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13 aprile 2025

Anteprima Presadiretta – Europa, la sfida industriale

I dazi di trump colpiscono l’Europa nel suo momento di massima debolezza economica, con la Germania che rallenta mentre cresce la competizione tecnologica cinese. E l’Italia?

In aspettando Presadiretta si parlerà della crisi idrica nelle regioni del sud, in particolare in Basilicata e Sicilia. Lo scorso dicembre Presadiretta era andata sulla diga della Camastra a girare le immagini dell’invaso, la diga era completamente vuota. Ma in realtà tutti gli invasi della Basilicata sono vuoti e questo è il motivo per cui la regione che ha sempre dato l’acqua a tutto il sud si è ora trovata senz’acqua e hanno dovuto chiudere i rubinetti delle case.

Ma il tema della siccità e della gestione idrica è comune ad altre regioni d’Italia, che diventerà ancora più importante ora che sta arrivando l’estate.
In che modo la Sicilia si sta attrezzando all’arrivo dell’estate? Il team di Presadiretta ha attraversato l’isola andando a verificare lo stato in cui versano le grandi infrastrutture idriche fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico.
Sul sito Agricolae.eu trovate una anticipazione del servizio:

«Partendo dagli eventi estremi della siccità dello scorso anno, abbiamo deciso di indagare su come la regione con il più alto livello di severità idrica d’Italia si stia preparando all’estate imminente», dichiara l’inviato Pablo Castellani. «Ci siamo concentrati in particolare sulle grandi dighe, infrastrutture fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico alle aree circostanti», aggiunge la collega Roberta Pallotta.

Il team ha attraversato l’isola documentando lo sversamento di acqua dalla diga Trinità, a Castelvetrano, completata nel 1959 ma mai collaudata, per poi spostarsi alla diga Comunelli, definita da Castellani «un gioiello ormai inutilizzabile a causa della mancata manutenzione». Il viaggio prosegue con la grande incompiuta di Blufi e la diga Ancipa, al centro della cosiddetta “guerra dell’acqua” tra i comuni di Enna e Caltanissetta del dicembre 2024. «Quello che abbiamo registrato è un quadro di carenze strutturali, mancanza di manutenzione e assenza di una pianificazione efficace per il futuro, che lascia sconcertati», osserva Pallotta. «La prossima siccità rischia di essere drammatica».

Nel corso del reportage, la redazione ha intervistato anche la Coldiretti Sicilia, che ha descritto una situazione drammatica per gli agricoltori, alle prese con raccolti compromessi e costi in aumento per far fronte alla scarsità d’acqua. Spazio anche all’ANBI, l’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue: il direttore generale Massimo Gargano ha parlato della cronica mancanza di manutenzione delle dighe in Italia e in Sicilia. «Serve una cultura dell’economia e della manutenzione delle nostre dighe», ha dichiarato.

«Abbiamo chiesto chiarimenti alla cabina di regia per l’emergenza siccità, coordinata dall’ingegnere Salvo Cocina», aggiunge Castellani, «per capire come si stiano attrezzando per affrontare le crisi idriche future».

Il reportage si sposta poi nell’area di Butera, dove sono in corso lavori di trivellazione per la costruzione di nuovi pozzi, e nei luoghi dove saranno installati tre dissalatori mobili già a partire da giugno. «Tutti provvedimenti importanti, ma non sappiamo se basteranno», conclude Pallotta.

Europa - La sfida industriale


Il racconto della crisi industriale in Europa passa dalla Germania: a Dusseldorf i mille operai della Vallourec hanno celebrato il funerale degli impianti dove hanno lavorato per anni. Era il 14 settembre 2023 e col suono di una sirena si sono chiusi più di 40 anni di attività.

A maggio 2022, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, Vallourec aveva deciso di spostare tutta la produzione siderurgica dalla Germania al Brasile.

Qui dentro lavoravamo in 3000 all’inizio” racconta uno degli operai che è anche presidente del Consiglio di Fabbrica “abbiamo proposto di tutto pur di non chiudere, abbiamo ridotto il personale, chiesto di fare prodotti di maggior valore, ma l’azienda non voleva investire, guardava solo al flusso di cassa e voleva andarsene dall’Europa. Abbiamo chiesto aiuto alla politica ma non siamo stati ascoltati, per loro non eravamo strategicamente importanti..”

