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18 maggio 2024

Il colpo di spugna, di Saverio Lodato e Nino Di Matteo

 

Trattativa Stato-Mafia: il processo che non si doveva fare

Il colpo di spugna
Tutto cancellato. Tutto inutile. Tutto da rifare. Si poteva trattare con la mafia. Si può trattare con la mafia. Si potrà trattare con la mafia. Lo Stato può scendere a patti col suo avversario ultrasecolare. Non c’è niente di male se lo fa a fin di bene. Cosa nostra resta l’unica organizzazione criminale con licenza di condizionare, intimidire, terrorizzare il suo nemico, alla quale non verrà mai meno la speranza di trovare interlocutori sugli spalti dell’altra sponda.
Che si chiuda un’epoca è pacifico. L’epoca segnata dalla volontà – quantomeno conclamata, quantomeno intrisa di retorica, quantomeno scolpita da milioni di parole – di diventare un’Italia moderna, che sia Europa sino in fondo, capace di saper fare da sola liberandosi per sempre dalla zavorra sporca che per centocinquant’anni l’ha resa socialmente ed economicamente zoppa.

Giudicare e criticare nel merito una sentenza, perfino una sentenza della Cassazione si può e si deve fare, almeno finché saremo dentro una democrazia:

“Rivendico, adesso che la vicenda processuale si è conclusa, il mio diritto a parlare. Le sentenze si devono rispettare, ma si possono criticare” sono le parole di Nino Di Matteo.

La sentenza di cui si occupa questo breve saggio del storico di mafia Saverio Lodato (autore di diversi scritti sulla mafia) e del giudice Nino Di Matteo (che ha sostenuto l’accuso al processo di primo grado a Palermo sulla trattativa assieme ai colleghi Francesco Del Bene, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia) è quella della Cassazione del 27 aprile 2023, che ha messo definitivamente fine ad una stagione giudiziaria iniziata con le stragi di Palermo.

Quello che i giornali, spesso facendo cattiva informazione, hanno chiamato processo alla trattativa, dove però il reato contestato agli ufficiali dei carabinieri, mafiosi, uomini delle istituzioni e politici era quello di “minaccia a corpo dello Stato”.

Le stragi di via D’Amelio e di Capaci in cui morirono i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone assieme alle rispettive scorte (e la moglie di Falcone, Francesca Morvillo), le bombe fatte scoppiare dalla mafia a Milano, Firenze, Roma nella primavera estate rappresentano fasi in cui cosa nostra, l’ala militare facente riferimento a Riina e Bagarella, cercava di condizionare l’azione politica dei governi italiani? Le 91 pagine che hanno motivato la sentenza cancellano tutte le accuse assolvendo sia i carabinieri (assolti “per non aver commesso il fatto”) che i politici (Dell’Utri) che i mafiosi (salvati dalla prescrizione): i giudici hanno scritto, spazzando via anni di indagine e migliaia di pagine dei processi celebrati (in primo e secondo grado), non tenendo conto di altre sentenze passate in giudicato, che non c’è stata nessuna trattativa, né a fin di bene né per ricattare lo stato.

Non solo, allo Stato, alle istituzioni, questi messaggi di ricatto non sono proprio arrivati: si tratta delle bombe della mafia che dovevano far abbassare la guardia alle istituzioni, revocando il 41 bis, chiudendo le supercarceri dove detenere i mafiosi.

Visto, la trattativa era solo un teorema nelle teste dei soliti pm, una solenne “minchiata” (scusate l’espressione ma l’hanno usata altri), ma come si permettono questi giudici di mandare a processo i solerti uomini dello stato che hanno arrestato fior fior di mafiosi?

Gli stessi investigatori che si sono dimenticati di perquisire il covo di Riina (i sui segreti sono poi finiti nelle mani di Provenzano e di Matteo Messina Denaro). Che non sono riusciti a catturare Provenzano a Mezzojuso..

Ecco, in queste poco più di 109 pagine, si sente tutta l’indignazione, la frustrazione, di fronte a questa sentenza: troverete dentro, dettagliati in modo preciso, tutti gli errori di valutazione della Cassazione.

La trattativa c’è stata, prima di tutto: lo dicono gli stessi ufficiali del Ros (Mori e De Donno) quando parlano degli incontri con Ciancimino (referente politico dei corleonesi) mentre era ai domiciliari a Roma

Ecco Mori il 27.1.’98:
“Incontro per la prima volta 
Vito Ciancimino… a Roma, nel pomeriggio del 5 agosto 1992 (subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, all’insaputa della Procura di Palermo e del comandante dell’Arma, ndr). L’Italia era quasi in ginocchio perché erano morti due fra i migliori magistrati… non riuscivamo a fare nulla dal punto di vista investigativo e cominciai a parlare con lui: ‘Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’. La buttai lì, convinto che lui dicesse: ‘Cosa vuole da me, colonnello?’. Invece disse: ‘Si può, io sono in condizioni di farlo’… Ciancimino mi chiedeva se rappresentavo solo me stesso o anche altri. Certo, io non gli potevo dire: ‘Be’, signor Ciancimino, lei si penta, collabori che vedrà che l’aiutiamo’. Gli dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti’. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Il 18 ottobre, quarto incontro. Mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina&C., ndr) accettano la trattativa’…”.
Anche De Donno, che aveva condotto da solo i primi incontri con Ciancimino subito dopo Capaci, parlò di “trattativa”: “Gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti di Cosa Nostra, al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di questa attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato, e Ciancimino accettò”.

