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14 giugno 2021

Anteprima Report – il costo dei pacchi, la nave dei misteri, i tamponi e le app di messaggistica

Sono diversi gli argomenti della puntata di questa sera di Report: si parte dal servizio su Amazon, il colosso di Jeff Bezos che ha triplicato gli utili durante la pandemia diventando uno degli uomini più ricchi al mondo. Da dove derivano i suoi utili?

Si tornerà a parlare dell'agente del servizi Marco Mancini, poi un servizio sulla sicurezza delle app di messaggistica e infine sui tamponi rapidi.

Quella nave in fondo al mare

Report torna ad occuparsi di mafia e della trattativa con un servizio che parte da una nave in fondo al mar Jonio: si tratta di un piroscafo militare italiano affondato nel corso della seconda guerra mondiale col suo carico di bombe. E' la Laura Cosulich: negli anni duemila, racconta Giorgio Mottola, si è trasformata nella nave dei misteri, al centro di storie di servizi segreti, terroristi e 'ndrangheta: le telecamere dei sommozzatori che ancora oggi scendono a visitare il relitto ancora oggi mostrano panetti di tritolo che, secondo una informativa del Sismi, sarebbe stato usato per preparare la bomba ritrovata nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 2004 in un bagno del comune di Reggio Calabria, quando sindaco era Giuseppe Scopelliti.

Una bomba per dare un segnale alla sua politica contro le mafie, dice l'informativa.

Particolare strano, poche ore prima della scoperta, il comitato per l'ordine e la sicurezza aveva assegnato la scorta al sindaco, su segnalazione di Marco Mancini, allora agente del Sismi, perché c'era un pericolo attentati nei confronti del sindaco.

Mancini è autore di entrambe le informative, quella sull'incolumità del sindaco Scopelliti e quella successiva che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata.

Ed è sempre lui a firmarne una terza, che tira in ballo la nave Laura C. e la 'ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso nei confronti di Scopelliti: ne ha scritto il giornalista Lucio Musolino di questa vicenda

Era quella di Marco Mancini, il vice di Pollari, la firma sotto le tre informative scritte su carta intestata del Sismi e riguardanti il presunto atto intimidatorio che oggi scopriamo essere una messinscena, organizzata dai vertici della ‘ndrangheta con la collaborazione dei servizi, e mascherata da finto attentato a Scopelliti. La prima nota fece scoprire i panetti di tritolo dietro il water del Comune collocato dall’altra parte del palazzo rispetto alla stanza del sindaco. La seconda svelò che l’ordigno l’aveva collocato la ‘ndrangheta e che sarebbe esploso tra le 10 e le 10.30 del 7 ottobre 2004. La terza individuò l’obiettivo dell’attentato nel sindaco Giuseppe Scopelliti, all’epoca militante di Alleanza Nazionale e fedelissimo di Gianfranco Fini. Al politico reggino fu assegnata in fretta e furia la scorta. Tanto in fretta che il prefetto dell’epoca riunì urgentemente il Comitato per la Sicurezza pubblica che dispose il provvedimento diverse ore prima che gli artificieri mettessero le mani sul tritolo.

E qui iniziano le prime anomalie: l’informazione sulla bomba arrivò in questura ma a Piazza Italia, dove si affaccia palazzo San Giorgio, c’erano anche i carabinieri perché l’allora questore Vincenzo Speranza chiese al comando provinciale dell’Arma di partecipare all’operazione congiunta. All’interno del Comune, però, i carabinieri non entrarono e qualcuno giura di aver sentito l’allora colonnello Antonio Fiano dire al questore: “Se sai dov’è vallo a prendere”. Nessuno dei due può confermare la circostanza, perché deceduti, ma il dato certo è che non ci sarebbe stata nessuna esplosione tra le 10 e le 10.30 del 7 ottobre perché quel tritolo era privo di innesco e, per deflagrare, sarebbe stato necessario che il bombarolo fosse tornato in quel bagno per finire il lavoro. A quel punto la polizia l’avrebbe potuto arrestare in flagranza di reato ma soprattutto avrebbe avuto un nome su cui indagare per capire chi voleva attentare alla vita Scopelliti.

E invece no. In un’interrogazione parlamentare di qualche anno dopo c’è scritto che quel ritrovamento è costato al Sismi “ben 300mila euro” che, però, non sono bastati per scoprire, a distanza di quasi 17 anni, nemmeno quale cosca fosse coinvolta. L’esplosivo proveniva dalla stiva della “Laura C”, la nave affondata a largo di Melito Porto Salvo, ed era identico all’esplosivo sequestrato dalla guardia di finanza nell’ambito dell’inchiesta “Bumma” chiusa poche settimane prima dalla Dda. Se il tritolo sequestrato alla cosca Iamonte, grazie anche a un infiltrato, era della partita di quello trovato a Palazzo San Giorgio, è lecito supporre che i due fatti possano essere maturati nello stesso ambiente. La squadra mobile dell’epoca ci provò a indagare chiedendo l’aiuto anche a un confidente e futuro collaboratore di giustizia. Nei giorni successivi al rinvenimento del tritolo, infatti, è entrato in scena Roberto Moio, nipote del boss Giovanni Tegano. Dieci anni prima di saltare il fosso e pentirsi, Moio già ammiccava ai poliziotti prestandosi a fare addirittura l’agente provocatore nel tentativo di capire cosa c’era dietro il presunto attentato a Scopelliti.

La scheda del servizio: Il segreto in fondo al mare di Giorgio Mottola, con la collaborazione di Norma Ferrara e Giulia Sabella

Sui fondali dello Jonio calabrese da ottanta anni giace il relitto di un piroscafo militare affondato da un sottomarino inglese durante la seconda guerra mondiale. Nella stiva sono ancora conservate decine di tonnellate di tritolo, che stando ad alcune informative redatte negli anni 2000 dal Sismi, il servizio segreto militare, sarebbe stato usato dalla 'ndrangheta per i suoi attentati in Calabria e, in base ad alcune ipotesi investigative, addirittura per la strage di Capaci. L'esplosivo del relitto, secondo il Sismi, sarebbe stato adoperato anche per l'attentato del 2004 all'allora sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti. Un episodio che ha cambiato il corso della recente storia politica calabrese. L'ordigno venne scoperto grazie a tre informative firmate da Marco Mancini, l'agente segreto protagonista dell'incontro in autogrill con Matteo Renzi. Vent'anni dopo, alcuni pentiti stanno raccontando un'inquietante verità: l'attentato a Scopelliti sarebbe una bufala, orchestrato dai servizi segreti in collaborazione con la 'ndrangheta per accelerare la carriera del politico calabrese.