A Berlino, il 16 dicembre si apriva la crisi di governo che ha portato i tedeschi nuovamente alle urne nel pieno di una vera e propria de-industrializzazione: tra chiusure e delocalizzazioni, dal 2019 la Germania ha perso il 10% della sua produzione manifatturiera, solo nel 2024 il calo è stato del 4% e gli indici continuano a scendere.
I siti come quello della Vallourec, nella Ruhr non torneranno più – continua Vilson Gegic – “qui è pieno di aziende storiche, sono tutte in crisi e se chiudono tutte come finirà l’Europa? Lo standard di vita che abbiamo avuto fino ad oggi, gli stipendi, il sistema sociale , li avremo ancora in futuro? Possibile che non ci siano nuove tecnologie in grado di salvarci?”

L’Europa non ha una visione industriale comune come non ha nemmeno una visione comune sulla tassazione: in Irlanda si paga solo il 12,5% di tasse sui profitti, una cifra irrisoria che spiega come mai le multinazionali americane hanno sede proprio in quel paese.

In Italia la tassazione è del 24% e negli Stati Uniti è del 21%: alle multinazionali conviene investire in questo piccolo paese. Le più importanti sono qui infatti, tra queste le principali aziende americane della digital economy, la maggior parte delle quali ha la sede nella zona dell’ex porto oggi completamente riqualificata e ora piena di grattacieli e locali alla moda. L’hanno soprannominata la silicon dox. Google, Linkedin, Tik Tok, AirBnb, X, Dropbox, Amazon e Indeed. E ovviamente Meta, ovvero Facebook, Instagram e Whatsapp. Queste multinazionali pagano in realtà tasse per meno del 12,5%. Se si analizzano i bilanci si scopre che pagano tra il 2 e il 5% di tasse – spiega a Presadiretta  Kieran Allen professore di sociologia a Dublino. Assieme al collega Brian O’Boyle hanno scritto un libro intitolato “Tax haven Ireland”.

L’Irlanda è sicuramente un paradiso fiscale, è principalmente strutturata per favorire le multinazionali americane, visto che le multinazionali pagano pochissime tasse, il peso fiscale si sposta sui lavoratori irlandesi che pagano una aliquota fiscale relativamente alta per servizi di qualità molto scarsa.Per esempio se hai un bambino, mandarlo all’asilo nido qui a Dubino ti costa fino a 1200 euro al mese e se non ha una assicurazione sanitaria privata, e un terzo della popolazione non ce l’ha, potresti aspettare anni per una operazione all’anca o un altro banale intervento.”

Aziende che fanno profitti in Europa, lasciando qui solo poche briciole. Forse queste cose qualcuno dovrebbe spiegarle al presidente Trump proprio adesso che ci sta prendendo a schiaffi coi dazi.
Come raccontano le anteprime dei servizi, per le società la tassazione in Irlanda è molto favorevole

Anche questo è un segno della debolezza europea di fronte alle grandi potenze del pianeta, gli USA da una parte e la Cina dall’altra, per cominciare.
Un’Europa che – come spiega Iacona presentando la puntata – si trova davanti ad una sfida industriale pazzesca, tra gli Stati Uniti che ci riempiono di dazi e la capacità produttiva e competitiva della Cina.

Presadiretta ci porterà in Germania, dove l’economia si è fermata, poi in Italia, poi Iacona ci riporterà in Cina (già visitata nel servizio dedicato alle energie rinnovabili) e in Irlanda.

L’Europa ad ottobre 2024, in difesa delle proprie industrie automobilistiche ha emanato dazi che vanno dal 17 al 35% sull’importazione degli autoveicoli elettrici dalla Cina. E come hanno risposto a questa mossa i grandi gruppi automobilistici cinesi?

Lo spiega Stella Li, vicepresidente di BYD, prima aziende produttrice di auto elettriche al mondo: “non penso che sia intelligente da parte dell’Unione Europea applicare i dazi perché alla fine danneggiano i consumatori finali europei che dovranno pagare di più. Tuttavia BYD già due anni fa, prima che si iniziasse a parlare di dazi, aveva deciso di investire in Europa, apriremo uno stabilimento in Ungheria.”
Anche in Italia potreste aprire una fabbrica?
“Siamo aperti ad ogni paese, man mano che continueremo a crescere avremo bisogno di maggiore capacità, ogni paese in Europa potrebbe essere un candidato per la nostra seconda o terza struttura.”
Lo stabilimento ungherese dovrebbe iniziare la produzione di auto elettriche a fine 2025. Anche la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo, aprirà uno stabilimento in Ungheria: partirà così la prima filiera elettrica cinese in Europa, che produrrà centinaia di migliaia di autovetture all’anno, che potranno essere vendute senza dazi.

