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14 febbraio 2015

Il Vaticano pagò la borsa di Calvi – di Giuseppe D'Avanzo

Su Internet ho recuperato questo “vecchio” articolo scritto dal giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo, nel maggio 1992: l'anno delle stragi, delle trattative, di Tangentopoli, di un potere che affondava e che però cambiava per pelle per rimanere a galla.
È anche l'anno in cui un giudice istruttore tenace e testardo come Mario Almerighi (autore del libro La borsa di Calvi) non si ferma davanti a niente, pur di seguire la pista che, dalla borsa di Roberto Calvi, porta dritto al Vaticano. Passando per personaggi equivoci come Carboni o Giulio Lena.

IL VATICANO PAGO' LA BORSA DI CALVI

ROMA - La verità della Santa Sede è stata sempre categorica. Joaquin Navarro, portavoce del Vaticano, ha detto (27 giugno 1991): "I documenti presumibilmente provenienti dalla borsa di Roberto Calvi non sono mai giunti in Vaticano. Inoltre la Santa Sede non aveva alcun interesse circa i suddetti documenti, se esistevano. A maggior ragione, affermo che la Santa Sede non ha versato mai alcuna somma per avere questi documenti".
Se la verità giudiziaria è una verità, la verità del giudice istruttore di Roma, Mario Almerighi, è un' altra, diametralmente opposta, altrettanto ferma e risoluta, costruita pazientemente in anni di indagine, sorretta da prove documentali e testimonianze, raccolta nelle 379 pagine che accusano di ricettazione aggravata il "faccendiere sardo" Flavio Carboni, il vescovo cecoslovacco Pavel Hnilica, il romano Giulio Lena.
' Hnilica non agì da solo' Il giudice sostiene che nella borsa del presidente dell' Ambrosiano "erano contenuti documenti che ' dimostravano con chiarezza' il coinvolgimento dello Ior nelle illecite operazioni condotte prima da Sindona poi da Calvi". La borsa del banchiere - nera, di pelle, marca Valextra, tipo a soffietto - è stata in possesso di Flavio Carboni, molto probabilmente dal giorno stesso della morte di Calvi, sicuramente dall'agosto del 1984. "Furono proprio ambienti del Vaticano - scrive il giudice - a contattare Carboni non appena questi, ancora in stato di detenzione, giunse in Italia". Il mediatore della Santa Sede - Pavel Hnilica - non agì da solo, ma fu sollecitato da "eminenti personalità ecclesiastiche" e il suo comportamento, i suoi impegni furono "avallati dalle più alte autorità ecclesiastiche". Alla fine della lunga, estenuante trattativa - ha potuto accertare l' Ufficio Istruzione - il Vaticano "pagò effettivamente, nel quadro di un' operazione finanziaria di 12 miliardi, da 3 miliardi e 534 milioni (cifra approssimata per difetto) a 6 miliardi e 234 milioni".
Malinconicamente, Almerighi conclude che "certamente i documenti che Carboni cedette a monsignor Hnilica non sono soltanto quelli acquisiti agli atti di questo processo", questa è "soltanto una piccola parte dei documenti venduti da Carboni".
Dalle carte, sequestrate dal giudice, "emerge in modo chiaro il potenziale di ricattabilità del quale Calvi intendeva avvalersi" contro lo Ior e contro il Vaticano "stando in un posto più sicuro di quanto fosse l' Italia in quel momento e quindi la grande rilevanza della documentazione in suo possesso".
Il 20 gennaio del 1982, il banchiere scrive a un misterioso "Caro Onorevole".
Ricorda che "molte delle cause che hanno determinato la tragica fine dell' impero Sindona sono le stesse che oggi potrebbero provocare il mio crollo".
In un' altra lettera, priva di destinatario e data, ma firmata, il banchiere si scaglia contro "Marcinkus, Mennini e tutti i dirigenti dello Ior... (che) hanno abbandonato me e il gruppo che rappresento...". Calvi minaccia: "Ora che sono stato abbandonato e tradito dai miei più sicuri alleati non posso non ricordare le opere che ho svolto di concerto con i rappresentanti di S.Pietro. Mi prodigai in America Latina in ogni senso arrivando perfino ad occuparmi di forniture di navi militari e di altro materiale bellico". Chiede: "...che mi siano restituiti i 1000 milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnosc; che mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in 5 Paesi dell' America del Sud, somme che ammontano a oltre 175 milioni di dollari; che mi sia riconosciuto in termini economici ancora da quantificare l' efficace opera da me svolta in favore di molti Paesi dell' Est e dell' America latina".
Infine, l' ultima drammatica lettera al Papa del 5 giugno 1982, pochi giorni prima della fuga e della morte. Almerighi non ha dubbi che quella missiva fu "scritta da Calvi con la stessa macchina per scrivere usata per redigere gli altri documenti rinvenuti nella borsa" anche se "non esiste la prova in atti che il Pontefice l' abbia ricevuta o potuto leggerla".

