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29 agosto 2019

La Lupa, di Piernicola Silvis



Gargano, Puglia. Masseria Monte del Falco 
Immobile davanti alla finestra, Sonia Di Gennaro stringe gli occhi e segue il profilo inquieto degli alberi che attorniano Monte del Falco. Lungo la strada sterrata che porta alla masseria non ci sono lampioni, e il buio della notte è rotto solo dal chiarore della luna. La tenuta è in una valle boscosa al centro del Gargano, a vari chilometri dal paese più vicino, e anche se conosci la direzione, è difficile arrivarci. Proprio quello che serve al clan.

Sonia di Gennaro, la moglie del boss della famiglia foggiana, Tonino Granatiero, la incontriamo in una notte di primavera: la chiamano la Lupa, oppure zia Sonia.

Lineamenti duri, come duro è il suo carattere: nelle prime pagine la vediamo mentre assiste alla morte di uno studente colpevole solo di aver fatto il suo dovere di cittadino, aver raccontato ai carabinieri di un delitto di cui era stato testimone.
Il potere delle mafie, non solo delle mafie del Gargano, di Foggia, sta anche in questo: nel senso di omertà della popolazione dentro cui vivono, omertà generata sia dalla violenza di questi gruppi criminali, sia perché la popolazione fa fatica a fidarsi dello Stato, degli uomini in divisa. Troppo pochi per presidiare un territorio il cui controllo è nelle mani dell'antistato.

Piernicola Silvis, ex alto dirigente della Polizia di Stato, l'ha conosce molto bene questa mafia pugliese, avendo lavorato proprio in queste province: anche se in modo romanzato, in questo suo secondo giallo con protagonista Gialorenzo Bruni, viene raccontato cosa sia la lotta alla mafia, la difficoltà nel fare le indagini, nel tenere i rapporti con la stampa e infine i difficili rapporti con la politica.
Politica che, da molto tempo, non ha più la lotta alla mafia in cima alla sua agenda politica: ci si occupa delle mafie solo quando si arriva ad un delitto eccellente, quando si arriva ad una strage.
Altrimenti, quando le mafie si muovono in silenzio, gestendo lo spaccio della droga, gestendo il racket dei commercianti, gestendo il traffico di esseri umani da mandare a lavorare nei campi sotto i caporali o a battere per strada, nessuno se ne preoccupa.
Non fa paura la mafia che porta i suoi pacchetti di voti ai politici con pochi scrupoli di coscienza.
Non fa paura la mafia che prende quote azionarie di società che poi vincono appalti pubblici, perché offrono prezzi bassi, perché non ci saranno problemi coi sindacati, nella raccolta rifiuti, nelle costruzioni, nella logistica.

Ne “La Lupa” ritroviamo Gianlorenzo Bruni, dirigente dello SCO che era stato mandato a Foggia per seguire le indagini di zio Teddy, il serial killer psicopatico che uccide i bambini e che aveva anche sfidato lo Stato a catturarlo.
Bruni ripensa alla caccia a zio Teddy: i talk show, il coinvolgimento della politica e della Società Foggiana, l’associazione criminale che spadroneggia su Foggia e provincia. La cosiddetta “quarta mafia” italiana.

Il precedente giallo “Formicae” terminava con la cattura di Diego Pastore, il serial killer, che ora si trova ricoverato in ospedale: non rimarrà a lungo nelle mani dello Stato, perché sarà proprio la Lupa, Sonia di Gennaro, a liberarlo e a portare Diego dentro la famiglia.

Questo diventa il peggior incubo per Bruni e la sua squadra: un assassino psicopatico come Diego Pastore ancora libero e nelle mani della famiglia mafiosa dei Granatiero. Per quale motivo la famiglia dei Granatiero ha messo in piedi quel blitz così rischioso per liberarlo?
Ben presto si intuisce che l'ingresso nella famiglia di un personaggio come zio Teddy (i cui perché saranno chiari dopo alcuni capitoli) sta trasformando il dna delle battiere del foggiano e del Gargano in qualcosa di nuovo, di potenzialmente più pericoloso.