Lo dicono le sentenze di Firenze (processo al boss Tartaglia), la sentenza Bagarella + 25: la trattativa tra pezzi dello stato e mafiosi c’è stata, senza avvisare l’autorità giudiziaria anzi, andando a sentire alcuni esponenti politici su richiesta dei mafiosi (come ad esempio l’allora senatore Violante).

Se la trattativa non c’è stata come spiegare la revoca (in una strana solitudine) fatta dal ministro Conso del 41 bis a 334 mafiosi?

Come spiegare che i punti del “papello” in parte sono stati soddisfatti dallo italiano? Chiusura delle supercarceri, legge sui pentiti..?

Come spiegare l’avvicendamento al DAP col passaggio da Niccolò Conso ad Alberto Capriotti?

In quelle 91 carte i giudici della Cassazione rinfacciano ai giudici di primo grado e secondo grado, in modo abbastanza singolare, di aver voluto riscrivere la storia: si sono permessi di voler giudicare una serie di fatti (le bombe, gli incontri del Ros, i messaggi fatti arrivare ai boss da Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, le scelte fatte dai vari governi sul tema della lotta alla mafia) cercando di dar loro un filo logico mettendoli assieme, come facenti parte di un unico disegno. Quello della trattativa.

La Cassazione, raccontano i due autori in forma di intervista, è entrata nel merito del processo, andando a spiegare i singoli episodi spezzettandoli, come si faceva nei processi di mafia prima del maxi processo di Palermo istruito dal pool di Caponnetto (di cui Falcone e Borsellino facevano parte).

Racconta Di Matteo:

“sembra invece risentire di un antico vizio che troppe volte in passato aveva caratterizzato l’approccio giudiziario alle più complesse vicende di Mafia. E in proposito, esistono purtroppo precedenti negativi illustri. Qual è la sostanza della questione? La sostanza è che isolare i fatti l’uno dagli altri, parcellizzare la valutazione, ridurre e sfoltire per principio, concentrarsi sul particolare perdendo di vista il contesto, è prassi diffusa quando non si vogliono assumere decisioni delicate che rischiano di diventare dirompenti”.

Ma nelle motivazioni delle scelte della Suprema Corte non si è nemmeno tenuto conto delle deposizioni fatte nei processi: si scrive nelle motivazioni che le minacce dei mafiosi non erano arrivare fino al livello politico, contraddicendo quando raccontato a Palermo dallo stesso ex presidente della Repubblica Napolitano

Napolitano accettò di essere interrogato dai giudici di Palermo. E qui voglio riportare testualmente la mia domanda e la risposta di Napolitano che, all’epoca delle stragi del 1993, era presidente della Camera dei Deputati.
Gli chiesi: 'Presidente, quali furono ai più alti livelli istituzionali e politici le reazioni più immediate a quelle stragi? Quali furono in quelle sedi, cioè ai più alti livelli istituzionali, le valutazioni più accreditate sulla matrice e la causale di quelle stragi che tanto profondamente avevano scosso il Paese?'.
Il presidente rispose: 'La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare, fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della Mafia, si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante,
per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut-aut, perché questi aut-aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese'.”

Nelle istituzioni, ai più alti livelli, quella minaccia veicolata dalle bombe, dalle rivendicazioni della Falange Armata, eccome se era arrivata ed era stata anche ben compresa: un altro ex presidente della Repubblica, Ciampi, nelle sue memorie arriva a scrivere che dopo le bombe del 27 luglio 1993, quando Palazzo Chigi si trovò isolato, arrivo a temere perfino un colpo di Stato.

Altro che trattativa a fin di bene, come scrissero i giudici della corte di Appello (che comunque definirono “improvvide” le azioni dei carabinieri, nella loro scelta sul male minore, l’ala moderata di Cosa Nostra).

Ecco, tutto questo è stato cancellato: è come se la visione “minimalista” dei giudici di Cassazione – secondo Di Matteo e Lodato – abbia voluto dare un messaggio tranquillizzante all’opinione pubblica, ci sono state delle stragi, ci sono stati dei morti, ma tutto si è risolto solo all’interno della cupola mafiosa, inutile cercare altrove, complicità nello Stato, nella politica.

Anche la sola ammissione dell’improvvida trattativa fatta dai giudici di appello poteva essere pericolosa, poteva lasciare nei cittadini una sensazione strana.

Per esempio ci si potrebbe chiedere da dove nasce l’iniziativa di creare il finto pentito Scarantino, poi smontata dal pentito vero Spatuzza. Forse dal bisogno di allontanare i sospetti dai Graviano e dunque da Dell’Utri, fino al governo del 1994, il primo della seconda Repubblica?

Non mi sento sconfitto – racconta a fine libro Di Matteo - Ho cercato solo di fare il mio dovere, mettendo da parte ogni calcolo opportunistico e ogni ambizione di facile carriera. Per questo ancora oggi ho la serenità di chi, con tutti i limiti e i possibili errori, è consapevole di avere contribuito, con altri valorosi colleghi, a far emergere fatti gravi e importanti, a cercare di portare un po’ di luce nei labirinti più oscuri della nostra storia recente”.