Calvi lancia un' implorazione pesante come un ricatto: "...altro non mi rimane che sperare in una Sua sollecita chiamata che mi consenta di mettere a Sua disposizione importanti documenti in mio possesso e di spiegarLe a viva voce tutto quanto è accaduto e sta accadendo, certamente a Sua insaputa...".
E' di questo potere di ricatto che, con la Valextra, si impossessa Flavio Carboni. Il "faccendiere sardo" gioca le sue carte senza scrupoli, con una determinazione che soltanto il Calvi disperato degli ultimi giorni seppe trovare.

Come Calvi, Carboni scrive al Papa ("sicuramente dopo il 1984"). Con gli stessi argomenti di Calvi. Anzi, sbandierando con l' ultima lettera del banchiere, le sue stesse minacce. "Santità, la mia impresa non è stata facile. Essendomi trovato al fianco del presidente del Banco Ambrosiano nell'ultimo periodo della sua vita sfortunata, mi ero reso conto di quali dissesti immani era minacciata la Chiesa. Del resto, anche lo stesso Calvi, in una lettera indirizzata a Lei, pochi giorni prima di morire, così si esprimeva...".

"Il contenuto di questa lettera di Calvi e di molte altre non fu divulgato grazie a un provvidenziale intervento che impedì la sua caduta nelle mani di chi era pronto ad utilizzarla per colpire maggiormente la Chiesa - prosegue Carboni - E' stato un miracolo che ciò non sia accaduto considerando quanti e quali interessi ruotano intorno a quei tragici fatti; ed è stato un miracolo riuscire a raccogliere la documentazione più importante, non soltanto quella più direttamente legata al caso Ior-Ambrosiano, e impedire così non solamente il prosieguo di una virulenta campagna diffamatoria condotta in tutto il mondo contro le istituzioni cattoliche, ma anche la possibilità che essa degenerasse, suffragata da materiale estremamente delicato e pericoloso...".

Anche se non c'è "in atti" la prova per poter ritenere che questa lettera sia mai giunta al Pontefice, il giudice istruttore non ha dubbi che sono stati questi gli argomenti che convinsero Hnilica a cedere e a versare a Carboni, "direttamente o indirettamente oltre tre miliardi".
Campagna diffamatoria "Si indicano le somme di denaro minimali - avverte Almerighi - al di sotto delle quali non è possibile scendere sulla base della documentazione bancaria acquisita agli atti. Se si dovesse tener conto del carteggio epistolare e del resto della documentazione si arriverebbe ad una cifra di gran lunga superiore". Il vescovo cecoslovacco non agiva in solitudine, la sua iniziativa era "avallata" anche se non si ritenne di impegnare direttamente lo Ior "per non implicare il nome del Vaticano".
Scrive e conclude Almerighi: "Che padre Hnilica non fosse solo nell' operazione intrapresa è un fatto non solo suggerito da logiche di elementare profilo e da una serie di risultanze istruttorie, ma dallo stesso vescovo esplicitamente riconosciuto: ' eminenti personalità ecclesiastiche raccomandarono al sottoscritto di ricevere ed ascoltare Flavio Carboni perché avrebbe potuto essere utile alla causa ecclesiale' ". 

La borsa di Calvi: Ior, P2, mafia: le lettere e i segreti mai svelati del banchiere di Dio di Mario Almerighi


