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10 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – le non più olimpiadi green, il costo delle bonifiche, la salute mentale

Le chiamavano le olimpiadi green

Avrebbero dovuto essere green, sostenibili, senza costi per lo stato, un’occasione unica per rilanciare l’immagine del turismo montano (ma non ce n’era bisogno)..

E invece si sono dimostrate nell’ennesimo grande evento gestito all’italiana: costi delle opere cresciuti e su cui dovrà mettere mano lo stato, opere inutili realizzate in zone a rischio, lavori fatti in emergenza e in deroga alle leggi. Di una fondazione che viene fatta passare “di diritto privato” che ha assunto figli di politici e di vip.

Come il villaggio olimpico costruito a Fiames nell’ex zona dell’aeroporto, in una zona a rischio idrogeologico.

In una zona dove non sarebbe possibile costruire, a meno che non si parli delle casette mobili per il villaggio olimpico, da inaugurare in pompa magna, allora..

Sono le olimpiadi Milano Cortina che, di legacy, ovvero come ereditarietà sul territorio, lasceranno tanti debiti per le amministrazioni locali.

Per esempio le casette mobili del villaggio olimpico che dovranno essere smantellate alla fine dei giochi per un costo da 40 ml di euro. Casette che nemmeno verranno usate tutte, la squadra di sci italiana non andrà al villaggio olimpico.


Ma c’è un altro villaggio olimpico, a Milano realizzato dal gruppo Coima di Manfredi Catella: 1700 posti letto. Opera che è ancora incompleta e che dunque è stata annunciata come conclusa (in tempi record!) da Manfredi Catella. Chi finirà i lavori? L’azienda privata? Ma certo che no, li faremo coi soldi nostri. Altri 7-8 ml di euro, parola di Salvini che non è ingegnere, ma ministro, che avrebbe dovuto controllare lo stato avanzamento lavori.

La giornalista di Report avrebbe voluto fare qualche domanda a Manfredi Catella, ma è stata subito bloccata: nessuno deve disturbare l’evento per le prossime olimpiadi, nessuno deve permettersi di fare domande (come mai i ritardi? Perché a pagare deve essere il pubblico?). D’altronde anche la politica si è subito messa a disposizione per il costruttore con un emendamento al decreto sport con cui si riconoscono gli extra costi a Coima e si è autorizzato il comune di Milano a modificare le convenzioni urbanistiche con il soggetto attuatore del villaggio olimpico cioè Coima. Catella ha mandato la lista della spesa al comune e il comune (come il governo) si è prontamente messo a disposizione.

Così a Santa Giulia la multinazionale di concerti CTS Eventim (a cui fa capo Ticket One) sta costruendo il nuovo palazzo per i concerti, pala Italia. Struttura privata che però è stata finanziata anche con 21 ml di soldi pubblici col decreto sport e altri 30 ml col decreto anticipi.

Poteva andare in modo diverso? Forse, bastava essere meno indulgenti col privato.

La scheda del servizio: IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Norma Ferrara, Celeste Gonano, Giulia Sabella

Tra meno di un mese inizieranno le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, le attendiamo dal 2019, da quando l’Italia se l’è aggiudicate con un dossier di candidatura che prometteva Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente, bisognava spendere pochi soldi per risistermali. Mentre le nuove opere, come il Villaggio olimpico di Milano e l'arena Santa Giulia per le gare olimpiche di hockey, sarebbero state realizzate con capitali privati. Ben presto però i privati hanno iniziato a chiedere un contributo pubblico per coprire gli extracosti. Com'è andata a finire?

Il costo delle mancate bonifiche

In questo paese quando si parla di sicurezza, parola con cui politici di destra e sinistra si riempiono la bocca, non si intende la sicurezza sul lavoro. O la sicurezza di vivere in zone non contaminate dalle industrie o dalle ecomafie.


Così si mandano i militari a pattugliare le strade, ma non si fanno le bonifiche nelle province di Napoli e Caserta: tutti i soldi non spesi in bonifiche però, sarà sempre lo stato a pagarne le conseguenze per il danno sanitario, per curare la popolazione che si ammala. Lo spiega a Report Carla Guerriero, che insegna scienza delle Finanze a Napoli: da alcuni anni si è impegnata a quantificare il risparmio che si otterrebbe in termini sanitari se si effettuassero le bonifiche. Solo a Napoli e Caserta “potremmo prevenire ogni anno 848 casi di morte prematura e 400 casi di patologie oncologiche. Questo ci porterebbe ad un risparmio dai 5 ai 20 miliardi a seconda a seconda dell’orizzonte temporale che noi consideriamo, o di 5 anni o di 50 anni.”

Lo stesso studio è stato applicato ai siti SIN di Priolo e Gela dove si stima che ogni anno ci siano 1280 casi di ricoveri ospedalieri per la presenza degli stabilimenti di idrocarburi che ancora oggi devono essere bonificati. In termini di soldi sono 6 miliardi a Gela e quasi 4 a Priolo in 50 anni. Lo stato potrebbe risparmiare ben 30 miliardi che invece preferisce spendere in cure mediche per chi si ammala in Campania o Sicilia.

Cifre sorprendenti se si pensa che secondo le stime dell’Ispra servirebbero 30 miliardi per bonificare tutti i siti, sia quelli di interesse nazionale che quelli regionali.

I fondi ci stanno – ricorda l’ex ministro dell’Ambiente Costa – sono quelli dei fondi europei, che ci sono disarticolati nel tempo. Dire che non ci sono i soldi è una bufala, oltre che un’offesa per le persone che vivono accanto ai siti da bonificare. Basta definire la procedure iniziale per i lavori: perimetrazione, individuazione dei siti, progettazione delle bonifiche.

Si può fare e io ho dimostrato che si può fare, altrimenti Caffaro [il sito inquinato a Brescia] non sarebbe partita e nemmeno Bagnoli” conclude Costa.

Tra i luoghi da bonificare in Campania c’è anche borgo Coroglio a Bagnoli vicino l’area dell’ex Cementir: qui vivono ancora un centinaio di famiglie che, secondo il piano di Invitalia del commissario alle bonifiche Manfredi dovrebbero andar via.

Perché abbattere queste case – si chiedono gli abitanti del borgo – lo Stato avrebbe dovuto bloccare le costruzione già 40 anni fa, le persone in questi anni hanno già respirato i veleni della Cementir, ci sono stati tanti morti per amianto.

La scheda del servizio: BONIFICHE A GONFIE VELE

Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Per risalire al primo riferimento normativo riguardante le aree a elevato rischio di crisi ambientale, bisogna tornare indietro di circa 40 anni. Era il 1986 e con la Legge n. 349 venne istituito per la prima volta anche il Ministero dell’Ambiente. Da allora in Italia sono stati individuati 42 Siti di Interesse Nazionale (Sin) da bonificare, da Bagnoli al Sulcis Iglesiente Guspinese, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli. In Italia, fino al 2007 non era disponibile nessun piano organico per lo studio epidemiologico delle popolazioni residenti nei Sin. Così qualche anno prima, un gruppo di ricercatori dell'Istituto superiore di Sanità e del Cnr, si è messo insieme per colmare questo buco informativo e capire l'impatto sulla salute nelle aree più inquinate d'Italia. Dal 2010 l'osservatorio Sentieri ha pubblicato ben 6 rapporti approfondendo le analisi di mortalità e ricoveri per ogni Sin, dando un enorme contributo alla conoscenza dell'impatto dell'inquinamento sui territori, sviluppando una forte consapevolezza nella popolazione residente in queste aree. Dal 2023 Sentieri però ha chiuso, sollevando le critiche dei numerosi ricercatori che collaboravano con l'osservatorio. E c’è anche la questione che riguarda la contaminazione da Pfas in Veneto. In un'area vasta 500 kmq, dove vivono 140mila abitanti nessuno ha mai pensato di farne un Sin e quindi, da oltre 10 anni, nessuno ha realizzato un vero e proprio progetto di bonifica.

L’importanza dei centri per la salute mentale

Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.

E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.

Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.

Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.

Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.

Franco Basaglia ha trasformato la cura della malattia mentale abolendo le contenzioni fisiche dei “malati” e puntando sul suo reinserimento sociale: così persone come la scrittrice Elena Cerknevic che hanno avuto la “fortuna” di ammalarsi a Trieste nel centro di salute mentale, dove ha lavorato proprio Basaglia, sono state gestite come persone e non come qualcosa da nascondere alla società. Qui la terapia va oltre il percorso farmacologico, la salute mentale va oltre la sichiatria – racconta a Report Alessandra Oretti direttrice del servizio psichiatrico a Trieste: qui le porte delle stanze, dei corridoi sono aperte, nelle otto stanze le persone stanno in cura anche quattro – cinque giorni. Nel parco dell’ex manicomio si organizzano corsi di teatro, mostre e laboratori per l’avviamento al lavoro gestiti da cooperative.

