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24 febbraio 2022

Ma cos’è questo nulla? Di Hans Tuzzi


 

Roma, Ippodromo delle Capannelle domenica 15 maggio 1994

Il Soratte senza neve, a settentrione. Nel giorno che per i cristiani celebra l’ultimo episodio della vita terrena dell’Unigenito, nell’ippodromo della Città Eterna, sul prato morbido e caldo, il maggio romano faceva le fusa strusciandosi alle gambe di seta delle belle eleganti.

Tutte le belle cose hanno un inizio e una fine, compresi i personaggi seriali come il commissario, poi vicequestore Melis inventato dallo scrittore milanese Hans Tuzzi. Coi suoi romanzi, che definire solo gialli è riduttivo, ha coperto più di un decennio della storia italiana, dalla fine degli anni settanta, fino al 1994, quando è ambientato quest’ultimo. Dal crepuscolo delle larghe intese, sogno politico del presidente Moro distrutto in via Fani, al crepuscolo della prima Repubblica, distrutta da sé stessa, dalle inchieste dei giudici di Milano che finalmente potevano aprire delle indagini sulla corruzione dei partiti. Distrutta dalle bombe della mafia, con le complicità di parti dello Stato, del biennio 1992-1993.

.. in quel 1994, la tracotante protervia di un governo di satrapi nei confronti degli apparati di Stato, aveva accelerato i tempi della decisione.

Questo nulla, come dice il titolo, è il nulla dentro cui si ritrova Melis, arrivato alla fine della sua carriera in polizia, stanco per tutto quanto ha dovuto vedere come poliziotto e come osservatore della realtà di un paese destinato a cambiare pelle mille volte pur di non cambiare mai.

Non ultimo, tra questi, l’arrivo al potere del nuovo governo nella primavera del 1994, il nuovo sogno italiano che soggiogò molti italiani. Ma c’è stata anche la perdita di Fiorenza, la sua compagna, morta pochi anni prima per un tumore che se l’era portata via in pochi mesi e, qualche anno prima, se ne era andato via Kim, il loro cane.

Milano, lunedì 7 novembre 1994
La pioggia, appena un sospetto, batteva ai finestrini dell’auto, anonima ma con due carabinieri in borghese seduti davanti. La pioggia. Del resto, Milano è Milano si disse sua Eccellenza, pensando a quella carrozzella, a Roma, soltanto poche ore prima..

Un giorno di novembre bussa alla sua porta un suo ex superiore, “sua Eccellenza”, uno di quegli uomini di stato capaci di sopravvivere alle varie ere politiche, per la capacità di servire senza apparire mai oltre il necessario, assecondare i potenti senza mai legarsi troppo a questo o a quello.

Il governo del cavalier Papunà iniziano ad andare in crisi, la difficile alleanza tra il partito nordista e gli ex fascisti, oltre a quel partitino centrista, è sempre più in bilico.

Un nuovo governo si prepara all’orizzonte e sua eccellenza sta lavorando, da servitore dello stato appunto, a questo: ma bisogna preparare il terreno

«Ha mai sentito parlare di Filippo Artuso?»

«Sì, un giovane economista noto a livello internazionale, vicino al principale partito d’opposizione».
«Appunto: il candidato ideale al ruolo di ministro. Ma...»

Filippo Artuso, astro nascente della sinistra nonché uno dei papabili per un posto da ministro nel futuro governo, era stato invischiato in una indagine di omicidio avvenuta 8 anni prima, nella sua città, Brassanigo, capoluogo Veneto, ieri terra di democristiani bigotti, oggi feudo del separatismo padano al grido di Roma ladrona.
Era stato indagato come uno dei responsabili della morte di una ragazza, Mariastella Biason, trovata morta nella casa dei signori presso cui lavorava come baby sitter.

Artuso era stato indagato, una ex insegnante aveva visto uscire dal caseggiato dei signori Dorigo un giovane con una giacca, proprio una di quelle da poco uscite dal mercato e che in tanti gli avevano visto addosso. Ma alla fine ne era uscito fuori, per una questione di incastri di orari, era impossibile che fosse stato lui l’assassino. Ma l’ombra era rimasta e “i giornali del cavalier Papunà stan già iniziando a montare la sordida, prevedibile campagna diffamatoria”.

Sua eccellenza gli chiede di tornare a fare il suo lavoro, un’indagine, non come poliziotto e nemmeno per assicurare alla giustizia il vero assassino, non necessariamente almeno.

Sotto la finta identità di Nereo Mani, dovrà cercar di capire entrando dentro quel mondo chiuso, se Artuso effettivamente non c’entra nulla col delitto.

Ma non sarà un’indagine né piacevole (quale lo è, in effetti) e nemmeno facile. Brassanigo è una cittadina con un’antica anima medioevale, dove tutti si conoscono, specie nel mondo delle famiglie che contano. Questa città era diventata famosa

.. per quello che la cronaca nera aveva chiamato Delitto degli Ortiliani. Come aveva scritto all’epoca un giornalista, «la tranquilla città di provincia si trovava sospesa fra luce e tenebra, delitto e giustizia, scienza e culti esoterici».

Come scritto nel rapporto che Melis deve leggere nel viaggio verso questa città, molte delle persone legate al delitto, compresa la ragazza strangolata, il suo fidanzato e tante altre persone altolocate, facevano parte di una specie di setta, gli Ortiliani, che aveva come capo una figura carismatica, Beniamino Bratti.

Ovviamente era stato il primo ad essere torchiato, ma anche lui era uscito indenne dall’indagine, a parte le zone d’ombra come l’Artuso, su cui i giornali all’epoca si erano accaniti, in quanto di provenienza politica avversa a quella conservatrice, da sempre dominante in città e in regione.
Così, presentandosi come giornalista, con le false credenziali fornite da sua eccellenza, Melis deve ora tornare a fare domande, ai signori Dorigo, al cronista che all’epoca aveva seguito le indagini, giornale di proprietà di uno degli industriali del luogo.

Alle stesse persone interrogate dalla polizia e dai magistrati anni prima, come l’ex moglie di un architetto, anche lei ortiliana dove aveva preso il nome di “Gradiva” (un nome che evoca la Gradisca felliniana).

Melis si scontra con l’ostilità di molti di questi personaggi che, passati gli anni, non hanno più voglia che un “foresto” ritiri fuori questa brutta storia e faccia domande in giro. Ma ci sono anche persone che, forse perché lasciate ai margini del bel mondo cittadino, con Melis parlano. E parlano delle corna, delle relazioni adulterine, delle relazioni inconfessabili, dei vizi privati di alcuni dei protagonisti della vecchia indagine. Ne esce fuori un quadro che ricorda quello ritratto da Pietro Germi nel suo film, “Signore e signori”, ambientato proprio in queste stesse zone, negli anni sessanta.

Una società perbenista, volgare, carnale, dove contano gli sghei: un mondo di professionisti, politicanti, industriali, intellettuali e sportivi e anche dei seguaci di questa setta, gli ortiliani, frequentata da persone che avevamo bisogno di un qualcosa per colmare il loro nulla esistenziale. In mezzo a loro, un assassino che era rimasto in città, in incognito.