Il 18 giugno 1982, un'impiegato londinese che sta passando sopra il ponte dei Frati neri, scopre il cadavere di un uomo impiccato con una corda, su un traliccio sotto il ponte.
E' Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano.
Come ha fatto il presidente Calvi a finire impiccato lì sotto e in quella maniera poco credibile, secondo un rituale massonico?
Per quali ragioni è scappato dall'Italia, per arrivare a Londra e risiedere in quello squallido residence, il Chelsea Cloisters?
Cosa cercava a Londra Calvi? Perché si è fidato, fino alla fine, di ambigui faccendieri come Flavio Carboni?
E' il mistero Calvi.
[Quella di Roberto Calvi ]È una storia drammatica, reale, che ancora oggi è contornata da mistero. È una storia di potere. Un potere cinico e impietoso. Un potere estraneo non solo alle religioni, ma anche all’etica, alla solidarietà, alla giustizia, alla legge. Un potere fondato su un sistema di arricchimento del quale fanno parte mafia, Vaticano, P2, che si incontrano e si scontrano su terreni non omogenei e con finalità diverse.Un potere fondato su un sistema in cui il vero padrone è il denaro. Un sistema dentro il quale non sono ammessi corpi estranei né intenti ricattatori che ne possano scalfire l'integrità. E il denaro non può essere utilizzato al di fuori degli interessi di chi lo ha prodotto.
Roberto Calvi non lo capì. Forse fu questa la sua grande ingenuità, che pagò con la vita.Abbiamo visto che papa Wojtyla, o chi per lui, secondo quanto assunto da banchiere (ma non solo), con i soldi della mafia riciclati dallo stesso Calvi e Marcinkus, finanziava Solidanosc a sostegno della sua battaglia democratica contro il regime totalitario del comunismo russo. Abbiamo visto che, sempre secondo il banchiere (e non solo), con il medesimo denaro il Vaticano sosteneva anche i peggiori regimi militari del Sud America. Tutto ciò nel segno di un'obiettiva convergenza con le linee guida della politica americana.
L’alleanza tra il numero uno dello Ior e quello del Banco nelle società panamensi, utilizzate per riciclare quel denaro, non procurò tuttavia alcun ritorno di utili per la criminalità organizzata, e fu verosimilmente questo il movente dell'omicidio di Calvi”.

Mario Almerighi è stato giudice istruttore a Roma e ha seguito l'istruttoria del processo a carico di Flavio Carboni (e altri) per il reato di ricettazione, essendo venuto in possesso della borsa di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano trovato morto, impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra.
L'esamina dei documenti che erano contenuti dentro la borsa, e che furono usati da Carboni per portare avanti un suo disegno ricattatorio nei confronti del Vaticano, diventa una chiave di lettura per comprendere meglio questo “mistero italiano”.
La morte del banchiere di Dio, il suo inscenato suicidio, il crac del Banco Ambrosiano, la piccola banca milanese nata per elargire prestiti a piccoli clienti. Diventata, con la gestione di Calvi il tramite per il riciclaggio dei proventi dei mafiosi (in special modo le famiglie corleonesi).
Calvi che aveva preso il posto di Sindona (l'altro scorpione nella bottiglia, come lo definì Cavallo, un ambiguo personaggio vicino al banchiere di Patti) nella gestione dei capitali mafiosi, quando quest'ultimo cadde in disgrazia.
L'Ambrosiano fu usato dallo Ior dello spregiudicato Marcinkus come tramite per finanziare sottobanco Solinarnosc, nelle sue battaglie contro il regime comunista.
Ma anche le dittature centro e sud americane. Da quella Argentina a quella nicaraguense.
Ma la storia del banco Ambrosiano si incrocia con gli scandali della Loggia P2, il ruolo di Gelli nel condizionare la politica e la storia italiana. L'assalto al corriere, ai gangli dell'imprenditoria e del sistema bancario.

La borsa di Calvi fu esibita, in un vergognoso evento mediatico, durante una trasmissione di Enzo Biagi, strumentalizzato da Carboni stesso che intendeva così rivelare al mondo i segreti del banchiere.
La borsa era vuota, in realtà. I documenti, erano già finiti nelle mani di un monsignore polacco, vicino al papa, che aveva pagato il faccendiere sardo con assegni da centinaia di milioni, per venire in possesso del contenuto. Per ottenere questo scopo, padre Paolo Hnilica non aveva esitato a farsi finanziare da un pregiudicato vicino alla banda della Magliana. Nel libro di Almerighi vengono pure riportate le lettere con cui Lena chiede al monsignore indietro i soldi.
– Sua Eminenza, io mi sono un po’ stancato, io ho anticipato per quello che lei sa…– Lo so, lo so, deve pazientare ancora un po’.– Sì, io ho già dimostrato di averla la pazienza, si tratta di svariati milioni di dollari… Lo Ior…– Be’, be’, non esageriamo, comunque, stia tranquillo… ma non faccia più quel nome.

Conversazione telefonica tra il boss Giulio Lena e un alto prelato del Vaticano in relazione all’acquisto delle lettere contenute nella borsa di Calvi.
Perché queste lettere erano così interessanti per il Vaticano? Come mai erano in possesso di Carboni?
Emerge, dalla ricostruzione delle indagini svolte da Almerighi sull'ultimo periodo di vita di Calvi, il volto inconfessabile del potere in Italia.
In questo disgraziato paese, nel quale la politica si mescola con la criminalità, siamo costretti ogni giorno ad assistere alla più vergognosa corruzione di tutti i centri di potere;”
Questo scriveva Calvi in una lettera al massone Armando Corona.