Da dove vengono gli utili di Amazon

E' notizia di questi giorni, l'inchiesta sulle finte cooperative di DHL, la multinazionale della logistica, accusata di non aver versato i contributi previdenziali e l'IVA.

Il mondo della logistica è un settore che, anche durante la pandemia non si è fermato, ne abbiamo scoperto la sua importanza e apprezzato anche la possibilità di fare acquisti senza uscire di casa.

E' anche un settore al cui interno lavorano i corrieri in appalto ad Amazon (che insiste a non voler assumere nessuno per queste attività) e che sono costretti a non fermarsi mai, nemmeno per andare in bagno, per rispettare il piano delle consegne da effettuare, stabilito da un algoritmo.

“Oggi ho circa 260 pacchi circa, la consegna può chiederti un minuto oppure può chiedertene venti c'è sempre la variabile che non sai a chi stai citofonando ..” racconta a Report uno di questi corrieri.

Un sistema che è lo stesso dall'altra parte del mondo, in California: “quando ho iniziato questo lavoro pensavo che fosse meglio di altri lavori, meglio che lavorare da Mc Donald's o altri fast food, ma presto mi sono accorta che era opprimente, mi lasciava senza forze nel corpo e nella mente.”

Anche qui, la ragazza intervistata parla di centinaia di pacchi da consegnare ogni giorno, pochissimo tempo per fermare il furgone e consegnare il pacco.


Una vita scandita dai ritmi e dai temi decisi dall'algoritmo, 3 minuti per completare la consegna, 20 minuti per il prossimo stop, che non tengono conto del traffico, degli imprevisti, come l'impossibilità di trovare un parcheggio (e allora ci si ferma sui carrai o in doppia fila o perfino nei parcheggi per disabili) o di doversi fermare su strade trafficate dove è difficile perfino scendere dal furgone in sicurezza.

E ad ogni imprevisto aumenta il ritardo sulla tabella, che si deve recuperare correndo di più, sia a piedi che col furgone: se si prenda una multa perché si è parcheggiato dove non si dovrebbe a pagare è il corriere.

E se hai bisogno di un bagno? Devi guidare fino ad un Wallmart o ad un centro commerciale – racconta la ragazza che lavora per Amazon in California – e questo toglie del tempo alla mia tabella di marcia, è una cosa molto stressante, specie quando ci mandano sulle montagne, dove non ci sono negozi per andare al bagno.

Se sei in campagna ti fermi e cerchi un albero – racconta il collega italiano – ma se sei in città e non ce la fai più una soluzione la devi trovare, prendi una bottiglietta vuota e la fai dentro, cosa devi fare?

Dietro la fortuna di Jeb Bezos, il cui patrimonio è stato stimato in 177 miliardi di dollari, non c'è solo il commercio online e il mondo della logistica (e dello sfruttamento dei driver): c'è anche Amazon Web Service la piattaforma cloud utilizzata da Netflix tra l'altro e su cui potrebbero spostarsi anche servizi della nostra pubblica amministrazione.

La scheda del servizio: Il nostro caro Amazon di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi e Edoardo Garibaldi

Qual è il vero costo di una spedizione di Amazon? Cosa c’è dietro un pacco che ci viene recapitato a casa dopo aver premuto un pulsante dal nostro cellulare? Questa comodissima opportunità è resa possibile da un’organizzazione che è uguale in tutto il mondo. Ne fanno parte lavoratori soggetti a infortuni frequenti e con contratti precari e poco pagati, intere aree metropolitane inquinate dal via vai di camion e aerei cargo, negozi che chiudono perché non sono in grado di fare concorrenza ai prezzi di un colosso mondiale che ha rivoluzionato il modo di comprare e che paga una percentuale di tasse bassissima rispetto al fatturato che genera. Un viaggio negli Usa di oggi per vedere quello che potrebbe accadere in Italia domani. E poi nel nostro paese c’è chi ha facilitato l’insediamento di stabilimenti Amazon per creare posti di lavoro e mettendo in atto speculazioni immobiliari attraverso società opache schermate nei paradisi fiscali.

Quanto sono sicure le nostre app di messaggistica?

Ogni quanti minuti controlliamo i messaggi in arrivo sul nostro smartphone? Quante ore dedichiamo alle app installate, alla navigazione online, sempre incollati a quel piccolo schermo?

Si parla di una media di sette ore al giorno, quasi quante le ore dedicate al sonno. Ma siamo solo noi a leggere quei messaggi?

Il whistleblower dello scandalo Cambridge Analytica su Facebook Christopher Wylie: “quando si pensa a quanto è successo a Facebook, troppo spesso i problemi sono emersi durante lo sviluppo perché c'è questa idea di evolversi rapidamente e trasformare le cose”.

Facebook, Google e poi tutti gli altri canali social raccolgono pezzi della nostra attività online di cui non siamo a conoscenza e noi non possiamo nemmeno opporci a questi comportamenti.

Ma non sono solo i social, nell'era della pandemia tutte le nostre comunicazioni si sono spostate sullo smartphone, sempre a portata di mano ma sempre più difficili da custodire e il nostro telefono si è trasformato in un'arma.

Le nostre conversazioni vengono cifrate, in modo che solo chi le riceve può decifrarle, o chi possiede il codice di queste App, che sono gratuite.

Ma quanto ci costano davvero questi servizi?

La scheda del servizio: In fuga da Whatsapp di Alessia Marzi, Lucina Paternesi

Nell’era della pandemia tutte le nostre comunicazioni si sono spostate online e, grazie agli smartphone, sono sempre a portata di mano. Chat di lavoro, messaggi privati, canali e gruppi
tra amici. Ma quanto sono al sicuro? C’è il rischio che qualcuno spii ciò che scriviamo? Oggi cifrare messaggi non è più un crimine e la crittografia end-to-end può migliorare la privacy delle nostre conversazioni: ma quali sono i dati che le applicazioni di messaggistica raccolgono? Dopo l’entrata in vigore dei nuovi termini di servizio Whatsapp, lo scorso febbraio, in tanti, anziché accettare un’informativa poco chiara, hanno iniziato a utilizzare altre app. Da questa fuga di utenti chi ci ha guadagnato di più è stata l’applicazione russa di Pavel Durov, Telegram. Nata per sfuggire al controllo su internet del governo russo, oggi ospita sui suoi canali anche attività illecite e gruppi estremisti e complottisti. Quanto è trasparente il suo modello di business? Dall’altra parte dell’oceano, invece, sta crescendo sempre di più Signal.
Non raccoglie dati, non geolocalizza, è un sistema open source e vive di donazioni. Ma è un progetto sostenibile? Con un’intervista esclusiva a Mr. Signal, Moxie Marlinspike, scopriremo
come è possibile costruire una tecnologia trasparente e “portare un po’ di normalità su internet”.

