecchia fotografia, vista tanti anni prima ma scattata ancora prima, in guerra, avanti che lui nascesse, e che 
mostrava un picciliddro ebreo, o polacco, con le mani in alto, l'istessi precisi occhi sbaraccati, l'istissa pricisa volontà di non mittirisi a chiangiri, mentri un soldato gli puntava contro un fucile.

Eccolo il poeta, lo scrittore che ci indica la direzione di come stanno andando le cose, vedendole in anticipo: il bambino sbarcato dalle navi dei migranti come il bambino ebreo catturato dalle SS nel ghetto di Varsavia.

Andrea Camilleri ci mostra il parallelo tra le due tragedie: quella di ieri contro gli ebrei, i sinti, gli omosessuali e tutti i nemici del nazismo e quella di oggi, i migranti rinchiusi in gabbia e nei lager, braccati dalle milizie, sottoposti alle peggiori sevizie per estorcergli quanto più denaro, da loro e dalle famiglie.

Perché c’è una politica che ha bisogno del nemico contro cui puntare il dito: oggi sono i migranti, considerati origine di tutte le nostre disgrazie, accusati di volerci invadere, di volerci sottomettere ai loro costumi. Invece solo persone in fuga da carestie, dai cambiamenti climatici, da paesi impoveriti anche grazie al nostro atteggiamento predatorio, nei paesi del sud del mondo.

Paesi con cui stringiamo accordi per tenere questi migranti chiusi nei lager, pensando così di aver risolto un problema ben più enorme, quello delle emigrazioni, un fenomeno che c’è sempre stato nel mondo:

.. quella gente che arrivava da tutte le parti più povere e devastate aveva in sé tanta forza, tanta disperazione da far girare i cardini della storia in senso contrario. Con buona pace di Cozzi, Pini, Falpalà e soci.

I quali erano causa ed effetto do un mondo fatto di terroristi che ammazzavano tremila americani in un botto solo, di americani che consideravano centinara e centinara di morti civili come effetto collaterale dei loro bombardamenti, di automobilisti che srafazzavano pirsone e non si fermavano a soccorrerle ... di bilanci falsi che a norma di nuove regole non erano da considerarsi falsi, di gente che avrebbe dovuto da anni trovarsi in galera e invece non solo era libera, ma faciva e dettava leggi.

Sembra scritto oggi, per raccontare il mondo di oggi: il mondo dove si alzano i confini, dove si parla di emergenza migranti, dove si spostano come pacchetti decine di persone avanti e indietro da centri per migranti costruiti in Albania (e rimasti vuoti, con spreco di risorse pubbliche), dove si libera un generale libico responsabile di torture contro persone inermi finite nelle sue prigioni in nome di una presunta ragione di Stato.

Ma lo Stato non è questo: lo stato è l’insieme degli organi, dei principi democratici ispirati alla nostra Costituzione.

Principi per cui ogni vita è meritoria di rispetto, per quei principi che distinguono una democrazia, come quella in cui vogliamo vivere, da un’altra forma di governo.

Rileggetevi al passaggio sul bambini con le braccia alzate e ripensate alle tante, sterili a mio avviso, polemiche, sull’uso della parola genocidio (riferita alla situazione a Gaza).

Nessun bambino deve imparare ad alzare le mani per arrendersi. Nessuno.

La scheda del libro sul sito di Sellerio
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14 settembre 2024

Il cane di terracotta, di Andrea Camilleri

 

A stimare da come l’alba stava appresentandosi, la iurnata s’annunziava certamente smèusa, fatta cioè ora di botte di sole incaniato, ora di gelidi stizzichii di pioggia, il tutto condito da alzate improvvise di vento. Una di quelle iurnate in cui chi è soggetto al brusco cangiamento di tempo, e nel sangue e nel ciriveddro lo patisce, capace che si mette a svariare continuamente di opinione e di direzione, come fanno quei pezzi di lattone, tagliati a forma di bannèra o di gallo, che sui tetti ruotano in ogni senso ad ogni minima passata di vento.Il commissario Salvo Montalbano apparteneva da sempre a quest’infelice categoria umana e la cosa gli era stata trasmessa per parte di matre, che era cagionevole assai e spesso si serrava nella càmmara di letto, allo scuro, per il malo di testa e allora non bisognava fare rumorata casa casa, camminare a pedi lèggio. Suo patre invece, timpesta o bonazza, sempre la stessa salute manteneva, sempre del medesimo intìfico pinsèro se ne restava, pioggia o sole che fosse.Magari questa volta il commissario non smentì la natura della sua nascita: aveva appena fermato l’auto al decimo chilometro della provinciale Vigàta-Fela, come gli era stato detto di fare, che subito gli venne gana di rimettere in moto e tornarsene in paese, mandando a patrasso l’operazione.

