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07 settembre 2025

Anteprima Presadiretta – La grande ricchezza

 


La scorsa settimana il premier francese Bayrou si è lamentato, in un’intervista con la stampa, del dumping fiscale che l’Italia fa per attirare i ricchi (non solo quelli francesi) a cui poi concede un generoso sconto sulle tasse da pagare.

Si tratta della flat tax introdotta da Renzi – di cuise ne è pure vantato: paghi 100mila euro (il governo Meloni ha poi alzato la cifra a 200mila) e se porti la residenza qui da noi e puoi dimenticarti delle tasse sui profitti fatti all’estero.
Come siamo generosi noi coi super ricchi, vero? L’idea dietro questo sconto generoso sulle tasse (alla faccia della Costituzione che sancisce come tutti debbano contribuire in base al reddito) è che poi qualche briciola di questa ricchezza arrivi anche al sistema paese. Ma la Corte dei conti (che non a caso questo governo vorrebbe ridimensionare) ha già lanciato l’allarme: c’è poca trasparenza dietro il meccanismo della flat tax, non siamo nemmeno in grado di stabilire quali siano i benefici reali per l’economia del paese.

Insomma, siamo diventati un paradiso fiscale per i ricchi e gli altri che si arrangino.

Grazie a questo sistema Milano, questo lo scrive il Financial Times, è diventata la principale meta dei ricchi, di fronte a tasse ridicole possono fare qui una vita bellissima, tra ville sul lago e palazzoni vista Duomo. Come ci racconterà domenica sera Presa diretta col suo reportage dedicato alla “grande ricchezza”, in Italia si è poveri e ricchi per sempre. La ricchezza dei milionari e miliardari “una grande ricchezza che finisce sempre più concentrata in poche mani.”
Nelle mani di una elite potentissima che comanda il mondo, che detta le regole alla politica: siamo passati da una democrazia ad una oligarchia e nessuno ce lo ha detto.

I giornalista di Presa diretta ci spiegheranno come mai sta succedendo tutto questo, come mai i soldi vanno sempre verso l’alto, chi ha bloccato il meccanismo della redistribuzione della ricchezza (che sta dietro al principio sacrosanto della tassazione progressiva) per cui chi produce veramente la ricchezza si deve sentire sempre più povero.
Come i metalmeccanici che questo giugno sono scesi in strada a protestare contro il mancato rinnovo del contratto (sfidando i decreti sicurezza di Salvini e il carcere): secondo uno studio della Fiom, gli utili netti delle aziende del settore sono raddoppiate, mentre i loro salari sono rimasti al palo, parliamo di 1300 / 1400 euro al mese e con questa cifra non ci arrivi a fine mese.

Stiamo assistendo ad un profondo cambiamento delle città: si cacciano via le persone che non sono in grado di pagare gli affitti o sostenere i costi del vivere e in parallelo le politiche abitative favoriscono i costruttori che tirano su grattacieli col paravento delle ristrutturazioni, con minori costi per il privato e meno entrate per il pubblico.

E mentre le città cambiano volto, i prezzi delle case schizzano in alto, i valori catastali rimangono immutati: abbiamo un catasto anacronistico, scollegato dalla realtà dei fatti.
Il servizio dei giornalisti di Presadiretta racconterà di palazzi nel centro storico di Roma (quello una volta abitato dal “popolino”) ancora accatastato come casa popolare: sono le case dove per esempio manca il bagno in casa. Un palazzo a 50 metri dal Colosseo categorizzato come A5, una categoria soppressa nel 1992, l’ultimo anno in cui si è messo mano agli estimi catastali.

Il geometra Colantoni – vice presidente di Geo Roma - ha mostrato alla giornalista una mappa catastale storica con la suddivisione in zone catastali della capitale, cerchi concentrici per aree concentriche. Una mappa disegnata nel 1939 ma valida ancora oggi: la zona dei Parioli e di Tor Pignattara sono nella stessa zona censuaria, con le stesse tariffe di estimo.

Il catasto insomma, che ha un valore fiscale, è completamente scollegato dai valori immobiliari delle case. Così in piazza di Spagna dove un appartamento può costare fino a 15mila euro al metro quadro ci sono 5 immobili accatastati come popolari, ma altri se ne trovano in via della Croce, in via del Babuino, persino nella scintillante via Condotti. Immobili per lo più trasformati in affittacamere, da 200 euro a notte.

Da Roma a Milano: via Montenapoleone è la via dello shopping più cara al mondo, qui i marchi del lusso si contendono ogni metro quadrato: ci sono negozi che vendono oggetti di super lusso (come lo sgasatore per lo champagne, carte da gioco in argento..).

Ci sono alternative a questo sistema che sembra pensato solo per aumentare la distanza tra i ricchi e i ceti inferiori?

Presadiretta racconterà la proposta di alcuni milionari sull’aumentare le tasse come strumento per la riduzione delle disuguaglianze.

Persone come Abigail Disney, la nipote di Walt, una persona fortunata racconta lei stessa, per il cognome che porta: “non ho mai dovuto lavorare o essere brillante, per me la tavola era apparecchiata ben prima di nascere .. ”. Il prozio le ha lasciato in eredità 120 ml di euro: Abigail è una dei membri più attivi dell’associazione Patriotic Millionaires.
“Io pago di tasse meno della mia governante” racconta in una intervista “l’unico modo per uscire da questa situazione è tornare alle tasse, dobbiamo tassare la ricchezza, non solo il reddito. Non c’è modo di raggiungere una maggiore eguaglianza se non si colpisce direttamente la ricchezza”.

Negli Stati Uniti i Patriotic Millionaires sono duecento e da anni chiedono, inascoltati, di pagare più tasse.

Persone come Giorgiana Notarbartolo, discendente della famiglia Marzotto: oggi è una fortunata milionaria che vive a Londra. Il suo patrimonio viene dalla famiglia Marzotto, che ha creato il suo valore nel tessile e nella moda: il nonno ha venduto le quote dell’azienda e investito nei mercati finanziari. Soldi che fanno fare altri soldi.

Gli italiani che sono nei Patriotic Millionaires sono appena 11, esporsi contro il sistema a cui si appartiene fa ancora oggi paura, ma Giorgiana ha deciso di esporsi al pubblico, perché avere uno Stato che serve i propri cittadini non è una questione di destra o di sinistra. Si tratta di contribuire in modo equo al sistema.

Dentro i patrioti ci sono anche protagonisti del mondo finanziario che hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze, come Morris Pearl, ex AD di Black Rock. È stato folgorato osservando una manifestazione di cittadini in strada, in Grecia: si chiese se in quella riunione assieme a grandi banchieri stesse veramente salvando il paese o il lavoro di qualche decina di dirigenti bancari. Matthew ha abbandonato così il più grande fondo di investimento nel mondo diventando oggi presidente dei Patriotic Millionaires.
“I ricchi pagano tasse troppo basse di chi lavora per vivere e si vede detrarre denaro dalla busta paga ogni singola settimana. Pensiamo che i ricchi debbano avere meno influenza in politica: qui negli Stati Uniti i politici raccolgono una grande quantità di denaro dalle donazioni, centinaia di milioni di dollari ogni anno, e questo incoraggia le persone ricche a finanziare la politica perché cisì possono influenzare la politica e diventare ancora più ricche e si crea questa spirale senza fine. Chiunque legga le notizie può sapere che il signor Musk abbia speso centinaia di ml di dollari in politica e poi sia diventato più ricco grazie a questo. ”

Il rapporto tra politica e miliardari è un pericolo per la democrazia: è sempre stato così, ma nell’ultimo anno, con Trump, questo sistema è peggiorato tantissimo.