Dalla BYD al gruppo Chery, il secondo marchio cinese di auto che nel 2024 ha venduto 2,6 ml di vetture, un incredibile +40% rispetto al 2023, con un fatturato di 67 miliardi di dollari, 100mila dipendenti di cui un terzo lavorano nel settore ricerca e sviluppo.

Presadiretta è entrata dentro uno degli stabilimenti, accolti da un robot che riconosce facce e voci, frutto dei lavori di ricerca del gruppo, capace anche di rispondere.
È grazie alla mobilità elettrica che Chery diventa una vera e propria compagnia tecnologica.

Lo spiega il presidente Zhang Guibing: “le auto elettriche sono auto sempre più intelligenti, il cockpit è intelligente e le tecnologie di guida autonoma sono intelligenti. Anche le batterie sono intelligenti e ce le produciamo da soli con la nostra ricerca e sviluppo perché dobbiamo essere indipendenti dal punto di vista tecnologico. Le nostre batterie hanno una ricarica veramente rapida, veloce, in cinque minuti puoi raggiungere 400 km di autonomia e questo vale anche per i motori elettrici. Hanno consumi di energia molto bassi, circa 9,9kw/ora per 100 km [il consumo medio di una batteria è di circa 13,5 kw/ora]. Con le auto elettriche hai la forza, hai la potenza, hai la velocità di accelerazione, tutto quello che vuoi. Ecco perché ora in Cina anche BMW, Mercedes, Audi, Porsche, vendono di meno.”
Quindi la vera innovazione è davvero l’auto elettrica – ha chiesto Iacona

L’elettrificazione è la chiave, è fondamentale. Poi le tecnologie per la guida autonoma intelligente sarà la prossima chiave. L’intelligenza artificiale in interconnessione col guidatore e i big data. Questo sarà il nostro futuro e anche su questo stiamo lavorando.

Anche il gruppo automobilistico cinese Chery ha investito in Europa: nel 2024 è nata una joint venture con una azienda spagnola a Barcellona, con la realizzazione di uno stabilimento capace di produrre 150 mila auto l’anno su piattaforma e tecnologia cinese. Alla firma dell’accordo era presente anche il presidente spagnolo Sanchez insieme ai vertici dell’azienda cinese.

Dalla Spagna, le auto elettriche Chery verranno vendute in Europa e ancora una volta senza dazi. Lo slogan di Chery è “in Europe, for Europe”.
Cosa significa lo spiega a Iacona il presidente Zhang Guibing: “noi non vogliamo semplicemente vendere le nostre auto in Europa, noi vogliamo integrarci con l’industria locale europea, con la catena di approvvigionamento e i fornitori europei, coi governi europei. Non solo i nostri clienti devono rimanere soddisfatti, ma anche i governi lo devono essere e i lavoratori europei, e la società europea. Ecco cosa significa per noi in Europa per l’Europa.”
Significa che volete produrre sempre di più in Europa?
“Se vogliamo essere un grande attore dobbiamo sicuramente produrre in Europa.”
E’ vero che volete aprire un centro design in Italia e che sareste interessati a comprare la Maserati – ha chiesto il conduttore.
Il presidente ha risposto positivamente per il centro di design mentre ha preferito non rispondere sulla Maserati, “posso solo dire che siamo molto interessati a diversi marchi di alta gamma”.
Come commenta il fatto che l’Europa non stia spingendo come la Cina sulla mobilità elettrica, il fatto cioè che in Europa si vendano così poche auto elettriche?
“E’ chiaro che le infrastrutture elettriche non sono sviluppate come in Cina e questo è un problema, ma negli ultimi due anni ci sono stati grandi cambiamenti, l’innovazione tecnologica si sta sviluppando molto velocemente, noi le chiamiamo auto super ibride perché dentro la città possono fare dai cento ai trecento chilometri solo in modalità elettrica e in guida mista si può arrivare a 1200 km di autonomia. Anche in Cina le super ibride stanno crescendo: ancora una volta è la ricerca tecnologica che sta dando tutte le risposte e che farà crescere il mercato delle elettriche anche in Europa.”


Hangzhou la chiamano la città dell’acqua perché attraversata dal grande fiume Qiantang, quando arriva in città è largo e gonfio di acqua prima di gettarsi nel mar Cinese meridionale. Poi c’è il lago dell’ovest che fa parte della lista dei beni patrimonio dell’umanità protetti dall’Unesco, sempre pieno di turisti che vengono qui a visitarlo.


