29 settembre 2021

Il ritmo di Harlem, di Colson Whitehead

 


Suo cugino Freddie lo coinvolse nella rapina in una calda sera di inizio giugno. Ray Carney stava vivendo una delle sue giornate frenetiche – uptown, downtown, sfrecciando da un capo all’altro della città. Senza neppure spegnere il motore.

Questa è la storia di un uomo di colore, nato e cresciuto negli anni sessanta nel quartiere di Harlem, uptown, ma un uomo con due volti.

Intendiamoci, due volti in senso metaforico, perché Ray Carney è una persona normale, come tante, con un volto da onesto commerciante di mobili, anche usati, che vende nel suo negozio alla 125 strada, con un aiutante e perfino una segretaria.

Ha studiato economia al college per arrivare a questo, un piccolo imprenditore con un discreto successo, cosa non facile per una persona di colore nell'America degli anni sessanta. Anche sua moglie Elizabeth ha studiato, laureata in legge: avrebbe potuto intraprendere una carriera nel settore ma ha scelto invece di lavorare per un gruppo che aiuta le persone di colore quando devono spostarsi, per vacanza o per altri motivi. Quali hotel scegliere, quali percorsi fare e quali evitare, in quali paesi è meglio evitare di farsi trovare in giro dopo il coprifuoco se vuoi tornare vivo a casa, perché siamo sempre nell'America dove negli stati de sud le lancette si sono fermate al secolo precedente. Sebbene non sia infrequente prendersi qualche manganellata o finire in manette per il colore della pelle anche qui al nord.

Ma Ray ha anche un altro volto, nemmeno troppo nascosto, almeno per chi lo conosce da vicino: è figlio di big Mike Carney, un piccolo criminale che da piccolo lo aveva lasciato solo. Ray aveva passato diversi anni dell'infanzia, dove aveva un carattere chiuso, dalla zia Millie assieme al cugino Freddie.

Chi era Carney, a quei tempi? Gracile e timido, ogni sua parola un mezzo balbettio.

Quante ne avevano fatte, con Freddie e ogni volta che il cugino lo ficcava in qualche problema in era sempre la stessa storia “non volevo causarti dei guai..”

Anche se oggi Ray è un commerciante, non disdegna, qualche volta, di rivendere qualcosa che gli arriva tra le mani in via non proprio ufficiale.

«Li ha portati ieri un tizio» disse Aronowitz. 

«Mi ha detto che sono caduti da un furgone.» 

«Le scatole sembrano intatte.»

«Non saranno caduti da tanto in alto.»

Qualche merce che è caduta dal camion, qualche gioiello senza un vero certificato di garanzia che poi Carney rivende da un gioielliere ebreo con pochi scrupoli ma con un grande occhio per le pietre preziose. Piccole cose, nemmeno da porsi troppi scrupoli sulla propria coscienza.

Ma ora Freddie lo sta cacciando in un guaio ben più grosso, lo sta portando dentro il giro del crimine che conta: il giro dei Miami Joe, un criminale venuto su da Miami, dei Chink Montague, uno “noto per la sua abilità con il rasoio a mano libera”, del signor Pepper, un altro gentiluomo che aveva lavorato col padre di Ray e che veste sempre allo stesso modo, una salopette e una camicia a quadri.

Big Mike, l'uomo vestito in viola, ha organizzato un colpo per svaligiare l'Hotel Theresa, uno dei pochi che ospitava anche “neri”, in vacanza o di passaggio per la città ai tempi della segregazione, “il quartier generale del mondo nero”.

«Gli hai fatto il mio nome. Lo sai che non sono in quel giro. Io vendo articoli per la casa.» «Il mese scorso non ti sei lamentato, quando ti ho portato quel televisore.» «Era seminuovo. Non avevo motivo di lamentarmi.»

Per questo colpo, Freddie ha fatto il nome di Ray come persona a cui far smerciare i gioielli rubati. Che fare, lasciar perdere tutto, tirarsi fuori o fare quell'altro passettino verso il crimine?

Non rimane altro da fare che accettare, entrare nel giro e rischiare anche la pelle, perché al termine della rapina le cose tra i soci del colpo non andranno nel verso giusto.

Questo sarà solo il primo passo, per la carriera criminale di Ray. Perché è una strada senza ritorno e forse Ray non è l'onesto commerciante e padre di famiglia. In quell'America dove quello che contano sono i soldi e le relazioni, quella nuova dimensione non gli dispiace molto.

Altri passettini arriveranno: la vendetta contro un banchiere di colore che ha truffato mezza uptown, la mazzetta al detective bianco per chiudere un occhio, il primo morto da scaricare sulla riva del fiume nascosto dentro un tappeto..

L'evoluzione del Ray criminale ha una corrispettiva crescita anche del Ray uomo d'affari: la crescita della sua esposizione, una nuova casa in Riverside Drive, anche per far crescere i figli di fronte ad un panorama diverso dalla sopraelevata che vedevano davanti la vecchia finestra.

A volte Carney sentiva ancora il suocero definirlo “quel venditore di tappeti”

E' anche una rivincita nei confronti dei suoceri, che non avevamo visto di buon occhio il matrimonio di quel ragazzo di colore con la figlia, per la sua provenienza sociale.

Ma il prezzo di questa salita, verso un maggiore benessere da una parte, o discesa nel mondo criminale, avrà un costo, perché Ray si ritroverà in mezzo a nuovi gangster, ancora più pericolosi, perché dalla loro parte hanno l'arma più potente.

Il denaro e le amicizie che contano.

Aveva passato così tanto tempo a cercare di tenere una metà di se stesso separata dall’altra metà, e adesso erano destinate a scontrarsi. Ma d’altronde condividevano già lo stesso ufficio, no?

Attraverso il racconto della vita del protagonista, l'autore ci racconta la vita di quella parte dell'America, quella all'interno del quartiere nero di Harlem, uptown.

Davanti a lui non si stendeva una Nuova Frontiera infinita e munifica – quella era per i bianchi –, ma questa nuova terra era grande almeno qualche isolato, e a Harlem qualche isolato era tutto. Qualche isolato era la differenza tra gran lavoratori e delinquenti, tra opportunità e fatica ingrata.

La crescita della televisione a discapito della radio, un apparecchio sempre più in disuso, i gusti per l'arredamento che cambiavano.

Le rivolte scoppiate a diverse ondate e spesso causare da qualche colpo di pistola partito da un poliziotto bianco contro un nero.

Le bustarelle che girano, come se fosse un ricambio della merce fisiologico.

Club esclusivi dove anche persone di colore potevano coltivare le loro ambizioni e far crescere la loro rete di relazioni.

Negozi che Ray aveva conosciuto sin da bambino e che invece nascondevano l'ingresso ad un'altra città, la città criminale.

Un mondo intero che viene raccontato seguendo la storia personale del protagonista, l'uomo con due volti e alle prese con la difficoltà nel cambiare il proprio ruolo sociale, in quella che dovrebbe essere la terra delle opportunità.
Un romanzo sociale, mascherato da giallo che è anche un omaggio a New York e Harlem.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


28 settembre 2021

Presadiretta – il tempo perduto

Quella di ieri sera è stata un'inchiesta nel mondo del carbone, del petrolio, del gas, nell'industria del fossile, quella a cui dobbiamo rinunciare se vogliamo arrivare ad emissioni 0 nel 2050. Ma la realtà è diversa.

A furia di sentir parlare di transizione ecologica, emissioni zero, pensiamo che l'ora delle energie fossili sia finita, ma non è così.

L'ondata di caldo in Oregon, generata dal cambiamento climatico, ha causato duecento morti, settecento morti sono stati registrati in Canada per una ondata di calore. Altre morti per i nubifragi in Germania.

Di chi è la colpa? Nell'incontro dei grandi della terra al G20, erano tutti d'accordo, da Biden a Draghi al presidente cinese.

Ma c'è un divario tra la retorica e la realtà – racconta il direttore dell'agenzia dell'energia dell'OCSE: dovremo rinunciare a parte dell'energia, dovremo smetterla in nuovi investimenti in nuovi pozzi petroliferi, nella scoperta di nuovi giacimenti di gas.

Peccato che l'utilizzo di combustibili fossili per l'energia non sia diminuito, come dimostra lo studio del think tank internazionale Ren21: in tutto il mondo si continua ad investire nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas e così anche in Italia.

A Licata i pescatori fanno lo slalom tra i relitti dei pozzi di gas in fondo al mare e le piattaforme che cercano il petrolio in fondo al mare: queste strutture danno fastidio alla loro attività, danneggiano la pesca nel mare di Sicilia.

Nuove piattaforme significa meno lavoro per i pescatori: sono i pozzi appena autorizzati dal ministro Cingolani che dovrebbe gestire la transizione ecologica.

Un via libera per sfruttare i giacimenti di petrolio nel sottosuolo della Sicilia, dell'Emilia Romagna e nei fondali dell'Adriatico, nonostante i ricorsi delle province a queste trivellazioni in mare, anche quelli lungo il delta del Po.