L’intervista a Julian Assange

Nell’anteprima della puntata sarà presente Jiulian Assange fondatore di Wikileaks, che verrà intervistato per la prima volta in Italia.

I leak pubblicati sul portale Wikileaks hanno consentito a noi occidentali di vedere il vero volto della guerra in Iraq e in Afghanistan: la strage di civili abbattuti da soldati amwricani come effetti collaterali, i report dell’esercito sul campo dove si ammetteva quando difficile fosse controllare il territorio.

Subito dopo la sua scarcerazione a Strasburgo il 1 ottobre 2024 aveva rilasciato un’intervista di fronte alla commissione dei diritti umani del Consiglio D’Europa. Il Consiglio d’Europa è nato nel 1949 dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di proteggere i diritti e la dignità umana in tutto il continente.
Questo incontro è servito a commentare la drammatica situazione della libertà di stampa, non solo in Europa: fino a pochi mesi prima era detenuto in un carcere a Londra dove, come ha raccontato la moglie Stella, rischiava di essere ucciso dopo una reclusione durata 14 anni.

Fino al patteggiamento col Dipartimento di Giustizia americano nel giugno 2024: Assange ha ammesso di aver cospirato per ottenere e diffondere documenti riservati, un reato previsto dall’Espionage Act , una legge del 1917 pensata per punire le spie, non certo i giornalisti.

Presadiretta farà sentire l’audio originale, dove Assange ammette “come giornalista ho incoraggiato la mia fonte a fornire informazioni classificate.. credo che il primo emendamento protegga tale attività”

A Strasburgo ha commentato tutta la sua drammatica vicenda: “Oggi non sono libero perché il sistema ha funzionato, sono libero perché dopo anni di prigionia mi sono dichiarato colpevole di giornalismo. Mi sono dichiarato colpevole di aver cercato informazioni da una fonte, colpevole di averle ottenute colpevole di averle rese pubbliche. Non mi sono dichiarato colpevole di nient’altro. Spero che la mia testimonianza di oggi possa servire a mostrare le fragilità, delle tutele esistenti. E ad aiutare chi ha meno visibilità ma è altrettanto vulnerabile. È difficile non vedere un legame diretto tra il procedimento penale che gli Stati Uniti hanno avviato contro di me, un atto che ha segnato il superamento del Rubicone, criminalizzando il giornalismo nel mondo e il clima sempre più ostile che oggi soffoca la libertà di stampa. Quando ho fondato Wikileaks avevo un soogno semplice: aiutare le persone a capire come funzionava davvero il mondo, perché solo conoscendo possiamo cercare di migliorarlo. La conoscenza è potere, il potere di chiedere conto a chi comanda, il potere di pretendere giustizia. Abbiamo ottenuto e pubblicato verità che erano state taciute sulle decine di migliaia di vittime invisibili delle guerre, sugli orrori nascosti, sui programmi segreti degli omicidi mirati, sui rapimenti illegali, sulle torture. ”

La scheda del servizio:

“La grande ricchezza” è il tirolo della nuova puntata di PresaDiretta di Riccardo Iacona, con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis. L’appuntamento è per domenica 7 settembre alle 20.30 su Rai 3 per parlare di sistemi fiscali e disuguaglianze. “Aspettando PresaDiretta” è invece dedicato alla storia di Julian Assange finalmente tornato in libertà.

Un viaggio di PresaDiretta tra grande lusso, miliardari, eredità a tassazione agevolata e stipendi dei lavoratori troppo bassi. Nei giorni dello scontro tra i governi di Roma e Parigi sulla flat tax per gli stranieri che trasferiscono la residenza in Italia, un’inchiesta sulle norme fiscali che rendono i ricchi sempre più ricchi. E intanto ai salariati vengono redistribuite le briciole. Un lavoratore medio in 45 anni di impiego versa allo Stato 400 mila euro di imposte su redditi e contributi sociali. Un ricco che eredita 1 milione dalla propria famiglia, con l’attuale regime di tassazione non paga nulla, zero tasse.

Un viaggio di “PresaDiretta” nella riviera di Ponente tra abitazioni di lusso e ampliamento di porti turistici, come se il Principato di Monaco si stesse estendendo sul territorio della Liguria. E poi a Milano, meta preferita dei super ricchi globali, dopo Emirati e Stati Uniti, ma prima della Svizzera. A oggi infatti si sono già trasferiti in Italia 4500 paperoni e solo nel 2025, potrebbero arrivarne altri 3600. L’attrazione fatale per il nostro Paese è dovuta anche all’imposta forfettaria di 200 mila euro sui redditi conseguiti all’estero, a prescindere dalla grandezza del patrimonio. Dai Caprotti ai Berlusconi, un’inchiesta dentro “la nuova ereditocrazia”, con l’Italia che ha una tassa di successione tra le più basse d’Europa e un catasto che avvantaggia i proprietari dei centri storici e penalizza chi ha comprato casa in periferia. Intanto a livello globale la quota di ricchezza ereditata ha superato quella prodotta.

Dall’altro lato della scala sociale ci stanno gli operai della Comer Industries di Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia e i metalmeccanici dell’Emilia-Romagna. Perché, come dimostra lo studio dell’Ocse sui salari di 22 paesi europei tra il 1990 e il 2020, gli stipendi sono cresciuti dappertutto, mentre in Italia sono diminuiti. Ma c’è anche chi queste disuguaglianze vorrebbe combatterle: la campagna internazionale Tax The Rich; le iniziative dei Patriotic Millionaires; la patrimoniale del 2% avanzata dagli economisti dell’Osservatorio europeo sulle tasse.

“La grande ricchezza” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina de Ritis con Cecilia Carpio, Marco della Monica, Elena Marzano, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Emilia Zazza, Cristiano Bacci, Eugenio Catalani, Matteo Delbò, Paolo Martino, Daniele Sabatini.

Le parole del fondatore di Wikileaks, i bavagli alla libertà di stampa. In “Aspettando PresaDiretta”, nella prima parte della serata, il protagonista è Julian Assange, dai 14 anni di reclusione al riconoscimento formale di detenzione politica da parte del Consiglio d’Europa: 14 anni di privazioni prima di ottenere la libertà. Libero solo perché si è dichiarato, di fronte alla giustizia Usa, “colpevole di giornalismo”. In studio con Riccardo Iacona – per discutere di cronisti uccisi, libertà di stampa, ostacoli e pericoli per gli inviati sui fronti di guerra – il giornalista palestinese Sami al-Ajrami, costretto a lasciare Gaza che oggi vive in Egitto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 settembre 2021

Il potere segreto di Stefania Maurizi

 


Prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia. Julian Assange è noto a tutti. Wikileaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora.

La lettura di questo libro vi farà indignare e arrabbiare, come scrive il regista Ken Loach nell'introduzione, ma soprattutto vi farà vedere le nostre democrazie, quella Americana (considerata la più grande del mondo) e pure la nostra, con occhi diversi.

Perché la storia del processo a Wikileaks e a Julian Assange fanno cadere il velo dell'ipocrisia che copre il lato oscuro dei nostri paesi: non è sufficiente andare a votare, essere certi di una polizia democratica, di un sistema di giustizia che sia cieco, ovvero la legge uguale per tutti (e sappiamo già che non sempre è così).