Si chiude un’era, una speranza di poter fare chiarezza. La mafia, anzi le mafie, esistono ancora ma sono scomparse dall’agenda della politica. Addirittura la commissione Antimafia presieduta da un esponente di questa maggioranza di destra, ha deciso di voler approfondire le sue indagini SOLO sulla strage di via D’Amelio e SOLO sulla pista del rapporto mafia e appalti del ROS. Ma la tesi che questo rapporto sia alla base della morte del giudice Borsellino è stata già smontata dalle passate indagini. Ancora una volta, anziché seguire il filo unico che lega le stragi per capire il disegno complessivo, ci si concentra su un unico fatto.

Si vuole riscrivere la storia, a proprio piacimento, con tutti i rischi per la nostra democrazia che sappiamo. Aveva ragione Sciascia “Se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la Mafia, dovrebbe suicidarsi”.

Alla fine del libro-intervista, sono presenti diversi articoli scritti da Saverio Lodato e pubblicati su Antimafiaduemila, sulle sentenze di questo processo e sulle morti dei boss di mafia, protagonisti di questa stagione: Provenzano, il mafioso buono, quello con cui dialogare, che riuscì a vivere da latitante per 43 anni grazie al suo potere (non solo quello mafioso).

Riina, l’autore della sanguinaria “Spoon river” siciliana, le tanti morti per gli omicidi politici mafiosi da fine anni settanta (Giuliano, Mattarella, Chinnici, La Torre, Dalla Chiesa, Costa, Falcone, Borsellino..).

Infine Matteo Messina Denaro, anche lui latitante dal 1993, custode dei segreti di Riina e Provenzano, infine catturato nel 2023. Il boss a cui una certa stampa ha appiccicato la “maschera” del mafioso che si fa i selfie..

Altri articoli di Saverio Lodato pubblicati su Antimafiaduemila sul rapporto Stato mafia

Ai posteri l'ardua sentenza, di Cassazione di Saverio Lodato
Sentenza Trattativa, Di Matteo: ''È un dato di fatto, parte dello Stato cercò Riina''

Trattativa Stato-mafia, la Carnevalesca sentenza della Cassazione

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23 novembre 2021

Report – la nuova cosa nostra e il caso AstraZeneca

Astradays - Il caso AstraZeneca, seconda puntata

Nota importante: il servizio si chiedeva in che modo le informazioni scientifiche in Italia nel mondo della medicina a riguardo degli effetti, rari, del vaccino AstraZeneca. Chi ci ha voluto vedere contenuti no-vax è un come come lo stolto, che vede il dito e non la luna.

Report, col servizio di Claudia Di Pasquale, torna sul caso AstraZeneca: a marzo 2021 il dottor Greinacher aveva già individuato come curare in modo corretto i pazienti che avevano sintomi post vaccino, quei rari casi di trombosi associati alla trombocitopenia, che potevano essere trattati con immunoglobuline.

A marzo dunque si sapeva come diagnosticare questi caso e come trattarli: l'Ema recepirà questo studio il 7 aprile e assocerà questi casi, piastrine basse e trombosi, al vaccino AstraZeneca.

Queste informazioni come sono state gestite dal CTS?

Ad aprile, CTS raccomandava AZ agli ultra 60 anni, ma a maggio autorizza gli open day per gli over 18, usando un documento dell'EMA fatto assieme all'università di Cambridge.

Ma l'analisi dell'Ema riguardava la fascia di età 50-59: se si analizzavano i dati per gli under 30, i casi di coaguli di sangue avevano frequenza maggiore, tanto da rendere rischioso l'uso di questo vaccino, i benefici erano inferiori ai rischi per gli under 30.

AZ non è un vaccino per giovani – conferma l'ex direttore dell'EMA Rasi, oggi consulente del generale Figliuolo: come mai allora l'autorizzazione agli open day, usando AZ?

Avevamo una scorta abbondante di AZ, mentre mancavano i vaccini a mRNA, così si è presa questa decisione – spiega Ranucci in studio – ma omettendo l'analisi su rischi/benefici di Ema.

Erano dati già disponibili a fine marzo: che fine hanno fatto?

Contro questi open day si scatenano le polemiche: il 30 maggio 24 medici vaccinatori volontari di Genova pubblicano sull'Huffington posto una lettera dal titolo eloquente “perché Astrazeneca non è un vaccino per giovani.”

Alcuni giorni dopo un appello simile esce dall'associazione Luca Coscioni, tra i firmatari ci sono la biologa Valeria Poli e l'immunologa Anna Rubartelli: “i giovani e soprattutto le giovani donne con vaccini adenovirali possono andare incontro a delle complicanze, rarissime, ma anche molto gravi, che è questa trombosi con trombocitopenia” racconta a Claudia di Pasquale Anna Rubartelli.

“I dati scientifici, da due mesi forse, da fine marzo, dicevano che questa complicanza più frequente nei giovani, più giovani erano, più era frequente.” aggiunge la dottoressa Poli.

“Se noi sappiamo che AstraZeneca da delle complicanze gravi, nelle fasce d'età più giovani, organizzare un open day con AZ ci sembra folle, per di più i ragazzi avevano una gran voglia di vaccinarsi perché volevano giustamente tornare alla vita normale” - sempre l'immunologa Rubartelli.