Le associazioni ambientaliste gridano al tradimento, ma il ministro si è difeso dicendo che le trivelle erano già lì.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, attivo sostenitore nel referendum No Triv (quello del “ciaone” per chi se lo ricorda) il ministro non avrebbe dovuto nemmeno firmare una parte dei decreti, perché non sono legittimi: “la legge 12/2019 lo impedisce, cioè sospende tutti i procedimenti in corso finalizzati ai permessi di ricerca e la vigenza dei permessi ricerca già rilasciati”.

Nel 2018 i partiti avevano stoppato le trivellazioni in attesa del Pitesai, un piano organico che è fermo da anni: Cingolani che si è difeso dicendo che le autorizzazioni gli sono capitate sul tavolo, poteva non rilasciare il permesso come ha fatto l'ex ministro Costa.

Ma se dobbiamo uscire dalle risorse fossili, se vogliamo ridurre le emissioni, quando iniziamo veramente?

Gli effetti del petrolio sulla salute

A Gela si trivella dagli anni '50 e qui si inaugurò con Mattei il polo petrolchimico: le cicatrici di questa storia industriale sono ancora qui, a Gela.

A Gela tante famiglie hanno malati di tumore, troppe le deformazioni pre natale, un rapporto dell'istituto superiore della sanità riporta tumori e deformazioni nei neonati.

Colpa dell'inquinamento del petrolchimico, come a Taranto, senza però aver goduto un'attenzione nazionale da parte dei governi e della stampa.

Lo scorso 8 giugno il tribunale di Gela ha negato che ci siano correlazioni tra inquinamento e malformazioni, ma la battaglia delle famiglie va avanti, come va avanti il processo contro dirigenti Eni alla raffineria di Gela. Sversamenti nei terreni, carenza nei controlli, queste le accuse alla multinazionale che non avrebbe fatto le opportune bonifiche.

Nel 1998 Gela è inserita tra i SIN, le aree contaminate che necessitano di bonifica: ma al momento non esistono bonifiche completate.

Però tantissime attività sono state fatte – racconta il direttore dell'impianto: le bonifiche sono partite, gli impianti sono in dismissione, si stanno sperimentando tante tecniche nuove, ma i tempi sono lunghi.

Ma fuori dalla raffineria le cose sono messe peggio: c'è la discarica Cipolla di proprietà di un imprenditore fallito, dove a fianco del sito contaminato pascolano le capre. La falda sotto Gela si è contaminata e si sta spostando verso il mare.

Dalla Sicilia al Niger: la falda del fiume Niger è contaminata dalle aziende che estraggono petrolio e gas, per colpa delle oil spills.

Aziende come la nostra Eni, Agip, che inquinano terreni e acque mettendo in crisi l'attività dell'uomo in queste zone della Nigeria.

Colpa dei sabotaggi – la difesa delle aziende, ma un'indagine di amnesty international ha stabilito che è colpa della manutenzione delle condutture e dei tempi lunghi in cui queste multinazionali intervengono per bloccare gli sversamenti.

Le aziende del petrolio inquinano acqua, aria e terreni e non esistono studi su questi disastri ambientali di cui in Europa si parla troppo poco.

Ma ora Shell Nigeria dovrà risarcire diversi contadini che lavoravano su terreni che hanno subito perdite da oleodotti, sulla base del tribunale dell'Aja: non puoi inquinare a casa degli altri, come non si può inquinare a casa tua, questo dice la sentenza.

Il negazionismo climatico

Teresa Paoli ha intervista un geologo che ha lavorato per la Exxon Mobil sui cambiamenti climatici causati dalle emissioni e il ciclo del carbonio: Edward Garvey ha compiuto questi studi nel 1978 e portati avanti per tre anni. Nata a fine ottocento, in Italia è conosciuta come Esso: il lavoro di Garvey e della sua equipe era progettare il sistema per misurare il valore dell'anidride carbonica. In questa ricerca ha imparato molto sugli scambi tra oceano e atmosfera, un qualcosa non ancora noto, ma già all'epoca era molto chiaro che la temperatura stava per aumentare – racconta alla giornalista – non era una questione se stesse aumentando, ma quanto velocemente, quanto presto e quali sarebbero state le implicazioni.

Nei primi anni 80 Exoon stessa ha elaborato un grafico che metteva nero su bianco quello che sarebbe avvenuto: la correlazione tra l'aumento della temperatura dell'atmosfera e le emissioni di co2 dei combustibili fossili.

“I geologi e i climatologi avevano evidenze negli anni 70” prosegue lo scienziato, e quando Exoon mise in dubbio queste posizioni “queste non derivavano dalla conoscenza, tutti lo sapevano, Exoon non ha mai detto non è un problema, ma ha pagato delle persone affinché lo dicessero. E non sarà solo Exxon a pagare per questo, ma il mondo intero, come scienziato fa veramente paura, questo non è un esperimento a cui vorremmo assistere.”

E ora? “Forse non è troppo tardi per evitare la catastrofe, ma abbiamo perso troppo tempo”.

Le ricerche a cui ha partecipato Ed Garwey non sono mai state pubblicate ma sono la dimostrazione che le compagnie avevano ben chiara la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Il giornalista Stefano Vergine racconta che Greenpeace USA qualche anno fa è riuscita a trovare i documenti che Exoon Mobil ha presentato all'agenzia delle Entrate in cui ha detto a quali enti benefici, a quali associazioni di ricerca, sono arrivati i loro finanziamenti.

“Exoon Mobil dal 1998 ad oggi ha dato 33ml di dollari ad una serie di associazioni, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico”: assieme al professore dell'Università Bicocca Milano Marco Grasso, Stefano Vergine ha scritto un libro dal titolo “Tutte le colpe dei petrolieri” in cui hanno fatto i conti in tasca ai signori del petrolio.

Racconta Marco Grasso: “Cento grandi industrie petrolifere hanno contribuito tra il 1988 al 2015 al 71% delle emissioni cumulate industriali globali, li conosciamo uno per uno”.

Sono compagnie statali come Saudi Aramco, la russa Gazprom, le private Exxon, la China National Petroleum e anche Eni: sono state definite l'elefante nella stanza perché sono state abili nel nascondere le loro responsabilità, nello scaricarle sui consumatori, nel dirottare l'attenzione verso altri soggetti e nel presentarsi solo come soggetti che forniscono un servizio, soddisfano una domanda.

Le compagnie petrolifere, che sono quelle che emettono la co2, non hanno vincoli sulle emissioni per legge e sulla loro riduzione, i vincoli li hanno gli stati, tant'è che le compagnie petrolifere fanno i loro piani di riduzione solo su base volontaria.

Ma qualcosa sta cambiando: il 26 maggio 2021 con una sentenza storica il tribunale olandese ordina alla multinazionale Shell di tagliare del 45% le proprie emissioni di co2 entro il 2030: la causa era iniziata nel 2018 ed è stata sostenuta da 17mila cittadini olandesi guidati dall'associazione ambientalista “Friends of the earth”: per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi anche Shell deve avere un ruolo da svolgere – questa la convinzione dell'associazione – doveva essere obbligata a ridurle e il giudice ci ha dato ragione.

Questa sentenza ribalta il “clima” di negazionismo climatico: Shell era in possesso di documenti che dimostravano le conseguenze dei combustibili fossili già dagli anni 60, avevano decenni per diventare una compagnia diversa ma non lo ha fatto.

Questa sentenza sarà un precedente per imporre a tutte le compagnie un cambiamento di politiche industriali, il loro core business non potrà più essere petrolio e gas.

A Roma, davanti la sede dell'Eni, l'azienda partecipata dallo Stato italiano, si è svolta un'azione dimostrativa di Greenpeace: questa azienda è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra, racconta di avere un piano di decarbonizzazione, ma in realtà gran parte dei soldi finiscono in gas e carbone, a breve periodo questi investimenti cresceranno del 4%.

Farà in tempo a raggiungere i risultati “green” entro i limiti prefissati? Una proposta è catturare la Co2 in atmosfera, come sta facendo al largo di Ravenna.

Ma progetti uguali sono falliti all'estero: la co2 non si può immagazzinare totalmente e per sempre, racconta a Presadiretta Vincenzo Balzami, è una strada pericolosa e che non potrà funzionare.

Si sceglie questa strategia solo per continuare ad usare i combustibili fossili. Un'altra strategia sono le bioraffinerie, “il passo decisivo per la transizione” racconta Francesco Franchi direttore Eni a Gela: il cuore è una tecnologia che produce un olio biodiesel, che potrà essere usato per i trasporti, per i camion, prodotto da materie prime provenienti dall'Asia, come l'olio di palma.

L'impianto tratterà scarti alimentati, che al momento però arrivano dall'estero e non dall'Italia perché da noi non esiste una filiera.

Per la rete “legalità per il clima” queste strategie di Eni non sono sufficienti e ha mandato una lettera di diffida all'azienda: Iacona ne ha chiesto conto la direttrice di ricerca e sviluppo di Eni.

L'idea di arrivare ad emissioni zero nel 2050, ma il petrolio verrà sostituito dal metano entro il 2030, anche se è un potente gas serra. Come mai non hanno puntato alle energie rinnovabili?

