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27 giugno 2023

Report – i resti dell’emergenza e il crollo del ponte Morandi

LE SCORIE DEL COVID di Lorenzo Vendemiale

Lo stato italiano sta pagando le mascherine di FCA anche dopo la produzione, paghiamo le macchine di FCA che non stanno più producendo nulla (costo di circa 600mila euro)

Paghiamo anche l’affitto di stabilimenti di SDA contenenti vecchi dispositivi medici (comprati magari a caro prezzo durante l’emergenza) che oggi non servono più.

L’eredità della struttura commissariale è di circa 3 miliardi di dispositivi, il valore complessivo è di circa 600ml, il costo dell’affitto che paghiamo a SDA è di 85ml: molto del materiale (come le mascherine) è in scadenza e il governo sta cercando di regalarlo ad enti di volontariato o scuole, che però ne hanno fin troppe.

Le scuole avevano scritto alla struttura commissariale per interrompere le forniture, che arrivavano anche dopo l’emergenza: purtroppo non possono nemmeno smaltirle, perché sono rifiuti speciali. Altro che nuove mascherine, le scuole vogliono solo che qualcuno se le venga a prendere.

Verranno bruciate le mascherine? Purtroppo rimane l’unica soluzione, perché non si riuscirebbe a riciclare nulla.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO di Danilo Procaccianti

Dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, il presidente del Consiglio Conte e altri politici proposero la revoca della concessione ai Benetton, per inadempienza. Passati cinque anni, Report ha raccontato la vicenda del ponte prima e dopo il crollo che causò la morte di 43 persone.

Si parla tanto di garantismo, dei diritti degli imputati, ma spesso ci si dimentica delle vittime e dei loro diritti: ora a stabilire se gli atti dei dirigenti di Atlantia e Aspi spetta ai giudici, dopo le indagini della Procura.

Quel ponte poteva crollare da un momento all’altro – racconta oggi il procuratore Cozzi, una frase che fa riflettere, visto che dopo il crollo Castellucci negò ogni responsabilità.

Non solo Spea fece azioni di bonifica dei computer, attuò ogni mezzo per impedire le intercettazioni, altro che collaborazione con la Procura.
L’ex responsabile della manutenzione di Aspi, Donferri, aveva contatti con generali in pensione per chiedere trattamenti di favore per Castellucci, per difenderlo dai giornalisti.
Infatti Castellucci nel giorno in cui andò in Procura a riferire fu scortato da alti ufficiali dei carabinieri.

Donferri chiede ai collaboratori di cancellare documenti in cui emergeva la cattiva documentazione dell’autostrada, insultando anche le persone che si sentivano in forte imbarazzo.
Oggi di fronte alle domande di Report, risponde che non è vero, c’è una indagine in corso .. come se le intercettazioni non esistessero (e ora si capisce come mai questo governo come tanti altri vuole bloccare la pubblicazione delle intercettazioni).
Perché era importante l’archivio documentale del ponte Morandi?
L’ingegnere Morandi, il costruttore, era consapevole del rischio dell’usura dei cavi di acciaio, per colpa dell’umidità: la corrosione dei cavi era noto da anni, ma Donferri liquidò le proposte di ricostruzione in malo modo. E alla fine Donferri è arrivato al numero due di Aspi.

Oggi è consulente di una società che si occupa di appalti e subappalti a Pomezia, anche in nero – racconta Report.

Il crollo del Ponte Morandi è emblema dell’Italia che si prende cura del bene comune, l’importante è incassare, tanto e subito, anche risparmiando sulla manutenzione, anche a rischio della vita delle persone.

Potrebbe essere l’ultima volta che sentiremo intercettazioni come quelle trasmesse da Report sui Benetton: se passa la riforma Nordio noi cittadini non sapremmo nulla.

Ma ci sono intercettazioni di Donferri che prendeva in giro le proposte di manutenzione: le riunioni non furono registrare dai magistrati ma dall’ex responsabile della sorveglianza di Spea, Vezil, forse per timore di prendersi responsabilità per colpa di altri.

Oggi nessuna delle persone indagate, Castellucci, Donferri, Berti dimostra un qualche rimorso, una forma di rimorso per quanto è successo, anzi, sono proprio i Benetton ad esprimere i giudizi peggiori nei confronti dei manager di Atlantia.