Esiste un “potere segreto” all'interno delle istituzioni americane che condiziona la politica americana e quella dei suoi alleati: un potere di cui fanno parte i sistemi di intelligence (sempre più potenti, sempre meno trasparenti, con sempre più fondi), l'industria delle armi (che ha bisogno di un nemico contro cui fare una guerra), parte del mondo finanziario che sostiene i primi, anche qui senza trasparenza “perché gli affari più redditizi prosperano nella riservatezza”. Un potere che non deve rispondere alle leggi ordinarie, che non deve sottoporre i propri bilanci a qualche agenzia statale, che può compiere tutti i reati che vuole sapendo che ne uscirà sempre pulito.

Questa la colpa di Julian Assange e della sua strana creatura: aver smascherato questo potere, aver dimostrato, coi documenti della difesa, degli analisti, le bugie della macchina della propaganda che ha cercato di raccontare le guerre in Iraq e in Afghanistan come guerre giuste, come guerre al terrore, come l'unica strada per portare la democrazia in quei paesi disgraziati, per salvarli dai talebani o da un dittatore sanguinario che poteva colpire il mondo con le sue armi di distruzione di massa (che in realtà non esistevano).

La giornalista del Fatto Quotidiano Stefania Limita ricostruisce più di dieci anni di storia, dagli inizia di Wikileaks, dalle prime collaborazioni, le pubblicazioni dei documenti segreti ottenuti grazie al contributo di whistleblower come Edward Snowden e Chelsea Manning.

Se non ci fossero state queste persone coraggiose, che hanno pagato caro le loro scelte, non sapremmo nulla dei crimini di guerra in Iraq (come quello documentato dal video collateral murder), non sapremmo nulla dei terroristi carcerati a Guantanamo in condizione vergognose (che democrazia è quella che non rispetta nemmeno il principio dell'habeas corpus?), non conosceremmo i report sul campo redatti dai soldati americani in Afghanistan e in Iraq.

Sono i leaks pubblicati da Assange e dai suoi collaboratori a partire dal 2010: già da allora avremmo dovuto capire che quelle erano guerre sporche, che non si esporta la democrazia con le bombe, la tortura, i rapimenti in pieno giorno come nel Cile di Pinochet per rapire un imam come Abu Omar per farlo torturare in un paese con meno problemi sulla coscienza come l'Egitto.

Già allora avremmo dovuto capire come sarebbe andata a finire. Avremmo dovuto capire che quelle stragi di civili avrebbero creato un risentimento contro i liberatori, che la guerra sul campo non poteva essere vinta, che non si stava portando la libertà in Iraq e Afghanistan, ma si stava solo facendo gli interessi delle industrie delle armi, delle società di contractor i cui mercenari affiancavano i militari per la sicurezza delle azienda straniere venute in quei paesi per gestire il business della ricostruzione.

La fuga da Kabul è solo l'ultimo passo di questa vergogna: non abbiamo sentito nemmeno da parte degli strateghi che quella guerra l'hanno voluta, nemmeno da parte dei giornalisti che quella guerra l'hanno benedetta.

Vi ricordate quel giornalista che scriveva sul corriere che una dose minima di tortura deve essere consentita anche in democrazia se si vuole combattere il terrorismo? Ecco, cosa ha da dire oggi, che il terrorismo è più forte e quella guerra l'abbiamo persa?

Il potere segreto, dentro cui possiamo mettere le agenzie di sicurezza americane, l'ha fatta pagare cara ad Assange: hanno strumentalizzato una vicenda personale, un'accusa di presunto stupro in Svezia nel 2010 (che Stefania Limiti racconta in tutti i dettagli), per intrappolarlo, per tenerlo bloccato a Londra, con la spada di Damocle dell'estradizione in Svezia col rischio di essere poi estradato in America e finire sepolto in carcere, come Chelsea Manning.

Dal 2010 Assange non è più un uomo libero: chi ha torturato, chi ha ucciso civili, chi ha permesso le violenze ad Abu Ghraib è libero e non ha scontato un giorno di cella mentre persone come Assange rischiano una pena di 175 anni di carcere perché considerati spie.

Oppure sono costrette a trovare rifugio nella Russia di Putin come Snowden, perché nessun paese cosiddetto libero ha voluto dare ospitalità e protezione.

Nell'amministrazione Obama prima e in quella di Trump (che poi, si è usata una legge del 1917, l'Espionage Act, per incriminare i giornalisti che hanno raccontato il vero volto di queste guerre che di umanitario hanno avuto poco.

Non solo, come scrive l'autrice, “Trump ha concesso la grazia ai quattro contractor dell’azienda Blackwater, responsabili del massacro di Nisour Square a Baghdad e l’ha negata a Julian Assange e a Edward Snowden”.

I nemici di Assange sostengono che il suo non è giornalismo, che con le sue pubblicazioni di documenti classificati ha messo a rischio collaboratori e agenti americani, che col suo lavoro è stato utile idiota della Russia e dei nemici dell'occidente.

Ma non è vero niente: come Daniel Ellsberg, l'analista che fece uscire i famosi Pentagon Papers dalle segrete stanze affinché venissero a conoscenza dei cittadini americani, anche Assange è stato mosso solo dal desiderio di rendere i cittadini del mondo persone consapevoli, non sudditi di un re che racconta loro le frottole per tenerli buoni.

Ad oggi, scrive Stefania Limiti, nessun analista, agente dei servizi risulta essere stato colpito per colpa dei documenti pubblicati da Wikileaks.

Relativamente all'obiezione di essere andato a letto col nemico: pubblicare informazioni vere, di pubblico interesse con l'obiettivo di scoprire crimini, di smascherare bugie, anche quelle che vengono dal tuo governo, non è reato.

A quelli che sostengono che Assange non è un giornalista, forse non è chiaro cosa sia giornalismo:

“.. non esiste libertà di stampa se i giornalisti non sono liberi di scoprire e denunciare la criminalità di Stato senza finire ammazzati o passare la vita in galera.”

Troppi giornalisti in Italia e nella stessa America hanno voltato la faccia dall'altra parte, scegliendo di non voler approfondire le notizie che arrivavano da quei paesi lontani, scegliendo che fosse patriottico sostenere una guerra sporca e ingiusta (quella in Iraq e anche quella in Afghanistan). Essere giornalisti non significa riportare solo le veline dei portavoce militari o dei ministri:

C'è una famosa frase che sintetizza la funzione del giornalismo: se uno dice che fuori piove e un altro dice che fuori c’è il sole, il compito di un giornalista non è citare tutti e due, ma guardare fuori dalla finestra e scoprire cosa è vero.

Questo è quello che Stefania Limiti ha fatto, in un lavoro encomiabile, in questo libro dove si denuncia un'ingiustizia che ci riguarda da vicino: perché questa guerra è costata morti, sia civili che militari, anche italiani. E' una guerra costata miliardi, negli anni in cui si tagliavano fondi alla scuola e alla sanità.

E c'è un'altra questione importante: se Assange dovesse alla fine essere condannato (ad oggi il tribunale di Londra ha negato l'estradizione in America, ma c'è ancora l'appello), chi si azzarderà ancora a rendere pubblici dei documenti segreti come il video “collateral murder”?

Come potrà l'occidente, l'America ma anche noi italiani, tanto garantisti nei confronti dei potenti in difficoltà, permetterci di criticare una dittatura che affossa la libera stampa?

La condanna di Assange farebbe da effetto domino per poter consentire la condanna di altri giornalisti nel mondo. E' questa la democrazia che vogliamo?

Una democrazia che racconta bugie, che spia i propri cittadini con un sofisticato e costoso sistema di sorveglianza di massa?