L'ingegnere dell'Eni parla di progetti in Africa e nel mare del nord, racconta che le rinnovabili non sono energie stoccabili, dello stoccaggio dell'anidride carbonica in giacimenti esauriti. Ma non sarebbe meglio non emetterla proprio la co2, se poi catturarla è difficile?

L'impressione è che Eni non abbia intenzione di investire troppo in nuove tecnologie, che intenda comunque difendere e riutilizzare gli ex impianti e le “vecchie” competenze.

Entro il 2025 chiuderanno tutti i giacimenti di petrolio assicura la dottoressa Zarri.

Il paradiso del fracking in Texas

Nel Texas si è iniziato ad estrarre petrolio nel 1920, grazie alla produzione fatta qui gli USA hanno superato l'Arabia, grazie all'uso del fracking.

La tecnica del fracking ha fatto risorgere le aziende del petrolio, gli imprenditori e gli uomini di affari parlano di un nuovo west, come se fossero di fronti ad una nuova frontiera.

Altro che smettere col petrolio, qui i petrolieri pensano di andare avanti per 20-30 anni, senza fermarsi, perché questa industria ha bisogno di nuova energia per andare avanti, come un mostro affamato, necessità di acqua, di sabbia e di altre sostanze chimiche per spezzare le rocce.

Questa tecnica però inquina l'aria: il gas metano che sfugge agli impianti costituisce una bomba ad orologeria sull'America, le emissioni di metano sono aumentate in questo decennio proprio per lo “shale gas” estratto grazie al fracking.

Lo shale gas è peggiore del carbone, raccontano due professori della Cornell University, perché è un gas inodore e insapore: per scovarlo serve una camera ottica come quella di Sharon Wilson, cacciatrice di metano e attivista dell'associazione Hearthworks.

Sharon lavorava nell'industria del gas prima che il suo ranch fosse circondato da impianti di fracking e che dal suo rubinetto iniziasse ad uscire acqua nera.

Ora è diventata un'attivista dell'associazione Hearthworks: secondo lei questo tipo di inquinamento non è risolvibile dalle aziende:

il gas è come un drago non puoi intrappolarlo in un serbatoio, nemmeno in un tubo, non puoi intrappolarlo in un camion, né in una nave cisterna, è volatile e sotto pressione e troverà il mondo per uscire. In questo momento non c'è la tecnologia per controllarlo. L'industria ha promesso per un decennio di smettere di emettere del gas e invece le emissioni sono aumentate, non credo più a queste promesse”.

Nessuno controlla mai le emissioni di questi impianti, spesso irregolari: le famiglie che vivono in mezzo a questi impianti devono cambiare casa, perché vicino a queste ciminiere, vicino alle trivellazioni le persone si ammalano.

La pressione nel sottosuolo, per l'acqua iniettata sottoterra causa poi problemi ai pozzi dove l'acqua esplode e inquina i terreni: l'acqua dei pozzi diventa salata, inutilizzabile e diventerà un problema per i prossimi quarant'anni, come le scorie nucleari.

C'è anche poi il rischio terremoti, registrati sempre di più nelle zone prossime ai pozzi.

Il metano è molto più alterante per il clima rispetto ad altri idrocarburi: eppure i negazionisti del clima in Texas continuano a raccontare le loro sciocchezze.

Il “negazionismo climatico” è diventato politica di governo, ha ammesso Christian Wayne, commissario della Railroad Commission Of Texas, l’ente governativo che gestisce l’industria petrolifera nel Texas:

«Perché dovremmo spendere 78 mila miliardi di dollari, per via degli accordi di Parigi, per una previsione lunga decenni che riguarda il contenimento della temperatura al di sotto un grado e mezzo! È folle!».

Qui non credono al surriscaldamento del clima, non credono alla correlazione tra emissioni di co2 e i cambiamenti climatici, non credono alle previsioni dei climatologi e degli scienzati.

E anche adesso, il governo Biden ha messo al bando il fracking solo sui terreni federali, sono una parte dei terreni, facendo una marcia indietro rispetto alle promesse fatte in campagna elettorale.

Anche in Italia i camini degli impianti emettono gas in atmosfera: queste emissioni sono monitorate da Greenpeace e Re Common, con le fotocamere che inquadrano le emissioni di metano, senza alcun monitoraggio da parte di enti statali.

Emissioni “fuggitive” a Cremona, a Pavia e anche nel viaggio del gas verso le nostre case, per le perdite nei siti e nelle centrali Snam: anche si tratta di percentuali minime, il metano in atmosfera, da tutti gli impianti, ha un grande e grave impatto sull'ambiente e per la comunità che vive vicino a queste ciminiere.

E' anche uno spreco, perché questo metano arriva da lontano, dalla Siberia o dall'Algeria, per essere poi emesso in aria per queste fuoriuscite.

Snam, che ha accettato di rispondere alle domande di Presadiretta, ammette che non esiste un ente terzo che controlla, hanno dei loro sistemi di certificazione, ma sono disponibili ad un controllo.

Snam sta portando avanti un piano per eliminare gli impianti a gas, ma sta costruendo un nuovo metanodotto in una zona sismica in Abruzzo: contro la centrale si sono schierati i sindaci della zona, la comunità religiosa di Sulmona.

Si sono schierati contro l'autorizzazione del ministro Cingolani a questo hub del gas, basato su dati del 2005: è un'opera inutile, perché dovrà essere tenuta in piedi per i prossimi anni quando dovremmo aver già abbandonato il gas.

Il piano per emissioni zero di Eni è fatto su premesse scientifiche forse sbagliate, si continuano a trivellare i fondali mettendo in crisi i pescatori, gli impianti di Snam emettono metano e non esiste un ente terzo che controlla.

Siamo tutti verdi e favorevoli alle emissioni zero eppure si autorizzano nuovi impianti, come quello di Snam in Abruzzo, nuove trivellazioni come quella a Gela.

O anche si autorizzano nuove centrali a gas, come succede a Montalto di Castro, di proprietà di Enel: doveva essere una centrale nucleare, poi è diventata turbogas, nel 2016 doveva essere chiusa per far posto ad un parco.

Poi Enel ha deciso di partecipare al capacity market, una legge del 2019 per garantire la sufficienza energetica in caso di picchi: così l'impianto ha ripreso a vivere, grazie a soldi pubblici.

Anche la centrale a Carbone di Civitavecchia sarà sostituita da una centrale a gas, con grande rabbia della popolazione locale che ha subito l'impatto della centrale per anni.

A Civitavecchia perché il governo non ha imposto il passaggio da centrale ad un impianto con soli pannelli fotovoltaici?

Diversi parlamentari come Rossella Muroni hanno fatto un'interpellanza contro queste scelte: i ministeri non hanno risposto e questo la dice lunga sulla vera volontà del governo (e dei governi precedenti) sulla guerra ai cambiamenti climatici e sulle emissioni.

La finanza punta ancora sull'industria del fossile e quando ci sono di mezzo i soldi va bene anche tutto, anche il carbone.

Come a Dusseldorf, alla miniera di carbone della RWE: villaggi interi sono acquistati dall'azienda e sono stati distrutti per estrarre lignite. “Perché non ve ne andate?” così scrive la RWE alle famiglie dei paesi vicini alla miniera, per costringerle ad abbandonare le loro case. Molte famiglie si sono messe assieme per combattere gli espropri, altre famiglie si sono rifugiate sugli alberi.

Dietro la RWE ci sono banche e aziende, anche italiane come Intesa San Paolo e Unicredit.

Mentre la politica diceva di voler combattere l'uso delle energie fossili, la finanza va in direzione contraria, tutte le banche anche le nostre che poi finanziano gli eventi “green” per pulirsi la coscienza.

Aggregando tutti i prestiti e i finanziamenti, Re Common ha stimato che il totale emesso dalle nostre banche è pari a quello dell'Austria: le due banche italiane hanno risposto di avere a piano l'abbandono di questi settori, ma il rischio è di arrivare ad una crisi finanziaria, perché le aziende del fossile potrebbero arrivare alla bancarotta.

Anche agenzie pubbliche investono nel fossile, come ha fatto Sace: lo ha scoperto il Think Tank Ecco, controllando i progetti finanziati da questa agenzia nel mondo.

Ci sono poi i fondi pensioni che anch'essi investono l'industria fossile, anche in modo non sempre trasparente: le casse di previdenza degli enti non indicano dove investono, così un medico o un giornalista non può sapere se sta finanziando un'industria di oil e gas.

L'associazione Medici per la salute aveva fatto un appello a Enpam per chiedere chiarimenti sui loro investimenti, non ricevendo alcuna risposta.

La Germania uscirà dal carbone solo nel 2038, pochi anni prima del 2050. Questo ci fa capire quanto sia ipocrita la politica dei governanti europei e mondiali in generale, quando si parla di clima.

Serve una vera volontà politica per disinvestire veramente nel fossile, che sia petrolio o gas, per puntare su investimenti sostenibili.

Gas e idrogeno derivato dal fossile non sono investimenti sostenibili, sono solo “green washing”. Un lavarsi la coscienza, senza pensare al mondo di domani e alle persone che si stanno ammalando oggi.