Perché ora queste batterie, su iniziativa della Lupa e anche di Diego, si stanno saldando assieme per costituire un nuovo gruppo criminale, che si estende su tutta la provincia e che intende con questa forza sfidare lo Stato. Che significa far fuori tutti quelli che si mettono in mezzo tra loro e gli affari: non più le solite estorsioni, ma entrare nel traffico della cocaina come i calabresi, entrare nei grandi appalti pubblici, entrare dentro le società di servizio che si prendono questi appalti.

Ma Bruni, che a Foggia lavora assieme alla squadra Mobile del collega Mancini, intuisce subito quanto possa diventare più pericolosa, questa nuova mafia: perché non ci sono pentiti che dall'interno ne raccontino le dinamiche
«Questa è una mafia familistica. Sono tutti figli, nipoti, cugini e fratelli, zii e via dicendo. Non si denunciano l’uno con l’altro, e il primo che tradisce lo ammazzano.»

Perché il livello di attenzione contro questa mafia, da parte della politica si alza solo a seguito di delitti eccellenti:
«Ora, con tutto il rispetto, vi faccio io una domanda: per fare in modo che il Paese si accorga del dramma che vive la provincia di Foggia, bisognerà aspettare ancora una volta l’omicidio di un magistrato.. »

Perché nell'agenda del governo (e anche da parte dei media) la lotta alla mafia non è presente, scalzata dalle grida manzoniane contro la presunta invasione dei clandestini, contro il rischio terrorismo, su cui molti politici hanno basato la loro propaganda: perché impiegare le forze dell'ordine per posti di blocco, per intercettare e indagare contro le famiglie mafiose?
C'è addirittura un politico che si chiede se non sarebbe meglio spostare queste forze per controllare i centri di accoglienza?
All'improvviso Bruni, i suoi uomini, la mobile di Foggia, tutti si trovano in mezzo ad una guerra.
La guerra scatenata dai Granatiero, per l'egemonia nei confronti delle altre famiglie. Una guerra in cui non si guarda in faccia a nessuno e dove a morire sono anche donne e bambini.
La guerra alle spalle da parte di quella parte politica che ha bisogno di un capro espiatorio a cui far pagare quelle morti.
La guerra mediatica da parte di giornalisti che pretendono di conoscere la mafia stando seduti a pontificare nei loro salotti televisivi.

Una guerra in cui il lettore si trova catapultato dentro e per cui Bruni dovrà anche guardarsi alle spalle.

La lupa è un romanzo che ci racconta un pezzo del nostro paese di cui sappiamo poco, la Puglia dei clan criminali, feroci e determinati, ben lontana dagli stereotipi vacanzieri.
Una mafia feroce che controlla il territorio in modo capillare, che ha a disposizione avvocati e professionisti, che controlla anche politici a livello locale e, almeno nel romanzo, anche a livello nazionale.

Una lotta, tra Stato e antistato che diventa personale, quella tra tra Diego Pastore e Renzo Bruni e che porterà il poliziotto a dover sopportare enormi sacrifici personali, in un crescendo di tensione che si scioglierà solo alla fine.

Di seguito un pezzo dell'intervista all'autore che trovate sul sito Milanonera:

Un serial killer di bambini è una sorta di particolarità nella letteratura di genere italiana, non ha temuto che potesse essere risultare troppo forte per i suoi lettori? 
Sì, ma anche questa è realtà, purtroppo. Il personaggio di zio Teddy si ispira a fatti di cronaca realmente accaduti. E comunque le imprese criminali del serial killer lasciano il posto, dalla metà di Formicae, allo strapotere del crimine organizzato. Ed è lì, credo, che sta l’originalità delle due trame. Non intendevo fare il “solito” serial killer psicopatico, anche perché da noi in Italia – a differenza che negli USA – sono figure delinquenziali rare. Il serial killer è stato per me una sorta di cavallo di troia per poter parlare della guerra fra stato e mafia nel foggiano. In ogni caso, non sono uno che ama il sangue, per cui non descrivo le scene cruente, ma le lascio immaginare. Certo, questo può essere anche più disturbante, la fantasia di ognuno di noi lavora molto. E spesso lavora nell’oscuro, non nel luminoso. E comunque scrivo thriller, e mi si richiede di creare suspense. Se un giorno mi si dovesse chiedere di scrivere un romanzo sentimentale, il mio compito sarà di sedurre il lettore. Ma credo che non succederà mai

La scheda sul sito di Sem editore
Il blog dell'autore Piernicola Silvis
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 ottobre 2017

La passione per il delitto 2017 – il secondo incontro con gli scrittori



Piernicola Silvis, Formicae, Sem
Gianni Morelli, Rosso Avana, Adv
Valerio Varesi, Il commissario Soneri e la legge del Corano, Frassinelli
Bruno Morchio, Un piede in due scarpe, Rizzoli
Modera Cecilia Scerbanenco

Piernicola Silvis – Fomicae (la mia recensione)

Non è la solita storia di un serial killer: siamo a Foggia, zona di criminalità di cui si parla poco, c'è un bel personaggio di investigatore.
L'idea di scrivere di un investigatore nasce dal fatto che lo sono stato: volevo sfornare una figura realistica, per far capire quali fossero i rapporti tra magistrati, polizia ai lettori.

Gianni Morelli - rosso Avana ADV

Morelli è un geologo e un conoscitore dell'America latina: nel romanzo siamo agli sgoccioli del regime di Batista, che viene descritto molto bene. C'è la rumba delle feste ma ci sono anche le bande dei castristi che stanno arrivando.
Racconta l'autore: “Sono stato a Cuba negli anni 70 e ho conosciuto persone che sono stati testimoni della rivoluzione, scattata ufficialmente il 1 gennaio 1959”.
Il romanzo è cresciuto dal racconto dei loro aneddoti, delle loro emozioni: non metterle in fila in un romanzo sarebbe stato un peccato.

Bruno Morchio – Un piede in due scarpe

Protagonista non è Bacci Pagano ma uno psicologo che un giorno incontra una paziente che gli chiede di non commettere un omicidio.
Viene coinvolto in una storia, con un gruppo di persone della Genova borghese.
Sono passato dalla prima persona alla terza, osservando la storia con un certo distacco: c'è uno psicologo, Luzzi, e un commissario che si chiama Ingravallo ma viene da Bressanone e detesta il mare.
Lo psicologo ha un dono, di fronte a persone che mentono, prova un dolore al collo: una virtù che sarò molto utile nelle indagini.

Valerio Varesi: IL commissario Soneri e la legge del Corano (la mia recensione)

Un libro molto coraggioso che racconta della convivenza tra culture diverse, delle ronde tra poveri, l'ideologo di destra: ancora una volta si affronta la realtà che cambia.
Ho affrontato questo problema visto che la politica non se ne occupa: della convivenza con gli immigrati e delle periferie, abbandonate dagli operai e dalle aziende che se ne sono andate.
Quartieri svuotati e occupati da altri, dove Soneri si sente estraneo: diventano standard, se osserviamo i corsi in centro, le vetrine. Ma questo cambiamento ci fa sentire in ansia, come se dovessimo imparare sempre qualcosa.
La convivenza in questi quartieri dovrebbe essere la politica a risolverli: ci sono dei valori non negoziabili, in questo amalgama, come la condizione femminile.
Come si concilia la visione della donna nel mondo islamico con la libertà delle donne?
La politica non si occupa di questo problema o fa finta che non esista: nel libro protagonisti sono un Imam che fa critiche alla nostra società e un ideologo di destra, di quelli “fuori tutti gli immigrati”.