Non ci sono liste di attesa per accedere a queste strutture, una volta avviato il primo contatto, che poi è la visita domiciliare per vedere il paziente nel suo ambiente di vita.

A Gorizia al centro di salute mentale vengono effettuati anche i trattamenti sanitari obbligatori, al posto del ricovero ospedaliero, per far rimanere le persone vicine al loro luogo di vita. Le persone in fase di recupero possono vivere in alcuni appartamenti con progetti chiamati di “abitare assistito”, passando qui anche la notte senza l’assistenza di personale sanitario.

La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI

Di Marzia Amico, Giulia Sabella

Collaborazione Celeste Gonano

Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – il garante e Sangiuliano, i fondi della cultura e la terra dei fuochi

Il memorandum con la Libia

La difesa dei valori occidentali, per cui vale la pena spendere centinaia di miliardi sacrificando il welfare e altre voci per il sociale, passa anche per il memorandum con la Libia.
Già Presadiretta ci aveva raccontato di cosa si nasconde, nemmeno troppo,dietro questo accordo siglato inizialmente dal governo Berlusconi e poi aggiornato dal centrosinistra con Gentiloni e Minniti (presidente di una Fondazione legata a Leonardo, azienda nel settore degli armamenti).
L’accordo serviva a delegare alla Libia la gestione dei migranti eppure, come raccontano le cronache, gli sbarchi (e le morti in fondo al mare) continuano. Perché la propaganda della destra (e anche di un pezzo del centro sinistra) deve pur alimentarsi in qualche modo, no?

Report è salita a bordo della Ocean Viking per mostrare a chi è interessato ad andare oltre la propaganda della destra, la situazione dei soccorsi in mare.

Il servizio mostrerà un intervento dei volontari per salvare dei migranti abbandonati su un gommone davanti la Libia: arrivano a bordo sporchi, piedi di sale, sabbia, gasolio – racconta a Report uno dei soccorritori. Sono persone che vengono in maggior parte dal Nord Sudan, dalla Nigeria e dal Burkina Faso. Il capo missione spiega che sono partiti da Misurata, sono rimasti in mare da 17-18 ore: una volta a bordo e ricevute le prime cure, sulla nave ci sono delle attrezzature per lo svago per chi ha affrontato un viaggio così lungo e disperato. Poi delle lezioni di italiano, per imparare a dire il proprio nome. Poi arriva l’assegnazione del porto di sbarco a Ravenna, a cinque giorni di distanza dal luogo delle operazioni, un modo per rendere più difficile le operazioni di recupero e aumentare il disagio dei migranti a bordo, oltre ad un impatto economico per la nave enorme.

Si toglie una nave e del personale preparato a bordo da una zona dove le persone muoiono ogni giorno – racconta a Report il capo missione Angelo Selim. Persone che hanno pagato per il lungo viaggio dal loro paese verso la Libia, che hanno pagato i carcerieri in Libia, dopo aver subito le peggiori torture. Con i ricatti alle famiglie per far pagar loro il riscatto. Poi il viaggio verso l’Italia con la paura di essere nuovamente catturati dalla guardia costiera libica, quella pagata e addestrata dal governo italiano, col rischio di dover tornare indietro nelle prigioni.

Ho pagato 9000 euro per questo viaggio, ma almeno adesso ho una speranza.”


LAB REPORT: MARE MONSTRUM

Di Rosamaria Aquino
Collaborazione Norma Ferrara

Report ha trascorso due settimane su una nave Ong che opera soccorsi in mare, per raccontare cosa accade nel Mediterraneo otto anni dopo la firma del Memorandum fra l'Italia e la Libia per la gestione dei flussi migratori.

Come si spendono i soldi del ministero

Il neo ministro Giuli era stato chiaro, “coi soldi dei contribuenti bisogna stare attenti”, basta finanziamenti a pioggia agli amici come ha fatto la sinistra per anni, “non si può giocare coi fondi pubblici”.. Report racconterà dei 61 ml stanziati dal suo ministero (in un bando del 2025) per produrre film su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana.

Ma chi stabilisce cosa promuove l’identità culturale italiana – si chiede giustamente l’attore Elio Germano? Chi stabilisce qual è l’identità? Ma soprattutto, si chiede, si conosce la storia del cinema italiano?

A me sembra che la storia del nostro cinema sia fatta da film che ci mettevano in crisi, in critica e ci hanno fatto crescere molto di più di tanti proclami e di tanta propaganda. Ma neanche nelle peggiori dittature si pensano dei film di propaganda in questo modo.
Tutto questo rientra in un’ottica di revisionismo culturale, “in una logica di piccolezza, proprio una scarsità di competenza, di sensibilità, di vedute. È una micragnosa volontà di assicurarsi il proprio futuro.”

La scheda del servizio: TITOLI DI CODA
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo le misure correttive sul tax credit attuate dai due ministri della Cultura del Governo Meloni, il cinema italiano sembra essere in crisi, come testimonia in esclusiva davanti alle telecamere di Report Elio Germano, vincitore del David di Donatello del 2025 come miglior attore protagonista. L’inchiesta si occupa dei finanziamenti statali che hanno ricevuto alcune case di produzione per film che poi hanno ottenuto scarsi incassi al botteghino.

L’authority che dovrebbe essere indipendente

Report torna ad occuparsi dell’authority sulla privacy e dell’incontro di Giglia, uno dei membri con esponenti di FDI poco prima del voto su Report.
Nel servizio che andrà in onda domenica sera si racconterà delle pressioni dell’ex ministro Sangiuliano e della moglie su Ghiglia che a sua volta gira il ricorso alla sua segreteria, chiedendo di intervenire. In particolare ad essere coinvolta sarebbe Cristiana Luciana che poi è la moglie di un deputato di FDI, Luca Sbardella, membro della giunta per le elezioni e della commissione di Vigilanza sulla Rai (e su Report stessa).
La signora Luciani nega ogni pressione da parte del partito, “queste sono cose molto gravi” risponde alla domanda della giornalista. D’altronde non è nemmeno una cosa normale questi rapporto tra un membro dell’Authority ed esponenti di un partito (governo o minoranza non fa differenza).

Come non sembra normale nemmeno la storia dell’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Bonifazi e Boschi sui lavori di ristrutturazione della villa della presidente Meloni.

L’esponente dell’Authority Ghiglia ha chiesto una verifica su questa interrogazione per capire se fosse o meno un diritto dell’interrogante avere una risposta a tutte le domande in dettaglio o se qualcosa si potesse coprire. Una verifica da fare in urgenza.

Luca Ciriani, ministro per i rapporti col Parlamento da questa risposta ai deputati: non sono stati stanziati fondi dai ministeri per i lavori nella villa di Meloni, non è stato usato denaro pubblico dunque non si ravvedono motivi per fornire un elenco dei fornitori privati, di acquisti personali, per non venir meno alle aspettative di riservatezza.

La trasparenza vale solo se ci sono fondi pubblici?
LA giornalista di Report ha chiesto a Ghiglia del perché della sua attivazione, ricevendo una risposta al limite dello sgarbato, “preferisco rispondere a Ranucci perché più simpatico”.

A votare a favore della sanzione a Report è stato anche il presidente Stanzione, maestro e gioda dell’avvocato Salvatore Sica, fratello dell’avvocato difensore di Sangiuliano, Silverio Sica. Salvatore Sica è stato anche consigliere giuridico nel ministero della cultura diretto da Sangiuliano. C’è un rapporto diretto col presidente tanto che – racconta il servizio – Sica ha contribuito alla realizzazione di una collana “Studi in onore di Pasquale Stanzione”.

Tra il 2023 e il 2024 vengono assunti dal garante, tramite concorso, il nipote di Salvatore Sica e la fidanzata del figlio.

La giornalista di Report ha chiesto all’avvocato Domenico Sica se nel passato avesse già difeso Sangiuliano ottenendo come risposta “chi se ne fotte, ma la smettete con questo modo di fare giornalismo..”

Cosa c’entra tutto questo, sbotta Sica di fronte alle domande di Chiara De Luca: alle persone interessa sapere che genere di rapporti esistono tra membri di una authority e una persona che si è appellata a loro con un esposto. Perché i rapporti ci sono.

La scheda del servizio: L’AUTORITÀ DEL GARANTE
di Chiara De Luca
Collaborazione Eleonora Numico

Report ritorna sul Garante della privacy. Agostino Ghiglia, membro del collegio, il giorno prima della sanzione a Report si è recato in via della Scrofa a Roma, nella sede di Fratelli d’Italia. Perché?

