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14 febbraio 2022

Anteprima Presadiretta – per un salario minimo

Alessio è un ragazzo milanese che lavora (o lavorava, forse) in un ristorante. La scorsa settimana, l’ennesimo insulto da parte di un cliente ha fatto da detonatore: ha deciso di andare mostrare e sfogare l’esasperazione sul lavoro direttamente a San Siro, con un’invasione poi placcata in modo aggressivo dagli steward.

Perché il mondo del lavoro oggi in Italia è anche questo: non c’è un posto dove denunciare gli abusi, le situazioni di sfruttamento, o quanto meno il percepito da parte delle persone è questo.

L’Italia, recita la Costituzione all’articolo 1, è una Repubblica fondata sul lavoro: ma è anche il paese dove, secondo i dati dell’Inail, da gennaio a dicembre 2021 ci sono stati 1221 infortuni mortali sul lavoro, una media di 3 al giorno, uno ogni 8 ore.
Racconta a Presadiretta l’ingegnere della sicurezza Marco Palombarini che sul lavoro negli ultimi 15 anni sono morte 15mila persone e negli ultimi 30 anni i dati non sono migliorati, si parla di 50mila morti, ci sono poi i morti non conteggiati nelle statistiche Inail, abbiamo i morti per le malattie professionali, che sono altrettanti, ci sono centinaia di migliaia di infortuni gravissimi. Una strage.

“Noi abbiamo 1,8 milioni di aziende in Italia e abbiamo circa 3-4mila ispettori del lavoro [sono poco più di 4mila] che si occupano di tutto, non solo dei controlli: è stato calcolato statisticamente che un’azienda può subire un controllo ogni 11 anni e mezzo. Io mi chiedo se dobbiamo affrontare questo oceano infinito pensando che questi poveri ispettori risolvano il problema.”

Aveva fatto scalpore, per la sua giovane età, la morte di Luana D’Orazio, stritolata dentro un macchinario dell’azienda tessile dove lavorava a cui, per massimizzare la produzione, erano stati bloccati i meccanismi di sicurezza. Con quei meccanismi attivi, cioè, Luana sarebbe ancora viva: “non ci devono essere altre Luana” racconta a Presadiretta la madre “la gente che incontro e che lavora in queste fabbriche mi dicono ‘ma qui è stato sempre così’.”

Le morti sono inaccettabili: siamo tutti d’accordo, è un tema che è stato toccato perfino dal presidente rieletto Mattarella nel suo discorso alle Camere riunite: “dignità è azzerare le morti sul lavoro.”

A morire di più sono i lavoratori a tempo determinato, quelli che lavorano nei subappalti: dietro ogni morte, ci dice il conduttore Iacona, c’è la perdita del valore e del significato del lavoro. E anche il fatto che il lavoro sia l’unica variabile con cui si fa la competizione commerciale nel mondo intero, lavorare di più, senza contratti, senza sicurezza è anche pagati di meno.

Uno scandalo per un paese che pretende di essere l’ottava economia al mondo.

Ma il mondo del lavoro oggi, nei mesi in cui la politica, il governo, raccontano di un’uscita dalla pandemia, c’è anche il problema dei licenziamenti “selvaggi”, ovvero quelli dove si spersonalizza il rapporto umano tra dirigenti, proprietari e forza lavoro, cioè persone.

Succede questo perché si è finanziarizzata l’impresa, mettendole dentro fondi speculativi che si preoccupano dell’ora e adesso e non possono aspettare tempi migliori.

Come successo allo stabilimento di Ceriano (MB) della Gianetti Ruote, ceduto al fondo tedesco Quantum Capital, che in tre anni hanno affondato la Gianetti.

Oggi lo stabilimento è chiuso, i suoi dipendenti sono stati lasciati soli, abbandonati, lasciati a casa con una mail: “vuol dire che il valore del loro lavoro non vale più” è il commento del delegato Fiom CGIL Pietro Occhiuto.

A Ceriano per la Gianetti, come alla GKN di Campi Bisenzio è emerso il vero volto della finanza che sta dietro a parte del mondo dell’industria: non guarda più all’economia reale, cioè l’investimento per far crescere il rapporto che esiste tra soldi e produzione – spiega a Presadiretta Anna Maria Romano di Finance Watch – ma semplicemente fra soldi e soldi.

“Si passa da quella che era la tradizionale equazione denaro – merce - denaro ad un’equazione completamente differente che significa denaro – denaro – denaro.”

La finanziarizzazione ha portato anche, come altro effetto collaterale, al fatto che l’Italia è l’unico paese OCSE dove i salari sono diminuiti in questi anni. Salari da fame, anche per lavori qualificati: vi ricordate quando Calenda, da ministro, si vantava del fatto che gli ingegneri italiani costassero meno dei colleghi europei? Una gaffe l’aveva definita Repubblica, ma quella del ministro del governo renzi era una chiara strategia comunicativa nonché una chiara visione politica di quello che doveva essere il mondo del lavoro moderno.

Il far west dei contratti, i salari bassi, l’assenza di un salario minimo.


Presadiretta ha intervistato la ricercatrice Marta Fana, autrice di un saggio “Basta salari da fame”: ai giornalisti racconta di come, in questi anni, il mondo del lavoro sia stato destrutturato da tante riforme del lavoro (dalla riforma Treu, alla Legge Biagi del governo Berlusconi, per passare alla riforma Fornero al Jobs Act di Renzi): si tratta di riforme che “hanno svalutato sia i diritti e la stabilità lavorativa ma hanno anche trasformato i lavoratori in un costo variabile, da assumere per poco tempo per farli cambiare quando c’è domanda e dismetterli man mano che la domanda calava. Questo ha fatto sì che abbiamo un tessuto sociale sempre più vulnerabile, ma anche più povero. ”

I dati elaborati dall’OCSE parlano chiaro: dappertutto i salari sono cresciuti, in alcuni paesi come Lituania, Estonia e Lettonia anche del 200%, persino in Grecia sono cresciuti del 20%, nonostante il default del 2008. L’unico paese dove le paghe hanno avuto una flessione è l’Italia, col -2,9%. I nostri lavoratori sono diventati più poveri.