A Hangzhou c’è il quartiere generale della Geely, altro gruppo industriale nel settore dell’automotive con 11 stabilimenti e 50mila dipendenti.
La storia della Geely rappresenta bene quello che è successo nel settore dell’automotive: negli anni 90 sono arrivati i grandi marchi dall’occidente a produrre macchine in joint venture con le aziende cinesi e così c’è stato il trasferimento tecnologico.

Oggi grazie alle auto elettriche il rapporto si è rovesciato: sono le grandi case automobilistiche cinesi che godono di un vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti stranieri.

Così è partita la scalata dei gruppi cinesi nei confronti di quelli occidentali.
Iacona ha visitato uno degli stabilimenti della Geely che può produrre fino a 300mila autovetture l’anno, settecento al giorno, pronte per partire per tutto il mondo.

Questa è la fabbrica della Link&Co una joint venture con la Volvo Cars di cui la Geely è diventata proprietaria. Ma la campagna acquisti non è finita qui: Geely è il maggior azionista di Volvo group, il gruppo che produce autocarri e anche della Lotus cars, della Daimler, della Aston Martin.

L’ultima acquisizione Geely l’ha fatta nel 2019 quando ha comprato da Mercedes il 50% di Smart: oggi la nuova Smart si fa in Cina, il design è tedesco, ma la piattaforma e la tecnologia è tutta cinese.

Sono auto dove la guida è assistita, il guidatore deve tenere le auto sul volante, ma la macchina si guiderebbe da sola, in grado di evitare gli ostacoli sulla strada.
Tutta questa intelligenza costa molti soldi – spiega Tong Xiangbei AD di Smart – perché la macchina è dotata di diversi sensori, ma è qualcosa che va fatto, “se non fai questo salto tecnologico perdi il treno dell’innovazione per sempre.”


Che poi è quello che sta succedendo ai marchi europei, che hanno perso il treno della mobilità elettrica e che oggi pensano di difendersi dal futuro bloccando in Europa le leggi sul green deal. Barattando profitti a breve termine col futuro, con la difesa dell’ambiente.

E l’Italia? Ci sono aziende che hanno sposato e investito molto nell’innovazione: Presadiretta è entrata dentro gli stabilimenti della VHIT, un’azienda che produce sistemi lubrificanti e frenanti per i motori. Tutti i macchinari registrano in continuazione ogni processo e inviano un mare di dati all’intelligenza artificiale per monitorare l’efficienza dell’impianto, riducendo il costo del lavoro diretto. Si risparmiano soldi alla fine che finiscono in testa d’opera, ovvero ricerca e sviluppo – spiega Corrado Laforgia Addi VHIT – di nuovi processi e prodotti, “questa azienda nel 2014 disegnava e produceva soltanto componenti per motori a combustione interna, dal 2014 la stessa funzione viene fatta da un motore elettrico, da una scheda elettronica, da un software. Per fare questo abbiamo investito in nuove competenze, eravamo dei meccanici, oggi siamo diventati dei meccatronici. Abbiamo imparato cos’è il software, cos’è l’elettronica, cos’è un motore elettrico, quindi ci stiamo preparando per il futuro.”
E’ questa l’innovazione che può salvare le aziende italiane?

Le aziende italiane possono salvarsi se riescono a capire dove mettersi all’interno di questa nuova catena del valore, non è più soltanto un problema di produrre, a produrre ormai sono capaci tutti, quello che fa la differenza è, davanti ad un problema, ad una necessità di mercato, io come la risolvo molto meglio degli altri?”

Ma ci sono altre azienda che in questo momento stanno facendo i conti con la “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul settore manifatturiero: Presadiretta ha visitato il distretto industriale di Brescia, una delle provincie a più alto valore aggiunto in Italia con le sue 13mila aziende, che esportano i loro prodotti per il 19% in Germania e che ora per la crisi tedesca hanno visto calare l’export di 440 ml.
Dunque la crisi in Germania che colpisce anche le azienda in Italia, ma poi c’è anche il costo dell’energia che costituisce un grave problema per le aziende nel settore siderurgico: “L'Italia ancora oggi è la nazione all'interno dell'Europa che paga un costo dell'energia più alto. Questo non ci consente di essere competitivi” racconta Giuseppe Pasini di Feralpi Group.
Si tratta di una crisi senza precedenti che ha costretto molte di queste aziende a ricorrere alla cassa integrazione con fermi di produzione prolungati.