In quelle lettere viene fuori l'immagine di un Calvi disperato, che voleva usare tutti i suoi documenti e le sue carte, come ricatto nei confronti del Vaticano che, dopo averlo usato, lo stava abbandonando (la banca per il suo indebitamento era prossima alla bancarotta e Calvi stesso nel 1981 era stato condannato in primo grado).
La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza e non pochi altri atteggiamenti di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto”- dalla lettera del 5 giugno 1982 (pochi giorni prima della morte), a papa Giovanni Paolo II.

Se Calvi avesse parlato. Dopo la condanna da parte del Tribunale di Milano, dopo esser stato abbandonato da tutti, anche dai partiti politici che aveva contribuito a sovvenzionare, da Gelli e Ortolani (il gatto e la volpe), dal misterioso faccendiere Pazienza (legato al Sismi e al DC Piccoli), Calvi si lasciò avvicinare da personaggi provenienti da ambienti malavitosi, con cui era entrato in contatto. È da Balducci, cassiere della Magliana, che si arriva a Flavio Carboni. L'uomo che lo segue nei suoi ultimi mesi, fino all'ultimo viaggio a Londra. Che Almerighi ricostruisce fino all'ultimo dettaglio.
Calvi non doveva parlare: avrebbe potuto raccontare degli intrecci tra mafia, finanza e lo Ior. Del sistema delle tangenti dei partiti, ben prima di Tangentopoli.
Di come le sue consociate estere fosse state ben munte da società riconducibili allo Ior per finanziare con armi e altro materiale, i regimi in centro America.
Mi siano restituite tutte le somme da me devolute per i progetti riguardanti l’espansione politica ed economica della Chiesa; mi siano restituiti i mille milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnos´c´; mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in cinque paesi dell’America del Sud, somme che ammontano a oltre 1,75 milioni di dollari.”
Lettera di Roberto Calvi, priva di data e destinatario, consegnata dall’avvocato di padre Hnilica, Roberto De Felice, al giudice Mario Almerighi.

Leggendo questo libro si intuisce come la storia moderna, dalla guerra fredda al muro di Berlino, meriti di essere riletta secondo una prospettiva diversa.
Forse, diversamente da quanto ci è stato raccontato, non sono bastate le preghiere per abbattere il muro.
E per cambiare il mondo, come oggi lo conosciamo.

La scheda sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

Altre lettura sul caso Calvi

- Poteri forti di Ferruccio Pinotti
- Le mani della mafia di Maria Antonietta Calabrò
- Il caso Calvi di Luca Amerio, Luca Baino, Matteo Valdameri

20 marzo 2014

La mani della mafia – il terzo livello


Restano, infine da spende alcune parole sui legami tra il Banco , la mafia e il cosiddetto «terzo livello». Ci sono responsabilità, infatti, che vanno bel al di là di quelle degli amministratori, sindaci, soci occulti, faccendieri e «banchieri senza licenza» che sono sotto processo in aula in tribunale. Lì nessun pentito è mai arrivato. Anche Tommaso Buscetta si ferma ben al di qua, e ha detto esplicitamente di non potersi spingere oltre per «evitare un turbamento degli equilibri troppo drammatico».
Ma forse non è affatto necessario che qualcuno si decida a parlare, se si deve dare retta a quanto sostiene Giovanni Falcone , e cioè che il «terzo livello» non è un livello gerarchico sovraordinario agli altri e in particolare alla Cupola. I rapporti con la politica, cioè, sono di tipo orizzontale e non verticale. Basterà allora che il lettore richiami alla memoria le frequentazioni dei principali protagonisti della nostra storia per sapere chi ha offerto coperture al Banco della mafia.
Ogni faccendiere, grande o piccolo, ha avuto e ha il suo referente, o anche più d'uno, nei vari partiti. Si tratta di legami noti.
Il nostro compito era quello di tentare di mostrare ciò che non era noto: il loro sottofondo schiettamente criminale.
Il libro di Maria Antonietta Calabrò (Le mani della mafia edito da Chiarelettere) termina con queste considerazioni in cui si spiega come, più che puntare il dito contro questo o quel banchiere, questo o quel politico, il suo intento fosse di ricostruire “il contesto” in cui è maturato uno dei più gravi scandali finanziari della storia italiana (il crac del Banco Ambrosiano).
I legami con la P2. I canali usati per il riciclaggio di denaro sporco da parte della mafia che passavano per il Banco Ambrosiano e poi lo Ior.
Canali e gruppi criminali attivi ancora attivi, come raccontano le inchieste sugli eredi della banda della Magliana, sullo Ior, su monsignor Scarano e sull'elenco dei conti (di probabili evasori) che la banca Vaticano sta chiudendo senza informare lo stato italiano.