27 settembre 2021

Anteprima Presadiretta – il tempo perduto sul petrolio

Dopo la puntata dedicata alla rivoluzione elettrica, questa sera Presadiretta si occuperà di petrolio e delle grandi compagnie petrolifere, abituate a comportarsi come uno stato nello stato

Alle grandi compagnie del petrolio e del gas si chiede di abbattere drasticamente le emissioni e di riconvertirsi all’energia rinnovabile. Saranno davvero disposti a farlo?

PETROLIO IL TEMPO PERDUTO, lunedì alle 21.20 su #Rai3.

Per arrivare ad emissioni 0 nel 2050, dovremmo ridurre di molto il consumo di carbone, petrolio e gas, ma nel mondo non sta andando così.

Da una parte abbiamo l'inerzia, se non il freno dei governi, che si riuniscono in riunioni dal nome altisonante che dietro però hanno poche azione concrete.

Perché il pianeta, come rivela il rapporto delle nazioni unite sul clima, non può più aspettare: fanno bene i ragazzi a protestare nelle piazze, tra dieci anni il mondo sarà loro e chi fino ad oggi ha continuato ad inquinare, a non fare la cosa giusta, nemmeno verrà chiamato a rispondere delle sue azioni o delle sue inazioni.

Perché, come racconta Iacona nella presentazione, il consumo delle energie fossili negli ultimi dieci anni è rimasto pressoché uguale, rappresentando circa l'80% di tutta l'energia utilizzata. Si continuano ad autorizzare trivellazioni nel mare, come ha fatto anche il governo Draghi.

In Texas con la tecnica del fracking gli Stati Uniti sono diventato uno dei più grandi produttori di petrolio e gas al mondo e le aziende del settore non hanno alcuna intenzione di fermarsi: a queste aziende non interessa né l'aumento delle temperature e nemmeno gli accordi sul clima.

Nell'anteprima del servizio che potete trovare su Domani, Iacona racconta di come in Texas i negazionismo sia andato al potere:

Qui si erano stappate bottiglie di champagne quando l’ex oresidente Donald Trump aveva deciso di uscire dagli accordi di Parigi, del resto nel mondo del “fracking” il “negazionismo climatico” è diventato politica di governo, come ci ha detto Christian Wayne, commissario della Railroad Commission Of Texas, l’ente governativo che gestisce l’industria petrolifera nel Texas: «Perché dovremmo spendere 78 mila miliardi di dollari, per via degli accordi di Parigi, per una previsione lunga decenni che riguarda il contenimento della temperatura al di sotto un grado e mezzo! È folle!».

Il servizio racconterà anche di come queste aziende stanno inquinando fiumi e falde in Nigeria e così il delta del Niger è diventato uno dei luoghi più inquinati del pianeta, così i pescatori non possono più trovare pesce su questo fiume e devono emigrare.

I pericoli del fracking


Presadiretta racconterà dei rischi collegati alle perdite degli impianti di gas metano, un potentissimo gas serra più inquinante della co2, che finiscono nell'aria senza che nessuno ne sappia niente: Teresa Paoli ha seguito le ricerche di Sharon Wilson che con una camera ottica può vedere l'inquinamento del gas metano che ad occhio nudo non sarebbe percepibile.

Sharon lavorava nell'industria del gas prima che il suo ranch fosse circondato da impianti di fracking e che dal suo rubinetto iniziasse ad uscire acqua nera.

Ora è diventata un'attivista dell'associazione Hearthworks: secondo lei questo tipo di inquinamento non è risolvibile dalle aziende “il gas è come un drago non puoi intrappolarlo in un serbatoio, nemmeno in un tubo, non puoi intrappolarlo in un camion, né in una nave cisterna, è volatile e sotto pressione e troverà il mondo per uscire. In questo momento non c'è la tecnologia per controllarlo. L'industria ha promesso per un decennio di smettere di emettere del gas e invece le emissioni sono aumentate, non credo più a queste promesse”.

Infine le enormi miniere a cielo aperto di carbone in Germania, come quella a sud ovest di Dusserdolf

Si tratta di una miniera a cielo aperto enorme, 48 chilometri quadrati dove si estrae la lignite, una tipologia di carbone poco efficiente e tra le più inquinanti. E la miniera cresce ogni anno di più, mangiandosi i villaggi attorno che vengono comprati dalla Rwe, il colosso tedesco del carbone, per poi venire abbattuti: sotto le case, le chiese, le scuole c’è la lignite ancora tutta da sfruttare. Fino a quando?

Fino al 2038, questa la data scelta dal governo tedesco per mettere la parola fine al carbone,  solo 12 anni prima del 2050, quando l’Europa dovrebbe arrivare ad emissioni zero, una presa in giro.
Staccarsi dal petrolio
Se vogliamo arrivare al traguardo delle emissioni 0, l'industria del fossile deve cambiare totalmente il suo business: questa industria da lavoro a 10ml di persone, nelle raffinerie, negli impianti di estrazione, nei gasdotti, fatturano e guadagnano migliaia di milioni di dollari: quanto sarà disposta a lavorare per una transizione energetica verso le rinnovabili?

Secondo l'agenzia internazionale dell'energia dell'OCSE raccomanda di iniziare a staccarci da gas e petrolio: entro il 2040 tutta l'energia in Europa, Asia e nord America dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili non più da carbone, petrolio o gas. Se questo succede la produzione di petrolio decrescerà – sono le parole di Fatih Birol direttore esecutivo dell'agenzia per l'energia.

L'agenzia aveva anche detto basta a nuovi investimenti in nuovi pozzi e in ricerca di nuovo petrolio e gas perché quello che già abbiamo sarà sufficiente per soddisfare la domanda.

Peccato che l'utilizzo di combustibili fossili per l'energia non sia diminuito, come dimostra lo studio del think tank internazionale Ren21: in tutto il mondo si continua ad investire nella ricerca e nello sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas e così anche in Italia.

Il primo atto del ministro Cingolani nominato per guidare la transizione ecologica (coi 60 miliardi del PNRR), riguarda una vecchia storia di trivelle – racconta Teresa Paoli: un via libera per sfruttare i giacimenti di petrolio nel sottosuolo della Sicilia, dell'Emilia Romagna e nei fondali dell'Adriatico, nonostante i ricorsi delle province a queste trivellazioni in mare, anche quelli lungo il delta del Po.

Le associazioni ambientaliste gridano al tradimento, ma il ministro si è difeso dicendo che le trivelle erano già lì.

Secondo il costituzionalista Enzo di Salvatore, attivo sostenitore nel referendum No Triv (quello del “ciaone” per chi se lo ricorda) il ministro non avrebbe dovuto nemmeno firmare una parte dei decreti, perché non sono legittimi: “la legge 12/2019 lo impedisce, cioè sospende tutti i procedimenti in corso finalizzati ai permessi di ricerca e la vigenza dei permessi ricerca già rilasciati”.

I negazionisti del cambiamento climatico

Teresa Paoli ha intervista un geologo che ha lavorato per la Exxon Mobil sui cambiamenti climatici causati dalle emissioni e il ciclo del carbonio: Edward Garvey ha compiuto questi studi nel 1978 e portati avanti per tre anni. Nata a fine ottocento, in Italia è conosciuta come Esso: il lavoro di Garvey e della sua equipe era progettare il sistema per misurare il valore dell'anidride carbonica. In questa ricerca ha imparato molto sugli scambi tra oceano e atmosfera, un qualcosa non ancora noto, ma già all'epoca era molto chiaro che la temperatura stava per aumentare – racconta alla giornalista – non era una questione se stesse aumentando, ma quanto velocemente, quanto presto e quali sarebbero state le implicazioni.

Nei primi anni 80 Exoon stessa ha elaborato un grafico che metteva nero su bianco quello che sarebbe avvenuto: la correlazione tra l'aumento della temperatura dell'atmosfera e le emissioni di co2 dei combustibili fossili.

“I geologi e i climatologi avevano evidenze negli anni 70” prosegue lo scienziato, e quando Exoon mise in dubbio queste posizioni “queste non derivavano dalla conoscenza, tutti lo sapevano, Exoon non ha mai detto non è un problema, ma ha pagato delle persone affinché lo dicessero. E non sarà solo Exxon a pagare per questo, ma il mondo intero, come scienziato fa veramente paura, questo non è un esperimento a cui vorremmo assistere.”

Le ricerche a cui ha partecipato Ed Garwey non sono mai state pubblicate ma sono la dimostrazione che le compagnie avevano ben chiara la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Il giornalista Stefano Vergine racconta che Greenpeace USA qualche anno fa è riuscita a trovare i documenti che Exoon Mobil ha presentato all'agenzia delle Entrate in cui ha detto a quali enti benefici, a quali associazioni di ricerca, sono arrivati i loro finanziamenti.

“Exoon Mobil dal 1998 ad oggi ha dato 33ml di dollari ad una serie di associazioni, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico”: assieme al professore dell'Unniversità Bicocca Milano Marco Grasso, Stefano Vergine ha scritto un libro dal titolo “Tutte le colpe dei petrolieri” in cui hanno fatto i conti in tasca ai signori del petrolio.

Racconta Marco Grasso: “Cento grandi industrie petrolifere hanno contribuito tra il 1988 al 2015 al 71% delle emissioni cumulate industriali globali, li conosciamo uno per uno”.

