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04 gennaio 2024

La vacanza del commissario Maugeri di Fulvio Capezzuoli

 

Il trenino, ansimando, affrontò il tratto di salita che l’avrebbe portato all’ultima stazione del tragitto. Il commissario Maugeri, guardando attraverso il finestrino lo scorrere del paesaggio, alzò gli occhi verso la parrocchiale di Piazza Brembana che si stagliava contro le montagne, alta sopra il borgo.

Dai precedenti romanzi di Fulvio Capezzuoli con protagonista il commissario Maugeri, funzionario della Questura milanese nei primi anni del dopoguerra, sapevamo che negli anni della guerra era stato partigiano sui monti della bergamasca. E, come ci ha raccontato l'autore in uno dei primi romanzi della serie, questo passato avesse creato qualche problema nella Questura, dove questo poliziotto partigiano non era visto di buon occhio. Saranno poi le sue doti investigative, saper scovare gli indizi utili a risolvere il caso, a far ricredere i suoi superiori.

In quest'ultimo giallo ambientato nel 1947 all'inizio di una calda estate milanese, fanno finalmente capolino i ricoprdi di quei mesi difficili, passati sui monti a sfuggire ai rastrellamenti dei fascisti a difendersi dal freddo con qualunque mezzo.

L'occasione sarà, paradossalmente, una vacanza, la prima per la famiglia Maugeri: una vacanza suggerito dal loro dottore per curare i problemi alla gola del piccolo Giacomo.

Una vacanza sui monti dell’alta Val Brembana, a Roncobello, è l'occasione giusta per staccare dal lavoro, anche se solo per due settimane, e per ridare un po' di colore al figlio.

Ma, con grande dispiacere della moglie del commissario, la signora Giovanna, non sarà una vacanza tranquilla: il maresciallo del piccolo paese dove hanno affittato la casa, il maresciallo Acampora, lo avvicina una sera per chiedergli un consiglio.

Si tratta di alcune lettere anonime dove si afferma che una persona, ritenuta morta, sia in realtà ancora viva.

La storia inizia nel giugno del 1940 quando arriva a Roncobello Aurelio Ronzoni - inizia a raccontare il maresciallo: veniva dalla Francia e nei primi anni della guerra era riuscito a comprare dei terreni, a sposarsi. In un giorno dell'estate del 1945 sparisce, mentre era in montagna a far della legna. Quando l'anno successivo in un canalone viene ritrovato un cadavere, non in belle condizioni, si pensa subito che sia il corpo di Aurelio, anche perché la moglie, Caterina, riconosce i calzettoni ai piedi del morto.

Tutto a posto finché, alla caserma dei carabinieri non arrivano tre lettere con su scritto

IL RUNZONI AURELIO A L’È VIVO. EL MORT A L’È MIA LÙ. DUMANDÉ ALLA CATERINA. Firmato: UN AMICO.

Maugeri rassicura la moglie Giovanni, si tratta solo di un consiglio, le vacanza non verranno rovinate: purtroppo il corso degli eventi prenderà una direzione diversa da come se la aspettava la famiglia Maugeri.

Perché è come se nel paese sapessero tutti chi sia quella persona arrivata da Milano, il famoso commissario che ha appena risolto una delicata indagine (si tratta dell’indagine raccontata in Delitti a città studi): un signore anziano, da tutti noto come l’ubriacone del paese, una sera gli si avvicina e gli sussurra in un orecchio

– Commissario, bisogna che le parli dell’Aurelio Ronzoni. Io so tutta la storia. Io c’ero.

E poi si allontana con uno strano saluto, Tovarisc: cosa voleva dire? Maugeri non fa in tempo a chiederlo, perché il giorno successivo, quando i due si sarebbero dovuti incontrare, Pinin viene trovato morto, con la testa affondata in una pozza d’acqua. Non è stato un incidente, qualcuno gli ha tenuto volutamente la testa nel torrente fino a soffocarlo.
Non c’è niente da fare, occorre far riaprire le indagini sulla morte di questo Aurelio Ronzoni (chiuse ufficialmente l’anno prima) e iniziare a fare qualche domanda alla vedova, la signora Caterina.

– Hai trovato subito un lavoro interessante anche da queste parti?
– No, e non voglio nemmeno trovarlo. Però è strano, la prima vera vacanza dopo tanti anni, e incontro misteri, morti, indagini.

Tutto ruota attorno alla figura di questa persona, il presunto morto Aurelio Ronzoni: come mai se ne era tornato dall’Italia all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale nel giugno 1940?
Se non è lui il morto trovato lungo il torrente, di chi è il corpo?

Il maresciallo Acampora e, in modo più convinto Maugeri, si lanciano in questa indagine iniziando a chiedere in giro, a raccogliere tutte le informazioni su questo Ronzoni, sulla vedova, iniziando a scoprire parti del loro passato che potrebbero in qualche modo aiutarli a rispondere a queste domande.

Un altro personaggio, questa volta femminile, piomba nella valle e anche nel racconta: una bella donna francese dai capelli a caschetto biondi, che appare per la prima volta di fronte al nostro commissario sfoggiando un bikini, il costume a due pezzi ritenuto dalla morale di quegli anni “vergognoso” perché mostrava troppi centimetri della pelle delle donne.

Cristine è in valle a cercare luoghi dove aprire località sciistiche, almeno questo è quello che racconta a Maugeri. Sarà così? Perché inizia a trovarsela di fronte troppo spesso, mettendolo anche in situazioni imbarazzanti..

Era come se in quella vacanza che stava vivendo, piena di avvenimenti non ordinari, Cristine facesse parte in qualche modo di quegli avvenimenti. Forse nasce dal fatto che, come il Ronzoni, è una emigrante..

Un uomo che forse non è un cadavere. L’ubriacone del paese che finisce annegato in una pozza d’acqua poco prima di raccontare la sua verità sul morto. Una vedova che sembra troppo fredda e composta, per essere tale. E poi questa francese, che sembra prendersi gioco con malizia di Maugeri e che forse nasconde anche lei qualcosa del suo passato.

Le due settimane di vacanza si trasformeranno in una caccia serrata, seguendo tutti gli indizi fino alla fine: una vacanza amara, purtroppo, perché nemmeno potrà godersi alla fine il suo piatto di polenta taragna e salamelle che gli aveva promesso l’oste della locanda di Roncobello, che aveva combattuto assieme a Maugeri nella Resistenza.

– Chi erano questi cosacchi? – chiese Acampora incuriosito.
– Erano gli uomini di Vlasov, un generale sovietico che nel 1942, caduto nelle mani dei tedeschi, passò a combattere con la Wehrmacht

Come nei precedenti romanzi, anche in questo racconto fa capolino la Storia vera della Resistenza italiana: uno dei personaggi è infatti un ex soldato russo arrivato in Italia assieme ai reparti al comando del generale Vlasov, passato coi tedeschi dopo la cattura. Due suoi reparti furono inviati in Italia per azioni di contrasto contro i partigiani, anche nelle zone dove si svolge l’azione, nell’alta Val Brembana, dove si resero responsabili di azioni così efferate da costringere gli stessi tedeschi a fucilare alcuni di loro.

La scheda del libro sul sito di Todaro Editore

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12 agosto 2023

Rossoamaro di Bruno Morchio

 


TILDE
Sestri Ponente, gennaio 1944
Ansima e pensa alla calza di lana. L’ha rammendata in fretta e adesso che spinge il pedale della pesante Legnano e arranca per lo sterrato di Sant’Alberto il rattoppo le tormenta la pianta del piede.
Con quelle vecchie scarpe le è già successo, quando le sfilerà si troverà una ciocca acquosa pronta a scoppiare.

Questo libro, uno dei primi della serie con l’investigatore Bacci Pagano, è dedicato a chi ha combattuto dalla parte giusta durante la guerra di liberazione. Uomini, studenti, ex soldati, operai. E donne, come la protagonista di questa storia, frutto della fantasia dell’autore ma ispirata a fatti realmente accaduti a Genova in quell’anno tremendo che è stato il 1944. Sono reali i bombardamenti degli alleati che martoriarono una città già stretta dalla morsa dei fascisti e dei nazisti, che arrestavano chiunque fosse sospettato di stare dalla parte dei partigiani, dei “banditen”. Come reale è anche l’attentato al cinema Odeon di via Vernazza, organizzato dai GAP che operavano in città e come lo fu anche la rappresaglia nazifascista, che si scagliò contro le 59 persone arrestate e condannate a morte senza processo, i martiri del Turchino.