Questo è il paese dove le persone, con contratti regolari, con tanto di laurea, guadagnano 5 - 6 euro all’ora: se i salari sono avari, abbondiamo in numero di contratti, al CNEL ne sono registrati ben 985. Molto sono “contratti pirata” che servono alle imprese che li applicano per avere un vantaggio pagando salari più bassi, col risultato di avere, sempre in Italia, un terzo dei lavoratori sono da considerare “lavoratori poveri”: sono i dati ISTAT a dirlo, 5 milioni di persone che guadagnano meno di 10mila euro l’anno, vuol dire uno stipendio medio di appena 830 euro al mese.

Sono stipendi con cui non si riesce a vivere, non si riesce a farsi una vita propria, lontano dai genitori.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


24 novembre 2019

Una diversa forma mentis

Nonostante le polemiche e i titoli di giornale, l'acqua alta a Venezia (e non solo a Venezia) è rimasta lì e il Mose ancora non funziona.
Venezia ha fatto notizia giusto il tempo di un fine settimana, continuare a parlarne probabilmente rovinava il mantra delle grandi opere (i cantieri che salveranno il paese) e degli obiettivi primari. Non mettere in sicurezza il territorio con tanti interventi, coordinati dallo Stato.

Messe da parte la lotta all'evasione e la tassa sulla plastica (che faceva anche cassa, ma dava un segnale), rimane da capire che senso dare ora a questa manovra, a questa legislatura.
Oggi ad Omnibus, un economista di quelle alla moda (senza malizia, solo perché è spesso invitata in tv) indicava come obiettivo primario l'abbassamento delle tasse (per chi le paga, aggiungo io) usando i soldi che versiamo all'Europa, per esempio quelli del fondo Salva Stati.
C'è del giusto nel ragionamento, perché preoccuparci dell'emergenza futuro (che forse si da per scontata) quando potremmo usare quei soldi per fare investimenti.
E qui si torna al punto di partenza: dove mettere soldi?
In Alitalia che di fatto è privata? Nel Mose, che forse nemmeno funziona per Venezia? Per il TAV, mini o grande che sia?
Sempre in studio in quella trasmissione, Marta Fana, ricercatrice sul mondo del lavoro, proponeva di tornare a quelle assunzioni nel pubblico necessarie a colmare quei posti che oggi mancano, infermieri, medici, ingegneri, archeologi, vigili del fuoco, agenti..

Anche questa proposta avrebbe senso, se non chè l'economista alla moda (sempre senza malizia) ribatte col sorriso, torniamo alla forma mentis per cui llo stato crea posti di lavoro .. 
Esatto: lo stato porta posti di lavoro, sembra strano a questi economisti per cui lo stato è solo un bancomat per le imprese private per fargli fare formazione, come incentivi per le assunzioni, per fare quegli investimenti green che altrimenti non farebbero.

Sì, Marta Fana (autrice di un bel saggio sul lavoro "Basta salari da fame" dove si dice basta al lavoro gratis, ai salari bassi, il lavoro va pagato sempre) ha questa forma mentis: dello stato che può essere regolatore, datore di lavoro e non solo attore passivo, per le lobby che chiedono sgravi e leggi su misura (dai trasportatori, ai costruttori, ai big della rete, alle aziende che imbottigliano l'acqua pagando due spiccioli in concessione ..).

20 giugno 2018

Le medagliette sul petto

Sono tutti bravi ad appuntarsi le medagliette sul petto: il PD a Salvini, noi siamo stati bravi a fermare i flussi dei migranti (da luglio scorso, meno 80%).
“La strategia del governo sui temi dell’immigrazione, di collaborazione anche con le autorità libiche, sta producendo piano piano dei risultati. Vediamo ad esempio i flussi migratori che si stanno gradualmente riducendo”.Gentiloni dicembre 2017

Peccato che i migranti che non abbiamo visto sbarcare sono stati trasformato in migranti rinchiusi nei lager libici: che poco da essere soddisfatti da questi numero (il calo degli sbarchi), visto che significa la sistematica violazione dei diritti umani, torture, violenze. Con la complicità dei governi italiani e dell'Europa.
Sono violenze e torture che i giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti nel libro "Non lasciamoli soli" (Chiarelettere) presentato ieri sera a Milano
Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono sentire e vedere emerge in maniera drammatica dalle testimonianze raccolte da Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, due giornalisti che da anni portano all’attenzione dell’opinione pubblica una situazione che non può più lasciarci indifferenti. Gli accordi stipulati dal nostro governo con quello di Tripoli e con le tribù locali hanno ridotto gli sbarchi ma hanno intrappolato in Libia centinaia di migliaia di migranti, ridotti a schiavi e soggetti a ogni tipo di tortura.Donne e bambine violentate, costrette a prostituirsi, giovani in fuga dai loro paesi e trasformati in torturatori crudeli, assenza di qualsiasi diritto. L’inferno esiste, ed è in Libia. I racconti di questo libro arrivano da coloro che sono miracolosamente riusciti a sfuggire ai lager libici, e in alcuni casi a individuare i loro torturatori e ad assicurarli alla giustizia italiana. Ma non c’è giustizia che possa riscattare chi ha perso qualsiasi dignità.Dobbiamo fermare questa tragedia, non favorirla contrastando chi in ogni modo cerca di contenerla, come le organizzazioni umanitarie che, accusate addirittura di accordi con i trafficanti, sono costrette in buona parte a ritirarsi, lasciando campo libero alla guardia costiera libica, che riporta nei lager gli scampati alla morte in mare. Un incubo senza fine. Nonostante l’encomiabile impegno della nostra marina militare, che da anni si prodiga per salvare quante più persone possibile.