Sono compagnie statali come Saudi Aramco, la russa Gazprom, le private Exxon, la China National Petroleum e anche Eni: sono state definite l'elefante nella stanza perché sono state abili nel nascondere le loro responsabilità, nello scaricarle sui consumatori, nel dirottare l'attenzione verso altri soggetti e nel presentarsi solo come soggetti che forniscono un servizio, soddisfano una domanda.

Le compagnie petrolifere, che sono quelle che emettono la co2, non hanno vincoli sulle emissioni per legge e sulla loro riduzione, i vincoli li hanno gli stati.

Ma qualcosa sta cambiando: il 26 maggio 2021 con una sentenza storica il tribunale olandese ordina alla multinazionale Shell di tagliare del 45% le proprie emissioni di co2 entro il 2030: la causa era iniziata nel 2018 ed è stata sostenuta da 17mila cittadini olandesi guidati dall'associazione ambientalista “Friends of the earth”: per limitare il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi anche Shell deve avere un ruolo da svolgere – questa la convinzione dell'associazione – doveva essere obbligata a ridurle e il giudice ci ha dato ragione.

Questa sentenza ribalta il “clima” di negazionismo climatico: Shell era in possesso di documenti che dimostravano le conseguenze dei combustibili fossili già dagli anni 60, avevano decenni per diventare una compagnia diversa ma non lo ha fatto.

Questa sentenza sarà un precedente per imporre a tutte le compagnie un cambiamento di politiche industriali, il loro core business non potrà più essere petrolio e gas.

Nell'articolo su Domani, dove Iacona presenta la puntata, si parlano anche dei flussi finanziari che ancora arrivano al settore dell'energia fossile

Per misurare la vitalità dell’industria del fossile basta seguire i flussi finanziari: le estrazioni di carbone in Germania della RWE vengono finanziate per 183 milioni di dollari da 25 investitori italiani, tra questi anche Intesa San Paolo.

Abbiamo scoperto che dalla firma degli accordi di Parigi ad oggi i 60 maggiori gruppi bancari del mondo  hanno investito nei fossili qualcosa come 3800 miliardi di dollari.

La puntata l’abbiamo chiamata Petrolio il tempo perduto, vogliamo infatti che non si perda più un minuto per ridurre le emissioni di CO2, ma anche segnalare che è finito il tempo dei trucchi, che questa è veramente l’ultima chiamata.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 settembre 2021

Cronache di una settimana difficile

Riassunto di una settimana di notizie poco rassicuranti:

- torneremo a lavorare in presenza per far ripartire l'economia dei bar e dei ristoranti attorno ai luoghi di lavoro (lo ha detto Brunetta, mica io).

- Draghi è l'uomo della necessità, non se ne può fare a meno mentre possiamo fare a meno di Parlamento (che vota una fiducia dopo l'altra ma non è un vulnus) e dei partiti

- trattare con la mafia non è reato (non sono le BR d'altronde), abbasso il forcaioli viva i garantisti (coi potenti). Basta una pillola blu e ci si dimentica tutti, dalle stragi di stato, alla sovranità limitata di un paese diktat di poteri altri dal parlamento.

- sta arrivando il boom, preparatevi: certo, sarà una crescita del PIL nelle mani di pochi senza lavoro stabile (il 90% dei nuovi contratti è precario dice Bankitalia). Nel nuovo patto per l'Italia probabilmente ci saranno solo gli imprenditori plaudenti e Draghi. Il salario minimo può aspettare.

- i voti per il referendum sulla cannabis legale raccolti tramite SPID (che non è come un click sui tweet di Salvini o Renzi) fa paura alle élite: ogni volta che in questo paese si rafforza qualche forma di partecipazione, diventa subito un problema da risolvere e neutralizzare. 

Marco Revelli oggi parla di nuova restaurazione, come ai tempi del Congresso di Vienna. Catastrofista? Il solito gufo?

Si attende un autunno abbastanza problematico per il governo su lavoro, ambiente, la spesa sul PNRR (sperando che si riesca a tenere le mafie fuori).

PS: oggi cercavo di prenotare per mio padre un intervento ambulatoriale. Niente da fare, primi posti disponibili a marzo 2022.

Altrimenti, ci diceva lo specialista che lo ha visitato (in una struttura privata convenzionata), potete fare l'intervento da privati, pagando. E le liste di attesa si accorciano.

E' questa la normalità a cui tutti auspicano?

Fanno bene i ragazzi a protestare per strada: questo è il paese che stiamo consegnando loro.

24 settembre 2021

Un nuovo futuro ci attende

Siamo pronti a riscrivere la storia, il momento è propizio. Avete visto?

Il presidente del consiglio acclamato dalla classe imprenditoriale come uomo della necessità (della provvidenza era chiedere troppo), i partiti che applaudono al nuovo patto sociale, come un nuovo Ciampi, da Letta a Giorgetti (Salvini bye).

Destra e sinistra sono sparite, non c'è differenza sostanziale tra un PD di Letta e un partito come Forza Italia o la Lega di Giorgetti (tanto che governano assieme).

Arrivano i soldi dall'Europa e solo Draghi può sovraintendere alla loro spesa (altro che andare alle elezioni), basta che finiscano alle grandi imprese per le grandi opere che faranno l'Italia più grande e più bella di pria.

Certo, c'è il rischio di qualche contestazione, di un po' di tensione sociale, rischio che dobbiamo soffocare a qualunque costo.

Anche a costo di non tirar fuori davanti la platea di Confindustria il tema delle delocalizzazioni e dei licenziamenti sbloccati.

E nascondere al paese i poveri, i working poor, quei pazzi della GKN che si permettono di insorgere contro un sistema finanziario che punta solo al profitto a breve e che passa sopra la vita delle persone come uno schiacciasassi.

Basta non parlare più di salario minimo, di sicurezza sui posti di lavoro, delle aziende che si prendono sussidi e sgravi e poi fanno come vogliono.

Si alzano le bollette? E allora tagliamo gli incentivi alle rinnovabili, non alle energie sporche (che in Italia secondo un rapporto di Legambiente valgono quasi 14 miliardi).

Avete visto, anche la mafia è sparita, la trattativa non c'è stata trattativa, anzi, c'è stata ma solo come mera operazione investigativa. 

Il papello è stato consegnato ma poi la politica, granitica, ha resistito.

Non ha riformato la legge sui pentiti.

Non ha revocato un centinaio di 41 bis.

Non ha cercato di smontare le leggi contro la mafia.

O forse no.

Poco importa. Oggi su molti giornali è un trionfare delle tesi negazioniste della trattativa, avete visto, tanti anni spesi per infangare i bravi carabinieri del Ros (quelli che non hanno perquisito il covo di Riina e non hanno arrestato Provenzano a Mezzojuso) e i bravi politici ieri assolti.

E' così grottesca la questione che basta riflettere su un punto: questi nuovi professionisti dell'antimafia (quelli per cui la mafia è solo la mafia militare, sconfitta dallo stato nel 1993 e tutti vissero felici e contenti) sono gli stessi che difendevano Durigon (a proposito, forza Fanpage!) che voleva togliere la dedica di un parco a quei rompiscatole di Falcone e Borsellino. Sono gli stessi che parlano di teorema sulla trattativa, la stessa espressione usata negli anni '80 per attaccare le rivelazioni di Buscetta (anche il maxi processo fu sconfessato in appello).

Il teorema Buscetta che sosteneva che la mafia non solo esiste, ma è una organizzazione unitaria e verticistica.

Organizzazione che trae la sua forza dalla capacità di entrare in contatto con la politica, di entrare nella finanza e nelle banche, nei salotti della borghesia, negli studi dei professionisti.

E' il momento di riscrivere la storia, un futuro radioso ci attende, bisogna solo convincere gli italiani.

23 settembre 2021

Un paese a sovranità limitata - da Il tesoriere di Gianluca Calvosa

In questo passaggio del libro "Il tesoriere" di Gianluca Calvosa c'è un faccia a faccia tra due uomini dello Stato: uno lavora per l'ufficio affari riservati del Viminale, il ministero dell'Interno italiano. Negli anni della guerra fredda i servizi segreti avevano schedato migliaia di italiani tra sindacalisti, simpatizzanti e politici di sinistra (e anche alcuni magistrati).

Dall'altra parte un agente della Cia, abituato a dare ordini anche in Italia. In mezzo lo stato italiano e la sua Costituzione calpestata, dove la sovranità non appartiene al popolo.

Messina sollevò il telefono dalla scrivania e lo girò verso Buonocore che lo guardò per qualche secondo negli occhi.

«Voi americani, sovietici, inglesi venite qui e pensate di poter fare il vostro comodo. Piazzate testate atomiche nei nostri aeroporti e muovete sottomarini nucleare lungo le nostre coste con l'incoscienza di bambini che giovano a rincorrersi sul bordo di un precipizio. Il concetto di sovranità vi è totalmente sconosciuto e l'idea che abbiamo una costituzione neppure vi sfiora la mente.»