Quali sono le ragioni per cui Roberto Calvi è stato ucciso? La tesi del libro è dimostrare che Calvi fu stritolato dal meccanismo mafioso con cui si era messo in affari, per la guerra di mafia che aveva visto prevalere l'ala corleonese contro le famiglie storiche palermitane. Calvi fu abbandonato dai fratelli massoni (Gelli, Ortolani) e dai faccendieri che lo avevano accompagnato nei suoi ultimi mesi di vita (Carboni prima e Pazienza poi).
Quell’estate del 1991
Nel giugno del 1991, terminata la prima stesura di questo libro, ero giunta alla conclusione che il presidente del Banco ambrosiano, Roberto Calvi, era stato ucciso nell’ambito della lotta tra i clan mafiosi «perdenti» e «vincenti» di Cosa nostra siciliana. Non solo. L’omicidio di Calvi rappresentava a mio avviso la cartina al tornasole dei rapporti tra finanza, politica e il sottostante mondo criminale.
Una tesi molto «ardita», a quei tempi, alla quale ero arrivata ricomponendo le tessere di un puzzle assai complicato disseminate fra atti, documenti ufficiali, giudiziari e non, e «fonti aperte».
Infine, le conclusioni del libro che tirano in ballo i contatti col mondo della politica.
Per rispondere, basta andare indietro nel tempo e vedere chi erano i politici nella lista della P2 (almeno quella nota).
Chi erano i protettori politici di Sindona e Calvi.
Chi erano i politici che avevano accesso ai conti del Banco Ambrosiano (come il conto Protezione).
Chi erano i politici che più di altri si sono opposti (e si oppongono ancora) alla creazione di leggi contro il riciclaggio. Che bloccano l'azione della magistratura fuori dalle banche.
Che ancora si ostinano a vedere la mafia solo come un problema di coppole e lupare.

Sono le persone che si sono mosse affinché i cassetti con dentro i segreti d'Italia (tra cui il caso Calvi, il suicidio di Sindona, tra gli altri): quei cassetti di cui Dalla Chiesa parla nella prefazione del 1991 al libro. Cassetti chiusi affinché tutti i processi contro l'apparato criminale all'interno dello stesso stato, possano terminare in archiviazione o in assoluzione.
Quale regime ha mai consentito ai propri apparati di portarlo sul banco degli imputati? Il regime e della corruzione e della violenza che ha dominato l'Italia nell'ultimo ventennio non ha fatto eccezione alla regola. Procedendo tra le pagine, il lettore si imbatterà in un vero e proprio network criminale che pesa come un macigno su chi ha visto e coperto, su chi sapeva e ha preferito per mille ragioni non parlare. Troverà appunto, come si è detto, il caso Ambrosoli; e troverà le persecuzioni scatenate contro i vertici di Banca d'Italia, Paolo Baffi e Mario Sarcinelli. Troverà la vicenda del Consiglio Superiore della Magistratura – anche allora nell'occhio del ciclone – messo sotto inchiesta per i troppi cappuccini consumati. Si imbatterà nella strage del treno di Natale con il suo carico di vittime che sul momento quasi nessuno avrebbe imputato allo strapotere della mafia. Come si imbatterà nel giudice Carlo Palermo, vittima di quel tragico attentato vicino a Trapani, nel regno delle raffinerie dell'eroina. E poi troverà il caso Cirillo, con il suo corredo di morti ammazzati postumi, di bugie di Stato, di patti inconfessabili.
[..]
E a proposito di istituzioni e del loro disfacimento, forse vale la pena di ricordare, in chiusura di queste pagine, come proprio Roberto Calvi, con il suo caso, rappresenti in fondo un discrimine tra l'Italia della Costituzione e l'Italia senza legge progressivamente disegnata dal potere politico. Fu infatti nelle settimane del suo arresto, nella tarda primavera del 1981, che i mutamenti quantitativi avvenuti sul piano del pubblico pudore dei comportamenti dei partiti di governo divennero un mutamento di qualità. Fu allora, durante la discussione sulla fiducia al primo governo Spadolini, nato sulle ceneri di quello presieduto da Forlani (schiantato dal caso P2), che tre leader della maggioranza, Pietro Longo, Flaminio Piccoli e Bettino Craxi difesero in Parlamento il perseguitato Roberto Calvi attaccando frontalmente i magistrati che avevano osato arrestarlo.»
Un'ultima nota sul rinnovamento dello Ior su cui l'autrice è molto scettica:  “Prima di trasformare lo Ior in un'istituzione benefica da banca d'affari (sporchi) qual era, i soldi che vi sono custoditi devono uscire ed essere ripuliti. La rivoluzione di Bergoglio è solo all'inizio e incontrerà molti ostacoli. ”

L'intervista a Micromega dell'autrice.
La scheda del libro su Chiarelettere.

