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13 agosto 2026

Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi

 

“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei, all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza, come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.

Dobbiamo essere grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente, chiamati, misteri d’Italia.

Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati (uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.

Sappiamo che le bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista, godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo, La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar, Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra – tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne bis in idem”.

Non esistono i misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla Costituzione.

Ma sono esistiti anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi, che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato” o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra politici e uomini dei servizi.

Come mai allora tutta questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del nostro paese?

Una democrazia forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni, quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui sono ben legate.

Ancora deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese. Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle stragi di piazza Fontana e di Brescia”.

In questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale, per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione, in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della legge sul delitto d’onore..

No, troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi magistrati comune anche in certa sinistra.

La storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna. Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto spontaneismo, del vero potere della loggia P2.

La conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:

.. dobbiamo realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.

[..] Spesso sento dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto, quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la rabbia.

Gli altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in Italia
Una stella incoronata di buio – la strage di Brescia

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo

Piazza Fontana il processo impossibile


La scheda del libro sul sito di Laterza editore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


04 aprile 2024

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo di Benedetta Tobagi

 

Introduzione

Questo saggio prende in esame la dialettica tra magistratura servizi segreti e potere esecutivo (in particolare la presidenza del Consiglio l'autorità politica a cui risponde l'intelligence) in relazione alle inchieste e ai processi per le stragi terroristiche avvenute tra il 1969 del 1980. La ricerca si concentra sul periodo compreso tra la riforma dei servizi segreti del 1977 e la metà degli anni novanta, quando l'Italia comincia a riassestarsi dopo i terremoti politici seguiti alla fine della guerra fredda e si vale di documentazione di intelligence inedita declassificata a partire dal 2014 [la direttiva Renzi].

A partire da questa prospettiva il saggio affronta due questioni più ampie che attraversano tutte le grandi democrazie contemporanee, connesse al problema della trasparenza (disclosure) e al diritto di sapere (right to know). Da una parte, le possibilità e limiti di un controllo politico, pubblico e democratico sui servizi segreti; in particolare se come si possa esercitarlo ex post, a tempo debito, attraverso la documentazione d'archivio anche al di fuori dell'ambito della giustizia penale. Dall'altra, più in generale ancora, come i limiti della trasparenza e le vaste lacune documentarie condizionino la ricostruzione storica di vicende, nel nostro caso dell'Italia repubblicana, in cui la dimensione politica si intreccia o collide con quella criminale, per riflettere su presupposti di una metodologia di ricerca che affronti in modo rigoroso anche la dimensione occulta della vita politica di un paese.

Arrivati alla fine di questo - ben documentato - saggio sui servizi segreti (in relazione al periodo tra gli anni sessanta – inizio novanta) prevale una sensazione di sconforto: le tante lacune della nostra storia moderna che riguardano in particolar modo le stragi avvenute in Italia negli anni della strategia della tensione potrebbero non venir mai colmate per l’impossibilità ad accedere agli archivi segreti custoditi, possiamo dire gelosamente, dai nostri servizi di sicurezza (e non solo loro se pensiamo agli archivi dell’Arma).

Per usare l’espressione del procuratore di Catanzaro Porcelli, uno dei magistrati del processo per la strage di Piazza Fontana, non sappiamo nemmeno quanti scheletri abbiamo nei nostri armadi.

Non è colpa dei servizi di sicurezza, dell’intelligence in sé: sono apparati dello Stato che, per costituzione (e in rispetto si spera della Costituzione) devono lavorare ai confini della legge, devono muoversi in una zona grigia tra Stato e antistato, raccogliere informazioni su possibili rischi sulla nostra sicurezza. Ma sono servizi che devono anche rispondere al principio di trasparenza, fin dove possibile, nei confronti di noi cittadini, attraverso il Parlamento e nei confronti della magistratura.

La storia recente però ci dice che non è sempre stato così: al centro della ricerca di Benedetta Tobagi ci sono quelli che sono definiti come dei veri arsenali, gli archivi dei servizi dove sono state accumulate, nel corso degli anni, le più svariate informazioni. Non sempre per fini previsti dalla loro funzione e non sempre nel rispetto dei principi della Costituzione.

Stiamo parlando dei segreti di Stato che i servizi, con l’avvallo della presidenza del Consiglio, hanno opposto nei confronti della magistratura quando quest’ultima chiedeva informazioni che potessero far luce su stragi, attentati, i tanti episodi che hanno costellato il periodo della strategia della tensione che hanno causato – tra il 1969 e il 1984 – 135 morti.

Stiamo parlando dei depistaggi, attuati da esponenti dei servizi, per bloccare, intralciare l’azione della magistratura che, ad eccezione di pochi casi, non è stata in grado di arrivare ad una sentenza di condanna sui responsabili e sui mandanti.

Stiamo parlando di episodi specifici come la velina del SID del dicembre 1969 inviata ai magistrati milanesi grazie a cui, assieme all’azione depistante dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, fu creata la falsa pista rossa sugli Anarchici responsabili della bomba di Piazza Fontana.
Stiamo parlando del depistaggio messo in atto dal Sismi (controllato dalla P2) per indirizzare i magistrati bolognesi verso la fantomatica pista internazionale dietro la bomba alla stazione del 2 agosto 1980.

Come racconta in modo chiaro l’autrice, ci sono notizie che devono rimanere riservate o segrete, ma il problema di questo paese è che ci sono anche notizie, informazioni “indicibili”, che non possono in alcun modo essere divulgate al paese.

Pensiamo alle protezione di cui hanno di fatto goduto gli stragisti neri grazie a pezzi dello Stato mentre altri pezzi dello stesso Stato cercavano le prove degli attentati.

Pensiamo anche al rapporto stato – mafia, un tema che è rimasto tabù per anni, al centro del processo passato alla cronaca come processo sulla trattativa (ma che invece parlava d’altro).

Ma oltre alle informazioni riservate e indicibili, esiste anche un altro genere di informazione raccolta e gestita in modo “sporco” dai servizi: si tratta dei dossier, legali o molto spesso illegali, su personaggi ostili alla maggioranza del momento, contro i magistrati che si permettevano di indagare (e magari di portare a processo i vertici delle istituzioni, come successo a Catanzaro).
Che fine hanno fatto questi dossier, queste notizie, spesso scandalistiche, spesso legate alla sfera intima dei vari personaggi “attenzionati”: non lo sappiamo.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i dossier del Sifar raccolti all’indomani del piano Solo, non sappiamo che fine abbiano fatto i fascicoli dell’Ufficio Affari Riservati. La pratica dei dossier non è solo memoria del passato, visto quello che si è scoperto sul Sismi di Pollari e dell’ufficio di Pio Pompa.

Come mai in Italia è successo tutto questo? I depistaggi, i comportamenti fuori dalla Costituzione e non solo fuori dalla legge benché legittimi per la difesa delle istituzioni come uno ci si aspetterebbe? I dossier con cui portare avanti le azioni di ricatto che sono state alla base della prima e della seconda repubblica?

Nonostante questo volume non abbia l’ambizione di raccontare la storia dei servizi, Benedetta Tobagi affronta il cuore oscuro di questo paese, intrecciato alla genesi della repubblica nata dai panni del regime (i vertici di magistratura, esercito, pezzi dei servizi erano in servizio sotto il fascismo) e in un mondo diviso in blocchi secondo gli accordi di Yalta.