Un’indagine dentro un nulla: il nulla che cercavano di colmare i membri di questa setta, il nulla di una società senza etica, dove il senso di vergogna è stato bandito, il nulla dell’ostilità delle tante personalità di questa città infastiditi (o peggio, allarmati) dalle sue domande, dalla tenacia con cui Melis, o Nereo Mani, cerca di far luce su questo delitto

E cos’è, questo nulla? Denaro, e successo, e potere. Nulla, a ben vedere, nulla. Eppure, non era lì, lui, per un gioco di potere?

Come in tutti i romanzi di Hans Tuzzi, al centro del racconto c’è la descrizione dei luoghi e dei personaggi, perfettamente ritratti col suo linguaggio colto, pieno di citazioni, anche amare per Melis perché legate ai ricordi dei giorni passati assieme a Fiorenza. Un linguaggio elegante e ironico alto che ancor di più stride con la natura del “contesto” dentro cui deve muoversi, per un gioco di potere, certo, ma in fondo anche per dare giustizia, non per i morti, ma per i vivi, perché “noi dobbiamo punire la colpa per vivere nella certezza del diritto” come si ritrova a pensare alla fine di tutta questa storia. Una storia che è la fine di un’epoca e il passaggio ad una nuova era politica (quella del berlusconismo), la fine di un personaggio (al suo ultimo racconto). Una storia che è anche un ritratto di un mondo:

«Posso dirle una sola cosa: la realtà di un fatto è come un ritratto, svela la natura profonda di un uomo o di un paese. E quale fatto lo è più di un omicidio?»

La scheda sul sito di Bollati Boringhieri

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17 febbraio 2021

Nella luce di un'alba più fredda di Hans Tuzzi

 


Prologo

Due fili si intrecciano “Una parte di me è morta e mi attende altrove, sul fianco d’un monte che guarda il mare profondo, a giorni azzurro a giorni viola. È là, sotto terra, e mi aspetta”.

Studiò i campi, i sempreverdi, le croci. Autunno di fanghiglia, pensò: autunno che le fosse bisogna scavarle con la ruspa. Poche donne anziane a indugiare nei viali. Soltanto i vecchi visitano i loro cari defunti.

Già da questo incipit, una sorta di litania di un uomo che sta morendo ai margini di una strada, si capisce quanto diverso sia lo stile di scrittura di Hans Tuzzi, giallista milanese che ha ambientato i suoi racconti col commissario Norberto Melis nella Milano degli anni '80.

Uno stile colto, raffinato, pieno di citazioni letterarie, artistiche, storiche, con cui arricchisce le sue trame, dove compare il delitto, l'assassino, a volte anche per futili motivi. Delitto su cui si interroga il suo investigatore, Melis, commissario alla Mobile, che dietro ogni morte ricerca i perché, la storia, la causa del male.

Con questo romanzo, che chiude tutta la serie con Melis, ci troviamo in un grigio autunno nel 1990: sono gli ultimi scampoli della Milano da bere, il muro di Berlino è crollato e il PCI ha già cambiato nome.

Le indagini di Mani pulite devono ancora arrivare come anche le bombe eversive fatte scoppiare dalla mafia (coi suoi complici ancora col volto coperto): l'Italia si sta godendo questi ultimi scampoli di felicità prima della catastrofe.

Ma i sintomi di quello che sta arrivando ci sono tutti: li intuisce Melis, con la sua compagna Fiorenza, l'imbarbarimento, la sgrammaticatura sui giornali e nella parlata quotidiana, i giovani idealisti di ieri che oggi sono alle prese coi rendimenti dei BOT e i cui figli girano con le “Timba”.

Le telecamere pronte a riprendere la nostra vita per darci l'illusione della sicurezza..

Non è snobismo, quello di Melis, un ritirarsi dalla vita sociale per rinchiudersi nel suo mondo, anzi. Se potesse, Melis tornerebbe a girare per la sua Milano e a seguire in prima persona le indagini, vedere le facce sentire le voci, conoscere i luoghi.

Non c’era neve, a Milano. E quello fu l’ultimo pensiero di Calamatta Loris, ragioniere.

Come quella per la morte del ragioniere, Loris Calamatta, trovato morto ai margini di una strada, avvelenato con del glicole etilico. Strano modo di uccidere, lungo e doloroso.

E poi, nei giorni successivi, altre due morti: due donne anziane, che vivevano da sole, stordite da qualcuno venuto da fuori, e poi avvelenate.

Uno squillo alla porta ruppe l’incanto di quella melodia che parlava di una giovinezza lontana. Oh, signùr, si disse la Rosa. [..]la Rosa andò ad aprire. L’ultimo gesto compiuto in vita.

Tre casi che sembrano proprio scollegati, ma che vengono assegnati all'assistente di Melis, il commissario Iurilli, che in quei giorni è alle prese con la depressione della moglie.

Del primo morto, di cui all'inizio non si conosce nemmeno il nome, si scopre che era aveva piccoli precedenti per truffe, le sue impronte digitali erano in archivio.

E' stato ucciso da qualcuno che ha truffato nel passato?

«.. una volta mi han detto che il Loris era uno specialista del Cabriolè». «Di cosa?» «Del Cabriolè, l’assegno scoperto: così se ciama in milanese, Cabriolè».

Iurilli e i due “dioscuri”, gli agenti Ferrini e Giovannini provano a seguire questa pista senza troppa fortuna.

Nella casa delle due anziane gli investigatori fanno una scoperta importante: dei soldi in contanti, tanti soldi, tenuti nascosti in nascondigli di fortuna.

Trovò un lungo cucchiaio di legno e menò un colpo su un lato del tappo, che saltò via facilmente. Lo tolse, e sotto, arrotolati come tappeti antichi e stipati l’uno accanto all’altro, fasci di banconote tenuti con l’elastico.

Che ci facevano con questi soldi? Erano risparmi, oppure la placida vita di queste due signore anziane nascondeva qualcosa?

Melis è coinvolto, anzi, sarebbe meglio dire, si lascia coinvolgere, da una altro delitto: la morte dell'avvocato Galeotti, ucciso nel suo studio assieme ad una sua amica da un assassino che ha infierito con un bastone sui due corpi.

Ennesimo delitto che rovina le statistiche del nuovo Questore, preoccupato di aver superato quota cento:

«Ma no, si chiama Galeotti, l’avvocato si chiama Galeotti, Ario Galeotti». “Ario. Che minchia di nome” pensò il questore Rocco Platanìa.

Anche dietro questo delitto si nasconde una storia che parla del male: avidità, miseria, meschinità. Un'eredità di un vecchio politico morto anni prima su cui l'avvocato stava lavorando.

Il crepuscolo di Melis, che coi suoi uomini riuscirà almeno a risolvere questi delitti e dare al mondo una parvenza di equilibrio, sarà anche il crepuscolo di un'epoca.

Perché ormai, a Milano, poteva capitare di tutto, con tutta questa criminalità in giro. Aveva ragione il Bossi: troppi terroni in Lombardia. Sì, d’accordo, lui era di Taranto, ma che vuol dire?

L'epoca della Lega di Bossi e di Roma ladrona, dell'odio verso i “teroni” di oggi che, tra qualche anno, si sarebbe riversato nell'odio verso le persone di colore, venute dal nordafrica o da qualche altro paese nel mondo più sfortunato di noi.