Sta andando in crisi un modello di produzione basato sulla piccola-media impresa, a condizione familiare e che ora non è in grado, da sola, a gestire questo cambiamento di mercato, perché manca la mentalità del cambiamento, per essere pronti a gestire queste nuove tecnologie: le tecnologie green, l’intelligenza artificiale, un modello di produzione dove l’operaio non è un robot ma un tecnico con forti competenze tecnologiche.
Non basteranno i sussidi che il governo Meloni ha messo in campo prendendo i soldi dal PNRR e dai fondi di coesione per risolvere questa situazione.

La scheda del servizio:

In apertura la carenza idrica in Basilicata e Sicilia

La carenza e la cura inadeguata delle risorse idriche sono al centro di “Aspettando PresaDiretta”, in onda domenica 13 aprile alle 20.30 su Rai 3. Due sono le situazioni emblematiche analizzate: la Basilicata, riserva idrica per l’Italia del sud, dove in pieno inverno migliaia di persone si sono ritrovate con i rubinetti a secco. Qui le dighe sono semivuote e i tassi di dispersione del 60 per cento. E poi la Sicilia, dove in 30 anni la disponibilità di acqua è diminuita del 25 per cento. L’inchiesta è incentrata su grandi opere incompiute, mancati collaudi, insufficiente manutenzione, danni all’agricoltura e agli allevamenti, disagi per i cittadini. Ospite in studio Antonello Pasini, climatologo del Cnr, parla di crisi idrica, di eventi climatici estremi e di cosa fare per cambiare rotta.

PresaDiretta” prosegue con la puntata “Europa la sfida industriale”, sui dazi di Trump che colpiscono il vecchio continente nel suo momento di massima debolezza economica.

Sull’industria tedesca pesa il rischio recessione. Le acciaierie, i cantieri e le fabbriche di auto in Germania sono alle prese – come mostrano le telecamere di “PresaDiretta” - con migliaia di licenziamenti, scioperi, delocalizzazioni, chiusure di impianti. Pesanti le ripercussioni anche in Italia, soprattutto nel bresciano, area legata a doppio filo all’industria tedesca, non a caso definita il diciassettesimo Land. Un viaggio negli stabilimenti siderurgici, meccanici e della filiera dell’auto, che vivono il crollo delle esportazioni.

Sul fronte opposto, la Cina e il suo primato mondiale di veicoli elettrici. Il reportage di Riccardo Iacona racconta un sistema che conta 40 gruppi automobilistici, più di 100 marchi, 4 milioni e mezzo di lavoratori. Non solo, oggi sono le aziende cinesi a portare avanti joint venture e acquisizioni in Europa. Mentre in Italia a Termoli, gli stabilimenti Stellantis si svuotano di operai e di produzione. E anche il grande progetto di costruire una gigafactory per realizzare batterie elettriche non è mai decollato: sempre meno posti di lavoro, sempre più ore di cassa integrazione.

Eppure, i soldi per sostenere l’economia ci sarebbero, se anche le multinazionali pagassero le tasse. Come dimostra l’Irlanda: dal settore farmaceutico a quello tecnologico, dalle comunicazioni ai servizi finanziari hanno lì la propria sede ben 1.800 multinazionali, in maggioranza americane. Perché lì le tasse sono molto più basse rispetto a Italia o Usa.

Ospite in studio per analizzare la crisi e le nuove sfide industriali Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università Federico II di Napoli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 aprile 2024

Presadiretta – A tutto idrogeno

Il viaggio dell’ultima puntata di Presadiretta parlerà dell’idrogeno verde, un gas che non emette co2, che ci consentirà di sganciarci dalle energie fossili.

Poi un passaggio in Svezia dove si producono le batterie a ioni di sodio.

In Italia invece il governo Meloni punta su costosi rigassificatori con cui trasformare l’Italia nell’hub del gas, perché, visto che si deve consumare (e si sta consumando) sempre meno gas?

L’idrogeno verde

Al centro Enea di Casaccia sta crescendo la prima Hydrogen Valley italiana, dove sperimentare l’idrogeno verde: idrogeno prodotto da energie rinnovabili (e non da combustibili fossili) il cui surplus può essere dedicato all’idrogeno “green”.

Per produrre idrogeno si usa il processo di elettrolisi per scindere la molecola dell’acqua: l’acqua diventa un gas combustibile pulito, che non ha nella sua molecola il carbonio.

Serve tanta energia elettrica e serve tanto idrogeno: Presadiretta è andata a Livorno dalla Erre2, dove si producono i macchinari per generare l’idrogeno verde, in loco proprio nelle grandi produzioni industriali che oggi usano fonti energetiche inquinanti.