I nostri servizi dovevano essere obbedienti alla Repubblica ma dovevano essere fedeli anche a quanto deciso oltreoceano, a Washington. E spesso tra queste due fedeltà a prevalere era la seconda.

I nostri servizi, nati come servizi militari, sono rimasti per anni senza una vera regolamentazione, sul segreto di stato, sulla trasparenza degli atti. C’è voluta la riforma del 1977 per iniziare a costituzionalizzare il mondo dell’intelligence italiana, iniziando a creare una struttura di controllo democratico, il Cesis, organo parlamentare, per togliere parte della discrezionalità e del controllo che fa capo normalmente alla presidenza del Consiglio.

Ma anche la riforma del 1977, come racconta ampiamente Benedetta Tobagi, ha mancato i suoi obiettivi: i tempi non erano maturi, la presenza del mondo in blocchi, l’ostilità della politica e quella degli “spioni”. C’è voluta una seconda riforma, quella del 2007 che ha portato alla nascita di Aise e Aisi, per formalizzare la durata del segreto di Stato.

Nonostante tutte le riforme, tutti i passi in avanti, molto rimane da fare: negli ultimi due capitoli del saggio si parla degli archivi dei servizi, al plurale, perché nemmeno sappiamo quanti siano in Italia. E nemmeno sappiamo come attingere alle informazioni in esso contenuti, nemmeno sappiamo se ancora contengono tutte le informazioni che vi erano contenute.

Esiste l’archivio Russomanno, dal nome del dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, legato al prefetto Umberto D’Amato, dominus dei servizi del Viminale, ma non abbiamo le “chiavi” per accedere ai contenuti, perché le cartelle seguono una classificazione singolare.
Lo stesso vale per l’archivio di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, resa pubblica con una mossa a sorpresa da Andreotti nel 1990: ma è un archivio parziale, mancano molti documenti, come manca probabilmente l’elenco completo dei “gladiatori”.

L’accesso parziale, impedito dalle leggi, dalla burocrazia di Stato, dalla scomparsa colpevole di documenti importanti, rende la conoscenza della nostra storia solo parziale. Tutto questo fa gioco di quanti, potendo nascondere il passato, soprattutto le pagine più imbarazzanti, possono permettersi oggi continuare ad avere un ruolo politico. Gli eredi dei politici di ieri, dei partiti di ieri, responsabili almeno politicamente di quanto successo in Italia.

Sono gli eredi di quella “destra profonda” che, come racconta Aldo Giannuli “comprende settori della classe dirigente, del mondo economico, dalle banche all’industria e degli ambienti militari; una ‘destra profonda’ ben più estesa della sua espressione parlamentare che, come denuncia più volte Aldo Moro a partire dal 1962, una componente conservatrice e reazionaria che ha tentato di sfruttare a fondo la guerra fredda per bloccare o comunque ostacolare una più profonda democratizzazione della società”.

Ecco il perché delle bombe, dei depistaggi per addossare le colpe alla sinistra, dei dossier per ricattare politici o esponenti pubblici. Ecco il perché dei legami con la destra estrema, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, utili idioti della strategia della tensione.

La politica, sempre, non solo negli anni della strategia della tensione, ha usato i servizi come fosse una sua ditta privata (uso l’espressione che il direttore del Sid Miceli rivolse al ministro Tanassi a Catanzaro, riferendosi al caso Giannettini).

Chi controlla il passato controlla il futuro – sta scritto così nel romanzo di George Orwell, 1984: purtroppo in Italia rischiamo questo, in assenza di una verità storica, riconosciuta, condivisa da tutti, che il nostro passato risulti incompleto e dunque manipolabile. E che questa assenza di memoria storica condizioni ancora il nostro futuro come Repubblica democratica fondata sull’antifascismo (valore, quest’ultimo, nemmeno riconosciuto dall’attuale maggioranza di governo).

Servirebbe un ulteriore sforzo da parte della politica e una maggiore pressione dell’opinione pubblica, che non può essere più trattata come un bambino che non è in grado di comprendere. Gli archivi sono un’importante arma di potere, di condizionamento e di potenziale ricatto. Devono essere gestiti da un ente terzo, non possono essere lasciati nella discrezionalità di pochi pezzi delle istituzioni “senza un vero controllo”.

L'atteggiamento ingannevole dei servizi che abbiamo incontrato innumerevoli volte, quando ripetevano alle autorità giudiziaria di aver consegnato tutto il materiale di interesse - per essere poi regolarmente smentiti - si ripropone ora a fronte della pressione dell'opinione pubblica per i versamenti e la declassifica. Finché l'ente produttore [i servizi] mantiene pieno controllo e accesso esclusivo al proprio archivio e seleziona in autonomia cosa eventualmente versare all’Archivio Centrale dello Stato, questo vanifica ogni speranza di controllo democratico ex post da parte delle istituzioni preposte, del giornalismo investigativo e della ricerca storica.

Non saremo mai una vera Repubblica democratica e antifascista finché non riusciremo a rendere effettivo questo controllo democratico, che non ci riporti indietro ai tempi della P2, dove il potere, le nomiche, erano altrove rispetto al Parlamento.
A questo va aggiunta un’altra considerazione: oggi al governo abbiamo una destra che non solo non si dichiara antifascista ma nemmeno ha reciso del tutto i legami con la destra degli anni Settanta (a prescindere dalle sentenze della magistratura), ma che sta usando tutto il suo potere per riscrivere la storia recente del nostro paese e cancellare colpe e sentenze già passate in giudicato (come la strage alla stazione di Bologna).

Non è solo un problema degli storici, ma della nostra vita di cittadini.

Il video della presentazione del libro fatta da Claudia Moroni della Fondazione Flamigni

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


11 dicembre 2022

Milano 12 dicembre 1969 – il processo allo stato e l’album di famiglia della destra

Immagine della Banca dell'Agricoltura dopo lo scoppio della bomba (presa dal sito dell'ARCI)

Per la prima volta nella storia di questo paese senza memoria, la destra italiana, si ritroverà a dover celebrare le commemorazioni della strage di Milano, la bomba piazzata nella banca dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969 dai neofascisti di Ordine Nuovo che causò 17 vittime, da destra di governo.
Nei discorsi di insediamento, la presidente Meloni e il presidente La Russa hanno volutamente omesso queste pagine della nostra storia, troppo ingombranti, troppo nere, tali da rovinare il discorsetto che stavano facendo di essere una destra autoritaria, di patrioti, che finalmente difende gli interessi degli italiani.
Eppure esistono i legami tra questa destra e quella responsabile di questa pagina nera: da Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, indagato e poi prosciolto, fino a Borghese, presidente del MSI, il partito in cui militavano molti degli attuali esponenti della maggioranza.

La storia di Piazza Fontana racconta un altra verità, rispetto a quella raccontata in aula: è stata chiamata “la madre di tutte le stragi” perché ha aperto la stagione degli anni di piombo (con le altre bombe a Milano, Brescia, Bologna), e insieme la “madre degli anni bui”, perché come racconta l’autrice “costituì uno dei detonatori dell’escalation del terrorismo di sinistra negli anni successivi.”
È stata anche definita la nostra “perdita di innocenza” perché accentuò il senso di sfiducia degli italiani nello stato, nelle istituzioni, ritenute complici, conniventi, dei veri responsabili di quella bomba:piazza Fontana creò una lacerazione durevole nel rapporto, già difficile, tra larga parte dei cittadini italiani e le istituzioni. «Le degenerazione del nostro sistema democratico è cominciata da lì» scrisse Norberto Bobbio.

