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01 febbraio 2023

Se esiste un perdono di Fabiano Massimi

 

Prologo
Protettorato di Boemia 13 maggio 1939
Il treno aveva preso velocità appena fuori Praga, oltre i tetti e le guglie della Città Vecchia, oltre i quartieri bassi della prima periferia e le fabbriche che si assiepavano lungo il fiume, e adesso correva deciso attraverso la campagna boema, superando boschi, prati, piccoli borghi appoggiati ai piedi delle colline e fattorie isolate..

C’è un treno che attraversa le campagne tra la ex Cecoslovacchia e la Polonia: un treno con un carico particolare, perché i viaggiatori sono bambini che hanno abbandonato le loro famiglie. Le persone che li stanno accompagnando verso una nuova vita sono preoccupati, non solo per i venti di guerra che stanno soffiando insistentemente in Europa, sin dal 1938., da quando Hitler sta reclamando il suo spazio vitale ai danni delle altre popolazioni europee.
Tra quei bambini, una in particolare, ha attirato l’attenzione dei nazisti: la chiamano la “bambina del sale” perché ogni sera nei vicoli di Praga, va a vendere i sacchetti di sale, ogni sacchetto una moneta. Che segreto nasconde questa bambina così enigmatica e sfuggente, tanto che nessuno conosce il suo nome?

Questa è una storia che meritava di essere raccontata, non solo perché riporta alla luce la memoria di un giusto, Nicholas Winton, lo Schindler inglese, l’uomo d’affari britannico che tra la fine del 1938 e la metà del 1939 organizzò l’espatrio di più di seicento bambini dall’allora Cecoslovacchia con l’operazione Kinder Transport, bambini figli di ebrei o di dissidenti, che avrebbero rischiato la vita per l’arrivo delle truppe naziste e delle SS. Bambini portati in Inghilterra attraverso dei voli aerei inizialmente e poi con dei convogli di treni.
Una storia importante perché ravviva la memoria di cosa è successo in Europa più di ottanta anni fa, quando sul continente si accese quella luce sinistra dell’odio e della malvagità dell’uomo nei confronti dell’uomo, anche nei confronti delle creature più indifese, i bambini: una luce sinistra che ancora oggi non ha smesso di accendersi sui teatri di guerra, nelle zone devastate dalle bombe.

Cosa abbiamo sentito ripetere ad ogni anniversario della giornata della memoria, ogni 27 gennaio? Mai più. Mai più un uomo deve sentirsi privato della sua dignità, dei suoi diritti in quanto uomo libero. E a maggior ragione i bambini che invece ancora oggi devono vivere sotto le bombe, devono scappare dalle loro case, in Ucraina come in Afghanistan e negli altri luoghi dove non è sano rimanere. Come scrive l’autore stesso a fine libro:

Eppure mentre scrivevo questo romanzo, nel gennaio del 2022, dal confine tra Polonia e Bielorussia come dall’Afghanistan talebano giungevano immagini insopportabili di bambini affamati, abbandonati, imprigionati, uccisi [..]

Il male è ancora vivo, più vicino a noi di quanto crediamo, e forse è vero che al suo cospetto siamo impotenti, come sostengono i sacerdoti della realpolitik.

Dopo il trattato di Monaco, in cui le democrazie occidentali avevano consegnato la regione dei Sudeti nella ex Cecoslovacchia alla Germania nazista, da questa erano scappate molte persone che si erano poi radunati in campi profughi nella periferia di Praga.

Era chiaro a tutti come non fosse sicuro rimanere in questi territori occupati, i nazisti avevano già dimostrato cosa fossero capaci di fare dopo la notte dei cristalli agli ebrei, ma a rischio erano anche intellettuali, comunisti, chiunque fosse nella lista dei nemici del partito nazista.
Per questo motivo a partire dal 1938 molte associazioni, come Save the Children, iniziarono a mobilitarsi per portar fuori quante più persone da Praga e dalle altre città, prima che arrivassero le croci uncinate: l’Inghilterra era l’unico paese in Europa che concedeva i visti, senza troppe difficoltà, per far espatriare persone e salvargli così la vita.
Da qui comincia il racconto di Fabiano Massimi che, dopo L’angelo di Monaco e I Demoni di Berlino ci regala un altro romanzo storico, dove convivono personaggi veramente esistiti con altri inventati, ma funzionali al racconto. Tra i primi Nicholas Winton, un uomo d’affari della borsa di Londra che si ritrovò nel mezzo della Storia e seppe fare la scelta giusta anche sfruttando le sue conoscenze nei ministeri e il suo pragmatismo da uomo d’affari, “se qualcosa non è impossibile non vuol dire che non sia fattibile”. Sul campo, a Praga, a gestire questa organizzazione di volontari che aiutava i rifugiati ad espatriare, a compilare le liste dei bambini, a richiedere i visti e a superare tutte la burocrazia, altre due persone coraggiose Doreen Warriner e Trevor Chadwick.
Il libro racconta delle difficoltà nel compilare le liste coi bambini, le difficoltà nell’ottenere i visti da parte dell’Inghilterra (unico paese a concederli) per l’iniziale inerzia del governo. Il doversi guardare le spalle perché ancora prima dell’arrivo delle truppe, Praga era piena di informatori della Gestapo con delle loro liste, gli oppositori del nazismo da far sparire.

Accanto a questi personaggi reali, Fabiano Massimi ne ha messo altri, inventati, come l’io narrante, Petra Linhart, la voce che ci racconterà questa emozionante storia in prima persona, la donna che visse più volte, venuta a Praga per vendicare la morte del marito, negli scontri tra nazionalisti e nazisti (e la perdita del figlio che portava in grembo): diventerà collaboratrice di Doreen e l’aiuterà nella compilazione delle liste dei bambini presenti nei campi profughi, i più fragili, i primi da salvare, anche al costo di strapparli dalle loro famiglie.

Tra questi, l’enigmatica “bambina del sale”:

Della Bambina del Sale ebbi le prime notizie il giorno dopo, quando per conto di Doreen andai a visitare uno dei campi profughi a nord della città. Werner passò a prendermi alla pensione alle prime luci dell’alba, e dopo avermi caricato sulla sua Tatra blu piena di bozzi e rigature fece altre due fermate, una nel Ghetto, alla Sinagoga Spagnola, e una a Kampa, in quella che avrei scoperto essere la sede praghese dei Cavalieri di Malta. In entrambi i casi mi lasciò in macchina da sola per qualche minuto prima di ritornare trascinando dei pesanti sacchi di iuta che ammucchiò sui sedili posteriori.«Carbone» disse notando la mia curiosità mentre si rimetteva alla guida. «Nel campo fa freddo.»
Perché questa bambina è così importante per i nazisti, tanto da mobilitare tutte le loro forze per catturarla? Che segreto nasconde? Dove va a rifugiarsi la notte, quando smette di vendere i suoi preziosi sacchetti di sale (merce introvabile dopo che i tedeschi avevano occupato le miniere del paese)?
Anche Petra nasconde un segreto, che è legato alla morte del marito e che è all’origine della forza che l’ha spinta a fare delle scelte, anche drammatiche, contro le persone che le stanno a fianco.
Un segreto e una colpa che la accompagneranno fino alla fine della storia.

Attenzione, il libro di Fabiano Massimi non è però un saggio storico e non solo perché le notizie sulle vite di queste persone non sono molte (sebbene l’autore si sia ben documentato prima di partire). Il libro rimane sospeso tra un romanzo storico e una spy story, con dentro anche dei colpi di scena: nella Praga dove i nazisti si erano infiltrati ben prima dell’arrivo delle truppe, di chi ci si può fidare? Qualcuno delle persone che collaborano a questo progetto per far espatriare i profughi potrebbe essere una spia o un informatore pronto a tradirti.
Nel racconto però emerge anche l’aspetto umano dietro ogni scelta: da una parte la paura, il doversi muovere in fretta pur rimanendo nell’ombra, dall’altra la necessità di dover fare delle scelte.