La terra dei fuochi brucia ancora

L’Europa ci aveva chiesto di sanare le discariche illegali di rifiuti in Campania e invece, nel silenzio generale, non solo si continuano a sversare rifiuti nelle campagne ma ogni tanto viene appiccato qualche incendio per cercare di nascondere le prove. Ma a prendere fuoco, anche qui casualmente, sono anche gli impianti di stoccaggio rifiuti, finiti sotto sequestro perché accumulano materiale più di quanto consentito.

A Pignataro in provincia di Caserta non è la prima volta che un’azienda di rifiuti va a fuoco: “abbiamo subito 5-6 incendi” racconta a Report il sindaco.

Come l’incendio in località Palmieri di una azienda che qui non doveva esserci, perché dichiarata illegale e illegittima.

Non si è ancora scoperto nulla sulle cause degli incendi, risponde il sindaco: eppure il fumo dei roghi fa ammalare le persone, le persone si sentono abbandonate dalla sanità, dalle istituzioni, piuttosto che aprire ambulatori ed ospedali qui li chiudono nel casertano. In ogni famiglia ci sono persone ammalate dai veleni delle discariche illegali – è la testimonianza raccolta sul territorio da Bernardo Iovene.

Lo Stato dovrebbe intervenire con fondi propri per sanare i danni causati dal privato e poi rivalersi sul danno economico causato. Un danno economico, ambientale e sanitario: a fine settembre tutti i comitati della terra dei fuochi, che ormai si allarga anche a nord di Caserta si sono riuniti per dire no agli ambienti, chiedere le bonifiche e un piano straordinario per la sanità.

Qui ci dobbiamo essere per forza, perché noi siamo contro al disastro ambientale. Noi mamme non ce la facciamo più a dire basta.”
A queste manifestazioni sono presenti anche medici dell’ambiente vestiti in divisa: “noi stiamo vivendo una terra dei fuochi, sono 30 anni che non riusciamo a salvare nessuno ..”

Altre persone sfilano con le immagini di amici o parenti morti per le malattie causate dall’inquinamento ambientale.

Bisogna smetterla di prendere decisioni sopra la testa delle comunità, la sentenza CEDU parla molto chiaro indicando il coinvolgimento delle comunità” racconta a Iovene un membro del comitato, “ma oggi il governo sta andando in un’altra direzione.”

La sentenza della Corte dei diritti per l’uomo porta il nome del primo ricorrente contro l’Italia, Canavacciuolo: la sentenza dice che lo Stato italiano ha violato e calpestato il diritto alla salute dei cittadini, adesso le persone dopo questa sentenza si aspettano una svolta. Ma lo Stato, il governo, dopo appena due mesi dalla sentenza, a marzo, ha nominato un commissario unico per la bonifica delle discariche abusive in terra dei fuochi. Il generale dei carabinieri forestali Vadalà: “la sentenza è un pungolo a dover fare” risponde a Iovene il neo commissario, ma rimane una sentenza dei cittadini contro l’inerzia, se non peggio, dello Stato. Che qui dovrà faticare molto per ricostruirsi la sua credibilità.


Perché la terra dei fuochi brucia ancora, nonostante norme, leggi, e quant’altro – racconta Enzo Tosti fondatore del comitato “Stop Biocidio”. Caivano non era stato ripulito, come stabiliva il decreto Caivano del governo che fa rispettare le leggi? No, perché come spiega un altro esponente del comitato, il decreto è stato solo cosmesi.

L’unica novità dopo tanti anni di lotte è la sentenza della corte europea dei diritti dell’Uomo che da ragione ai cittadini e ai comitati e torto allo Stato.

Lo Stato dovrà occuparsi di Caivano e dell’area vasta di Giugliano, terra massacrata nelle falde, nella terra e nell’aria. Simbolo dell’inefficienza e dell’impotenza è un posto che verrà mostrato dalle telecamere di Report conosciuto come Ponte Riccio dove ai lati di un campo rom si accumula da decenni spunta un disastro che brucia puntualmente in tutte le stagioni.

E gli abitanti di Qualiano, un comune a fianco al campo, respirano la stessa aria: non può essere il comune ad operare di fronte a questo disastro, racconta il sindaco a Iovene, perché qui arrivano rifiuti da molti territori, non solo quelli limitrofi. Non si può chiedere ai comuni del territorio di smaltire questi rifiuti prodotti da una filiera industriale, perché poi i costi finirebbero sulla Tari dei cittadini. Qui le persone si ammalano respirando il residuo della combustione di guaine, eternit, vernici, rifiuti liquidi.

Il terreno è di un privato che però non ha i fondi per procedere, il comune non può attaccare il privato perché lo smaltimento dei rifiuti è avvenuto abusivamente e la legge ordinaria non consente di procedere in queste condizioni straordinarie.

Perché qui, a Ponte Riccio, bruciano anche i contenitori dei rifiuti speciali degli ospedali dell’industria chimica.

Ad accompagnare Iovene nella visita c’era un volontario di Kosmos Pasquale Pennacchio: su questo tema mi sento isolato confida a Report, la speranza sono le nuove generazioni.

La scheda del servizio: E BRUCIA ANCORA
di Bernardo Iovene
Collaborazione Lidia Galeazzo

La terra dei fuochi – in Campania - brucia ancora, ma una svolta potrebbe arrivare da Strasburgo. Una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nata dai ricorsi presentati da cittadini e associazioni, obbliga lo Stato italiano ad agire concretamente per la bonifica ambientale e la tutela della salute nelle aree più colpite dall’inquinamento. In quest’area che comprende 90 comuni e circa 2 milioni e 600 mila abitanti, secondo la decisione della Corte entro due anni il Governo dovrà procedere alla bonifica dei siti contaminati e avviare programmi di prevenzione oncologica per le popolazioni esposte ai rischi ambientali. È già passato quasi un anno, il governo ha nominato l’ennesimo commissario, che nella sua prima relazione ha censito 293 siti, e ha calcolato una stima, solo per 81 siti di competenza pubblica, di 2 miliardi e mezzo di euro con un programma di interventi che va oltre i 10 anni. Nel decreto dell’8 agosto, però, i fondi stanziati ammontano a 15 milioni di euro, destinati unicamente alla rimozione parziale dei rifiuti in superficie. Intanto, i cittadini, i medici di base, gli oncologi e le associazioni locali continuano a chiedere azioni immediate, non solo sul fronte delle bonifiche ma anche per garantire screening gratuiti e regolari, soprattutto nelle zone dove si registrano picchi di malattie tumorali.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

10 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - la servitù energetica, le riforme della giustizia e la terra dei fuochi

Chi sarà avvantaggiato dall’insieme delle norme varate con decretazione di urgenza dal governo Meloni? Poi, a seguire, unìinchiesta sul braccio di ferro tra la regione Campania e la Tunisia sui rifiuti smaltiti sul suo territorio.

Lab Report - L’eolico in Sardegna

Dopo le servitù militari i sardi saranno costretti a subire le servità energetiche?

Ogni regione deve decidere dove costruire gli impianti per le energie rinnovabili: in Sardegna la nuova giunta intenderebbe vietare nuovi impianti eolici anche quelli in esame al ministero.

In Sardegna, oltre agli impianti eolici a terra, sono stati presentati anche 27 progetti di impianti eolici da realizzare in mezzo al mare di fronte alla costa e li sta valutando il ministero dell’Ambiente. In Portogallo ne hanno realizzato uno, ha tre piattaforme galleggianti su cui si innalzano le turbine eoliche, il punto più alto di una pala è 200 metri.

E’ una tecnologia innovativa” racconta a Report Simone Togni, presidente Anev – associazione nazionale energia del vento - “se noi saremo i primi nel mondo a farla, potremmo avere un beneficio industriale.”
Nel mar Mediterraneo non esistono progetti simili a quelli presentati lungo le coste sarde, bisogna immaginare le tre turbine eoliche galleggianti in Portogallo moltiplicate almeno per dieci. I progetti che si contengono il mare di fronte alla Sardegna infatti, prevedono dai venti agli 80 eurogeneratori per impianto.
L’assessore all’urbanistica di Alghero ha mostrato a Report la mappa dell’impianto che si vorrebbe realizzare davanti alla loro costa: questo impianto ha l’estensione pari a tutto il comune di Alghero, oltre 300 km quadrati. Alghero è il comune che ha a che fare con tre progetti eolici a mare presentati di fronte la costa ovest dell’isola: il parco flottante Mistral con 32 aerogeneratori della spagnola Acciona energia global, un secondo progetto denominato Alg con 34 turbine eoliche e il terzo italo svedese , il Sardinian North West che si potrebbe scorgere dal belvedere di capo caccia, “con una modifica palese del panorama” spiega a Report il sindaco.
A che distanza sarebbero dalla costa? Sarebbero a circa 24 km di distanza, secondo il progetto, ma il litorale di Alghero è noto anche come la riviera del corallo, gran parte della costa è protetta dall’area marina di capo Caccia isola Piana. Le pale del progetto Mistral sarebbero alte 300 metri, dunque molto di più che di Capo Caccia.