Altra medaglietta che i nostri rappresentanti si appuntano sul petto: i numeri dell'occupazione, indicativi del buon lavoro dei governi Renzi e Gentiloni.
Tutto vero?
E come si spiega che di fronte a questo Bengodi poi l'elettorato ha punito il Pd alle urne?
La realtà dei numeri dell'occupazione, come per il numero dei flussi, va spiegata affinché non rimanga pura propaganda politica fine a se stessa: lo fa oggi Marta Fana sul Fatto Quotidiano

Mese dopo mese il mercato del lavoro è sempre più precario. Trend confermato dai dati trimestrali della “Nota congiunta sulle tendenze dell’occupazione” a cura di Istat, Inps e Inail diffusa ieri.[..]Ulteriori dettagli arrivano dai dati Inps sulla distribuzione della nuova occupazione in base alla dimensione delle imprese che assumono: sono quelle piccole, fino a 9 dipendenti, a creare più lavoro in questo periodo (rappresentano il 41% dei posti creati, mentre le grandi imprese oltre i 50 dipendenti si fermano al 33%). Anche questa non è una sorpresa considerando che in Italia il 90% delle imprese dichiara non più di cinque dipendenti. Il dato peggiore arriva dalla distribuzione per settori economici, curata invece dall’Istat: alla fine del primo trimestre 2018, l’occupazione dipendente si distribuisce per il 71% dei casi nei servizi, il resto nell’industria (8,2 contro 4,4 milioni di occupati). È un campanello d’allarme per il sistema economico dal momento che metà degli occupati lavora in servizi di scarsa produttività come commercio e grande distribuzione, logistica e servizi di alloggio e ristorazione. Un trend da Paese che si sta deindustrializzando senza che la perdita di posti di lavoro nell’industria venga compensato da lavori ad alto contenuto di innovazione.
Oggi la questione più urgente è però un’altra e riguarda le 338 mila persone occupate in somministrazione, cioè il lavoro in affitto gestito dalle agenzie interinali. Un meccanismo con cui le imprese risparmiano sui costi ed esternalizzano le proprie relazioni industriali, i cui numeri sono in crescita: i lavoratori “somminisitrati” sono aumentati del 23,4% in un solo anno. Un fenomeno che segmenta ulteriormente un mercato dove il lavoro sembra sempre più considerato come un fattore usa e getta. Calcolando la durata dei rapporti di lavoro in somministrazione (informazione che non c’è nella nota ma rintracciabile nei dati del Ministero del Lavoro), si scopre che nel 76% dei casi i contratti non durano più di un mese, addirittura meno di due giorni nel 32% dei casi. Una fotografia simile ma meno impietosa riguarda i rapporti di lavoro a termine in generale, che nel 36% dei casi non durano più di un mese e solo nel 22% dei casi vanno oltre l’anno.
Questi numeri mostrano che le imprese italiane, scarsamente produttive, provano a gestire la debole ripresa risparmiando sul costo del lavoro, che si riflette sull’aumento della precarietà. A questo fenomeno dei mini contratti sembra essere incollata la discussione aperta al Ministero del Lavoro nel decreto dignità sul ripristino delle causali per motivare il ricorso ai lavoratori a termine. Se da un alto è vero che la reintroduzione della causale potrebbe ridurre la possibilità di ricorrere a contratti brevissimi, servirà intervenire anche per evitare che le imprese aggirino l’ostacolo ricorrendo alla somministrazione, dove i contratti godono di diverse deroghe rispetto a quelli tradizioni.

21 ottobre 2017

Giovani non siate choosy – da Non è lavoro, è sfruttamento

Un estratto dal libro della ricercatrice Marta Fana "Non è lavoro, è sfruttamento" Laterza editore:

Quando scoppiò la crisi del 2008, le massicce dosi di flessibilità, introdotte fino a quel momento nel mercato del lavoro, mostrarono in modo eloquente il loro vero volto. La politica aveva però un compito: negare, negare sempre, negare soprattutto di fronte ai giovani: quelli maggiormente coinvolti dai lavori precari e che presto furono espulsi in massa dai processi produttivi insieme ai propri genitori; quelli che un lavoro non riuscivano proprio a trovarlo, indipendentemente dal titolo di studio. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è cresciuta dal 18,3% del 2009 al 30,3% del 2016 (37,7% se si considera la fascia 15-24 anni). Nell'ultimo trimestre del 2016 il tasso di occupazione dello stesso gruppo anagrafico rimane al 29,5%, contro il 39% del 2009.Alle scelte politiche, ostinate sulla via delle riforme strutturali, serviva rafforzare la narrazione e trovare dei responsabili. Primi tra tutti i giovani stessi, quelli che non ce la fanno neppure a trovare un lavoro sottopagato, sottoinquadrato, quelli che non possono permettersi di lasciare casa dei genitori perché né loro né i genitori hanno i soldi per pagare una stanza in affitto altrove, quelli che si laureano in ritardo e a nessuno importa perché.
Nel 2012 essere «bamboccioni», termine coniato dal fu ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, era ormai un complimento: stavano per arrivare gli «sfigati» e gli «schizzinosi».«Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare istituto tecnico professionale, sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa»: parola di Michel Martone, vicemisnistro del lavoro del governo Monti (gennaio 2012).
Rincara la dose la ministra Elsa Fornero (ottobre 2012): «Non bisogna mai essere troppo choosy [schizzinosi], meglio prendere la prima offerta e poi vedere dentro. Non aspettare il posto ideale. Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro».Così come ha fatto Chiara, che per due anni ha lavorato come cassiera a chiamata all’ipermercato Martinelli di Mantova.Alla cassa tutti i week-end da venerdì a domenica e poi anche un turno durante la settimana. Per gli infrasettimanali la chiamavano il giorno prima per avere conferma. No ferie, no malattia. Il turno era di dodici ore, con un'ora e mezza di pausa pranzo. La pausa pranzo era il solo momento in cui Chiara aveva diritto a bere. In cassa era vietato bere, ma anche sedersi.Così le sue colleghe erano costrette a tenere nascoste le bottigliette e a scomparire sotto la cassa per qualche istante. Essere sorridenti sempre, anche quando ti arrivava un'infezione urinaria, perché pure se bevi poco al bagno devi andare, ma quando chiami il cambio la collega non arriva a tamburo battente. Aspetti, anche mezz'ora, quaranta minuti.
A fine turno, nonostante nel contratto ci fosse scritto «cassiera», Chiara e le sue colleghe dovevano pulire i bagni, tutti. Chiara è riuscita a trovare un lavoro subito e a farsi sfruttare come si deve; le dichiarazioni della Fornero però rimangono non solo offensive, ma anche fuorvianti. Per la legge della domanda e dell'offerta, se tre milioni di persone sono disoccupate e altrettante scoraggiate – cioè non lavorano e si sono stancate di cercare – significa che la prima offerta neppure esiste. Lo dimostra il numero di posti vacanti, cioè disponibili, rispetto al totale dei posti di lavoro esistenti. Un indicatore che misura la domanda di lavoro da parte delle imprese, a ben vedere fanalino di coda europeo tra il 2009 e il 2016.
Ma perché i giovani? Perché se avessero preso coscienza di non essere sfigati – cioè di aver fatto tutto quello che veniva loro richiesto – avrebbero potuto rievocare uno spettro pericoloso: il conflitto.
Così i giovani avevano bisogno di una dose, più massiccia, di distrazioni di massa, che dirottasse la frustrazione ed evitasse ad ogni costo che questa si tramutasse in voglia di riscatto. Andava alimentata una guerra tra poveri e diseredati, mascherata da guerra intergenerazionale: padri contro figli, prima di tutto. Poi è arrivato il tempo degli immigrati, che però nel frattempo erano costretti a lavorare gratis.Senza girarci attorno, ciò che emerge dalle parole di chi è stato chiamato (dall'allora presidente Giorgio Napolitano, con la fiducia in primis del PD) s governare il paese all'esplodere della crisi è un profondo disprezzo nei confronti dei lavoratori e dei disoccupati, chiamati solo a sacrificarsi sull'altare della competitività e dei profitti delle imprese finanziarie e non.