Lo scorso sei di settembre il maestro Andrea Camilleri avrebbe compiuto 99 anni, la sua morte ci ha privato del piacere della lettura dei suoi romanzi, non mi riferisco solo a quelli con Montalbano, ma anche quelli che aveva dedicato alla memoria della sua Sicilia. Quella lontano dai cliché, quella nascosta, primitiva, la Sicilia colonizzata dai "piemontisi" (come nel Birrario di Preston o nell’incredibile La concessione del telefono), calati dal nord come conquistatori.

Ma quello che abbiamo perso è anche il suo sguardo sul presente, sempre lucido nonostante l'età, nonostante la perdita della vista (forse la beffa peggiore per lui, amante dei libri): lo sguardo su una politica in perenne mutazione per rimanere sempre uguale, l'eterno gattopardo in osmosi con la mafia, che parla alla pancia delle persone non avendo strumenti e capacità per parlare alla loro testa.

Personaggi che sembrano presi dalla commedia, pupi nelle mani di pupari che tutto possono.
Un coraggio e una onestà intellettuale che lo hanno portato nei suoi libri a prendere di petto questa malapolitica, come ne Il giro di boa, con la critica alla legge Cozzi Pini che criminalizza i migranti che arrivano dal sud del mondo, trattati nemmeno come persone, come una minaccia per le nostre vite, proprio come gli ebrei venivano considerati dai nazisti.

Ecco, cosa c'è di meglio per celebrare il suo compleanno che non rileggersi uno dei suoi primi romanzi, come Il cane di terracotta, secondo romanzo della serie di Montalbano, scritto nel lontano 1996 e ambientato nel 1994, trent’anni fa, gli anni del passaggio tra prima e seconda repubblica quando la vecchia politica aveva cercato (riuscendoci) di riciclarsi come il “nuovo che avanza”.


Erano gli anni in cui su un canale privato andava in onda la sera

la rubrica quotidiana dove un ex critico d’arte, ora deputato e opinionista politico, sbavava contro magistrati, politici di sinistra e avversari credendosi un piccolo Saint Just e appartenendo invece di diritto alla schiera di venditori di tappeti, callisti, maghi, spogliarelliste…

Questo romanzo è un giallo, come struttura: c’è un furto fatto passare per scherzo, “garrusiata”, che invece nasconde un pericoloso traffico di armi. C’è un mafioso della “vecchia” mafia che, non riuscendo a mettersi al passo con la nuova mafia, ha il timore di essere gettato fuori strada.
Tano ‘u greco, occhi da statua, senza espressione, che decide di fidarsi di Montalbano ed organizzare una finta cattura, “con tanticchia di tiatro per salvare la faccia”. Perché “lei è uno che le cose le capisce”, dice a Montalbano proprio Tanu ‘u greco: uno che capisce le persone, che sa andare oltre le leggi scritte, arrivando anche ad accordarsi con un pluriassassino. Che di fronte a lui torna ad essere un uomo, non più il temibile capomafia, ma un uomo che si “scanta” della morte, quando un commando di mafiosi, quella della nuova mafia che parla col cellulare e che ha studiato, lo getta fuori strada sparandogli.

Gli fa un ultimo regalo, Tano, prima di morire: in cima alla collina del Crasto (per una vecchia leggenda su un crasto d’oro dentro una grotta), si nasconde un deposito di armi di quella mafia che ha deciso di dargli una liquidazione.

Un furto fatto passare per scherzo e un mafioso arrestato, il sequestro di un deposito della mafia: all’improvviso Montalbano si ritrova a dover partecipare a delle conferenze stampa, “e se mi domandano?” chiede al Questore, per la paura di trovarsi di fronte ai giornalisti. C’è persino il timore di una promozione che lo porti lontano dal suo commissariato, dai suoi agenti, dalla sua Vigata, dalla sua vita di cacciatore solitario, che ha bisogno di far lavorare da solo il suo cervello. Cosa che il vice Augello gli rimprovera: “tu ti sei costruito un commissariato a tua immagine somiglianza..”