Ma l’impatto non è solo sul paesaggio marino, l’energia prodotta da questi impianti flottanti deve essere traportata a terra tramite i cavi: uno dei tre progetti davanti Alghero prevede l’introduzione dei cavi dotti che atterra in prossimità del litorale sabbioso, per poi collegarsi alla centrale di Terna. Un altro progetto prevede l’arrivo dei cavi su un terreno agricolo di pregio per i suoi uliveti, un altro ancora prevede l’arrivo dei cavi in prossimità del porto turistico di Alghero, di fronte alle mura del centro storico.

Non possono progetti che hanno impatti di questo tipo essere calati dall’alto” commenta a Report l’assessore all’urbanistica Roberto Corbia.

Gli impianti eolici galleggianti che dovrebbero essere installati al largo della costa nord orientale della Sardegna sono quattro: c’è quello della società Sardegna North East, con 80 aerogeneratori da installare a 24 km dalla costa; il progetto Tibula Energia con 65 aerogeneratori a oltre 25 km; poi ci sono Nurax Wind Power con 33 pale eoliche aoltre 35 km e infine Poseidon Wind Power con 72 pale a oltre 42 km dalla costa. Questi ultimi due sono stati proposti da Eni Plenitude, Cassa Depositi e Prestiti assieme al fondo danese Chip.


Tutte queste torri sarebbero dunque visibili a occhio nudo” – spiega il sindaco di Arzachena Roberto Ragnedda – “e pertanto la provocazione è quella, se vogliono il nostro vento devono almeno rispettare la nostra identità e quindi questi interventi li possono fare ancora più a largo, in maniera da mantenere questo stato delle cose [riferendosi al paesaggio di fronte alla costa] intatto”.
Le società dei progetti assicurano che la percezione visiva delle turbine dalla spiaggia sia ridotta, anche per gli impianti più vicini che, per curvatura della terra, gli aerogeneratori non possono essere visibili. Ma dai calcoli del coordinamento Gallura, le pale eoliche alte fino a 300 metri sarebbero visibili da vari punti della costa, da Porto Cervo, Arzachena e anche dalla terrazza panoramica di capo Coda Cavallo.
“Sarebbe la contrapposizione di un paesaggio naturale con un paesaggio industriale” racconta a Report Agostino Conti del coordinamento Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica.
Come tutte le regioni la Sardegna deve individuare le aree idonee per la realizzazione degli impianti in tempi più snelli e deve indicare le aree non idonee: in quest’ultime la regione ha previsto il divieto a costruire impianti di fonti rinnovabili, divieto che vale anche per quelli che sono già in fase di valutazione dal ministero dell’Ambiente.
Questa è la posizione della presidente Alessandra Todde: “siamo una regione a statuto autonomo e abbiamo una competenza primaria che è quella urbanistica, sicuramente il governo non può far finta di nulla.”
Dunque il ministero dell’Ambiente si fermerà con queste valutazioni (per progetti sulle aree indicate come non idonee)? “No, perché questa norma non da un ordine di fermarsi agli uffici statali, dice che le procedura di valutazione ambientale quando hanno terminato la fase statale, passano a quella regionale non vanno avanti, si fermano” risponde Massimiliano Atelli presidente della commissione valutazione impatto ambientale.
Dunque in un futuro le procedure adesso in valutazione al ministero si potranno fermare, vale anche per gli impianti eolici offshore.

La scheda del servizio: Dove girano le pale

Per chi vale la riforma della giustizia?

Abolizione dell’abuso d’ufficio, perché così i sindaci possono lavorare in pace. Separazione delle carriere, così i giudici non sono influenzati dai magistrati inquirenti. Divieto di pubblicazione degli ordinanze di custodia cautelare perché siamo garantisti. Stretta sulle intercettazioni, perché tanto i mafiosi non parlano al telefono e non vogliamo origliare nella vita delle persone.

L’insieme delle leggi approvate in tema di giustizia è ben composto: ma siamo sicuri che questi pacchetti renderanno la giustizia più celere e, soprattutto, garantiranno ai cittadini una giustizia che vale per tutti e non solo per qualcuno?

Con la stretta alle intercettazioni ad esempio c’è un limite di tempo di tre mesi per mettere sotto osservazione una persona sospettata di reati. Poi basta. Eppure, come spiega l’ex giudice Casson, anche ex senatore PD, il ministro Nordio è stato sia giudice che magistrato, sa che le intercettazioni sono fondamentali nella lotta contro qualsiasi forma di criminalità a partire da quella terroristica, eversiva, per finire alla criminalità organizzata: “lo sa benissimo perché ha usato per anni e anni, a piene mani, le intercettazioni”, per esempio nell’inchiesta sul Mose di Venezia, contro l’ex presidente Galan e i dirigenti del consorzio che doveva costruire la grande opera sulla laguna di Venezia. Galan, assusato di aver preso tangenti dal consorzio Venezia Nuova, dopo 78 giorni di custodia cautelare, ha patteggiato una pena di due anni e dieci mesi. Il procuratore aggiunto che ha coordinato l’inchiesta era proprio Carlo Nordio.
Galan, oggi ritiratosi nella sua casa in campagna ricorda quei giorni: di fronte alle telecamere di Report accusa l’attuale ministro di aver usato la carcerazione preventiva come strumento di tortura per arrivare al patteggiamento.

Ma è stato anche alle 300 mila ore di intercettazioni che Nordio è riuscito ad ottenere il sequestro di Villa Radella, dello stesso Galan, valutata 2,6 ml di euro all’asta, mentre l’ex presidente dovrà risarcire lo Stato con 5,8 ml di euro.
Perché Galan ha patteggiato la pena? Spiega Galan che è stato per la figlia di sette anni, “mi è stato detto che se non avessi patteggiato loro avrebbero chiesto per me il giudizio immediato e avrebbero potuto trattenermi in carcere e in galera per altri sei mesi, fino ad arrivare a sentenza”. Di fronte a questo, Galan ha firmato..



Report ha chiesto un’intervista al ministro, senza successo: “se fate una domanda su oggi va bene..” ha risposto a Bertazzoni che voleva porgli qualche domanda sulla limitazione delle intercettazioni, sul costo delle intercettazioni, che siamo tutti intercettati. Tutte questioni che altri eminenti magistrati hanno smentito numeri alla mano. Fare le intercettazioni conviene allo stato e, come dimostra l’inchiesta su Equalize, il governo dovrebbe occuparsi di queste agenzie di security, che accedono indisturbate a tutte le banche dati sensibili, per alimentare un mercato delle informazioni privato.
Che ne pensa il ministro? Inseguito ad un evento dove si parlava di violenza sulle donne, tema tra l’altro molto importante, il ministro ha parlato con tanti giornalisti tranne che Report.
Perché il ministro e il suo staf scelgono le domande su cui rispondere ai giornalisti e, a quanto pare, le domande sulle intercettazioni non rientrano tra i quesiti ammessi.

Nemmeno l’ex deputato di Azione oggi tornato a Forza Italia, Enrico Costa, ispiratore e ideatore della “legge bavaglio” ha voluto rispondere alle domande di Report: dall’opposizione ha ispirato la riforma poi attuata dal ministro Nordio, “perché dovrebbe essere compito dell’opposizione non dire sempre dei no” - spiega a Bertazzoni, come a dire che l’unica opposizione buona è quella che anticipa la maggioranza.
Comunque una settimana dopo il tentativo di intervista andato a male, Costa ha annunciato di voler tornare in Forza Italia. Chi invece per ora rimane all’opposizione è Matteo Renzi: anche Italia Viva ha votato la riforma Nordio, come Azione.

Da che parte sta Renzi? “Affermare che non si capisce da che parte sto lo possono dire gli amici di Report con la loro posizione ideologica, io sto sempre dallo stesso posto, sulla questione della giustizia ho sempre detto che sono garantista. Sa chi è che cambia idea una volta si e una volta no? Quelli della destra e quelli della sinistra.. Io da sempre dico che ci vogliono dei limiti alle intercettazioni perché è un diritto umano la privacy.”