Manipolazione delle prove, false piste create dentro i ministeri, mostri da dare in pasto all’opinione pubblica. E mentre gli anni passavano, i familiari delle vittime dovevano fare i conti col dolore della perdita, con le difficoltà nell’andare avanti col podere, con l’azienda agricola, senza sapere i nomi dei colpevoli. Senza sapere il perché. Perché quella strage?
La storia della bomba piazzata da esponenti di Ordine Nuovo, una formazione neofascista nata da una scissione del Movimento Sociale Italiano, era una bomba con tanti padri: c’erano gli interessi delle formazioni neofasciste che con quelle bombe preparavano la strada verso un governo di destra, magari un regime come quello in Grecia dopo il golpe dei colonnelli del 1967. Per creare il clima di sfiducia nei confronti dello stato servivano le bombe: quelle scoppiate a Milano nella primavera del 1969, quelle esplose sui treni nell’agosto dello stesso anno. Tutte bombe fasciste ma fatte addossare agli anarchici, per colpire indirettamente poi le forze di sinistra.
Destabilizzare per stabilizzare i governo in senso centrista, spostare l’opinione pubblica affinché potesse accettare governi basati sull’ordine e sulla fermezza.

Ma i fascisti erano solo manovalanza, utili idioti di interessi superiori: quelli di un certo ceto industriale che si era arricchito negli anni del boom e che vedeva come il fumo negli occhi gli scioperi dell’autunno caldo, dove gli operai chiedevano salari maggiori e maggiori tutele sul lavoro (nel 1969, come oggi). Ceto industriale che finanziò anche queste formazioni, come emerso anche nelle indagini sul golpe Borghese: l’industriale Piaggio, il re del caffè Tubino, il costruttore romano Orlandini.

C’erano gli interessi che arrivavano da oltre oceano: l’Italia era inserita nel blocco occidentale e gli Stati Uniti, negli anni della guerra in Vietnam, da Washington non potevano tollerare lo scivolamento a sinistra del governo italiano, come stava avvenendo dai primi anni sessanta col la politica di Aldo Moro.
Le indagini sulla strage di Milano, su Brescia, portano dentro la base Nato di Verona, dove esponenti neofascisti, finiti poi nelle indagini, erano di casa. Ci sono i finanziamenti della CIA verso la destra DC.
In tanti avevano interesse che in Italia le proteste di studenti, di operai, di persone che chiedevano maggiori diritti, di svecchiare un paese ancora ostaggio dei retaggi del fascismo (i vertici di magistratura e polizia erano già al loro posto negli anni del fascismo, come il Questore di Milano Marcello Guida), venissero bloccate. Che questo paese rimanesse bloccato nel suo status quo.

Ci sono tanti saggi che raccontano quella strage, del contesto (politico, sociale, storico), delle responsabilità da parte dei servizi (che conoscevano questi gruppi di destra avendoli infiltrati ma non fecero nulla per fermare le bombe), del Viminale, di parte della polizia e parte dei carabinieri che nascosero ai magistrati le prove, creandone altre per la falsa pista rossa. Della storia dei processi spostati da Milano a Catanzaro (per timori di ordine pubblico, paravento dei timori da parte della magistratura di creare problemi all’esecutivo), dei depistaggi, un processo lunghissimo durato più di vent’anni e che costrinse i familiari delle vittime a lunghe peregrinazioni da Milano e provincia verso Catanzaro.
L’ultimo che sto leggendo è l’opera “monumentale” di Benedetta Tobagi, “Piazza Fontana – il processo impossibile” (Einaudi editore), che già nel prologo racconta del tortuoso iter giudiziario, dalla condanna in primo grado del 1979, fino all’assoluzione in Appello confermata dalla Cassazione. E poi il secondo processo, cominciato dopo la caduta del muro di Berlino, dalle rivelazioni dei pentiti neofascisti che porto comunque a nuove assoluzioni. Ma che almeno sancì le responsabilità (ma non la colpevolezza) di Giovanni Ventura e Franco Freda:

La folla freme quando il giudice scandisce la frase fatale.

Per piazza Fontana ergastolo a Freda, Ventura e Giannettini, è il titolo composto in fretta nella tipografia milanese del «Corriere della Sera». La Corte d’Assise ha condannato due terroristi

neri e un loro complice, collaboratore dell’intelligence militare.

Ci sono voluti dieci anni, ma giustizia è fatta. Durerà poco.

La dissoluzione del giudizio comincia in Appello e invade il processo come una cancrena, rapida e inesorabile, fino alla conferma delle assoluzioni generalizzate del 1987. «Le nebbie del

dubbio avvolgeranno per sempre tutti i principali imputati: sappiamo solo di non sapere», commentava, fatalista, il «Corriere».

Invece no.

Altri processi, in seguito, scandagliano a profondità sempre maggiori i retroscena della strage, il magma dell’eversione nera coperta, aiutata – istigata? – da uomini delle forze di sicurezza

dello Stato (quale sicurezza? quale Stato?) Fino al 3 maggio del 2005, all’ennesima pronuncia della Cassazione, l’ultima. Tutti assolti, di nuovo. Ma rispuntano due dei nomi che echeggiarono quella sera del 1979 nell’aula fredda di Catanzaro: Freda e Ventura.

Già assolti in via definitiva, quindi – ne bis in idem – non piú processabili. Eppure, alla luce di nuovi elementi di prova, sono dichiarati responsabili – almeno davanti al tribunale della storia. Parole pesanti, atipiche. Molti faticano a comprendere: se sono stati assolti, come può la Suprema Corte spendere parole su di loro? Che fine fa il garantismo? Come è possibile?

La nebbia cala di nuovo, ma possiamo ritrovare la strada, dipanando un filo attraverso il labirinto dei processi di piazza Fontana, camminando a raso dei muri alti e spessi che limitano

di fatto la giurisdizione, laddove sono pezzi di Stato a finire sotto processo. Per analizzare la sostanza di cui è fatta l’impunità. Per comprendere il significato profondo – e la correttezza ineccepibile – di un paradosso: una giustizia incompiuta che tuttavia iscrive nella storia i nomi dei responsabili.

Quello di Benedetta Tobagi è forse uno dei libri più completi sulla strage di Milano che viene raccontata seguendo l’iter giudiziario, partito con le istruttorie di Milano e Roma (dove scoppiarono altre bombe senza morti in quel 12 dicembre) e poi coi processi a Catanzaro fino a Milano, con l'ultima indagine aperta dal giudice Salvini.
Ma questo punto di vista consente di raccontare del ruolo della polizia giudiziaria, con i suoi legami con l’esecutivo per tramite della polizia politica che faceva capo all’Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto d’Amato, l’intelligence del Viminale.
Ai magistrati di Milano furono inviate delle note contenente informazioni false (quello del SID del 17 dicembre sull’agenzia Aginter Press), furono nascoste delle prove, la polizia politica agiva in solitudine coi suoi arresti, le perquisizioni senza informare i magistrati che, secondo legge, erano responsabili della direzione delle indagini.