«Secondo lei, signor Winton, ha più probabilità un bambino piccolo o un ragazzino? Una femmina o un maschio? Ecco le fotografie, le guardi: non sono tutti bellissimi? [..]

.. vede, se resta qui con me non ha un futuro. I tedeschi non vengono a governarci, ma a sterminarci. Se invece lo affido a lei, si salverà, sì, ma poi che cosa penserà

Ci vuole un forte coraggio e sicuramente anche un grande cuore per decidere delle vita degli altri: quale bambino scegliere, come accettare il fatto che si strappavano dei bambini alle loro famiglie per portarli in un nuovo mondo? E come accettare quelle croci nelle liste dei bambini, ovvero quelli che non venivano scelti dalle famiglie in Inghilterra?

Da una parte il peso di quella scelta, sapendo quanto potesse costare, dall’altra la consapevolezza di stare salvando una persona dandole un futuro: un futuro come musicista, come medico, come elettricista..

Infine Praga, la città dove si svolge tutta la storia: la città delle chiese, dei palazzi maestosi (come quello dei cavalieri di Malta), del castello che domina la città e dove i nazisti isseranno la loro bandiera con la croce uncinata, come sinistro segnale della loro presenza.

Una città divisa tra chi parteggiava per gli occupanti, con l’illusione che avrebbero dato nuovamente lustro ad un paese debole, e chi vedeva con terrore l’arrivo delle truppe tedesche.

Una città anche di vicoli e di leggende: i vicoli dove si nasconde la “bambina del sale”, muovendosi e scomparendo ai suoi nemici come una fatina, come un essere soprannaturale. Come i personaggi delle favole, quelle che insegnano che alla fine il gigante cattivo può essere sconfitto. Basta avere coraggio, basta non voltarsi dall’altra parte, non rinchiudersi nel proprio egoismo.
Se anche altri paesi, come l’America, come il Canada, avessero seguito lo stesso esempio dell’Inghilterra, quanti altri bambini avrebbero potuto essere salvati?
Una storia da leggere e da ricordare: una storia di coraggio e, lo scoprirete nelle ultime pagine, anche di perdono.

La scheda del libro sul sito di Longanesi e un estratto del libro

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


27 gennaio 2023

La giornata della memoria (quando è la memoria che manca)

Voglio essere più ottimista di Liliana Segre: non penso che la maggior parte degli italiani siano insofferenti al ricordo della Shoa, si siano stufati di ricordare lo sterminio degli ebrei (e degli oppositori politici, degli omosessuali, dei rom). Semmai è vero che, passati gli anni, rischiamo di perdere la memoria di quanto è stato: non basta una sola giornata, la memoria ha bisogno di tempo per consolidarsi nelle persone, ha bisogno di testimoni che raccontino (i carnefici, gli indifferenti, le vittime e chi non ha voltato la testa dall'altra parte). 

Serve qualcuno che racconti cosa sia stato il fascismo veramente: sta passando, in questi anni e in particolar modo con questo governo di destra (con tanta voglia di riscrivere la storia e anestetizzare il fascismo) il concetto che il fascismo in fondo avesse fatto cose buone, almeno fino alle leggi razziali. Dimenticandosi della compressione delle libertà e dei diritti portate avanti dal regime negli anni precedenti.

Non si può da una parte ricordare l'orrore delle leggi razziali e poi celebrare il regime di Salò, come hanno fatto e faranno esponenti di questo governo (e mi riferisco al presidente del Consiglio Meloni e al presidente del Senato La Russa).

Non si può celebrare la persecuzione degli ebrei dopo aver strizzato l'occhio ai novax che manifestavano con la stella cucita al petto.

Serve qualcuno che racconti quello sterminio mettendolo in relazione ai grandi genocidi avvenuti nel novecento, come quello degli armeni e per le tante dittature del secolo passato.

Servono testimoni che cerchino di spiegare quello che la ragione, il raziocinio, rende difficile da comprendere: qual era il disegno dietro Auschwitz, dei ghetti, delle stelle di diverso colore appiccicate al vestito per rendere riconoscibili le persone. Dietro quei treni piombati che portavano persone nei campi verso lo sfruttamento come corpi e la morte.

E' un disegno che è nato dalla fine della pietà, dal vedere negli altri non persone come noi, con un nome e un cognome. Con una dignità da difendere.

Un disegno che ci tocca da vicino: non solo perché i carnefici siamo stati anche noi non solo i cattivi nazisti, ma perché i lager dove stipare persone nell'indifferenza delle brave persone esistono ancora oggi. 

27 gennaio 2022

Il giorno della memoria oggi

Raccontano i sopravvissuti di Auschwitz che a volte, le SS, per evitare la fatica di separare gli abili al lavoro dagli inabili, quando arrivava un nuovo convoglio aprivano le porte da entrambi i lati. Chi scendeva da una parte finiva alle camere a gas, gli altri nelle baracche, destinati a lavorare nelle fabbriche costruite attorno al lager.

Lasciavano decidere al caso, questi superuomini che si erano arrogati il diritto di decidere cosa era degno di essere tenuto in vita e cosa no.

Anche questo era Auschwitz, il luogo dello sterminio, il luogo dell'annientamento della persona, che ci è stato raccontato dai libri di Primo Levi e dalle memorie di Liliana Segre.

Nella giornata della memoria per le vittime della Shoah tocca ricordare, rileggere quelle pagine atroci dove degli uomini all'improvviso scoprivano l'orrore di aver perso tutto. Il nome, la lingua, i volti, la dignità. Solo numeri. Tenuti in vita solo per essere sfruttati fino in fondo dalle SS (e dalle imprese che sfruttavano questa manodopera di non uomini).

Tocca andare a mettere i piedi su quelle pietre di inciampo che ci ricordano che quella, una volta era una persona, prima di essere arrestata dai nazisti o dai fascisti. 

Perché, al pari degli omosessuali, degli oppositori politici, dei sinti, gli ebrei erano considerate persone indegne di vivere. 

Ma la giornata della memoria ci costringe anche a riflettere su questioni più scomode: Auschwitz, Bergen Belsen, Dachau non sono frutto della follia di un pazzo. Come anche i treni organizzati che alimentavano quei luoghi di sterminio. Come anche l'organizzazione poliziesca messa in modo per dare la caccia alle famiglie ebrei ovunque in Europa.

Tutto questo è successo ed è stato fatto da persone che non erano pazze: c'erano anche loro i sadici nelle SS, lo racconta anche Wiesenthal nei suoi libri.

Tutto questo è successo perché si è deciso che alcune persone non erano degne di vivere, erano diverse da noi, il noi e loro, erano la causa dei nostri problemi.

Se il grande sterminio ha potuto essere messo in atto è perché in tanti hanno voluto non vedere: non vedere le violenze, le prevaricazioni, i cristalli dei negozi ebrei distrutti. Le famiglie sparire.

E, prima ancora, sparire altre persone indegne di vivere: persone con handicap, con difficoltà di apprendimento, gli epilettici. Era il programma Aktion T4, Ausmerzen, la pulizia della razza, prima con la sterilizzazione di queste categorie di persone, poi con la loro morte.

Erano teorie che giravano in Europa e nel mondo ai primi del novecento, anche nella patria della democrazia, gli Stati Uniti (lo stesso paese che rifiutò l'attracco agli ebrei della Saint Luis nel 1939).