Nel libro si parla anche dell'Italia anzi è stato proprio partendo da un caso italiano che Stefania Maurizi è entrata in contatto con Wikileaks, si tratta dell'emergenza rifiuti a Napoli, nel 2009, quando alla giornalista arrivò un file audio di una trascrizione audio, in cui l'assessore ai rifiuti Ganapini che spiega come si sia arrivati all'emergenza quando era disponibile una discarica come quella di Parco Saurino che avrebbe potuto raccogliere l'immondizia (che definiva il mistero della repubblica):

«Sai, quando il capo dei servizi segreti due volte ti dice: “Hai capito [?!] che è intervenuta la presidenza della Repubblica”, io o gli do dell’ubriaco a lui o ragiono».

Eccolo qua il volto del potere segreto, anche da noi, una strana commistione tra servizi, politica che ha avuto un ruolo nella crisi dei rifiuti (che poi aggravò la situazione del governo Prodi). All'epoca a gestire la crisi era De Gennaro, poi diventato direttore del DIS.

Ma è nei cabli che gli ambasciatori inviavano dal mondo a Washington e che Wikileaks pubblicò nel 2010 che viene fuori l'immagine che gli Stati Uniti hanno di noi: ci considerano il loro giardino di casa, un paese a cui, nonostante il nostro macchiavellismo, siamo un paese dove è possibile fare ottimi affari politici e militari.

Perché i nostri governi di centro destra e centri sinistra hanno opposto il segreto di stato che ha salvato gli agenti del nostro Sismi dalle condanne per il rapimento di Abu Omar, perché i ministri della giustizia, destra o sinistra, non hanno portato avanti le richieste dei mandati di arresto per gli agenti CIA, poi graziati dal presidente Napolitano.

l’ambasciatore spiegò a Letta che nulla danneggerebbe in modo più rapido e grave le relazioni [Italia-Usa] della scelta del governo italiano di inviare i mandati di arresto dei presunti agenti Cia

Questo è il vero volto del nostro alleato, quello che oggi, dopo gli accordi di Doha, ha abbandonato l'Afghanistan ai talebani a cui venti anni fa aveva dichiarato guerra. L'alleato che, sempre dai documenti pubblicati, si chiede che fine abbiamo fatto i soldi per gli stipendi delle forze afgane, tra l'altro addestrate dai nostri militari.

Che fine abbiano fatto i fondi donati dai governi per la ricostruzione, perché come in Italia “le strade venivano costruite non in base alle necessità, ma all’arbitrio dei potenti locali”.

In Italia in tanti anni nessun dibattito è stato fatto su come siano stati spesi gli 8 miliardi e mezzo della missione a Kabul (quante case, quanti ponti, quante scuole): un altro vanto del governo Berlusconi prima e dei successivi poi, aver sopito la discussione in questo paese sui morti, sui soldi, sui perché di questa guerra che all'inizio nessuno voleva.

Complice anche una buona parte della stampa che ha scelto, diversamente da Assange, Snowden, Manning, di non voler vedere, non prendere una posizione, non approfondire.

Nessun dubbio, nessuna domanda, nessun asilo politico a Snowden da parte dell'allora ministra Bonino perché «Non sussistono le condizioni giuridiche per accogliere la richiesta, che a giudizio del governo, d’altra parte, non è accoglibile neanche sul piano politico».

Conclude il libro con queste parole, la giornalista

L’obiettivo del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati è distruggere WikiLeaks, far fuori un’organizzazione giornalistica che, per la prima volta nella storia, ha creato una crepa profonda e persistente in quel potere segreto..

Non dobbiamo dargliela vinta, dobbiamo sostenere Assange, dobbiamo proteggere i whistleblower, dobbiamo proteggere i giornalisti coraggiosi e le loro fonti, se vogliamo vivere in un paese dove a finire in carcere sono coloro che commettono crimini contro l'umanità (compresi i terroristi che qui nessuno giustifica o vuole difendere), non chi li rivela al mondo.

Il link per la puntata di Presadiretta – Processo al giornalismo

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31 agosto 2021

Presadiretta – processo al giornalismo

Un uomo 11 anni fa aveva previsto il disastro della missione militare in Afghanistan, è Julian Assange che però oggi è in carcere con l'accusa di essere una spia. Il suo processo è uno scandalo per quei paesi occidentali, compreso il nostro, che pretendono di esportare la democrazia.

Per la prima volta, sulla Rai, si parla del processo ad Assange e di Wikileaks, il sito che con le sue rivelazioni (ricevute da whistleblower degli apparati di sicurezza) aveva gettato luce sulla guerra al terrore scatenata dagli USA dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001: sono i documenti segreti che parlavano delle torture, dei crimini di guerra e della situazione della guerra sul campo dando una visione completamente diversa da quelli che erano i comunicati stampa ufficiali.

Assange è in carcere a Londra, in attesa che si concluda il processo di estradizione degli Stati Uniti (ad oggi si è concluso il primo grado): il racconto di Iacona parte da Ginevra, dove sono presenti le principali associazioni sui diritti civili.

In questa città in difesa del giornalista è stato organizzato un incontro dalla stampa, dove hanno parlato tra gli altri il sindaco della città e relatore Onu sui reati di tortura, Niels Melzer.

Sulla riva del lago sono presenti le statue dei tre maggiori whistleblower, Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden, realizzate da un artista italiano, Davide Dormino.

Qui Iacona ha incontrato anche la compagna di Assange, l'avvocato Stella Morris, con cui il giornalista ha avuto due figli, che non vede da mesi per colpa del Covid.

“Non dirò ai miei figli che il padre è in prigione, perché in prigione ci sono persone cattive” – dice Stella Morris che è convinta che se Assange non uscirà dalla prigione, ne morirà dentro, perché lo avranno ucciso.

Assange è stato arrestato da Scotland Yard nell'aprile 2019: su quali basi legali un giornalista è in carcere, senza una condanna definitiva, in piena Europa, non in una dittatura? Che segreti del potere Assange ha rivelato?

Ha rivelato al mondo della strage di civili a Baghdad compiuta da soldati americani: è la strage che trovate su youtube cercando il video “collateral murder”, dove i piloti di un elicottero apache sparano a dei civili scambiati per terroristi. Sparano anche ad un furgone che stava soccorrendo un ferito scampato alle prime raffiche: i soldati si mettono anche a ridere, di fronte ai 18 morti, tra cui un giornalista della Reuters e il suo operatore. Tra i feriti di questa strage ci sono due bambini: colpa loro perché portano i bambini in battaglia – si sente dire da un pilota.

Questo video è stato consegnato a Wikileaks, dall'analista Chelsea Manning: questa piattaforma era stata creata pochi anni prima da uno strano giornalista australiano, Assange appunto. E' grazie a questo che è stata smontata la bugia dei soldati americani, secondo cui l'azione dell'elicottero rispettava le regole d'ingaggio.

Queste uccisioni di civili, in Iraq e anche in Afghanistan, hanno avuto un impatto forte sulla popolazione di questi paesi: ancora oggi il figlio di Saeed Chmagh non riesce a non piangere, pensando alla morte del padre, a Baghdad, un reporter che si ostinava a fare il suo lavoro nonostante i pericoli.

Saeed è stato ucciso, come un animale: nel video si vede che si trascina a fatica, dopo i primi spari: i piloti che lo hanno ucciso sono oggi liberi, gli americani non hanno posto le scuse alla famiglia, solo la Reuters è stata vicina alla sua famiglia, ma solo per un breve periodo.

Mosul è stata liberata dall'esercito iraqeno nel 2017 e oggi è ancora una città di macerie: qui vivono i familiari di Namir, l'operatore che lavorava con Saeed. Anche qui, i genitori, provano tanta rabbia contro gli americani e sono grati ad Assange e Wikileaks che gli ha consentito di vedere coi loro occhi la verità sulla morte del figlio.