La tecnologia ad idrogeno andrà in parallelo a quella dell’elettrico, può convivere: è uno strumento in più per arrivare alla decarbonizzazione, la ricerca intanto sta andando avanti per arrivare a celle per centrali a idrogeno meno ingombranti.

Alla Erre2 esportano le loro macchine in Francia e Inghilterra, sono fiduciosi che questa tecnologia, l’idrogeno green, avrà un futuro nella transizione energetica: la Hydrogen Bank sarà finanziata dalla banca europea e su questo settore siamo addirittura davanti alla Cina.
Questi impianti per la elettrolisi sono ancora montati a mano, ma man mano che l’idrogeno verde andrà avanti la sua produzione avrà costi minori.
Come per le altre energie rinnovabili, come il solare: dove c’è il sole oggi produrre energia dal fotovoltaico costa meno rispetto ad altre fonti – spiega Marco Alverà a Presadiretta – il mix del futuro sarà 50% elettricità e il restante deriverà da un combustibile (per le navi, per il riscaldamento, per fare l’acciaio). Questo secondo 50% sarà per metà combustibili a idrogeno e l’altra metà combustibili fuel.

Con l’idrogeno verde si potrebbe ridurre le emissioni per 4 tonnellate l’anno, per questo tanti paesi europei stanno investendo in questo settore.

L’energia in Danimarca

Il vento genera la metà dell’elettricità in Danimarca: questo paese è stato tra i primi a puntare sull’eolico, anche con impianti offshore. Entro il 2030 vogliono quadruplicare l’energia dall’eolico, il surplus di questa energia verrà usata per produrre idrogeno: Presadiretta è entrata nello stabilimento di Everfuel, uno dei più grandi in Europa che è alimentato solo da energie rinnovabili.
Questo impianto venderà anche le energie di scarto, come il calore, per il teleriscaldamento.
L’idrogeno verde è accumulato in tante batterie in serie (poi mandate nella rete), il loro progetto è distribuirlo anche fuori dalla Danimarca.

In Germania nella regione che si affaccia sul mare del nord sono pieni di pale eoliche: sono ovunque perché i contadini si sono messi in società, coltivano e lasciano le pale eoliche sui loro terreni.
Il governo tedesco ha deciso che Amburgo diventerà un grande cantiere per l’idrogeno verde: una centrale a carbone è stata convertita per l’idrogeno verde, che sostituirà il gas naturale entro il 2045, e dovrà riscaldare l’intera città, raccogliendo il calore di scarto da tutte le produzioni industriali (il cui calore non deve essere sprecato).

Intorno al porto di Amburgo sono concentrate decine di industrie pesanti che andranno convertite: questa è la sfida della città che si appoggia proprio all’idrogeno verde, prodotto da energie anche non rinnovabili nel periodo di transizione, ma alla fine si userà solo idrogeno verde.

Negli stessi giorni in cui si sono registrate le interviste, i trattori dei contadini tedeschi sfilavano per le strade protestando contro le scelte dell’Unione Europea, che ha portato al dietro front sui pesticidi. Ma il governo tedesco continua a puntare sulle energie rinnovabili, anche nei grandi processi industriali che hanno bisogno di tanta energia, come quello siderurgico.
Ad esempio alla Arcelor Mittal puntano all’idrogeno verde, al posto del gas (in Germania, non in Italia), per arrivare a produrre acciaio verde.

Comunque due terzi dell’idrogeno verde dovranno essere importati: non saremo mai indipendenti sull’idrogeno dunque, la Germania sarà sempre un consumatore di quello prodotto in altri paesi, per esempio i paesi del nord Europa o i paesi del sud, come il nord Africa.

Dobbiamo prendere l’energia laddove si può, come il nord Africa, e trasformarla in qualcosa che si può trasformare come l’idrogeno: questo è il futuro, nonostante ancora si punti sul gas naturale.

Il grande Hub del gas

In Abruzzo a Sulmona Snam vuole realizzare il centro della rete di smistamento del gas: ma questo progetto, il gasdotto che attraverserà l’appennino, è ancora sulla carta.
Costerà 2,5 miliardi di euro questo progetto che era stato abbandonato e poi risuscitato dal governo Draghi e Meloni poi.
Questo progetto sarà strategicità – spiega la presidente del Consiglio – ma la popolazione locale lo ha criticato per l’impatto ambientale, perché la centrale di Sulmona è in una zona sismica dentro una valle chiusa.
Non ci sarà nessuna ricaduta occupazionale: si tratta di un’opera di pubblica utilità? No perché è stata pensata nei tempi in cui ancora si puntava sul gas, la stessa regione Abruzzo si è detta contraria a questa opera, ma la contrarietà della regione è stata superata dai decreti dei governi Draghi e Meloni.
Il gasdotto dovrebbe passare sotto Paganica, vicino all’Aquila: qui ancora ci sono le cicatrici del terremoto del 2009, poco lontane dal tracciato del gasdotto che prosegue poi verso il nord.
Come si fa a parlare di sicurezza? Le popolazioni sul territorio non credono alle rassicurazioni della Snam e del governo, la gente ha paura.