I furbetti della cassa covid

Abbiamo messo nel cassetto le morti, i reparti di terapia intensiva, le persone che si ammalavano e rimanevano chiuse in casa, tutto dimenticato perché ora bisogna ripartire e non c'è tempo da perdere.

Pure dei furbetti della cassa covid non se ne può parlare, per non disturbare il grande manovratore e le imprese che ora devono licenziare per poter ripartire.

Eppure è bene ricordare questa storia poco edificante, in un momento in cui in questo paese si mettono in discussione le politiche di sussidio alle persone in difficoltà.

Come gli impiegati di Glovo Italia: mentre i rider sfrecciavano per le strade delle città, gli impiegati da marzo a maggio 2020 sono stati messi in cassa integrazione, nonostante grazie al lockdown le attività di consegna siano aumentate: “il lavoro era aumentato ma è stato ripartito tra le persone che sono rimaste” racconta uno di questi impiegati alla giornalista.

Nei primi mesi del lockdown nel 2020 le consegne dai supermercati per Glovo sono cresciute del +400%, quelle dalla farmacia del +300% e quelle da casa a casa del 330%: Glovo ha chiuso il 2020 raddoppiando il fatturato rispetto all'anno precedente e così da luglio ha cominciato una campagna di assunzioni nel settore amministrativo a Milano. Come si giustifica questa crescita con la richiesta della cassa integrazione?

“Perché all'inizio abbiamo visto che il nostro business decresceva e invece un mese dopo ricresceva” racconta la general manager di Glovo Italia. Ma la cassa, per alcuni dipendenti, è durata fino ad ottobre inoltrato.

La scheda del servizio: Fare cassa con la cassa, di Giulia Presutti con la collaborazione di Marzia Amico

Per le aziende la cassa integrazione Covid-19 è una boccata d'ossigeno. Secondo i dati Inps, l'hanno utilizzata 700 mila imprese per 7 milioni di lavoratori. Anche 2i Rete Gas, azienda leader nel settore della distribuzione di gas naturale, ha usufruito degli ammortizzatori sociali durante il primo lockdown, facendo lavorare i dipendenti a rotazione. Ma la distribuzione di gas naturale non si è mai fermata: perché allora la 2i Rete Gas ha ottenuto fondi pubblici destinati a chi subiva perdite per la pandemia? Come Glovo, che con altre app di consegna ha tenuto in vita la filiera agroalimentare, ma nei mesi più duri ha lasciato a casa i propri dipendenti. Gli ammortizzatori sociali introdotti a causa di Covid-19 hanno maglie molto larghe, ma chi controlla che le aziende non se ne approfittino?

I test rapidi anti-covid

Il prezzo dei test antigenici rapidi anti covid cambia da regione a regione: in Puglia il prezzo fisso per il cittadino è 25 euro, mentre a Bologna un test può costare anche 40 euro, mentre n farmacia 15 euro perché è stato siglato un accordo con la regione e lo hanno fatto un po' tutte.



Si passa dai 35 euro in Val D'Aosta ai 15 in Emilia Romagna e Sicilia ma ci sono regioni, come la Lombardia, dove il tetto non è stato fissato: il prezzo più alto spesso non significa maggiore sensibilità per evitare i falsi negativi, a Milano si trovano test con sensibilità all'85% sia a 25 che a 40 euro, ma si trovano test con sensibilità al 97% a 20%.

Ma chi certifica queste percentuali?

Sono autocertificazioni – spiega il direttore di microbiologia dell'Ausl Romagna il dottor Vittorio Sambri – il produttore le fa in modo da dare dei valori molto alti, non c'è una regola.

L'unica indicazione che esiste è quella che indica che i test si dividono in tre tipologie: test di prima, seconda e terza generazione, in ordine crescente di capacità analitica.

E' una classificazione che si basa sulla tecnologia utilizzata (e non la sensibilità alle nuove varianti, come si sente dire): ma anche su questo punto c'è una certa confusione, a Torino i test di prima generazione, dove il risultato lo leggi “a occhio”, sono considerati in diverse farmacie di seconda generazione, comprese le farmacie del presidente dell'ordine dei farmacisti.

La scheda del servizio: Testati di Antonella Cignarale con la collaborazione di Marzia Amico

Siamo passati dai terribili momenti in cui non c’erano tamponi per diagnosticare Covid-19 alla situazione attuale, in cui la gamma di tamponi a cui il cittadino si può sottoporre è molteplice.
Si possono comprare anche al supermercato: sono i test antigenici rapidi fai da te, da autosomministrarsi. Per partecipare ai grandi eventi o andare all’estero serve il referto negativo di un test antigenico rapido o di un tampone molecolare. Da regione a regione i prezzi cambiano con differenze anche di 20 euro per i test rapidi e fino a 60 euro per i molecolari. Nonostante le raccomandazioni del ministero della Salute, dopo un anno c’è ancora molta confusione nella gestione dei tamponi, soprattutto sugli antigenici rapidi e tocca al cittadino informarsi sul costo e sulla sensibilità di un test.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 dicembre 2016

Il cuore del potere, di Raffaele Fiengo

Il Corriere della Sera nel racconto del suo storico giornalista.

Leggendo il libro di Raffaele Fiengo sui quasi cinquant'anni di storia del Corriere, si comprende come la parola “cuore” nel titolo abbia qui una duplice valenza.
Il cuore, ad indicare la passione con cui il giornalista, e anche rappresentante sindacale, ha svolto il suo lavoro di giornalista, non un lavoro qualsiasi, a qualsiasi prezzo per un giornale qualsiasi.
Ma cuore è inteso anche nel senso di parte centrale nel potere: una democrazia è veramente tale se i suoi cittadini sono persone informate, libere, consapevoli dei diritti e con tutti gli strumenti a disposizione per giudicare chi governa.
L'informazione sta alla democrazia come il famoso canarino della metafora di Gore Vidal, che avvisa il minatore quando l'aria non è più respirabile.
Questo spiega l'importanza di una libera informazione e, di riflesso, i continui attacchi subiti dal Corriere stesso, nel corso della sua vita: ai tempi del primo fascismo, quando direttore del giornale era Luigi Albertini, ma anche gli attacchi più recenti, che costarono la testa del direttore Ferruccio De Bortoli (due volte), per gli attacchi da Palazzo Chigi.