Non è lavoro, è sfruttamento – Marta Fana, Laterza editore

Non è lavoro, è sfruttamento – Marta Fana



«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.

L'Italia è una repubblica fondata sul lavoro – così recita il primo articolo della Costituzione, ancora in vigore nonostante i vari (e malriusciti) tentativi di riforma. Nel 2011 il centro destra berlusconiano aveva anche pensato di modificarlo quell'articolo, aggiungendo anche un altro pezzo in cui si ribadiva “.. la centralità del parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica”.
Era chiaramente un pretesto, dubito che ci ha proposto quella modifica abbia capito cosa intendessero i padri costituenti con la formula “centralità del lavoro”.
Tanto è vero che tutte le volte in cui il centro destra ha cercato di modificare le leggi sul lavoro l'obiettivo era sempre lo stesso: eliminare i diritti che i lavoratori hanno conquistato nel corso di anni; disintermediare i rapporti tra datore di lavoro (le imprese) e i dipendenti; rendere quest'ultimi sempre più ricattabili, livellando verso il basso salari, ore di lavoro, competenze non riconosciute, mortificazioni, pena il licenziamento.
L'obiettivo, leggendo le pagine del saggio di Marta Fana è stato finalmente raggiunto, grazie anche ai governo tecnici della larghe intese (leggi Monti e riforma Fornero) e ai governi targati PD.

Ma cosa è diventato oggi il lavoro, in Italia? La risposta a questa domanda è complessa poiché è esso stesso complesso, articolato, il mondo del lavoro, subordinato o da free lance (partite iva, liberi professionisti, finti o veri), nelle sue mille articolazioni contrattuali, per il fatto che in Italia le imprese siano piccole e sfuggenti alle categorizzazioni.
È complesso anche perché spesso si parla di lavoro guardandone solo alcuni aspetti: su Facebook l'ex presidente del Consiglio Renzi aveva celebrato i successi della sua riforma del lavoro vantandosi del milione di posti creati, dal 2014 (un deja vu del Berlusconi e del suo contratto con gli italiani).
Dati ISTAT: +918MILA posti lavoro da feb 2014 (inizio #millegiorni) a oggi. Il milione di posti di lavoro lo fa il #JobAct, adesso #avantiMatteo Renzi (@matteorenzi) 31 agosto 2017

Due anni fa, in piena sbornia riformista (pre referendaria), era stato il ministro Poletti a tirar fuori i numeri (che gli interessavano) per glorificare il jobs act: numeri smentiti da Marta Fana, che aveva corretto i dati su attivazioni e cessazioni nei primi mesi del 2015 e raffreddando l'entusiasmo dei tifosi del jobs act: come hanno dimostrato i dati del 2016, la crescita delle nuove attivazioni di contratti era legata agli sgravi alle imprese, 20 miliardi di soldi pubblici spostati dalla fiscalità generale verso le imprese.
Si fa in fretta a gonfiare i numeri, specie se non ti interessa creare vera occupazione, stabile, qualificata.
In questa settimana sono usciti altri dati sul lavoro: giovedì 19 ottobre Repubblica titola “Lavoro, nel 2017 quasi un milione di assunti in più, ma cresce il turnover”.
Se uno si fermasse al titolo non capirebbe quello che poi, leggendo bene l'articolo spiega: crescono i contratti, ma sono contratti a termine.
Vi ricordate quando Renzi ci diceva che la sua riforma vole togliere di mezzo le mille forme di precariato, verso il nuovo contratto “a tutele crescenti” (che però non avendo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rimane di fatto un contratto a termine)?
“Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, siamo preoccupati di Marta, 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino ma, a differenza delle sue amiche, che sono dipendenti pubbliche, non ha nessuna garanzia, perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B”.

Marta la precaria può stare tranquilla, lei e tutte le altre assunte (o fintamente assunte) con contratti ad un anno, a sei mesi. Lei e tutte le persone pagate coi voucher (ora rinominati PrestO, si cambia il nome per non cambiare niente), coi rimborsi spese. Lei e tutte le persone cui non è riconosciuta la maternità, le ferie, gli straordinari.
Lei e tutte le persone che oggi, in questa Repubblica che rimane ancora sulla carta una Repubblica fondata sul lavoro (ma la cui attuazione rimane sulla carta), nemmeno sono pagate per un lavoro.
Perché la deriva al ribasso, nel mondo del lavoro, sta portando anche a questo: dopo i co.co.pro., i jobs on call, le persone chiamate (o licenziate) via whatsapp, anche questo abbiamo dovuto vedere. La glorificazione del lavoro gratis.