Sono rimaste sorprese allora quando tante regioni scelsero questa strada, perché sapevano quanto fosse una scelta insensata: “abbiamo sentito che dovevamo fare qualcosa perché si potevano potenzialmente rischiare delle vite” e così le due dottoresse hanno fatto un appello contro gli open day.

A finire questi open day è stata la morte di Camilla Canepa, dopo aver preso il vaccino AZ: la perizia asserisce che il decesso è dovuto ai casi rari di trombosi, legati a questo vaccino.

La ragazza era sana, non aveva fragilità (diversamente da quanto è stato scritto su diversi giornali inizialmente): l'insinuazione di malattie pregresse ha dato molto fastidio ai familiari della ragazza che, pochi giorni dopo l'inoculazione di AZ aveva sintomi chiari, mal di testa, fotofobia, piastrine basse.

Al pronto soccorsi di Lavagna tengono sotto controllo la ragazza che non viene curata con immunoglobuline: viene così dimessa dopo una TAC che da esito negativo.

Secondo un rapporto dell'AIFA, fatto anche dal professore Valerio De Stefano (membro della società Italiana per lo Studio dell'Emostasi e della Trombosi), si doveva fare una angio-TAC, che avrebbe evidenziato una trombosi nei seni nasali.

Camilla torna in ospedale, dove vengono rilevate diverse emorragie: nonostante le cure e il trasferimento a Genova, muore.

All'ospedale di Lavagna erano arrivate delle indicazioni da AIFA e dall'azienda sanitaria ligure, su come trattare gli eventi post vaccinazione.

Queste linee guida erano state preparate ad aprile (anche da Anna Rubartelli), per essere poi approvate a fine maggio dalla regione Liguria: il 28 maggio queste linee guida sono state pubblicate sul sito dell'ordine dei medici.

Due mesi prima moriva un'altra ragazza, Francesca Toscano, sempre per eventi trombotici post vaccino, come stabilito anche dalla perizia.

Contro chi te la prendi – raccontano i genitori che hanno avuto dai medici indicazioni basilari per quel mal di testa forte, ”prendete un oki”.

Ad inizio aprile i medici avrebbero potuto trattare questi casi in modo corretto: il 26 marzo la società italiana per lo studio delle trombosi manda una lettera ai soci per spiegare come trattare questi casi, un numero ridotto di medici.

La giornalista di Report ha posto al direttore generale del ministero Rezza come mai, nonostante le indicazioni contrarie, CTS abbia autorizzato gli open day: il ministero non si è lavato le mani, il CTS ha ripreso una autorizzazione di Ema, ha risposto. Perché il ministero non firma, non avalla e nemmeno contrasta quello che fanno CTS e regioni.

Perché non spetta al ministero fare delle linee guida per trattare questi casi: spetterebbe alle società scientifiche, come quella del professore De Stefano.

LE cui direttive però sono rimaste solo ai professionisti della sua rete: chi informa allora i medici e i medici di base?

L'ordine ha risposto di aver diramato i rapporti di Aifa che però ha mandato un documento su come gestire questi casi solo a fine maggio.

La cosa nuova di Paolo Mondani e Giorgio Mottola

Secondo Vespa, anche il segretario UDC Cesa sarebbe stato avvicinato da uno 007 nei mesi in cui il governo Conte era in crisi: un incontro parallelo a quello di Renzi con Marco Mancini.

Il servizio di Giorgio Mottola e Paolo Mondani, partendo dal processo in corso a Reggio sulla ndrangheta, racconta della cosa nuova, la nuova cupola mafiosa, degli invisibili, esponenti di questa cupola appartenente a massoneria e servizi.

Si torna a parlare di servizi, dell'era Pollari, del dossieraggio di Pollari e di Pio Pompa, del finto attentato al comune di Reggio Calabria, destinato a Scopelliti. Attentato che aveva altri mandanti, per aiutare il sindaco in un momento di crisi.

Un servizio che parte da una nave affondata, col suo carico di bombe, fino ai giochi per le elezioni del presidente della Repubblica.

La nave è la Laura C., che trasportava tritolo durante la guerra: Pasquale Nucera, ex ndranghestista e collaboratore del Sismi (le cui affermazioni non hanno avuto ancora riscontri) racconta la sua storia su questa nave: dopo aver segnalato la nave ai servizi, negli anni novanta diversi sub iniziarono a prendersi quell'esplosivo che fu usato anche per la strage di Capaci – fatto che non è mai stato provato.

Negli anni duemila è ancora il Sismi che si interessa della nave: da quella nave sarebbe arrivato l'esplosivo per una bomba – senza innesco – messo nel comune del sindaco Scopelliti.

Scopelliti, su segnalazione di Mancini, aveva avuto la scorta pochi giorni prima: sempre lui è l'autore dell'informativa che rivela la bomba contro il sindaco e che tira in ballo la nave Laura C. Si è dovuto arrivare al 2010 perché alcuni pentiti rivelassero che quell'attentato era stato fatto dalla ndrangheta per favorire Scopelliti, la cui carriera politica da lì in poi sarebbe cresciuta.