Il saggio racconta dello scontro tra le due generazioni della magistratura: quella nata col fascismo, che ancora governava i vertici degli uffici e decideva delle carriere dei sostituti e quella nuova generazione nata dopo la guerra che intendeva la giustizia con lo stesso spirito della Costituzione: una legge uguale per tutti, senza discriminazioni, che non chiude un occhio per favorire il governo, interessi sovranazionali per un finto interesse di sicurezza (quale sicurezza poi, quella dei 17 morti di Milano?). Emblematico lo scontro tra il giovane procuratore Paolillo (ma anche di altri giovani magistrati come Alessandrini e D’Ambrosio), titolare delle prime indagini di Milano e il procuratore capo De Peppo, responsabile della scelta di spostare il processo da Milano a Catanzaro, proprio quando la pista nera (che portava ai fascisti e ai loro legami coi servizi segreti) stava mettendo in difficoltà l’esecutivo a guida DC.
Si racconta del ruolo della stampa: da una parte i grandi quotidiani che, quasi tutti, sposarono la pista rossa, gli anarchici responsabili della bomba, molti dei quali si resero complici della costruzione del mostro Valpreda (vicenda a cui si ispirò Marco Belocchio col suo “Sbatti il mostro in prima pagina”).
Giorgio Zicari, ad esempio, collaboratore del SID e autore di alcuni scoop sull’arresto di Valpreda.
E poi l’altra stampa: quella della controinformazione che portò alla pubblicazione del famoso libro “Strage di Stato”, che pur con tanti limiti conteneva tanti spunti verso la verità dei fatti.

E quella dei pistaroli come Marzo Nozza, giornalista de Il Giorno, che seppe fare il suo mestiere, non fermandosi alle veline dei servizi, ai comunicati stampa della Questura di Milano (Pinelli si è suicidato dopo aver saputo della confessione di Valpreda, notizia falsa):

“Controllare qualsiasi notizia, personalmente, mi veniva naturale, così come controllare le veline. Anche la velina è una notizia, indipendentemente dal suo contenuto. L’importante è scoprire come nasce, la velina. E chi la fa nascere. E perché. E a chi è destinata. Che giornalista è uno se non tenta di vedere cosa c’è dietro (anche dietro una velina)?”.

Emerge dal saggio di Benedetta Tobagi l’impossibilità da parte dello Stato, di quello stato italiano prima della caduta del muro e anche dello stato italiano dopo la fine del mondo diviso in blocchi, di poter giudicare se stesso. Ancora oggi Piazza Fontana è un tabù, la sua storia non può essere raccontata fino in fondo, raccontando dei responsabili fascisti e dei manovratori dentro le stanze del potere.
Quei politici che, portati a testimoniare dai coraggiosi giudici di Catanzaro, ripeterono i loro non ricordo, non so, non sapevo. L’ex presidente del consiglio Rumor, l’allora ministro Andreotti.

L’atteggiamento sprezzante, ai limiti della provocazione, di Freda, la sicurezza (consapevole dell’impunità) del giornalista-agente del SID Guido Giannettini.
Dall’altra parte l’atteggiamento composto, dignitoso, dei parenti delle vittime, andati a seguire quel processo fino a Catanzaro ad un migliaio di chilometri di distanza.
Quel silenzio e quella dignità dimostrati nel giorno dei funerali di Milano (quando gli attentatori si aspettavano una reazione legalitaria): un silenzio e una dignità che salvarono il nostro paese dal golpe, probabilmente.

Quello di Piazza Fontana fu un processo politico – spiega l’autrice in uno dei primo capitoli: non perché intento del processo fosse quello di attaccare dei politici in quanto tali. No, da questo processo, dal dibattimento, dalla sua travagliata storia (tre processi, dieci diversi giudizi, una durata record complessiva di 36 anni) emerge quelli che erano i rapporti tra giustizia e potere, dove più che la certezza della pena e di assicurare un processo nei tempi ragionevoli, ai vertici della magistratura (e della Cassazione, con le sue scelte di remissione del processo da Milano a Catanzaro) interessava non interferire coi desiderata del governo: la teoria degli opposti estremisti della DC, ad esempio, per cui estrema destra e sinistra erano entrambi colpevoli (cosa falsa, come emerso poi alla fine). All’altra magistratura interessava proteggere la “ragione di Stato”, interna e internazionale (il mondo diviso in blocchi, l’esclusione del PCI dall’area di governo).

Anche queste sono riflessioni che hanno un senso ancora oggi, dove in assenza di una verità giudiziaria rimane solo l’incompleta ricostruzione storica di quegli anni: riflessioni che hanno maggior senso soprattutto alla luce delle recenti riforme a cui pensa questo governo, di destra: riforme che minano l’indipendenza della magistratura, legandola alle scelte del governo del momento.

Un salto indietro nel passato, come ai tempi di Piazza Fontana appunto.

Di seguito l’elenco delle vittime della strage, di cui spesso nemmeno viene ricordata l’esistenza, inghiottite anche loro nel buco nero della bomba, assieme alla credibilità delle nostre istituzioni

Giovanni Arnoldi (42)

Giulio China (57)

Eugenio Corsini (71)

Pietro Dendena (45)

Carlo Gaiani (56)

Calogero Galatioto (71)

Carlo Garavaglia (67)

Paolo Gerli (77)

Luigi Meloni (57)

Vittorio Mocchi (33)

Gerolamo Papetti (79)

Mario Pasi (50)

Carlo Perego (74)

Oreste Sangalli (49)

Angelo Scaglia (61)

Carlo Silva (71)

Attilio Valè (52)

A questi va aggiunto anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, morto all'interno della Questura di Milano, mentre era in stato di fermo (scaduto perché erano passate le 48 ore).

Consigli di lettura:

Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra italiana di Gianni Barbacetto

La bomba Enrico Deaglio

12 dicembre 1969 Mirco Dondi

Una stella incoronata di buio di Benedetta Tobagi

Piazza Fontana, noi sapevamo, di Andrea Sceresini , Nicola Palma , Maria elena Scandaliato

-  L'Italia delle Stragi, di Angelo Ventrone, Donzelli

28 maggio 2020

Per non dimenticare

Uno dei casi del destino ha fatto sì che, nello stesso giorno, si ricordino sia una delle vittime del terrorismo rosso che le vittime del terrorismo nero.
Walter Tobagi, ucciso il 28 maggio 1980 a Milano da un commando di un gruppo della galassia del "partito armato" che, con quell'omicidio intendeva affermarsi agli occhi delle Brigate Rosse.
Walter Tobagi, steso laggiù, aveva 33 anni, ma a noi giovani cronisti da battaglia sembrava molto più vecchio, era una delle prime firme del Corriere, aveva un viso e un portamento antichi, vestiva abiti scuri e cravatta, come già ai tempi del liceo Parini, considerando quel vestire una forma di rispetto per sé e per gli altri, proprio come quando scriveva estraendo dal disordine insanguinato del terrorismo in corso, la limpidezza di una cronaca che non voleva mai stupire, ma raccontare, spiegando il baratro. Cosa che non era facile come dirlo, visto che in quegli anni furiosi almeno 90 gruppi armati inneggiavano alla rivoluzione, dietro la coda insanguinata delle Brigate Rosse, sparavano a magistrati, politici, giornalisti, convinti che il terrore avrebbe sfibrato la falsa democrazia borghese, aumentato la repressione, accelerato i tempi della battaglia. 
Dieci anni dopo ho conosciuto e parlato a lungo con il soldato di quella rivoluzione, il titolare di quel corpo ucciso nella pozzanghera. Si chiamava Marco Barbone, figlio di un alto dirigente della Rizzoli, faccia da ragazzo bene, riccioli neri, occhi senza fondo. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa che lo avrebbe arrestato tre mesi dopo l’omicidio, lo aveva soprannominato “il piccolo dio” perché pentendosi aveva dettato, con la sua erre blesa, 150 nomi dei suoi compagni, confessato ferimenti, rapine, ricostruito l’organigramma di una trentina di gruppi armati, dalle Formazioni comuniste combattenti a Senza tregua, da Guerriglia rossa a Prima linea. Cioè quasi per intero l’apparato militare della lotta armata a Milano. E aveva spiegato le ragioni dell’omicidio Tobagi che aveva ideato e voluto, anche se ne parlava al plurale: “Volevamo fare una azione eclatante, salire nella gerarchia, accreditarci per entrare nelle Brigate Rosse”. 
[ Tobagi la preda dei figli di papà - Pino Corrias da Il Fatto Quotidiano]

E, sempre il 28 maggio ma del 1974, la strage fascista a Brescia, la bomba fatta scoppiare in piazza della Loggia durante un raduno dei sindacati che intendeva denunciare proprio il crescendo di atti di violenza da parte dei neofascisti.