Tutto questo è realmente accaduto: forse è veramente accaduto che, in una fredda notte di inverno una giovane donna, Tilde, si sia trovata all’improvviso la via sbarrata da un posto di blocco di tedeschi alla caccia delle staffette partigiane, donne coraggiose che in cima alle loro bici portavano viveri e rifornimenti ai partigiani nascosti in montagna.
A molte di loro quell’incontro ha voluto dire lunghi ed estenuanti interrogatori, torture, umiliazioni: per Tilde invece il destino ha scelto altro, l’incontro con un ufficiale tedesco che, dopo una veloce verifica della sua storia, la rimanda a casa.

Il capitano è un uomo sui quarant’anni. Porta la divisa con il colletto slacciato e la barba di qualche giorno. Ha l’aria stanca e lo sguardo triste.

Ma questa è la storia del passato, quella di Tilde e degli altri partigiani in quei mesi dell’inverno del 1944, che si intreccia (in un modo che vi sorprenderà) con la storia di oggi.

Bacci Pagano, l’investigatore dei Carruggi, si trova in ospedale dove è stata ricoverata in fin di vita Jasmine, la ragazza di origine africana, costretta a fare la prostituta dai suoi protettori che avevamo incontrato nel racconto “Bacci Pagano: una storia di Carruggi”.

JASMÌNE
Stavo seduto nel corridoio da oltre quindici ore, ma la sedia era troppo scomoda per riuscire a dormire. E quella maledetta porta continuava a restare chiusa. Non un infermiere né un dottore che uscissero a dare notizie.

La sorte si è accanita su Jasmine, la bella ragazza dalla pelle scura di cui Bacci si era anche innamorato, a modo suo: è stata venduta ad un gruppo di persone sadiche, persone che considerano queste donne sfortunate come un loro oggetto, su cui sfogare tutte le perversioni.
Nel corso delle ore di fronte alla stanza di Jasmine nella mente di Bacci Pagano passano davanti le immagini della sua indagini per salvarla dalle mani di questi aguzzini. Con l’aiuto del suo amico Pertusiello, uno strano poliziotto, così diverso dall’investigatore ma in fondo con molti tratti comuni, come l’empatia verso gli ultimi.
Mentre si trova in ospedale Bacci Pagano viene avvicinato da un vecchio signore tedesco:

Aveva capelli bianchi, leggermente mossi, e occhi celesti dove palpitava una volontà di ferro. Sembrava disinteressarsi del poliziotto e guardava fisso nella mia direzione. [..]
«Lei è angosciato», disse l’uomo continuando a guardarmi negli occhi. «Quindi cercherò di essere conciso. Mi chiamo Kurt Hessen e vengo da Köln.»

Il signor Hessen gli sta offrendo un nuovo caso, andare alla ricerca di suo fratello, anzi del suo fratellastro: il figlio di sua madre, una signora vissuta a Sestri durante la guerra, che ebbe una relazione con un ufficiale tedesco da cui nacque lui. Dopo il parto la madre decise di abbandonarlo, per tornare a Genova dove poi ebbe un altro foglio da un altro uomo, il fratello che ora Bacci Pagano deve cercare, senza molte altre informazioni. Un assegno molto generoso riesce a fargli superare le poche remore e accettare il caso e iniziare a mettersi alla caccia di questa persona, facendo le domande ai tanti ex partigiani che conosce personalmente, perché amici del padre, partigiano anche lui.

Inizia così un lungo viaggio nel passato, per Bacci Pagano, tra partigiani, “leggeroni” (ragazzi disposti a fare azioni rischiose in modo autonomo), staffette, spie dei nazisti e

donne costrette a vendere la loro bellezza ai nazisti. Un viaggio dove il nostro investigatore ha l’impressione che le persone che incontra, ex partigiani che quei giorni terribili li hanno vissuti in prima persona, gli stiano nascondendo qualcosa. E forse anche questo signor Hessen, che vuole incontrare il fratellastro per comunicargli che sta ereditando i suoi beni, gli sta nascondendo qualcosa.

Come se dietro questa donna, Nicla, si nasconda un segreto difficile da confessare ancora oggi, passati sessant’anni dalla guerra. Quale sia questo segreto lo scopriremo, pagina dopo pagina, seguendo la prima storia, quella ambientata nel passato alternandosi al presente in un continuo avanti e indietro nel tempo: a Tilde, la bella e coraggiosa operaia che fa da staffetta per i partigiani, viene questo di fare un’operazione che non solo potrebbe mettere a rischio la sua vita ma che ha anche profondi risvolti etici e personali. Avvicinare quell’ufficiale tedesco, avere una relazione per carpirgli quante più informazioni possibili.

Ma il costo di queste informazioni, che pure permetteranno di salvare delle vite umane, sarà forse troppo alto.

Alla tristezza che la invade cerca di reagire con collera, pensando che la guerra si è ingoiata non solo la gioventù, ma l’intera vita. Quando le scorte della speranza sono esaurite, il solo rimedio contro la rassegnazione rimane la rabbia.

C’è la guerra, la miseria, le bombe. La resistenza raccontata con gli occhi di chi l'ha vissuta, senza nessuna retorica, ma anzi raccontando sia il coraggio che gli errori di chi, comunque in quei mesi difficili fece la scelta giusta. C’è la paura, delle bombe che uccidono dal cielo, di finire in qualche retata e finire nelle mani della “sbirraglia” fascista, cercando di resistere alle loro torture. Ci sono poi tutte le scelte personali fatte da queste persone, donne, uomini, che giovanissimi, fecero una scelta: da una parte il fascismo, la dittatura, l’oppressione, dall’altra la libertà, l’idea di un riscatto che doveva passare necessariamente per la lotta, senza aspettare l’arrivo degli alleati:

«Al contrario, sentivamo l’obbligo di dimostrare che stava nascendo una nuova nazione. L’unico modo per farlo era combattere, e il prezzo da pagare uccidere o morire. Una nazione non nasce quando un esercito di occupazione ne scaccia un altro.»

Jasmine e Tilde: protagoniste di due storie così distanti, anche temporalmente, ma capaci di sopravvivere alle battaglie della vita, alle crudeltà dell’uomo, che lascerà addosso a loro profonde ferite.
Come profonde sono le ferite subite da Genova, altra protagonista di questo romanzo: ferita dalle bombe ieri, dalla speculazione oggi, dalla logica del profitto ad ogni costo.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere le prime pagine
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24 aprile 2022

La via delle armi

A due mesi dall’inizio di questa guerra le bombe non cessano di cadere in Ucraina sui civili, nessuna mediazione sembra riuscire nel suo intento, ovvero fermare la guerra.

Guerra, che va ribadito ogni volta per le tante persone disoneste intellettualmente, è stata scatenata da Putin quando ha invaso un paese sovrano.

Al momento l’unica via possibile è quella delle armi: chi si oppone a questa ricetta (armi da inviare all’Ucraina per la resistenza all’invasione, armi per rispettare i vincoli Nato che nulla hanno a che vedere con l’Ucraina) viene riservato il trattamento speciale da parte della stampa mainstream.

Come se fosse stata l’Anpi, o Montanari, o Orsini (con le sue idee condivisibili o meno)ad aver scatenato la guerra, ad aver venduto armi a Putin, ad aver stretto rapporti economici con la Russia, per il gas. Fino a ieri accoglievamo gli oligarchi coi tappeti rossi perché portavano soldi, oggi li consideriamo come orchi.

Stiamo vivendo un momento difficile, anche per come stiamo strumentalizzando la nostra storia passata in funzione dello storytelling bellico, l’unico messaggio che deve passare: fino a pochi anni fa il valore storico e strategico della resistenza nella guerra di liberazione era sminuito, anzi, ad ogni 25 aprile spuntavano (vere o false) storie di eccidi di partigiani.

Oggi siamo tutti partigiani a patto che si inviino armi a Zelensky, altrimenti sei, come Pagliarulo, un putiniano. Persino Mattarella nel suo discorso alle forze combattenti della liberazione ha parlato di una libertà presa delle armi, per scacciare l’invasore.