Una bufala costruita con l'aiuto dei servizi di Pollari e con persone esterne si è costruita la carriera dell'ex sindaco Scopelliti: Mancini era molto attivo in Calabria in quegli anni, “erano interessati a blindare la sua carriera” racconta l'ex assessore al comune Vecchio.

Blindarlo nell'interesse delle cosche ndranghetiste, specie quella dei De Stefano, spiega l'ex assessore Vecchio.

Tutto questo è smentito sia da Pollari che da Scopelliti, mentre l'ex agente Mancini ha scelto di non rispondere.

Mancini invece era in contatto col commercialista Zumbo, uno degli invisibili: era la cerniera tra i servizi e la ndrangheta, secondo i pm, con cui la ndrangheta poteva condizionare anche molte indagini.

“Io sono un semplice commercialista” spiega a Mottola Zumbo: ha scontato una condanna per concorso esterno, per le sue soffiate su indagini in corso a boss della ndrangheta, come Giuseppe Pelle.

Era il 2010, quando stavano scattando gli arresti per l'indagine crimine infinito: Zumbo in quei giorni va a far visita al capomafia a cui racconta dei suoi contatti col Sismi (fatto confermato dal capo centro Sismi a Reggio), tra cui Marco Mancini.

Zumbo avvisa il boss degli arresti per l'indagine: si è fatto tutto gli anni di carcere senza mai rivelare chi gli avesse dato quelle informazione.

Informazioni che, da un video ripreso in carcere, Zumbo dice che arrivavano da Roma, dall'alto. Un certo Mancini che però, secondo Zumbo, non è quello dei servizi.

Negli anni di Pollari i servizi partecipano alle indagini sulla ndrangheta, indagini che non potrebbero fare: i servizi lavoravano accanto alla procura di Reggio Calabria e alla direzione nazionale antimafia, per esempio per l'operazione “bumma”.

Come se la politica, che controllava i servizi, volesse controllare le indagini sulla ndrangheta: un corto circuito democratico, una alterazione sulla divisione dei poteri spiega l'ex procuratore Spataro.

Erano gli anni anche della strage di Duisburg, che stava rovinando l'immagine dell'Italia: gli arresti scattarono pochi giorni dopo, ma solo per la cosca avversaria dei Pelle, come se ci fosse stata una negoziazione tra pezzi della ndrangheta e lo stato e i servizi.

E così, qualcuno nello stato, nel 2010, ha deciso di aiutare il boss Pelle dell'imminenza degli arresti, come ricompensa. Usando Zumbo che, dice lui, fa parte di una struttura miliare dei servizi, pur non essendo un militare.

Le indagini portate avanti dalla procura di Reggio stanno rivelando il volto della cupola mafiosa, una cosa nuova con dentro massoni e servizi. LA cupola degli invisibili, con a capo l'avvocato Paolo Romeo, cerniera tra ndrangheta e servizi.

Ma la prima rivoluzione della ndrangheta è opera del boss De Stefano, negli anni settanta.

Questa trasformazione è stata raccontata dal pentito calabrese Nino Fiume, che ha usato la metafora del treno: “c'è una ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capo locale. Diciamo un treno locale, poi c'è un treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi, e che al di sopra di questo treno c'è gente che viaggia in aereo, e non si fa vedere.

All'insaputa anche dei passeggeri che stanno sul treno dirige gli scambi di rotta per quello che deve fare, quelli sono riservatissimi, se vogliamo chiamarli così.”

L'aereo è la cupola degli invisibili, al cui vertice ci sarebbe l'avvocato Romeo, per anni tra i dirigenti dell'MSI, poi passato al partito social democratico. E' stato già condannato per concorso esterno per i suoi rapporti con la cosca De Stefano, un personaggio in rapporti coi servizi e con la politica: “ecco perché la mafia è forte, se la prendono con me” si difende di fronte a Mottola.

Romeo ha costruito la carriera di Scopelliti, “era il Dio della politica” spiega l'ex assessore Vecchio, in contatto con politici di centro destra e sinistra.

Così, negli anni duemila, la ndrangheta non ha più bisogno di candidare i suoi politici, sono i politici di destra e sinistra che la vanno a cercare.

Accannamento – ovvero ottenere il massimo non facendo niente.

L'evoluzione della ndrangheta parte da lontano: negli anni settanta aiutò la latitanza di Franco Freda, l'esponente di Ordine Nuovo scappato da Catanzaro dove si teneva il processo per la strage di Piazza Fontana: anche in questa storia rientra l'avvocato Romeo.

Romeo e gli uomini della cosa aiutano i neofascisti per una strategia che ha origine tanti anni prima, strategia nata nell'ottobre del 1969 al summit di Montalto.

Qui si fronteggiarono i due gruppi della ndrangheta, i vecchi clan e i nuovi clan capeggiati dai De Stefano: il summit di Montalto è stato raccontato a Report da uno dei presenti, il collaboratore Carmelo Serba. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

Pochi mesi dopo il summit scoppiano i moti di Reggio Calabria, dove il ruolo della ndrangheta era preminente, oltre a quello dei neofascisti.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

I moti di Reggio dovevano anticipare il golpe Borghese, lo spiega Vincenzo Vinciguerra, l'ex esponente di Ordine Nuovo che ha scelto di parlare di questi eventi dopo essersi reso conto di come l'estrema destra fosse in realtà manovrata dall'alto da servizi, racconta come anche la ndrangheta avrebbe dovuto partecipare a questo golpe: “i moti di Reggio Calabria, degenerati con le tecniche di guerriglia urbana, precedevano quella che era la data del golpe Borghese.”