Dopo di che se c’è una notizia di reato e servono le intercettazioni, che possono durare più di 45 giorni? “Il pm chiede la proroga e il Gup autorizza..”

Di fatto si rende più complicato l’iter delle indagini, con questi limiti.
A proposito, non mi ricordo un Renzi così garantista nella vicenda Idem, la ministra dello sport del governo Letta, o nella vicenda Marino, l’ex sindaco di Roma. E nemmeno nei confronti dell’insegnante di italiano, colpevole di aver apostrofato male degli agenti di polizia durante una manifestazione di Casa Pound. Quella insegnante andava licenziata.

La scheda del servizio: Oblio di Stato di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Chiara D'Ambros, Cristiano Forti, Marco Ronca e Alessandro Sarno

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio e grafiche di Giorgio Vallati

Il 25 agosto scorso è entrata in vigore la riforma della giustizia.

Una riforma che ha decretato l’abolizione del reato d’abuso d’ufficio e un depotenziamento del reato di traffico di influenze illecite. Una riforma che porta il nome del ministro che l’ha fortemente voluta, Carlo Nordio. Entrato in magistratura nel 1977, Nordio ha costruito la sua carriera in una sola Procura, quella di Venezia: l’inchiesta ricostruisce il passato di Nordio come pubblico ministero e analizza quali saranno i cambiamenti dopo le modifiche apportate dalla riforma sulla giustizia. L’inchiesta racconta anche il caso di Rosanna Natoli, ex consigliera laica del Csm in quota Fratelli d’Italia, sospesa dal Consiglio Superiore della Magistratura dopo la diffusione della registrazione di un incontro con la giudice Fascetto Sivillo. Infine, l’inchiesta si occupa della presunta indagine su Arianna Meloni sollevata quest’estate dal direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti. Che fine ha fatto il complotto?

A chi conviene la riforma della giustizia – la filiera del tartufo

A chi conviene questa riforma della giustizia?

Report ripercorre l’inchiesta che in Umbria ha portato all’accusa del reato di abuso d’ufficio per la presidente Donatella Tesei: l’inchiesta è stata poi archiviata quando il governo Meloni ha abrogato questo reato. Come racconterà Report, la regione Umbria ha stanziato dei fondi pubblici per la filiera del tartufo, una buona parte di questi sono finiti ad una azienda di proprietà del marito dell’assessora al bilancio, Paola Agabiti, che non si è nemmeno astenuta quando la giunta regionale ha approvato la delibera. In quella azienda era stato assunto il figlio della presidente Tesei che ora si ripresenta alle urne come candidata.
Erano solo delibere di carattere generale – si giustifica l’assessora Agabiti intervistata da Report – nessun atto assegnava le risorse all’azienda del marito, “le questioni morali o di opportunità le faccia ad alcuni esponenti del PD.”

La scheda del servizio: Il tartufo gate di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Davide Fonda, Andrea Lilli

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio e grafiche di Giorgio Vallati

Nel 2021 la Regione Umbria ha deliberato uno stanziamento di fondi per la filiera del tartufo. ​​​​​​

Quasi la metà dei 10,7 milioni di euro è finita alla Urbani Tartufi, il cui amministratore delegato è Gianmarco Urbani, marito dell’Assessora al bilancio della Regione Umbria Paola Agabiti. Nel periodo in cui veniva predisposto il bando, il figlio della Presidente Donatella Tesei è stato assunto a tempo indeterminato dalla Urbani Tartufi. Per queste vicende la Procura di Perugia ha indagato per abuso d’ufficio Donatella Tesei e la sua Assessora Agabiti. L’inchiesta è stata poi archiviata per l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio.

I rifiuti contesi della Campania, la terra dei fuochi e dei ciechi

Bernardo Iovene aveva già raccontato nel 2022 la vicenda dei rifiuti campani inviati in Tunisia per essere smaltiti e che invece hanno portato ad uno scontro diplomatico col governo tunisino

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO
L’ambasciatore ha trattato sulla restituzione di 282 container contenenti i rifiuti, che dalla Campania erano stati spediti in Tunisia. Si tratta di rifiuti scarto della raccolta differenziata; devono essere smaltiti in discarica o bruciati nell’inceneritore. Solo che in Italia costerebbe smaltirli - all’epoca costava - 200 euro a tonnellata, in Tunisia te la cavavi con 48 euro. Così la società salernitana di smaltimento rifiuti, la SRA prende contatti con l’omologa tunisina, la Soreplast e, in base a questo accordo, avrebbe dovuto spedire 120 mila tonnellate nel paese nordafricano spendendo invece di 24 milioni, 5 milioni 760 mila euro, più il trasporto. Comunque un bel risparmio. Ma se devi spedire dei rifiuti all’estero, devi sottostare a determinate regole. In questo caso alla convenzione di Basilea che richiede che la Regione Campania contatti i così detti focal point. Si tratta di funzionari del ministero dell’Ambiente, quello italiano e l’omologo tunisino. La Regione Campania ha contattato quello italiano, non l’omologo tunisino. E così che cosa è successo? Che una volta che sono partiti dalla Campania i 282 container, appena sono sbarcati in Tunisia nel porto di Sousse, sono stati sequestrati. Sono stati arrestati il ministro dell’Ambiente, il responsabile, il direttore dell’agenzia dei rifiuti tunisina, sarebbe stato arrestato anche il proprietario dell’azienda tunisina di smaltimento rifiuti se non che è scappato ed è latitante. Ora, Huston, abbiamo un problema: chi paga le giornate di sequestro dei rifiuti al porto tunisino? Chi paga il viaggio in nave? Chi paga l’affitto dei container? Insomma, parliamo di una cifra oltre i 43 milioni di euro. E poi, una volta sbarcati in Italia, dove hanno portato i rifiuti?

Come è andata avanti la vicenda? Parte dei rifiuti parcheggiati nei locali della ditta Soreplast sono bruciati, altri sono tornati in Italia, rifiuti su cui poi è partita una inchiesta della DIA.


Questa storia è solo un pezzetto di una inchiesta più ampia di Report sulla mala gestione dei rifiuti in Campania, Campania Infelix era stata chiamato anche un vecchio servizio sempre del giornalista di Report: regione infelice per i roghi dei rifiuti, come quello
avvenuto a Serre, sulla piana del Sele, col fumo che ha riempito tutta la valle per sette giorni– racconta l’ex sindaco di Eboli, Rosania – colonna di fumo che si alzava dal rogo di una discarica con gomme, plastiche e rifiuti vari, una combustione che sprigiona veleni come la diossina, idrogeno solforato, pm10, pm25, ossido di carbonio.
In quella discarica non c’era un impianto antincendio funzionante – aggiunge al racconto il sindaco di Altavilla Silentina (SA) Francesco Cembalo, “abbiamo assistito all’ennesima sciagura per la valle del Sele”.
Quanto è successo è ancora inspiegabile – è il commento del sindaco di Serre (SA) Antonio Opramolla “come possono incendiarsi dei rifiuti in un comprensorio militare.”
L’area militare era nel comune di Serre ma a ridosso del paese di Altavilla Silentina, dopo l’incendio i sindaci hanno appreso con stupore che l’area dove c’erano i rifiuti non era affidata ai militari, ma data in affido alla regione Campania, una zona della regione dentro una zona militare, la sorveglianza toccava alla regione dunque.
Dunque funzionari della regione hanno fatto in modo che questi rifiuti andassero in Tunisia e tornassero, la regione in quanto istituzione ha deciso di metterli qua, prendendosi una responsabilità ben precisa. I sindaci della zona sono decisi ad andare avanti per tutelare i loro territori, il sindaco di Serre ha fatto già un esposto contro ignoti e chiunque abbia delle responsabilità.
Le interrogazioni all’assessore Bonavitacola sono state fatte anche dal consigliere di opposizione Tommasetti, della Lega: la regione non ha dato alcuna risposta al suo esposto (dove chiedeva conto del mancato controllo da parte della regione).

Nel 2008 Report si era occupato anche di un altro episodio di questa scia di reati contro l’ambiente in Campania: lo sversamento di rifiuti nel canale dei Regi Lagni, per cui vennero condannati per disastro ambientale i fratelli Pellini (titolari di una azienda di calcestruzzi).