Infine, si deve fare una riflessione su quanto, di queste idee mostruose, sia sopravvissuto fino ad oggi.

Il fascismo non è morto affatto, come si ostinano a ripetere i benpensanti, i primi ad aprire le porte ai nazionalismi se serve alla loro stabilità, alla loro sicurezza.

Ancora oggi si susseguono gli episodi di intolleranza contro gli ebrei, contro i gay, contro i diversi.

Altri lager (senza forni, certo) sorgono ai confini dell'Europa e in Libia.

Altri indesiderati vivono ai margini della nostra società che sta prendendo una direzione brutta. Non si parla più di eugenetica, ma quante volte abbiamo sentito che certi diritti, certe tutele, certe risorse dello Stato devono andare solo alle persone produttive?

Il sonno della ragione genera mostri. Teniamola accesa la ragione, teniamola viva la memoria, ricordiamoci di essere umani sempre.

27 gennaio 2021

La memoria nella giornata della memoria

Il 27 gennaio del 1945 i soldati dell'Armata Rossa varcavano i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, già abbandonato dalle SS.

Nei mesi successivi le truppe americane liberavano altri campo di concentramento, ad occidente, come Buchenwald.

Il mondo scopriva cosa intendesse Hitler e i nazisti con le parole di soluzione finale al problema ebraico.

Lo sterminio sistematico di ebrei, omosessuali, comunisti, rom (e prima ancora, delle persone con problemi mentali). Nemici del popolo tedesco, vite indegne di essere vissute.

Dove erano finite quelle famiglie di ebrei, che stavano nelle nostre città? Dove erano rinchiusi gli oppositori del Reich?

Erano lì, rinchiusi in campi progettati per sfruttarli fino alla fine, come schiavi da lavoro, uccidendone prima l'anima e poi, giorno dopo giorno, il fisico.

Ingegneri e architetti che costruirono quelle strutture, i forni crematori per massimizzare la distruzione dei corpi al minor costo.

Chimici che cercarono il gas che avrebbe ucciso quelle persone, o meglio, quegli esseri, nel minor tempo possibile.

E poi altri ad organizzare i treni, la raccolta degli ebrei (e di tutte le altre categorie di subumani), l'individuazione delle famiglie nascoste (come quella di Anna Frank).

No, la soluzione finale, lo sterminio di massa di milioni di persone, non è stato il frutto di poche menti malate.

Quante persone, che vivevano vicino a Buchenwald, hanno visto il fumo salire dai camini, han visto le persone arrivare sui treni e mai più uscire.

Oggi, passati 76 anni, sono sempre meno le persone, come la preziosa Liliana Segre, in vita che ci possono raccontare quell'orrore. 

La vita annullata nei campi di concentramento.

La paura di vivere nascosti, col timore che qualcuno facesse la spia ai fascisti o ai nazisti.

Scoprire all'improvviso che non eri più un cittadino come gli altri, cacciato via dalle scuole, dagli uffici pubblici, spogliati dei loro averi.

Chi racconterà, tra qualche anno, queste cose?

Vedendo quello che succede oggi, il fascismo sdoganato nella politica, nei salotti televisivi, nei comportamenti e nelle parole dei politici, viene da pensare che abbiamo vinto loro.

Che la memoria ha perso. Che la nostra civiltà, la nostra cultura abbia perso.

E per questo che è importante ricordare, anche oggi, anche con questa pandemia (che ha fatto scoprire le nostre fragilità e tante meschinerie).

La memoria è stata e sarà il nostro vaccino contro il virus dell'orrore, contro il virus dell'indifferenza.

Perché se ci chiediamo come mai sia potuto succedere questo, la Shoa, i milioni di morti, questa è anche parte della risposta.

L'indifferenza.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Martin Niemöller (1892-1984)

La stessa indifferenza che oggi ci fa voltare la testa dall'altra parte di fronte alle immagini dei migranti al freddo in Bosnia.


Di fronte ai campi di concentramento in Libia, ai campi in Grecia.

Di fronte ai muri e alle barriere che la civile Europa erige ai propri confini per tener fuori gli indesiderati.

Perché oggi (ma forse era vero anche negli anni 40) non possiamo dire di non sapere.

09 marzo 2020

Cuoricino - da L'inverno più nero di Carlo Lucarelli

Bologna inverno 1944, l'inverno più nero e duro: per i bolognesi e anche per il commissario De Luca alle prese con tre cadaveri e tre casi commissionati da tre interlocutori diversi.
Uno di questi è un caporale delle SS ucciso e spogliato nudo, ritrovato dentro una cantina sfondata: le SS vogliono trovare il colpevole altrimenti fucileranno 10 ostaggi. Per De Luca l'occasione per tornare ad essere un poliziotto e, anche, per tornare a fare la cosa giusta, dopo il peccato originale (quale? Leggetevi il precedente romanzo di Lucarelli).
In questo passo, si ritrova a fianco ad un tenete della Wehrmacht, che le SS chiamano herzchen, come offesa.
E' un passaggio drammatico, dove c'è dentro tutto: l'orrore della guerra, la Shoa..
- ... Lo sapete perché mi chiama herzchen? Sapete cosa significa? 
- No, - disse De Luca. In un altro momento sarebbe stato curioso, ma adesso ce l'aveva davvero un bolo acido che gli rivoltava lo stomaco. Voleva solo chiudere gli occhi, dimenticare e ricominciare a pensare alle cose urgenti che doveva ancora fare, perché non c'era tempo da perdere. Ma il tenente voleva parlare. 
- Significa, come dite voi, Herzchen, cuoricino, cuore d'oro, ecco. Ho guadagnato questo soprannome in Polonia, un paio d'anni fa. Ero un giovane sottotenente del 101 esimo battaglione di Riserva della Polizia, a metà tra un soldato e un poliziotto, appunto. Seguivamo l'avanzata delle truppe per stabilire l'ordine nelle retrovie e così un giorno, a Jòsefòz .. - si fermò, perché aveva voglia di parlare, il tenente, ma non per ridere, e si morse anche le labbra, - un giorno abbiamo rastrellato tutti questi ebrei e abbiamo l'ordine di ucciderli, e io ... non sto discutendo questo, non mi fraintendete, è un ordine, e sarà sicuramente giusto, non lo discuto, però io ..Il tenente guardò fuori dal finestrino, poi tornò a voltarsi e a De Luca sembrò che ci fosse un'ombra nei suoi occhi azzurri da modello per le riviste di propaganda. 
- Io dovevo solo coordinare le squadre dei nostri e i gruppi di ebrei, per farli entrare nel bosco senza accavallarsi, non era compito mio sparare, e lo ripeto, non voglio discutere, anche se io ... ma non importa quello che penso io. Comunque, siamo tra gli albero e sto guidando  un altro gruppo quando all'improvviso mi sento prendere la mano -. Il tenente rise, ma si capiva benissimo  che non era una risata vera. - Pensate un po', è una bambina ebrea. Avrà avuto  cinque, sei anni, è una bimba piccola, è tutta nuda, da sola, in un bosco, io sono l'unico adulto che ha vicino e allora .. allora mi prende la mano, anzi, il dito, così.Si strinse l'indice, forse, troppo, con le nocche che gli diventavano bianche, poi si voltò  e si asciugò una guancia col dorso della mano, veloce, ma non abbastanza perché De Luca non se ne accorse. 
- Ho pensato che mai più, mai più, - disse a vetro piano, - se potevo evitarlo, mai più -. Si schiarì la voce e tornò a De Luca. 
- Ecco perché mi chiamano herzchen. Ecco perché non discuto niente, ma sono molto contento che siamo ruisciti a salvare quei dieci ostaggi, davvero molto contento.Erano arrivati davanti a Ingegneria. La macchina si fermò e De Luca aprì la portiera, ma non scese. 
- E la bambina? - chiese. - Che fine ha fatto la bambina? 
- Le ho sparato, - disse il tenente. - Non potevo mostrarmi debole di fronte ai miei uomini, no?   
Da L'inverno più nero, di Carlo Lucarelli Einaudi 