Anche il collaboratore Carmelo Serpa conferma quanto rivela Vinciguerra: sia la ndrangheta che cosa nostra avrebbero dovuto partecipare.

Un altro ndranghetista, Pasquale Nucera, parla del ruolo di Licio Gelli, capo della Loggia P2: “per avere il controllo del territorio delle logge, del territorio e delle votazioni, praticamente Gelli cosa ha fatto? Essendo le famose ndranghete calabresi a livello di clan e di famiglie, inseriva uno in ogni clan dentro la P2, uno per ogni locale”.

Licio Gelli, chiede il giornalista Mottola, ha contribuito allora a rifondare la ndrangheta negli anni 70? “Gelli ha rifondato il potere e che ancora dura.”

Nello stesso anno in cui viene costituita la loggia P2 di Gelli la ndrangheta si dota di una nuova struttura interna, la “santa”.

Con la santa – racconta il procuratore Gratteri – si è data la possibilità in origine solo a 33 ndranghetisti di avere la doppia affiliazione, di entrare a far parte di una loggia massonica deviata. Quindi interagire col mondo delle professioni, con un ceto sociale alto, con la classe dirigente, e quindi entrare nella stanza dei bottoni.

Con la santa i vertici della ndrangheta si fonde con la massoneria deviata, dando vita ad un nuovo sistema criminale, compiendo un vero e proprio passaggio di stato, da organizzazione statica, irrigidita da una miriade di clan e famiglie, attraverso la contaminazione con la massoneria, rompe i vincoli delle vecchie regole e si evolve verso una struttura incorporea, diventa invisibile e capace di permeare l'ambito dell'economia e della politica.

Sempre Pasquale Nucera spiega che dovevi essere santista per entrare nella massoneria: “la santa è un livello superiore che decide, è il cervello .. Un santista può dire alla polizia che lei è stato quello che ha sparato, senza portare peso ..”

Un santista può dialogare con la polizia e coi servizi: ma questa è solo una prima struttura, a cui negli anni se ne è affiancata una seconda, gli invisibili, persone non affiliate che avrebbero collaborato con boss e servizi e col mondo della politica.

L'infiltrazione della P2 ha consentito alla ndrangheta di conquistare sempre maggiore potere.

Potere, quello della P2, sopravvissuto alla sua fine, perché è confluito in altre logge, come quello della Fenice, di cui ne parla il collaboratore Vigiglio.

Fenice perché, come l'animale mitologico, risorge sempre dalle sue ceneri: la storia di questa loggia è collegata allo stato di San Marino, da qui proviene il conte Ugolini.

Grazie alle sue relazioni col governo italiano e coi servizi segreti di Pollari, il conte Ugolini riuscì a farsi nominare ambasciatore.

Secondo l'imprenditore Vigiglio, Ugolini aveva rapporti stretti con Pollari che avrebbe fatto parte della sua loggia, assieme a cardinali, industriali, banchieri, finanzieri.

Il potere della P2 passa alla loggia di Ugolini, una loggia coperta: potere economico, il controllo delle merci nei porti.

Gelli, prima della fine della P2, fondò la loggia Montecarlo, dentro cui aveva fatto parte anche Ugolini: secondo l'ex capitano di Marina Ugolini si occupava di riciclaggio, aveva avuto rapporti con politici importanti come D'Alema e Fini. E Gianni Letta: l'ex sottosegretario Letta era referente del sistema Ugolini in Calabria.

Letta, nel secondo governo Berlusconi, aveva la delega ai servizi segreti, come sottosegretario della presidenza del Consiglio. I servizi di Pollari, tra gli altri.

Tutto falso, spiega gentilmente lo stesso Letta a Mottola: di certo è che ha gestito per anni il potere vero di questo paese, ha gestito le nomine di peso in questo paese e oggi sta tessendo la tela per la nomina del nuovo presidente della Repubblica.

E' stato artefice del patto del nazareno ed è stato mandato da Berlusconi dal presidente della Cassazione prima della sua condanna per frode fiscale.

Nell'ultima parte del servizio si è parlato dei rapporti tra mafia e Berlusconi, raccontati dal pentito Nino Fiume: i soldi dei De Stefano arrivarono a Milano per la costruzione di Milano 2.

Per trasmettere i suoi programmi in Calabria, usa la rete Tele Calabria 1: dopo una serie di omicidi mafiosi che colpirono i vertici della rete, Fininvest decide di comprare la rete e affida la conduzione ad un antennista dell'azienda, Sorrenti.

Sorrenti aveva avuto rapporti stretti col boss Piromalli tanto da entrare in affari con loro: il dirigente Fininvest faceva regalini ai Piromalli, per tenerseli buoni (dopo la morte dei vecchi proprietari di Tele Calabria 1).

Un altro evento importante nella storia della ndrangheta è quello avvenuto a Polsi nel 1991, di cui parla il boss Nucera, per definire i nuovi referenti politici.