Nell'aprile 2010 la pubblicazione di “collateral murder” cambia le regole del gioco, racconta la guerra per quello che è: per questo Wikileaks doveva essere chiuso, perché smontava la bugia della propaganda americana.

Dal 2010 Assange è finito in un calvario, che lo ha privato della libertà: prima gli anni dentro l'ambasciata dell'Ecuador, poi il carcere.

Dopo la pubblicazione del primo video, Assange annuncia la pubblicazione dei 400mila file dei report redatti dai soldati sul campo: sono gli Afghanistan War Logs e poi l'Iraq War Logs pubblicati assieme ad una serie di testate internazionali, tra cui anche l'Espresso e Der Spiegel.

Lo racconta Stefania Maurizi, la giornalista de l'Espresso e oggi del Fatto Quotidiano che ha iniziato a collaborare con Assange in quel periodo: grazie a Wikileaks il giornalismo aveva in mano dei documenti, non secretati, in tempo reale, della guerra.

Documenti sulla guerra, minuto per minuto, in Afghanistan e in Iraq: i massacri ai check point dove si sparava a tutto ciò che si muoveva, le torture in tutti i dettagli, le uccisioni di massa, le bombe tra le due fazioni, gli sciiti e i sunniti.

Questi report raccontavano già anni fa come la coalizione in Iraq e in Afghanistan non potesse vincere la guerra, per gli attentati, per le bombe degli insorgenti.

Di questa guerra in Iraq chi ha sofferto di più è stato il popolo iraqeno: altro che missione compiuta, come annunciò Bush sulla portaerei nel 2003, altro che missione compiuta, altro che libertà e pace, altro che ricostruzione. Nel 2003 l'Iraq piombò in una guerra civile che fece migliaia di morti.

Bradley Manning era un analista di 22 anni di stanza a Baghdad: chattando con un hacker americano, che poi lo denunciò al governo americano, Manning racconta la ragione del consegnare a Wikileaks dei documenti segreti sulla guerra. Perché il mondo deve sapere, le persone devono essere informate, devono conoscere il volto del “potere segreto”, quello composto dalla lobby delle armi, dalle strutture di intelligence, dalla grande finanza che va a braccetto con i primi due.

Chelsea Manning (come oggi si chiama) ha consegnato un'enorme quantità di materiale classificato che smontava in tempo reale la bufala della propaganda sulle guerre umanitaria: il potere segreto che poteva andare sopra i miliardi spesi per queste guerre, sul lager di Guantanamo, sui 15 mila morti civili in Iraq, sulle torture e sulle rendition (tra cui anche quella in Italia dell'imam Abu Omar).

Senza il suo coraggio, senza la pubblicazione delle schede degli arrestati a Guantanamo, non sapremmo nulla dei detenuti in questo lager: sono storie incredibili, persone reclutate da Al Qaeda per una lotteria e per questo spedite a Guantanamo, persone arrestate perché conoscevano i sentieri impervi dell'Afghanistan.

La guerra per esportare la democrazia è diventata subito una guerra sporca: lo dicono i documenti di Wikileaks, lo dicono le foto di Abu Ghraib pubblicate dal giornalista Seymour Hersh, che si era basato su un rapporto di un generale, Tabuga, che scelse di non nascondere le torture.

Altro che onore, dovere, patria: ad Abu Ghraib c'era solo omertà, come nella mafia.

Edward Snowden, ex analista dell'NSA, è un altro whistleblower di Wikileaks che rivelò al mondo dello spionaggio di stato su cittadini americani ed europei, degli omicidi compiuti dai droni (che non uccidono solo terroristi), delle rendition e delle torture di persone sospettate di essere terroristi, come il cittadino tedesco El-Masri o Abu Omar in Italia.

Tutte storie in cui i tribunali, la giustizia, le leggi, non potevano intervenire perché c'era il segreto di stato, perché in nome della sicurezza si bloccava tutto. Ma era un segreto di stato usato per nascondere torture e reati.

Il caso Abu Omar è l'unico che è approdato in un processo e che ha portato a delle condanne, sia degli agenti della Cia che del Sismi che collaborarono al rapimento: l'ex magistrato Spataro ha spiegato come il rapimento e la tortura non sono servite a salvare vite umane, a prevenire attentati. Siamo tornati al medioevo, alla tortura per ottenere una confessione, con un salto indietro di secoli, calpestando le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione.

Ma poi il segreto di Stato ha salvato gli agenti della Cia, grazie a tutti i governi che si sono succeduti dal 2007 e alla grazie presidenziale: nei documenti inviati dalle ambasciate e che Wikileaks ha pubblicato (i cable-gate) emergono le pressioni fatte dal governo americano per bloccare l'azione dei magistrati italiani di Milano.

Ci sono le pressioni all'allora sottosegretario Enrico Letta per bloccare i pm di Milano e poi quelle all'allora ministro La Russa.

Non abbiamo chiesto l'estradizione di quegli agenti, “è una tradizione” dice Frattini oggi, come se fosse normale che un paese alleato calpesti la nostra sovranità nazionale.

Nei cabli pubblicati da Assange emerge come per gli americani l'Italia fosse il giardino di casa: il nostro paese ha dato assistenza per le missioni di guerra, ha bloccato le proteste dei pacifisti che potevano bloccare il materiale militare.

L'Italia è il posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari – racconta l'ambasciatore Sembler riferendosi al governo Berlusconi.

A fine 2010 sulla testa di Assange piomba un'accusa terribile, quella di stupro nei confronti di due donne svedesi, nel corso di una sua visita.

Con queste due accuse la sua immagine inizia ad essere scalfita, perché si tratta di accuse infamanti: nel suo libro (“Il potere segreto” - Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi racconta le stranezze dell'accusa della procuratrice svedese, le zone oscure, quanto le indagini si siano protratte a lungo per colpa della procura svedese e della corte inglese.

Anche il relatore per l'Onu sulla tortura, Nils Melzer, che si è letto le carte dell'istruttoria su Assange, è convinto che questo processo non abbia delle basi solide e che dietro abbia invece solo il tentativo di metterlo a tacere.

Assange avrebbe potuto essere interrogato a Londra dalla procuratrice svedese, che invece voleva per forza interrogarlo in Svezia, dove c'era il rischio che venisse estradato in America.

Dopo aver perso la battaglia per l'estradizione, Assange si rifugiò nell'ambasciata dell'Ecuador, dove rimane per sette lunghi anni, anni in cui il caso rimase incredibilmente aperto.

Anche qui diventa prezioso il lavoro di indagine della giornalista italiana: sono stati gli inglesi ad aver impostata la strategia di accusa con gli svedesi, nessuna interrogazione per via telematica, ma portare il caso per le lunghe per bloccare Assange che non può mettere il naso fuori dall'edificio circondato da poliziotti inglesi.

Assange rimane per sei anni rinchiuso in una piccola stanza, senza la luce del sole, senza poter respirare all'aria aperta: ma finché in presidente rimase Correa, il giornalista poteva stare tranquillo. Ma poi arrivò un altro presidente, più sensibile ai desiderata degli Stati Uniti, del Fondo Monetario: il governo Correa fu fatto cadere anche per le manovre della Cia, sostiene oggi l'ex presidente, che aveva fomentato una rivolta nel paese sudamericano.

Col nuovo presidente Moreno, la vita dentro l'ambasciata inizia a diventare un inferno: Assange inizia ad essere isolato, non può ricevere visite, il tutto per rendergli la vita difficile, per costringerlo a fare un passo falso.