Ma non è propriamente così: a parte che le armi le formazioni partigiani se le erano prese dagli sbandati, erano armi degli ex militari che scelsero di non aderire alla RSI, dai tedeschi e solo in seguito arrivarono le armi dagli alleati.

Secondo, la resistenza è stato un movimento veramente popolare, non solo ha abbracciato tutti i partiti escluso quello fascista, ha abbracciato tutti gli strati popolari. La resistenza l’hanno fatta anche i preti come don Pietro Pappagallo, le staffette come Tina Merlin (la giornalista del Vajont), la rete di spie messa in piedi da Peter Tompkins a Roma. E, certamente anche le varie formazioni militari.

Sempre in tema di torsioni storiche, non posso non commentare la menzogna storica che è circolata nei giorni passata sulla Nato: l’alleanza militare nata con l’inizio della guerra fredda non ha nulla a che vedere con la guerra di liberazione. Semmai la Nato è legata a tante pagine oscure della nostra storia, le stragi fasciste degli anni sessanta – settanta organizzate da formazioni neofasciste con la copertura di parti dello stato (e i servizi) e di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind.

Tutti i fili delle stragi italiane, da Portella a Piazza Fontana, a Brescia fino a Bologna portano a questi centri di potere segreto: si legga l’articolo uscito su Repubblica – Longform a gennaio.

.. Invece, nelle 280mila pagine (mal contate) di atti depositati in Tribunale, e consultati integralmente da Repubblica, c'è molto altro. C'è la consueta ricerca documentale del "secondo livello" (quello degli uomini incardinati nelle istituzioni italiane) e ci sono nomi e cognomi di ufficiali degli apparati: Sid, Carabinieri, Polizia. Ma c'è, soprattutto, l'indicazione di un inedito terzo livello. 
Parliamo del Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa - leggi: Nato - il cui cuore sarebbe stato a Palazzo Carli, a Verona, la città di Toffaloni e Zorzi. Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all'epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista.

Torniamo all’oggi, a questa guerra e alle posizioni dei pacifisti: tutta campagna stampa contro questi movimenti (da Anpi fino agli organizzatori della marcia della pace), serve solo a nascondere il fallimento dell’occidente nel non aver saputo prevenire questa guerra. Anzi.

L’Italia ripudia la guerra – l’articolo 11 della Costituzione – significa questo: l’Italia deve fare tutto il possibile per non prevenire i conflitti, con la diplomazia, con la politica, con i rapporti commerciali (che passano anche per strutture statali come Eni). Questo volevamo gli ex partigiani che la guerra l’avevano fatta e che nella Costituzione ci hanno tramandato il loro messaggio di pace.

Ecco, oggi siamo arrivati allo scurdammoce ‘o passato: dobbiamo dimenticarci di quanto hanno fatto i nostri politici con Putin, con i suoi oligarchi, dei contratti politici stipulati dalla Lega, delle armi vendute alla Russia nonostante le sanzioni, della sempre maggiore dipendenza dal gas russo. Oggi sui giornali leggeremo delle fake news: “Pagliarulo cambia idea” scrive Repubblica, mentre il presidente dell’Anpi è sempre stato chiaro su chi sia l’aggressore e chi la vittima.

La Resistenza in Italia e la Resistenza dell’esercito Ucraino hanno anche aspetti in comune, ma sono passati ottant’anni quasi, i paralleli sono estremamente difficili.

La via delle armi, che serve nell’ora e adesso per evitare che l’esercito ucraino venga sopraffatto, non è la strada che servirà percorrere per rendere questo pianeta un posto dignitoso per vivere. Non solo in Ucraina, ma anche in Curdistan, in Yemen, in Afghanistan e nei tanti teatri di guerra.

Nemmeno in Italia, dove gli effetti di questa crisi arriveranno tutti assieme e saranno causa di forti tensioni sociali.

Cosa faremo allora? 

Concluso con un passaggio del saggio uscito per Chiarelettere  di Tomaso Montanari (uno dei putiniani finiti nelle liste di proscrizione da parte del gruppo Stampa-Repubblica-Corriere) L'eclissi della Repubblica, di cui è uscita una anticipazione mercoledì scorso

Il mondo che doveva uscire “migliore” dalla pandemia è sprofondato nell’ennesima guerra europea, vicinissima a noi: una guerra capace di far riapparire lo spettro dell’apocalisse nucleare. L’aggressione di Putin all’Ucraina è un atto deliberatamente mostruoso, senza giustificazioni possibili. Ma nella sua genesi, le potenze occidentali hanno una grande responsabilità oggettiva: concependo un mondo in cui l’unica potenza globale sarebbero stati gli Stati Uniti e dunque allargando la Nato fino ai confini della Russia, esse hanno preparato la guerra dicendo di voler con ciò assicurare la pace. L’esito della lunga crisi ucraina dimostra invece che l’abusato detto latino si vis pacem para bellum va riscritto in: si vis pacem para pacem. Questo il senso profondo dell’art. 11 della nostra Costituzione: ripudiare la guerra significa lavorare per non crearne le premesse, per allontanarla, per annullare le possibilità che si verifichi. Come Occidente, come Italia, non lo abbiamo fatto.

Le ragioni di questo fallimento sono tutte raccolte nel governo Draghi: la ragione economica di chi fa affari con Putin senza curarsi della sua tirannia; la ragione politica di chi è strettamente connesso all’internazionale nera sostenuta da Putin (Claudio Gatti ha dimostrato che “Matteo Salvini ha operato in veste di agente di influenza al servizio di un governo straniero, quello di Putin”); la ragione culturale di chi si è totalmente identificato nella politica espansiva della Nato (a invasione russa in corso, Letta ha detto che l’Ucraina avrebbe dovuto essere accolta già da tempo nella Nato), senza volere né sapere mettere in piedi una politica di pace europea. Per chi si chiede come si è potuti arrivare a una guerra nel cuore dell’Europa nel 2022, le risposte sono tutte riunite in questo campionario di incapacità di pensare, progettare, costruire un futuro diverso che è l’attuale governo italiano.

14 gennaio 2022

Sconfitti, di Corrado Stajano

 


Chissà chi è la donna alta, secca, con indosso una tunica nera lunga fino ai piedi che cammina a passi cadenzati sotto l'ombrello protettore di un antico tasso. Ha il viso bianco come fosse impastato di calce, di biacca, di gesso o soltanto comparso di latte, tiene la testa ritta, gli occhi fissi dinanzi a sé, trascina un carretto di legno, vuoto. Un tragico mimo, un fantasma.

Come siamo arrivato a questa Italia, un paese colpito duramente dalla pandemia, nel corpo (per le migliaia di morti) e nell'anima (per le paure, per le persone lasciate a casa, per la perdita della socialità)?

Un paese dove ancora si discute se il fascismo sia reato, se sia giusto o meno dargli libertà di espressione, di manifestazione (proprio loro, i figli di quella dittatura che quelle libertà le aveva proibite)?

Nei decenni a venire il fascismo – i fascismi - seguita a far capolino con altre vesti, altri travestimenti, mascherato anche da sovranismi impudichi. Non si è mai sentito sconfitto. Una risorsa, non un ripiego. Maestra, sempre, la violenza.

Un paese dove, governo dopo governo, la democrazia è stata svuotata dal suo interno, portando alla crescita dei populismi da una parte e ad una crescita dell'astensionismo, il disinteresse della politica, dall'altra, perché a cosa serve votare? Tanto arriva sempre l'uomo della provvidenza a salvare il paese dai suoi stessi mali

Gli italiani hanno sempre avuto bisogno di piazze e di Cesari vestiti in ogni foggia da applaudire festanti, vogliosi di essere rassicurati e possibilmente esauditi dei loro desideri. Con un duce che pensa a tutto e a tutti ed è in grado di risolvere anche i problemi di ognuno togliendosi il fastidio di pensare e di fare.

Un paese dove la parola mafia è sparita dall'agenda politica, sopita, nonostante gli allarmi di parti della società civile e di alcuni magistrati, che ogni volta debbono constatare quanto più a fondo sia penetrato questo tumore nel corpo dello Stato (della finanza, dell'imprenditoria, nel mondo dei professionisti), quanto poche siano le denunce da parte degli imprenditori minacciati, dei politici avvicinati..