Cos'è il lavoro oggi?
La risposta a questa domanda la da Marta Fana nel suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento” che è anche un'indicazione sullo stato di salute del nostro paese, della nostra società: parafrasando un celebre titolo de l'Espresso, lavoro corrotto, nazione malata.

Il libro racconta di quel mondo che in pochi raccontano, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, perché cozza contro la narrazione favolistica che dice che le aziende per essere competitive devono essere flessibili, dunque flessibili devono essere solo i suoi dipendenti.
Come la storia dei riders di foodora, pagati a cottimo, che svolgono mansioni routinarie, sempre le stesse, sostituibili in qualsiasi momento. Quello che oggi è spacciato per modernità (i lavoretti creati grazie agli smartphone e alla rete) è in realtà – ci dice la ricercatrice – un ritorno al taylorismo: “benvenuti nella gig economy, l’economia del lavoretto”, ovvero “un’organizzazione del lavoro funzionale alla massimizzazione dei profitti attraverso la riduzione delle retribuzioni e dei diritti e l’intensificarsi dei turni di lavoro.”


Come i volontari di Expo, splendida occasione per fare esperienza, a gratis ovviamente.
Come il pizzaiolo Mario pagato 500 euro al mese, 240 glieli danno in voucher, il resto in nero; la cassiera “a chiamata” che lavorava nei fine settimana ad un supermercato senza potersi sedere o mettesi a bere. I lavoratori della logistica, assunti in cooperative fittizie create ad hoc per strappare appalti vinti al ribasso. Dove la competitività si basa solo sull'abbassamento dei salati. Come il ventitreenne saldatore pagato coi voucher che un giorno ha perso tre dita e che per questo ha perso il lavoro, senza nemmeno il fastidio di doverlo licenziare.
I dipendenti della FCA di Melfi e Pomigliano, che hanno votato il finto referendum sul contratto di lavoro, in deroga a quelli nazionali, per poter mantenere il posto. Altrimenti Marchionne non avrebbe portato in Italia i 10 miliardi di investimento.

Come gli studenti dell'alternanza scuola lavoro che imparano che a scuola non si si studia, per arricchire il proprio bagaglio culturale, ma ci si deve subito mettere a profitto per le imprese. Dunque anche pulire i cessi fa bene.
Nel paese che meno investe in istruzione (il 4,2% del Pil nel 2013 contro una media europea del 5,3%), anziché passare più ore a scuola, si sottraggono ore all'insegnamento per pulire i giardinetti degli ospedali.

Un mondo del lavoro in cui il profitto viene prima di tutto: prima dei principi della Costituzione, sicuramente. In questa nuova concezione del lavoro si perde di vista la progressività nella tassazione, il salario minimo per avere una vita dignitosa, i servizi minimi e i diritti per tutti. Scuola, salute, sicurezza.
Ci stiamo trasformando in un paese dove vige un merito finto: chi è figlio di operai sempre con meno facilità potrà accedere a studi superiori, migliorare la propria esistenza. Perché mentre con una mano lo Stato sposta soldi per sgravi alle imprese per le assunzioni, per pagare la formazione (visto che le imprese non hanno soldi per farlo), per fare investimenti, sempre lo Stato con un'altra mano taglia soldi alla sanità, al welfare, alle borse di studio per accedere agli studi superiori.

Il racconto di Marta Fana è una carrellata di enormi ingiustizie, a cominciare dal furto di un futuro per i ragazzi di almeno due generazioni, costretti a dover rinunciare a qualsiasi progetto per un futuro, come fare una famiglia, sapendo che un giorno, forse, avranno una pensione da fame.
Un furto che non è capitato per caso, che non è colpa degli immigrati che ci rubano il lavoro, che non è colpa della crisi o dei padri che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi.
È un furto a cui si è arrivati per precise scelte politiche: scelte politiche in nome di una visione ideologica del lavoro e della democrazia.
Meno diritti per tutti, più profitti per pochi, meno stato (che ha solo il compito di avallare le scelte di altri), meno servizi per la collettività: questo spiega i 20 miliardi spostati dal pubblico alle aziende private per assumere persone, non necessariamente per creare nuovi posti di lavoro.
La precarizzazione oltre ad essere un fattore di instabilità economica – fette sempre più ampie della popolazione stanno sprofondando nella povertà, ma anche lo strumento in cui si allontana una fetta di paese dalla partecipazione allo sviluppo economico del paese.

Ma non erano crollate le ideologie? A quanto pare, a quanto racconta Marta Fana, sono vive e lottano contro di noi, portate avanti da una minoranza del paese.
Quella che non può nascondere i soldi nei paradisi fiscali.
Quella che non può evadere, che subisce la tassazione alla fonte.
Quella costretta a vivere col ricatto del posto di lavoro.
Quella costretta a chiedere come fosse un'elemosina qualcosa che invece è un diritto.
Uno stipendio, gli straordinari pagati, le malattie e magari pure le ferie, perché no.
E invece niente: ci raccontano che è colpa del debito, che è colpa dell'Euro, che ce lo chiede l'Europa, che dobbiamo essere flessibili e dunque dobbiamo abbassare diritti e salari. Metterci in concorrenza coi paesi dell'est o del terzo mondo.
Ci raccontano che dobbiamo attrarre capitali stranieri, con le riforme strombazzate da giornali e politici. Gli stessi stranieri che poi portano via brevetti e produzione. Che delocalizzano e che poi, come Almaviva, vincono pure degli appalti con aziende dello Stato.