Dentro l'ambasciata Assange era spiato: è quanto è emerso dallo scoop di un giornale spagnolo, El Pais, sulla UC Global di David Morales che spiò per gli americani Assange dentro l'ambasciata, in modo illegale, tutti i giorni.

Vengono spiati anche gli incontri dell'ambasciatore dell'Ecuador, gli incontri di Assange coi suoi avvocati, i cellulari dei visitatori compresi i codici Imei, tutte informazioni poi finite nelle mani dei servizi segreti americani.

Assange avrebbe potuto essere nominato diplomatico dall'Ecuador, per consentirgli di uscire dall'ambasciata senza il rischio di essere arrestato: lo si era deciso in una riunione del 21 dicembre, ma guarda caso il 22 dicembre gli Stati Uniti formalizzano un'accusa contro Assange, che evidentemente erano stati avvisati per tempo.

Nell'aprile del 2019 viene revocato nel 2019 e così la polizia inglese riuscì ad entrare dentro l'ambasciata per arrestarlo, in attesa del processo di estradizione.

Una detenzione crudele, ai limiti della tortura, per zittire un giornalista che aveva colpito questo potere segreto: Assange ha i sintomi di una tortura psicologica racconta a Iacona Niels Melzer “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Assange è sotto processo per una legge del 1917 che per la prima volta colpisce un giornalista: ma secondo il governo americano non è un giornalista, è solo uno che ha violato la sicurezza di chi collaborava con gli USA nei teatri di guerra.

Viene accusato anche di avere le mani sporche di sangue, ma si tratta di una bugia perché ad oggi non risulta nessun caso di analista, collaboratore, informatore ucciso per colpa di questi leaks. Non solo, Wikileaks ha filtrato la documentazione rivevuta da Assange e Snowden prima di pubblicarla.

Condannare Assange considerandolo come una spia significa condannare il giornalismo: come potranno poi gli Stati Uniti puntare il dito contro altre dittature che non amano la libertà di stampa?

Se Assange verrà condannato sarà un precedente per altri giornalisti che si dovessero permettere di pubblicare atti secretati.

Assange è perseguito perché ha sfidato la nazione più potente del mondo pubblicando notizie vere per informare le persone: la sua condanna è un deterrente per preservare il potere segreto, che protegge la criminalità di stato (le torture, i rapimenti come nel Cile di Pinochet), che consente alle aziende delle armi di continuare a fare affari.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude la sua intervista Nils Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Questa è la partita dietro il processo ad Assange: in gioco è la democrazia dell'occidente e dentro ci siamo tutti, lo vediamo dalle immagini della caduta rovinosa di Kabul.

Le parole di Gino Strada sul suo Afghanistan, morto in questo agosto, diventano ancora più importanti: fino alla fine aveva denunciato questa guerra, senza senso, che è andata avanti da venti anni, che è costata 8,5 miliardi di euro, che ha reso questo paese più povero, che ha causato un flusso di 4 milione di profughi.

Una guerra persa, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello dei diritti, per liberare le donne dal burqa, quando avremmo dovuto portare istruzione e lavoro.

La guerra si associa sempre con la bugia – continua Strada nell'intervista - si raccontano frottole per giustificare l'uccisione di persone, la scusa di aver ospitato Bin Laden non teneva, perché si era rifugiato al confine col Pakistan.

Ma il potere non ama la verità, per questo Assange è oggi sotto processo.

30 agosto 2021

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – processo al giornalismo

La prima puntata di questa stagione di Presadiretta tocca un argomento quanto mai attuale: i retroscena della guerra in Afghanistan e in Iraq su cui i nostri governi non hanno raccontato tutta la verità.

Verità che non può essere nascosta, dopo venti anni, dall'esigenza di mettere in pericolo la sicurezza del nostro paese e dei nostri soldati in una missione durata venti anni, che doveva esportare con le armi la democrazia e che si è invece conclusa con le immagini della fuga da Kabul.

Democrazia significa che chi detiene il potere deve rendere conto ai suoi cittadini delle scelte, delle decisioni, specie se queste riguardano una parte importante delle nostre spese: in un momento in cui si chiudono ospedali, manca personale medico, insegnanti, asili, i miliardi spesi nelle missioni militari prorogate in questi anni sono quasi uno schiaffo in faccia alle persone.

Se non è chi detiene legittimamente il potere a fare luce, è compito allora del giornalismo raccontare i fatti andando al di là delle veline e della troppa propaganda attorno alla guerra al terrorismo: Presadiretta e i suoi giornalisti racconteranno della vicenda di Julian Assange, in carcere a Londra da due anni e mezzo, in attesa che si concluda il processo di estradizione negli Stati Uniti, dove è accusato di rivelazione di documenti segreti, in base ad una legge del 1917.

Bruciali tutti vivi! La strage di civili del 2007 a Baghdad

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, rischia 175 anni di carcere per aver rivelato nel 2010 (assieme ad altre testate giornalistiche) i crimini di guerra in Iraq, come il video che potete trovare su Youtube “collateral murder”, dove si vede un Apache uccidere dei civili scambiati per terroristi. Nel video si vede uno di questi, l'autista di un fotografo della Reuters, che rimasto ferito, viene soccorso dai conducenti di un furgone: i militari sull'elicottero (nonostante avessero visto che non fossero armati), spara addosso al ferito e a queste persone.

Nel video si sentono i militari ridere perché hanno bucato il parabrezza del van con la loro 30 mm: questo attacco causò 18 morti, tra cui il giornalista della Reuters e non ne avremmo mai saputo niente se l'ex analista della Difesa Bradley Manning (oggi Chelsea Manning) non avesse passato questo video a Wikileaks.

Nemmeno alla Reuters l'esercito aveva dato tutto il video, per fare luce sulla morte di un loro collaboratore: per gli americani questa azione era legale perché rispettava le “regole di ingaggio”.

Wikileaks ha pubblicato i documenti segreti redatti dai militari sul campo in Afghanistan, Gli Afghanistan War Logs, dalla cui lettura cui emergeva chiaramente come l'esercito non stesse vincendo la guerra sul campo. Sono i 91mila documenti secretati che raccontavano la guerra vista dal campo, non filtrata dalle veline del Pentagono, che Chelsea Manning aveva inviato ad Assange e che sono stati resi pubblici il 25 luglio 2010: già undici anni fa sapevamo che la battaglia contro i Talebani non poteva essere vinta, sapevamo anche delle centinaia di uccisioni di civili di cui non si era mai avuta notizia prima.

Per la prima volta si sentiva parlare della Task Force 373, un'unità che aveva il compito di eliminare esponenti di Al Qaeda, “ma che in realtà nemmeno sapeva chi erano le persone che ammazzava, creando un risentimento pazzesco nella popolazione” - commenta la giornalista Stefania Maurizi.

La giornalista del Fatto Quotidiano (e prima de l'Espresso) ha collaborato dal 2009 con Assange e Wikileaks (sia sui leaks della guerra in Iraq e in Afghanistan che sui documenti dei Cable-Gate, i cabli inviati dagli ambasciatori americani in tutto il mondo).

Nel libro “Il potere segreto” ha ricostruito tutta la vicenda Wikileaks e gli attacchi che Assange ha dovuto subire: attacchi che nascono da una ragione semplice, Assange con la pubblicazione dei documenti segreti ha messo in crisi la macchina della propaganda americana (ma anche delle nazioni alleate come la nostra) che hanno sempre omesso le stragi di civili. Tutto sbugiardato e in tempo reale, non dopo trent'anni quando di quei fatti non frega più niente a nessuno.

Stiamo parlando di miliardi spesi per delle guerre che hanno causato migliaia di vittime innocenti, uccise da droni, dalle bombe, dai colpi di arma da fuoco.