Ma gli attacchi possono avvenire anche in modo più subdolo, come quando dentro il Corriere si allungò l'ombra della Loggia P2 di Licio Gelli. Quando l'indipendenza del direttore e dei giornalisti fu messa in discussione, quando la proprietà vera del giornale si discosta da quella ufficiale, grazie a giochi societari, azioni passate da una mano all'altra.

Per difendere questa indipendenza, che è anche la nostra garanzia come cittadini, Raffaele Fiengo si inventò nel 1973 la “società dei redattori” all'interno del gruppo:
aveva la forma di una «società a responsabilità limitata», una SRL. Ogni giornalista entrava pagando una cifra simbolica, 5000 lire. Attraverso una possibile intesa con Giulia Maria Crespi [l'editore nei primi anni '70], i redattori avrebbero potuto prendere una quota nominale della proprietà per ancorare la valutazione giornalistica alcuni atti dell'amministrazione che potevano essere significativi per il giornale”.

Nel 1974, assieme al nuovo direttore Piero Ottone (che aveva preso il posto di Giovanni Spadolini, “licenziato come un lacché” dalla proprietaria Giulia Maria Crespi) vede luce lo “statuto dei giornalisti”:
un documento formale, il primo di questo genere in Italia, in cui la proprietà del giornale – e, in quella fase storica, quando si parla di proprietà si parla anche di editore – mise per iscritto un impegno ad accettare la consultazione preventiva nella nomina dei direttori”.

Erano gli anni in cui si assisteva ad una guerra per prendersi i giornali in Italia: sul Corriere si estendevano le mire di Cefis e della sua Montedison, una figura che faceva poco piacere a giornalisti come Fiengo, che già possedeva Il Messaggero a Roma.
Gli Agnelli possedevano la Stampa (detta la bugiarda, sebbene la famiglia Agnelli abbia sempre dato garanzie di libertà ai suoi direttori).
Il gruppo Sir di Rovelli si comprava La Nuova Sardegna.
Attilio Monti aveva Il resto del Carlino e La Nazione a Firenze..

Le mire di Cefis vengono bloccate nel 1973 quando nel capitale entrano Agnelli e Moratti, sulla prima pagina del 29 maggio 1973 si potevano leggere i comunicati dell'editore Crespi, il comunicato del Comitato di Redazione e un editoriale “Liberi come prima”: è la famosa Magna Charta, dove veniva messo nero su bianco “indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti da ogni gruppo di pressione”.

Se un giornale è libero da condizionamenti è più forte sul mercato, specie oggi quando le informazioni arrivano da tutte le parti anche gratuitamente: per essere credibile, deve dare informazione di qualità, sia su carta che sulla rete.

Credibile in che senso?
Sono gli anni della conduzione del liberale Ottone, in cui sulle pagine del Corriere compaiono in serie gli articoli di Pier Paolo Pasolini (“Io so ..”, “Perché un processo..”...), la serie di inchieste di Giampaolo Pansa sui padroni della città e il clientelismo al sud dei signori dei voti (Gava, De Mita).
Sebbene l'articolo Che cos'è questo golpe fosse rimasto nel cassetto del direttore Ottone per diversi giorni, alla fine fu pubblicato, anche per le insistenze di Fiengo, che procurò al direttore un articolo di Prezzolini per pareggiare i conti.

L'arrivo dei Rizzoli.
Nel 1974, oltre all'uscita dal Corriere di Montanelli (assieme ad un gruppo di giornalisti), si registra l'ingresso nel Corriere dell'editore Rizzoli, che subentra alla Crespi come proprietario, ma, lo si scoprirà poi, è solo una questione di facciata. Dietro ci sono i soldi della Montedison.
Come si scoprirà poi che, nell'accordo tra Rizzoli e Montedison scoperto da Fiengo mentre era consulente della Commissione P2, si stabiliva che Rizzoli Spa “si impegna a nominare il responsabile del settore economico del Corriere in persona gradita a Montedison”.
Non solo, Fiengo, scopre che il Corriere si impegnava a sostenere “l'attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell'interno del gruppo..”.
Altro che indipendenza.

Gli anni della conduzione di Franco di Bella, degli articoli firmati da Maurizio Costanzo, delle notizie dal sudamerica che spariscono. Delle autointerviste a Craxi e dell'intervista a Licio Gelli, preparata come un pacchetto tutto compreso coi sottotitoli da Costanzo.
Gli articoli firmati da Silvio Berlusconi e presentati come un qualsiasi editoriale economico finanziario.
Come è stato possibile che non ci siamo accorti di quanto stava avvenendo – questa la giusta riflessione di Fiengo (e di altri giornalisti come lui in quegli anni in redazione).

Gli articoli che, con tono di sfiducia, tendevano a raccontare in modo espressamente negativo scuola e sanità. Gli elogi ai generali e all'esercito, che venivano presentati come moderni manager tesi a salvare le vite umane dopo il terremoto in Irpinia o a riportare la democrazia in Argentina.
E anche altri episodi che letti con calma, fanno venire la pelle d'oca: le telefonate di Fiengo che venivano registrate a sua insaputa, Antonio Padellaro che fu scortato da uomini di Gelli dopo una serie di articoli pubblicati sul sequestro Moro.

Nessuno si accorse dell’inquinamento sotterraneo che stava inficiando l’autorevolezza del Corriere: fino all'inchiesta dei magistrati Turone e Colombo, la perquisizione a Villa Wanda, la scoperta delle liste dei membri della Loggia P2, quei 963 nomi in cui comparivano generali, banchieri, giornalisti (tra cui Costanzo, Trecca e il direttore Di Bella), politici, imprenditori (come Berlusconi), ministri ….
Lista che venne pubblicata anche dal Corriere, si, ma con quei nomi messi uno accanto all'altro, senza una classificazione che aiutasse il lettore, un modo per dare la notizia ma renderla illeggibile.
Di Bella che era il capo cronista già citato da Fiengo per Piazza Fontana: era lui, assieme a Zicari, che aveva portato al Corriere dell'informazione la pista del ballerino anarchico, Pietro Valpreda, come autore della strage. Il mostro sbattuto in prima pagina...