Silvis: la pressione dei media nelle indagini è molto forte. Durante le inchieste tutti chiamano al cellulare per sapere qualcosa: nel romanzo c'è una critica a certi programmi televisivi.
La TV del dolore, che insegue la pornografia del delitto non mi piace: ho voluto mettere nel libro questi processi mediatici, perché i processi non si fanno in TV, ma nelle aule dei Tribunali.
Le indagini sono una cosa complessa, la realtà è diversa dalle fiction americane.

Morelli: nel libro è protagonista un truffatore, un personaggio con un suo fascino.
L'autore è partito dallo scontro tra i Lavarello e Totò per il titolo di Principe di Costantinopoli: causa vinta da Totò, ma lo stesso i Lavarello cominciarono a vendere titoli nobiliari, falsi ovviamente.
Nell'Avana dove il regime stava crollando, ho messo questo truffatore che vende titoli falsi a creduloni: era l'Avana dei bordelli, della mafia, frequentata da americani borghesi.

Morchio: dentro il romanzo di Morchio non ci sono criminali, serial killer ma persone normali.
Spesso i TG raccontano di delitti terribili commessi da gente normale: sono i delitti che nascono dalle passioni – nel romanzo ho voluto mettere la mia passione per Gadda.
Il preludio della storia è la passione e l'amore: da questo contesto, all'apparenza normale, nascono poi i delitti della storia, manifestazione della banalità del male.
Senza di cui non ci sarebbe stata la grande letteratura occidentale.

Varesi: Soneri invecchia, è sempre più malinconico, scopre di avere anche il colesterolo fuori controllo.
Sente su di sé più responsabilità: aver fatto parte di un mondo che ha approfittato, che ha disperato le risorse di questo paese.
Dalla sua generazione in poi le generazioni sono destinate e peggiorare la loro condizione.
Altro cruccio è non essere riuscito a far evolvere il mondo come avrebbe voluto: in questa epoca di crisi economica quello che manca è la speranza, un obiettivo cui puntare.
Non a caso il papa, nel suo discorso a Bologna ha fatto un discorso più a sinistra degli ultimi anni: Soneri è in questa nebbia, una nebbia esterna ma anche una nebbia che ha dentro, per non comprendere bene la sua città. Dove sta andando.
Lo stesso smarrimento del personaggio cieco, che ospitava il ragazzo di origine nordafricana che poi viene ucciso...

Silvis: il nome del serial killer si conosce subito, è una caccia all'assassino anomale. Anche perché a metà romanzo entra la criminalità organizzata, non la Sacra Conona Unita ma la mafia foggiana.
Omicidi di cui si parla poco, fuori dalla Puglia, che deve rimanere sui media come la regione della movida, di Padre Pio.
Invece la mafia foggiana deve essere nota al paese: l'estorsione, gli omicidi, il controllo del territorio.
Cosa accadrà quando la mafia garganica si unirà alla Sacra corona unita?
In questo momento la lotta alla criminalità organizzata non è in cima agli interessi della politica: la gente ha paura delle mafie e dunque non parla, così la politica non se ne occupa perché non porta voti.

Sono previsti altri romanzi con lo stesso protagonista, che vedrà luce anche in TV.

Vedrà alla luce una trilogia di Varesi “Trilogia di una Repubblica” coi suoi romanzi ambientati nel passato: Il rivoluzionario, Lo stato di ebbrezza, La sentenza.

Morelli: anziché una trilogia, che porta male, punta ad una quadrilogia, il prossimo romanzo sarà ambientato in Messico, poi in Namibia...


Morchio: di solito ambiento i romanzi nel presente, in questo, ambientato nel 1992, ho avuto una grande soddisfazione. Si parlava al telefono, le notizie le apprendevi dalle locandine: nel prossimo romanzo Bacci Pagano incontrando una donna con cui ha avuto una relazione, ripercorre un'indagine degli anni '80.