Sono tutte balle. Quello che insegna questo libro è che se vogliamo uscire da questa deriva al ribasso, se non vogliamo diventare veramente “i camerieri d'Europa” (l'accusa che l'autrice rivolge al ministro del lavoro per le imprese, Poletti), il primo passo è consapevoli del mondo in cui viviamo.
Consapevoli delle bugie dietro i tormentoni su competitività, dietro la guerra tra poveri che tende a distogliere l'attenzione dalle vere cause dello sfruttamento (non sono gli immigrati che ci rubano il lavoro, ma chi fa dumping). Prendere coscienza che dobbiamo riprenderci i nostri diritti sul lavoro, perché non sono una gentile concessione del principe, ma qualcosa che ci spetta.

Capitoli del libro
Miserie e splendori del lavoro: un immaginario da ricostruire
Dal lavoro a chiamata ai voucher, andata e ritorno
La chiamavano modernità (è il cottimo)
Logistica
Precarietà e sfruttamento nei servizi pubblici
Lavoro gratuito
Il merito dell’alternanza scuola-lavoro
Abbiamo fatto il possibile... per le imprese
Fedeli alla linea: flessibilità!
La flessibilità è di destra
Conclusioni
Appendice
Caro Poletti, avete fatto di noi i camerieri d’Europa

alcune recensioni

La scheda del libro sul sito dell'editore Laterza (indice), qui il programma completo degli incontri con l’autrice, in costante aggiornamento.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 ottobre 2017

Di precariato si muore - da Non è lavoro, è sfruttamento (Marta Fana)

Dal sito dell'editore Laterza, l'introduzione del libro di Marta Fana "Non è lavoro, è sfruttamento"

«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. 
È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.
Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.
Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.
 
Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.
Ed è esattamente ciò che è stato fatto dalla Thatcher e da Reagan in poi, quello che hanno fatto tutti i governi che hanno tradito i lavoratori, dalla fine degli anni Settanta fino alle più recenti riforme del mercato del lavoro. È stato un impegno quotidiano. Costanza e tenacia. Le hanno provate tutte e ci sono riusciti perché sono rimasti coerenti con la loro idea e ogni giorno e ogni notte hanno lottato per raggiungere quell’obiettivo. Uniti. Loro hanno vinto nel momento in cui sono rimasti uniti perseverando nel disaggregare i lavoratori in quanto corpo sociale. Per farlo hanno avuto bisogno di molta creatività, di imporre, con una buona dose di maquillage, un nuovo volto al lavoro: eliminando dall’immaginario i bassifondi, gli operai; escludendo dal racconto quotidiano la fatica dello sfruttamento; mascherando l’impoverimento dietro l’obbligo di un dress code.
Come scrive Owen Jones a proposito del ‘thatcherismo’: «L’obiettivo era quello di cancellare la classe operaia come forza politica ed economica della società, rimpiazzandola con una collezione di individui, o imprenditori, che competono gli uni contro gli altri per i propri interessi. [...] Tutti avrebbero aspirato a rimontare la scala [sociale] e coloro che non l’avessero fatto sarebbero stati responsabili del loro stesso fallimento».
Né sulla Manica né sul Tirreno è bastata la poesia a fermare questa deriva. Nostalgicamente ascoltiamo ancora De André, capace come pochi di riflettere su un’umanità che sembra persa, spiegarci che esiste «ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore».
 
Così, negli ultimi decenni, è andata diffondendosi sempre più la figura del giovane con la partita Iva: libero di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e di non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro. Non vincolato da un contratto, libero di esser pagato quanto e quando vuole l’azienda e di non avere alcun potere negoziale. Nel frattempo, il giovane precario poteva consolarsi e crogiolarsi del racconto della sua specificità, di essere unico, di non essere uguale a ‘quegli altri’, quelli impiegati da più di vent’anni con gravi lacune nell’utilizzo di Microsoft Office o, peggio ancora, quelli vestiti male, un po’ sporchi di polvere, di grasso e vernice. Nei cinque minuti tra il parcheggio e la porta d’ingresso, o tra la caffettiera e la piccola scrivania, separate dal lungo corridoio di una casa in affitto, il giovane precario pensa di essere indispensabile. Pensa che tutto andrà meglio, che questo contratto è solo l’inizio, potrà rivendicarlo al prossimo colloquio, quello che non esiste, perché il curriculum lo mandi a un indirizzo di posta elettronica. Lui è solo e a volte pensa che in fondo è l’unico uomo al comando. Di cosa non gli è ben chiaro. Però i sindacati mai. 
E del resto, per molti anni, i sindacati non si sono accorti che questi avevano la partita Iva ma erano degli sfruttati e quando se ne sono accorti hanno procrastinato. Un circolo vizioso che ha portato alla sconfitta. Era in atto la trasformazione antropologica e culturale del lavoro subordinato, mascherato dalle collaborazioni. All’inizio degli anni Duemila chiunque poteva essere un lavoratore a termine. Una generazione in fin dei conti abituata dai tempi della scuola: le verifiche a crocette, i quiz ogni quindici giorni erano già l’emblema del ‘mordi e fuggi’. Al diavolo il diritto a una conoscenza lenta, approfondita, critica. Gratta e vinci. Usa e getta. Come quei gadget che, ora, soddisfano gli attacchi di consumismo bulimico, mentre un operaio muore sotto un camion durante un picchetto. È il momento in cui, controllando il codice a barre che traccia la spedizione, il giovane collaboratore inveisce contro Poste Italiane perché non ha consegnato il gadget in tempo. Ma Poste Italiane è stata privatizzata, i postini sono sempre meno e quelli che son rimasti lavorano dieci ore al giorno, le spedizioni sono state appaltate a un corriere esterno, gli sportelli chiudono perché i cittadini sono stati trasformati in clienti. E vanno su internet, le filiali non servono più.
Sono gli anni in cui molti più giovani potevano dirsi liberi dal lavoro subordinato, lo dicevano alla televisione, lo dicevano i giornali. Purtroppo continuano a dirlo. I costi del lavoro diminuiscono, le imprese non devono pagare i contributi, ma non devono pagare neppure la formazione ai propri collaboratori. E i giornali tornano a titolare che le imprese non trovano giovani adatti a ricoprire le mansioni cercate. La colpa della disoccupazione e della precarietà è stata accollata alla scuola, che non prepara al mercato del lavoro. Devono uscire precisi e perfetti per il prossimo annuncio. Ma guai a investire nella formazione: meglio pretendere che sia la scuola, e quindi lo Stato, a pagare, anche per far lavorare gratis nelle aziende i propri studenti.
 