Il dopo Di Bella, fu affidato al collega Alberto Cavallari che, per le cronache relative alla P2, decise di affidarsi ai lanci dell'agenzia Ansa:
Per decisione del nuovo direttore, e con il consenso dell’organismo rappresentativo dei giornalisti, questo lavoro quotidiano fu svolto dall’Ansa, in quanto la si riteneva più libera, non condizionata, rispetto allo stesso Corriere della Sera”.
Una scelta difficile che testimonia delle difficoltà del giornale in quei mesi, in quei anni.

Da Cavallari ad Ostellino e poi a Ugo Stille: nel 1998 fino all'arrivo come presidente di RCS al posto di Ronchey, anche grazie ai soldi della generosa buonuscita dalla Fiat, 105 miliardi di lire in contanti, che gli consentono di dire ai giornalisti “La garanzia dell'indipendenza del Corriere della Sera sono io!”.
Non a caso, il capitolo dedicato a questi anni si chiamaIl giornalismo in cerca di sé stesso”, dopo lo scandalo P2: nuovi modelli che sono quelli ispirati al modello liberale di cui parlava Luigi Einaudi.
La chiave del giornalismo è la sua indipendenza: indipendenza garantita da un comitato di fiduciari
composto da uomini di provata stima – con l'obbligo di approvare o meno la nomina di nuovi direttori e ogni trasferimento di azioni, assicurando in tal modo l'avvenire dei giornali.”.

Qualcosa di non molto lontano dal modello che lo stesso Raffaele Fiengo aveva in mente, lui che veniva considerato dagli avversari capo del “Soviet del Corriere della Sera”.
Anche in anni più recenti non sono mancati gli attacchi, contro l'ex direttore De Bortoli, dimissionario due volte da direttore nel 2003, il primo (per mano delle pressioni del secondo governo Berlusconi), il secondo nel 2015 per le pressioni del governo Renzi dopo un editoriale dove parlò dello stantio odore massonico nel suo governo.

La seconda parte del libro è invece dedicato al presente del mondo del giornalismo. Quali sono le forze in campo che si scontrano, con obiettivi diversi: il difficile rapporto con la pubblicità, l'informazione di confine, cioè quella pubblicità che viene presentata dai giornali come se fossero articoli comuni.
La difficoltà nel tenere separata la newsroom dal marketing, con quel muro (“the wall”): Fiengo cita diversi casi, come le pagine comprate dalle aziende dolciarie per difendere l'uso dei coloranti negli alimenti, pagine presentate come normali pagine normali.
Le inserzioni pubblicitarie comprate da Tod's ai tempi di Luna Rossa (sponsorizzata dal marchio Prada), che costrinse il giornale ad avere due pagine dedicate alle regate, per poter consentire la presenza delle inserzioni dei due marchi.

Quali i fondamenti di un giornale?
La carta, le rotative con cui si stampano le copie: un giornale che deve stare al centro della comunità (le rotative del Washington Post sono visibili dalla strada, ricorda l'autore).
L'importanza nel salvare le radici del giornale, come la sede storica di via Solferino che i giornalisti cercarono di salvare dalla speculazione immobiliare (che ha portato alla vendita del palazzo al fondo Blackstone). L'importanza dell'archivio del giornale, come patrimonio del giornale e del paese.
E la sincera diffidenza verso l'integrazione tra giornalismo e mercato: mescolare alto e basso nella cultura, non avere paura ad aprirsi ai conflitti, il revisionismo storico ..

Il giornalismo che non c'è e il giornalismo (forse del futuro).
Alla base di una buona parte dei problemi di questo paese c'è la questione di un “giornalismo che non c'è”: ci sono i giornalisti, ci sono i giornali, ma ancora manca la cultura del giornalismi di informazione, libero e indipendente.
Fiengo ricorda diversi episodi di questi anni: la mancanza in Italia di un vero Freedom of Information act, come esiste in America dai tempi di Lyndon Johnson nel 1966.
Mancanza che è stata in parte superata grazie alla riforma Madia del governo Renzi, nel 2016 (il Foia4Italy): una riforma che consente l'accesso agli atti della pubblica amministrazione senza l'obbligo di una motivazione. Pur con tutti i limiti della riforma, un mezzo miracolo.
La difficoltà nel pubblicare la biografia dei membri della Camera, in modo da raccontare ai futuri elettori chi fossero gli eletti grazie alla legge “Porcellum”, nel 2009.
Il Parlamento degli inquisiti, dei nominati dalle segreterie, del voto per “Ruby nipote di Mubarak”, delle leggi ad personam per favorire l'allora Presidente del Consiglio e i suoi interessi.

Il muro tra newsroom e marketing che si è voluto abbattere dentro Il New York Times nel 2014, per contrastare la diminuzione della pubblicità, e che è costato il posto a Jill Abramson che aveva voluto che ogni pubblicazione sponsorizzata fosse indicata chiaramente al lettore.

Il giornalismo che diventa narrazione e non più sola informazione: il caso Expo è l'ultimo degli esempi. Il giornalismo non era più l'attività principale, nei mesi di Expo, dove 50 ml di euro sono stati investiti dalla società (i cui conti ora sono stati ripianati anche dall'intervento del governo): “si è registrato uno scivolamento indubbio verso il prevalere dell'evento, della fiera, sui contenuti di fondo”.

Il futuro del giornalismo.

Il 2016 è stato l'anno della Brexit, dell'elezione di Donal Trump a presidente degli Stati Uniti, della minaccia del terrorismo che ha condizionato la politica dei paesi europei.
Dopo il crollo del muro di Berlino altrettanti muri si sono innalzati in Europa contro i migranti.
Le destre xenofobe si sono risvegliate e i governi delle democrazie devono tener conto, nelle loro scelte (coraggiose le parole della cancelliera Merkel dopo l'attentato di Berlino).
L'anno delle post verità e del populismo: non è importante la verità della notizia in sé, che le persone trovano sui social sempre più spesso (in America si informa sui social network almeno il 63% delle persone, in Europa siamo al 50%).

