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15 marzo 2017

Il garantismo a senso unico

Su l'Unità seguo la rubrica di Rondolino, con cui risponde agli articoli e alle inchiuste pubbicate sul Fatto quotidiano.
Oggi si parla di Mani Pulite (di cui il direttore Travaglio ha appena pubblicato un saggio per i 25 anni) e dei suicidi causati dall'inchiesta dei PM di Milano:

Poi ci sono i suicidi (“Si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, disse il coordinatore del pool Gerardo D’Ambrosio a proposito della tragica morte di Sergio Moroni): 32 tra il 1992 e il 1994.
Questa è stata Mani Pulite: ma non ditelo a Travaglio, e neppure a Bianca Berlinguer. Il regimetto ha bisogno dei suoi miti e delle sue falsificazioni per procedere spedito nella demolizione dello stato di diritto e della civiltà democratica.

Nel saggio si affronta il tema dei suicidi e si riporta per intero la dichiarazione di D'Ambrosio:
4. ManiPulite ha indotto al suicidio molti arrestati.È un argomento drammatico e ricattatorio (...). Nessun indagato di Mani Pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, e il deputato socialista, Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interrogatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni Sai (...). Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’avevano emarginato (...) Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. D’Ambrosio (...) replicò: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”.(...) 

Non so come Rondolino sia arrivato a quel numero.
In ogni caso, visto che si è toccato questo argomento così delicato, vorrei denunciare uno di questi: è l'imprenditore Ambrogio Mauri, suicidatosi nel 1997 dopo che, nonostante le sue denunce per le tangenti in ATM, era rimasto tutto come prima. Non ci sono solo i manager e gli imprenditori finiti sotto indagine, dunque: tra le vittime della corruzione ci sono anche persone come questa, che proprio non voleva pagare tangenti per vendere i suoi autobus. Su l'Espresso, Travaglio aveva scritto:
Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta". Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita". 
Ma forse Mauri è una delle vittime dimenticate perché fuori dal sistema. Il sistema di imprenditori e politici per cui ogni volta (ad ogni inchiesta, l'ultima quella di oggi per appalti truccati in Campania) si invoca la presunzione di innocenza.
Come se, nelle nostre carceri, non ci fossero più spacciatori che colletti bianchi, nonostante l'alto livello di corruzione percepita.

24 ottobre 2010

Conti e sconti: la finanziaria spiegata da Report

Perchè, fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Chi ci guadagna da questa finanziaria da 25 miliardi?
Sacrifici per tutti, sconti per molti, tornaconti per qualcuno?

Stefania Rimini ce lo spiega nella puntata di stasera:

Il ministro Tremonti dopo aver lasciato una carriera di successo come tributarista, esperto di un sistema fiscale “che fa schifo”, come disse nel 1994 nel primo governo Berlusconi, ora si trova costretto dall'emergenza Euro a dover tappare le via di fuga agli evasori. Devono entrare 10,5 miliardi per tenerci lontano dalla speculazione, basteranno le nuove misure previste dalla manovra tremontiana di luglio? Dagli scudi ai condoni alle sanatorie: gli sconti agli evasori sono stati sempre giustificati dal bisogno di far cassa, ma a quale prezzo? E poi si poteva evitare di arrivare a questo punto e se sì, chi aveva il potere e il dovere di evitarlo? Ora i sacrifici della manovra sono necessari perché lo chiede l’Europa, ma l’Europa non ha descritto anche quali sono le categorie che devono svuotare il portafoglio a seguito dei tagli lineari. Dietro l’angolo ci aspettano manovre delle Regioni e dei Comuni sulle tariffe locali, su trasporti e sanità senza le liberalizzazioni che avrebbero controbilanciato gli aumenti. Il rischio con manovre di questo tipo è che le famiglie si debbano caricare sulle spalle anche le spese dei servizi per cui pagano anche le imposte, come sta già succedendo in Veneto e in Puglia. Almeno i sacrifici richiesti mettono a posto definitivamente i conti? Il premio al rischio sul nostro debito sovrano rimane alto, segno che siamo ancora dei sorvegliati speciali. Da una parte c’è un Pil che non cresce, dall’altra c’è un gettito fiscale che cala sempre di più soprattutto in un futuro prossimo visto che la grande industria manifatturiera se ne sta andando in Serbia o in Albania. Ma certe delocalizzazioni servono solo a salvare l’azienda o servono piuttosto a evadere insieme l’iva, le imposte e i dazi?

L'angolo del "C'è chi dice no" è dedicato all'imprenditore Ambrogio Mauri.
Nell'aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni. Lasciò la moglie, tre figli e un'azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell'Atm. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti. Quando partì l'inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell'Atm, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità. "I dirigenti corrotti dell'Atm", ricorderà Di Pietro, "gli avevano fatto una serie di soprusi.

Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta". Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita".

Ecco, la prossima volta che le verrà il trip di cambiare nome a un parco di Milano, la sindaca Letizia Moratti potrebbe dedicarlo ad Ambrogio Mauri. La prossima volta che Renato Schifani cercherà una "vittima sacrificale di Tangentopoli" da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia di Ambrogio Mauri. La prossima volta che a Giorgio Napolitano scapperà la voglia scrivere alla vedova di un uomo trattato con "una durezza senza eguali", Giorgio Napolitano potrebbe rivolgerla a Costanza Mauri. Risparmierebbe pure sull'affrancatura: la signora non abita ad Hammamet, ma a Desio (Brianza, Italia).
[l'articolo è di Marco Travaglio su l'Espresso]