07 marzo 2017

Formicae di Piernicola Silvis

Mi chiamo Renzo Bruni e dirigo la seconda divisione dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Fare il poliziotto era quello che volevo. Il mio lavoro è applicare la legge e cerco di farlo nel migliore dei modi. Non sempre ci riesco, comunque ci provo. 
Ho delle storie da raccontare perché ne ho vissute molte. E le ho sofferte tutte.

Renzo Bruni è un poliziotto dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, dirigente della Seconda divisione: l'ufficio che si occupa dei delitti comuni più gravi commessi sul territorio, non legati alla criminalità organizzata, ma di una certa delicatezza e complessità particolari.
Come per l'appunto i reati contro i minori, i casi di pedofilia.

Come il caso che aveva seguito due anni prima a Foggia, il rapimento del piccolo Livio Jarrussi: uscito di casa per passare la serata da amici e mai più ritrovato.
Dopo settimane di indagini, battendo a tappeto la provincia, il caso si era raffreddato. Una sconfitta per il super-poliziotto dello Sco. Un dolore difficilmente comprensibile per i genitori di Livio.

«Padre, in refettorio c’è una telefonata per voi.» Era Salvatore, uno dei chierichetti. 
«Chi mi vuole?» 
«Non lo so, è uno che vi conosce. Ha detto così.» Brontolando, l’anziano religioso si rimise in piedi a fatica e uscì dalla cella. Con passo malfermo percorse un corridoio scuro ed entrò nel refettorio, dove c’era nell’aria odore di caffè. 
Il chierichetto gli porse la cornetta del telefono poggiato sulla credenza. 
«Pronto?»Un’esitazione. 
«Padre Leonardo?» Era una voce maschile, parlava sussurrando. 
«Sono io. Chi sei tu?»Un’altra esitazione. 
«Padre, ho delle notizie su Livio.» Il fragore della pioggia che frustava le finestre quasi copriva le parole. Il monaco aggrottò la fronte. 
«Livio chi?» «Livio Jarussi, il bambino di Manfredonia.» Un brivido lungo la schiena. 
«Mi stai facendo uno scherzo? Livio è scomparso due anni fa e non è tornato mai più. Sono vecchio, non prendermi in giro. Che cosa vuoi da me?» 
«No, non scherzo, padre. C’è bisogno della vostra presenza qui, subito.» 
«Guarda che se mi prendi in giro mi arrabbio! Dove ti trovi adesso?»«Siamo alla discarica di Siponto, e Livio è con me. Ve lo giuro.»La discarica di Siponto… Sì, pensò il frate, sapeva come arrivarci. «La conosco. Ma, buon Dio, se è vero che sei con Livio, cosa ci fate lì?» Una pausa. 
«Ci ha portati zio Teddy.» 
«Chi è zio Teddy?»
«Un mio parente. Ma venite subito, padre, per favore. Zio se n’è andato e ora abbiamo freddo.» Era necessaria una decisione rapida, il resto si sarebbe visto e valutato in un momento successivo. «Va bene, vengo. Come faccio a trovarvi?» 
«Ci troverete, padre» disse la voce. «Ci troverete facilmente.» Clic.

Due anni dopo, una telefonata ad un frate del convento di San Giovanni Rotondo, riapre l'inchiesta: “ci ha portati zio Teddy”, dice una voce al telefono. Ad una discarica della provincia.
Trascinandosi con cautela nella terra putrida, il monaco seguì il rumore e vide qualcosa. Piantata nell’immondizia, una croce si stagliava contro le luci giallastre di Siponto.

Anticipando di poco l'arrivo delle volanti della polizia, Frate Leonardo si trova davanti una tomba, che copre i poveri resti di Livio. E sopra, una rozza croce ottenuta con due rametti di legno.
Davanti ai suoi occhi c’erano un paio di jeans e una felpa sulla quale si scorgevano, mezzo cancellate, la scritta TEDDY BEAR e l’immagine dell’orsetto Teddy.