Come ci difenderemo dal populismo, dai partiti di estrema destra, dai fascismi, dalle chiusure e dai muri?
Prendo spunto dalla recensione che trovate sul sito dell'Ordine dei giornalisti, a cura di Antonio Andreini, che cita le ultime righe del libro:
Raffaele Fiengo, porta a soccorso, nelle ultime due righe del libro, una metafora: "Il giornalismo deve arrivare, come l'acqua, all'ultimo campo di riso". Gli ho chiesto di spiegarmela. Mi ha dato un breve testo di programma che aveva mandato una volta a tutti i redattori di via Solferino: “Nei villaggi di montagna, a Bali, i contadini badano bene di affidare la gestione dei campi di riso al proprietario dell'ultimo campo a terrazza raggiunto dall'acqua. Questa organizzazione della comunità (il "Subak") funziona bene e assicura due raccolti l'anno per tutti. Ognuno è sicuro che sarà fatto davvero quel che serve (piccole chiuse, gallerie, rimozione dei detriti e del fango, acquedotti sotterranei e all'aperto, scolmatoi) perché l'acqua possa compiere l'intero percorso e toccare anche il suo campo, senza fermarsi ad irrigare solo i terreni dei potenti e degli amici dei potenti”. Una metafora forse buona per capovolgere la Brexit, Trump e anche l'angoscia per l'Italia. Con il giornalismo.
(Antonio Andreini)

Gli altri post sul libro di Raffaele Fiengo “Il cuore del potere”

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere e sul sito dell'Ordine dei giornalisti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

29 dicembre 2016

L'indipendenza del giornalismo – da Il cuore del potere

La vera chiave del giornalismo è l'indipendenza del giornale: sta qui il suo valore aggiunto, la sua credibilità, il fatto che sia letto e non perda copie.
Che crei dei cittadini consapevoli, informati, non sudditi dentro un sistema feudale: questa la convinzione di Raffaele Fiengo, esposta nel suo libro Il cuore del potere”, un racconto della sua vita come giornalista nel Corriere.
Fiengo, in merito all'indipendenza i un giornale, cita la soluzione proposta da Luigi Einaudi (primo presidente della Repubblica):
Einaudi era convinto che fossero i privati a dover trovare gli strumenti per garantire l'indipendenza nell'informazione. Per fare questo si richiamava all'esperienza di un giornale britannico [..] l'Economist”.

Dopo la Seconda guerra mondiale (e la presa da parte del fascismo del Corriere e degli altri mezzi di informazione), Einaudi scriveva questo sul “futuro della stampa italiana”
Il momento attuale offre un'occasione insperata per adottare in Italia un metodo che credo abbia avuto inizio dapprima in Gran Bretagna, quando le aziende del «Times» e dell'«Economist» passarono dalle famiglie Walter e Wilson nelle mani di società per azioni. Si ritenne necessario garantirsi che questi istituti di fama mondiale non avessero a diventare proprietà di gruppi, finanziari o di altra specie, gli interessi dei quali potessero imporre direttive contrarie all'interesse pubblico.Fu creato un comitato di fiduciari (board of trusters) – composto da uomini di provata stima – con l'obbligo di approvare o meno la nomina di nuovi direttori e ogni trasferimento di azioni, assicurando in tal modo l'avvenire dei giornali.

Questo avrebbe salvato il Corriere dall'assalto della P2, quando il controllo della proprietà, passò dai soci accomandatari, ai proprietari delle azioni, le banche creditrici come il Banco Ambrosiano (e lo Ior, che prese le azioni come credito dei soldi dati a Calvi).
Un giornale indipendente dai gruppi economici (o peggio, da logge occulte come la P2, fuori dall'alveo costituzionale), ma anche dall'influenza dei partiti.
Einaudi, nel 1926, scriveva queste parole al direttore del Corriere Albertini:
[Il giornale] deve essere indipendente dal credo dei partiti politici. Il pubblico non vuole vedere ripetuto il programma del partito che conosce già; ma l'opinione specifica del giornale su questo o quel problema, ispirata dalla considerazione del problema in sé. È bene o è male questo o quest'altro? Non: è bene o è male dal punto di vista del partito? Per questa seconda via perderebbe circolazione.Perciò deve essere indipendente dai gruppi finanziari. Perderebbe circolazione.[La lettera è ripresa dal libro di Massimo Mucchetti Il baco del Corriere]

Questo è il modello di giornale di Einaudi e questo è il modello che Raffaele Fiengo ha cercato di portare dentro il Corriere: da qui sono nate le sue iniziative come la "società dei redattori" nel 1973 (con cui acquistò alcune azioni del Corriere per potere intervenire nelle assemblee dei soci), da qui è nato assieme a Piero Ottone lo "Statuto dei giornalisti".
Continua sull'argomento:
“Sono anche convinto che l'attuale impasse della società italiana abbia proprio nell'informazione il suo punto critico. In Italia manca proprio l'opinione pubblica. Non si forma (come invece avviene negli Stati Uniti, e anche altrove) a causa di una sostanziale non indipendenza di stampa e tv, dei media. Non c'è nessuno che credibilmente parli a tutti. La televisione pubblica, per esempio, è ben lontana dal modello BBC, importata ora in parte anche dalla Spagna”.

Gli altri post sul libro di Raffaele Fiengo “Il cuore del potere

28 dicembre 2016

La P2 nel Corriere – Il cuore del potere

A cominciare dal 1976 e poi in modo più deciso nel 1977 con la nomina di Di Bella come direttore al posto del liberale Ottone, la P2 entra dentro il Corriere.
I segnali per comprendere l'inquinamento alla libera informazione e, dunque, per la democrazia, c'erano tutti a volerli vedere, racconta Raffaele Fiengo nel suo libro sulla storia del Corriere (“Il cuore del potere”, Chiarelettere editore).
C'erano i cambi statutari delle società che detenevano le azioni, c'erano la nomina a direttore generale di Bruno Tassan Din, c'erano i debiti verso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (che dietro aveva la mafia e la massoneria).

Giovanni Spadolini, direttore del «Corriere» dal 1968 al 1972 e poi presidente del Consiglio e parlamentare, disse a Raffaele Fiengo
"Vedi, Raffaele, le tue sembravano denunce esagerate. In verità erano errate per difetto... Con la P2 sono arrivati in via Solferino i soldi della mafia e anche uomini espressione di quel mondo."Spadolini aveva preso con me il discorso su P2-soldi della mafia perché a quella cerimonia per il 25 aprile era presente Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare sulla Loggia P2.  Fiengo, allora nel sindacato interno, racconta alcuni episodi di questo fase buia del Corriere.