..adesso che i meridionali si sono integrati, aspetta soltanto di incontrare per strada più di cinque negri al giorno e vedrai quanto son poco razzisti gli italiani.

Una nuova epoca in cui la borghesia illuminata di Milano avrebbe lasciato il passo ad una borghesia sempre più decadente e arroccata su sé stessa.

Nemmeno la neve sarebbe stata più la stessa, a Milano.

Anche la neve era diversa. Era sporca, pensò, come in quel cupo romanzo di Simenon. L’Europa in guerra, un paese occupato dal nemico, l’omicidio come atto gratuito. Ma i suoi omicidi, si disse, non erano atti gratuiti.

La scheda sul sito di Bollati Boringhieri

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03 maggio 2017

La belva nel labirinto, di Hans Tuzzi

“Ma un mostro, nella vita, non sembra mai un mostro”

L'incipit (che potete scaricare da questo link)
Venerdì 5 giugno 1987
A bunda, duas luas duas luas gêmeas em rotundo meneio. Il culo, due lune geelle in tondo dondolio, cantava il poeta. Nel miracolo d'esser due in uno, pienamente. Gabriel Robelnilsen de Rocha quel poeta non l'aveva mai letto, no. Però fin da ragazzino l'aveva fatta semplice lui: Gabriel di giorno, Gabriela di notte. Quel fisico che lo rendeva un giovane maschio di tutto rispetto - muscoli lunghi e duri, arnese robustom opettorali pompati al punto giusto in palestra e culo di marmo ben tornito (a bunda è a bunda, redunda: il culo è il culo, a tutto tondo, concludeva l'odea Drummund de Andrare, brasileiro come Robernilsen) - con il favore della luna gli consentiva di tramutarsi in una seducente ragazza dal seno ancora acerbo, men che mezo meloncino di Cavaillon, seconda misura scarsa; una seducente ragazza, pelle color melassa dono di una nonna chocolat e felini occhi verdi eredità del nonno portoghese. chi fossero i nonni per parte di padre, e chi poi fosse il padre – chissà?

Un serial killer si aggira per le strade di una Milano (ancora per qualche anno “Milano da bere”, prima che il ciclone Tangentopoli spazzi via tutto), uccidendo persone apparentemente slegate tra loro e lasciando sui cadaveri delle carte dei Tarocchi, degli Arcani.
Un prete di periferia, don Albino Tomat.
Un travestito di mezz'età, Carmen (al secolo Carmine Grieco).
Un ragazzo di buona famiglia iscritto ad Ingegneria, Glauco Stracuzzi.
E, nello stesso bagagliaio dell'auto del ragazzo, viene trovata morta (ma senza carte degli Arcani) Petra Lucantoni, studentessa, figlia di un giornalista.

Persone che non si conoscevano o, quantomeno, che vivevano in contesti ben separati, uccisi in modi diversi e i cui cadaveri sono stati ritrovati in luoghi diversi di Milano.
Ad unire tutte queste morti, solo quelle carte: la luna, la morte, l'impiccato, la papessa …
Ma, attenzione: non è il solito romanzo su un assassino seriale, sui profiler, le analisi della sua psiche e la polizia che risale al colpevole dall'analisi di un pezzetto di tessuto lasciato su una scena del crimine.
Siamo di fronte ad un romanzo di Hans Tuzzi e, dunque, nulla è scontato o banale.
Gli omicidi diventano un'occasione lanciare uno sguardo non superficiale sulla Milano di fine anni '80, sulla società italiana che si metteva alle spalle gli anni della contestazione e delle ideologie per tuffarsi nell'epoca del riflusso.
Sui ragazzi, figli di questo paese, di questa società, così deboli e nello stesso tempo, così illusi della loro forza, della loro purezza. Così malleabili ..

Ma procediamo con ordine.
E' un venerdì notte quando il vicequestore Norberto Melis e il brigadiere d'Aiuto ricevono la segnalazione del cadavere di un ragazzo, “attinto” da quattro colpi di pistola all'interno di una Audi 80 nera.
Glauco Stracuzzi, figlio unico di una famiglia benestante, studente di Ingegneria: come può finire sparato in auto un ragazzo così? Forse per le sue idee, decisamente di destra, che lui non nascondeva, nemmeno nella sua stanza, dove era incorniciata una poesia di Hitler
A volte, nelle notti più amare,vado alla quercia di Odino nel boschetto solitario,a stringere un patto con le potenze notturne,le rune mi vengono evocate dalla luce della lunae tutti, coloro durante il giorno si sono macchiati di impudicizia,si rimpiccioliscono prima della formula magica.Tali invece di sguainare l’arma per combatteresi pietrificano in stalagmiti!Così i falsi sono separati dagli autentici,raggiungo un nido di parole e dono ai buoni e ai giusticon la mia formula magicabenedizione e prosperità.”

Un omicidio politico, anche se non siamo più negli anni settanta, di questo è sicura la madre:
«.. quanta feccia potrebbe morire senza lasciare rimpianti».Già, pensò Melis: per alcuni la democrazia è una bella cosa solo nelle aule di giustizia.

Le indagini seguono anche il filone dei travestiti, gli amici di Carmen: uomini di mezza età, uomini di giorno e donne appariscenti di notte e che, proprio per questo particolare, riscuotono un certo successo nel settore. Tutti quei padri di famiglia che, senza la moglie tra i piedi, hanno bisogno di qualcuno con cui sfogare i propri bisogni fisici.
Forse c'entra qualcosa quel ragazzo che usciva assieme a Carmen (e poi all'amico o amica Carlussi), bello come l'attore francese Hussein. Che si scopre essere pure un ex poliziotto, della Digos, la polizia politica che forse aveva pure lavorato coi servizi.

È questo il filo rosso che lega tra loro le vittime (“che non diventano migliori solo per il fatto di essere vittime” pensa Melis)?
Persone ai margini della società, contrarie alla pubblica morale, quella delle brave famiglie borghesi: il prete che accoglieva i tossici per curarli, il travestito che va con gli uomini, la figlia del giornalista di sinistra?
«Il problema è quello del pollo, quando non c'è il pollivendolo: chi gli tira il collo?Poi arriva Hitler, per dire, e il problema è risolto. E nessuno tra quei bravi borghesi dalle mani nette e dai balconi fioriti vuole sapere come e dove spariscono i topi ebrei e gli zingari pidocchi. L'importante è che non ci sono più. Finalmente. Così qui: gli squilibrati fanatici ammazzano sentendosi superuomini, e sono certi che, almeno per alcune vittime, troverai qualche bravo borghese soddisfatto di sé convinto che se la sono andata a cercare, quei pervertiti o quel prete di frontiera, e in fondo, via, almeno per i travestiti, meglio così.»

Cosa c'è dietro quelle morti? La morale ipocrita italica, quella delle pubbliche virtù e dei vizi privati, l'acquiescenza piccolo borghese della maggioranza silenziosa (“che, purtroppo, non tace” pensa Melis), l'eterno fascismo italiano, viste le amicizie del ragazzo morto (i giochi di ruolo ispirati ai libri di Talkien).
O forse anche in questa storia ci sono di mezzo i servizi e i loro giochetti sporchi?