Sono i resti del povero Livio, che il frate riconosce anche per quella maglietta con sopra la scritta Teddy Bear E così, anche per la telefonata, l'assassino diventa io Teddy.
Un cold case che si riapre è sempre una sfida per la polizia: perché il bisogno di dare giustizia ai genitori è sempre presente.
E anche perché questo assassino, che scopriamo man mano scorrendo i capitoli del libro, ha bisogno di uccidere ancora.

In Formicae si racconta la caccia all'assassino da più punti di vista.
Ci sono gli investigatori (quelli arrivati da Roma, assieme a Renzo e quelli della Mobile della Questura di Foggia), che devono entrare nella testa dell'assassino, tracciarne un profilo, anticiparne le mosse. E anche cercare un contatto, perché in fondo una buona parte di questi assassini amano anche veder celebrate le loro gesta.
Hai cercato un contatto.Cosa vuoi dirmi?Una sola cosa era certa: da quella sera c’era un bastardo in più da trovare. E alla svelta.

Il racconto degli investigatori si alterna al racconto della vita di un ragazzo di Foggia che ricalca proprio il profilo del serial killer.
L'ossessione religiosa, un rapporto a volte conflittuale coi genitori, un narcisismo che lo porta sempre a cercare la perfezione ma anche le paure nel non sentirsi accettato. L'insoddisfazione nei rapporti sociali, specie quelli con le ragazze e i coetanei ...
E' lui lo zio Teddy?

Ma in questa zona della Puglia ci sono anche altri osservatori non imparziali della storia: sono gli esponenti della famiglie mafiose, divise in tre grandi gruppi provinciali che, per aumentare la loro forza, potrebbero federarsi come le famiglie della mafia siciliana, in una struttura verticistica.
Ed allora la polizia, l'esercito che è stato mandato dal ministero per controllare le strade (e rispondere alle paure della gente per questo assassino che compirà altri delitti), danno solo fastidio ai loro traffici.
«Come sai, in questo territorio abbiamo tre distinte organizzazioni criminali. I Cerignolani, la mafia del Gargano e la Società Foggiana.[..]la Società, i Montanari e i Cerignolani hanno scoperto che l’unione fa la forza, quindi stanno pensando di stringere un patto [..] se questo accadesse davvero, la criminalità organizzata di questa cazzo di provincia potrebbe diventare una nuova ’Ndrangheta, ..»

Sono due dei protagonisti del libro a parlare: il poliziotto Renzo Bruni e il giornalista (che forse non è nemmeno un giornalista) Clement
«Le batterie non tollerano che sul proprio territorio ci sia qualcuno che ammazza i bambini. ..»

Allora, per togliere di mezzo tutta questa polizia, tutto questo esercito, tutto questo controllo del territorio, sarebbero anche disposte a trovare loro un colpevole da dare in pasto all'opinione pubblica..
Un colpevole che abbia le caratteristiche perfette per soddisfare la morbosità degli spettatori dei talk, che si sono buttati a pesce sui morti di Foggia.
Per soddisfare le speculazioni politiche di quanti iniziano a puntare il dito contro questi immigrati, magari un nordafricano che è pure legato all'Isis.
E c'è anche qualcuno che arriverà costruirlo questo “mostro” da sbattere in prima pagina, immigrato e con la pelle scura “per liberare dal sospetto gli abitanti della zona”.

Il gruppo guidato da Renzo Bruni dovrà vedersela con più di un nemico allora: non solo l'assassino, che comincia a mandare biglietti a Bruni, con dentro degli enigmi, nel tentativo di farsi catturare.
«In un primo invio scrive “Bruxelles e Berlino”. In un secondo invio passa a “Glasgow e Grosseto”. Seguono “laurea, pillole, Vaticano” nel terzo. E oggi, nel quarto, “turno, camerino, corso”.