Non sono più solo gli alberghi e i ristoranti il miraggio degli affari di mafia, a differenza di un tempo, ma tutta ma mappa economica delle grandi città, interi isolati di case, gli ospedali, le cliniche, le autorimesse, i costosi strumenti sanitari. I capi della mafia i loro consulenti e complici – uomini politici, commercialisti, notai, avvocati, funzionari e dirigenti dei ministeri, degli enti locali – seguono occhiuti le mode del vivere, i nuovi gusti e i consumi. Il problema degli investimenti è nodale per le mafie, mutevole nel tempo, come il riciclaggio della gran quantità di denaro sporco in denaro pulito.

La pandemia, questi due anni di lockdown (per una breve parentesi), di chiusure, di regioni a colori variabili (come un ritorno ai regni pre unitari), ha fatto esplodere tutte le contraddizioni e i problemi di un paese che stenta ad uscire dalla crisi, si rallegra di una crescita del PIL (dopo il tonfo del 2020) che si basa sul lavoro precario, dove aumentano le disuguaglianze, le sacche di povertà, con una classe politica in cui sono spariti i partiti, sminuito il ruolo del Parlamento, dove il bene comune è sacrifica all'interesse privato di una classe dirigente interessata all'arricchimento, senza alcuna visione a lungo termine..

Ad inizio pandemia si trovavano, appesi ai balconi, striscioni o teli con su scritti, “andrà tutto bene”. Non è stato così: in questo saggio lo scrittore Corrado Stajano ripercorre alcuni episodi della nostra storia contemporanea, dalla guerra al giorno d'oggi, andando a raccontare le vite degli “sconfitti”.

Nei libri di storia di insegna ai ragazzi della vita dei vincitori? Stajano racconta un'altra storia, che poi è la stessa storia ma vista da un'altra angolazione.

Da quelle persone, uomini, donne, ragazzi e ragazze che hanno lottato per un'Italia migliore, più libera e più uguale.

Come Giordano Cavestro, 18 anni, studente a Parma, fucilato dai fascisti, così scrisse ai compagni (in una lettera che trovate nella raccolta “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”)

Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile. Se vivrete tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.

Sconfitti come tutti i soldati - tra cui il padre di Stajano - mandati in guerra dal duce, l'uomo della provvidenza, poi morti nelle sabbie del deserto, nel ghiaccio della Russia. Quei soldati abbandonati a sé stessi, dopo l'8 settembre quando le istituzioni si sbriciolarono, il re scappò nelle braccia dei nuovi alleati e gli italiani dovettero scegliere, se stare a guardare, schierarsi coi tedeschi o combattere per un'Italia libera, democratica, senza dittatori.

Uomini come Nuto Revelli, il più giovane maggiore dell'esercito italiano, scampato all'accerchiamento dei russi, riuscì a salvarsi e a salvare anche parte dei suoi soldati: i suoi diari scritti durante la guerra, scritti per sentirsi vivo, furono la base per i suoi libri, una volta tornato a casa e smessi i passi grigioverdi del militare.

Libri che tramando a noi la memoria di cosa è stato il regime, l'assurdità di una guerra, la disfatta della ritirata, la difficoltà del ritorno a casa, in una provincia “bianca” (in mano ai preti) come era Cuneo.

Da qui parte la dolente storia di questo paese che Corrado Stajano ci racconta: la fine della guerra, il paese da ricostruire, le elezioni del 1948 (e le divisioni del papa che si mobilitarono per la DC contro il fronte popolare, usando le stesse metafore lugubri del regime passato), la mancata pulizia dai fascisti all'interno delle istituzioni, dentro le Questure, le Procure e i Tribunali, i funzionari dei ministeri.

Lo avevano capito bene quei contadino e quegli operai che si scontrarono con la polizia di Scelba a Genova, a Reggio Emilia, a Battipaglia e che di fronte alle loro proteste su salari, condizioni di lavoro, trovarono in risposta dallo stato i colpi di fucile.

Sono gli anni che portano al “boom”, alla trasformazione dell'Italia dove l'economia non si appoggia al mondo agricolo ma all'industria, portando migliaia di italiani ad emigrare dalle province del sud dimenticato verso le città del nord, con la speranza di una vita migliore, uno stipendio sicuro. Incontrando però anche lo sfruttamento, il razzismo, quello che oggi noi riserviamo ad altre persone che arrivano dal sud del mondo.

E' la fine dell'Italia dell'albero degli zoccoli, quella dei braccianti che erano proprietà del padrone, verso un'Italia che si illude, anche giustamente di essere potenzia industriale, per le scoperte scientifiche e tecnologiche che si stavano facendo (nella chimica, nel settore dell'auto, nel mondo dei calcolatori all'Olivetti).

Ma è un finto boom: non saranno solo i “braccianti” gli sconfitti di questa storia di un'Italia nelle mani di una “classe padronale” arroccata sui propri interessi che sa difendere, bloccando ogni tentativo di riforma. L'Italia degli anni sessanta si risveglia dal sogno di potenzia mondiale col botto di Piazza Fontana, a cui l'autore dedica un intero capitolo.

La strage fascista segue, di pochi anni, il tentativo di golpe del generale De Lorenzo su input del presidente della repubblica Segni (nel 1964, il Piano Solo) e apre la stagione degli anni di piombo: altri tentativi di golpe, altre bombe, altro sangue.

Come il sangue di Pino Pinelli, l'anarchico morto in Questura a Milano, quando era sottoposto ad un regime di fermo che era già scaduto. Morto per un malore, si è stabilito, con una sentenza che non ha convinto tutto.

Ma anche lui è una vittima della strage fascista, organizzata dai fascisti di ordine nuovo con protezione se non complicità di uomini dello stato, come i funzionari dell'Ufficio Affari Riservati del Viminale (Catenacci, Russomanno, ..) alcuni dei quali anche ex repubblichini.

Si sentì allora, acutamente, che non esisteva soltanto il conflitto di classe, ma anche il conflitto tra le due facce della borghesia, mai sanato: la borghesia fedele alla Costituzione e la borghesia infedele anche ai propri principi, disponibile all'illegalità in nome dell'interesse privato.

Un altro sconfitto di questa storia è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il generale dei carabinieri mandato a Palermo come prefetto per combattere la mafia senza garantirgli quei pieni poteri per poterla fare veramente quella guerra.

Arrivato a Palermo dopo l'omicidio del segretario PCI Pio La Torre, Dalla Chiesa viene accolto da una parte con tante speranze dai palermitani, ma anche con grande scetticismo dalla borghesia isolana, con ostilità da quel mondo che con la mafia conviveva e traeva beneficio dal suo potere.

Dura cento giorni a Palermo, il generale, ucciso in un agguato il 3 settembre 1982 da killer poi dileguati senza che nessuno vedesse o sentisse qualcosa.

Così paura faceva, Dalla Chiesa, alla mafia? Oppure dava fastidio anche per la sua lotta al terrorismo, perché voleva entrare dentro le banche, attaccare i patrimoni dei mafiosi senza guardare in faccia anche ai politici collusi, come i referenti siciliani della corrente andreottiana?

Anche Giovanni Falcone fa parte della lista degli sconfitti eccellenti della storia di questo paese, tanto bisognoso di eroi da celebrare, ma solo dopo che sono morti. Perché da vivo, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici, gli altri giudici del pool di Palermo, erano poco amati: poco amati dalla stampa, poco amati dalla politica, poco amati da loro stessi colleghiper cui la mafia non esisteva. Non esisteva dopo che, caso unico in una città europea, cosa nostra aveva ucciso tutti i rappresentanti dello Stato in regione, dal prefetto di Palermo, al presidente della regione Mattarella, al capo ufficio istruzione Terranova al procuratore capo Costa. Fino ad arrivare al capo della Mobile Giuliano e al giornalista Mario Francese (uno dei pochi giornalisti che aveva compreso la pericolosità della mafia e dei corleonesi in particolare). Ma la mafia non esisteva e i giudici non dovevano occuparsi delle banche che custodivano i beni dei boss, degli imprenditori che facevano da faccia pulita per i mafiosi, di gente come i Costanzo a Catania o i cugini Salvo a Palermo.

Ci ha lasciato un regalo, Falcone, il suo libro sulla mafia scritto assieme alla giornalista francese Marcelle Padovani, Cose di cosa nostra

Si muore perché generalmente si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

Ancora oggi non sappiamo tutto del mancato attentato all'Addaura, delle menti raffinatissime dietro quella bomba, dietro le lettere del corvo. Dietro la strategia delle bombe della stagione 1992 – 1993 che ha portato l'Italia dalla prima alla seconda repubblica, con l'arrivo di un nuovo uomo della provvidenza.