E cosa significano i tarocchi sui cadaveri e quelle due lettere (MM) con quella data scritta a mano, 28/9 (particolare nascosto ai giornali)?
Nonostante gli sforzi di Melis e dei suoi uomini (che l'autore accompagna anche nella quiete domestica, alle prese coi loro problemi) non si va oltre le ipotesi, ogni strada percorsa diventa un vicolo cieco.
«Perché, vede, io non credo che dietro questi delitti, che con la fantasia che contraddistingue i cronisti di nera chiameranno i delitti dei tarocchi non appena qualcuno spiffererà questo dettaglio, io non credo che dietro ci siano chissà che nomi e chissà che complotti. O chissà quali connivenze. Ma se anche ci fossero, io andrò sino in fondo. E se questo dà fastidio a qualcuno mi si dovrà far fuori, o in metafora o sul serio. Perché io andrò fino in fondo».

L'inchiesta, come in altri romanzi dell'autore, diventa altro: il giallo, le piste devono seguire, le porte chiuse seguono gli investigatori anche nella loro vita privata.
Dove si riflette su quello che sta succedendo nella società in cui vivono, dove la cultura del benessere ha spazzato via le grandi ideologie dei due decenni precedenti. E dove paradossalmente, gli unici ideali rimasti sono quelli della purezza, dell'eliminazione dei diversi:
Melis rabbrividì: davvero si preparavano anni nei quali la sazietà del benessere, i timori per quanto d'insicuro vi è nel relativismo e nelle oggettive difficoltà della ragione, la confusa bramosia di assoluto, i facili cortocircuiti dell'irrazionalismo avrebbero riportato in vita l'oscurantismo, quell'insieme di fede e paganesimo sul quale si fonda ogni più atroce regressione dell'umanità? Fascismo, socialismo reale, integralismo religioso.

C'è spazio anche per comprendere l'importanza del nuovo tabernacolo familiare: la televisione dentro le nostre case e i programmi sulle tv private, demenziali, pensati per saziare la pancia dell'italiano mediocre, livellandone la sua cultura sempre più verso il basso
«Sai, giorni fa per curiosità ho deciso di guardare un programma su una tele privata, un programma di cui tutti parlano. Non chiedermi come si chiama, so solo che mentre lo guardavo pensavo che era l'Istituto Luce dei nostri anni. Preparava una nuova classe di elettori, belli e pronti per dimenticare d'un balzo la guerra la bomba i campi di sterminio la resistenza la lotta di classe destra e sinistra alto e basso giusto e ingiusto .. Il nostro mondo sta tramontando, ragazzi, e il nuovo secolo s'annuncia...»«Non con trombe ma con peti e rutti» chiosò Melis.«Con il più vecchio degli armamenti ideologici rimesso a nuovo: non avete idea di quanti fra questi giovani siano fisiologicamente terra delle destre».

L'inchiesta diventa una sfida quasi personale, perché le morti si susseguono assieme alle prime accuse contro la polizia e sulla squadra di Melis, accusati dopo settimane, non hanno raggiunto alcun risultato.
Una sfida personale e una indagine dentro la mentalità degli assassini: una mentalità crudele, cinica ma anche lucida. Una mentalità in cui si mescolano il mito del superuomo e i principi dell'eugenetica, l'eliminazione dei non abili, le persone che non meritano di respirare la nostra aria, di incrociare le stesse strade della “belva” rinchiusa nel labirinto:
«E perché uccidono?» chiese Lapolla. «Voglio dire: teorizzare l'eliminazione dei degenerati non è come praticarla».«No certo» intervenne Piccolini. «Ma guardatevi intorno: società di massa, consumi di massa, perdita degli ideali, quali che siano … Il nostro lupo nella steppa, uno e bino, vi si aggira come una belva in gabbia, o meglio: una belva nel labirinto. [..] ci troviamo di fronte a menti brillanti e a un ceto politico agiato – possono solo condurre ad integrarsi in questa società, che la belva disprezza. Gli altri non esistono, al di fuori dell'anima gemella, l'altro mezzo lupo che corre con lui. Ma dove corre nel labirinto? Fra mura senza sole? La tensione sale, cresce, comprime oltre ogni possibile sopportazione. Ed ecco che il primo Untermensch che s'incontra in unno di quei dedali oscuri è anche la prima vittima sacrificale. Il prete dei derelitti...»

Ci sono libri in cui bisogna avere forza e costanza per arrivare fino in fondo: questo di Hans Tuzzi è proprio uno di questi, perché le continue citazioni, le divagazioni filosofiche e storiche, rendono il percorso irto e a tratti anche scomodo.
Ma porta ad un finale che svela le trame del mistero e le trame di una società in cui scopriamo tutti i germi che oggi vediamo sotto i nostri occhi.
La televisione oppio dei popoli, l'estremismo nero e il fascino che questo suscita nei giovani. Una società che non vuole vedere gli ultimi e i diversi, nascondendoli se proprio non si possono uccidere.
Non è un caso se nelle sole due ultime pagine si citano due grandi autori del novecento: Dostoesvkij e il suo “I fratelli Karamazov” e Hanna Arendt, che ci ha raccontato del male e del bene:
Il male non è mai radicale, e non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Invade e devasta il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Sfida il pensiero perché il pensiero, nel momento in cui cerca il male, non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.

La scheda del libro sul sito di Bollati Boringhieri
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16 marzo 2017

Ritratto dell'investigatore da piccolo, raccolta a cura di Massimo Cassani

"Una piccola grande squadra di protagonisti tra i più amati e seguiti della narrativa gialla italiana colti in un momento della loro infanzia"

Una buona dote di ogni investigatore è la curiosità: cercare di vedere le cose in profondità senza fermarsi alla superficie. E, di riflesso, la curiosità è dote di ogni buon lettore di gialli.
Quale curiosità maggiore è quella di scoprire come erano da bambini i protagonisti di alcuni dei più famosi scrittori di romanzi gialli?
Come è nata l'amicizia tra l'avvocato Greta e l'investigatore Marlon?
Che bambino era Sandrino Micuzzi? Aveva già la testa per aria, quella testa coi capelli rossi?
Com'era da piccolo l'avvocato (così fortemente napoletano) Max Gilardi?
E il vicequestore Melis? Aveva già la passione per i racconti, per l'arte, per le cose belle e raffinate?
Infine il brusco Franco Bordelli: sembra impossibile immaginarselo, ma pure lui deve essere stato ragazzino ..

In questa raccolta curata da Massimo Cassani, padre del commissario Micuzzi, ci vengono raccontati degli episodi della vita di queste persone, che hanno avuto un'importanza fondamentale per quello che sarebbero diventati da grandi.
Storie che marcano quel passaggio dall'età della spensieratezza verso un'età all'improvviso prendi consapevolezza di cosa sia la vita.
Che non è solo qualcosa di giochi, divertimenti e svaghi. O di grandi illusioni che si possono toccare con mano.
La scoperta dell'amore e la scoperta della morte.
La scoperta dell'amicizia, quella solida che dura poi una vita e quella del tradimento. Di un amico. O perfino dei propri genitori.
La rivelazione delle proprie passioni e di come, per raggiungerle, si deve essere disposti a superare anche enormi sacrifici.