Due storie diverse, che però fanno parte della nostra storia e che non dobbiamo dimenticare.
La storia del giornalista del Corriere, che voleva raccontare la realtà del tempo in cui viveva, compresa l'assurda guerra dichiarata da un gruppo minoritario contro magistrati, avvocati, giornalisti, dirigenti per far accendere la scintilla di quella rivoluzione che non sarebbe mai arrivata.

E la storia di un gruppo di persone che voleva cambiare il paese in senso democratico e che non accettava più le provocazioni fasciste, tutto il vecchiume dello Stato che ci portavamo dietro da troppo tempo: tra questi Manlio Milani, zio Manlio come lo ha chiamato nel suo bel libro Benedetta Tobagi (che è poi la figlia di Walter, un altro strano intreccio di questa storia) che alla strage di piazza della Loggia perse la moglie.

Tutte e due queste storie hanno avuto un risvolto giudiziario che, fino ad un certo punto, ha dato giustizia alle vittime.
La strage di Brescia, diversamente dalla sorella di Milano, ha dei colpevoli: i fascisti di Ordine Nuovo del gruppo veneto di Carlo Maria Maggi, con le solite complicità di organi dello stato, per esempio l'armiere di Ordine Nuovo che era anche una fonte del Sid, che dunque poteva sapere della bomba.
Tra il 1973 e il 1974, quando Ordine Nuovo viene messo fuori legge, l'area di cui parla Vinciguerra subisce un'ulteriore mutazione. La strage di Brescia matura in questo contesto, nel cuore di una destra radicale che indossa nuove maschere ma che ha sempre lo stesso scheletro. Una rete di ragazzi e di uomini ormai ben addestrati e pronti a tutto, perché non hanno davvero niente da perdere,e sono carichi di esplosivo fino ai denti.Hanno cominciato ad accumularlo fin dagli anni sessanta. Anfo, plastico, tritolo, gelignite, dinamite in pacchetti, cilindri, mattonelle, scaglie, granuli scuri, perle rosate, candelotti, trasportato in valigie, immagazzinato in santabarbare, garage, armadi, sottoscala, appartamenti, ristoranti, chili, quintali, tonnellate. Un fiume di esplosivo scorre per anni inosservato lungo la traccia pulsante di arterie nascoste che irrora tutto il paese, il vero granchio d'ombra, il più pericoloso.[Una stella incoronata di buio, Benedetta Tobagi Pagina 290 ]
Anche gli assassini di Walter Tobagi sono stati presi: il capo del gruppo XXVIII Marzo Marco Barbone, dopo essere stato arrestato, si pentì e raccontò ai carabinieri tutto l'organigramma delle cellule terroristiche di cui era a conoscenza e per questo fu salvato dalla condanna in processo.

Per non dimenticare: i nostri morti, la guerra asimmetrica combattuta contro il terrorismo, la nostra storia condizionata da fattori esterni.

Letture consigliate: 




29 settembre 2019

La nostra memoria – a 50 anni da Piazza Fontana

Milano dicembre 1969 - i funerali alle vittime della strage della banca dell'Agricoltura

Chi scrive la storia, è stato osservato, per certi versi può essere paragonato a colui che compie un gesto simile a quello della sepoltura: da cioè pace alla memoria mentre ne rivitalizza il ricordo.Permette il sereno congedo dal passato per aprire una nuova pagina nella propria vita.Per parla di ciò che è avvenuto in Italia tra gli anni sessanta e settanta, è dunque arrivato il momento di passare dall'uso del condizionale all'uso dell'indicativo; dalle ipotesi a ciò che si sa per certo. In effetti le inchieste della magistratura si sono spinte molto più avanti di quanto l'opinione pubblica abbia percepito. Se non sempre sono riuscite a trovare le prive definitive per individuare i singoli colpevoli, hanno però identificato con precisione gli ambienti politici da cui la strategia eversiva è nata: i gruppi neofascisti e neonazisti, e in particolare Ordine Nuovo.Gruppi che hanno intrecciato la loro attività con settori dei Servizi segreti italiani e stranieri, delle fore armate, delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e di organizzazioni a cavallo tra la dimensione nazionale e internazionale come la P2, nei suoi ulteriori oscuri intrecci con il mondo della criminalità organizzata.Angelo Ventrone – introduzione del libro L'Italia delle stragi, Donzelli editore

Ma come, siamo ancora qui a parlare di Piazza Fontana, di Italicus, di Piazza della Loggia e delle altre stragi fasciste degli anni settanta?
Certo, siamo ancora qui a ricordare, perché la memoria è un valore da conservare ed è dunque un bene se non ci si dimentichi di cosa è successo negli anni settanta, la strategia della Tensione, i tentativi di colpo di Stato, quelli reali e quelli intentati, la democrazia a sovranità limitata, i gruppi neofascisti usati come manovalanza per interessi superiori.

Quest'anno celebriamo i 50 anni dalla strage di Milano, la bomba messa dai fascisti di Ordine Nuovo all'interno della banca dell'Agricoltura, 17 morti e decine di ferite.
La bomba che è stata la perdita dell'innocenza per questo paese che si illudeva ancora di vivere nel boom economico.
Ricordare significa avere gli anticorpi necessari per difendere la nostra democrazia dai nemici che si nascondono al suo interno: pare strano, ma ancora dopo 50 anni siamo ancora alle prese con movimenti neofascisti che condizionano la vita del paese, con politici che inneggiano all'uomo forte al comando, ai pieni poteri.
Se l'Italia di ieri era condizionata dagli accordi di Yalta, in un mondo spaccato in due, oggi questi vincoli sembrano più sfumati. L'unione europea stenta a definirsi un'unica entità politica che possa sedersi attorno al tavolo alla pari con la Russia, la Cina, l'America. Il mondo sembra ancora attraversato da venti di guerra, per colpa di governanti che usano l'interesse nazionale come arma per guerre che si combattono con eserciti diversi.
Guerre elettroniche, dazi commerciali, inquinamento dell'informazione.

Se siamo sopravvissuti alla stagione delle stragi, delle bombe e del terrorismo nero e rosso - nonostante queste abbiamo condizionato la vita politica del paese (destabilizzare per stabilizzare verso il centro) – è grazie agli istituti democratici di questo paese, i sindacati, la magistratura che ha continuato le indagini, e anche i partiti.