Vedi anche: "Poteri forti" di Ferruccio Pinotti

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01 luglio 2012

Il caso Calvi sotto il ponte dei Frati neri, di Luca Amerio, Luca Baino, Matteo Valdameri


Il 18 giugno 1982 veniva ritrovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra, il banchiere Roberto Calvi.

Come ha fatto a finire ucciso in questo modo un degli uomini più potenti nella finanza italiana?
Dico ucciso perchè ormai, la pista del suicidio, sancita dal coroner inglese nella prima frettolosa perizia, non è più ritenuta credibili.
Calvi, il banchiere di Dio, l'uomo che con Sindona e Marcinkus incarnà il volto criminale della finanza italiana, era ormai un uomo finito. La sua banca, Il banco Ambrosiano (che aveva scalato nei primi anni 70, arrivando a diventare presidente e cambiandone la linea e la politica finanziaria) era fallita, lo Ior e Marcinkus non si facevano garanti dei suoi debiti, i partiti politici (la DC, il PSI) che aveva finanziato con mazzette gli avevano voltato le spalle, Sindona era in carcere …
Calvi, messo alle strette avrebbe potuto raccontare ai magistrati (che lo avevano portato a giudizio e condannato in primo grado) di tutti i misteri della finanza italiana di cui era custode.
Il riciclaggio della mafia, i soldi dello Ior fatti uscire dall'Italia, il finanziamento occulto ai partiti, la ragnatela della P2 di Gelli ..
Troppo pericoloso lasciarlo vivo.... 

Cosa venne trovato sotto il ponte dei Frati Neri, quella mattina londinese del giugno 1982, è noto. Cosa portò Roberto Calvi, uno degli uomini più potenti d’Italia in quel posto, invece è rimasto un mistero. La storia di un piccolo banchiere che nell’arco di un decennio è riuscito a entrare in affari con il Vaticano, la Mafia e la Finanza Internazionale, caldeggiato dalla Massoneria e appoggiato dalla Politica. Un piccolo banchiere divenuto ilBanchiere di Dio. L’ascesa di un uomo che ha voluto sempre di più, accumulando soldi, potere e segreti. Tanti segreti da trasformare una tutela in un pericolo di vita. A 30 anni dalla sua scomparsa, con l’aiuto delle nuove inchieste e testimonianze, si fa luce su uno dei gialli italiani più controversi degli anni Settanta. Un mistero che coinvolge il mondo finanziario milanese, il Vaticano, la loggia massonica P2, i servizi segreti, la politica, la mafia e la Banda della Magliana. "Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona; [...] sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato…" – Roberto Calvi, lettera a Giovanni Paolo II "Roberto Calvi avrebbe potuto raccontare inconfessabili retroscena della finanza cattolica e laica, intrecciata al finanziamento di operazioni criminali e a una classe politica fin troppo compromessa con corruzione, coltivazione di posizioni personali e piduismo, utile camera di compensazione per interessi tanto eterogenei quanto convergenti." - dall'intervento di Antonella Beccaria


Il sito dell'editore Becco Giallo
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23 giugno 2009

In terra consacrata - gli affari del Vaticano

Un pezzo del libro "In terra consacrata": il dialogo tra il magistrato Lannuzzi che, nella storia, segue i nuovi risvolti del caso Iacoangeli (Orlandi) e il faccendiere Meloni (Flavio Carboni), in cui quest'ultimo ricostruisce per l'uomo di legge i traffici neri del Vaticano, tramite lo Ior di monsignor Duarte (Marcinkus).

..."Ma se qualcuno ha messo insieme il nome di Cruciani e Duarte con quello di Iacoangeli, è da lì che devi partire: da cosa avevano in comune quei due. Poi magari verrà fuori come poteva entrarci la ragazzina."

"E cosa avevano in comune Duarte e Cruciani?"

"Il bisogno di far girare i soldi. E il fatto che, non potendo fare tutto da soli, gli occorreva un banchiere."
"Lanfranco Giorgi" - disse Lannuzzi a voce troppo alta.