Il cavaliere dalle origini (finanziarie) misteriose, l'uomo del mattone, che si portò ad Arcore a Villa San Martino Vittorio Mangano, un mafioso su cui aveva indagato anche Falcone e che Borsellino riteneva la testa di ponte della mafia al nord.

Piduista, vicino a Craxi, Berlusconi “scende in campo” nel 1994 per salvare le proprie aziende quando non ha più uno scudo politico, inaugurando un nuovo corso della politica italiana, quello delle grandi promesse, dello sdoganamento dei fascisti, del conflitto di interessi che diventa lecito, delle leggi ad personam. L'Italia della repubblica delle banane

Le famose leggi ad personam, una vergogna nazionale, capaci di imbrigliare le norme dannose per il suo interesse privato, cancellandole, vanificandole. La democrazia, in Italia, ai tempi dei governi Berlusconi, dal 1994, è morta, è davvero morta. Una repubblica delle banane.

Torniamo a noi, al nostro presente, all'Italia di oggi che, non a caso, paga tutte le malefatte, tutti i disastri di una classe dirigente e imprenditoriale miope, arraffona, egoista, preoccupata del solo interesse personale e nel breve periodo.

Scontiamo i danni di una sanità lottizzata e vittima dei tagli, per risparmiare.

Scontiamo il problema di aver abbandonato il sud, dove lo Stato spende meno e peggio rispetto alle regioni del nord.

Scontiamo i mancati investimenti in scuola, università, ricerca: non avevamo aziende che producevano mascherine, quando ne avevamo bisogno, nessun vaccino contro il covid ha qualcosa di italiano, se non in parte Astra Zeneca.

Non è solo dalla pandemia del covid che dobbiamo guarire, ma dalle tante malattie che non abbiamo curato e con cui si sono scontrati gli sconfitti di cui parla Stajano in questo lungo racconto.

Forse è anche peggio della peste del Manzoni perché, ad oggi, non si vede futuro da questa notte che ci ha inghiottito.

Solo la memoria ci può salvare.

La scheda sul sito di Saggiatore edizioni

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


25 aprile 2021

Il senso della libertà

In questi mesi di pandemia si è cercato di cambiare il senso della parola libertà che, come dovrebbero sapere tutti, finisce dove inizia quella degli altri.

La libertà non è la possibilità di fare quello che si vuole, come andare al ristorante se questo comporta dei rischi per la salute collettiva o fare assembramenti al chiuso.

Le misure di prevenzione contro il virus colpiscono la nostra vita privata nella nostra socialità, nello star assieme, ma sono necessarie se vogliamo bloccare nuove infezioni (e tornare un domani ad una vita “normale”).

Sono altre le libertà riconosciute della Costituzione, quelle libertà che abbiamo strappato al regime fascista con la lotta di liberazione, con la sconfitta del nazifascismo.

La libertà di poter esprimere le proprie opinioni, la libertà di associarsi per un fine comune, la libertà di fronte ai vincoli che impediscono il raggiungimento della nostra crescita come cittadini: il voto per tutti, l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, nessuna discriminazione per genere, etnia, religione.

Da queste libertà discendono tutti i diritti che man mano sono arrivati in questa giovane democrazia: la possibilità per tutti di accedere agli studi a prescindere dal reddito, la possibilità di godere delle cure in un sistema sanitario pubblico, la possibilità di avere un sindacato comune che si contrappone (si il verbo è giusto) ai datori di lavoro.

Queste sono le nostre libertà, non l'arroganza di fare quello che ci pare solo perché io sono io, ho i soldi, ho amicizie influenti, faccio parte di quella cerchia di potere che può vivere al sopra della legge.

Solo perché ho la spilletta del partito fascista al petto o, mutatis mutandis, ho amicizie influenti al governo.

Se in questi anni avessimo protestato per una sanità pubblica che funziona, sul territorio, che non è solo burocrazia, carte inutili e clientelismo, forse il virus avrebbe colpito in modo meno duro. E questo vale sia nella Lombardia leghista (e prima ancora formigoniana) che al sud.

Abbiamo barattato il nostro essere cittadini liberi, tutti con pieni diritti, col diritto fasullo di poter essere consumatori sempre e ovunque: consumo, dunque sono, consumo dunque esisto.

E chi non consuma, chi non produce ricchezza, è considerato rischio ragionato. Non è così che funziona in una democrazia.

Non è per questo che tanti anni fa molti ragazzi, una minoranza nel paese certo, scelsero di non stare a guardare, fecero una scelta di “parte”, partigiana.

La festa della Liberazione, che è una festa della democrazia, non solo di sinistra o di destra (concetti che ancora esistono), è la festa dei nostri diritti di persone libere, consapevoli, con pari opportunità senza distinzioni.

24 aprile 2021

Verso il 25 aprile - Le ultime verità sui partigiani

Giovanni De Luca racconta dell'ultimo libro di Chiara Colombini "Anche i partigiani però .." (Laterza) sulle menzogne contro la Resistenza, che anno dopo anno si sono radicate nella narrazione sulla guerra di liberazione.



Le ultime verità sui partigiani

La ricerca storica - Una vulgata poco qualificata riduce la Resistenza a una piccola rivolta, ma la grande “disobbedienza” dei volontari armati è arrivata a contare fino 250 mila “ribelli”

Velleitari, irresponsabili, inutili, controproducenti, esaltati dall’ideologia, quattro gatti, rubagalline, comunisti, terroristi: questa è la sfilza di aggettivi scaraventata sui partigiani in un processo alla Resistenza che, nel tempo, ha assunto un ritmo incalzante, fino a ridurre la lotta armata contro i tedeschi e i fascisti a un film dell’orrore, a un’esperienza semplicemente criminale.

Molti di questi termini derivano da una pubblicistica di destra che non fa mistero delle sue radici ideologiche; altri nascono in un filone storiografico che progressivamente ha svolto un ruolo sempre più revisionista, attaccando alla radice le fondamenta antifasciste della nostra Repubblica. Entrambi hanno contribuito ad affollare la grande arena dell’uso pubblico della storia di luoghi comuni e di stereotipi, proposti con pezze di appoggio discutibili e con un uso delle fonti e delle testimonianze fin troppo disinvolto. A svelare la sciatteria filologica di queste posizioni è il recente libro di Chiara Colombini, (Anche i partigiani però…, Laterza, 2021), che ne smonta l’impianto interpretativo nel modo più efficace, ripristinando cioè le ragioni della ricerca, documentando l’abisso che separa gli studi sulla Resistenza dalla vulgata antiantifascista costruita prima nell’universo mediatico e ora, soprattutto, nel web.

Attenzione ai contesti, ai fatti, alle fonti, ai documenti: no, non è difficile smontare l’odiosità di alcune ricostruzioni che impazzano in rete dopo aver saturato per decenni il mercato editoriale. Un esempio.

I partigiani furono pochi. In realtà furono molti di più di quanto si creda e soprattutto diffusi in una geografia italiana molto più estesa di quanto l’immagine del “vento del Nord” abbia lasciato intendere. Le ricerche degli ultimi anni (di cui Colombini offre una rassegna puntuale) mostrano che i mesi tra il settembre 1943 e il giugno 1944, nel Sud occupato dai tedeschi e teatro di feroci combattimenti intorno alla “linea Gustav”, sono pieni di episodi di Resistenza, a lungo taciuti da un’opinione pubblica troppo presto smemorata e ora portati alla luce da una storiografia attenta alla documentazione emersa negli archivi tedeschi e angloamericani. Senza contare le ricerche che hanno approfondito la presenza degli stranieri nelle bande partigiane, insieme allo straordinario contributo dato dagli italiani alle altre Resistenze europee (furono 30 mila i nostri caduti all’estero).