Sono usciti, e usciranno successivamente, diversi libri su Piazza Fontana e sugli anni settanta e cercherò di leggerli tutti, per tener viva quella memoria e affinché, come scrive il professor Ventrone, si possa dare un sereno congedo al passato.

- L'Italia delle Stragi, di Angelo Ventrone, Donzelli
- Piazza Fontana Il processo impossibile Benedetta Tobagi, Einaudi
- La bomba, Enrico Deaglio Feltrinelli
- Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra combattuta in Italia, Gianni Barbacetto Garzanti

28 maggio 2019

28 maggio 1974 - La strage fascista di Piazza della Loggia


28 maggio 1974, Brescia piazza della Loggia: nel mezzo di un discorso per la grande manifestazioni antifascista organizzata dai sindacati, esplode una bomba dentro un cestino a ridosso della piazza.
E' la strage di Piazza della Loggia, 5 anni dopo la strage di Milano, la bomba nella Banca dell'Agricoltura: diversamente da quest'ultima, per Brescia la giustizia è riuscita ad arrivare ad una sentenza di condanna.
La bomba era una bomba fascista, una bomba nera, messa lì da Ordine Nuovo (quasi le stesse persone coinvolte per la strage di Milano): lo si sapeva fin da subito, ma lo stesso ci sono voluti anni per superare i depistaggi, le prove cancellate (la piazza fatta pulire con gli idranti dai carabinieri).

Perché quelle bombe? Perché quelle stragi?
Domande a cui ha dato risposta il bel libro di Benedetta Tobagi "Una stella incoronata di buio" (oltre che da una splendida puntata di Blu Notte di Lucarelli), in cui racconta di quegli anni in cui la democrazia è stata messa sotto attacco da apparati e pezzi dello Stato (che hanno usato i neofascisti) per condizionarne l'evoluzione democratica, per creare paura.

Dire «le stragi le hanno fatte i servizi», a sottintendere che il terrorismo di destra di destra non c'entra, è una comoda scappatoia. Senz'altro è vero, e alcuni ex terroristi l'hanno raccontato, che la galassia della destra eversiva si è sentita usata e poi scaricata dai padrini nascosti nelle forze di sicurezza statali, quando fu evidente che l'«ora X» del colpo di Stato non sarebbe mai arrivata, perché allo status quo bastava l'intentona. Ma è troppo comodo, da parte di chi militava in quel mondo, proclamare la propria estraneità sulla base del seno di poi, l'evidenza che le stragi hanno stabilizzato il potere in senso neocentrista. I servizi erano coinvolti in una partita giocata dalla destra eversiva. Ci hanno creduto davvero, e a lungo, i camerati che a furia di botti e attentati, sarebbero riusciti a innescare una svolta autoritaria. 
Una stella incoronatadi buio, di Benedetta Tobagi Pagina 288, Einaudi editore

Oggi sappiamo: sappiamo cosa hanno fatto i fascisti e cosa hanno fatto quei pezzi dello Stato per coprirli.
Sappiamo quanto sia fragile ancora oggi la democrazia, specie in questi tempi dove si ha l'impressione che i neofascisti siano sempre più tollerati, sia data loro carta bianca.
Nelle piazze, nei quartieri.
Per condizionare ancora oggi la politica, le amministrazioni, il paese.

28 maggio 2017

Walter Tobagi, piazza della Loggia, il racconto della realtà

Pochi giorni fa abbiamo celebrato l'anniversario dei 25 anni dalla strage di Capaci, il primo atto di terrorismo mafioso contro lo stato da parte della mafia (e forse non solo la mafia) dopo la sentenza del Maxi processo a cosa nostra.
Molti hanno commentato dicendo che lo Stato, nonostante il ricatto delle bombe, è stato in grado di rispondere, le istituzioni hanno tenuto, come già successo nel passato con la lotta al terrorismo nero e al terrorismo rosso.
Quando erano altre bombe (o forse le stesse, chissà) a scoppiare e ad uccidere persone inermi: a Milano alla banca dell'Agricoltura, a Brescia durante una manifestazione indetta dai sindacati.
O quando gruppi eversivi di estrema sinistra colpivano uomini dello Stato, magistrati, uomini delle forze dell'ordine e poi anche avvocati e giornalisti.

Oggi, 28 maggio 2017 è un'altra data importante nel nostro calendario laico: in questa data si ricordano la bomba a Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 e l'omicidio del giornalista Walter Tobagi, a Milano il 28 maggio 1980.
A legare questi due eventi questa lotta contro i nemici della tenuta delle istituzioni: la bomba a Brescia si inserisce nel terrorismo di destra che doveva preparare il terreno ad un golpe, ad uno spostamento a destra dell'equilibrio politico. Questo almeno nella testa dei manovali della morte, gruppi di estrema destra come Ordine Nuovo che hanno agito anche con le coperture di corpi dello stesso stato (lo testimoniano i depistaggi che per troppi anni hanno allontanato i magistrati dalla verità, i rapporti degli ordonovisti coi servizi e con ufficiali della Nato).
Dire «le stragi le hanno fatte i servizi», a sottintendere che il terrorismo di destra di destra non c'entra, è una comoda scappatoia. Senz'altro è vero, e alcuni ex terroristi l'hanno raccontato, che la galassia della destra eversiva si è sentita usata e poi scaricata dai padrini nascosti nelle forze di sicurezza statali, quando fu evidente che l'«ora X» del colpo di Stato non sarebbe mai arrivata, perché allo status quo bastava l'intentona. Ma è troppo comodo, da parte di chi militava in quel mondo, proclamare la propria estraneità sulla base del seno di poi, l'evidenza che le stragi hanno stabilizzato il potere in senso neocentrista. I servizi erano coinvolti in una partita giocata dalla destra eversiva. Ci hanno creduto davvero, e a lungo, i camerati che a furia di botti e attentati, sarebbero riusciti a innescare una svolta autoritaria.Una stella incoronatadi buio, di Benedetta Tobagi Pagina 288, Einaudi editore


Bombe, quella di Milano, quella dell'Italicus, quella di Brescia, che sono servite a stabilizzare la politica centrista nel nostro paese, impedire qualsiasi cambiamento politico, qualsiasi alternanza dei governi, bloccata dagli accordi di Yalta che avevano bloccato l'Italia nell'area di influenza atlantica.
La bomba non fa che approfondire la spaccatura. Manlio mi spiega che dietro al netto rifiuto, suo e di tanti compagni, della prospettiva del «compromesso storico» c'era proprio il sentimento dell'impossibilità di governare insieme alla forza politica che di fatto ha avallato per anni le coperture agli stragisti. In questo senso, la bomba ottenne l'effetto auspicato da molti golpisti di rendere più difficile il consolidarsi di una prospettiva del compromesso cattocomunista verso cui tende la «repubblica conciliare», come la definiscono con sarcasmo i missini.Una stella incoronata di buio, di Benedetta Tobagi Pagina 215, Einaudi editore