01 febbraio 2020

Fermare l'odio di Luciano Canfora


Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre 
Primo Levi

Le parole di Primo Levi guidano la lettura di questo saggio dello storico Luciano Canfora che ci parla dell'odio di ieri, quello che ha portato al genocidio degli ebrei (e degli omosessuali, degli zingari, delle vite indegne di essere vissute), come siamo arrivati alla dittatura fascista, quella del Mussolini che ha fatto cose buone, secondo la narrazione assolutiva che è sopravvissuta fino ai nostri giorni.
E dale pericolo di ieri, ai pericoli di oggi: perché anche nella nostra società l'odio contro i diversi attraversa tutti gli strati sociali, tra quelli che mettono le scritte contro gli ebrei, quelli che compiono aggressioni contro coppie omosessuali colpevoli solo di esistere, quelli che compiono raid contro strutture di accoglienza per i migranti.
E quelli che di fronte a queste storie, fanno finta di non vedere, girano la testa dall'altra parte.

Perché ancora oggi si deve parlare del regime fascista, che ha governato l'Italia dal 1922 fino al luglio del 1943? Non è una storia passata?
Ci sono forti legami tra il fascismo di ieri e i sovranisti di oggi: c'è il tema dell'identitarismo prima di tutto, lo stato nazionale, la religione di stato che deve fare da spalla alla politica (che è poi il motivo degli attacchi a Bergoglio). Prima gli italiani, dicono i sovranisti oggi, American First dicono i seguaci di Trump.
Difendere la razza italiana dai rischi del meticciato, la “rovina delle nazioni” era scritto nel libro Il primo libro del fascista.

Ma dove sono le squadracce nere che picchiano le persone col manganello? - si chiedono i benpensati, quelli che sostengono che il pericolo fascista non esiste.
Esiste però la violenza negata: le violenze contro le persone di colore (nell'estate del 2018 venivano bocciate come semplici scherzi), le scritte “Juden Heir”, esistono i gruppi fascisti che oggi si sentono legittimati (grazie alle gesta di un ex ministro dell'interno) ad usare in pubblico i loro slogan e le loro bandiere.
Anche il fascismo non si è imposto subito come dittatura: arrivato al potere grazie all'appoggio dei liberali (come Einaudi e Croce), in funzione di contenimento del socialismo e del comunismo, ha occupato tutti gli spazi nello stato col tempo, ha eliminato gli spazi di libertà un passo alla volta.
Sempre con l'appoggio dei liberali e perfino con l'apprezzamento delle democrazie straniere: dall'America all'Inghilterra di Churchill e Chamberlain.

Nell'indifferenza della violenza contro le opposizioni, contro gli arresti e le persone mandate al confino: perfino l'omicidio del deputato Matteotti suscitò una reazione unitaria contro Mussolini e il suo governo (in fondo, quel socialista se l'era cercata, con le sue denunce in Parlamento).
Nemmeno le leggi contro gli ebrei del 1938, che cacciavano dall'amministrazione pubblica, dall'insegnamento, le persone di religione ebraica.

Perché il fascismo era il partito dell'ordine, che aveva nei comunisti il suo nemico.
Quello che ieri erano gli ebrei, il nemico esterno da additare e a cui addossare tutte le colpe, è oggi l'immigrato di colore.

Ci sono i decreti sicurezza (che colpiscono sia chi fa integrazione sia chi si permette di fare manifestazioni di protesta), le campagne d'odio contro gli immigrati definiti clandestini (non persone portatori di diritti) dunque criminali. Ci rubano il lavoro, ci rubano il welfare, non rispettano i nostri valori, non rispettano le leggi.
..migliaia di meridionali ogni anno invadono la città di Torino".
La Stampa 16 febbraio 1957

C'è un filo comune che lega assieme l'odio, il razzismo, dell'altro ieri, da quello di ieri a quello di oggi, non solo per i legami storici e politici tra i fascisti di ieri e i neofascisti di oggi.
Luciano Canfora elenca diversi esempi di questi legami: l'uso di un nemico esterno da additare per arrivare ad una guerra tra poveri, il ricorso ad un finto stato sociale che non dia fastidio alle classi egemoni (la casa agli italiani, per esempio), l'uso di un linguaggio povero, il ricorso a slogan semplici, facili da comprendere.
Umberto Eco aveva parlato non a caso di Ur-Fascismo, per descrivere questo fascismo sopravvissuto nei decenni: la fine dei partiti, quelli nati dall'antifascismo come la DC, il PSI, il PCI, ha di fatto rotto l'argine per l'ingresso in Parlamento e al governo di queste forze, ha sdoganato l'uso di un certo linguaggio, di certe manifestazioni (avreste mai detto che un ex ministro dell'Interno se ne sarebbe andato a citofonare a dei cittadini per chiedere loro, “scusi ma lei spaccia”?).

Dopo i partiti, rimane solo la scuola, come argine di cultura e di conoscenza: cultura e conoscenza di cosa sia stato il fascismo, di come è nato e di cosa ha prodotto.
Ecco spiegata l'ansia di certe forze di destra nel voler mettere mano alla scuola, con l'autonomia regionale: sottoporre ad un controllo politico locale l'assunzione e l'insegnamento delle scuole.
Ansia che lega assieme anche certi politici della presunta sinistra (vedi il caso Lombardia ed Emilia Romagna).
C'è, da parte di questa destra, la caccia ai testi troppo di sinistra, la caccia agli insegnanti di sinistra: storie come quella dell'insegnante di Palermo sospesa perché i suoi alunni si erano permessi di accostare i decreti sicurezza con quanto successo negli anni '40.

E cosa è successo negli anni 30-40? La notte dei cristalli, le leggi sul sangue e sulla razza e poi la vicenda della nave S. Luis, piena di famiglie ebree provenienti dall'Europa il cui attracco fu negato dai governi cubani e americani.
Cosa c'è di diverso coi respingimenti fatti oggi dalle motovedette italiane e libiche?
Dalle frontiere presidiate col filo spinato in Ungheria (che qualche leghista vorrebbe avere anche in Italia)?
Tocca al pontefice in carica ricordare, agli immemori e agli ignari, che «gli odierni sovranisti parlano come Hitler nel 1934 : noi, noi, noi..

Che fare allora? Come fermare l'odio?
Prima di tutto con la conoscenza di cosa sia stato il fascismo ieri. Riconoscerne il linguaggio e i modi.
Non girare la testa dall'altra parte.
Un ruolo importante lo avrà la sinistra e le sue forze:
La xenofobia sovranista sa quello che vuole e si illude che la soluzione sia «alzare il ponte levatoio». Saprà una risvegliata sinistra tornare a svolgere un ruolo adeguato alla sfida ineludibile del mondo unificato? C'è chi già lo fa, limitatamente al proprio raggio d'azione: lo fa il sindacato, che tenta di spezzare la «guerra tra poveri» (tanto cara ai nuovi fascistoidi) unificando gli obiettivi di lotta e integrando i migranti; lo fanno le chiese, nella temperie favorevole e molto contrastata, determinata dall'orientamento dell'attuale capo della più importante di esse (quella cattolica).