Ma il cacciatore solitario si imbatte in un giallo, un omicidio, ben più complicato: dentro la caverna sul Crasticeddru nota un particolare che lo squieta, che non lo lascia in pace. È la scintilla per la scoperta di due cadaveri, un ragazzo e una ragazza, uccisi almeno cinquant’anni prima e deposti dentro una tomba ricavata dalla grotta. Deposti seguendo una specie di rituale particolare: accanto a loro, un bummulo, un contenitore di creta che forse originariamente conteneva acqua, delle monete in una ciotola. E un cane, proprio lui “Il cane di terracotta”, a guardia dei due morti.

Anche il commissario si ritrova, a seguito delle indagini sul furto al supermercato, che è ben più di una “garrusiata”, gettato fuori strada: la convalescenza, a seguito della ferita, lo spinge a dedicarsi a quei due morti, quel ragazzo e quella ragazza abbracciati nella grotta e a cui Montalbano pare di aver distrutto quel sonno eterno che qualcuno aveva loro regalato.

Tutto il resto non ha più importanza: come mai l’assassino li ha deposti seguendo quel rituale? E se non fosse stato l’assassino ma qualcun altro? E poi, chi erano queste due persone?

Inizia così una seconda indagine, un viaggio lungo la memoria dei vecchi, delle persone che appassionatesi a questa storia iniziano ad aiutarlo. Il vecchio preside di Vigata e la moglie, uno studioso esperto nei riti di sepoltura, un vecchio marinaio che aveva servito su una barca ancorata nel porto di Vigata durante la seconda guerra mondiale..
Ed ecco che, quasi magicamente, quella sepoltura trova una spiegazione nel mito dei dormienti, un racconto comune a diverse religioni o culture antiche:

.. La Sura dice che Dio, venendo incontro al desiderio di alcuni giovani che non volevano corrompersi, allontanarsi dalla vera religione, li fece cadere in un sonno profondo all'interno di una caverna. E perché nella caverna ci fosse sempre il buio più completo, Dio invertì il corso del sole. Dormirono per circa trecentonove anni. Con loro, a dormire, c’era pure un cane, davanti all’imboccatura, in posizione di guardia, con le zampe anteriori distese...

Attenzione, non è un’indagine per arrivare a scoprire il nome dell’assassino che, passati cinquant’anni, sarà sicuramente in là con gli anni se non morto.
Montalbano, ma pare di leggere un passaggio dove Simenon parla del suo Maigret, è ossessionato dal perché:

.. dell'assassino non gliene importava tanto, quello che l'intrigava era perché qualcuno, l'assassino stesso forte, si fosse dato carico di spostare i cadaveri nella grotta e d'allestire la messinscena della ciotola, del bùmmulo e del cane di terracotta.

Comprendere i perché, come anche, comprendere i simboli che ogni assassino, ogni persona dietro un delitto, lascia dietro di sé.
In questa storia (dove potete trovare decine di citazioni letterarie, da Dürrenmatt a Pirandello e Sciascia) troviamo la mafia, quella vera, quella ben assestata dentro l’economia, che parla come un manager quando deve tagliare i rami secchi. Quella che va combattuta, secondo certi politici, ma senza fargli troppo la guerra..

Troviamo la morte e anche il risveglio, la morte e anche l’amore, che è destinato a durare per sempre. Troviamo la Sicilia di Montalbano, il suo dialetto, il suo dare un colore agli odori, la sua aggettivazione bastarda, i tanti personaggi che poi troveremo nei successivi romanzi (Catarella, Augello, Fazio, Adelina, Livia l’eterna fidanzata..).

Trasì nella càmmara di letto. Il vecchio si stava godendo un sonno sereno, il respiro lèggio, l'ariata distesa, calma. Viaggiava nel paese del sonno senza più ingombro di bagaglio. Poteva dormire a lungo, tanto sul comodino c'erano il portafoglio coi soldi e un bicchiere d'acqua. Si ricordò del cane di peluche che aveva comprato a Livia a Pantelleria. Lo trovò sopra il comò, nascosto dietro una scatola. Lo pigliò, lo mise a terra, ai piedi del letto. Poi chiuse adascio adascio la porta alle sue spalle.