Ma anche dalle batterie delle famiglie mafiose che, per far sloggiare la polizia, cominciano ad ammazzare tutti i sospettati, sostituendosi alla legge.

Dalla pressione che verrà montata da una certa politica, fomentata dai talk televisivi: quelli dove si trova un politico di destra, uno di sinistra, un criminologo da salotto e una soubrette da bella presenza: “il consueto contorno salottiero di sacerdoti, magistrati, psichiatri, politici e frequentatrici dei letti di personaggi più o meno potenti”.
Tutta gente abituata a pontificare su indagini in corso, a criticare l'operato di magistrati e forze dell'ordine, la loro inerzia, la gente lasciata sola, il tutto senza aver letto nemmeno un rigo delle carte delle indagini.
Sorrido amaramente, come faccio di solito quando assisto a talk show di taglio cronachistico-investigativo in cui si pretende di individuare i colpevoli di delitti efferati con quattro chiacchiere da salotto,..”.

Formicae non è il solito romanzo costruito sui soliti soliti cliché: il mostro, la violenza, una psicologia spicciola, il poliziotto bello e dannato. Dentro il racconto ho trovato dentro uno specchio della nostra società, impaurita da quello che ci viene raccontato dalla TV. La fragilità di un sistema giudiziario che troppo spesso non riesce a lavorare con la dovuta serenità. L'ossessione dei talk da una parte e il desiderio dei cinque minuti di celebrità per tanti divi della televisione.
L'autore, che non a caso è un poliziotto anche lui, Questore a Foggia, si sofferma sul ruolo centrale delle mafie e sul loro controllo del territorio e sul loro controllo dei politici locali usati per portare avanti le loro istanze. Usati e scaricati alla bisogna.
E, infine, c'è il difficile lavoro dell'investigatore che deve essere capace di seguire tutte le piste, senza pregiudizi. Che deve essere capace di resistere a tutte le pressioni, anche a costo di sacrificare qualcosa della sua vita.
E, in questa inchiesta, lo zio Teddy arriverà quasi a toccare la vita di Renzo Bruni, in una sfida che si risolverà, tra bene e male, andando a scendere a patti proprio col male.

Il male che origina da anni di sofferenze e di torture (le Formicae che danno il titolo alla storia) anche psicologiche.

Male che è dentro la città, raccontata anche nei suoi aspetti oscuri da un poliziotto che la conosce bene e che in questi giorni sta seguendo l'inchiesta sull'incendio al ghetto di Rignano e gli spari contro le auto della polizia:
[Foggia] È una città dove trovi, fianco a fianco, una borghesia colta e onesti contadini che un tempo chiamavano “terrazzani”, lavoratori della terra.Ed è una città sfregiata da rapinatori, ladri, scippatori. Mafiosi. Qui le notti sono scosse dai boati degli ordigni che esplodono davanti ai negozi di chi non paga il pizzo. E nessuno nel Paese ne sa niente. I giornali tacciono.Perché Foggia è padre Pio, è il Gargano.Deve essere questo. Nient’altro.Delle decine di omicidi commessi negli ultimi anni, nessuno sa niente al di fuori dei confini della Daunia. Né si sa niente degli uomini uccisi per non essersi piegati alle intimidazioni mafiose. Perché qui non c’è un padrino che parla di “offerte che non si possono rifiutare”, non ci sono boss casalesi o reggini o palermitani che, con la coppola in testa, affiliano nuovi picciotti con rituali mistici. I boss foggiani usano solo il kalashnikov e la Skorpion.Gargano, Foggia, Cerignola, San Severo. Spiagge straordinarie, ristoranti tipici, turisti, chiese antiche, pizzerie, centri storici pittoreschi. E, secondo le stime della Procura Nazionale Antimafia, ventisei clan e novecento affiliati che tengono sotto sequestro questo enorme patrimonio