Nessun rimorso, nessuna voglia di chiarire di fronte ai giornalisti, nessuna parola anche a loro tutela: Castellucci è stato descritto dal GIP come una persona senza rispetto per le regole, nonostante prendesse uno stipendio da 400mila euro. Report ha scoperto che l’anno del crollo del Ponte ha avuto il picco dello stipendio, mentre ha preso una buonuscita da 13 ml, nonostante fossero note le sue responsabilità sulla cattiva manutenzione del ponte.
La certificazione del ponte arrivava da autocertificazione – racconta in una intercettazione Mion AD di edizioni Holding (la cassaforte dei Benetton): ma nonostante tutte le preoccupazione nemmeno Mion fece nulla, sebbene sia forse uno dei pochi in questa storia ad aver dimostrato un minimo di ammissioni di colpa.

Mion, Gilberto Benetton, Alessandro Benetton e altri sapevano di questa auto certificazione: potevo fare casino ma non l’ho fatto dice oggi Mion, per conservare il posto, forse.

A novembre 2020 vanno agli arresti domiciliari Berti e Castellucci per una inchiesta parallela: a soccorrerli arriva il solito Donferri, che sapeva che la resina usata per le barriere antirumore era non omologato.
Tutto pur di risparmiare, a Genova come ad Avellino nel viadotto dove sono morte 40 persone (per un pullman caduto dal ponte) nel 2017: bastava spendere 20mila euro per rimettere bulloni nuovi su quel ponte (che era in concessione ad Aspi) e non ci sarebbero stati dei morti.
Per quel crollo Berti è stato condannato in primo grado ma ora pende appello: ci sono delle intercettazioni su quel processo di Avellino dove si sente parlare di risparmi sulle opere di manutenzione, tutto per distribuire più utili ai Benetton.

Aspi era la gallina delle uova d’oro per i Benetton: nel 2016 avevano 3 miliardi liquidi, così ogni anno, potevano costruire un ponte ogni anno, per manutenzioni hanno speso meno del 10% dei soldi incassati dai pedaggi. Dal 2009 al 2019 hanno preso 6 miliardi di dividendi: una valanga di soldi, che ha snaturato la natura imprenditoriale della famiglia Benetton, perdendoci un po’ la faccia e la credibilità.

Il giorno dopo il crollo la famiglia Benetton non rinunciò alla grigliata di ferragosto: anche questo è stato un colpo per i familiari delle vittime, “hanno dato la sensazione di essere senza animaammette lo stesso Mion.

Alessandro Benetton ha scritto a Report una lettera dove parla delle sue critiche fatte alla gestione dei suoi manager, di aver ammesso le colpe in diverse occasioni.
Quando non avevamo tanti soldi avevamo tanta credibilità – ammette: ma chi gli ha consentito di gestire così l’autostrada? Report racconta delle colpe della politica, l’estensione della concessione fatta dal governo Prodi, senza che la politica mettesse dei limiti al concessionario, senza che si mettessero dei paletti ai Benetton,
costringendoli a fare degli investimenti programmati (a questo servivano i pedaggi).

Dopo il crollo del ponte il presidente Conte chiese la revoca della concessione, suscitando la reazione sdegnata dei garantisti all’italiana: purtroppo la concessione vigente aveva una postilla, siglata dal governo Berlusconi, che riconosceva un indennizzo ai Benetton anche in causa di inadempienza.

Il ministro Toninelli cercò di eliminare questa postilla per legge, ma l’iter fu fermato dal ministro Tria, tirando in ballo l’interesse dei fondi internazionali: e l’interesse dei familiari delle vittime?
Anche Salvini si dimostrò tiepido sulla revoca della concessione.

Alla fine cambia il governo Conte 1 e, soprattutto, cambia il ministro Toninelli che oggi racconta che Conte non ebbe abbastanza coraggio né nel difendere il suo ministro e nemmeno nel portare avanti un contenzioso coi Benetton.

Con la nuova maggioranza entrano nel governo PD e Italia Viva di Renzi che non vogliono sentir parlare di revoca e così si inizia a parlare di accordo coi Benetton: la famiglia inizia a tessere i rapporti con Renzi, i 5 stelle, col PD. Con chi hanno interloquito i Benetton?

Sappiamo che alla fine si arrivò all’accordo nel 2020, in cui i Benetton vendono la società a CDP, senza stabilire il prezzo di vendita. Che era la soluzione che volevano i Benetton, che in una intercettazione dicevano che l’unico modo per salvare Atlantia era uscire da Aspi. Coi soldi dello Stato.

Lo Stato italiano nella bozza dell’accordo firma una resa: lo Stato italiano scrive che non revocherà mai la concessione, anche se Atlantia decidesse di non vendere.
Alla fine i Benetton dal crollo del Morandi ci hanno pure guadagnato,
con 8,18miliardi di euro – racconta il giornalista Giorgio Meletti a Report.