La stagione del terrorismo rosso, delle Brigate Rosse e dell'arcipelago delle centinaia di sigle unificate nella sigla del “partito armato” nasce, a fine anni '60, da slogan come “resistenza tradita”, dalla bomba di Milano, messa dai fascisti con le coperture dello stato, che fece da alibi per proseguire la “lotta di classe” usando forme di lotta più incisive, fuori dalla legge, fuori dai partiti, dai sindacati. Se lo stato usa le armi, per creare terrore, se usa la violenza contro i cittadini, non c'è altra soluzione che rispondere con altrettanta violenza.
Nei lunghi anni Settanta il terrorismo italiano rappresentò per il sistema democratico una minaccia senza uguali in Europa. Questo libro, che ricostruisce pagine essenziali ma poco note della lotta armata in Italia, è un intreccio unitario di cronaca, testimonianza e storia che, a partire da Padova e dal Veneto, svela le strategie insurrezionali del partito armato in tutte le sue articolazioni, movimenti di massa e avanguardie combattenti, Autonomia Organizzata e Brigate Rosse”.
Terrore rosso, di PietroCalogero, Carlo Fumian, Michele Sartori - Dalla terza di copertina

Si iniziò coi rapimenti mordi e fuggi di dirigenti dei gruppi industriali, incendi a depositi:
Nel 1973 ero giudice istruttore a Torino. Le prime azioni delle Brigate rosse erano attentati contro cose: sabotaggi, incendi in stabilimenti industriali. Poi il salto di qualità con i sequestri “mordi e fuggi” di capireparto e sindacalisti di destra, “interrogati” e liberati dopo poche ore, ma esposti - secondo la logicaterroristica - alla pubblica gogna. Così, a Torino venne rapito, il 12 febbraio 1973, il sindacalista della Cisnal Bruno Labate, sequestrato al mattino sotto casa, sottoposto a “processo proletario”, fotografato e rilasciato di fronte ai cancelli della Fiat Mirafiori, incatenato a un palo, con un cartello appeso al collo e la testa cosparsa di pece. Alla fine dell’anno, le Br di Torino colpirono ancora più in alto. Sequestrarono un importante dirigente Fiat, Ettore Amerio, e lo tennero prigioniero per ben otto giorni, dal 10 al 18 dicembre 1973, pretendendo in cambio la revoca della cassa integrazione.Le due guerre - Gian Carlo Caselli Melampo editore

Per passare all'attacco al cuore dello Stato: l'omicidio del giudice Francesco Coco a Genova, nel 1974, degli altri magistrati milanesi Emilio Alessandrini e Guido Galli (uccisi perché lavoravano bene, perché davano col loro credibilità a quello Stato che questi gruppi criminali volevano solo abbattere). Agli omicidi dell'avvocato Fuvio Croce a Torino (dove si stava tenendo il processo alle Br), fino al rapimento di Aldo Moro e all'uccisione della sua scorta in via Fani il 16 marzo del 1978.
Guerra in cui a venire uccisi erano anche operai, sindacalisti come Guido Rossa, ucciso a Genova nel gennaio 1979, dopo aver denunciato un altro operaio che faceva da postino per le Br, per la distribuzione dei loro comunicati deliranti:
Più che rimorsi, oggi Guagliardo [autore dell'omicidio] dice di aver impianti. Soprattutto di non aver capito prima l'eterogenesi dei fini: il mezzo della lotta armata era diventato un obiettivo in sé, e i soldati della rivoluzione si stavano trasformando in qualcosa che non era migliore di ciò che intendevano combattere. L'ex dirigente delle Brigate Rosse è consapevole di aver arringato individui, per convincerli a impugnare le armi, che hanno sparato per costruire qualcosa di diverso, ma probabilmente per motivi di affermazione personale: forse uccidevano con la stessa leggerezza con cui hanno camminato sopra i cadaveri delle loro vittime, pur di uscire in fretta dalla galera e senza eccessive conseguenze per la propria esistenza”.Il brigatista e l'operaio, Giovanni Bianconi Einaudi



Ad unire queste due guerre e i due eventi da cui sono partito c'è un altro filo che porta alla scrittrice Benedetta Tobagi che in due successivi libri ha raccontato la storia del padre (Come mi batte forte il tuo cuore) e della strage di piazza della Loggia (Una stella incoronata di buio).


Walter Tobagi era un giornalista di 33 anni, quando fu ucciso a Milano il 28 maggio 1980: era nato per fare il giornalista, lo era stato fin dai tempi del liceo.
Il suo attentato fu rivendicato dalla sigla Brigata XXVIII marzo (la data della strage di via Fracchia quando i carabinieri fecero l'irruzione in un covo delle Br a Genova) di cui facevano parte Marco Barbone e Paolo Morandini: la consideravano (la rivendicazione e l'omicidio di Tobagi) un biglietto da visita per entrare a far parte delle Brigate Rosse.
Perché è importante questo legame tra il giornalista e uno degli episodi più sanguinosi della nostra storia?
Perché per comprendere la realtà in cui viviamo servono persone che sappiano comprenderne le dinamiche e che sappiano poi anche raccontarle.

Walter Tobagi era uno di questi. Benedetta lo racconta nel libro che gli ha dedicato: l'impegno nel sindacato dei giornalisti e l'impegno come giornalista nel sapercapire e comprendere l'Italia di fine anni 70. Le tensioni nella società, che sfociavano nei cortei di piazza, causa anch'essa del crescere del “partito armato”.
La lezione pare fin troppo chiara: le lotte sindacali più dure, quelle oltre i limiti convenzionali della legalità, sono servite agli arruolatori delle Br come un primo banco di prova e di selezione. Il sindacato dovrà tenerne conto, giacché i proclami nobili vanno accompagnati con revisioni coerenti. Questo può implicare anche una temporanea diminuzione del potere sindacale in fabbrica. Ma la scelta non ammette grandi alternative, se è vero come è vero (e tutti i dirigenti sindacali lo ripetono) che il terrorismo è l’alleato «oggettivamente» più subdolo del padronato, e se non viene battuto può ricacciare indietro di decenni la forza del movimento operaio.

In un suo articolo celebre sulle Brigate Rosse, successivo all'irruzione in via Fracchia a Genova, dove per la prima volta lo Stato mostrava la forza, scrisse: “si dissolve il mito della colonna imprendibile”.

Il suo motto, come emerge dai diari, dagli articoli, dalle pagine di appunti, dai libri è tratto dall'Etica di Spinoza: “humanas actiones non ridere, non lugere, necque detestari, sed intelligere” - non bisogna deridere le azioni umane, né piangerle, nè disprezzarle, ma comprenderle.

Comprendere dunque, per poter poi raccontare:
“Capire il mondo, fare i conti con il negativo, senza abbandonare la convinzione che esiste la possibilità di fare bene e migliorare le cose. Magari nel piccolo, ma esiste, sempre: anche quando tutto sembra perduto. Il riformismo di papà non era solo un insieme di convinzioni politiche, ma una sorta di condizione esistenziale: il sentiero stretto per sfuggire alla trappola duplice dell'arrendersi al cinismo e alla disillusione, da una parte, e allo sdegnoso rifiuto di mescolarsi con una realtà che sa di essere profondamente corrotta”.

La realtà corrotta in cui sono maturate le stragi, le bombe, l'estremismo nero.
E la realtà corrotta in cui sono cresciuti i “Demoni” (di Dostojewsky) che pensavano di cambiare il paese, di fare la rivoluzione per il proletario, a colpi di pistola. Si saranno pentiti del sangue versato o hanno semplicemente voltato pagina e lasciato all'oblio della memoria il compito di cancellare i ricordi.
Qualcuno si è rifatto la vita in Comunione e Liberazione, altri sono uomini d'affare in Giappone.


Il dovere della memoria è anche questo: ricordare, mettere in fila fatti e date uno dietro l'altro, fare i nodi al fazzoletto. Per far si che il passato ci sia di aiuto nelle scelte dell'oggi.