Certo, se paragonati alle folle oceaniche che affollavano le piazze dei discorsi del Duce, ai milioni di italiani iscritti al PNF, i partigiani furono pochi. Le cifre che si possono leggere nel libro di Colombini sono eloquenti: 9-10.000 nei mesi immediatamente successivi all’8 settembre 1943; fino a 80 mila nell’estate del 1944, quella delle “zone libere” e delle repubbliche partigiane; 30-40 mila nell’inverno 1944-1945, quando la Resistenza fu obbligata a sostenere con le sue sole forze l’urto della potenza nazifascista; 250 mila nelle giornate dell’aprile 1945, quelle della Liberazione e della fine della guerra. Si, i numeri sono questi e le loro fluttuazioni ci dicono molto sulle caratteristiche di una guerriglia che proprio nella fluidità e nel dinamismo trovava le risorse a cui attingere per imprimere efficacia alle sue azioni militari. Quello partigiano non era un esercito regolare; quando un comandante delle formazioni di Giustizia e Libertà, il cuneese Dante Livio Bianco, proponeva di sostituire le divise con le tute da operaio, aveva certamente in mente l’esempio delle Brigate Internazionali nella guerra civile spagnola, ma soprattutto vedeva in quella scelta una rottura drastica con la tradizione sabauda di un esercito su cui gravava l’esperienza drammatica e ingloriosa dello scioglimento dell’8 settembre 1943. Nelle bande si entrava e si usciva, si respirava un’aria di libertà che ne faceva, come scrisse Guido Quazza, un “microcosmo di democrazia diretta”. Era una realtà che aveva alle spalle il carattere “volontario” della scelta partigiana. È vero: quelle stesse cifre che circoscrivono a una minoranza di italiani e italiane la militanza nella Resistenza ci dicono anche che mai, mai, nella storia italiana, nel Risorgimento e tantomeno nella Prima guerra mondiale, così tanti uomini e donne avevano scelto volontariamente di impugnare le armi, scrollandosi di dosso venti anni di conformismo, di disciplina, di gerarchia, di obbedienza; mai un gesto di disobbedienza era stato così “di massa”, affollando quella minoranza di gesti e di azioni che già solo per questo possono definirsi “eroiche”.

Un altro esempio. I partigiani commisero molti errori, pagando un prezzo altissimo alla loro ingenuità così da soccombere spesso nei confronti di una Wermacht che, ricordiamolo, era la più poderosa macchina da guerra schierata in battaglia da uno Stato europeo. Ma proprio per questo l’efficacia militare delle loro azioni fu una sorta di miracolo organizzativo. I partigiani impararono a combattere combattendo. A ogni rastrellamento superato imparavano qualcosa in più, a sbandarsi e a ricomporsi, ma anche che il mito dell’invincibilità dei tedeschi si poteva sfatare e che li si poteva sconfiggere anche in campo aperto, come avvenne sul colle della Maddalena nell’estate del 1944, impedendo ai nazisti di sentirsi padroni del territorio.

Ancora un esempio. I partigiani furono “violenti”. Colombini ci propone le cifre della violenza nazifascista, contando 5.862 eccidi, con 24.384 vittime, delle quali il 53% civili, il 30% partigiani. Era una violenza brutale esercitata “non solo perché esistevano i partigiani, ma perché l’unica legge da applicare era quella della sopraffazione”. Era una violenza di proporzioni agghiaccianti, anche questa senza paragoni con il passato, visto che mai sul nostro territorio nazionale un così grande numero di civili inermi aveva trovato la morte in azioni belliche sul terreno. Ma non era solo questione di cifre; la differenza era qualitativa e non solo quantitativa. La violenza partigiana fu soprattutto una scelta individuale; dopo l’8 settembre 1943 impugnare le armi voleva dire entrare in una terra di nessuno dove si andava solo per uccidere o farsi uccidere. Un territorio estremo, per un gesto estremo: quelle armi certificavano la riconquista della propria autonomia, della propria sovranità, un appuntamento con la storia che segnò per sempre le biografie di quegli uomini e quelle donne. A tutti e a tutte l’Italia deve il proprio riscatto, una ricostruzione “miracolosa”, una Costituzione che con i suoi valori impronta ancora oggi il nostro patto di cittadinanza. 

31 dicembre 2020

Ma perché siamo ancora fascisti (un conto ancora aperto) di Francesco Filippi

 


Perché in Italia è ancora difficile considerare l'antifascismo come base di questa democrazia?

Perché in Italia non è considerato tabù (anzi) essere fascisti?

Perché è ancora importante porsi queste domande sul fascismo, oggi, a più di settant'anni dalla fine del regime fascista e dalla promulgazione della Costituzione?

Francesco Filippi di lavoro fa lo storico, formatore presso l'associazione di Promozione Sociale Deina, già autore del saggio “Mussolini ha fatto anche cose buone”, prova a rispondere alle prime domande: la risposta all'ultima cerco di darla io ora.

Il fascismo è l'antitesi della democrazia, dei suoi principi, delle libertà garantite dalla nostra Costituzione: non è un'opinione come le altre. E' la negazione di tutto ciò che è stato conquistato durante la guerra di liberazione, di quanto scritto dai nostri padri costituenti nella carta costituzionale: libertà di espressione, di associazione, di riunirsi in sindacati. Una stampa libera non sotto il controllo dell'esecutivo, una magistratura libera e indipendente (che non risponde ai desiderata del potente di turno).

Se ancora oggi siamo ancora a chiederci come sia possibile che in Italia il fascismo sia ancora apprezzato da una parte o comunque non temuto da una buona maggioranza di cittadini (gli indifferenti di Gramsci), significa che la nostra democrazia non gode di buona salute. Teniamolo a mente.

Ma come siamo arrivati a questo? L'autore parte dal confronto tra quanto è successo in Germania e in Italia con due film, che seguivano un copione simile. Il film tedesco è “Lui è tornato” di David Wnendt, basato sul libro “Er ist wieder da” di Timur Vermes: Hitler torna in Germania dopo più di sessant'anni e capisce che tutto è cambiato ma lo stesso comincia a fare proselitismo coi suoi discorsi.

Scritto in chiave umoristica, il libro e anche la sceneggiatura, entrambi hanno suscitato un ampio dibattuto in Germania: si può ridere di Hitler? Cosa succederebbe nel nostro paese se arrivasse un politico che si mette a parlare come Hitler?

In Italia il film di Luca Miniero, “Sono tornato” non ha suscitato lo stesso dibattito e nemmeno ha sfondato al botteghino. Partiamo da qui, da questa differenza tra i due paesi da cui sono nati i due totalitarismi che hanno caratterizzato (oltre alla dittatura sovietica) il novecento.

Ci sono differenze storiche, spiega Filippi, tra come la Germania e l'Italia hanno vissuto gli ultimi anni dei rispettivi regimi. Ci sono state differenti visioni storiche, su cosa sia stato il nazismo e cosa invece sia stato il fascismo in Italia: mentre in Germania nessun politico si sognerebbe di riusare espressioni della propaganda nazista, di gesticolare in pubblico come Hitler, in Italia tanti politici ormai pescano a piene mani in quel frasario, Dio patria e famiglia, la difesa dei confini (e degli italiani, della razza italiana).

Fascismo 1922-1943: una dittatura orfana

Pare proprio che la prima domanda da porsi sia: se nazismo e fascismo hanno convissuto fraternamente per una parte consistente della loro storia, se Hitler stesso dichiara in più occasioni che Mussolini e la sua attività sono stati una preziosa fonte di ispirazione per il nazionalsocialismo, se le due dittature condividono fin da subito ideali, avventure internazionali e i disastri di una guerra mondiale, per quale motivo in molti, specie in Italia, hanno oggi una diversa percezione delle vicende dei due regimi e del giudizio storico del loro operato?

Una prima differenza riguarda come è finito il nazismo e come invece il fascismo: il primo con le macerie di Berlino e un paese distrutto, un paese occupato dalle potenze vincitrici dove, a fine guerra che misero in atto un'opera di denazificazione, con metodi da polizia militare (mettiamo da parte il fatto che parte delle ex SS furono poi riciclate nei servizi di sicurezza in funzione anticomunista per la guerra fredda).

In Italia invece il regime crolla col 25 luglio, con la fine del governo Mussolini e poi con la vergogna (di Badoglio, dei Savoia) dell'8 settembre.

Dal 1943 al 1945 in Italia avviene una guerra che si combatte sia tra eserciti, sia sul fronte interno con la formazione dei primi gruppi partigiani.

Il regime che fino a pochi giorni prima si radunava nelle folle oceaniche, dopo il 25 luglio festeggia la caduta di Mussolini (quello che aveva sempre ragione): l'autore spiega bene come tutto questa abbia inciso nella memoria collettiva, in cui è partita subito un'opera di rimozione.

