Le chiamavano le olimpiadi green
Avrebbero dovuto essere green, sostenibili, senza costi per lo stato, un’occasione unica per rilanciare l’immagine del turismo montano (ma non ce n’era bisogno)..
E invece si sono dimostrate nell’ennesimo grande evento gestito all’italiana: costi delle opere cresciuti e su cui dovrà mettere mano lo stato, opere inutili realizzate in zone a rischio, lavori fatti in emergenza e in deroga alle leggi. Di una fondazione che viene fatta passare “di diritto privato” che ha assunto figli di politici e di vip.
Come il villaggio olimpico costruito a Fiames nell’ex zona dell’aeroporto, in una zona a rischio idrogeologico.
In una zona dove non sarebbe possibile costruire, a meno che non si parli delle casette mobili per il villaggio olimpico, da inaugurare in pompa magna, allora..
Sono le olimpiadi Milano Cortina che, di legacy, ovvero come ereditarietà sul territorio, lasceranno tanti debiti per le amministrazioni locali.
Per esempio le casette mobili del villaggio olimpico che dovranno essere smantellate alla fine dei giochi per un costo da 40 ml di euro. Casette che nemmeno verranno usate tutte, la squadra di sci italiana non andrà al villaggio olimpico.
Ma c’è un altro villaggio olimpico, a Milano realizzato dal gruppo Coima di Manfredi Catella: 1700 posti letto. Opera che è ancora incompleta e che dunque è stata annunciata come conclusa (in tempi record!) da Manfredi Catella. Chi finirà i lavori? L’azienda privata? Ma certo che no, li faremo coi soldi nostri. Altri 7-8 ml di euro, parola di Salvini che non è ingegnere, ma ministro, che avrebbe dovuto controllare lo stato avanzamento lavori.
La giornalista di Report avrebbe voluto fare qualche domanda a Manfredi Catella, ma è stata subito bloccata: nessuno deve disturbare l’evento per le prossime olimpiadi, nessuno deve permettersi di fare domande (come mai i ritardi? Perché a pagare deve essere il pubblico?). D’altronde anche la politica si è subito messa a disposizione per il costruttore con un emendamento al decreto sport con cui si riconoscono gli extra costi a Coima e si è autorizzato il comune di Milano a modificare le convenzioni urbanistiche con il soggetto attuatore del villaggio olimpico cioè Coima. Catella ha mandato la lista della spesa al comune e il comune (come il governo) si è prontamente messo a disposizione.
Così a Santa Giulia la multinazionale di concerti CTS Eventim (a cui fa capo Ticket One) sta costruendo il nuovo palazzo per i concerti, pala Italia. Struttura privata che però è stata finanziata anche con 21 ml di soldi pubblici col decreto sport e altri 30 ml col decreto anticipi.
Poteva andare in modo diverso? Forse, bastava essere meno indulgenti col privato.
La scheda del servizio: IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
di Claudia Di Pasquale
Collaborazione Norma Ferrara, Celeste Gonano, Giulia Sabella
Tra meno di un mese inizieranno le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, le attendiamo dal 2019, da quando l’Italia se l’è aggiudicate con un dossier di candidatura che prometteva Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente, bisognava spendere pochi soldi per risistermali. Mentre le nuove opere, come il Villaggio olimpico di Milano e l'arena Santa Giulia per le gare olimpiche di hockey, sarebbero state realizzate con capitali privati. Ben presto però i privati hanno iniziato a chiedere un contributo pubblico per coprire gli extracosti. Com'è andata a finire?
Il costo delle mancate bonifiche
In questo paese quando si parla di sicurezza, parola con cui politici di destra e sinistra si riempiono la bocca, non si intende la sicurezza sul lavoro. O la sicurezza di vivere in zone non contaminate dalle industrie o dalle ecomafie.
Così si mandano i militari a pattugliare le strade, ma non si fanno le bonifiche nelle province di Napoli e Caserta: tutti i soldi non spesi in bonifiche però, sarà sempre lo stato a pagarne le conseguenze per il danno sanitario, per curare la popolazione che si ammala. Lo spiega a Report Carla Guerriero, che insegna scienza delle Finanze a Napoli: da alcuni anni si è impegnata a quantificare il risparmio che si otterrebbe in termini sanitari se si effettuassero le bonifiche. Solo a Napoli e Caserta “potremmo prevenire ogni anno 848 casi di morte prematura e 400 casi di patologie oncologiche. Questo ci porterebbe ad un risparmio dai 5 ai 20 miliardi a seconda a seconda dell’orizzonte temporale che noi consideriamo, o di 5 anni o di 50 anni.”