L'Europa ha un ruolo fondamentale nel poter mettere un argine ai neo fascismi, dei vari Orban: pensare di fermare le migrazioni coi blocchi navali e gli eserciti, in un modo sempre più asimmetrico e preda dei cambiamenti climatici è assurdo.
.. l'utopia deve sposarsi col realismo e adare a lezione dalla storia. Il Mediterraneo – oggi cimitero a cielo aperto -, che l'imperialismo europeo per lungo tempo ha diviso in colonizzati e colonizzatori, era stato molto prima, e per un tempo non breve, un'area politico culturale unitaria. Può tornare ad esserlo se sapremo ripensare radicalmente la troppo angusta, arroccata e qua e là incrinata, unione europea.

La scheda sul sito di Laterza
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27 gennaio 2020

Com'è potuto succedere – La giornata della memoria (1945 – 2020)


Com'è potuto succedere – la domanda che spesso ci si pone, dopo aver visto le immagini dei lager, del filo spinato, le persone ridotte a scheletri umani, persone non persone, ridotte a larve, sottoposte a violenze inimmaginabili prima di morire, sparire come vento dal camino dei forni crematori?

La giornata della memoria, che ogni anno rischia di diventare solo un guscio vuoto di retorica e parole di circostanza (condito dai selfie scattati dai luoghi dell'orrore come Auschwitz), ci costringe a rispondere alla domanda di prima.

Perché questo è successo.
I forni, i campi di concentramento, la stella gialla (o rossa) sulla divisa a strisce, una razza superiore che voleva fare pulizia nel mondo, che doveva essere ripulito dalla “feccia” ebrea (e anche degli zingari, degli omosessuali, dei comunisti, di persone con disabilità). Sotto-uomini, untermensch, li consideravano i nazisti.
Vite indegne di essere vissute: dunque dovevano essere identificati, con quella stella, tenuti lontano dalle brave famiglie ariane (non pensate solo ai tedeschi, è successo pure qui in Italia), tenuti lontano dalle scuole, dalle università, spogliati dei loro beni.
Infine raccolti tutti assieme in carri piombati e spediti nei lager.

Attenzione, la Schoa non è frutto solo della pazzia di un uomo, Hitler il cui odio nei confronti degli ebrei, responsabili di tutte le disgrazie del popolo germanico, era noto dai tempi del Mein Kampf.
I lager, la loro costruzione, le camere a gas, i treni che portavano quelle non persone a morire, il loro rastrellamento, sono frutto di menti intelligenti.
Auschwitz era talmente perfetto, che non poteva essere fatto da gente intelligente.. gente colta, preparata. Un luogo per uccidere il maggior numero di esseri umani”.
Gente come il dottor Mengele, il dottor morte, che di giorno selezionava i bambini per i suoi terribili esperimenti, persone trattate come cavie, e alla sera tornava a casa a raccontare le fiabe ai bambini prima di mandarli a letto.
La “banalità del male” di cui ci ha parlato Hanna Harendt è questa: Mengele, Eichmann e gli altri coscienziosi responsabili del genocidio ebraico non erano dei malati di mente, avevano superato solo quel confine che ti porta a vedere nell'altro, in chiunque altro, un essere umano con una sua dignità.

Ma dietro questi burocrati della morte, c'era anche la massa di persone che ha girato la testa dall'altra parte, che ha scelto di non scegliere.
Non vedere gli ebrei che sparivano.
Non vedere i camion coi rastrellamenti (che in Italia dopo l'8 settembre 1943).
Non vedere le case, i negozi, con le scritte “qui sta un ebreo”.
Non vedere le distruzione dei negozi ebrei, come successo nella civile Germania dopo la notte dei cristalli, pensare che in fondo se l'erano cercata ..

Leggetevi il breve romanzo di Hugo Bettauer, la Città senza ebrei, scoprirete quanto profonde sono le radici dell'antisemitismo, dell'odio nei confronti degli ebrei, accusati di complotti contro la sana nazione austriaca (ma vale lo stesso per la Germania), di non integrarsi, di corrompere il loro modo di vivere

.. noi non ebrei non possiamo continuare a vivere vicino e tra gli ebrei, perché ciò che non si piega si rompe: o noi rinunciamo al nostro modo di essere e alla nostra natura cristiana o gli ebrei alla loro. Nobile Assemblea!

Sono parole che risuonano ancora oggi, perché la mala pianta del razzismo, dell'odio nei confronti dei diversi, che siano ebrei, immigrati, neri, è ancora viva.
Ancora oggi si scrive qui vive un ebreo, in Italia nel 2020.
Significa che abbiamo ancora bisogno di ricordare, di pensare, su quanto è stato.

Due libri utili appena usciti per questo esercizio
L'angelo di Monaco di Fabiano Massimi
La città senza ebrei di Hugo Bettauer

E, chiaramente, Se questo è un uomo di Primo Levi

20 gennaio 2019

La conferenza di Wansee


Wansee è una località fuori Berlino: qui, nella villa del generale delle SS Heydrich (capo dell'ufficio per sicurezza RSHA), il 20 gennaio 1942 si riunirono 15 tra gerarchi del partito nazista, SS e uomini di Stato.
La riunione era indetta dallo stesso Heydrich assieme al suo aiutante Heichmann, per mettere in atto la soluzione finale. L'annientamento della popolazione ebraica nei territori del Reich tedesco, dalla Polonia, alla Russia occupata, fino alla Francia e all'Italia.

In questa riunione si pongono cioè le basi per la costruzione della macchina dello sterminio, in tutte le sue componenti: dei verbali di questa riunione, ne è rimasto solo uno (quello del sottosegretario agli esteri Martin Luther) che è arrivato fino ai nostri giorni e che ci riporta il lessico burocratese usato da queste persone
abbiamo un problema di immagazzinamento degli ebrei in Germania ...”

Si dovevano raccogliere gli ebrei, portarli nei luoghi per lo sterminio, identificare un metodo per la loro uccisione che fosse il meno cruento possibile per i soldati tedeschi. E poi occuparsi dello smantellamento dei loro corpi.
Secondo delle liste e delle procedure ben precise.

La lista degli ebrei da "trattare", presa da Wikipedia


La soluzione finale, la Shoa, non fu solo opera delle SS con la svastica sul braccio: fu un'operazione che coinvolgeva chi si occupava di trasporti per la Deutsche Bahn, l'industria chimica che doveva produrre lo Zyklon B, l'ingegneria e le imprese di costruzione che dovevano costruire forni, dove i tedeschi stimavano di eliminare 60000 ebrei al giorno.

UFFICIO CENTRALE COSTRUZIONI, AUSCHWITZ, ALLA DIREZIONE LAVORI, AUSCHWITZ, 31 MARZO 1943In riferimento alla vostra lettera del 24 marzo 1943(estratto)In risposta alla vostra lettera, le tre torri a tenuta d'aria dovranno essere costruite secondo l'ordine del 18 gennaio 1943, per Bw 30B e 3C, nelle stesse dimensioni e nello stesso modi delle torri già consegnate.Approfittiamo dell'occasione per fare riferimento a n altro ordine del 6 marzo 1943, per la consegna di una porta antigas 100/192 per il I deposito cadaveri del III crematorio, Bw 30A, che deve essere costruita nello stesso modo e secondo le stesse misure della porta del deposito del II crematorio, con lo spioncino di doppio vetro da 8 mm profilato di gomma.Quest'ordine è considerato particolarmente urgente. 
[Stralcio preso dal libro di Robert Harris Fatherland]

Gli uomini che si erano riuniti a Wansee avevano alle spalle le leggi di Norimberga, redatte dal ministro Stuckart, che davano una copertura legale alle discriminazioni contro gli ebrei.
Avevano alle spalle l'esperienza del progetto Aktion T4, ovvero l'eliminazione degli indesiderati, delle persone indegne di vivere: persone con handicap, malati di mente.
Persone che pesavano sullo Stato e che non erano produttive.
“igiene razziale”, questa l'idea dietro quelle morti, fatte con molta discrezione per non disturbare la coscienza delle brave famiglie ariane, quelle con tanti bambini coi capelli biondi e gli occhi azzurri.