La scheda del libro sul sito di Sellerio e la pagina dedicata sul sito di Vigata
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25 novembre 2023

Il giudice Surra e altre indagini in Sicilia di Andrea Camilleri


 
È sempre un buon momento per leggere o rileggere, come in questo caso, dei romanzi o dei racconti di Andrea Camilleri: nel corso della sua lunga vita (che ci auguravamo infinita, ma purtroppo..) il maestro ha saputo deliziarci sia con romanzi lunghi che coi suoi racconti, dove comunque emergeva la sua capacità nell’imbastire trame intricate, nel presentare personaggi fuori dall’ordinario, nel saper catturare l’attenzione del lettore con la sua ironia.

Questi tre racconti ci vengono presentati da Giancarlo De Cataldo che nell’introduzione ci racconta della loro genesi : era il 2005 il giallo italiano si stava scrollando di dosso quell’immagine da romanzo di serie B, “romanzo di genere”, si iniziava a comprendere anzi come forse tramite questo genere di storie si poteva meglio raccontare l’anima nera del paese. Quella ad esempio dove un bravo ragazzo di 22 anni, da una buona famiglia decide di uccidere la ex fidanzata di cui non accettava la fine della relazione (e purtroppo ogni riferimento a fatti di cronaca attuali è non casuale). Da qui la racconta per Einaudi, Crimini, dentro cui troviamo altri racconti di Ammaniti, Fois, De Cataldo, Lucarelli, Massimo Carlotto, Diego De Silva.

Anni dopo, eravamo nel pieno della battaglia dell’allora presidente Berlusconi contro i giudici, colpevoli di voler indagare su di lui, in quanto imprenditore. Ma come si permettono, io sono l’eletto? Erano gli anni dei servizi contro i fidanzati del magistrato Bocassini o dei calzini del giudice Mesiano. Ecco l’esigenza di una nuova raccolta, Giudici, sempre per Einaudi: viene chiesto anche a Camilleri di scrivere un racconto ma, come un vero maestro, Camilleri risponde che per un impegno preso con Elvira Sellerio, Montalbano potrà uscire solo con questa casa editrice.

Infine Il Medaglione, scritto per l’Arma dei Carabinieri nel 2005, protagonista un maresciallo un po’ carabiniere, un po’ giudice, ma comunque un uomo di coscienza.

Troppi equivoci

Un tecnico dei telefoni che viene scambiato per un piccolo trafficante di droga: nel film di Hitchcock era un pubblicitario scambiato per una spia, ma cambia poco. Il primo racconto della raccolta è una storia di equivoci, di una telefonata a cui sarebbe stato meglio non rispondere, di un amore interrotto, di violenza e di persone che si credono sopra la legge. Di una giovane ragazza uccisa e di un altro ragazzo che non si da pace e che deve farsi giustizia da solo.

L’opinione più diffusa tra gli inquilini è che si sia trattato di un ladro sorpreso da Anna al ritorno dall’aver comprato i giornali. Di sicuro, per gli inquilini, uno di questi extracomunitari che girano indisturbati e fanno i comodi loro.

Il giudice Surra

Il giudice Efisio Surra arrivò direttamente da Torino a Montelusa quindici giorni dopo che il primo prefetto dell’Italia unita, il fiorentino Falconcini, aveva preso possesso della carica.

Siamo sempre al sud, nella Montelusa di Montalbano, ma nell’immediatezza dell’unità, col passaggio dai Borboni ai Savoia.

Il giudice Efisio Surra viene incaricato di riorganizzare il Tribunale, dopo che il vecchio presidente, borbonico, aveva rifiutato di prestare fedeltà al regno sabaudo.
Ma c’è un altro potere che governa sull’isola, le sue leggi non sono quelle della giustizia, i suoi tribunali non sono quelli con l’effige del re. È la “fratellanza”, quella che sarebbe poi diventata la mafia.

Il nostro giudice arriva a Montelusa senza saper decifrare certi messaggi, certi avvertimenti, anche minacciosi. Un po’ per fortuna, un po’ anche per caso, come un mr Magoo trapiantato sull’isola, sopravvive agli attentati degli onorati (o disonorati) membri di questa fratellanza, diventandone la bestia nera.

Perché per lui esiste sono la giustizia, il rispetto della legge.

«La Surra» sentenziò don Agatino Smecca, «nei paisi nostrani significa la vintrisca, che, come tutti sapiti, è la parti cchiù sdilicata e saporita del tonno. Come cognomi, il judici prometti bono.»
«Vossia parla accussì pirchì è omo di mari» ribattè don Clemente Sommatino. «Ma io, che sugno tirragno e campagnolo, ci dico che la surra è macari un’erba amara e fitusa che quanno le gaddrine se la mangiano, l’ova hanno un sapori tanto laido che si devono ghittare..»