Autarchia, Greta Marlon e le tre verità di Erica Arosio e Giorgio Maimone

Siamo a Milano, negli anni ruggenti del fascismo, nel 1936.
Intanto i treni arrivano in orario e c'è un pollo su ogni tavola: cosa possiamo desiderare di più? Magari un po' di libertà .. fantastica il giovane Mario Longoni, dall'alto dell'incoscienza dei suoi sedici anni..”

Mario Longoni è un pugile promettente che al parco incontra una bella ragazza, Inge, che accompagna una ragazzina della borghesia milanese, Greta, figlia dell'avvocato Morandi, fascista della prima ora:
Siamo sotto il fascismo e i ladri non ci sono e i giornali scrivono solo buone notizie per non turbare l'animo degli italiani”.

Peccato che la cronaca nera sia di diverso avviso, anche se poi le notizie non escono sui giornali. Greta e Inge assistono ad un omicidio di un medico, da parte di una prostituta dai tratti cinesi. L'assassino deve essere trovato rovistando nel torbido mondo dell'anarchia, è la versione ufficiale della polizia fascista.
Anche se questo non è quanto Greta (e Mario hanno visto):
«Non mi interessa cosa avete visto e ancor meno cosa avete immaginato. La polizia ha diffuso una versione ufficiale. Quando c'è una versione ufficiale è questa la verità. Esiste una verità oggettiva, quella soggettiva e quella ufficiale. Quest'ultima ha aggio sulle altre due. Vi proibisco di occuparvi ancora di questa faccenda e guai a voi se ve ne sento parlare...»

Il libraio: l'amico di villeggiatura del commissario Micuzzi, di Massimo Cassani
Qualsiasi cosa accadesse nella nostra famiglia, la colpa era sempre di zio Alfonso. Lui era l'Errore, un Errore allegro, gli va riconosciuto. Anche quando lo trovarono morto nella vasca da bagno, zia Andreina, sua moglie, non perse l'occasione di sentenziare che la colpa era sua..”

Protagonista del racconto è l'io narrante, il nipote di quello zio Alfonso morto in circostanze strane in bagno, mentre leggeva una rivista “poco raccomandabile”.
Il futuro libraio, ripercorre gli eventi che seguirono quell'episodio: la sua voglia di scoprire cosa nascondeva di così sconvolgente quella rivista, e il voler condividere questo segreto col suo amico della villeggiatura (sulle prealpi varesine) Sandrino Micuzzi, con quei suoi occhi tondi e inespressivi.
Non fa fare proprio una bella figura al suo Micuzzi, ma alla fine sarà proprio lui, diventato da adulto commissario a Milano, in quel via (o viale) Padova, a scoprire il mistero.
Non mancano gli indizi, disseminati qua e là nel racconto, dalla mente fervida di Massimo Cassani:
Mi fermai a fissare quel numero di telefono. Poi misi in moto e sotto una pioggia battente proseguii su quella pista sottotraccia che mi avrebbe portato nella zona franca della mia infanzia su cui sarebbe stato meglio, per me, ci fosse soltanto silenzio”.

Mi chiamo Massimo: Max Gilardi avvocato e Giacomo Cataldo investigatore privato, e la loro antica stretta di mano, di Elda Lanza
«Lei mi sta chiedendo di raccontarle un episodio della mia infanzia che mi facesse prevedere quello che sono diventato: un avvocato impiccione.» Sorride per farmi capire di sapere che lo considerano un avvocato fuori dagli schemi, sempre con quell'investigatore alle spalle che fa il lavoro suo.«Ma lei è stato anche commissario», minimizzo.«Si, soltanto per fare un dispetto a mio padre. A Trissera, sa dov'è?» Dico di no. «Un agglomerato di case popolari all'estrema periferia di Milano, verso il nuovo ospedale. Dopo la morte di mia moglie, ho capito che era venuto il momento di tornare a casa.»«Le piace Napoli?»«Senza Napoli morirei ..»[..]«Sì, un episodio c'è stato. Avevo quasi undici anni e frequentavo la quinta elementare. L'anno in cui ho conosciuto Giacomo Cataldo, che era in banco con me.»

L'episodio significativo dell'infanzia dell'ex commissario Gilardi, poi avvocato in quel di Napoli risale all'ultimo anno delle elementari quando, come compagno di banco, incontra Giacomo Cataldo.
Max e Giacomo: il primo figlio di un procuratore, con un padre assente e una madre pianista dal carattere così delicato.

“Per te ci sono io mamma” - continua a ripeterle Max.
Giacomo è figlio di pescatori, ripetente e viene messo a fianco di Max per aiutarlo a scuola.
Sarà Max a scoprire, con la sua ostinazione per la verità, la verità dietro una bravata (dal tragico finale) tra due suoi compagni di classe.
Il suo primo caso, in cui si cementerà l'amicizia con il futuro investigatore:
«Ma tu sei sempre amico mio?» gli domandò, senza alzare la testa.«Si, naturalmente...»«Be'.. allora, anch'io.»

Hans Tuzzi Il fico egoista L'azzurra fantasia del vicequestore Melis
«Figìnne, figìnne, scotìzz d'angiolinne..»Rotte le fila, appena sceso lo scalone della scuola, ogni classe si precipitava all'aperto - neri grembiuli con fiocco blu i maschietti, fiocco blu e grembiule bianco le femminucce - e i veri maschi sfogavano il loro livore di sesso obbligato ad essere forte, ma consapevole d'essere debole, verso le bambine, studiose, ordinate, ipocrite, beneamate dalle maestre.Quel giorno, però, successe una cosa strana.

Perché gli adulti non raccontano sempre la verità ai bambini? Perché gli nascondono le cose, li trattano da persone stupide.
Il piccolo Norberto se lo chiede spesso: specie quando a scuola arrivano i carabinieri a prendere il suo amico Francesco. E lui è costretto a spostarsi dal nonno, a Nervi:
.. lui non si preoccupava per i suoi voti. Ma sentiva che quei poveri adulti stavano recitando male le loro bugie: che il nonno non aveva bisogno della sua compagnia, e che a Francesco, il suo migliore amico, era successa una cosa brutta, così brutta da non avere nome”.

Qui a Nervi, incontra un altro carabiniere, che proprio al nonno chiede un consiglio per un'altra storia. Una storia di un incidente ad una contessa, trovata morta nella sua auto dopo un incidente. Se è solo un incidente …
Seguendo questa indagine, origliando i discorsi dei grandi da dietro una porta, ascoltando le storie di Aly, il vecchio assistente berbero del nonno, Norberto scopre l'età adulta.
Scopre la morte, l'importanza delle leggi, la differenza tra i principi (cui si ispirano le leggi) e le norme. La scoperta dell'amore e della gelosia. E dell'avidità. Che spinge ad uccidere.
Ma, soprattutto, scopre l'insegnamento dentro il racconto del “fico egoista”, una storia raccontata dal poeta libanese Elia Abu Madhi:
«Cos'è il fico egoista?»«Al morire dell'estate, “Io ho la bellezza”, diceva il fico, “ma gli esseri alati e le creature dagli affilati artigli mangiano i miei frutti: e allora, ecco, io mi rinserro nella mia ombra, né bellezza né frutti alle bestie e agli uomini”. Rinnova primavera e il verde e i fiori, il fico resta nudo, chiodo confitto in terra: il giardiniere lo abbatte, e taglia tronco e rami in ceppi per il fuoco del camino. E il poeta conclude: “se non saprai condividere ciò che la vita di dà, il tuo egoismo ti ucciderà”».