Così come avvenne in Italia per le leggi vergogna contro gli ebrei, anche in Germania queste leggi, questi programmi vennero accettati dalle persone, dalla comunità scientifica.
Poche voce si alzarono contro la politica del governo nazista di eutanasia: tra queste quella del vescovo Van Galen che disse “Hai tu, ho io il diritto alla vita solo finché siamo produttivi, ritenuti produttivi da altri?”.

La conferenza di Wansee, la burocrazia usata per nascondere l'orrore, l'ideologia nazista, l'eliminazione delle vite indegne di essere vissute (non solo in Germania, perché l'eugenetica è una deformazione che attecchì anche in altre democrazie, anche negli Stati Uniti).
Ricordiamocele queste cose, quando tra pochi giorni celebreremo la giornata della memoria, chiedendoci come sia stato possibile.
Come sia stato possibile Auschwitz Birkenau (e gli altri campi di sterminio).
La soluzione finale è un qualcosa di molto più grande e complesso: non è solo Eichmann o i pochi altri simboli che sono tirati fuori per questa giornata.
A questo orrore si è arrivati quando si è deciso che non tutte le vite erano uguali, che esistevano persone degne e persone da eliminare, quando si gira la testa dall'altra parte di fronte alle persecuzioni, alle discriminazioni.
Perché prima noi. Prima i tedeschi. O prima gli italiani.

27 gennaio 2018

La giornata della memoria

Credevamo di aver imparato la lezione, il perché dei sei milioni di morti nei campi di concentramento nazisti, dove oltre agli ebrei sono morti zingari, omosessuali, comunisti, nemici del popolo.
Non abbiamo imparato niente.

Non basta una sola giornata della memoria, con tanto di filmati e foto in bianco e nero fatti passare velocemente nei TG.
Serve anche spiegare il perché si è arrivati allo sterminio a livello industriale di un intero popolo: Auschwitx Birkenau non è capitata per caso, ma è il punto di arrivo di una cultura anti-ebraica molto presente in Europa. Anche in Italia, con i suoi ghetti per i figli di Abramo.

Si è arrivati alla Shoa quando si è iniziato a vedere un popolo, una comunità, non come a delle persone, con una religione, usi e costumi diversi, ma come a delle cose.
“Pezzi”, così venivano chiamati i detenuti con la stessa gialla nei lager dalle SS al termine dell'appello.
Pezzi e non persone con tanto di numero di matricola tatuato sull'avambraccio.
Alla Shoa si è arrivati passo dopo passo, quando si è fatto finta di non vedere che sparivano gli indesiderati: persone con problemi mentali, persone con tare fisiche.
Quando a scuola, ai bambini, si davano compiti come quello, citato da Paolini in Ausmerzen, in cui si chiedeva quanto si poteva risparmiare sopprimendo le persone non produttive per la grande Germania.
Quando si è tollerata la violenza contro gli ebrei, le vetrine dei loro negozi spaccate.

Quando si è iniziato a cacciarli dallo Stato, dall'insegnamento, dai luoghi pubblici.
La Shoa, le leggi razziali, varate anche in Italia nel 1938, la caccia all'ebreo, i rastrellamenti e le deportazioni (sotto il governo fantoccio di Salò) nei campi di sterminio, sono una colpa che ci porteremo per sempre addosso.
Un qualcosa che ancora oggi viene minimizzato. Mussolini ha fatto anche cose buone …

Non abbiamo imparato niente.
Non abbiamo imparato niente quando vediamo i lager in Libia, con dentro persone come noi in fuga da fame e miseria, torturate e imprigionate.
Non abbiamo imparato niente quando stringiamo accordi con trafficanti di esseri umani per non far sbarcare qui da noi i migranti.
Non abbiamo imparato niente quando vediamo le baraccopoli e facciamo finta che non ci siano. Anche quando bruciano, come a San Ferdinando in Calabria. Dove quegli immigrati erano costretti a vivere e sfruttati nella raccolta degli agrumi.
Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.Se questo è un uomo Primo Levi - Pag 188

Non abbiamo imparato niente quando plaudiamo ai respingimenti, in nome della difesa di razza. Quando innalziamo muri o il filo spinato, per difenderci da un nemico che non c'è.
Quando deleghiamo a dittature più o meno palesi il ruolo di gendarme dell'Europa.
Quando neghiamo una mano, un aiuto e poi ci consoliamo con “aiutiamoli a casa loro”.
Oggi, come negli anni 30, le grandi democrazie non vogliono vedere. 

Usa, Canada, Gran Bretagna e altri Paesi avrebbero potuto accogliere i rifugiati ebrei già alla fine degli anni Trenta, ma si rifiutarono. Nel 1938, alla conferenza sui rifugiati ebrei che si tenne a Evian-les-Bains, in Francia, parteciparono 32 Paesi. Nessuno, tranne la Repubblica Dominicana e la Bolivia, rivide le proprie quote d’immigrazione. Una colpa grave, accusa oggi il Centro Simon Wiesenthal, organizzazione ebraica internazionale per i diritti umani. Non solo: nel 1939, 900 ebrei, tra cui molti bambini, salparono da Amburgo sul transatlantico di lusso St Louis alla volta di Cuba, sperando di raggiungere così gli Stati Uniti. Giunti all’Havana, furono rispediti in Europa. Almeno 250 di loro sono morti nell’Olocausto
[Dal Fatto quotidiano del 26 gennaio 2015].

Il Sant Louis

Intervista dal TG1, Sami Modiano, uno dei pochi superstiti italiani ai campi di concentramento, ha detto che non si possono dimenticare le violenze, le torture, per queste non c'è alcun colpo di spugna che possa spazzar via tutto. Perché una parte di lui è rimasta a Birkenau.
Dimenticare non si può.

Testimoniare e ricordare, affinché non accada, è un dovere.

10 giugno 2014

Hannah Arendt, di Margarethe von Trotta

Eichmann era incapace di pensare”: è questa una delle conclusioni cui giunse la studiosa, filosofa tedesca (ed emigrata in America dopo la guerra) Hannah Arendt, inviata dal New Yorker a Gerusalemme per seguire il processo in corso ad Eichmann.
Il film di Margarethe von Trotta ricostruisce questi mesi della sua vita: il processo (mostrato con le immagini originali in bianco e nero), gli articoli di giornale che diedero vita al suo celebre libro “La banalità del male - Eichmann a Gerusalemme (1963)”.
I suoi articoli crearono molte polemiche in Israele e nella comunità ebraica in America: la filosofa comprese che la persona che si trovava di fronte, dietro una lastra di vetro, non era un diavolo, l'incarnazione del male assoluto.
Adolf Eichmann era solo un burocrate, una persona grigia che aveva svolto con ordine e precisione il compito che il partito nazista e Hitler gli avevano assegnato, nell'ufficio B4 sottosezione 4 dell’RSHA, ufficio per la sicurezza nazionale delle SS.

Israele aveva bisogno del mostro, per imbastire un processo che non avrebbe potuto celebrare, avendo rapito Eichmann in Argentina.
Arendt raccontò di questa persona che aveva collaborato all'Olocausto “senza pensarci”: il crimine più brutale contro l'umanità (perché aveva colpito degli esseri umani negando loro la condizione di esseri umani) era stato eseguito da persone che non pensavano, non avevano idee, non ritornavano sulle loro azioni. Questa era la banalità del male che aveva reso il popolo tedesco in larga parte complice dello sterminio degli ebrei, senza un minimo di senso critico per le sue responsabilità individuali.
Eichmann poteva essere chiunque: chiunque fosse stato calato in una realtà, come la Germania di Hitler e avesse accettato la situazione senza porsi domande, senza nessuna riflessione, senza avere idee personali.