A quell'incontro si parla di un partito degli uomini, il partito della ndrangheta: a quell'incontro sarebbe stato presente anche l'ex politico di Forza Italia Matacena.

Evento negato da Matacena, eletto poi in Forza Italia nel 1994, il cui primo intervento è stato contro il sequestro dei beni ai mafiosi e l'abolizione del 41 bis. Proprio alcuni dei punti presenti nel papello.

Oggi è a Dubai, Matacena, dove fa consulenze finanziarie e nell'immobiliare e può star tranquillo perché gli emirati non riconoscono il reato di concorso esterno.

22 novembre 2021

Anteprima Report – la cosa nuova, il vaccino Astrazeneca

La prossima puntata di Report si occuperà delle mafie in Italia: dopo le stragi del 1992 sarebbe avvenuta una trasformazione in “cosa nuova”, un'unica cupola che riunirebbe ndrangheta e cosa nostra che, attraverso la massoneria deviata, tesse rapporti con servizi segreti, politica e imprenditoria.

Chi è il politico che oggi starebbe giocando una partita importante per l'elezione del presidente della Repubblica?

Report ritornerà sul vaccino Astrazeneca, sui rischi di trombosi e dei nuovi studi su di esso.

La cosa nuova

Qual è il significato del verbo accannarsi? Nell'anticipazione del servizio che racconterà della trasformazione della cupola mafiosa dopo le stragi del 1992, si usa questo verbo per descrizione la strategia mafiosa:

Annacarsi è un verbo contraddittorio, vuol dire una cosa e il suo contrario. Incarna il metodo grazie al quale la 'ndrangheta sia riuscita a mantenere rapporti con istituzioni, massoneria deviata e servizi segreti.

Questa trasformazione è stata raccontata dal pentito calabrese Nino Fiume, che ha usato la metafora del treno: “c'è una ndrangheta che può essere paragonata a un treno con tanti vagoni, e ogni vagone ha il suo capo locale. Diciamo un treno locale, poi c'è un treno ad alta velocità, dove non possono salire tutti, ci vanno solo i capi, e che al di sopra di questo treno c'è gente che viaggia in aereo, e non si fa vedere.

All'insaputa anche dei passeggeri che stanno sul treno dirige gli scambi di rotta per quello che deve fare, quelli sono riservatissimi, se vogliamo chiamarli così”

Il servizio di Mottola racconterà di come la ndrangheta abbia cambiato pelle, una prima volta, a seguito di un incontro su una montagna in Aspromonte, a Montalto, nel 1969: il summit di Montalto è stato raccontato a Report da uno dei presenti, il collaboratore Carmelo Serba. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

Il summit di Montalto del 1969, prima di Piazza Fontana, prima della strategia della tensione, segna l'ingresso della ndrangheta in un disegno eversivo che punta a ribaltare la democrazia in Italia.

Nel summit la ndrangheta non stringe un accordo organico solo con l'estrema destra, come emerso nelle indagini sul Golpe Borghese c'è un terzo protagonista che ha avuto un ruolo importante di regia dell'operazione, la Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli.

Licio Gelli, massoneria, estrema destra, sono i protagonisti di un episodio rimasto in parte oscuro nella nostra storia, il Golpe Borghese: un colpo di stato che avrebbe avuto alla testa l'ex gerarca Junio Valerio Borghese (nonché comandante della X Mas), a cui inizialmente aderiscono alcune delle massime cariche dell'esercito, del corpo forestale e dei servizi segreti.

Vincenzo Vinciguerra, l'ex esponente di Ordine Nuovo che ha scelto di parlare di questi eventi dopo essersi reso conto di come l'estrema destra fosse in realtà manovrata dall'alto da servizi, racconta come anche la ndrangheta avrebbe dovuto partecipare a questo golpe: “i moti di Reggio Calabria, degenerati con le tecniche di guerriglia urbana, precedevano quella che era la data del golpe Borghese.”

Anche il collaboratore Carmelo Serpa conferma quanto rivela Vinciguerra: sia la ndrangheta che cosa nostra avrebbero dovuto partecipare.

Un altro ndranghetista, Pasquale Nucera, parla del ruolo di Gelli: “per avere il controllo del territorio delle logge, del territorio e delle votazioni, praticamente Gelli cosa ha fatto? Essendo le famose ndranghete calabresi a livello di clan e di famiglie, inseriva uno in ogni clan dentro la P2, uno per ogni locale”.

Licio Gelli, chiede il giornalista Mottola, ha contribuito allora a rifondare la ndrangheta negli anni 70?

“Gelli ha rifondato il potere e che ancora dura.”

Nello stesso anno in cui viene costituita la loggia P2 di Gelli la ndrangheta si dota di una nuova struttura interna, la “santa”.

Con la santa – racconta il procuratore Gratteri – si è data la possibilità in origine solo a 33 ndranghetisti di avere la doppia affiliazione, di entrare a far parte di una loggia massonica deviata. Quindi interagire col mondo delle professioni, con un ceto sociale alto, con la classe dirigente, e quindi entrare nella stanza dei bottoni.

Con la santa la ndrangheta si fonde con la massoneria deviata, dando vita ad un nuovo sistema criminale, compiendo un vero e proprio passaggio di stato, da organizzazione statica, irrigidita da una miriade di clan e famiglie, attraverso la contaminazione con la massoneria, rompie i vincoli delle vecchie regole e si evolve verso una struttura incorporea, diventa invisibile e capace di permeare l'ambito dell'economia e della politica.