28 maggio 2016

Ricordando Piazza della Loggia, le vittime e il contesto storico

Manlio Milani, mentre soccorre la moglie Livia morente, per la bomba in piazza della Loggia
28 maggio 1974: una bomba esplode dentro un cestino dei rifiuti ai margini di Piazza della Loggia, a Brescia, durante una manifestazione indetta dalla CGIL, in protesta contro la scia di attentati di matrice fascista.
8 morti e decine di ferite: molti di questi erano insegnanti, come Livia la moglie di Manlio Milani, oggi presidente dell'associazione delle vittime della strage.
Ritengo che si possa veramente portare innanzi la lotta per una società migliore, più giusta e più colta, passando attraverso le battaglie con la decisione che può nascere soltanto dalla consapevolezza di contribuire a una causa profondamente umana e giusta. Io cerco di dare tutto ciò che è nelle mie possibilità, ben consapevole dei miei limiti angutissimi, ma altresì orgoglioso di poter collaborare ad una lenta ma continua trasformazione della società verso il riconoscimento dei veri valori ideali e sociali”.
Un pezzo della nostra memoria da tenere in vita affinché nessuno dimentichi come, in questo strano e sfortunato paese, si siano usate le bombe, le stragi, il terrorismo e la paura per fermare l'orologio del progresso civile.

Portella della Ginestra, maggio 1947
Piazza Fontana, Milano, 1969.
Piazza della Loggia Brescia, 1974.
Bomba sul treno Italicus, 1974.
Bomba alla stazione di Bologna, 1980.
Ustica, 1980.
Bomba sul treno 804, 1985
Strage Capaci, 1992.
Strage di via D'Amelio, 1992.

La strage di Piazza della Loggia è questo, oltre al sangue delle vittime e al dolore dei parenti e dei sopravvissuti, a cui il marchio della storia impedisce di dimenticarsi.
Una storia di depistaggi di stato, che hanno mandato i magistrati a seguire false piste e falsi colpevoli (il mostro Buzzi).
Di investigatori che cancellarono le prove, volontariamente o meno, e che pure continuarono la loro carriera come servitori (infedeli) dello Stato. Degli spioni dei servizi che si tenevano per loro le carte, senza passarle ai magistrati inquirenti.
Una storia di inchieste, assoluzioni, archiviazioni e, nell'ultimo processo, finalmente delle condanne per diversi neofascisti di Ordine Nuovo (gli stessi coinvolti e poi assolti per la bomba di Milano alla Banca dell'Agricoltura).
Dopo tutti questi anni, però, non ci si può più affidare alla sola magistratura per arrivare ad una verità giudiziaria: troppi anni sono passati, molti dei protagonisti sono morti o non dimenticano, le prove sbiadite ..
Esiste la verità storica, quella portata avanti dai parenti stessi delle vittime, come Manlio
«Non è più tempo di ripetere “io so, ma non ho le prove”, - osserva Manlio dopo l'ultima sentenza -. Oggi è il contrario: abbiamo moltissime prove». Sapiamo del contesto delle dinamiche, dei gruppi. Non sappiamo i nomi degli esecutori, ma conosciamo quali meccanismi ci hanno impedito di incastrarli, e in taluni casi anche chi li ha messi in moto. Sappiamo cos'hanno fatto Gian Adelio Maletti a Manlio Del Gaudio [ufficiali del Sid, entrambi iscritti alla P2]. Conosciamo gli effetti dei «plurimi atti abusivi» consumati da Francesco Delfino [capitano dei carabinieri, investigatore della rima falsa pista Buzzi]. È assai meno suggestivo, ma indispensabile, confessare ciò che non possiamo sapere, e al tempo stesso esercitare un paziente vaglio critico per non lasciar affondare nel mare dell'indistinzione quanto invece possiamo argomentare con persuasività, se non affermare con certezza. È tempo di lasciarsi alle spalle l'incantesimo di Pasolini.Pagina 407
E poi:
Di tante cose abbiamo le prove. Con l'ultimo processo resta accertato che Maggi ricopriva un ruolo apicale nel gruppo di Ordine Nuovo, già parzialmente rigeneratosi nella struttura clandestina di Ordine Nero e sigle affini, la cui pericolosità è ben nota e provata. Stava lavorando al suo rafforzamento per portare avanti una strategia stragista, come confermano, scrive la Corte d'assise d'appello bresciana del 2012, «numero e significativamente concordanti dichiarazioni testimoniali». Sappiamo che nel 1974, l'anno in cui accadono due stragi e vengono a galla almeno tre trame golpiste, Maggi e i suoi sodali volevano fare proprio le stragi, per arrivare al colpo di Stato. Avevano la volontà, gli esplosivi, le competenze e gli uomini per mettere in atto il loro programma, e godevano della disattenzione degli uomini del Sid. Sappiamo che Maggi era ben noto ai servizi come soggetto assai pericoloso, sin – almeno – dal dicembre del 1973. Ma non sarà mai lambito da inchieste o indagini, fino al 1982. La bomba passata per le mani di Digilio e Soffiati rimanda all'ideazione della strage di piazza della Loggia agli uomini della galassia di Ordine Nuovo, ancora una volta, come quella di piazza Fontana. Pagina 409
La destra fascista, uno stato che non è in grado o non vuole arginare questo pericolo, che anzi usa la manovalanza fascista per destabilizzare, creare caos, scacciare la gente dalle piazze, creare terrore.
Anche nel 1974 l'estrema destra, chiamiamola destra fascista e basta, intendeva mettere fine al regime corrotto che ha portato l'Italia allo sfacelo: sui tentativi di golpe, secondo Benedetta Tobagi
Chi voleva sovvertire il sistema, insomma, dichiarava di essere in lotta contro un sistema vecchio e malato. Gli attacchi alla «farsa democratica» e a a una politica marcia e pletorica hanno sempre avuto gioco facile, in Italia. Insieme all'anticomunismo, questi argomenti sono stati la «placenta del golpe»[..]
La corruzione diffusa, la crisi di governabilità, la necessità di interventi forti in materia economica erano argomenti reali. Già negli anni settanta, infatti, il sistema aveva un livello di efficienza pateticamente basso: uno dei tanti frutti avvelenati della democrazia «bloccata» della guerra fredda. Certi della propria insostituibilità, la Democrazia Cristiane e i partiti a lei consociati al governo perfezionarono un sistema di potere clientelare, spartitorio e diffusamente corrotto.”
La corruzione diffusa, la crisi di governabilità, la necessità di interventi forti in materia economica erano argomenti reali. Già negli anni settanta, infatti, il sistema aveva un livello di efficienza pateticamente basso: uno dei tanti frutti avvelenati della democrazia «bloccata» della guerra fredda. Certi della propria insostituibilità, la Democrazia Cristiane e i partiti a lei consociati al governo perfezionarono un sistema di potere clientelare, spartitorio e diffusamente corrotto.”
E ora pensate a questo paese e a questa Europa, che con le sue ottuse politiche di austerità ha portato i paesi in crisi a seguire ricette sbagliate di tagli alla spesa sociale, e che sta spalancando le porte del governo ai partiti di destra, populisti, nostalgici delle frontiere, dell'isolazionismo, di radici che nella realtà non esistono. Non si deve smettere mai di ricordare, per non essere costretti a rivivere il passato.

Tutte le citazioni di Manlio Milani sono state prese dal libro di Benedetta Tobagi, “Una stella incoronata di buio” (Einaudi).