Dalla loro azienda ad Acerra la guardia forestale aveva filmato nel 2008 lo sversamento di rifiuti liquidi nel canale, liquidi speciali ovvero scarti industriali: dopo sette anni di processi sono stati condannati a sette anni per disastro ambientale. Oggi, dopo il primo dissequestro dell’impianto seguita ad un nuovo sequestro dei loro beni, i fratelli Pellini hanno chiesto al giornalista un incontro. Questa volta a parlare è un altro fratello, Giovanni, che smentisce la versione data nel 2008 da Cuno Pellini (in una vecchia intervista aveva ammesso che lo sversamento era della loro azienda ma che l’acqua non era inquinata). Quel tubo filmato non è un tubo nostro – dicono oggi a Iovene: a Report i Pellini mostrano delle analisi sul cemento delle case costruite da loro, dove non sarebbe presente amianto, smentendo l’accusa che loro mescolavano al calcestruzzo prodotto l’amianto da smaltire.
Dunque non ci sarebbe mai stato alcun disastro ambientale – sostengono oggi di fronte a Report.

Disastro ambientale che ha un forte impatto sulla salute delle persone: Acerra è la zona dove stanno maggiormente aumentando i casi di tumore in percentuale, anche tra i giovani, rispetto al resto d’Italia.

La scheda del servizio: La Terra dei Fuochi

La Terra dei Fuochi, dei ciechi e dei muti di Bernardo Iovene

Collaborazione di Lidia Galeazzo

Immagini di Paco Sannino e Cristiano Forti

Ricerca immagini di Tiziana Battisti

Grafiche di Federico Ajello

I fratelli Pellini sono stati condannati per il disastro ambientale avvenuto nella zona di Acerra nei primi anni 2000.

Per un problema formale i loro beni sono stati dissequestrati ad aprile di quest’anno, ma grazie alle proteste dei cittadini e su indicazione della procura di Napoli è stato emesso un nuovo decreto di sequestro. Report ha intervistato i 3 fratelli che si difendono e negano tutte le accuse per le quali sono stati condannati a 7 anni, mai scontati, grazie ai benefici e all’indulto. A fine ottobre è iniziato il nuovo processo che potrebbe portare il sequestro di 200 milioni di euro del loro patrimonio alla definitiva confisca. Siamo stati nel territorio dove abbiamo cercato di ricostruire il disastro sia ambientale che quello legato alla salute, Acerra è al primo posto per incidenza delle malattie tumorali, un dato ormai dimostrato e legato all’inquinamento avvenuto negli ultimi trent’anni. Report tornerà a documentare poi la fine dei 212 containers di rifiuti italiani rientrati dalla Tunisia. Nel 2022, contro la volontà popolare, furono stoccati dalla Regione Campania nell'area militare di Persano nel comune di Serre, si temeva quello che poi è accaduto a luglio di quest’anno, sono stati incendiati, e secondo la procura di Salerno si tratterebbe di un incendio doloso.

Il sottosegretario perde il pelo

I giornalisti di Report tornano ad occuparsi dell’ex sottosegretario Sgarbi e su altri quadri finiti in mostre organizzate dal critico d’arte, che risulterebbero rubati. Chi ha dato queste opere a Sgarbi?

La scheda del servizio: Refurtiva in mostra di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson e Madi Ferrucci

Immagini di Marco Ronca

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafica di Michele Ventrone

Il 9 ottobre 2024 i Carabinieri hanno sequestrato a Ferrara una importante opera di proprietà di Vittorio Sgarbi.

Una copia seicentesca di Ortolano, dal titolo “Compianto sul Cristo Morto”. Il sequestro, secondo quanto ricostruito da Report e dal Fatto Quotidiano, è avvenuto a Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, tre giorni prima dell’inaugurazione dell’esposizione Il Cinquecento a Ferrara, curata da Vittorio Sgarbi. L’opera, annunciata nel catalogo dell’esposizione, non è attualmente presente in mostra. Ma un'immagine che abbiamo recuperato, dimostra che prima del sequestro si trovava nella sala 9 della prestigiosa sede espositiva. L’Ortolano risultava rubato nel 1984 in un palazzo nobiliare e Bevagna (Pg), ed era di proprietà del signor Paganello Spetia. L’ex sottosegretario alla Cultura, dopo le sue dimissioni dall’incarico di governo in seguito allo scandalo del Manetti rubato, ha mantenuto l’incarico di presidente della fondazione Ferrara Arte, controllata dal Comune di Ferrara.

L’indagine dei nostri inviati ha permesso di ricostruire la probabile presenza di un’altra opera rubata nella collezione privata di Sgarbi, anche questa apparsa nel 2022 in una esposizione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 dicembre 2022

Report – l’inchiesta su Tim, i rifiuti tunisini e le due Leghe

Le carte segrete di Tim, spolpata dopo anni di non buona gestione, ma oggi c’è ancora qualcuno che ci guadagna.

Poi un servizio sulle due Leghe, quella di Salvini e quella che deve rinsaldare il debito con lo Stato.

Nell’anteprima la storia dei rifiuti dalla Campania alla Tunisia.

IL RESO TUNISINO di Bernardo Iovene

Nella missione diplomatica del passato dicembre l’ex ministro Di Maio va in Tunisia per parlare di immigrati e dei rifiuti inviati in Tunisia dalla Campania. Per un caso, il giorno dopo della visita i rifiuti vanno a fuoco: oggi sono ancora nel capannone, stipati in attesa di un loro ritorno in Italia.
I responsabili politici sono finiti in carcere – racconta l’ambasciatore tunisino – che ha trattato la restituzione dei container direttamente col presidente De Luca.

Sono rifiuti che si pensava di smaltire in Tunisia, dove il costo della gestione era inferiore (da 24 a 5 ml di euro, un bel risparmio): la Soreplast ha contattato il ministero dell’ambiente italiano ma non quello tunisino, che doveva essere contattato per gli accordi internazionali. Così i container sono stati sequestrati e tenuti fermi nel porto tunisino.
Chi paga oggi i 43 ml di euro, costo del mantenimento dei rifiuti in Tunisia nel porto di Sousse e del viaggio in Italia?
Non lo sappiamo: oggi questi rifiuti sono stati spostati a Persano nel sito militare, senza coinvolgere i sindaci locali e le associazioni di cittadini.
Nel sito di Persano sono stoccate anche le ecoballe che, dopo le arrivo dei rifiuti tunisino, sono state spostate in altri siti.
A Serre oltre allo stoccaggio delle ecoballe, c’è la discarica di Macchia Soprano, scelta dall’allora commissario Bertolaso, costruita al posto di un bosco che è stato sacrificato.
Ci sono dei documenti stilati dai commissari che chiarivano che a Serre non sarebbero arrivati altri rifiuti: ma i protocolli di intesa stilati coi comuni del Sele non sono stati rispettati.
Ma il 20 aprile i container tunisini arrivano a Persano, scortati dalla polizia: l’ordinanza dei rifiuti non arriva dal presidente De Luca ma bensì dal presidente della provincia di Salerno.
Franco Alfieri – presidente della provincia, non ha accettato l’intervista a Report.

Chi ha commesso l’errore dell’invio dei rifiuti in Tunisia? Il sito della convenzione di Basilea contiene i contatti dei referenti politici nel ministero dell’ambiente tunisino. Il funzionario regionale in Campania invece ha raccontato di non aver trovato alcuna informazione, nemmeno su Google.
Purtroppo nemmeno l’amministrazione campana ha accettato di rispondere alle domande.
La Soreplast oggi non vuole pagare i costi e il viaggio dei rifiuti, oltre che dello smaltimento:
secondo l’azienda l’errore è della regione Campania. Ma nonostante i rifiuti siano della Soreplast, alla fine a pagare saremo noi cittadini.

Ci sono anche i danni in Tunisia: l’ambasciatore è molto chiaro su questo punto, lo stato italiano è responsabile, così la prossima volta che si esportano “illegalmente” rifiuti ci si penserà prima.

QUESTA È TIM di Giorgio Mottola

Nella scorsa inchiesta su Tim, Giorgio Mottola aveva raccontato la storia di Antonio Meneghetti, fondatore della Ontopsicologia, che ha passato gli ultimi anni della sua vita in un borgo sugli appennini in Umbria.
Qui incontra il giovane conduttore televisivo Andrea Pezzi: dalla televisione passa all’imprenditoria, con pochi successi, lanciandosi poi nel settore della pubblicià online.
Da Berlusconi, Pezzi trova come finanziatore Serra, finanziatore della campagna di Renzi: Pezzi gestisce la campagna pubblicitaria di Enel e poi di Tim per 5 ml di euro.
Un fondo francese decide di comprare l’azienda di Pezzi garantendo un buon affare per Pezzi e ai renziani finanziatori del suo progetto: nel 2021 viene assunto come consigliere di Vivendì, advosor di de Puyfontaine, che lo aiuta a decodificare alcuni ragionamenti macchiavellici del nostro paese.
Oggi Tim ha debito per 30 miliardi, i lavoratori sono in solidarietà da anni, ma per Pezzi Tim continua ad essere la gallina delle uova d’oro per il contratto di pubblicità.