Marco Vichi Il segreto di Ermelinda Una dolorosa storia del piccolo Bordelli

Sicuramente il romanzo più toccante tra tutti: la storia di una breve ma profonda amicizia (e forse anche qualcosa di più di un'amicizia) tra il giovane Franco Bordelli e una zitella, proprietaria dell'intero edificio, la signora Ermelinda, nella Firenze del 1919, pochi anni dopo la grande guerra.
Tanti pomeriggi passati assieme, a sentirla suonare al pianoforte mentre si rimpinzava di caramelle e cioccolatini.
A sfogliare assieme i vecchi album di fotografie.
A leggere assieme delle fiabe.
Ad ascoltarla mentre raccontava storie della sua infanzia e della sua giovinezza.
Può sembrare strano che nasca un'amicizia così, tra due persone con una età così diversa.
Fino al giorno in cui Ermelinda gli chiede un ultimo aiuto:
«Sai mantenere un segreto?»«Che succede?» farfugliò Franco, sentendosi mancare il respiro. Era sicuro che stava per succedere qualcosa di brutto.«Non devi dirlo a nessuno.»«Che succede?»«Ecco .. Tra non molto dovrò partire ..»«E quando torni?»«Vedi … Non sempre possiamo decidere ...»«Quando torni?» disse di nuovo Franco, con un nodo alla gola.«Non credo di poter tornare.»

Il piccolo Franco dovrà fare un ultimo favore per Ermelinda, dopo la sua morte. Segreto custodito dentro una scatola di latta che dovrà tenere nascosta, specie agli avidi nipoti di Ermelinda.
Qual è il segreto nascosto dentro la scatola?
Lo scoprirà, anni dopo, lo stesso Franco.
Una storia di amore e di dolore, tutto assieme. Come l'amore tra una madre e una figlia.

La scheda del libro sul sito di Tea editore; qui potete scaricare le prime pagine
Il blog di Massimo Cassani, dove potere trovare i sinossi dei racconti.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


19 novembre 2016

Perché Yellow non correrà, di Hans Tuzzi

Incipit
Domenica 13 aprile 1980 
Mosche sui muri, e segni neri senza vita. Dal letto poteva controllare finestra e porta. Oltre la finestra, un diverso grigio, fuori, oltre il vicolo.E, dal vicolo, pioggia e odore. Non l'odore della muffa dello sgangherato armadio di fòrmica, né il rancido che aveva impregnato la coca del cuscino come un giudizio in anticipo sulla fine del mondo. Odore di vita povera saliva dal vicolo, odore di fritto spronato ogni poco da brevi, acute grida di donna.Si allungò un sorso, a lavare quell'unto. La bottiglia era quasi vuota. Sul giornale, cavalli in corsa su colonne di piombo: Roma galoppo .. Bologna trotto .. l'umido l'odore.Non voleva guardare l'ora. Non doveva guardare l'ora. Mica era un pivello, lui.[..] 
San Siro, ippodromo di galoppo, ore 18.30Il tardo pomeriggio, dopo la settima e ultima corsa, a ippodromo ormai sfollato, Vito Schillaci, dell'impresa di pulizie Presto&Bene, cercò di aprire la porta di uno dei gabinetti riservati al pubblico. Non era chiusa, ma qualcosa, all'interno, faceva resistenza.«C'è qualcuno? Si sente male?»Silenzio. Sulle pareti schizzi di .. vomito? Oh Dio! tutta schifezza da pulire! Guardò a terra: cos'era? una .. una biglia? Sporca, però.Sporca di cosa? Soltanto dopo averla presa in mano capì che era un occhio. L'occhio di un uomo. Allora svenne.

Ci sono due omicidi, completamente slegati tra loro: un uomo ucciso nei bagni dell'Ippodromo di San Siro, sfigurato da un colpo di pistola.
E un senzatetto, ucciso lungo i binari della Stazione Centrale, in modo barbaro, a colpi di pietra in testa. C'è la Milano che sta uscendo, con molta fatica, dai cupi e violenti anni '70: le cicatrici e i ricordi della contestazioni, delle bombe e delle morti stanno per lasciare il passo al reflusso, alla Milano da bere e alla Milano devastata dai designer e dagli architetti.
I ristoranti giapponesi ancora non sono di moda e, appena fuori la città, ancora splende la campagna.
Beh, forse è ancora presto per splendere, visto il timido inizio di questa primavera del 1980.
Due omicidi di cui il primo se ne deve occupare il capo della squadra omicidi della Mobile, il commissario Norberto Melis (il secondo è competenza della Polfer, del dirigente del nucleo alla Centrale, Iurilli).
Un po' Maigret, per i modi placidi e “borghesi” nel muoversi, questo Melis: riflessivo, acuto, colto e conoscitore delle pieghe del crimine.
A fianco, non la remissiva signora Maigret, ma una redattrice di una casa editrice (Fiorenza), con la passione dei libri antichi.

Il delitto presenta tutte le peculiarità del classico rompicapo, difficile da risolvere: il morto è senza documenti, ben vestito, con ai piedi segni di antiche torture. Sarà solo grazie all'aiuto di una sua amica, che si scoprirà il suo nome: Claudio Galliera un ex dirigente dell'Eni ora in pensione.
Una persona che non aveva nulla a che fare col trotto e col mondo delle scommesse dei cavalli.
Osservò meglio il giornale: in alto, sopra il titolo, una mano aveva annotato a matita la data di domenica, giorno della morte di Galliera, le ore 17.00, le parole San Siro galoppo e la frase perché Yellow non correrà. Indicò la scritta a Mme de Forcheville. 
«No, non è la sua scrittura» affermò lei dopo un istante”.