In nomem omen, ovvero sta tutto nel significato di quel cognome, Surra, come la pianta tenace, resiliente si direbbe oggi con un termine a volte abusato, resistente alle minacce, alle prepotenze, alla corruzione. Incapace di vedere la mafia, dunque di fatto annullandola.

Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, senza riunione, senz’altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di far esonerare un funzionario, ora di conquistarlo, ora di proteggere un funzionario, ora di incolpare un innocente ..
Dalla relazione di Pietro Ulloa Procuratore Generale di Trapani del 1838.

Il medaglione

«Marescià, vinissi a mitturi ‘u bonu..». Mettere il buono: ossia dire la parola giusta, pacificare, risolvere, fare in modo che la bilancia non pendesse da una parte o dall’altra.

Questo è il compito del maresciallo Brancato, mandato a comandare una stazione dei carabinieri in un paesino sulle Madonie: ma comandare non è la parola giusta, perché il suo compito è quello di far da pacere, per le piccole liti che scoppiano, una persona a cui confidare i propri problemi, un po’ giudice, un po’ padre di famiglia.

Ogni volta cercando di applicare la legge, ma anche il buon senso: come nella storia di un medaglione che apparteneva alla povera Marta Barbaro. C’è qualcosa in quel medaglione che sta tormentando il vedovo, Francesco inteso Ciccino. Per risolvere questo problema che tormenta l’uomo, il maresciallo si dovrà inventare una soluzione (che sarebbe molto piaciuta anche al poliziotto Montalbano) che riporterà ‘u bonu, riporterà l’ordine e l’armonia.

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19 maggio 2023

La voce del violino di Andrea Camilleri


 

Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l’alba mancava perlomeno un’ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d’acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese.
Dal giorno in cui un minuscolo cane di quella razza, tutto infiocchettato, dopo un furioso scaracchìo spacciato per abbaiare, gli aveva dolorosamente addentato un polpaccio, Montalbano chiamava così il mare quand’era agitato da folate brevi e fredde che provocavano miriadi di piccole onde sormontate da ridicoli pennacchi di schiuma. Il suo umore s’aggravò, visto e considerato che quello che doveva fare in matinata non era piacevole: partire per andare a un funerale.

Confesso: ho amato tanto Andrea Camilleri, non solo le indagini del commissario Montalbano ma anche le storie di Vigata, della Vigata di ieri o della Sicilia di oggi.

Un amore nato dopo aver visto in televisione le prime due puntate della serie televisiva nata dai suoi libri, “Il ladro di merendine” e questo, “La voce del violino”. Da lì ho scoperto questo scrittore e non ho mai più smesso da allora di leggere, e di rileggere, i suoi libri.
Come La voce del violino, quarto racconto col commissario Montalbano, catanese di nascita ma vigatese di adozione: questo racconto è una storia di “scangi”, per usare il suo amato dialetto:

un violino di poco valore scambiato per un violino prezioso, un povero ragazzo “tanticchia ritardato” scambiato per un assassino, un ragazzino che aveva scambiato famiglia, un funerale scambiato per un altro e perfino un amore egoisticamente scambiato per salvare la propria pelle.
Nasce tutto da un incidente, per un gaddrina investita da Gallo (nei libri di Camilleri può succedere anche questo) che consente a Montalbano di incappare in un qualcosa che non torna. Quel particolare che stona che solo una mente investigativa come quella del commissario può scorgere: come mai nessuno nella villa si accorge che la macchina davanti il vialetto è stata investita?

Un tarlo che spinge Montalbano, in una serata che già era finita male per una sciarratina con la zita Livia, a scoprire cosa nasconde quel particolare che stona.

Ed eccolo entrare, a modo suo, senza permesso, in quella villa e scoprire così quel cadavere: una donna, che doveva essere bellissima prima che qualcuno la uccidesse, soffocandola schiacciandone la faccia sul cuscino.

Una volta sul posto, una volta fatto scoprire il cadavere da una denuncia anonima (che poi tanto anonima non è), Montalbano e i suoi scoprono che sul posto arriva la scientifica di Fela perché, per qualcuno che vede il suo lavoro solo come una questione di numeri, meglio che il cadavere non cada nel computo della Questura di Montelusa.
Michela Licalzi, la giovane donna uccisa, era a Vigata per la ristrutturazione di quella villa: un marito dottore a Bologna e un amante stabile, sempre a Bologna. Queste le informazioni raccolte dall’amica Anna Tropeano, una delle poche amiche in Sicilia di Michela.