«A dire il vero, siete voi che ci chiamate, secondo convenienza ovviamente. E' il papa che ha cominciato questo gioco, più di mille anni fa. E' stato lui a gettare nel cesso la sovranità di questo paese. E quanto alla costituzione, non mi pare che preveda la schedatura di tutti i cittadini per poterli ricattare quando serve. Quindi, risparmiami la morale e fa' quello che devi.»

La campagna elettorale più strana del mondo

Tra cinghiali che scorrazzano per le strade, accuse reciproche dei candidati (pistola vs radical chic) e endorsement agli avversari, questa campagna elettorale per le amministrative conferma il livellamento verso il basso della politica e dei suoi rappresentanti.

Ma non è questa la cosa che più deve preoccupare (tipo il candidato di centro destra di Torino che di fatto ammette che voterebbe Sala), ma quello che in questa campagna elettorale è assente.

Per esempio a Milano siamo tutti green ma di qualità dell'aria non se ne parla, perché costringerebbe ad ammettere che in questi anni si è cementato e si continuerà ancora a cementare. Per esempio per il nuovo stadio che tutti vogliono.

Non si parla delle strutture sportive per studenti, ragazzi, anziani, pubbliche e aperte a tutti: come ha raccontato due settimane fa la trasmissione Presadiretta in Italia e non solo a Milano abbiamo poche strutture sportive e anche mal tenute.

Infine il tema della criminalità organizzata, le mafie: è di ieri l'allarme della DIA sul rischio che le mafie mettano le mani sui soldi del PNRR. A parole siamo tutti contro la mafia, come anche siamo tutti antifascisti (beh, non tutti i candidati riescono a dirla questa parole), ma di fatto a livello locale e a livello nazionale la parola mafia è sparita dall'agenda politica.

Penso che la pervasività delle mafie nel tessuto imprenditoriale, nel mondo dei professionisti, il suo potere di ricatto e influenza sulla politica siano più pericolosi dei cinghiali che scorrazzano per le città.

22 settembre 2021

Il tesoriere di Gianluca Calvosa

 


Isola di Procida, 10 ottobre 1967

Era ancora notte quando Michele uscì di casa infilandosi in tasca il berretto di flanella. Faceva caldo nonostante fosse quasi novembre, però il tempo in quella stagione poteva girare improvvisamente.

L'obiettivo che si è dato l'autore con questo romanzo, che copre quasi dieci anni della nostra storia, è molto ambizioso: raccontare seguendo, un unico filo conduttore, gli anni settanta in Italia, terreno di scontro della guerra fredda tra eserciti invisibili di spie, traditori, servizi più o meno deviati e i loro informatori alla ricerca di denaro facile, rivoluzionari veri e rivoluzionari per finta. Lo specchio di un paese che ha creduto di vivere in una democrazia ma che invece, a causa della spartizione del mondo nei due blocchi, viveva in uno stato di sovranità molto limitata.

Le automobili dei servizi di intelligence sono sempre uguali, in ogni parte del mondo. Ciò che le distingue non è il loro aspetto di elegante berlina nera appena uscita dall’autolavaggio, ma la serafica indifferenza con cui ignorano sistematicamente la segnaletica stradale.

Filo conduttore di questo romanzo è il tesoriere del partito comunista italiano, Andrea Ferrante che, a seguito della morte del suo predecessore, si ritrova a dover gestire le finanze del più grande partito comunista dell'Occidente.

Nella tesoreria della sede centrale del Partito comunista italiano, il Bottegone come lo chiamavano i compagni, qualcuno aspettava quella telefonata sulla linea diretta. Poco dopo, la Lancia Flavia varcò il grande cancello di ferro battuto di Villa Abamelek e scese rapida le curve strette del Gianicolo per raggiungere il punto d’incontro con una Fiat 128 grigio topo proveniente dalla direzione del partito. Le due auto proseguirono per un po’ a vista per poi fermarsi in un parcheggio pubblico della Garbatella, a ridosso delle Mura Aureliane, dove un gruppetto di bambini in calzoni corti e canottiera urlava all’inseguimento di un pallone malconcio. Il responsabile delle finanze del Pci si riservò alcuni minuti per controllare il contenuto della valigetta, quindi siglò la ricevuta.

“Roma 25.6.1971, ricevo la somma di 1.000.000 (un milione) di dollari quale contributo straordinario per le elezioni amministrative. Marco Fragale”.

Ma occorre fare una doverosa precisazione: nel racconto sono inclusi diversi eventi di quegli anni che l'autore ha spostato qua e là negli anni per una convenienza del racconto.

La strage di Piazza Fontana, l'inasprimento degli scontri in piazza tra la polizia e i movimenti di estrema sinistra. La morte dell'agente Antonio Marino e la Hazet 36. Il rapimento di Emanuela Orlandi, l'attentato (o presunto attentato) in cui il KGB cercò di far la pelle ad Enrico Berlinguer, il compromesso storico tra Berlinguer e Aldo Moro per cercare di uscire dalla stagnazione politica in cui il paese stava sprofondando per l'impossibilità di un ricambio della classe dirigente.

Nel romanzo compaiono riferimenti a personaggi reali che l'autore racconta in modo romanzato: dal segretario del PCI che richiama Berlinguer al presidente del Consiglio nonché capo di una corrente della DC Speroni, dietro cui si intuisce la figura di Moro. Molto più interessante il disegno dei personaggi nelle retrovie, come il direttore dell'Ufficio Affari Riservati, il gourmet Umberto D'Amato che nel libro è presentato come dottor De Paoli, e il suo vice, l'ispettore Bonocore.

Filo conduttore sono i soldi: i soldi con cui i russi finanziavano il partito comunista italiano e i soldi, nella direzione inversa, che gli americani riversavano nelle casse della DC.

E per addestrare i nostri servizi, per infiltrare le formazioni di estrema destra e di estrema sinistra per manovrarle per i propri scopi. E anche i soldi di Dongo, il tesoro di Mussolini.

Ad Andrea invece piaceva quel vagare per i corridoi sconfinati dell’archivio della Camera del lavoro, cullato dal cigolio delle ruote arrugginite tra scrivanie vuote e file interminabili di scaffali male illuminati dalla luce tremolante dei vecchi neon. L’idea di riporre ogni fascicolo nel posto esatto dove, presto o tardi, qualcuno lo avrebbe cercato gli procurava una sensazione gratificante. Era il suo contributo quotidiano al contenimento della confusione dilagante nell’emisfero occidentale del pianeta. Sapeva bene che l’ordine richiede pazienza e impegno, e la disciplina a lui non era mai mancata. Forse per questo gli erano sempre piaciuti la matematica e il comunismo. 
I numeri, anche se infiniti, sono organizzati, simmetrici e soprattutto prevedibili, così come la visione comunista della società. Solo che a differenza dei fenomeni naturali, per i quali gli scienziati avevano da tempo individuato le leggi della fisica necessarie a comprenderne le dinamiche, nessuno era ancora riuscito a scrivere la formula in grado di governare la complessità della società moderna. “È solo questione di tempo” pensava Andrea. Una volta individuata la mappa completa del “cervello collettivo”, la dottrina comunista avrebbe finalmente tracciato la rotta verso una società libera dall’alienazione di una vita incentrata sulla sopravvivenza, in cui i rapporti economici sarebbero stati completamente sostituiti da relazioni culturali. Nel frattempo, i saggi compagni sovietici avevano demandato a un ristretto gruppo di dirigenti il compito di tenere in ordine il complesso sistema di rapporti tra uomini e cose.

Dentro questo mare di soldi e di intrighi si trova catapultato dentro Andrea Ferrante, dopo essere stato relegato per quattordici anni a lavorare in un archivio, lui che sembrava proiettato verso una carriera radiosa dentro il PCI, specie dopo quella parentesi in Russia.

All'improvviso la chiamata dal nuovo segretario del partito per gestire le finanze, comprese quelle valigette da Mosca: non sono solo quei soldi a creargli problemi, è anche la misteriosa morte del predecessore, archiviata frettolosamente come un infarto.

E la scoperta di essere finito in un mondo di intrighi dentro cui sono tutti coinvolti: dai vertici della direzione del partito, ai “nemici” di oltre Tevere, cardinali che gestiscono la banca del Vaticano che più che opere di bene si occupa di riciclaggio e finanziamento dei gruppi che lottano contro il comunismo nel mondo.

Chi sono gli amici in questo gioco di intrighi e chi i nemici da cui guardarsi?

E' tutto intrecciato, in questo romanzo, in cui la narrazione nel tempo presente si alterna ai ricordi del passato dei protagonisti, l'infanzia, la guerra di liberazione, quei volti del passato che ritornano nel presente.

Lo spione italo americano della CIA Victor Messina, il cardinale americano (che ricorda tanto il cardinal Macinkus), l'ambasciatore russo che ha passato la vita a cercare i segreti nei compagni del politburo per farli fuori, l'agente russo in Italia che preferirebbe non seguire la via staliniana per eliminare i problemi...

E poi eroi della resistenza con tanti, troppi scheletri nell'armadio, pronti a schierare un esercito clandestino per una rivoluzione che poi era solo finzione, uno specchietto delle allodole per quanti hanno voluto crederci:

La rivoluzione” aveva ripetuto Sandra con enfasi ironica. “Non ci avete mai provato a farla davvero. Per cambiare questo paese non occorrevano i fucili, bastava risolvere la questione femminile.