Ora la struttura societaria di Aspi è una struttura complessa: altro che nelle mani dello stato italiano, ora è nelle mani di società tedesche, australiane, cinesi e americane. Società straniere che vogliono solo soldi, altro che manutenzione.
Allora, lo stato italiano ha fatto gli interesse degli italiani o dei fondi di speculazione stranieri? Oppure dei Benetton?

08 luglio 2020

Il libro dei sogni già vecchi

Nel DL semplificazioni, "salvo intese" troviamo soldi per le grandi opere, un contentino al sud e un bel boccone per le regioni del nord, per tenersi buoni tutti.
Modello Genova con commissari "amici" per una serie di opere tra cui anche il completamento della Pedemontana, sia quella veneta che quella lombarda.
Il ritorno del Ponte (non pensavo avesse tanti sponsor) e del TAV.

E poi, sempre notizia di questi giorni, si è votato il rifinanziamento delle missioni militari e per gli aiuti alla guardia costiera libica.
Dopo il regalo ai gestori dei lidi, la cui concessione è stata prorogata per anni (alla faccia del libero mercato che è libero solo quando conviene).

Dal Fatto Quotidiano del 7 luglio:
Ed eccoli gli affari d’oro. Per il Twiga di Marina di Pietrasanta (quasi 4.500 mq), dove si spendono mille euro al giorno, il proprietario Flavio Briatore (Daniela Santanchè è una socia) paga 17.619 euro di canone allo Stato, contro 4 milioni di fatturato. Un anno e mezzo fa l’imprenditore ha acquistato la concessione dalla storica famiglia di proprietari a 3,5 milioni di euro. Al Papeete (5 mila mq e 35 euro per due lettini e un ombrellone), lo stabilimento romagnolo reso famoso da Matteo Salvini, lo scorso anno i ricavi sono volati a 3,2 milioni, ma il canone – riporta il Corriere – è rimasto fermo a 10 mila euro. Secondo il report di Legambiente, a Santa Margherita Ligure, il Lido Punta Pedale versa 7.500 euro all’anno; a Forte dei Marmi il Bagno Felice 6.560 euro per 4.860 mq; il Luna Rossa di Gaeta 11.800 euro per 5.381 metri, mentre il Bagno azzurro di Rimini ne versa 6.700. In Sardegna, per la spiaggia di Liscia Ruja, l’hotel Cala di Volpe paga 520 euro all’anno. Della proroga al 2033 ne beneficeranno di certo i 71 stabilimenti di Ostia (10 km di spiaggia) che, a fronte di ricavi da 300 mila euro, pagano tra i 20 e 40 mila euro l’anno. La giunta capitolina di Virginia Raggi sta portando avanti la battaglia per abbattere gli stabilimenti e le strutture abusive.

Non dimentichiamoci poi del finanziamento alle scuole private, che sono private ma poi anche loro vanno avanti grazie ai fondi pubblici.
Il ponte di Genova verrà probabilmente lasciato ai Benetton, nessuna revoca della concessione ..
Insomma, non si capisce come mai tutti vogliano cacciare Conte e mandare a casa questo governo: perché non da risposte ai cittadini?
O forse sono solo pressioni per far approvare le leggi che interessano (e non toccare certi privilegi)?

Non si è toccato il settore della sanità, sul mondo del lavoro si son fatti pochi passi in avanti (e ora sono tante le pressione per tornare ad avere mano libera su licenziamenti e contratti a termine), sui decreti sicurezza niente.

La semplificazione di Conte è stata chiamata il libro dei sogni e forse è vero. Ma sono sogni che anche altri hanno spacciato, tutti quelli che oggi puntano il ditino.

07 maggio 2018

Su paradisi fiscali, litorali che non sono paradisi e digitale terrestre


Una puntata estremamente ricca, quella di questa sera di Report, che approfondisce diversi argomenti di estremo interesse: l'evoluzione del digitale terrestre che costringerà molti italiani a cambiare televisore entro il 2022 (per quale motivo? Lo scopriremo dal servizio di Antonella Cignarale).

Chi sono gli italiani che portano i loro soldi nei paradisi fiscali: tra questi anche un importante nome del lusso.

E, infine, un'inchiesta sulla mafia che controlla le concessioni (e non solo) lungo il litorale di Ostia: è stato un argomento di scontro politico tra PD e M5S, nei mesi scorsi.
Giorgio Mottola, per capire come stanno veramente le cose, si è preso pure un gestaccio da parte del presidente di federbalneari (che non amano essere disturbati nei loro affari).