Un delitto di un maniaco, come vorrebbe il pm Tommaseo, forse troppo amante delle piste morbose. No, forse un delitto passionale.

Secondo le voci del paese, c’era quel mezzo parente, il figlio dell’ingegnere Di Blasi, un cugino del marito, che la seguiva sempre, Vigata Vigata. Un ragazzo con qualche problema, ma un pezzo di pane. È lui l’assassino? Non lo pensa Montalbano, ma non importa. Quel Questore, col doppio cognome, Bonetti Alderighi, ha affidato al caso al capo della Mobile che, diversamente dal commissario, è una persona ovvia. E allora perché non addossare tutte le colpe a quell’assassino così ovvio?

Per risolvere il caso Montalbano porterà avanti coi suoi uomini, il fidato Fazio, il fratello così amato e odiato Augello, dovranno portare avanti una loro indagine di nascosto, come un sommergibile sott’acqua, per non rischiare la carriera: tante cose non tornano in quel delitto, il comportamento di Michela quella sera prima di tutto, come se avesse ricevuto una chiamata all’improvviso che l’aveva portata a disdire i suoi appuntamenti.

C’è anche un altro tarlo, che non se ne vuole andar via dalla testa di Montalbano, quel particolare che non torna nelle immagini che la sua mente ha catalogato nella sua mente da sbirro.

Particolare che andrà al suo posto andando ad ascoltare la “voce del violino”:

"Gli parse che a un tratto il suono del violino diventasse una voce , una voce di fimmina, che domandava di essere ascoltata e capita. Lentamente ma sicuramente le note si stracangiavano in sillabe, anzi no, in fonemi, e tuttavia esprimevano una specie di lamento, un canto di pena antica che a tratti toccava punti di un'ardente e misteriosa tragicità.

Questa commossa voce di fimmina diceva che c'era un segreto terribile che poteva essere compreso solo da chi sapeva abbandonarsi completamente al suono.

Chiuse gli occhi, profondamente scosso e turbato. Ma dentro di se era magri stupito: come aveva fatto quel violino a cangiare così tanto di timbro dall'ultima volta che lo aveva sentito?"

Si parla di un delitto in questo romanzo, di un matrimonio di convenienza e di una bellissima donna che non passava inosservata ma con una sua delicatezza, per quell’ampio bacino di Venere che tante donne hanno. Si parla anche di un povirazzo fatto passare per un assassino, di uno sporco depistaggio che rischia poi di ritorcersi contro la “sporca mezza dozzina” che l’aveva architettato.

Ma si parla anche della Sicilia più nascosta, quella dell’interno, quella delle trazzere dove non metterebbe piede nemmeno una capra. C’è spazio anche per il racconto del Montalbano uomo, che si scopre all’improvviso privato della sua indagine e anche della sua possibile paternità. Anzi, della sua difficoltà nel sentirsi padre.

“Comunista arraggiato”, come lo chiama ad un certo punto Fazio, per quello che Montalbano pensa delle manganellate agli scioperanti, ma anche regista occulto del notiziario dell’amico Nicolò Zito, che lo aiuterà a veicolare certi messaggi a chi deve capire, per forzare le cose.

Il libro è ricco di passaggi da ricordare, sono tante le pagine della mia vecchia edizione Sellerio con una orecchietta, con sottolineature (a matita): questa quella che, a distanza di anni, ancora mi ritorna in mente quando penso a questo libro

«A mamà era biunna?» aveva domandato una volta il piccolo Salvo al padre.

«Frumento sutta u suli» era stata la risposta

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01 dicembre 2022

La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigata, di Andrea Camilleri

 