Di persone torturate dentro lager come Guantanamo, trattate peggio di animali perché considerati terroristi, senza però aver ricevuto nessuna accusa, nessun supporto legale.

Da 11 anni Assange non è più un uomo libero: prima l'accusa di stupro lanciata dalla magistratura svedese, poi quasi sette anni recluso dentro l'ambasciata dell'Ecuador a Londra, dove è stato illegalmente spiato, H24, registrando persino gli incontri coi suoi avvocati.

Il momento dell'arresto di Assange nel 2019 (il poliziotto in primo piano a stento trattiene un sorriso)

Ora si trova in carcere in attesa che i giudici inglesi decidano se estradarlo negli Stati Uniti, per un reato di spionaggio: “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Il giorno 11 aprile 2019 Assange è stato arrestato dalla polizia londinese dentro l'ambasciata ecuadoregna: i due anni di permanenza dentro l'ambasciata lo hanno minato nel fisico e anche nella mente. Se è rimasto al chiuso dentro l'ambasciata è stato per evitare l'estradizione in Svezia, dove era indagato per il reato di stupro (reato finito in prescrizione), ma Assange temeva che poi sarebbe stato estradato negli Stati Uniti, la grande democrazia che difende gli oppressi. O forse no.


Gli Stati Uniti sono una nazione che (assieme all'Inghilterra) ha mentito al mondo, per l'invasione in Iraq, e che ora abbandona l'Afghanistan in mano ai Talebani (con cui ha pure stretto un accordo a Doha) vuole condannare a morte un giornalista (e la sua organizzazione) che ha la sola colpa di aver informato il mondo di quello che succedeva a migliaia di km, lontano dalle telecamere.

Il processo contro Assange è un processo contro il giornalismo, “il più grave scandalo della storia giudiziaria” racconta nell'anticipazione del servizio Riccardo Iacona, che continua “riguarda noi, l'Occidente perché è da noi che si vuole processare un giornalista solo perché ha detto la verità”.

Se Julian Assange dovesse essere condannato potremmo ancora considerarci una democrazia?

Lo scandalo più grave è il silenzio con cui si è consumata questa brutta pagina del giornalismo, Assange è stato lasciato solo anche dai giornalisti del Times e del W. Post che, tanti anni fa, decisero di mettersi contro l'amministrazione Nixon per pubblicare i Pentagon Papers.

Perché, come recitava la sentenza della Corte Suprema del 1971 che decise su questa divulgazione di documenti segreti: “la stampa deve essere al servizio dei governati, non dei governatori”.

Con che coraggio le presunte democrazie occidentali (compresa la nostra) si potranno permettere di puntare il ditino contro le dittature nel mondo che opprimono gli oppositori, che non consentono la libera stampa, dopo quello che sta succedendo a Julian Assange?

Nel libro “Il potere segreto” (Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi scrive:

Il caso [Assange] va ben oltre la vita e la libertà del fondatore di WikiLeaks e dei suoi collaboratori: è la battaglia per un giornalismo che espone il livello più alto del potere, quello in cui si muovono diplomazie, eserciti e servizi segreti. Un livello che nelle nostre democrazie – soprattutto quelle europee – il cittadino comune spesso nemmeno percepisce come rilevante per la sua vita, perché raramente si mostra nei telegiornali e nei talk show. E perché il cittadino comune guarda al potere visibile: la politica che decide della sua pensione, della sua copertura sanitaria, della possibilità o meno di trovare un posto di lavoro.

Eppure quel potere, schermato dal segreto di Stato, decide eccome la sua vita. Decide, per esempio, se il suo paese passerà vent’anni a fare la guerra in Afghanistan mentre non ha le risorse per scuole e ospedali, come nel caso dell’Italia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 aprile 2019

Sull'arresto di Assange



La cosa che più mi ha colpito delle immagini dell'arresto di Julian Assange è il sorriso compiaciuto del poliziotto.
Di cosa era soddisfatto, felice, questo suddito di sua maestà?

La democrazia non è solo andare a votare, avere un Parlamento di eletti o, meglio, di nominati.
Avere una Costituzione e in insieme di norme che ne regolano il funzionamento.

Democrazia è quando ciascuno dei suoi organi è chiamato a rispondere del suo operato e del suo comportamento nei confronti del paese, quando non esiste un organo sopra gli altri che controlla tutto (potere giudiziario, potere legislativo e potere esecutivo..).

Democrazia è quando non solo la facciata rispetta i principi liberali, rispetta i diritti civili, ma anche la sostanza che sta dietro.

Per questo dovremmo essere grati per quanto ha fatto per noi Assange e Wikileaks: ci ha mostrato di quanta ipocrisia si ammantano le nostre democrazie, quanta falsità si nasconda dietro i sorrisi di circostanza dei leader dei paesi quando si incontrano.

Tramite i cablo inviati dall'ambasciata americana a Roma che abbiamo potuto leggere, abbiamo saputo che Washington non si fidava più dell'alleato italiano, del governo Berlusconi, perché vedevamo questo leader che di giorno si addormentava in Parlamento perché passava le notti facendo le sue “cene eleganti”, sulla proposta di legge dell'allora governo B. sul diritto d'autore,
Abbiamo letto i commenti di Washington sulla vicenda delle tangenti (al momento presunte) Eni in Nigeria, sugli interessi di B. in Russia (dietro i contratti capestro con Gazprom)...
Abbiamo letto i "war log" sul lato oscuro delle guerre per esportare la democrazia.
Wikileaks ci ha insegnato a dubitare della politica estera e interna dei nostri paesi perché la frase “right or wrong is my country” ha fatto il suo tempo.

E' vero che nella vicenda di Assange ci sono ancora dei punti da chiarire, almeno per quanto ne sappiamo: l'accusa di stupro da cui tutto è partito in Svezia e anche l'essere diventato uno strumento della propaganda russa ai tempi delle elezioni del 2016, quando le informazioni pubblicate da Wikileaks furono usate contro Hillary Clintan.

Si dice che per i documenti rubati e resi noti da Assange (e da l'ex consulente dell'intelligence americana Snowden) abbiano messo in pericolo le nostre democrazie: beh, non più della guerra al terrore basata sulla menzogna di Stato di Blair e Trump.
Quelle fughe di notizie hanno reso il mondo un posto più consapevole e anche questo è indice di buona salute della democrazia.
Fare democrazia dicendo la verità, è molto difficile, molto più facile governare in un clima di perenne campagna elettorale, additando al popolo il nemico esterno del momento per distrarre l'attenzione.

25 febbraio 2011

Tutti i segreti della famiglia Gheddafi

“Una soap opera libica”. Non usa mezzi termini Wikileaks per descrivere i retroscena della famiglia Gheddafi che negli ultimi anni, secondo il sito di Assange, è stata più impegnata a coprire gli scandali e a combattere una sorta di guerra fratricida che a governare il Paese.

Nei cable c’è veramente di tutto. Dai malcelati tentativi per coprire l’ostentata ricchezza del clan del colonnello, alle lotte intestine fra i vari rampolli, fino al reale patrimonio detenuto dal rais che ammonterebbe a 32 miliardi di dollari.

Un’opulenza che unita alla sensazione di totale impunità davanti all’opinione pubblica libica può dare alla testa. Gli esempi non mancano. Da ferventi antiamericani, i figli di Gheddafi ad esempio hanno pagato un milione di dollari la cantante americana Mariah Carey per interpretare quattro canzoni durante la festa di Capodanno del 2009 sull’isola caraibica di St. Bart. Ai tempi la notizia viene riportata da alcuni giornali occidentali ma viene subito smentita dai figli di Gheddafi. Il secondogenito Seif al Islam nega in maniera sdegnata l’indiscrezione sostenendo che in famiglia quello che spende somme da capogiro è il fratello Muatassim, consigliere per la sicurezza nazionale. Dal canto suo il fratello risponde “all’affronto” organizzando un altro party ai Caraibi ingaggiando le star Beyonce e Usher.