Berlusconi e la scelta di di Bella
«A convincere Franco Di Bella a sostituire Piero Ottone alla direzione del Corriere della Sera è Silvio Berlusconi al ristorante Il Pappagallo di Bologna. Berlusconi e il nuovo direttore del 'Corriere' sono entrambi nelle liste della P2. Di Bella, lo scriverà nel 1982, ammira in lui 'la profonda cultura e una franchezza spontanea'.»Un Berlusconi ben presente (e importante) nelle faccende del 'Corriere' molto prima di quanto si pensi. Una conferma l'ho avuta da una testimonianza diretta.
La sera prima dell'uscita dell'Occhio, destinato a essere la punta di diamante dei progetti piduisti sul terreno del populismo, la prima pagina fu pensaa non in via Solferino, ma all'albergo della pensione Excelsior Gallia.Lì Maurizio Costanzo aveva il quartier generale per il varo dell'iniziativa.Un fattorino fu mandato in tutta fretta a prendere la pagina per la tipografia. Lui stesso mi racconta: «Mi sono fatto annunciare in portineria, il primo a scendere fu Silvio Berlusconi. E subito dopo Licio Gelli in persona assieme a Maurizio Costanzo».

Ci sono i rapporti con l'Argentina dei generali: il corrispondente Giangiacomo Foà che viene trasferito in Brasile e invitato a non scrivere più nulla del clima politico.
La lista dei desaparecidos italiani, che è rimasta nel cassetto dell'ambasciata fino al 30 ottobre 1982, cosa che farà scoppiare un caso internazionale.
La lista fu pubblicata poi da Cavallari.
In Argentina, per i mondiali del 1978, doveva andare come corrispondente Enzo Biagi, con l'obbligo però di scrivere solo di calcio.
Non della dittatura, non dei quindicimila desaparecidos, non delle diecimila persona scomparse e torturate. Enzo Biagi rifiuta l'incarico e non va.
Ci sono gli articoli a firma Silvio Berlusconi, presentati non come l'opinione di un esponente del mondo dell'impresa ma con la forma di un articolo di fondo.
I sette editoriali senza firma, con l'occhiello “Le cose che non vanno”:
Bisogno di pulizia
La giustizia umiliata
La scuola rotta
Le piaghe della sanità
La polizia liquefatta.

Un linguaggio che non usciva dalle stanze di via Solferino, ma che venivano da fuori, cartelline che arrivavano al direttore Tassan Din, per prerarare il terreno nell'opinione pubblica verso una svolta autoritaria.

L'intervista di Gelli a Costanzo
L'intervista di Maurizio Costanzo a Licio Gelli, il 5 ottobre 1980.
Un'intervista già preparata da Gelli, con tanto di foto e sommario.

E l'intervista non firmata a Craxi il 30 settembre 1979: scrive Fiengo
Ho riportato il testo integrale nel rapporto per la Commissione P2 nel 1983. E ho trovato, molti anni dopo, nel libro di Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuocuore, i dettagli in un appunto di suo padre Walter da lei trascritto 
30 settembre 1979. Il «Corriere» pubblica oggi un'intervista anonima a Craxi. Se l'è scritta Craxi da solo. Pilogallo mi racconta che il testo l'ha passato a Tassan Din e Angelo Rizzoli alle otto e mezzo di sera, i quali l'hanno consegnato a Di Bella. E Di Bella ha ritagliato le risposte, le ha incollate su altri fogli, scrivendo di suo pugno (meglio: ricopiando) le domande che Craxi s'era fatte da solo.
È vergognoso: sia per Craxi che per Di Bella.

27 dicembre 2016

I padroni delle città (da Il cuore del potere)

Prima degli scritti “corsari” di Pasolini, sul Corriere dedicò una serie di articoli ai signori delle preferenze, i politici che coi loro voti controllavano le città: ne parla Raffaele Fiengo nel suo libro “Il cuore del potere”
Nel 1973, sul Corriere venne pubblicata un'inchiesta in più articoli sul Potere nelle città, di Gianpaolo Pansa.Il primo articolo è dedicato a De Mita:
Avellino è l'impero della corrente democristiana di 'Base' controllata con mano ferrea ma abilmente moderna da un 'leader' di quarantacinque anni, che ha 127.000 preferenze e un ministero a Roma – La fitta rete di potere lascia agli avversari soltanto uno spazio di rappresentanza – Una provincia che produce soltanto emigranti, disoccupati e pensionati”.
Un altro articolo della serie è invece dedicato a Gava:Gava e Napoli. Napoli e Gava. In questi giorni si è scritto molto sul rapporto anomalo fra quella famiglia di politici e la loro città e sulla rete di potere che essa ha teso intorno alla capitale del sud. Ma anche in altre parti d'Italia è riscontrabile, sia pure in forme e con intensità diverse, il rapporto che fa di Gava il padrone o uno dei padroni di Napoli. Il neofeudalesimo è un fenomeno diffuso, nel Sud come al Nord, un fenomeno che altera il rapporto corretto tra il politico e il cittadino, e quindi tra il cittadino e lo Stato. Chi sono i neofeudatari, i «city boss», i padroni delle città? In quale forma esercitano il loro potere? Che cosa dicono e come reagiscono le loro città? L'inchiesta tenterà di dare qualche risposta...

Gli articoli sono del 1973, si parla dell'Avellino di De Mita e della Napoli di Gava (e della Palermo del ministro Gioia, della Calabria di Mancini...).
Ma potremmo parlare, oggi, della Benevento di Mastella, della Salerno di De Luca, della Roma degli amici di Alemanno (e De Mita è ancora un politico che fa pesare i suoi voti in Campania)  ..

Il feudalesimo è ancora il presente del Sud. E aspettando Cristo, ad Eboli si sono invecchiati. 

Pasolini al Corriere – quello che gli italiani vogliono sapere (da Il cuore del potere)

Raffaele Fiengo nel suo libro “Il cuore del potere” (Chiarelettere) dedica un capitolo anche alla collaborazione col Corriere di Pier Paolo Pasolini.
Articoli scritti tra il 7 gennaio 1973 (“Contro i capelli lunghi”) e il 28 settembre 1975, circa un mese prima di essere ucciso sul lungomare di Ostia.
È l'articolo sul Processo alla DC: scrive Fiengo

L'ultimo articolo sullo scottante tema, intitolato Perché un processo, è pubblicato sul «Corriere» il 28 settembre del 1975 ed è una risposta ad un editoriale del «la Stampa». È un testo impressionante ancora oggi, aggiunge ciò che, secondo Pasolini, gli italiani vogliono consapevolmente sapere:


Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.  Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.  Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).  
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna. 