Sono sei i racconti che compongono questa raccolta del mai compianto abbastanza maestro Andrea Camilleri: alcuni sono stati pubblicati a puntate su giornali, uno era presente in una precedente raccolta di Sellerio, due sono proprio inediti. Ma tutti quanti sono l’ennesimo regalo che lo scrittore siciliano ci lascia e che raccontano della vita, nei tempi moderni e passati, la vita piena di (tante) amarezze e meschinità ma che sa dare anche momenti di gioia.
La vita che, senza un lavoro a dare dignità alla persona, ci trasforma in esseri sempre meno umani e sempre più simili alle bestie.
La vita ai tempi del fascismo, in Sicilia, che Camilleri sa raccontare in tutti i suoi aspetti più grotteschi. E la vita negli anni duri dell’unità di Italia dove ogni anelito di libertà, di richiesta di diritti veniva scambiata, volutamente dal potere come un atto sovversivo, come un cancro da estirpare.
La vita che ti mette di fronte a delle scelte precise, come quelle del giovane Camilleri e i soprusi del regime contro gli ebrei, nel racconto che da il titolo alla raccolta.
Infine la vita di un povero pescatore, povero ma ricco allo stesso tempo, perché conosce un segreto che gli consente di dominare le forze della natura e perché ha accanto persone che gli vogliono bene. Tutto ruota attorno a Vigata, paese inventato nella Sicilia più reale.

Grazie maestro.

La prova

Nenè Scozzari, abitanno a Vigàta, per annare al liceo che c’era sulo a Montelusa, doviva pigliari la correra che sinni partiva alle setti del matino e tornarisinni con quella delle dù di doppopranzo.
Una storia d’amore nata sui banchi del liceo ma finita presto e un’amicizia con una futura sposa che diventa altro. Il primo racconto della raccolta, ambientato nella Vigata nei mesi dello sbarco americano dell’estate del 43, parla di amore, quello della gioventù che sembra non conoscere ostacoli, e di una prova. Una prova, nella Sicilia dove l’emancipazione femminile era un concetto molto lontano, che lo zito deve superare per dimostrare di essere degno della futura sposa.

L’uomo è forte

Che la flabbica prima o po’ chiuiva, era ’na voci che corriva da qualichi misata. Si diciva che dall’estiro da tempo non erano arrivate cchiù né gari d’appalto né ordinazioni private.

Una fabbrica che chiude, colpa della crisi: ordini che non arrivano più, le spese che non riescono ad essere coperte dai ricavi e così basta. Tutti a casa. Quante volte abbiamo letto storie come queste, di aziende che fino a ieri lavoravano a pieno ritmo, anche straordinari e poi basta, stop. La chiusura. Ma cosa vuol dire rimanere senza lavoro, per una persona di quasi cinquant’anni, senza tanti risparmi alle spalle, senza nemmeno il sostegno dei figli?
Ve lo siete mai chiesto? La storia di Gaetano, ‘zu Tano, è una di queste. Ci si può arrangiare, si può accettare anche che la moglie vada a lavorare a casa di estranei, cosa difficile da accettare per la mentalità patriarcale ancora in voga.

Certo che lei è contenta, quelli sunno i primi soldi che guadagna e accussì può aiutari la famiglia. Ma però non si renni conto che a fari quel gesto, per trent’anni filati, è stato lui. E ora Tano si senti tanticchia umiliato

Rinunciamo al lusso, si dice il protagonista, ma forse l’unico lusso che potrebbe concedersi è finire malato. Perché a questi ex operai costretti ora ad arrangiarsi, non è concesso nemmeno il lusso di trovare qualcuno a cui esporre i propri problemi, nemmeno i sindacati per cui sono solo delle pratiche da sbrigare.
Ma poi? Fino a quale scalino si può scendere, pur di guadagnare qualche cosa e continuare a mangiare?

Lo scopriremo nel finale, con la trasformazione finale dell’uomo e con l’ironia amara della moglie, l’anello forte della coppia

.. vidi a sò marito, ’n mezzo allo spiazzo, mittuto a quattro zampi, che abbaia alla luna. Come un cani. “Sfogati, marito mè, sfogati” pensa.

La targa

La sira dell’unnici di jugno del milli e novicento e quaranta, vali a diri il jorno appresso alla trasuta ’n guerra dell’Italia allato all’alliata Germania, nel circolo Fascio & Famiglia di Vigàta comparse ’mproviso Micheli Ragusano.

Il giorno dopo l’ingresso nella seconda guerra mondiale dell’Italia, quello in cui “mi bastano poche migliaia di morti per sedere al tavolo dei vincitori”, un “noto” sovversivo rientra in paese a Vigata dopo anni di confino.
A seguito di un alterco con un fascista della prima ora che successivamente ha un malore per un attacco di cuore, Michele Ragusano, il sovversivo, l’antifascista, finisce in carcere accusato di omicidio. Parte da questo l’intera vicenda che racconta di una targa, destinata a questo fascista nato e morto con la camicia nera. E alla sua dolce moglie, meritevole di tanta consolazione di una pensione.