Giorgio Mottola in questo servizio racconterà la storia di un altro artista: Salvatore Passaro, partendo dal quadrilatero della moda a Milano.
In un palazzo della zona si tenevano sedute spiritiche dove partecipavano uomini dello spettacolo e altri personaggi: le sedute erano tenute da “maga clielia”, la signora Berghella, secondo alcuni fondatrice di una setta, lei parlava come tramite per Gesù Cristo.
La setta dei guerrieri della luce aveva dentro persone della televisione, cantanti e attori, tra questi Michelle Hunziker: attraverso lei la maga riesce ad accalappiare anche Piersilvio Berlusconi, ad inizio anni duemila. Nessuna seduta – precisa Piersilvio – solo incontri sporadici con la signora Berghella.
Dopo la Hunziker arriva Salvatore Passaro, con cui costituisce un’azienda per gestire l’immagine dei vip, finanziata da Michelle Hunziker e donata a Passaro stesso.

Dopo anni Salvatore Passaro e la maga si ritrovano su un palco per raccontare di Outplay, società di pubblicità online, dietro cui si ritrova Mint, una società di Pezzi: di Outplay Passaro diventa direttore generale.
Passaro si mette in proprio in una azienda di Telecomunicazioni, mettendosi assieme a Giuliano Tavaroli (che ha patteggiato 4 anni e mezzo di carcere per dossieraggio): riesce a piazzare un progetto con Tim sull’efficientamento energetico, che gli vale un contratto da 50 mila euro.

Una strana carriera quella di Passaro: ex cantante, ex pupillo di Spadolini, entra in un circolo esoterico con dentro una maga, che secondo alcuni ex membri era una vera e propria setta.
Dalla società con cui gestisce i divi dello spettacolo, che lavorava con Mediaset, per i suoi rapporti con Piersilvio Berlusconi.
Fino al contratto con Tim sul progetto di efficientamento energetico.

Andrea Pezzi avrebbe guadagnato anche dall’accordo tra Tim e Dazn – racconta una fonte anonima a Report: si parla di un accordo di distribuzione tra Tim e Dazn, collaterale all’intesa sulla Serie A. Dazn concede spazi pubblicitari gratuiti a Tim, ma la dirigenza di Tim impone che gli spazi pubblicitari siano gestiti dalla società di Pezzi, la Mint. A cosa serve a Pezzi questo secondo contratti per gli spot?

Pezzi incassa una percentuale dell’8% sugli spot di Tim andanti in onda sulla piattaforma, sono soldi che si aggiungono ai 5 ml di euro che Tim riconosce a Pezzi, ogni anno, per la gestione della pubblicità online.

È Luigi De Siervo che ha gestito la gara per la gestione dei diritti della Serie A, che ha portato poi all’accordo con Dazn: De Siervo e Pezzi sono legati nel progetto Apogeo, un piano presentato a Tim da Raffaello Polchi, imprenditore. Quest’ultimo per far passare il suo progetto in Tim chiede aiuto a De Siervo stesso: si tratta di un progetto da 20 ml di euro, per migliorare la geolocalizzazione delle antenne Tim.

Polchi fu presentato da De Siervo a dei dirigenti Tim, assieme ad Andrea Pezzi: Pezzi l’avrebbe presentato a Labriola, racconta l’imprenditore milanese.
Ma era prima del 2021, precisa Pezzi, prima di diventare advisor di Vivendì.
Chi è Pezzi, una eminenza grigia come racconta Report?
Tim fa partire l’accordo con Polchi, attraverso una società diversa, la Scai group: alla fine vengono versati solo 200 mila euro, perché il progetto Apogeo in Tim viene bloccato.
Ad aver cambiato idea su questo progetto Stefano Siragusa, a capo della rete commerciale di Tim fino al 2022: per un patto di riservatezza non risponde alla domanda di Report, come mai per un progetto da 20ml di euro, con una prima rata da 708mila euro, si staccano solo 205 mila euro, pagato alla Scai (non all’azienda di famiglia di Polchi).

Alla fine sono tanti gli imprenditori che hanno fatto buoni affari con Tim: da Passaro a Polchi col suo progetto Apogeo, che arriva in Tim passando per l’AD della serie A De Siervo.

Un altro contratto che finisce sotto audit è quello sui modem: Tim fa incetta di Modem nel 2020, venduti ad un suo fornitore Gruppo Distribuzione da cui poi li va a ricomprare.
Una operazione anomala, i modem ricomprati sarebbero obsoleti, non si sarebbero mai mossi dal magazzino, la merce rimaneva ferma. Si tratta di una operazione contabile con cui Tim inserisce nei bilanci una voce di ricavo, nei semestri tra 2020 e 2021.
Una cosa gravissima perché Tim è una società quotata, queste cose non dovrebbero succedere.

Gruppo Distribuzione è un fornitore di Tim, il 70% dei profitti arrivano da questa società: c’è un collegamento c’è, se esiste, tra l’operazione modem e il contratto Tim Dazn?
Con l’operazione dei modem, presi e rivenduti da Tim, ha consentito a Gruppo Distribuzione di prendersi un bonus di 25 euro (seguito all’accordo tra Tim e Dazn, per stimolare le vendite), con una operazione senza rischi e oneri.

Qual è la situazione in Tim oggi

Da 12 anni Tim impone il regime di solidarietà alle migliaia di dipendenti: dal 1997 i dipendenti sono stati penalizzati, falcidiati. Da 120 mila sono passati a 40mila i lavoratori.
Tutto questo nasce dalla scelta del modello di privatizzazione: per pagare i propri dipendenti Tim ha chiesto aiuto allo Stato, con salari decurtati del 20% anche.
Cosa vuol dire lavorare in solidarietà?
Lo racconta una dipendente, Sonia Milano: “la cosa triste è che ci siamo abituati [a lavorare in solidarietà] perché 12 anni sono tanti. Vuol dire che la carriera si ferma, perché non ci sono i soldi, quindi non è possibile più di tanto dare i premi, promozioni, una tantum."
Nonostante le esternalizzazioni e i tagli dello stipendio e il blocco delle carriere la maggior parte dei lavoratori di Tim continua a nutrire un senso di fierezza per il proprio lavoro.
È sempre Sonia a parlare: “credo ancora tanto in questa azienda, credo che sia un’azienda che può continuare a fare bene per il paese e che può continuare a crescere. Sono orgogliosa di lavorare in Tim e quello che faccio mi piace.”

Il servizio racconterà anche della infelice storia della privatizzazione di Tim: “c’è stato un tempo in cui tutti i dipendenti e non solo tutto il paese era orgoglioso di ciò che rappresentava Telecom.”

Vito Gamberale, primo AD di Telecom Italia negli anni 1995-97 racconta che era il riferimento di Bill Gates, “che ci veniva a trovare una volta l’anno per prendere spunto da quello che facevamo per poter sviluppare i servizi che poi Ms ha sviluppato.
Telecom Italia è l’azienda statale nata nel ‘95 dalle ceneri della vecchia SIP, all’epoca era la sesta compagnia telefonica più ricca al mondo che alla fine degli anni ‘90 arrivò ad essere presente in più di 30 paesi al mondo, tra Europa e Sudamerica. Era una società solidissima che incassa alti fatturati e riconoscimenti internazionali, come il premio per l’azienda più innovativa al mondo vinto nel 1999 per aver introdotto in Italia la carta prepagata nel 1995.

Telecom era fantastica allora, ricorda Romano Prodi: sebbene fosse fantastica nel 1997 Prodi decide di privatizzarla nella convinzione che il grosso delle azioni sarebbe stato comprato da aziende italiani, “sarà il nocciolo duro della nuova Telecom”, così annunciava il governo.

Ma il nocciolo si rivela presto un nocciolino: non va oltre infatti il 6,6% la quota che si limita ad acquisire una cordata di istituti finanziari di cui fa parte l’Ifil, la cassaforte della famiglia Agnelli che, con appena lo 0,6% diventa l’azionista di riferimento di Telecom.
“Io volevo un blocco degli italiani grossi” ricorda oggi Prodi, “perché volevo che il telefono rimanesse in Italia e io dovetti insistere con Umberto Agnelli dicendo ‘ma è un interesse per l’Italia. Io devo privatizzare, è un interesse vostro’. Non hanno capito niente, appena sono arrivati hanno venduto, hanno guadagnando o addirittura hanno spolpato vendendo le case e gli uffici.”
In Telecom gli Agnelli restano per soli due anni ma fanno in tempo per avviare la svendita del patrimonio immobiliare dell’azienda. Dopodiché escono dall’azionariato, vendendo le loro azioni e incassando una plusvalenza di 204 ml di euro.