Ferdinando Galletti è il presidente dell'amministrazione usi civici: a Presadiretta racconta che il suo ok all’opera non lo darà mai, perché prima viene la tranquillità delle persone.

Molti dei proprietari dei terreni su cui dovrà passare il gasdotto hanno già firmato dei documenti in cui consentivano l’opera, ma ora dopo il terremoto temono il pericolo: Snam sta tenendo conto del rischio terremoto, dell’impatto sulle case di questa opera?

L’istituto nazionale di vulcanologia INGV ha confermato queste paure: questoo gasdotto provocherà delle accelerazioni del suolo che potranno essere superiori a quelle previste per l’opera. Il governo Meloni ha chiesto di fare altri studi anche sulla tratta da Sulmona a Foligno e serviranno altri due anni, mentre non si farà nessuna indagine sul tratto verso l’Emilia Romagna.

Ma non si potranno aspettare due anni, perché la Snam deve completare l’opera entro il 2027 per prendere i soldi del pnrr e i lavori devono iniziare entro il primo semestre del 2025, ovvero prima della fine degli studi.

Secondo Snam l’unico tratto dove serve l’analisi di INGV è quello verso Foligno, negli altri tratti le indagini sono sufficienti.

Ma il problema è che il consumo di gas in Italia è in calo: questo è il vero punto, quest’opera è inutile, lo racconta il think tank Ecco.
Anche con una transizione più lieve, il consumo di gas non giustifica investimento, a meno che i consumi di gas crescano (cosa molto improbabile).

Il rischio che la dorsale adriatica verrà ripianato dai consumatori italiani è dunque molto reale: il costo di questo gasdotto, di cui si vanterà questo governo, lo pagheremo noi due volte, prima col Pnrr (che sono soldi dell’Europa) e poi con le bollette.

Salvatore Carollo è stato a capo del trading del gas per Eni: a Presadiretta spiega che questo mercato del gas non interesserà il resto dell’Europa, come nemmeno il gas liquido (che costa anche molto di più).

Perché la Germania dovrebbe comprarsi il gas liquido da noi?

Il presidente Marsilio scarica le colpe al governo Draghi – racconta il conduttore Iacona in trasmissione: il governo Meloni ha solo confermato queste scelte.

Il gas liquido

Per la strategia energetica italiana, fondamentale sarà il rigassificatore davanti Ravenna: in Italia Snam ha acquistato una nave per la rigassificazione, col decreto energia Meloni ha fatto rinascere due progetti per rigassificatori, in Sicilia e in Calabria a Gioia Tauro.

Peccato che, a parte l’essere una fonte energetica vecchia e inquinante, lo stabilimento di Gioia Tauro è abbandonato e usato anche da una comunità di migranti.
A San Ferdinando sono preoccupati del rigassificatore e delle opere accessorie, promesse ma mai messe sulla carta: il sindaco vorrebbe delle garanzie su questa ennesima opera strategica (vecchia e costosa), prima di vedersi depredata un’altra parte del loro territorio.

Conviene investire su questi rigassificatori, la cui costruzione richiederà altri 4-6 anni? Come giustificano queste opere Iren e Surgenia anche di fronte al calo della domanda di gas?
Ci sono ragioni di sicurezza strategica, risponde Iren, che però chiede un forte sostegno economico allo stato, perché sanno benissimo che queste opera non si ripagherebbero da sole. Anche qui saremo sempre noi con le bollette a pagare queste opere.

Abbiamo bisogno anche di nuovi fornitori di gas per il nostro piano: tra i fornitori c’è anche Israele, che vorrebbe essere nostro partner nel piano sull’hub europeo, assieme a noi vorrebbero realizzare un gasdotto dai giacimenti italiani fino a Cipro, poi la Grecia per arrivare alla costa pugliese.