Davvero una vergogna. Riscrivo queste righe di Pasolini la mattina del 17 novembre del 2010 con accanto il «Corriere» di quel giorno che annuncia l'assoluzione di tutti gli imputati nel processo, dopo centosessantasei udienza in due anni, e apre con una foto storica di Piazza della Loggia subito dopo l'esplosione della bomba (otto morti e centodue feriti). Il titolo è: Anche la strage di Brescia resta senza colpevoli. Il commento di Stajano (La nuova ferita) si apre con le parole «Che vergogna».
[Da Il cuore del potere, Chiarelettere]

Tutti questi articoli furono poi pubblicati da Garzanti in Scritti Corsari e da Einaudi in Lettere Luterane.
Cosa avrebbe potuto scrivere oggi?
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere se ci sono stati accordi tra lo stato e la mafia nella stagione delle bombe 1992-93. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono i finanziatori dei partiti, delle fondazioni. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi detta la linea politica nel M5S, una società privata, i meet up, gli elettori.. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere se devono rassegnarsi ad un futuro senza un'industria nazionale, dove si dovrà lavorare alla giornata. 
Gli italiani, le giovani generazioni, vogliono consapevolmente sapere se si dovranno rassegnare ad un futuro precario e a fare le valigie per andarsene via.

27 maggio 2013

A proposito di banche

il comunicato sindacale di RCS termina con questo paragrafo:
Una parola anche per i nostri grandi creditori e in buona parte azionisti del presente e del passato, le banche. Proprio loro non lesinarono il credito a basso prezzo quando si trattò di acquisire Recoletos, aprirono il portafoglio per un miliardo di euro senza battere ciglio, anzi strizzando l'occhiolino - un atteggiamento ben diverso da quello riservato di solito ai comuni mortali che vengono vessati da mille richieste e difficoltà quando chiedono un mutuo in banca. Oggi le banche fanno la voce grossa per rinegoziare il debito, chiedendo tassi d'interesse stratosferici e imponendo tappe di rientro forzato del debito. Da qui ipotesi di cessioni, riduzioni dei costi, cassa integrazione: idee sciagurate che vedono coinvolti 800 lavoratori che nulla hanno avuto a che fare con gli errori di gestione suddetti, ma anzi in tanti casi si sono opposti - non ascoltati - a tali decisioni.
Per questa settimana noi ci aspettiamo da tutti voi la serietà che è dovuta da chi deve essere il motore della ripartenza economica e rivendica di essere al servizio della crescita sociale, civile e culturale del Paese.

09 settembre 2010

Ambrosoli se l'era cercata

L'articolo del corriere (qui il link originale) non più disponibile online.

La frase choc di Andreotti in tv sul legale ucciso nel centro di Milano nel '79

MILANO - Giulio Andreotti ha il colletto un po' aperto e il nodo della cravatta è allentato. Ma come sempre il senatore a vita non tradisce emozioni particolari. Le labbra sottili sembrano muoversi impercettibilmente e gli occhi non cambiano espressione quando, alla domanda su perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso, risponde così: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».
Una frase che sembra buttata lì senza pensarci troppo, ma quelle parole che colpiscono al cuore rappresentano forse il momento più importante e doloroso della puntata de «La storia siamo noi» che Giovanni Minoli ha dedicato ad Ambrosoli, il liquidatore dell'impero di Michele Sindona, e che andrà in onda stasera alle 23,50 su RaiDue. Più importante perché appare l'ennesima e più chiara manifestazione del fatto che Andreotti nello scontro fra Ambrosoli e il bancarottiere Sindona, da lui salutato come il «salvatore della lira», ha saputo per chi schierarsi fin dal primo momento.

E più dolorosa perché tutti, compreso lui, sa poi cosa alla fine Ambrosoli abbia trovato nella notte dell'11 luglio 1979. Dopo una cena in trattoria e durante l'ultima ripresa dell'incontro di box che Ambrosoli segue in compagnia, arriva una telefonata: dall'altra parte c'è il silenzio. Poco dopo lui scende ad accompagnare gli amici, e mentre sta rincasando il killer Joseph Arico gli dice: «Mi scusi, avvocato Ambrosoli». E spara 4 colpi, portando a termine la missione che gli ha affidato Sindona per 50 mila dollari. Minoli racconta tutto, anche riprendendo dai suoi archivi una intervista a Sindona, in carcere in America per bancarotta. Ne illustra soprattutto l'ascesa dal nulla e ne spiega il «contesto». Gli anni ruggenti nei quali sorprende la provinciale piazza finanziaria milanese con operazioni «all'americana»: Opa, conglomerate, perfino il private equity. «Importa» tutto da Wall Street e sembra che nessuno possa fermare la sua irresistibile ascesa. Nonostante i suoi rapporti quasi esibiti con il clan Gambino e con altre famiglie mafiosi. Ma gli anni ruggenti durano poco. L'Opa sulla finanziaria Bastogi nel '71 segna il suo tramonto. L'opposizione di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, fa fallire l'operazione.

E dopo il crollo in America la crisi dilaga nel suo fragile impero in Italia, finché la sera di martedì 24 settembre 1974 alle 23 un funzionario di Banca d'Italia telefona a casa Ambrosoli. Alle 17 del giorno dopo il Governatore Guido Carli conferisce a Giorgio Ambrosoli l'incarico di «unico commissario liquidatore», come dirà lui stesso alla moglie Annalori, della Banca Privata Italiana di Sindona. Ambrosoli fa il suo dovere fino in fondo, con l'aiuto di Silvio Novembre, ufficiale della Guardia di Finanza. Ma come testimoniano i suoi diari e quelli del Governatore Paolo Baffi «mezza Italia» si muove per salvare Sindona. Ambrosoli, Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fanno muro. Baffi e Sarcinelli, che respingono improbabili piani di salvataggio presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, e svelano con ispezioni e rapporti le trame di Roberto Calvi, pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale. Le minacce e la violenza di Sindona e dell'Italia piduista non fermano Ambrosoli.
Perciò il sicario venuto dall'America lo uccide. Nella lettera-testamento alla moglie scrive il 25 febbraio 1975: «In ogni caso pagherò a caro prezzo l'incarico». E pensare che, come ha detto il figlio Umberto: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione. Avrebbe avuta salva la vita». Ma Andreotti non ha dubbi: l'avvocato liquidatore se l'è proprio andata a cercare.