Ma era veramente un fascista o un impostore?

… i vigatisi potirono leggiri la nova targa: «Via Emanuele Persico – Provvisoriamente caduto per la causa fascista».

Si ride, amaro ma si ride, in questa vicenda che racconta la vera natura, meschina e menzognera, del fascismo.

La guerra privata di Samuele detto Leli

È difficili assà che un omo che ha fatto le scoli fino al liceo si possa scordari dei nomi dei sò compagni di classe pirchì ogni matina il profissori, arripitenno la litania dell’appello, quei nomi te li stampava a forza nel ciriveddro.
Se prima abbiamo riso, per un racconto ambientato nei mesi di inizio guerra, in questo racconto autobiografico, si arriva quasi alle lacrime. Per un racconto che parla di una ragazzo colpevole solo di essere ebreo, colpa gravissima negli anni in cui nell’Italia fascista si parla di purezza della razza e di come questa possa essere messa in pericolo dagli ebrei. I nemici di una nazione che devono essere allontanati dalla gestione della cosa pubblica. E poi umiliati nelle classi delle scuole del regno.

«Di Porto Samuele». «Presente!». E Leli fici per assittarisi. «No, resta in piedi». Si misi fisso a taliarlo. Po’ spiò: «Tu sei ebreo?».

Ma Samuele Lo Porto, questo il nome del ragazzo, è uno che non si da per vinto. E poi ha un amico che lo aiuterà nella sua guerra personale. Un amico che si chiama Nenè, Andrea Camilleri.

La tripla vita di Michele Saracino

Michele Sparacino vinni alla luci alla mezzannotti spaccata tra il tri e il quattro di ghinnaro del milli e ottocento e novantotto.

Vinniri alla luci, nel caso spicifico, è un modo di diri pirchì, a parti che era notti fitta, dintra all’unnica cammira nella quali abitava la famiglia Sparacino, la sola cosa che dava uno splapito lucore era ‘na cannila addrumata..

La vita di Michele Sparacino era già segnata sin dall’inizio: quella nascita in uno stanzone senza luce e proprio a mezzanotte, cosa che ne rese difficile persino la registrazione all’anagrafe.

Ma Michele Sparacino ha anche una doppia vita: la sua seconda vita è quella inventata, romanzata ad arte da giornalisti senza troppi problemi di coscienza che addossano ad un fantomatico Michele Sparacino tutte le proteste sull’isola. Proteste contro i soprusi, contro un potere che dava addosso ai poveri, colpevoli solo di essere poveri.

Il solito giornalista palermitano arrivò, si fici contare le cose, non ci capì nenti e scrissi un articolo che s’intitolava: «Ulteriori guasti sociali provocati a Vigàta dal noto agitatore Michele Sparacino».
Come Sparacino, che mandato al fronte assieme ad altri ragazzi della generazione sfortunata che ha fatto la prima guerra mondiale, finì schedato come sovversivo e meritevole solo di morire.
Una storia tragica come tante, come ha raccontato Francesco Rosi nel film “Uomini contro”.
Ma il destino è maligno assai, come anche l’immaginazione di Camilleri è alta, e destinerà al povero Michele Sparacino un finale glorioso.

I quattro Natali di Tridicino

Tridicino era stato accussì chiamato di nomi pirchì era il tridicisimo figlio di Tano Sghembari e di Tana Pillitteri.

Ed era figlio unico, in qanto non aviva cchiù frati né soro essenno che tutti l’autri dudici erano morti uno appresso all’autro..

Si può essere poveri e avere tutto. Si può essere solo pescatori e avere una fortuna. Se si conosce il mare, le correnti, i venti, quando si deve uscire in barca e quando è meglio lasciare la barca a riva. E quando, come succede a Tridicino, viene insegnato il dono di controllare la “dragunara”, un nome da animale mitologico per la tromba marina, terrore di tutti i marinai di un tempo.

Era come ’na vestia sarbaggia, ’na mala vestia potenti e scantusa, che s’avvintava verso di loro volanno e minazzannoli con una speci di scotimento di l’aria…

Attraverso suoi quattro diversi Natali, vedremo Tridicino crescere, maritarsi, rendere felice la moglie e decidere che il suo dono deve essere tramandato in modo da non essere perso con lui. Il ciclo della vita delle persone:

.. pinsava a quante cose aviva ancora da fari. La prima di tutte, ’mparari a Stefano come si faciva a tagliari la dragunara.

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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