E, dall'altra parte dello schieramento, un altro esercito clandestino, altrettanto pericoloso (come hanno raccontato le stragi fasciste avvenute in Italia da piazza Fontana in poi) sovvenzionato dagli americani, che hanno sempre considerato il nostro paese una parte del loro giardino di casa

«Voi americani, sovietici, inglesi venite qui e pensate di poter fare il vostro comodo...»

Un mondo di ricattatori e di ricatti perché, come racconta al protagonista l'uomo dell'ufficio affari riservati:

«Non c’è bisogno di essere ricattati, basta essere ricattabili. In questo paese è un requisito necessario per raggiungere qualunque posizione di potere.»

Il tesoriere è un romanzo che da una chiave di lettura un po' forzata di quegli anni, puntando il dito contro quanti hanno usato le ideologie come scudo per coltivare interessi e arricchimenti personali, dentro tutti gli schieramenti, compreso il Vaticano e dentro lo Stato, non solo nel partito comunista.

Attenzione però a prenderlo come romanzo storico, perché l'autore ha, a mio avviso, riaggiustato eventi e fatti per una sua comodità di narrazione, ma nonostante questo rimane una lettura interessante di quegli anni.

Trovate due anticipazioni del libro sul sito de Il fatto quotidiano e di Formiche.net.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


21 settembre 2021

Presadiretta – la rivoluzione elettrica

Presadiretta si è occupata della rivoluzione elettrica nel settore delle auto: al centro di questa rivoluzione ci sono le batterie elettriche, la cui produzione consuma risorse in modo non sostenibile. Come facciamo a rendere sostenibile questa transizione ecologica per un mondo più pulito?

LA rivoluzione elettrica delle auto in Europa ha i tempi dettati dalle normative dell'Unione: dal 2035 non potranno più vendersi macchine a benzina o diesel e tutte le case automobilistiche si stanno adattando come testimoniano i tanti modelli elettrici presentati a Milano al Mimo.

Dove marche come la Renault ha presentato il suo SUV, il loro obiettivo è essere la marca più green d'Europa.

Per contenere l'aumento della temperatura del pianeta si è deciso di ridurre le emissioni di co2: poiché in Europa i trasporti sono responsabili del 30% della co2 emessa (di cui il 72% riguarda il trasporto stradale) i regolamenti europei sono diventati stringenti con multe per le case automobilistiche che non rispettano il limite di 95 grammi/km di emissioni medie sull'intera flotta prodotta. Tutti le case europee dovranno abbassare le emissioni per evitare l'innalzamento della temperatura del pianeta oltre 1,4 gradi e i conseguenti cambiamenti climatici.

Anche le auto sportive, come quelle prodotte dalla Lamborghini dovranno essere ibridizzate, “sarà l'investimento più grande che abbiamo mai avuto” ammette il CEO del marchio.

Anche Porsche investirà 15 miliardi di euro entro il 2023 per elettrificare tutta la propria gamma, perché l'elettrico è l'unica soluzione disponibile in tempi brevi per essere in linea con le soglie di emissioni.

Al crescere delle auto elettriche crescerà anche la domanda delle batterie elettriche: attorno alla catena del valore di queste batterie si giocheranno le sorti di questa rivoluzione industriale.

Ma ad oggi auto elettriche non significa “carbon neutrality”: lo spiega il professor Orecchini dell'università G. Marconi di Roma, perché dipende da come si producono le batterie, da dove produco l'intera automobile, dipende da come io ricarico le sue batterie e infine da come dismetterò a fine vita, sia le batterie che il resto della vettura.

E c'è anche il problema di come si estraggono le materie che servono per costruire una batteria: si parla dell'estrazione di litio dalle miniere, dall'energia e dai combustibili per l'estrazione.

Un altro minerale è il cobalto: ci sono rapporti internazionali che dicono che la sua estrazione non è stata fatta né in modo ecocompatibile né col rispetto dei diritti delle persone: il 70% del cobalto estratto per le batterie di auto o degli smartphone, si estrae nel sud della Repubblica Democratica del Congo in condizioni poco rispettose dei diritti delle persone che lavorano in quelle miniere.

La catena del valore delle auto elettriche è stata analizzata da Joseph Wilde, ricercatore e analista di questo settore da anni: lo scorso dicembre è uscito uno studio del centro studi presso cui lavora, “The battery paradoxil paradosso delle batterie. Da un lato le batterie costituiscono la chiave del nostro futuro sostenibile, perché immagazzinano l'energia che ti serve senza produrre co2, dall'altro lato la loro produzione può avere effetti devastanti per l'ambiente e per la popolazione del mondo.

Le fasi più inquinanti in questa catena del valore sono quelle legate all'estrazione delle materie prime: per l'estrazione delle terre rare in Cina si usano per esempio molti prodotti chimici, con un grande impatto ambientale.

Anche la fase della lavorazione delle materie prime critiche è molto impattante: nelle fabbriche sono usate sostanze chimiche che possono avere effetti pericolosi sulle persone e anche sull'ambiente se trattate senza le dovute precauzioni.

E' possibile dire che se consideriamo tutto il ciclo di produzione di una macchina elettrica dalla produzione alla messa in strada, questa inquini più di una macchina diesel?

Se costruiamo una macchina elettrica in modo scorretto questo può essere vero – è la risposta del ricercatore - se produciamo le batterie e gli altri componenti in modo non sostenibile, anche un'auto elettrica è inquinante. Però un veicolo elettrico può e deve essere meno inquinante di uno diesel, ora che siamo all'inizio di questa rivoluzione energetica dobbiamo stare attenti a non replicare gli errori del passato.

Non replicare gli errori del passato.

Quali sono le materie prima per le batterie, dove si trovano e come vengono estratte?

Sono 30 le materie prime con cui si costruiscono pannelli solari, batterie elettriche e fibre elettriche: l'Europa le chiama materie critiche, la loro mancanza o scarsità blocca le aziende che si occupano di fotovoltaico o della produzione di auto.

Come alla Fimer, dove le linee di produzione si sono bloccate recentemente perché dall'Asia non arrivavano pezzi come i semiconduttori, condensatori o batterie usati nei loro componenti.

LA forte domanda di batterie nel settore auto sta causando ritardi nelle consegne alle aziende del fotovoltaico anche perché mancano importanti produttori di batterie in Europa e così siamo dipendenti da altri paesi per la rivoluzione elettrica, in particolare per il litio e il cobalto.

Il 70% del cobalto estratto per le batterie di auto o degli smartphone, si estrae nel sud della Repubblica Democratica del Congo in condizioni poco rispettose dei diritti delle persone che lavorano nelle miniere: secondo il rapporto del 2017 di Amnesty international il 20% del cobalto in Congo è estratto a mano senza i più elementari dispositivi di protezione come guanti e mascherine.

Secondo stime dell'Unicef circa 40mila bambini sono impiegati nell'estrazione di questi minerari, avventurandosi lungo pericolosi tunnel profondi anche 100 metri che spesso collassano. Lavorano per pochi dollari al giorno, in condizioni massacranti: le aziende dell'High tech sapevano di queste condizioni di lavoro, la popolazione più esposta ai fumi e alle acque reflue delle miniere corre il rischio di sviluppare gravi malattie polmonari e difetti congeniti alla nascita. Ma nonostante questo la produzione di cobalto non si ferma e la sua domanda non si fermerà nei prossimi anni.

Dal Congo al Cile, alle miniere del Salar di Atacama: circa il 78% del litio importato in Europa proviene dall'acqua dei laghi salati sotterranei portata in superficie e fatta evaporare all'interno di saline.

Per produrre una tonnellata di litio (necessaria per realizzare le batterie di 100 automobili) sono necessari 2 milioni di litri di acqua, pari al quantitativo medio giornaliero consumato da un paese europeo di 12mila abitanti.

Le attività minerarie hanno consumato in Cile il 65% di acqua nella regione con un impatto non sostenibile sugli agricoltori e sulle comunità indigene, portando ad una loro emigrazione forzata.

La Cina si è attrezzata da diversi anni per l'estrazione delle terre rare per le auto elettriche, i 17 minerali preziosi, come litio, cobalto o il Nerbio, che poi troviamo negli smartphone o nelle auto elettriche. Lo ha fatto creando interi distretti industriali dove si estraggono minerali e si procede alla successiva raffinazione, per cui serve tanta acqua: in questi distretti l'aria è inquinata e il paesaggio è costellato da accumuli di rifiuti, gli operai che lavorano in queste raffinerie soffrono di malattie ai polmoni causate da metalli pesanti – ha raccontato il giornalista Tobias Smith uno dei pochi ad aver visitato queste zone.

I minerali estratti dalla Cina finiscono nelle utilitarie elettriche della Tazzari, prodotte a Imola: racconta il presidente del marchio che non si possono permettere di chiedere il rispetto di norme ambientali alle industrie cinesi filiere, perché in Cina le aree di produzione sono off limits.

In Italia anche le moto sono elettriche, come quelle prodotte dalla Energica: sono prodotti ad alta tecnologia il cui cuore sono le batterie, le cui celle arrivano dall'Asia, Cina o Corea, con nichel manganese e cobalto.