È così che nasce l’alternanza scuola-lavoro, i cui protocolli d’intesa del Ministero del Lavoro e di quello dell’Istruzione e della Ricerca danno il diritto a grandi multinazionali di impiegare migliaia di studenti nei propri locali, per fare i commessi. Una velocità che lascia interdetti. È stato un attimo, dal susseguirsi di stage umilianti o inutili al dovere del lavoro gratuito. Sarà un’esperienza fantastica, recitavano le pubblicità dell’Expo 2015 a Milano. Vedrete cose, conoscerete gente, gratuitamente. Lavorerete gratis finché altri vorranno. Poi il nulla. Anzi no, poi Garanzia Giovani, il progetto europeo per l’inserimento lavorativo dei Neet (Not in Education, Employment, Training), cioè per coloro che non studiano, non lavorano e non sono coinvolti in programmi di formazione. Più di un milione di persone tra i 15 e i 29 anni si sono presentati ai centri per l’impiego o strutture convenzionate, con la speranza di trovare un lavoro. L’ha detto la pubblicità, il Ministero del Lavoro non fa che vantarsi di questo programma. E allora proviamoci, come in un reality, sia mai che ci dice bene. Altri ci sono arrivati celando l’umiliazione, mettendo da parte l’orgoglio della laurea, dei master da fuori sede. Tirocini come se non ci fosse un domani, per tutti!
Masse di lavoratori che la sera tornano a casa con le proprie storie personali, alcuni aprono un blog e si raccontano. Una questione privata. Nessuno ha inventato il sito di incontri per partite Iva, un mega raduno di chi ha partecipato al grande show di Garanzia Giovani. Lo sciopero generale dei tirocinanti. Ognuno a pregare che quella promessa di assunzione possa un giorno farsi realtà.
Loro, i potenti, gli avidi, gli sfruttatori, hanno vinto perché sono stati coerenti, uniti, perché sono stati più forti nel ‘tutti contro tutti’, dove i morti li abbiamo contati solo noi. Hanno vinto quando ci hanno chiamati «bamboccioni», imponendoci una partita Iva, e siamo stati educati, silenti, accondiscendenti. Hanno vinto quando ci hanno detto che eravamo «choosy» e abbiamo porto l’altra guancia. Hanno vinto quando abbiamo smesso di credere che, uniti, si vince anche noi.
Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, spesso gratuito, la totale assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni all’ordine del giorno, che si abbattono su più di una generazione, costretta a lavorare di più ma a guadagnare sempre di meno, nonostante viviamo in una società il cui potenziale produttivo già permetterebbe di ridurre e distribuire il tempo di lavoro mantenendo e/o raggiungendo un tenore di vita più che dignitoso. È la realtà contro cui si infrange la narrazione dominante sulla ‘generazione Erasmus’ e sui Millennials, la stessa che con facilità dichiara che coloro che sono nati negli anni Ottanta dovranno lavorare fino a 75 anni per avere una misera pensione. Come se fosse un fatto naturale, inevitabile, ma soprattutto irreversibile, e non invece il risultato di scelte politiche ben precise, che hanno precarizzato il lavoro, la possibilità di soddisfare bisogni che dovrebbero essere considerati universali, come l’istruzione, la sanità, la casa, il trasporto pubblico. Le stesse politiche che hanno provocato l’inasprirsi delle diseguaglianze sociali spostando reddito e ricchezza dai lavoratori, che li producono, alle imprese, che a loro volta hanno scelto di trasformarli in vere e proprie rendite. Il furto quotidiano operato a danno dei lavoratori, di oggi e domani, è stato sostenuto dall’ideologia del merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Ma soprattutto per negare la matrice collettiva dei rapporti di lavoro, dei rapporti di forza in gioco: è la retorica per cui ognuno è unico artefice del proprio destino.
 
Il risultato è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon.
Sono questi gli argomenti trattati in questo libro in cui l’analisi delle trasformazioni economiche e sociali che hanno attraversato i diversi settori si intreccia con le storie di quanti vivono quei luoghi – e non luoghi – di lavoro. Per ragioni oggettive e soggettive, ho scelto di analizzare e descrivere solo alcuni settori economici e forme di lavoro, in particolare la logistica, la grande distribuzione e i servizi pubblici, ma anche i lavoretti dietro la gig economy, le forme di lavoro gratuito, il lavoro a chiamata e il sistema dei buoni lavoro (i voucher). È una scelta dettata da poche ragioni di fondo, tra loro collegate. Primo, essi costituiscono gli esempi più significativi della ristrutturazione del capitalismo, dove la frammentazione del lavoro segue la frammentazione del processo produttivo. Secondo, sono la più nitida rappresentazione di come la valorizzazione del capitale necessiti la creazione di vere e proprie avanguardie dello sfruttamento, che coinvolgono sia i lavoratori immigrati della logistica, sia quelli italiani della grande distribuzione o dei servizi pubblici. La matrice di classe che opera in questi settori è la medesima, nonostante la narrazione dominante tenda a separare e a diversificare una soggettività, quella del nuovo e trasversale proletariato, con espedienti retorici e di facciata. Terzo, il riemergere dei conflitti che popolano questi settori e le modalità con cui le lotte si affermano son spesso taciuti o relegati a meri fatti di cronaca locale quando, invece, sono espressione di un mondo affatto pacificato. D’altra parte, frontiere del precariato come il lavoro a chiamata e il lavoro gratuito si configurano non soltanto come forme di totale estrazione del valore prodotto dai lavoratori che ingrassa solo gli utili d’impresa, ma agiscono come strumenti di estremo ricatto: la promessa di un futuro migliore se si è disposti a farsi sfruttare senza mai alzare la testa.