La guerra? Era una guerra fascista di Mussolini. Il fascismo? Solo una parentesi nella storia liberale e democratica del nostro paese, è questa la tesi di uno storico e filosofo importante come Benedetto Croce. Peccato che l'Italia prima di Mussolini non era una democrazia liberale (non esisteva il suffragio universale): questa tesi di fatto cancella un intero ventennio della nostra storia, cancellando le responsabilità di quanti hanno portato Mussolini e il fascismo al potere, da casa Savoia alla piccola borghesia (quella dell'ordine regna sovrano) fino a quella industriale (degli Agnelli, dei Pirelli), che dal regime ebbe molti favori.

Gramsci e Gobetti, due pensatori che purtroppo non videro la fine del regime, hanno visto nell'avvento del fascismo anche “l'arretratezza in Italia di un dibattito sociale”, una rivoluzione conservatrice che schiacciò le classi deboli: altro che malattia dentro un corpo sano, il corpo del paese era già malato anche da prima della grande guerra.

A tutto questo va aggiunto quello che in Italia non è stato fatto: nessuna epurazione seria dentro la pubblica amministrazione, per non bloccare i ministeri, gli uffici, la macchina dello Stato. Nessuna seria epurazione dentro la scuola e dentro l'università (di tutto il corpo docente, solo 11 professori universitari non giurarono al fascismo).

Sindaci, prefetti, Questori, dirigenti dentro le forze dell'ordine: anche molti di loro si salvarono dal repulisti che pure si sarebbe dovuto fare. Molti prefetti fascisti furono sostituiti da “prefetti della liberazione” nominati dal CLN: ma a fine guerra a loro volta furono sostituiti da personale prefettizio (dunque che si era formato e aveva lavorato sotto il regime) col paradosso che essere antifascisti era una pregiudiziale per guidare una prefettura, essere stati fascisti no.

Ma cosa significa essere stati fascisti in Italia? La domanda non è di facile risposta: il regime fascista aveva occupato tutti gli spazi pubblici, controllava con la politica del corporativismo le aziende private. I magistrati dovevano avere la tessera del partito, i docenti dovevano giurare per il partito, i giornalisti dovevano scrivere solo quello che volevano le “veline”.

Chi avrebbe potuto fare pulizia, da dentro lo Stato, senza bloccare il paese? Chi avrebbe dovuto raccontare le malefatte del regime, gli insegnanti che si erano formati nel ventennio?

Non c'è stato solo un problema di continuità: alla fine della guerra ne scoppiò subito un nuova, la guerra fredda. L'alleato di ieri diventava il nemico di oggi, il pericolo in Italia era il comunismo, l'influenza sovietica nel nostro paese, che doveva rimanere saldamente sotto controllo occidentale.

La pregiudiziale era ora chi era iscritto al PCI, il problema era ora Trieste che poteva finire nelle mani dei “titini”, i martiri delle foibe, gli esuli italiani.

Una narrazione che, di fatto, cancellava gli anni di occupazione italiana in Slovenia, i crimini di guerra compiuti nei Balcani da parte dei nostri militari (“Si uccide troppo poco” di Gianni Oliva), i nostri campi di concentramento.

Anche la classe politica che avrebbe dovuto fare le leggi, controllare questa epurazione, era fortemente condizionata dal ventennio fascista: parte dei dirigenti della DC venivano da quel periodo, Fanfani stesso, uno dei “cavalli di razza” fu un cattedratico importante nel fascismo (uno di quelli che giurarono fedeltà al regime) e anche uno dei firmatati del manifesto della razza del 1938.

Dentro la DC si trovava sia un elettorato cattolico, sia persone che avevano preso parte o quanto meno tifato per la liberazione, che persone che erano state accondiscendenti col regime, che lo avevano accettato con indifferenza. A tutto questo contribuì pure la prima amnistia di Togliatti, nel 1946, uno degli ultimi atti del PCI prima di essere cacciato dal governo, e le successive amnistie.

I governi DC emanarono una legge, la legge Scelba che puniva chiunque cercasse di ricreare il partito fascista, che puniva l'apologia di fascismo. Una legge buona sulla carta ma di difficile applicazione, anche da parte dei tribunali.

Col risultato che, dal 1946, nonostante la legge Scelba e la norma transitoria in Costituzione, in Italia abbiamo un partito composto da ex fascisti, che si richiama a simboli fascisti. Il Movimento Sociale fondato da due repubblichini come Romualdi e Almirante.

Cosa è mancato in Italia? Nella terza parte del libro l'autore si dedica a quella cultura comune che è mancata per comprendere il fascismo.

Qui si torna alla narrazione fatta da Croce (che pure fu uno dei sostenitori del primo fascismo, fino al delitto Matteotti), al “paradigma antifascista” che in pratica autoassolve la coscienza degli italiani.

“Italiani brava gente”, come il titolo di un film del 1965 sulla ritirata in Russia: la dittatura e il ventennio di regime sono stati una parentesi brutta, gli italiani si sono liberati dal regime.

Tutto cancellato anche l'appoggio della borghesia, della classe industriale, del Vaticano.

Tutto cancellato: il ventennio, i confinati, le persone arrestate e condannate dai tribunali speciali, le persone uccise e picchiate (Matteotti, Gobetti), l'insensata guerra in Africa, l'uso delle armi chimiche, i massacri in Etiopia e quelli in Grecia e nella ex Jugoslavia, le leggi razziali.

Fateci caso: esiste una grande storiografia dell'Italia tra il 1943 e il 1945, mentre c'è molta poca conoscenza nel paese di quanto accaduto tra il 1919 e il 1943.

Gli italiani erano altri: altri quelli che gridavano viva il Duce, che accettavano soprusi, le ruberie del partito, le manganellate, l'olio di ricino.

I pochi italiani che hanno letto qualche libro, forse hanno letto le pagine di De Felice (e la sua rivoluzione di Mussolini) e non di Angelo Del Boca.

Nelle scuole a malapena si studia la prima guerra mondiale. La RAI è sempre stata controllata dai partiti, sin dai tempi della DC con le sue censure.

E il cinema?

Anche nel mondo del cinema è passata la visione dell'italiano che ha subito passivamente il regime e che, con orgoglio e coraggio si è liberato dal nazifascismo.

Nei film del neorealismo italiani i nazisti sono i cattivi, i fascisti sono traditori: è l'idea che esce da pur ottimi film come Roma città aperta (Rossellini) o Il generale Della Rovere.

A tutto questo dobbiamo aggiungere che, con la fine della prima repubblica, l'argine antifascista è crollato, l'ex MSI cambiando nome (ma non le facce) è entrato nel governo ed è iniziato un discorso pericoloso di equiparazione tra chi ha combattuto da una parte e dall'altra.

Vietato parlare di resistenza e di guerra di liberazione perché divisiva, meglio dare un tributo anche a quei ragazzi che nel 1943 scelsero, consapevolmente o meno, di stare dalla parte sbagliata della storia.

Dalla pregiudiziale antifascisti si è arrivati, grazie anche a libri come quelli di Pansa (“Il sangue dei vinti”) o “Il libro nero sul comunismo”, alla pregiudiziale comunista:

Con operazioni simili il giudizio sui fatti storici viene fatto passare solo attraverso il computo delle vittime, aspetto primario ma non unico nella complessità dell'indagine storiografica, e si insinua l'idea che il "male assoluto" rappresentato dal nazismo sia paragonabile e in qualche modo riducibile di fronte alla brutalità Sovietica.

Nel confronto tra le due forme estreme di totalitarismo, il fascismo italiano quasi scompare: anche perché oggettivamente il numero di vittime prodotte dal fascismo è minore rispetto a quello del nazismo e stalinismo, se non altro perché la popolazione italiana negli anni trenta è meno della metà di quella del terzo Reich e meno di un quarto di quella dell'URSS.

In più andando escludere dalla memoria e dalla responsabilità pubblica, come è stato fatto per oltre 50 anni, le violenze e crimini italiani commessi fuori dai confini -colonie campagne militari-, si ha una situazione imparagonabilmente favorevole per il fascismo italiano così dipinto.