"Giorgi riciclava fondi della mafia e della camorra attraverso il Banco di Milano e una costellazione di banche estere. Per farlo si serviva dell'intermediazione e della complicità di Duarte. A presentare Giorgi ai mafiosi era stato un banchiere siciliano. Tra la seconda metà degli anni '70 e gli inizi degli anni '80, la Sicilia era la più grande raffineria della morfina del Mediterraneo. Un'industria che generava profitti altissimi, che Giorgi era in grado di riciclare e reinvestire. Una capacità che lo aveva portato a diventare uno dei personaggi più importanti per Cosa Nostra. In cambio i siciliani avevano fatto crescere la sua banca: acquistavano la droga e la mandavano negli Stati Uniti; poi tramite il Banco di Milano facevano rientrare il denaro in Italia, dove veniva suddiviso tra le famiglie.

Duarte aveva un ruolo importante: versava nella banca di Giorgi soldi puliti e aveva contatti con i mafiosi. C'era chi raccontava di averlo visto con i propri occhi portare due valigie, ciascuna con cinque miliardi, dalla casa del capo della famiglia di Castelvetrano a quella romana di un notaio amico di Duarte. Denaro che doveva essere investito in Sud America tramite Giorgi e Duarte."

"La prima volta che mi parlarono di Giorgi fu nel 1981 - continuò Meloni - Dicevano che era il più importante banchiere d'Italia. Lo avevano arrestato per reati finanziari, ma nonostante questo continuava ad essere molto potente e aveva un patrimonio immenso. Io ero a caccia di finanziamenti: volevo buttarmi nel mercato azionario e pensai che fosse la persona giusta da conoscere. Me lo presentarono in Agosto a Porto Cervo, e trovammo subito l'intesa, lui mi foraggiava e io gli curavo i rapporti con la Stampa e con il Vaticano."

"Cioè con Duarte" - disse Lannuzzi.

"Avere un qualunque rapporto con Monsignore era utile per dimostrare di essere gradito agli ambienti Vaticani - spiegò Meloni - Era un buon modo di dare all'estero l'immagine di serietà e legittimità. Giorgi investiva all'estero per eludere le restrizioni valutarie e i vincoli imposti dalla Banca d'Italia e i soldi servivano ad alimentare Solidarnosc in Polonia e i regimi e la guerriglia anticomunista in America Latina. Oltre a distribuire mazzette ai vari politici italiani."

"E Duarte che ruolo aveva?"

"Le operazioni passavano per lo più tramite lui: fungeva da intermediario di appoggio, metteva a disposizione le sue strutture e lucrava sulla differenza dei tassi di interesse.Ma perchè mandare denaro ai polacchi?" - domandò Lannuzzi

"Ognuno ha le sue debolezze: voleva ingraziarsi il papa e ottenere una nomina a cardinale. Fu Giorgi a spostare i soldi. Un mucchio di soldi. Sai cosa ripeteva sempre il Monsignore? Che il Vaticano non si amministra con gli Ave Maria. Per questo a lui serviva Giori e a Giorgi serviva Duarte."

"Ma poi il giocattolo si ruppe" - disse Lannuzzi.

"Per almeno nove anni, il rapporto di collaborazione con Giorgi era strettissimo. Poi quando la Banca d'Italia aveva cominciato a ficcare il naso, Giorgi aveva perduto credibilità. A ogni livello."

"In terra consacrata" Pagine 370-371
Il sito dell'autore.Le prime pagine del libro; l'intervista a Fahreneit, e la recensione su angolonero.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
Technorati:

08 gennaio 2007

Poteri forti di Ferruccio Pinotti

L'ascesa del "banchiere di Dio", Roberto Calvi, dall'ingresso nella banda dei preti, il Banco Ambrosiano, alla nomina a presidente, nel 1975, di quello che era diventato il più grande gruppo creditizio privato. Fino alla parabola discendente: l'arresto nel carcere di Lodi per reati finanziari, il tentativo di salvare in extremis dalla bancarotta il suo gruppo, la fuga a Londra e lo “strano” suicidio, sul quale la corte di Londra a deciso di riaprire le indagini.
Nella parabola di Roberto Calvi quasi 15 anni di storia della finanza italiana: è una storia complessa quella che il giornalista Ferruccio Pinotti racconta in questo libro. Libro molto ben documentato, scritto sfruttando le testimonianze del figlio del banchiere, Carlo Calvi e della moglie.
Complesso per la presenza di molti personaggi con cui Calvi entrò in contatto: da Michele Sindona, cui prese il posto dopo che questi finì nel mirino della giustizia per bancarotta e altri reati finanziari. All'ambigua figura di Paul Marcinkus, presidente dello Ior, che usò il Banco e le sue società off shore per esportare all'estero i suoi capitali (ed evitare la tassazione da parte dello Stato italiano). Ai faccendieri (o meglio filibustieri) sempre presenti negli scandali italiani: Umberto Ortolani (tramite tra il Vaticano e la P2), Licio Gelli (venerabile capo della P2 ora a riposo ad Arezzo), Flavio Carboni (costruttore sardo che coinvolse Calvi in attività speculative sulla Costa Smeralda assieme a Silvio Berlusconi), Francesco Pazienza (agente del Sismi e poi consigliere di Calvi) che lo accompagnò nel suo ultimo viaggio a Londra.
Il giornalista nel descrivere anche la persona del banchiere evidenzia il suo carattere ambizioso, ma allo stesso tempo ingenuo: ingenuo nel lasciarsi manovrare in operazione, forse, più grandi di lui. Una persona usata e spremuta, come la sua banca che si trovò indebitata a causa dello Ior, per quasi 1200 milioni di dollari , che la banca vaticana non volle onorare, e poi uccisa o suicidata.
Abbandonato da tutti, dai politici (di cui aveva denunciato il finanziamento illecito dopo l'arresto nel 1981), dai vertici del Vaticano, dall'Opus Dei...
Opus Dei che rappresentava, in quegli anni, l'astro nascente del clero: era in corso una feroce lotta interna tra la parte “progressista” del Vaticano, rappresentata dallo Ior, dal papa Paolo VI, da Marcinkus, e l'Opus Dei, che rappresentava la parte “reazionaria” e conservatrice.
Il figlio di Calvi parla dell'ipotesi per cui l'Opus Dei aveva intenzione di ripagare il Banco dei debiti che questi esigeva dallo Ior per, in un colpo solo, mangiarsi la banca vaticana e prendere il controllo (finanziario e politico) di San Pietro.
Calvi si trovò in mezzo a queste lotte di potere: P2, Opus Dei, mafia (che usava la sua banca per il riciclaggio del denaro), politici corrotti (finirono sul “Conto Protezione” di Craxi e soci anche svariati miliardi del Banco). Stritolato da quelli che sono definiti “poteri forti”.
Interessante tracciare un parallelo tra Sindona e Calvi: entrambi suicidi, poco dopo aver manifestato l'intenzione di rivelare verità scomode sulle loro attività. Ma Pinotti fa altri paralleli, altrettanto acuti: dal caso Tanzi e al crack di Parmalat (chi fornì al cattolicissimo industriale i soldi per i suoi investimenti all'estero?) al caso spagnolo di Ruiz Mateos, del gruppo Ramasa. Dietro questi casi, c'è sempre l'ombra dell'Opus Dei.
A leggere le pagine del libro si rievocano tanti misteri del nostro passato: dal finanziamento dello Ior a Solidarnosc e alle associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest (soprattuto in america latina) in funzione anticomunista. Alle tangenti ai partiti politici (PSI e PCI), delle quali aveva già iniziato a parlare nel calcere di Lodi nel 1981 .. forse tangentopoli poteva scoppiare 10 anni prima.
L'attentato a Giovanni Paolo II, il 13/05/1981, del quale Pinotti ne da una rilettura che porta alla pista interna al Vaticano stesso. Per lo scontro tra le due fazioni presenti nella Curia, pista sulla quale ha indagato nel passato il giudice Priore e che porta all'attività di riciclaggio di denaro sporco da parte dell'Istituto delle Opere di Religione.
Ai collegamenti con la Banda della Magliana (altro strano intreccio tra criminalità, eversione, massoneria, potere ...), col tentativo di uccisione del vicepresidente Rosone da parte del killer Danilo Abbruciati.
Fino al misterioso rapimento di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma il 22/06/1983, forse rapita al posto di un'altra persona, Raffaella Gugel figlia dell'aiutante di Camera di Sua Santità, Angelo Gugel. Che era stato capo della Gendarmeria sotto Paolo VI e che, forse, sapeva cose che dovevano rimanere segrete.

"La politica dello struzzo, l’assurda negligenza, l’ostinata intransigenza di alcuni responsabili del Vaticano mi danno la certezza che Sua Santità sia poco e male informata di tutto quanto ha per lunghi anni caratterizzato il rapporto tra me, il mio gruppo e il Vaticano".
Roberto Calvi
lettera a Giovanni Paolo II, 5 giugno 1982. 12 giorni prima della morte.
Il libro online sul sito della RCS-Bur e su internetbookshop.

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