L'anteprima della puntata: OCCHIO ALLA TV di Antonella Cignarale

Tra il 2010 e il 2012 abbiamo già dovuto cambiare televisori per adeguarci allo standard DVB-T1: nonostante ancora oggi ci siano problemi di ricezione sul digitale, a breve partirà un nuovo standard per il digitale che ci costringerà a nuovi aggiornamenti.
Forse si poteva partire col DVBT2 già anni fa senza far spendere agli italiani tutti questi soldi.
Antonella Cignarale racconterà cosa c'è dietro questa evoluzione.
Arriva il DVB-T2, il digitale terrestre di seconda generazione. Tra il 2020 e il 2022 avverrà il passaggio al nuovo sistema e tutti, emittenti televisive e spettatori, dovremo adeguarci. Per continuare a guardare la tv dovremo adattarla con un decoder oppure comprarne una nuova. Altrimenti non si vedrà più niente. Come succede ancora oggi a tutti quelli che, a sei anni di distanza dal passaggio al primo digitale terrestre, sullo schermo vedono solo quadretti scomposti. Anche per gli operatori televisivi si prepara una rivoluzione e, al momento del passaggio, dovranno rinunciare ai telespettatori che non si saranno adeguati in tempo al DVB-T2. Ma perché ci sobbarchiamo tutto questo trambusto? La decisione è europea e in ballo ci sono 2,5 miliardi di euro che lo Stato conta di incassare dalle gare per le nuove frequenze. Gli operatori di rete televisivi dovranno invece stringersi nelle frequenze che restano, cercando un accordo che garantisca lo spazio per tutte le emittenti.

Gli italiani in paradiso (fiscale)

Report, assieme all'Espresso, fa parte di un consorzio internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ) che ha potuto leggersi ed analizzare le carte uscite dagli studi legali che hanno aiutato i molti che hanno portato i loro beni nei paradisi fiscali.
I nomi e le storie di questi furbetti sono state raccontate l'anno scorso in due puntate speciali sui Paradise papers: i Legionari di Cristi, i Crociani e la Vitrociset, il costruttore Nucera, Bonomi, la tangente pagata dai Rovelli per Imi Sir.

Si stima che il 30% della ricchezza prodotta in Europa finisca nei paesi off shore, tra cui molti anche qui in Europa: la stessa Europa che doveva metterli al bando e che invece ha avuto una mano clemente per non inimicarsi qualche potente di troppo.
La stessa Europa che poi chiede ai paesi di avere i conti in ordine, pena l'arrivo della troika.
Emanuele Bellano, con Alessia Cerantola e Norma Ferrara, è tornato su questi documenti per portare a galla altre storie, seguendo le tracce dei soldi tra Lituania, Singapore, Dubai, Hong Kong, Irlanda e Regno Unito.

A proposito del Regno Unito:
Dalla nostra Agenzia delle Entrate non si registra alcun passo avanti nel controllo dei nomi italiani emersi da #PanamaPapers e #ParadisePapers, i grandi scandali offshore che saranno alla base anche della prossima puntata di #Report, dal 2017 uno dei partner italiani di The International Consortium of Investigative Journalists. Un risultato concreto è invece stato ottenuto nel Regno Unito, dove il governo May ha accettato di supportare un emendamento scritto per arginare il flusso globale di denaro sporco, in base al quale i territori d'oltremare britannici saranno costretti ad adottare pubblici registri della proprietà delle imprese entro il 2020, come è già d'obbligo in Gran Bretagna e Irlanda del Nord [dalla pagina FB di Report].


Qualcosa si sta muovendo, in Inghilterra, non in Italia.

A Dubai gli investimenti esteri assommano a 12 miliardi di euro, ogni anni vengono create centinaia di società anonime, come quelle che costruiranno il grattacielo Burj Khalifa, simbolo della città del futuro.

Il paradiso non può attendere di Emanuele Bellano, in collaborazione di Alessia Cerantola e Norma Ferrara
Singapore, Dubai, Svizzera, Hong Kong: ci sono aree del mondo che attraggono i capitali più di altre. Sono le principali piazze finanziarie ed economiche mondiali. In che modo e perché si sposta la ricchezza che produciamo? Report, grazie alla partnership con il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi ICIJ, torna a scavare tra i documenti fuoriusciti dagli studi legali con gli scandali Panama Papers e Paradise Papers, per ricostruire i flussi che i soldi seguono quando escono dal nostro paese. Il 30 per cento della ricchezza prodotta in Europa è posseduta da società off-shore. Quando il denaro rimbalza tra l'Europa e i paradisi fiscali chi possiede la ricchezza impoverisce tutti gli altri e nasconde l'origine del denaro: a quel punto se è chiaro chi ci perde diventa sempre più complicato capire chi ci guadagna.