04 ottobre 2017

La mortificazione del lavoro

Quando si parla di lavoro e occupazione non ci sono mezze misure: da una parte abbiamo la narrazione renziana/governativa che ci racconta (ormai ogni giorno, su ogni TG) del milione di posti di lavoro creati grazie al jobsact del governo del mille giorni.
Meriti che oggi vengono messi sul tavolo dal ministro Padoan alla conferenza stampa per la presentazione della prossima manovra:

La previsione è di un milione di posti di lavoro, non subito, ma in quattro anni. Perché «Persiste la fase di significativo miglioramento del mercato del lavoro» ed è prevedibile un «ulteriore progressivo aumento dell’occupazione nei prossimi mesi e anni», ha detto martedì il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan intervenendo alla Camera e al Senato sulla prossima manovra di finanza pubblica, per illustrare gli aggiornamenti al quadro macroeconomico del Documento di Economia e Finanza stilato in primavera, e dare anche, su esplicita richiesta del Parlamento, le indicazioni sulla composizione e l’entità della manovra di finanza pubblica che seguirà con la Legge di Bilancio 2018. 

E' una sorta di gioco delle tre carte: metto delle clausole di salvaguardia per non sforare i vincoli, poi elimino le clausole usando le previsioni del PIL e facendo deficit, assicurando che questo farà crescere proprio il PIL..

Esiste anche un altra narrazione, forse più vicina alla realtà e dunque meno "rose e fiori".
E' la narrazione che racconta dei lavoratori del web, i facchini di Foodora, Amazon, i nuovi lavoratori a cottimo.
La narrazione dei dipendenti della città metropolitana milanese, che stanno occupando la sede da giorni, nella speranza di avere ancora un lavoro.
La narrazione di Alamaviva che sposta i call center in Romania, lasciando a casa persone qui in Italia ma continuando a vincere commesse pubbliche.
La narrazione degli studenti che, per l'alternanza scuola lavoro, hanno dovuto lavorare da Mc Donald o fare i camerieri. O, e questa è una notizia che dovrebbe far indignare in tanti, gli studenti che hanno fatto da volontari alla festa del PD, per l'intervento del ministro dell'istruzione Fedeli (nonché della ricerca moritificata). Venite studenti a fare da camerieri, tutto fa credito.

Di questo mondo, poco dorato e poco renziano (o berlusconiano) ne parla Marta Fana nel suo libro "Non è lavoro, è sfruttamento" (Laterza), di cui già potete leggere due importanti recensioni di Gilioli e quella di Robecchi.

Gilioli - Abbiamo solo meno diritti

C'è tutto: c'è il lavoro gratuito più o meno nascosto da vari nomi, c'è il grande ritorno del cottimo, c'è la parabola grottesca dei voucher, c'è lo schiavismo nella logistica al servizio delle 'over the top' digitali, c'è la deriva nella stessa direzione nei servizi pubblici e negli appalti delle pubbliche amministrazioni, ci sono i meccanismi ricattatori e di torsione psicologica che si diffondono nel nuovo clima tutto top-down, c'è il regalo di manodopera ad aziende come McDonalds, Ibm e Bosch fatto passare per "alternanza scuola-lavoro".
Ma c'è anche la distruzione del patto sociale che aveva garantito la crescita del Paese per due decenni nel Dopoguerra; c'è la diffusione del mito farlocco e ideologico secondo cui maggiore 'flessibilità' produce più posti di lavoro; c'è la denuncia dell'interiorizzazione dello sfruttamento (quel "sempre meglio di niente" che agevola parecchio la slavina del dumping salariale e di diritti); ci sono gli interventi legislativi che hanno portato a questa situazione (perché non è vero che il degrado non ha responsabili); e c'è la guerra tra sfruttati, vero capolavoro del capitalismo contemporaneo.

Robecchi - Scegliete il vostro posto sul treno della precarietà: ce n’è per tutti:
Non è (solo) un libro per economisti, questo combattivo pamphlet di Marta Fana, ma un libro per lavoratori. Nel paese che cita il lavoro nel primo articolo della sua Costituzione, il canto costante è che il lavoro “non c’è”. Però è lo stesso posto dove si chiede e si impone di lavorare gratis: stage, simil-volontariato, alternanza scuola-lavoro, per cui le cifre della disoccupazione fanno tremare le vene ai polsi, ma il panino all’autogrill magari te lo scalda uno studente dell’istituto tecnico, qualche stipendio risparmiato per l’azienda che lo “ospita”. Il tutto con spaventevoli ricadute culturali, ovvio, sul lavoro come merce degradata e degradabile, una svalutazione professionale e umana che riguarda tutti.
Una fotografia, insomma, lo stato dell’arte qui e ora, dove la parola “sacrifici” risuona instancabile da Lama alla Fornero, da Berlusconi a Renzi nella vera continuità politica del paese: quella di umiliare il lavoro.

21 giugno 2017

Il re che non ama sentirsi nudo

Non amano, i Farinetti, che gli si dicano le cose in faccia, come successo ieri sera a Carta bianca, quando la ricercatrice Marta Fana (che Farinetti chiamava "signorina") ha raccontato alcune situazioni di lavoro in Eataly.
Tutto falso, ha risposto Farinetti, e lei si prenderà una querela (questi giustizialisti!).

Ma alcune cose sono vere e non possono essere ridiscusse ogni volta: l'appalto per Expo preso senza gara, le tasse abbassate per le imprese (e molto meno per i dipendenti) che hanno prodotto variazioni minime nell'occupazione.
L'assenza di tassazioni progressive (come dice la Costituzione) su eredità,casa e patrimoni.

Chi li paga i nuovi ospedali? Domandava il giornalista Porro, ironicamente.
Abbiamo messo 10 miliardi e passa dalla fiscalità nelle mani delle aziende per gli sgravi.
Abbiamo le spese militari che aumentano.
In questo paese abbiamo poi corruzione, evasione ed elusione.

E parliamo veramente di una nuova armonia tra cittadini e stato?

Qui il video:


La querela di Oscar Farinetti a Marta Fana di angelitaoscar


Seguiremo la vicenda ..