Perché siamo ancora fascisti o, meglio, perché non siamo tutti antifascisti? La conclusione dell'autore è un'accusa contro noi italiani, quella parte che non ha fatto o voluto fare i conti con la coscienza, per cattiva fede o indifferenza:

La risposta alla provocatoria domanda "ma perché siamo ancora fascisti?" passa proprio attraverso lo sviluppo di un racconto pubblico che è stato prima autoassolutorio e poi relativizzante: italiani mai convintamente fascisti prima; italiani che hanno combattuto per degli ideali, siano essi fascisti o antifascisti, poi.

Il tutto proiettato in un passato che allontanandosi sempre più, appiattisce e uniforma ogni cosa.

Perché quindi oggi siamo ancora fascisti o, meglio perché, non siamo convintamente antifascisti?

Perché in questi anni, nel tentativo di mantenere pulita la memoria del paese, non abbiamo affrontato con determinazioni crimini che il fascismo ha commesso anzi anche grazie alla connivenza degli italiani e quindi, per molti, dato che non si conoscono i delitti del fascismo, pare quasi che il fascismo dei delitti non ne abbia commessi.

Perché in questi anni non siamo riusciti ad affrontare con decisione e chiarezza i demoni di un passato che abbiamo troppo velocemente coperto ma non cancellato, togliendoci la possibilità di accumulare le conoscenze e le attenzioni necessarie a impedire che i fenomeni di erosione Democratica che aprono l'asta dei regimi autoritari vengano subito riconosciuti neutralizzati.

Perché infine una parte minima della società italiana non ha mai voluto essere altro, perché un'altra parte non ha mai imparato a essere altro e infine perché una parte della nostra società, probabilmente la più consistente, non si è mai nemmeno posta seriamente la domanda rimanendo indifferente.

La scheda del libro sul sito di Bollati Boringhieri

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25 aprile 2020

I nemici del 25 aprile, i nemici della Democrazia



L'ultima sparata è quella dell'ex ministro La Russa (eh già, è stato pure ministro) che chiedeva di trasformare la giornata del 25 aprile in ricordo delle vittime del Covid 19.
Hanno la coscienza sporca, i fascisti dei tempi moderni (e La Russa è pure uno di quelli che nemmeno si vergognava di esserlo), ogni anno devo portare avanti la stessa scenetta per ridicolizzare, sminuirne il senso, infangare la festa della Liberazione.

Perché questa è una festa chiaramente divisiva: da una parte i tanti che riconoscono nel 25 aprile il culmine della guerra di Liberazione avvenuta in Italia, per liberarci dalla dittatura fascista, dall'occupazione nazifascista del nostro paese.
Dall'altra parte i tanti che non si riconoscono in questa democrazia, fondata sull'antifascismo, e che non riconoscono (ma solo per quello che fa loro comodo) nella Costituzione emanata nel 1947.

Ancora oggi da fastidio questo 25 aprile perché è uno dei pochi giorni che ricorda il coraggio dei tanti italiani che fecero la resistenza, a modo loro e nelle tante maniere che ci sono state.
Quelli andati sui monti a combattere fisicamente, a compiere azioni di sabotaggio dietro le linee, costringendo i nazisti a spostare truppe dal fronte contro gli alleati per compiere rastrellamenti, per tenere libera la via di fuga al nord.
Quelli che fecero azioni di supporto in favore dei partigiani; le donne partigiane spesso impiegate come staffette per portare ordini e mezzi da un gruppo all'altro in un compito altrettanto rischioso.

Danno fastidio i loro ricordi, la loro scelta fatta in nome della libertà, la libertà di tutti, non solo di qualcuno.
Perché per contrasto mettono in mostra tutta la vigliaccheria dei fascisti italiani, resi dei lacchè dei tedeschi con la repubblica si Salò, complici delle stragi avvenute nell'estate del 1944 sull'Appennino.
Tutte le libertà di cui oggi godiamo, seppur ridotte da questo maledetto coronavirus, le dobbiamo a quanti hanno combattuto per la nostra Liberazione, il cui peso più importante gravava certo sulle spalle dell'esercito alleato che risaliva la penisola.
Non ce lo dobbiamo dimenticare mai, quando sentiamo un La Russa o un Sallusti sbuffare per l'approssimarsi di questa data.

E' la nostra festa, al pari del 2 giugno che ci ricorda la nascita della Repubblica Italiana, forse non il migliore dei mondi possibili, ma sempre meglio della migliore dittatura.
A cosa serve il 25 aprile oggi?
A ricordare cosa è stato. A ricordare che il fascismo è stato combattuto dagli eserciti ma anche dai tanti coraggiosi che non hanno girato la testa dall'altra parte nei confronti della dittatura, dei soprusi, delle violenze del regime.
A ricordarci che il fascismo può ritornare: è un tema più e più volte sottolineato dalle tante testimonianze raccolte da Gad Lerner nel saggio uscito per Feltrinelli “Noi partigiani: memoriale della Resistenza italiana”.


Brillano ancora gli occhi a Mirella Alloisio, all'epoca Rossella, responsabile della segreteria operativa clandestina del CLN Liguria, quando ricorda l'atto conclusivo dell'autoliberazione di Genova: “Quella sera del 25 aprile 1945 a Villa Migone, residenza del cardinale Boetto, il generale Gunther Meinhold fu costretto a frmare l'atto di resa davanti all'operaio Remo Scappini, nostro presidente, la cui moglie Rina, incinta, era stata seviziata dai nazifascisti fino a farle perdere il bambino. Quel foglio di carta rimane un documento storico. Al punto 2 imponeva che le truppe tedesche consegnassero le armi nelle mani dei partigiani. C'era scritto proprio così: partigiani. Solo l'indomani entrarono nella città gli americani e rimasero stupefatti: 'A wonderful job'. La mattina del 26 aprile Paolo Emilio Taviani, a nome del CLN, poteva annunciarlo via radio:' Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d'esercito si è arreso a un popolo'”. 
Noi partigiani: memoriale della Resistenza italiana – Feltrinelli Autori vari a cura di Gad Lerner

Il fascismo può ritornare perché non se ne è mai andato: non si intende la camicia nera, il fez, il sabato fascista. Si intende quel virus dentro molti italiani che li fa preferire l'uomo forte al comando a cui delegare tutte le decisioni rispetto ad una democrazia rappresentativa dove il Parlamento decide in nome del popolo italiano.
Si intende l'insofferenza per quella repubblica italiana, fondata sul lavoro di tutti, dove tutti hanno pari diritti e dove non sono tollerati per nessun motivo discriminazioni su base razziale, di genere, di orientamento politico o religioso.
Si intende l'insofferenza nei confronti dei corpi intermedi in cui sono organizzate le nostre istituzioni, il rivolgersi direttamente al popolo perché solo il popolo mi può giudicare.
Il fascismo debole coi potenti e potente coi deboli.

Per chiudere sul perché di questa festa e su cosa significhi oggi la parola Resistenza, prendo a prestito le parole dello storico Gianni Oliva, nel suo articolopubblicato giovedì scorso, partendo dalle parole del pastore tedesco Martin Niemoller:
“Hanno portato via gli ebrei e non ho detto nulla perché non ero ebreo;/ poi hanno portato via i comunisti e non ho detto nulla perché non ero comunista;/ poi hanno portato via i sindacalisti e non ho detto nulla perché non ero un sindacalista:/ poi hanno portato via me, e non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa”. “Resistenza” significa questo: fare in modo che ci sia qualcuno che può ancora dire qualcosa. È questo il valore profondo del 25 Aprile: chi allora ha scelto la “montagna”, chi ha resistito con le armi o senza le armi, ha testimoniato un modello di valori diverso da quello imposto, ha fatto in modo che ci fosse ancora qualcuno in grado di dire qualcosa. Si possono fare mille distinguo sul ruolo militare della lotta partigiana, relativizzandone importanza strategica e consistenza numerica: ma non se ne può ridimensionare il valore morale. E non si può ignorare l’attualità di quel messaggio. 
“Resistere” è un concetto più volte evocato in anni recenti, di fronte a rischi di deriva democratica veri o presunti. Ma per “resistere” non bisogna aspettare la pressione dell’emergenza. “Resistere” significa avere coscienza di sé, capacità di discernere e giudicare senza condizionamenti, libertà di pensiero, coraggio di parola. “Resistere”, in fondo, è un modo di essere: come tale, si addice alle generazioni che hanno ascoltato i racconti partigiani, ma altrettanto a quelle che hanno poca dimestichezza con le memorie passate e piuttosto che il 25 Aprile ricordano l’11 settembre.