Estmed Poseidon costerebbe miliardi: nemmeno l’Europa ci crede più a questo progetto, ma nonostante questo c’è un grande lavoro di lobby in Parlamento per convincere lo stato a finanziare questa opera.
Le riserve di gas di Israele sono minuscole, anche questo è un fattore che dovrebbe farci riflettere sull’investire o meno su un nuovo gasdotto.

Estmed non servirà nemmeno a trasportare idrogeno verde, perché nel futuro l’idrogeno sarà prodotto – come si è visto prima – laddove sorgono i grandi impianti di elettrolisi.

Combustibili alternativi

Ci sono carburanti a base di idrogeno che possono funzionare anche nei motori termici: il problema è che costa tanto e dunque si pensa di usarlo nei trasporti a lungo raggio, come navi o aerei.

L’idrogeno può essere anche usato nei mezzi pesanti, come i trattori che spostano le merci nei porti: li stanno sperimentando sempre all’Enea con le loro fuel cell, che funzionano in un processo di elettrolisi inversa, l’idrogeno diventa acqua e energia elettrica (vapore acqueo e nessuna emissione di co2).
Ci sono anche le auto ad idrogeno: sono poche e funzionano anche loro col principio della fuel cell, emettono acqua a partire dall’idrogeno.
Sono auto con motore elettrico, con una batteria più piccola, nei serbatoi è contenuto idrogeno e non benzina: il modello della BMW ha una autonomia tra i 5-600 km, al momento sono solo prototipi, ma alla fine di questo decennio pensano di produrla in serie.

Lo svantaggio è il costo e la mancanza di una infrastruttura capillare per il rifornimento dell’idrogeno: in Italia ce ne sono solo due, in Germania ne esistono 60 circa.

Le batterie senza litio

Oggi stiamo costruendo le prime batterie al sodio, senza nemmeno un grammo di litio: questa è la nuova sfida dell’industria, alla faccia dei tanti detrattori dell’elettrico. Non solo, le stesse batterie al litio stanno diventando sempre più efficienti.

Assieme alla rivista indipendente Motor1.com, Presadiretta ha testato nuove auto elettriche per misurarne le performance, in termini di autonomia, di costo per km. Serviranno sempre più auto elettriche, da collegare alla rete per stabilizzarne i picchi quando serve.

In Svezia, dove circolano tante auto elettrico (nonostante il freddo) stanno lavorando a nuove batterie agli ioni di sodio, con un processo più semplice – raccontano dalla Altris: Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

È molto promettente questa tecnologia: ad oggi queste batterie sono più pesanti, ma col tempo diventeranno sempre meno ingombranti: alla Altris immaginano un futuro dove le batterie al litio e al sodio conviveranno, per applicazioni diverse.

A questo progetto delle batterie agli ioni di sodio è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodott
o le prime celle 100% riciclate.

Nel loro impianto il riciclo si fa da batterie che vengono da tutto il nord Europa: la strategia è rendere l’Europa indipendente dalla Cina, per le batterie e per il litio, occorre essere pronti a far partire il processo industriale del riciclo appena arriveranno a fine vita le prime batterie.

L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano.
Anche per l’Italia il riciclo delle batterie potrebbe essere un mercato promettente: il professor Colledani parla di un mercato da almeno 600 ml di euro l’anno e questa promessa del riciclo è quella che rende l’elettrico diverso dal motore endotermico.

Tutti le grida d’allarme sui rischi del motore elettrico, che ci renderà dipendenti dalla Cina, sono solo propaganda. Oppure ignoranza.

Quanto idrogeno verde produrremo (coi soldi del pnrr)?

Sono circa 3,6 miliardi di euro i fondi del pnrr destinati all’idrogeno verde: Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito ci sia ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto e della distribuzione dell’energia.
Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico, ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quind
i sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

In Italia potremmo produrre poco idrogeno verde, perché manca l’energia rinnovabile di partenza – spiega il professor Setti a Bologna: l’idrogeno verde che parte da un principio buono, parte male in Italia dove manca il surplus di energia rinnovabile. Gli elettrolizzatori saranno alimentati da impianti di rinnovabili dedicati altrimenti prendiamo l’idrogeno che arriva dalla rete.
Il rischio che tutto l’idrogeno che produrremo sarà generato da fonti non green: stiamo investendo per sviluppare un mercato dell’idrogeno che porterà vantaggio solo ai grandi player del settore, che hanno già una filiera pronta.

Oggi paghiamo il prezzo di non aver installato tutta l’energia rinnovabile come avremmo dovuto fare nel passato: siamo appena al 40% dell’energia rinnovabile sul totale, dovremmo arrivare al 60%, c’è ancora una lunga strada da percorrere.