Un altro aspetto dei suoi articoli suscità enormi tensioni: le critiche rivolte a parte dei capi delle comunità ebraiche, che collaborarono con l'organizzazione messa in piedi dalle SS, per il trasporto verso i campi: “il capitolo più buio di questa storia”.
Così facendo molti ebrei accettarono i trasporti senza ribellarsi tranquillizzati dal comportamento dei capi.

Secondo la Arendt, se gli ebrei non si fossero lasciati nelle mani dei capi, almeno il 50% di loro si sarebbe salvato.


Il discorso finale (in inglese) di fronte alla sua aula


Uno degli ultimi passaggi del film:

Hannah Arendt: The whole world is trying to prove that I'm wrong. And no one sees my real mistake. Evil cannot be both ordinary and radical. Evil is always extreme. Never radical. Good is always deep and radical.
Heinrich Blücher: Would you have covered the trial if you knew what was expecting you?
Hannah Arendt: Yes. I would have covered it. Maybe to learn who my real friends are.
Heinrich Blücher: Kurt was your friend and would have remaind such.
Hannah Arendt: Kurt was my family.



Uomini ridotti ad ingranaggi dentro un sistema che non giudicano e che si possono giustificare delle loro azioni con frasi del tipo “obbedivo solo agli ordini”: è questo l'effetto finale delle dittature o dei regimi totalitari. Dove, non a caso, si bruciano i libri.  

25 gennaio 2014

Dovrei essere fumo, di Patrick Fogli


Incipit:
Vivo con la consapevolezza del baratro.La frase è spuntata fra i pensieri all’improvviso, un’epifania che non sa collocare nel tempo e il cui solomotivo plausibile è il tentativo di mantenere un contatto con la realtà. Da quando è tornato, quasi un miracolo.Alza il volume, la musica occupa la scatola cranica, pare in grado di tracimare oltre, le tempie e la corsa seguono il ritmo del suono. Alza ancora, i piedi aumentano la cadenza, l’udito reclama una tregua, fa scendere le note al confine del dolore e il passo di conseguenza.Scherza col proprio corpo, restituisce il fastidio che riceve da mesi. Un’altra guerra persa che si ostina a combattere.Controlla sullo smartphone il ritmo del percorso, ritrova l’andatura, la mente impone ai gesti obbedienza e disciplina. In spiaggia, il cielo prosegue nel mare, una lastra di ardesia increspata di schiuma, la spiaggia è grigia, verde, densa, costellata di rifiuti, tronchi, qualche bottiglia di plastica.

Vicino alla riva l’odore del mare è pungente, la risacca si mescola alla musica, un ragazzo corre nella direzione opposta, lo vede tutti i giorni, non si salutano, si guardano in silenzio, l’altro indossa sempre un paio di occhiali avvolgenti, di plastica scura,pantaloncini sintetici e attillati, ha le gambe glabre, forse depilate, sembrano viaggiare alla stessa velocità. Oggi però è stanco, avanza più lento, la bocca aperta a cercare aria e non lo nota, la fatica è l’unica compagnia che merita attenzione, così anche lui non lo guarda e non ne ha bisogno, ha imparato da molti anni a notare particolari minimi con la vista periferica.Alla fine della spiaggia sale i gradini che conducono al molo, continua a correre verso l’orizzonte, in fondo al pontile il mare è dappertutto, le vertigini arrivano all’improvviso, sbanda, l’adrenalina lo tiene in piedi, deve rallentare, poco prima della strada si ferma. Resta immobile, le braccia lungo i fianchi, la testa alta, la musica che esplode nelle orecchie, la strada deserta battuta da una pioggia impalpabile, le finestre sigillate di un albergo di lusso, un randagio che attraversa la strada, la musica che finisce di colpo rivela il frastuono del sangue che resiste alla fatica. La vertigine impiega qualche minuto a svanire, ma non ha fretta. È già successo, sa attendere, sa come affrontarla.
Prima di muoversi dedica qualche minuto agli esercizi di allungamento, le articolazioni scricchiolano, muove il collo a occhi chiusi, aspetta che il rachide risponda. Poi ricomincia a correre, una sgambata leggera, per allontanare la fatica.Il tempo che serve per arrivare all’unico bar aperto.Dietro al bancone c’è un ragazzo, è sempre lì a ogni ora del giorno, in attesa dell’estate o che passi il tempo.Aspetta l’ordinazione, ma potrebbe farne a meno, è sempre uguale, un succo di arancia in un bicchiere da birra. Beve in silenzio, a un lato del bancone.
«Alberto Corini?»
Questa è la storia di due uomini che vorrebbero fuggire dal loro passato, ma senza riuscire a liberarsene del tutto.
Alberto Corini è un ex militare, ha combattuto guerre sporche in Afghanistan e in altri luoghi, dove ha imparato ad uccidere e a sopravvivere alla morte. Mimetizzandosi in mezzo al nemico, imparando diverse lingue e dialetti.
«Volevi sapere della mia guerra» le dice. «La mia è una guerra senza cannoni e carri armati, la guerra di un uomo sconosciuto, un uomo senza identità, con molti nomi e molte lingue, che ha conosciuto un esercito per i pochi anni necessari a farmi diventare quello che sono.»«E cosa sei?»Alberto esita un istante.«Ascoltavo una canzone da ragazzo, una canzone molto più vecchia di me. La canto ancora, le rare volte in cui mi capita di cantare. “C’è stato un tempo in cui per un attimo ho pensato che avrei perso la testa.”»
L'uscita dal mondo militare è stata lunga e dolorosa, come se una parte del suo corpo fosse ancora rimasta là, sul campo, a preoccuparsi di come rimanere vivo: oggi sfugge al suo passato correndo fino allo sfinirsi sulla spiaggia e prendendo delle medicine per lenire gli attacchi di emicrania.
Ma contro le sue crisi non può fare altro che aspettare che passino: sono momenti in cui il suo corpo è come se sfuggisse, in un incubo dai tanti colori. Colore rosso, colore azzurro, fiordaliso, giallo. Alberto Contini, oltre alle corse sulla spiaggia, passa il suo tempo parlando con un Vecchio e leggendo le pagine di un quaderno azzurro.


Sono nato il 25 luglio del 1921, mi chiamo Emile Riemann e sono ebreo”. L'altro uomo si chiama Emile e racconta, nei capitoli pari del libro, la sua storia in una sorta di diario. La vita borghese scossa dalla guerra e dall'arrivo dei nazisti nel 1940.
Il clima pesante nei confronti degli ebrei, spogliati di tutti i loro averi e diritti. Rinchiusi in quartieri ghetto, ammassati uno sull'altro, e resi immediatamente riconoscibili agli altri per la stella gialla sul petto. Inermi all'ira e alla violenza dei tedeschi.
La speranza di sopravvivere anche a questa bufera interrotta dall'arresto da parte della polizia francese che deporta tutti gli ebrei parigini al Velodrome (un episodio citato anche nel bel film Le chiavi di Sara). Per poi finire su uno dei treni piombati per Auschwitz.