La mafia del litorale

A Ostia, il mare di Roma, un numero ristretto di famiglie controlla tutte le concessioni sui lidi: occupano spazi pubblici, senza pagare il giusto e hanno pure commesso abusi, cementificato senza che negli anni il comune abbia detto niente.
Un sistema di potere che va oltre le storie che abbiamo ascoltato in questi anni, sulla mafia, su Suburra, sui clan.

Su Raiplay trovate un'anticipazione della puntata, che parte dalla campagna di stampa contro Libera e UISP, col supporto di Casapound, che aveva preso in concessione una spiaggia ad Ostia, la SQPR.
E' un storia che parte nel 2016, quando Libera che aveva vinto la concessione, fu poi bloccata dal municipio di Ostia, per un documento vecchio di anni dove si chiedeva di abbattere una struttura abusiva. Documento sparito e poi tirato fuori da un dirigente (Franco Nocera) poi arrestato in un'inchiesta su corruzione e rinviato a giudizio per la vicenda Papagni.

Sulle anomalie di quel bando (ma non sul comportamento di Libera), rilevate da Anac, partirà una campagna diffamatoria che ha dietro esponenti del M5S: ne scrive Federica Angeli ed Enrico Bellavia su Repubblica

Le lacune sottolineate da Anac sono sul bando di gara, non sull'operato di Libera. Ma qui si scatena il fango e la verità viene stravolta. Il municipio, nel bando 2014, in sostanza chiedeva ai gestori di ripristinare uno stato dei luoghi che era in realtà abusivo a monte, le sedicenti associazioni antimafia, non si sa a quale titolo, accusano Libera di aver gestito tutto in maniera opaca.
Il dossier del 5Stelle. A raccogliere quel dossier infamante per l'associazione di Don Ciotti, pagine che mischiavano le carte in tavola e non raccontavano la verità oggetitva dei fatti, sono i grillini Paolo Ferrara, attuale capogruppo del M5S in Campidoglio, e Davide Barillari, consigliere regionale. Attraverso un copia-incolla fanno loro quel dossier da presentare in Antimafia che consegnaranno in una versione con dicitura "confidenziale riservata alla stampa" ai cronisti radunati in una conferenza stampa in Campidoglio il 7 settembre del 2015. L'onda di fango che ne seguì sui social travolse l'operato di Libera a Ostia. Ma oggi la verità viene ristabilità. Non solo dalla spiegazione di Libera ma dall'arresto per corruzione di quel funzionario dell'ufficio tecnico Nocera che fece sparire un documento per tirarlo fuori al momento giusto.

Questo documento uscì ad una settimana dall'occupazione della spiaggia da parte di Casapound e su questo si basò la campagna mediatica contro Libera, che gettò la spugna nel 2016.
Ma proprio chiosco abusivo i 5S avevano tenuto la campagna elettorale nel 2013, con tanto di foto pubblicate su Facebook: tanta è stata l'attenzione su questo lido, che il chiosco di Libera è stato il primo abbattuto dalla giunta Raggi.
Erano chioschi pericolosi, spiega al giornalista Paolo Ferrara, capogruppo del m5s a Roma: ma erano pericolosi anche quando il movimento ha fatto campagna elettorale dentro.

Romanzo litorale di Giorgio Mottola in collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi
Immagini di Tommaso Javidi e Paolo Palermo


Il mare della capitale d’Italia è tenuto in ostaggio da un ristretto gruppo di famiglie che, senza alcun bando pubblico, gestisce le principali spiagge di Ostia. Nell'ultimo ventennio hanno cementificato l’intero lungomare, costruendo piscine, ristoranti, bar e cabine in cemento armato a pochi metri dalla battigia. Grazie alla connivenza di politici e tecnici comunali corrotti si sono appropriati di interi chilometri di spiaggia senza averne alcun diritto. Hanno creato un sistema di distruzione del territorio e di strapotere, che è stato sostenuto da tutte le giunte di Roma degli ultimi vent’anni: da quelle di centrosinistra a quelle di centrodestra. Eppure, a Ostia, l’attenzione di media e magistratura finora si è concentrata solo sui clan mafiosi e le organizzazioni criminali. Report punterà i riflettori sulla parte che è rimasta finora in ombra, ma che in realtà è la più ricca e la più potente sul litorale romano.