La diplomazia americana riporta chiaramente come l’eccessiva stravaganza dei fratelli Gheddafi stia irritando molti cittadini libici che non sono più disposti a tollerare queste azioni “immorali e imbarazzanti per il paese”. Ed effettivamente il ritratto dei figli del dittatore che emerge dai cablogrammi a stelle e strisce è impietoso. “E’ come se trattassero la Libia come un loro feudo personale, con lotte intestine per conquistarsi un posto al fianco dell’anziano padre”.

Ed è proprio nella loro faziosità che gli Stati Uniti intravedono, per la prima volta, le crepe nella monolitica dittatura nordafricana. “L’acuta rivalità tra i figli del rais potrebbe giocare un ruolo importante, se non cruciale, sulla capacità della famiglia di mantenere il potere una volta che il Colonnello sia uscito si scena”, dice una fonte americana in un dispaccio riservato al dipartimento di Stato.

Secondo gli osservatori, uno dei motivi principali di tensione è il ruolo di delfino assunto da Saif al Islam e la conseguente gelosia dei fratelli. In particolare di Muatassim che vede in malo modo le aspirazioni liberali del fratello. “L’arresto e l’intimidazione di un certo numero di alleati di Saif, da un lato, e le mosse tese a circoscrivere il ruolo di Muatassim dell’approvvigionamento di armamenti, dall’altro, mostra come il livello di discordia tra i fratelli sia alto”, nota un diplomatico Usa.

I figli del Colonnello arrivano anche ai ferri corti. Nel 2008, Muatassim chiede al presidente della società petrolifera statale 1,2 miliardi di dollari per costituire un corpo di milizie personali. Il tutto solo per sostenere la sua sfida personale col fratello Khamis, comandante delle forze speciali libiche, la guardia presidenziale di Gheddafi.

Ai figli del rais i denari d’altra parte non mancano, visto che ognuno di loro può contare su stabili “flussi di denaro provenienti dalle società petrolifere statali”. Ma è anche il controllo dell’immenso patrimonio del padre a costituire nuove cause di tensione fra i vari fratelli.

D’altro canto, il colonnello e la sua famiglia controllano una parte considerevole dell’economia nazionale e posseggono importanti partecipazioni nei settori del petrolio e del gas, nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture, negli alberghi, nei media e nella grande distribuzione. In un dispaccio del 2006, i diplomatici americani in Libia spiegano che i figli di Gheddafi ricevono regolarmente redditi dalla società petrolifera nazionale, le cui esportazioni annuali ammontano a decine di miliardi di dollari.

E gli affari per loro non mancano: Saif ha accesso ai proventi del petrolio attraverso la società per l’energia del suo gruppo “One-Nine”. La sorella Aisha ha interessi nei settori dell’energia e delle costruzioni e in una clinica privata a Tripoli, la St James. Mohammad, il figlio maggiore, controlla la Commissione generale per le Poste e Telecomunicazioni. Il terzo figlio Saadi (già calciatore del Perugia) progetta una nuova città nell’ovest del Paese come meta turistica. I dispacci descrivono poi una battaglia a tre fra Mohammed, Mutassim e Saadi per il controllo della produzione locale della Coca Cola, una vicenda oscura e complicatissima che neppure diplomatici e uomini d’affari locali riescono a comprendere bene.

Tutte tensioni che non solo hanno fornito “agli osservatori locali materia sufficiente per un feuilleton melodrammatico libico”, ma che condannano il regime alla caduta ben prima dell’inizio della rivoluzione.

18 febbraio 2011

Ridi pagliaccio


«Il primo ministro Silvio Berlusconi è involontariamente diventato il simbolo di questo processo. Le sue continue gaffe e la sua povertà di linguaggio hanno più di una volta offeso gran parte del popolo italiano e molti leader europei. La sua chiara volontà di anteporre i propri interessi personali a quelli dello Stato, il suo privilegiare le soluzioni a breve termine a discapito di investimenti lungimiranti, il suo frequente utilizzo delle istituzioni e delle risorse pubbliche per ottenere benefici elettorali sui suoi avversari politici hanno danneggiato l’immagine dell’Italia in Europa, creato una reputazione disgraziatamente comica alla reputazione dell’italia in molti settori del governo statunitense». [Wikileaks]

Ricapitolando: l’America ci considera un paese allo sbando e governato da un pagliaccio, ma il pagliaccio è devoto, molto più ubbidiente di chi l’ha preceduto. E siccome l’Italia sta in mezzo al Mediterraneo e ha carne fresca da mandare a combattere, agli americani sta bene così. [Gilioli]

02 dicembre 2010

Ecco come catturare Bin Laden

Leggevo la notizia delle squadre speciali pronte a scattare per la cattura di Assange, in Inghilterra.
E ho pensato: peccato che i grandi terroristi non siano mai stati accusati di violenza sessuale.
I grandi trafficanti di droga, di uomini. I mafiosi.

Tutta questa caccia all'uomo per delle sole notizie di gossip (come le ha definite B.)? O forse nelle carte diffuse dal sito Wikileaks, dove si parla di tangenti per le mediazioni Eni Gazprom, c'è qualcosa di vero?

“La relazione bilaterale con l’Italia è ottima, ma gli sforzi di Berlusconi per ricucire la relazione tra l’occidente e la Russia stanno minando la sua credibilità e diventano veramente irritanti nella nostra relazione”.
“Lo possiamo riportare sulla giusta strada (Berlusconi, ndr.) mandandogli un chiaro segnale che gli Stati Uniti non hanno bisogno di un interlocutore per le proprie relazioni con la Russia e che la sua insistenza nel minare le strutture esistenti e i canali basati su comuni interessi e valori con l’alleanza in cambio di stabilità a breve termine non è una strategia che Washington intende perseguire”.

Insomma, gli Usa non hanno bisogno di Berlusconi-risolvi problemi. Ma c’è di più, perché sul premier si staglia per l’ennesima volta l’ombra degli affari personali: “La Georgia crede che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti dai gasdotti costruiti da Gazprom con Eni”.




29 novembre 2010

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Il presunto terremoto delle diplomazie occidentali rischia di essere un problema per la sola amministazione Obama.
Per l'Italia, non c'è veramente nulla di nuovo.
Di Berlusconi si dice che “sembra sempre più il portavoce di Putin” e
[...] sia il giornale madrileno sia il settimanale tedesco, nella sua copertina uscita in anticipo, mettono in evidenza “le feste selvagge”. E’ “irresponsabile, vanesio e inefficace, come un leader europeo moderno”, dice Elizabeth Dibble, agente diplomatico americano a Roma di Berlusconi. Un altro rapporto dalla Capitale segnala la debolezza “fisica e polica” di un leader la cui “inclinazione per le feste notturne e frequenti significa che non si riposa abbastanza”. Lo riporta il Guardian.
Insomma, tutte cose che sapevamo già. Come non mi sorprende nemmeno la reazione di Frattini, che chiede di indagare sulla fuga di notizie e non sui fatti (come se si trattasse di casi di cronaca e non di questione di diplomazia).
Lui ci ride sopra, come anche all'estero, che ridono sopra di noi.
Leggete anche qui su Piovono Rane e su Nonleggerlo.