Le domande a cui Melis e la sua squadra devono dare una risposta sono tante: a cominciare dal possibile movente, per quel delitto. Bisogna partire dal passato di partigiano, del signor Claudio Galliera?
Oppure dalla sua ricerca di un'antica biblioteca di libri di esoterismo, trafugata dai nazisti negli ultimi anni della guerra? Una ricerca, quella delle opere rubate e della biblioteca Alchemica in particolare, che nel corso degli anni era diventata quasi una missione.
E cosa significa quell'appunto trovato su un giornale, in casa dell'ingegnere, con una scrittura diversa dalla sua?
Nei suoi viaggi in Sudamerica, per lavoro e anche per la caccia alle opere trafugate, poteva aver scoperto qualcosa di così importante da dover essere ucciso?
L'indagine si trasforma così in un paziente lavoro di ricerca, andando a spulciare tutte le carte che l'ingegnere aveva in casa, seguendo tutte le possibili piste, quella dei cavalli e quella dei mobili.
Negli ultimi mesi aveva manifestato un certo interesse per “mobili particolare” e a casa aveva ricevuto una brochure di una ditta che produce bare …
Che avesse una malattia? E perché non si trovano carte di un suo controllo medico?
E se dietro ci fossero i servizi, magari quelli deviati, magari collegati all'estrema destra? Siamo nel 1980, le bombe “nere” erano anche una ferita fresca e Galliera aveva lavorato nell'Eni, era venuto in contatto con un certo mondo, forse
«Io ho un uomo con una vita di bello spessore professionale ed etico che viene ammazzato come in un regolamento di conti fra delinquenti». Alzò una mano, a pugno.«Alto dirigente dell'Eni, responsabile di molti progetti all'estero». Levò il pollice. «Ipotesi A: le ragioni della morte vanno cercate nel suo lavoro, passato o presente. Io però non dò percentuali di probabilità». Levò l'indice.«Ipotesi B: a furia di cercare un'antica bibllioteca rubata dai nazisti nel 1943, ha messo gli occhi su un qualcosa che ha a che vedere con le organizzazioni neonaziste. E questo ne ha segnato la condanna». Medio. «C: qualcosa che ha a che vedere con la sua vita in Brasile, dove aveva di fatto una famiglia. Bada bene: queste tre ipotesi possono anche intrecciarsi tra di loro». Anulare: «Ipotesi D, francamente, adesso, quella che mi sembra la meno probabile: qualcosa che ha a che fare con le corse dei cavalli, come ti ho raccontato venerdì scorso». 
Iurilli assentì: «Sì, anche a me sembra la meno probabile, ora. E il mignolo?»Melis levò dritto anche il mignolo, fissò Iurilli negli occhi e, «Qualcosa che spero proprio di non dover prendere in considerazione» disse.L'altro assentì, meditabondo.Tutti loro si auguravano di non dover mai incrociare una di queste piste. «Bé» scosse la testa, «se è così, lo scoprirà presto: le sfileranno il caso dalle mani e lo insabbieranno».

Melis arriva a confidarsi con la sua fidanzata, in una delle sere passate assieme:
Lui spostò in fuori un solo braccio, quello che reggeva la pipa: «E' il tipico caso dove contano molto intuito e buona stella: una volta individuato il movente, o hai una botta di fortuna oppure puoi anche spalare documenti per mesi».Lei si alzò, servì una grappa al ribes per sé, una grappa bianca per lui. Gli porse il bicchiere e levò il proprio in un brindisi: «Alla botta!».

La soluzione dei delitti (l'ingegnere e anche il barbone) verrà trovata sia grazie al minuzioso lavoro della squadra, sia grazie ad una piccola botta di fortuna. L'ostinazione di Melis, che non si è arreso di fronte alle porte chiuse, alle piste sbagliate, viene premiata:
«Te la prendi per questo omicidio! Ma perché?»«Perché hanno ucciso due persone oneste, anzi più che oneste. Perché hanno ucciso due persone che rendevano questo mondo meno schifoso di quello che è.»

Considero i libri di Hans Tuzzi, e questo in particolare, dei gialli anomali: c'è un delitto e un'inchiesta, è vero. C'è l'investigatore e la sua squadra che girano la città, contesto del crimine: ma rispetto al giallo tradizionale, in questo romanzo il ritmo è spezzato da intermezzi dedicati alla vita personale dei protagonisti.
Alle loro cene, le dotte citazioni. Le considerazioni sull'architettura milanese: come la stazione Centrale
Eccola, la Centrale, piccola, tozza, acquattata, babilonese: eccola là, al fondo di un viale che parlava tutt'altro linguaggio. E che senso aveva, si chiese mentre parcheggiava negli spazi riservati alla polizia, imporre a Milano l'assurdo di una stazione di testa invece che una funzionale stazione di transito come a Bologna?Le idiozie delle dittature..

I navigli:
.. nuovi locali nascevano sui navigli come a Brera, dove gli anziani sloggiavano dalle case popolari di fine Ottocento sulle quali piombavano studi d'architettura e cooperative edilizie. Persino il prestinaio d'angolo fra le vie ..”

Sull'Italia e sugli italiani, quelli di ieri e anche quelli di oggi, disposti a credere all'ennesimo venditore di pentole (o aspirapolvere):
«L'Italia è una nazione che espone la propria marmaglia come bandiere alle finestre»[..]«Un paese cafone e orfano della propria storia. Un paese protofascista per natura profonda. Venisse un piazzista di aspirapolveri a promettere il paese dei balocchi, gli italiani, con voto democratico, sarebbero capaci di portarlo a Palazzo Chigi».

Peccato per certi appesantimenti, che fanno perdere il ritmo al racconto, rendendo il racconto a volte un po' macchinosi col rischio di far fatica a tenere le fila dell'indagine.
Ma questo è anche il “marchio” di Hans Tuzzi, uno scrittore colto, che difficilmente delude.
Ma non chiedetevi perché Yellow non correrà ...

La scheda del libro sul sito di Bollati Boringhieri.
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05 luglio 2015

La figlia più bella, Hans Tuzzi

Milano, giugno 1986Oltre i vetri, la pigra calma serena di una domenica di fine giugno: uno spicchio di quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello; il silenzio, rotto dal lento rintocco della campana di Santa Maria Incoronata. Come ogni domenica mattina, dato da mangiare a Kim, erano usciti per una prima colazione in una caffetteria di corso Garibaldi, altro angolo di Milano che stava velocemente mutando volto: non più corso povero e popolare, vedeva fiorire qua e là, al posto dei vecchi esercizi al minuto, localini alla moda, negozietti superflui e stravaganti. Poi, acquistati i giornali, passeggiata al Parco Sempione per lo scodinzolare gioioso di Kim e per la prima pipa della giornata, quindi ritorno a casa. Da quasi un anno il vicequestore Norberto Melis aveva rinunciato allo sgroppare a cavallo in brughiera nei fine settimana.Interruppe la lettura, scosse la testa: «E anche questo finirà in nulla»...

Cosa sta leggendo il vicequestore Norberto Melis, da farlo sbottare nella sua lettura domenicale del giornale? È un caso di omicidio avvenuto nelle campagne di Abbiategrasso: una ragazza trovata morta con la testa dentro l'acqua della roggia. Non un incidente mortale, perché l'assassino le ha tenuto la testa sott'acqua. Uno di quei casi che per qualche giorno occupano le prime pagine dei giornali, “la ragazza affogata nella roggia”, per poi sparire nel nulla se non si riesce ad arrivare subito al colpevole.
Questa è la cosa che fa rabbia a Melis: che anche questo, come altri casi, rimanga un delitto insoluto.
Il caso, o la sfortuna, vuole che sia proprio Melis a doversi occupare del caso: il commissario incaricato, che non godeva della sua personale stima ha un incidente e il Questore lo distacca temporaneamente in loco, commissario reggente che condurrà le indagine sull'omicidio, a fianco del viceispettore Gambardella. Perché tutti, la stampa, il ministro, vogliono la soluzione del caso. In fretta.

E quali sono i dati del caso: glieli elenca il vice Gambardella, in quel tono da questurino (ma sono i questurini a risolvere i casi, Sherlock Holmes non esiste, ricorda Melis alla compagna Fiorenza)
Lunedì 16 giugno Giovanna Bertagna, di anni diciannove, di Giuseppe e Lina Bosina, domiciliata in località Cascinazza, al momento occupata presso l'azienda agricola della famiglia - «oh, poche vacche e poche pertiche, niente di più, dottore» - dopo pranzo aveva annunciato che sarebbe andata ad Abbiategrasso èer acquistare materiale di cancelleria - «sa, ha studiato da ragioniere, era lei che seguiva la contabilità della famiglia». La sera,non vedendola tornare per cena, i genitori e lo zio..”