Il rapporto coi fornitori asiatici è sbilanciato, non possiamo chiedere loro maggiori certificazioni, perché sanno che tutti i produttori di auto e moto elettriche hanno bisogno delle loro celle.

Servirebbe un accordo europeo per smuovere le acque in Cina, oppure servirebbe che si muovessero i grandi marchi come Mercedes.

LA casa tedesca vuole produrre solo elettrico nel futuro: svolgono una due diligence sui fornitori, ma non possono escludere che ci siano violazioni.

Ma ora vogliono costruire loro le batterie, in grandi gigafactory sparse nel mondo per recuperare quel gap con la Cina, perché per anni si è scelto di comprare all'estero questa tecnologia per una miopia industriale e per una questione di costi.

Ma questo terreno perso forse non è recuperabile: secondo David Merrin, consulente di Reskill, sarà difficile perché le terre rare sono prossime alla Cina, l'Europa e gli Stati Uniti faranno fatica a metterci le mani sopra.

Mentre noi facevamo le guerre per il petrolio, la Cina ha siglato accordi coi paesi dove si estraggono minerali preziosi per la filiera dell'elettrico: il Congo, il Cile, l'Australia, perfino l'Afghanistan. Oltre alle risorse minerarie del loro paese, dove sono presenti tutte le filiere produttive per l'estrazione e la raffinazione.

La corsa al litio.

In Spagna, nella regione al confine col Portogallo dell'Estremadura, sono stati scoperti dei giacimenti di Litio, tra i più importanti in Europa: questa è una zona tra le più povere del paese che ora vorrebbe conquistare maggiore ricchezza per l'estrazione del litio, in miniere a volte troppo vicine alle città.

Il litio estratto tra Spagna e Portogallo non potrebbe competere con quelli cinesi, si parla del 5% come possibile stima, ma ci renderebbe meno dipendenti dalla Cina, ma il problema è che l'estrazione di litio sta suscitando problemi con la popolazione di questa regione, specie per la miniera prossima alla città di Caceres, perché le miniere a cielo aperto creano problemi, perché i terreni interessati sono molto estesi e vicini alla città vecchia.

Ci sono due esigenze ambientali contrapposte: quelle della transizione elettrica e quelle del comitato “no alla miniera”, che non vogliono perdere il turismo e avere a che fare con le polveri della miniera. Così l'amministrazione di Caceres ha detto no al progetto e contro il suo no l'Unione Europea può fare poco.

Anche a Canaveral ci sono giacimenti di litio, anche questi contrastati dalla popolazione locale, per i problemi che porterebbe la grande discarica della miniera, situata in una zona dedicata all'agricoltura.

La miniera utilizzerebbe gran parte dell'acqua oggi dedicata all'allevamento e all'agricoltura raccontano i sostenitori dell'associazione contraria alla miniera di Canaveral, che sottolineano come la futura gestione sarà delegata ad una società privata che ha escluso la possibilità di fare scavi sotterranei (che avrebbero minori impatti) perché economicamente più costosa.

L'impresa che ha la concessione a Canaveral è la Lithium Iberia: ha investito troppo in questo progetto per fermarsi, tanto che ha acquistato altre miniere nella regione.

Il gruppo ha un ramo tecnologico e sta realizzando impianti per la produzione di batterie in modo di arrivare ad una filiera completa: la loro intenzione è di realizzare impianti puliti, green, certificati, ma non intendono rinunciare alle miniere a cielo aperto.

E che succede se la tecnologia dovesse evolvere e andare oltre al litio?

Alla Lithium Iberia pensano di aver davanti un investimento che sarà valido per almeno i prossimi anni: anche l'Europa sta puntando sul litio, con l'obiettivo di diventare indipendente dalla Cina.

IL vicepresidente della Commissione Europa ha rassicurato il giornalista di Presadiretta: si vuole realizzare una filiera sostenibile nell'elettrico, non si punterà sui costi, ma sul rispetto delle regole ambientali e del rispetto delle persone, e andando anche a imporre regole stringenti ai paesi importatori.

I geologi dell'Ispra la pensano in modo diverso: l'autosufficienza europea è un traguardo non raggiungibile a tempi brevi – racconta Luca De Micheli - non potremo essere indipendenti perché i tempi per mettere in produzione una miniera sono di almeno dieci anni, anche se le aprissimo tutte servirebbero almeno venti anni per avere i minerari in quantità sufficiente.

Ma è meglio estrarre in Europa con le sicurezze della nostra legislazione o rassegnarci a farci arrivare i materiali da altri paesi, come il Congo dove si usano i bambini?

Meglio l'Europa, sia dal punto di vista ecologico che dal punto di vista etico.

Esistono anche altri modi per estrarre litio: in Germania nella regione del Baden Wutterberg il litio lo tirano fuori dalle acque del Reno usando una tecnologia sostenibile per l'ambiente estraggono calore e anche idrossido di litio, con cui produrre 20mila batterie l'anno.

E in Italia c'è il litio e il cobalto? Non lo sappiamo perché la nostra carta mineraria è ferma agli anni settanta e non stiamo facendo niente nemmeno adesso che l'Europa sta dando grande impulso a questo settore.

Abbiamo abbandonato il settore minerario, abbiamo leggi vecchie che regolamentano l'estrazione, leggi che non tengono conto degli aspetti ambientali.

Non esiste una autorità nazionale perché la competenza sul settore minerario è delle regioni: eppure il titanio è presente in un giacimento in Liguria, ci consentirebbe di rientrare nel club dei produttori di materie prime.

Ma la comunità locale di Sassello non vuol sentire parlare di miniere di Titanio ora che stanno scoprendo i benefici del turismo.

La regione ha concesso nuove estrazioni in una zona poco fuori del parco del Beigua, ma non per fini produttivi: ma questo non rassicura le amministrazioni locali e il sindaco di Sassello, perché qui la scelta ecologica è stata già fatta. E di titanio non ne vogliono parlare.

Se non possiamo estrarre litio, possiamo recuperarlo.

Al CNR di Firenze, alla Icomm stanno facendo ricerca per estrarre materiale dalle batterie dismesse per recuperare litio, arrivando fino al 90% di recupero.

Serve anche questo per rendere questa tecnologia elettrica sostenibile, per evitare che il litio diventi minerale scarso, che le batterie si disperdano nel territorio (quelle al litio sono più facilmente infiammabili).

A fine vita, una batteria di un veicolo può avere una seconda vita per altri fini, per esempio per le case: ad Amsterdam allo stadio i pannelli sui tetti caricano le batterie sotto lo stadio che per la maggior parte sono recuperate.

La visione politica in Olanda è quella di arrivare all'economia della ciambella (inventata da un'economista inglese): rispetto per l'ambiente, quartieri e case completamente sostenibili ma assicurandosi anche che nessuno rimanga indietro.

L'energia in eccesso viene ceduta alla rete per darla ad altri, le auto elettriche sono usate in comune: significa cambiare visione e cambiare anche modo di spostarsi nella città.

Ci sono altre ricerche su come produrre litio senza passare per l'estrazione: all'Enea lavorano ad un progetto per realizzare nuove batterie che usano meno litio, oppure che usano altri minerali (per servizi più stazionari, non per le auto).

Al Politecnico di Torino al dipartimento di ricerca dei materiali stanno lavorando alle batterie allo stato solido e per questo stanno cercando aziende interessate al progetto.

Problemi che non hanno allo Helmholtz institute, finanziato dalla regione del Baden-Württemberg: qui sperimentano nuovi materiali che sostituiscano quelli più critici, con composti meno infiammabili, con materiali come il sodio per l'accumulo di energia.

Per evitare di usare il cobalto sostituito da una miscela di nichel manganese e litio.

In Germania la distanza tra la ricerca e i centri di produzione è breve: vicino allo Helmholtz c'è il centro ZWS, presso cui si presentano i grandi marchi automobilistici per fare ricerca.

Questa rivoluzione elettrica passa per il cambiare le nostre abitudini per lo spostamento nelle città, nel finanziare la ricerca, nello spingere le aziende a seguire nuovi modelli produttivi, nell'abbandonare gli investimenti nei settori inquinanti, come quelli legati agli idrocarburi.

MA la galassia industriale del petrolio e del gas è enorme, ha un fatturato da migliaia di miliardi di dollari, fa profitti pari al pil delle aziende: a questo settore dobbiamo chiedere la diminuzione dell'estrazione e dello spostamento del petrolio in favore delle energie rinnovabili.

Ma queste compagnie petrolifere hanno intenzione di farlo?

Nel passato molte compagnie hanno negato gli impatti dell'anidride carbonica e dei gas serra sul clima: le compagnie ne erano consapevoli, non sapevano quando, ma sapevano che esisteva una correlazione tra l'aumento della temperatura sul pianeta e le emissioni.

Compagnie come Exxon, che finanziava enti benefici, centri di ricerca che hanno fatto negazionismo climatico. E poi Gazprom, Royal Dutch Shell, la Eni: mentre loro inquinano il pianeta, la responsabilità del riscaldamento globale è a capo dei paesi.