Mottola ha chiesto ad un altro presidente del Consiglio di quel periodo, Massimo D’Alema, se le modalità con cui si è proceduto alla privatizzazione di Telecom furono sbagliate:
“sicuramente il risultato della privatizzazione non fu brillante, la famiglia Agnelli sostanzialmente ne deteneva il controllo avendo preso lo 0,6% delle azioni. Fu un po’ la pretesa di una sorta di aristocrazia del capitalismo italiano di fare i padroni senza metterci i soldi.”

Come mai un’azienda modello come quella poi è finita in mano a degli speculatori sostanzialmente, che l’hanno spolpata e basta?

Lei può dare la colpa anche a me” risponde Prodi alla domanda del giornalista di Report “nel senso che io ho cercato dei compratori più affidabili che ci fossero ..”
Nel 1999 gli Agnelli liquidano le loro quote ad una cordata capeggiata da Roberto Colaninno, AD di Olivetti, la scalata riceve la benedizione del presidente del Consiglio Massimo D’Alema che in un discorso pubblico esalta il coraggio di Colaninno e dei suoi soci.
“No” risponde D’Alema al giornalista “io mi limitai a dire che, siccome sembrava uno scandalo, ci sono degli imprenditori che hanno il coraggio di scommettere sul futuro di questa azienda e ci mettono dei soldi. Ci fu una valutazione molto attenta, e decidemmo di tenere una posizione di neutralità.”
All’epoca questa neutralità voleva dire dare il via libera all’OPA.
“Vorrei capire qual era l’alternativa, che dovevamo rinazionalizzarla. Il via libera lo diede il mercato attraverso la gente che aderì all’OPA. Non fu una scelta del governo.”
Diversa l’opinione dell’allora AD Gamberale:
“era una operazione ardita, erano validi imprenditori che avevano avuto un dignitoso sviluppo, nel loro ambito territoriale.. ”
Infatti nella scalata a Colaninno mancavano i soldi anche perché la sua Olivetti era 4 volte più piccola della Telecom e così la sua OPA che vedeva la regia occulta di Mediobanca di Enrico Cuccia viene realizzata quasi del tutto a debito: vale a dire che i soldi usati per la scalata vengono quasi tutti chiesti in prestito alle banche che, però, non si rifanno su Colaninno ma direttamente su Telecom.
Una rapina, secondo il Financial Times.
“Telecom che aveva in indebitamento bassissimo” ricorda Vito Gamberale “si trovò ad essere gravata di un debito non di natura industriale. Fu introdotto un debito cattivo che è come aver insinuato nel corpo di Telecom un germe di cui poi non si sarebbe mai potuto riuscire a trovare l’antidoto e il vaccino.”
D’Alema sapeva che la scalata sarebbe stata fatta a debito e che i debiti sarebbero ricaduti sull’azienda:
“questo era il problema di quell’operazione per la quale noi chiedemmo quali programmi ci fossero. Ma, ripeto, dal punto di vista del piano industriale l’operazione era credibile. E questa era l’opinione di Mediobanca.
Era una operazione per poter entrare nel salotto buono della finanza, quella di D’Alema?
“Lei può scrivere quello che vuole, in questo paese ci sono tanti cretini che credono quello che vogliono..”

Nel 2001 arriva Silvio Berlusconi al governo e in Telecom è il turno di Marco Tronchetti Provera, patron della Pirelli. Anche la sua scalata è fatta contraendo debiti che esplodono però soprattutto dopo la fusione di Telecom con la sua partecipata Tim. In questo modo l’indebitamento della compagnia telefonica raggiunge la cifra monstre di 39 miliardi di euro.
Sulla gestione Tronchetti Provera torna Gamberale:
“secondo me la gestione Tronchetti Provera dal punto di vista prettamente industriale è stata la meno estranea. Poi furono aggiunte della operazioni finanziarie che non avrebbero portato alcun beneficio nel gruppo ma anzi sarebbero state malefiche, come l’OPA sul flottante di Tim che incrementò il debito.”

Oggi l’azienda sembra allo stato finale della malattia: se nel 97 un’azione di Telecom valeva circa 6€, oggi il titolo è sprofondato a 0,18€. All’inizio del secolo Telecom aveva filiali in 30 nazioni, al momento è presente solo in Brasile, ma nonostante i numeri disastrosi in molti hanno festeggiato.
In 25 anni gli azionisti privati sono riusciti a spartirsi oltre 60 miliardi di dividendi e le banche d’affari americane e ita
liane hanno incassato 30 miliardi di euro di interessi sui debiti di Telecom.

Che sentimenti prova, ha chiesto Mottola a Gamberale: una grande amarezza, quello di Telecom è stato un grande suicidio industriale.

Per entrare nell’euro Prodi dovette privatizzare e vendere Telecom: quello che è stato l’inizio dello spolpamento, da Agnelli a Colaninno con la scalata a debito. Fino a Tronchetti Provera, che sbagliò nella fusione tra Tim e Telecom, con l’esplosione del debito, che bloccò il piano industriale a cui si aggiunse l’inchiesta dello spionaggio indistriale (che coinvolse Tavaroli).
Da Tronchetti a Telco a Vivendì, azienda del manager francese Bollorè, il boa, secondo i suoi detrattori: Bollorè tentò la scalata a Mediaset, poi fermato.
L’operazione con Dazn serviva a rinforzare la posizione di Tim, nei confronti di Sky: ma questa operazione ha creato problemi lo stesso.

Oggi Tim vuole vendere la rete fissa a Cassa Depositi e Prestiti: ma lo stato non può spendere oggi 30 miliardi per la rete.

Si rischia di rivedere per Tim la parabola di Alitalia: vedremo uno spezzettamento per sopravvivere?

Il nuovo AD Labriola vorrebbe separare servizi e rete, lo scorporo per separare Tim dalle altre società di servizi. In buona parte dei paesi europei le società di TLC di stato controllano sia la rete che i servizi: se si dovesse separare la rete, a chi finirebbe in mano? A fondi privati che poi venderebbero le informazioni ad altri?
CDP valuta la rete di Tim 15 miliardi di euro, ma Vivendì non vuole vendere a meno di 30 miliardi: oggi con una quotazione in borsa prendersi Tim costerebbe 4 miliardi, basterebbe fare una operazione di Opa.
Cassa Depositi e Prestiti con 2 miliardi potrebbe fare questa Opa parziale con l’aiuto dei fondi su Telecom– spiega l’analista finanziario Matteo Decina – e diventerebbe così l’azionista di maggioranza di Telecom, avrebbe sì 30 miliardi di debiti lordi, ma vendendo Tim Brasil e Tim Servizi per 20 miliardi e così i debiti diventano 5 miliardi netti, questo sarebbe l’optimum.

Il grande problema per il governo italiano sono i francesi di Vivendì, che avevano comprato il 23% di Tim quando il titolo valeva 1 euro, ma dopo sette anni le azioni sono crollate a circa 20 centesimi. Quindi se ora vendessero la propria quota al prezzo attuale di mercato l’azienda francese rischierebbe di perderci miliardi.

Vivendì è un problema perché è un socio che si è fermato alla soglia dell’OPA al 24%” commenta Fabrizio Solari segretario nazionale SLC CGIL “quindi non è il padrone di Tim, ma ha una massa critica tale da impedire che qualcun altro possa decidere al suo posto.”
Ma qual è la visione industriale che Vivendì ha di Tim allora? Risponde sempre il sindacalista,
“non ce l’ha.”
Obiettivo di Vivendì è oggi solo rientrare nel suo investimento: l’ex socio di Bollorè racconta di come la sua ascesa dipende dai rapporti con leader politici francesi di destra, come Sarlozy.
Ma anche Hollande e Macron: ma alla fine Macron gli preferisce un’altra emittente e così Bollorè si spostò su linee editoriali di destra e estrema destra.
Erik Zemmour è la star della televisione di Bollorè: nelle sue trasmissioni si è sempre scagliato contro gli immigrati, grazie alla televisione ha raccolto una buona fetta di elettori francesi alle passate elezioni presidenziali.
Zemmour e il suo partito Reconquete hanno posizioni simili a quelle di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: contro l’islam, contro gli ambientalisti e a favore del nucleare, contro le femministe.
Dietro la candidatura di Zemmour, c’è Bollorè, eminenzia grigia del suo partito.


E ora cosa farà il governo italiano? Riusciremo a riprenderci la rete e a tenere il controllo dei servizi che viaggiano su questa?