Da dove partire per l'inchiesta? Dall'ambito familiare, chiaramente: peccato che i membri della famiglia (i genitori, lo zio, la sorella piccola con la sindrome di down) si diano l'alibi l'uno con l'altro. E lo stesso vale per la famiglia della cascina vicina, i Villa.
“… oppure, come spesso accade in quei casi, bisognava cercare fra i torbidi desideri senza voce nella stessa casa di quella poveretta, o fra i Villa [i vicini]? Può accadere di tutto, in una famiglia: poteva saperlo meglio di lui, che in quasi vent'anni di servizio .. Come poteva essere sporca l'umanità. E invece ..”.

L'arrivo di un poliziotto da Milano e il perdurare dell'inchiesta, muovono la superficie torbida delle acque in quella cittadina, dove ci si conosce e dove in tanti avrebbero anche qualcosa da nascondere.
L'ex calciatore ora proprietario di una palestra frequentata dalle signore bene in cerca di qualche svago.
Il fotografo che oltre ai soggetti civili, non disdegna anche qualche obiettivo osè.
Il porno attore del paese, tal Egidio Persichetti, noto e famose nella provincia anche per essere dentro il giro della droga che allieta le serate dei ragazzi benestanti.
E una pista porterebbe anche al cavaliere Mariano Clericetti, industriale nel settore agricolo, figlio del vecchio capostipite Onorio e padre del debosciato Luca ..
Giovanna avrebbe avuto un colloquio nella sua azienda, poi non proseguito oltre. Che ci fosse un rapporto tra lei e qualcuno dei Clericetti?

Il direttore del giornale locale e il cavaliere, in un colloquio sul filo del detto e non detto, che lo avvisa dell'arrivo in città del vicequestore:
«Bé, la ringrazio ma .. non vedo .. sì, insomma, perché me lo dice?»Il già bel Pietro fece boccuccia a a culo di pollo.«Ingegnere mi perdoni, ma credo di far bene. Mi muovono la stima, l'amicizia e la certezza che noi condividiamo gli stessi valori morali e politici».Alla faccia del pistolotto. E quanto ai valori morali, si disse Clericetti, non male per uno che, cognato dal cattolicissimo presidente della pingue Banca Locale, in campagna elettorale si era schierato pubblicamente per la moglie del pubblico amante di sua cognata. Ma lui, Clericetti, avrebbe forse potuto scagliare la prima pietra, lui? No, certo che no, si disse pensando alla propria moglie.«Insomma» stava iniziando Ballista, «questo viceispettore Gambardella sta iniziando a scavare intorno al Persichetti. Lei forse non lo conosce, il Persichetti, Egidio Persichetti, uno che fa, sì, insomma, diciamo l'attore .. perché sembra che sia .. molto dotato. Insomma, mi ha capito, no? E dove c'è sesso c'è droga, al giorno d'oggi».«E io che c'entro?» chiese, non brusco ma gelido, Clericetti.«Lei no, ingegnere. Ma suo figlio .. Purtroppo, Luca e il Persichetti» stava per dire “sono culo e camicia”, ma si trattenne in tempo, «frequentano lo stesso giro. Oh, son certo che non c'è nulla, sia chiaro, ma mi è sembrato giusto preavvertirla, tanto più che, se la cosa va in mano ad un commissario di Milano, non ci possiamo aspettare quelle cautele, quei saggi distinguo che le autorità locali san bene essere necessari quando si ha a che fare con gentiluomini».

Se Giovanna non è stata violentata, per cosa è morta? Per aver rifiutato le avances di un gentiluomo che non ha accettato rifiuti?
L'indagine di Melis e dell'ispettore, porta a scoprire tutti gli altarini della provincia italiana, la sana provincia italiana delle sane famiglie italiane. Quelle che si reggono su una facciata di sola ipocrisia e che dietro nascondono tradimenti, vizi, malignità, arrivismo sociale (e politico).
La sana provincia italiana. La sana destra italiana. I valori. Sì, i valori bollati”.
Non l'aiutano certo le lettere anonime (non una tipicità del sud, dunque), capaci solo di gettare fango sulla vittima e nel portare gli investigatori su false piste ..

Siamo nel 1986, nell'anno dei mondiali di Maradona, con quel gol fraudolento con l'Inghilterra, fraudolento come il secolo che si sta chiudendo. Quello della Milano da bere, dell'illusione della ricchezza e delle città violentate dalle colate di cemento e dalle colate di ignoranza e incultura, instillate anche nei ragazzi:
Per tornare a Milano, scelse di bordeggiare il Naviglio. Prima di viale Famagosta accostò: era tardi, stava finendo il tabacco e quella serranda ancora alzata avrebbe quantomeno consentito un ripiego sino al mattino dopo. In un cortile, al ritmo di Fischia il vento tre bambine vestite come puttanelle cantavano in coro:Salta il rospo salta anche la ranachi non salta è un figlio ..Salì in macchina. Perché l'Italia non gli era mai sembrata squallida come quella sera?”

Melis, aiutato anche dai suoi collaboratori della squadra milanese, scoprirà un giro di droga, soldi facili, sesso, che coinvolge un giro di insospettabili. E con cui si dovrà muovere con cautela.
Ma non sono questi i responsabili dell'omicidio della povera Giovanna.
No, la verità arriverà alla fine di questa storia, quasi per caso.
E sarà una verità dura e crudele da accettare.

La figlia più bella è uno dei romanzi migliori, tra quelli che ho letto ultimamente: merito della storia raccontata dall'autore, l'indagine dentro i vizi della provincia col colpo di scena finale.
Merito anche della scrittura di Hans Tuzzi: raramente mi è capitato di leggere un libro in un italiano così bello e alto.
Ironico e pungente contro le malattie di quell'Italia (che poi è molto vicina a questa di Italia): è l'Italia dove il segretario del partito di opposizione lanciava inascoltato il monito sulla questione morale. Sulla deriva dei partiti che avevano occupato tutti i posti disponibili dentro il potere.
“Volevamo l'immaginazione al potere, vi abbiamo insediato l'ignoranza”.

La scheda del libro sul sito dell'editore Bollati Boringhieri.

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01 luglio 2015

L'antipolitica in Italia è l'anticamera di nuovi fascismi - da La figlia più bella di Hans Tuzzi

«Penso spesso a quello che disse Berlinguer nel 1981, vi ricordate? Disse che in Italia i partiti non fano più politica, hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni del Paese. Disse, cinque anni fa, che partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, quel che non è già lottizzato e spartito lo sarà in un futuro prossimo. E il risultato è drammatico,, concluse. Ecco, io peso che questo sia e sarà tanto più drammatico non solo perché, come ha detto il direttore della Rai, se gli serve un giornalista deve assumerne tre: un democristiano, un socialista e uno bravo che lavori, ma soprattutto perché la cattiva politica genera l'antipolitica».«Mentre l'uomo è un animale politico» osservò Franco.«E, soprattutto, perché l'antipolitica in Italia è l'anticamera di nuovi fascismi»
Da "La figlia più bella" di Hans Tuzzi , Bollati Boringhieri