Alberto accetta un incarico di sorveglianza di un signore anziano, Nils Schwarz, prima nella clinica dove è ricoverato e poi nella sua villa. Per conto di questo personaggio enigmatico ma potente (per il giro di conoscenze che dimostra di possedere), Alberto uccide delle persone, senza chiedersi il perché, visto che quello è il suo lavoro, di cui lui è uno dei migliori. Ma altri misteri si aggiungono in questa storia: chi vuole uccidere Nils Schwarz e perché? Cosa nasconde nella sua vita questo anziano signore che non ha lasciato traccia nel suo passato (almeno dalle ricerche che Alberto è riuscito a fare)?
Cosa c'è nella sua stanza nascosta, con la scrivania di legno, il cui accesso è proibito a tutti?


Emile varca la porta di Auschwitz: la fortuna, e forse non è corretto parlare di fortuna, lo mette nella lista dei detenuti ebrei che si occupano della cremazione dei cadaveri, dopo che sono stati gasati nelle docce. Dove anziché l'acqua per lavarli, scende lo Zyklon B.
Emile scopre l'orrore: l'orrore di dover sopravvivere a tutto quell'inferno, di vedere coi propri occhi la propria fidanzata entrare dentro la camera della morte, senza poter fare niente. La pazzia delle SS del campo, per cui l'ebreo non è più un uomo. E' una cosa, un non uomo spogliato dei suoi vestiti, della sua dignità, del suo essere, che può morire per un capriccio dei carcerieri, perché arriva in ritardo al rancio, perché si dimentica in giro la gamella, perché non ubbidisce subito agli ordini. Tra queste bestie, uno degli ufficiali del campo, Alex Murnau, l'uomo che si sentiva Dio “Sono il punto di vista di Dio, ebreo [..] Il punto di vista del tuo Dio, che decide della tu vita e della tua morte”.


Emile diventa uno dei componenti delle squadre speciali, i Sonderkommando:
Avrei voluto piangere, avrei dovuto forse, ma in quel momento cominciò a lavorare dentro di me il germe della sopravvivenza, il tarlo che prima o poi ha conquistato tutti noi che abbiamo resistito e possiamo raccontare. Ti mina il cervello, corrode, guasta, perché non posso credere che sia sano chi ha visto quello che ho visto e non ha pianto, non si è ucciso, non si è lasciato morire”.
Morire aspettando la prossima selezione, oppure sopravvive per poter raccontare un giorno al mondo che è la fuori cosa è stato?
Nel racconto di Emile c'è tutto il dolore e il tormento per essere sopravvissuto:
“Perché proprio io, perché soltanto io di tutta la mia famiglia sono sopravvissuto, quando tutti quelli che amavo sono morti là dentro?”
E ancora:
Ho scoperto che è più difficile vivere dopo Auschwitz che ad Auschwitz.
Io non dovrei essere vivo.
Io non dovrei essere vivo.Non dovrei parlare.Non dovrei respirare mangiare bere dormire pensare.
Io dovrei essere fumo.Io mi vergogno di vivere, mi vergogno quanto si può vergognare un uomo e mi chiedo ogni giorno che passa, anche quando non sono consapevole di farlo, perché e con quale diritto cammino ancora al mondo”.
Alberto e Emile: le loro storie viaggiano affiancate, con tutti i misteri del non svelato per quei particolari che volutamente l'autore non rivela, se non alla fine di tutta la storia.
Quando si capirà cosa lega l'ex militare Alberto ad Emile, il ragazzo ebreo finito nel campo di concentramento. Chi sia il vecchio, una delle poche persone con cui Alberto riesce a confidarsi. Cosa c'è scritto in quel quaderno dalla copertina azzurra.
Una storia sulla vendetta e sul perdono che, come scrive Patrick “non sempre sono sulle facce opposte della medaglia”.


Un libro dedicato ad Emile e a tutti gli Emile dietro questo personaggio inventato ma reale allo stesso tempo, i milioni di uomini morti perché un uomo si mette sul trono di Dio e decide della tua vita e della tua morte. Un libro che racconta del nostro passato, da dove veniamo. 


Il blog di Patrick Fogli, dove potrete trovare altri spunti di lettura.
La scheda del libro suo sito di Piemme edzioni e il primo capitolo del libro.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.


Altri spunti per approfondire:
La zona grigia di Tima Blake Nelson, un film basato sulle testimonianza del medico ungherese Miklos Nyiszli, che operava agli ordini del dottorMengele.

Se questo è un uomo, di Primo Levi

16 ottobre 2012

Li hanno portati via - il rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943

Degli oltre 350 bambini deportati dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 dopo il rastrellamento delle ss e dei repubblichini, non ne è tornato a casa nessuno.
Tutti passati per il camino.
A loro è dedicato il libro "16.10.1943. Li hanno portati via" : i loro nomi, le loro foto, i loro vestiti, i loro sorrisi.
Perché almeno nella nostra memoria, continuino a vivere.
E noi, a non dimenticare.

Dal sito urloweb:

Lo stesso materiale è stato raccolto in un volume "16.10.1943. Li hanno portati via", edito da Fandango Libri, che il presidente Zingaretti presenti insieme al responsabile Progetto Storia e memoria Provincia di Roma, Umberto Gentiloni. All'appuntamento partecipano il presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e la direttrice dell'archivio storico ITS Bad Arolsen, Susanne Urban. Sono state rinvenute le fotografie di trentadue bambini romani scattate pochi mesi prima della deportazione e le schede identificative riportanti ciascuna il nome, il luogo di nascita, la data e il luogo di deportazione di altri duecento bambini.

Ciascuna fotografia è accompagnata da un dossier, predisposto dagli archivisti dell'ITS e contenente le lettere, le corrispondenze e le comunicazioni con le famiglie e le autorità civili sull'andamento e l'esito della ricerca.

L'International Tracing Service di Bad Arolsen (Germania) è un'istituzione della Croce Rossa internazionale nata pochi mesi dopo la fine della guerra per cercare di ricostruire la sorte delle milioni di persone deportate nei campi di concentramento o costrette a emigrare dai loro luoghi di origine dall'esercito e dall'amministrazione nazista. Negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, attraverso il recupero di diverse fonti documentarie (archivi nazisti, elenchi di deportati redatti dalle comunità locali, dalle amministrazioni civili o dalle autorità militari dei paesi coinvolti nel conflitto) l'International Tracing Service divenne il nodo nevralgico della raccolta delle informazioni sul destino di oltre quindici milioni di persone. Gli archivi di Bad Arolsen conservano così anche il materiale relativo alla deportazione degli ebrei romani, mai utilizzato in precedenza.

La documentazione consente di ricostruire il vano percorso di ricerca effettuato dopo la fine della seconda guerra mondiale dai familiari di oltre trecentocinquanta bambini ebrei romani, deportati tra l'ottobre 1943 e il giugno 1944. Si tratta di materiale sostanzialmente inedito, essendo stati gli archivi aperti al pubblico e agli studiosi soltanto nel 2006.

Queste alcune delle foto appartenenti all'archivio, con le relative biografie.


Anticoli Enrica (detta Richetta), nata a Roma il 19/4/1938, figlia di Marco Anticoli ed Ester Frascati; arrestata a Roma il 16 ottobre 1943, deportata e uccisa all’arrivo nel campo di Auschwitz il 23 ottobre 1943.


Moscato Bruno Anselmo, nato a Roma l’8/8/1939, figlio di Giuseppe Lazzaro ed Emilia Pavoncello; arrestato a Roma il 16 ottobre 1943, deportato e ucciso all’arrivo nel campo di Auschwitz il 23 ottobre 1943.
Moscato Lazzaro, nato a Roma il 16/4/1938, figlio di Giuseppe Lazzaro ed Emilia Pavoncello; arrestato a Roma il 16 ottobre 1943, deportato e ucciso all’arrivo nel campo di Auschwitz il 23 ottobre 1943.