Sempre Pasquale Nucera spiega che dovevi essere santista per entrare nella massoneria: “la santa è un livello superiore che decide [..], è il cervello .. Un santista può dire alla polizia che lei è stato quello che ha sparato senza portare peso ”

La scheda del servizio: La cosa nuova di Paolo Mondani e Giorgio Mottola, Consulenza Lucio Musolino. Con la collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi, Immagini di Alfredo Farina, Carlos Dias, Cristiano Forti, Fabio Martinelli

Viaggio all'origine della 'ndrangheta: come ha fatto la mafia calabrese a diventare l'organizzazione criminale più potente e più ricca d'Italia e d'Europa. Con le testimonianze esclusive di ex affiliati, membri riservati e condannati, Report ricostruirà la storia della cupola segreta degli Invisibili: politici, imprenditori e professionisti che fanno parte della direzione strategica della 'ndrangheta e che hanno consentito alle cosche di mantenere rapporti con le istituzioni, la massoneria deviata e i servizi segreti. La rifondazione della 'ndrangheta contemporanea ha una data precisa: il 26 ottobre del 1969. Quel giorno sull'Aspromonte, a Montalto, si svolge un summit dei capi della mafia calabrese a cui partecipano i vertici della destra neofascista. Qualche mese dopo scoppiano i moti di Reggio Calabria e si prepara il golpe Borghese. È in queste occasioni che la storia della 'ndrangheta si incrocia con la P2 di Licio Gelli e nasce la Santa, la struttura segreta che consente alle cosche di avere rapporti diretti con le logge deviate. Da quel momento parte una scalata al potere che ha consentito alla 'ndrangheta di entrare nel cuore delle istituzioni italiane, orientando indagini, portando in Parlamento i propri uomini e facendo arricchire i propri imprenditori di riferimento.

Un aggiornamento sul vaccino Astrazeneca

Report ritorna sul vaccino Astrazeneca la cui somministrazione è stata cessata in Italia e nel resto dell'Europa dopo i casi di pazienti morti in seguito alle trombosi scatenate a seguito della sua inoculazione. Casi rari legati soprattutto a pazienti giovani, sotto i 50-60 anni, soprattutto perle donne.


Il professor Greinacher, immonologo all'università di Greifswald in Germania, già a marzo aveva scoperto come trattare i pazienti colpiti dai coaguli del sangue associati a trombocitopenia dopo la somministrazione di AstraZeneca: alla trasmissione racconta “abbiamo scoperto che il mal di testa precede la trombosi, e i pazienti curati in tempo con le immunoglubuline non sviluppano la trombosi al seno venoso cerebrale.”

Eppure il commissario straordinario per la vaccinazione e le regioni decidono di aprire gli open day over 18 per dare uno stimolo alla campagna vaccinale. Contro questi open day si scatenano le polemiche: il 30 maggio 24 medici vaccinatori volontari di Genova pubblicano sull'Huffington posto una lettera dal titolo eloquente “perché Astrazeneca non è un vaccino per giovani.”

Alcuni giorni dopo un appello simile esce dall'associazione Luca Coscioni, tra i firmatari ci sono la biologa Valeria Poli e l'immunologa Anna Rubartelli: “i giovani e soprattutto le giovani donne con vaccini adenovirali possono andare incontro a delle complicanze, rarissime, ma anche molto gravi, che è questa trombosi con trombocitopenia” racconta a Claudia di Pasquale Anna Rubartelli.

“I dati scientifici, da due mesi forse, da fine marzo, dicevano che questa complicanza più frequente nei giovani, più giovani erano, più era frequente.” aggiunge la dottoressa Poli.

“Se noi sappiamo che AstraZeneca da delle complicanze gravi, nelle fasce d'età più giovani, organizzare un open day con AZ ci sembra folle, per di più i ragazzi avevano una gran voglia di vaccinarsi perché volevano giustamente tornare alla vita normale” - sempre l'immunologa Rubartelli.

Sono rimaste sorprese allora quando tante regioni scelsero questa strada, perché sapevano quanto fosse una scelta insensata: “abbiamo sentito che dovevamo fare qualcosa perché si potevano potenzialmente rischiare delle vite” e così le due dottoresse hanno fatto un appello contro gli open day.

La scheda del servizio: Il caso Astrazeneca Gli Open Day over 18 di Claudia Di Pasquale, con la
collaborazione di Giulia Sabella e Cecilia Andrea Bacci, Immagini di Giovanni De Faveri

Report torna sul caso AstraZeneca e sui rari e inusuali effetti avversi come la VITT (trombosi con trombocitopenia indotta dal vaccino) ripartendo da chi, per primo, ha cercato e individuato i pericolosi anticorpi anti-PF4. È Andreas Greinacher, l'immunologo tedesco di fama mondiale che già il 20 marzo scorso aveva tenuto una conferenza stampa internazionale per condividere le sue scoperte su come riconoscere i sintomi e come trattare i pazienti colpiti da questa sindrome. In Italia cosa è successo? Chi si è trovato davanti un paziente colpito da VITT ha saputo sempre riconoscere i sintomi?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.