Lo stesso studio è stato applicato ai siti SIN di Priolo e Gela dove si stima che ogni anno ci siano 1280 casi di ricoveri ospedalieri per la presenza degli stabilimenti di idrocarburi che ancora oggi devono essere bonificati. In termini di soldi sono 6 miliardi a Gela e quasi 4 a Priolo in 50 anni. Lo stato potrebbe risparmiare ben 30 miliardi che invece preferisce spendere in cure mediche per chi si ammala in Campania o Sicilia.
Cifre sorprendenti se si pensa che secondo le stime dell’Ispra servirebbero 30 miliardi per bonificare tutti i siti, sia quelli di interesse nazionale che quelli regionali.
I fondi ci stanno – ricorda l’ex ministro dell’Ambiente Costa – sono quelli dei fondi europei, che ci sono disarticolati nel tempo. Dire che non ci sono i soldi è una bufala, oltre che un’offesa per le persone che vivono accanto ai siti da bonificare. Basta definire la procedure iniziale per i lavori: perimetrazione, individuazione dei siti, progettazione delle bonifiche.
“Si può fare e io ho dimostrato che si può fare, altrimenti Caffaro [il sito inquinato a Brescia] non sarebbe partita e nemmeno Bagnoli” conclude Costa.
Tra i luoghi da bonificare in Campania c’è anche borgo Coroglio a Bagnoli vicino l’area dell’ex Cementir: qui vivono ancora un centinaio di famiglie che, secondo il piano di Invitalia del commissario alle bonifiche Manfredi dovrebbero andar via.
Perché abbattere queste case – si chiedono gli abitanti del borgo – lo Stato avrebbe dovuto bloccare le costruzione già 40 anni fa, le persone in questi anni hanno già respirato i veleni della Cementir, ci sono stati tanti morti per amianto.
La scheda del servizio: BONIFICHE A GONFIE VELE
Luca Chianca
Collaborazione Alessia Marzi
Per risalire al primo riferimento normativo riguardante le aree a elevato rischio di crisi ambientale, bisogna tornare indietro di circa 40 anni. Era il 1986 e con la Legge n. 349 venne istituito per la prima volta anche il Ministero dell’Ambiente. Da allora in Italia sono stati individuati 42 Siti di Interesse Nazionale (Sin) da bonificare, da Bagnoli al Sulcis Iglesiente Guspinese, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli. In Italia, fino al 2007 non era disponibile nessun piano organico per lo studio epidemiologico delle popolazioni residenti nei Sin. Così qualche anno prima, un gruppo di ricercatori dell'Istituto superiore di Sanità e del Cnr, si è messo insieme per colmare questo buco informativo e capire l'impatto sulla salute nelle aree più inquinate d'Italia. Dal 2010 l'osservatorio Sentieri ha pubblicato ben 6 rapporti approfondendo le analisi di mortalità e ricoveri per ogni Sin, dando un enorme contributo alla conoscenza dell'impatto dell'inquinamento sui territori, sviluppando una forte consapevolezza nella popolazione residente in queste aree. Dal 2023 Sentieri però ha chiuso, sollevando le critiche dei numerosi ricercatori che collaboravano con l'osservatorio. E c’è anche la questione che riguarda la contaminazione da Pfas in Veneto. In un'area vasta 500 kmq, dove vivono 140mila abitanti nessuno ha mai pensato di farne un Sin e quindi, da oltre 10 anni, nessuno ha realizzato un vero e proprio progetto di bonifica.
L’importanza dei centri per la salute mentale
Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.
E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.
Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.
Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.
Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.
Franco Basaglia ha trasformato la cura della malattia mentale abolendo le contenzioni fisiche dei “malati” e puntando sul suo reinserimento sociale: così persone come la scrittrice Elena Cerknevic che hanno avuto la “fortuna” di ammalarsi a Trieste nel centro di salute mentale, dove ha lavorato proprio Basaglia, sono state gestite come persone e non come qualcosa da nascondere alla società. Qui la terapia va oltre il percorso farmacologico, la salute mentale va oltre la sichiatria – racconta a Report Alessandra Oretti direttrice del servizio psichiatrico a Trieste: qui le porte delle stanze, dei corridoi sono aperte, nelle otto stanze le persone stanno in cura anche quattro – cinque giorni. Nel parco dell’ex manicomio si organizzano corsi di teatro, mostre e laboratori per l’avviamento al lavoro gestiti da cooperative.
Non ci sono liste di attesa per accedere a queste strutture, una volta avviato il primo contatto, che poi è la visita domiciliare per vedere il paziente nel suo ambiente di vita.
A Gorizia al centro di salute mentale vengono effettuati anche i trattamenti sanitari obbligatori, al posto del ricovero ospedaliero, per far rimanere le persone vicine al loro luogo di vita. Le persone in fase di recupero possono vivere in alcuni appartamenti con progetti chiamati di “abitare assistito”, passando qui anche la notte senza l’assistenza di personale sanitario.
La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI
Di Marzia Amico, Giulia Sabella
Collaborazione Celeste Gonano
Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.
Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


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