Il Book trailer


La scheda del libro sul sito dell'editore SEM (gli estratti dal libro sono presi da qui)
Il blog dell'autore, il questore di Foggia Piernicola Silvis.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

06 marzo 2017

Realtà e finzione romanzesca

A Foggia un serial killer (che viene chiamato dai media zio Teddy) uccide due bambini usando un suo rituale e lancia una sfida personale agli investigatori venuti da Roma per catturarlo.
La presenza di un serial killer crea preoccupazione tra le persone, ma anche all'interno delle criminalità organizzata che non ama che nel suo territorio arrivino le camionette della polizia e dell'esercito. Esercito e polizia mandati dal Viminale nella provincia foggiana per dare una risposta alle paure dei cittadini. Aizzati dalla politica, dai media, dai talk.
E fin qui è la fiction romanzesca, dentro la trama di Formicae (editore Sem), un bel noir di Piernicola Silvis.


«Come sai, in questo territorio abbiamo tre distinte organizzazioni criminali. I Cerignolani, la mafia del Gargano e la Società Foggiana.[..]la Società, i Montanari e i Cerignolani hanno scoperto che l’unione fa la forza, quindi stanno pensando di stringere un patto [..] se questo accadesse davvero, la criminalità organizzata di questa cazzo di provincia potrebbe diventare una nuova ’Ndrangheta, ..»

Sono due protagonisti del libro a parlare:
«Le batterie non tollerano che sul proprio territorio ci sia qualcuno che ammazza i bambini. ..»
Allora, per togliere di mezzo tutta questa polizia, tutto questo esercito, sarebbero anche disposte a trovare loro un colpevole da dare in pasto all'opinione pubblica..

Sempre a Foggia hanno sgomberato il ghetto di Rignano, dove vivevano gli immigrati in attesa di un lavoro su chiamata da parte dei caporali italiani e africani.
Dopo lo sgombero, qualcuno ha appiccato il fuoco alle lamiere e alle casette in legno.
I caporali? Gli immigrati stessi? Non lo sappiamo.
Sappiamo però che a Foggia, nella provincia, sono arrivate le camionette dei reparti mobili della polizia, per presidiare il territorio, nel timore di proteste da parte dei migranti.
Quelli che devono pagare per un posto e pure per lavorare.
Per raccogliere quei pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole.

Immagine presa dal sito de La Stampa
Ma a qualcuno tutta questa polizia ha dato fastidio: così sabato notte a San Severo, da una macchina (che è stata identificata) sono partiti dei colpi di pistola contro le macchine della polizia.
E questa non è fiction, ma è cronaca. Che spesso ha molto in comune con la fiction dei romanzi, specie se quei romanzi sono scritti da un poliziotto che ha una lunga esperienza alle spalle.
Piernicola Silvis è l'autore del romanzo Formicae e anche il Questore di Foggia:
Sull’accaduto sono in corso le indagini della polizia, che saranno coordinate direttamente dal questore, Piernicola Silvis che non esclude che vi sia un nesso tra l'episodio degli spari contro i mezzi della polizia della notte scorsa a San Severo e lo sgombero del Gran Ghetto che si trovava nel territorio comunale, ma al momento propende per l'ipotesi che si sia trattato di una reazione della criminalità locale al rafforzamento dei controlli disposto negli ultimi giorni per frenare l'escalation criminale. I mezzi presi di mira dall'attentatore erano parcheggiati dinanzi ad un albergo dove è ospitato - precisa il questore - personale della polizia che nei giorni scorsi ha operato anche per i servizi di ordine pubblico durante lo sgombero del ghetto e che ora partecipa ai servizi di controllo della residenze in città dove sono stati trasferiti i migranti del ghetto. Ma è probabile - ha aggiunto Silvis - che chi ha sparato abbia preso di mira i mezzi della polizia come ritorsione perchè l'incremento dei controlli ha infastidito molto la criminalità.