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12 gennaio 2025

Anteprima inchieste di Report – le questioni aperte sulla mafia e il potere delle lobby israeliane

Si torna a parlare di mafia, a Report e non nell’agenda del governo: a due anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro (la pupiata) quali conti ancora da saldare ci sono? – si chiede il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima della puntata.

Poi il grande tabù italiano, il rapporto mafia e politica: quanti soldi sono stati trasferiti da Berlusconi a Dell’Utri, il fondatore di Forza Italia condannato per mafia. Poi un servizio sulla situazione a Gaza.

Reportlab – la città sottoterra

Coober Pedy è una piccola cittadina vicino Adelaide, in Australia, dove la gente vive sottoterra, a più di 70 metri sotto la superficie.

La scheda del servizio: Una vita sottoterra di Alessandro Spinnato

Collaborazione di Celeste Gonano

Coober Pedy, la cittadina dell’Australia dove la vita si svolge sotto terra.

Sperduta nel deserto dell’Australia meridionale, a circa 850 chilometri da Adelaide, nel mezzo del nulla, sorge Coober Pedy, una piccola cittadina dove la gente vive e lavora sottoterra. Fu scoperta nel 1915 da due cercatori d’oro che, scavando a profondità relativamente basse, trovarono una grande quantità di Opale nobile, una pietra preziosa molto rara e ricercata. Inizialmente luogo di rifugio dei reduci della Seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta diventa la meta dei minatori di tutto il mondo ma anche di coloro che scappavano da stili di vita nei quali non si riconoscevano. È uno dei posti più torridi al mondo. Per sfuggire al caldo e alle fredde notti invernali, i suoi abitanti hanno deciso di costruire delle case scavando nel sottosuolo. Si vive sottoterra, si lavora sottoterra e sempre sottoterra si va in chiesa. Con le telecamere di Report siamo scesi a 70 metri di profondità per capire come lavorano i cercatori di opale, conoscere le loro difficoltà ma anche il loro stile di vita.

I conti aperti con la mafia

Al funerale di Berlusconi, due anni fa, tanti politici erano lì in Duomo, ad ascoltare l’omelia dell’arcivescovo su questo uomo politico, tanto potente quanto divisivo. Ancora oggi. Lo si ama o lo si odia.

Nonostante i processi, uno aperto come mandante per le stragi di mafia del 1993, nonostante la condanna per frode (scontata coi lavori sociali), nonostante l’aver governato il paese come una sua azienda, a Berlusconi sono stati concessi funerali di Stato, un francobollo, l’aeroporto di Milano.

Chi lo ama gli ha perdonato tutto, anche di aver scelto come fondatore del suo partito un manager come Dell’Utri, il ponte con la mafia.


Nonostante il costante tentativo della politica di cancellare i fatti avvenuti in Italia nella stagione 1992-93, le indagini sono ancora aperte come aperti sono alcuni punti su queste stragi: per esempio la donna che è stata vista nei luoghi delle stragi di Firenze e Milano, presenze che non c’entrano coi mafiosi
In via dei Georgofili una donna è stata vista da testimoni oculari abbandonare il veicolo che esplode – racconta a Report il procuratore di Lagonegro Gianfranco Donadio e a via Palestro a Milano più di un teste descrisse l’allontanamento di una donna dalla Fiat Uno che esplose, “questa pista appare ovviamente alternativa alla presenza esclusiva dei mafiosi nella campagna stragista del 1993-94”.
Nel 2023 nuovi collaboratori di giustizia parlano di Dell’Utri: il calabrese Girolamo Bruzzese racconta che il contatto con la cosca dei Piromalli per Silvio Berlusconi ce l’aveva Marcello Dell’Utri mentre Emanuele Celona di Gela rivela che Pippo Scaduto nel 2000 e i fratelli Manuello nel 1996 hanno indicato in Dell’Utri la persona dietro a cosa nostre in relazione alle stragi del 1993-94.

E’ possibile dire che dietro le trame che hanno provocato le stragi del 1993 non ci sono solo mafiosi ma anche soggetti diversi: secondo il pm Luca Tescaroli i soggetti esterni a cosa nostra hanno fortemente voluto quelle stragi, soggetti appartenenti al mondo imprenditoriale, finanziario, economico e politico – istituzionale.
Nel giugno 2023 l’ex generale Mario Mori è stato interrogato dai pm fiorentini (che hanno riaperto il fascicolo sulla strage di Firenze) ma si è avvalso della facoltà di non rispondere, su Dell’Utri ha sempre avuto parole di comprensione. In una intercettazione del 9 maggio 2012 il colonnello DE Donno, ex collaboratore di Mori al Ros, chiamava Dell’Utri, poche ore prima la Cassazione aveva annullato la sentenza della Corte d’Appello che lo condannava a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il colonnello è felice: “nonostante tutto in questo paese c’è ancora speranza, senatore”. Lo stesso DE Donno il giorno dopo chiama Mori che sulla sentenza della Cassazione commenta “è una mazzata terrificante per loro, son contento per lui”, De Donno risponde “alla faccia dei palermitani” (intendendo i pm dell’accusa).
Dell’Utri verrà poi condannato due anni dopo ma nel 2023, assieme a De Donno e Mori, è stato invece assolto nel processo sulla trattativa stato-mafia, alla faccia del pm palermitano Nino di Matteo.
Che a Report commenta: “questa assoluzione non significa come alcuni organi di stampa vogliono far credere che è stata riconosciuta l’estraneità di Dell’Utri dal contesto mafioso. Dell’Utri ha scontato una pensa per concorso esterno in associazione mafiosa e quel concorso è consistito proprio, secondo la sentenza definitiva di condanna, nella sua intermediazione costante fattiva e importante dei rapporti tra i vertici di cosa nostra e Silvio Berlusconi.”
L’evento che aiuta a comprendere la portata dell’accusa – continua Di Matteo – ed è il decreto Biondi del 1994 che portò alla scarcerazione di diversi mafiosi.

Lo scorso ottobre, intervistato dal settimanale Sette, Dell’Utri raccontò che poco prima di morire Berlusconi lo convocò ad Arcore chiedendogli di rifondare Forza Italia “e tu mi devi dare una mano a selezionare i candidati”, come 30 anni prima, come se non fosse successo nulla nel frattempo.

In una recente intervista durante l’inaugurazione di un Mondadori store a Roma l’ex senatore spiegava di non seguire più la politica e di non poter dare un giudizio su questo governo. Lo scorso luglio Piersilvio Berlusconi alla presentazione dei palinsesti aveva detto che un conto era avere una FI di resistenza un altro conto un partito di sfida. Un messaggio duro a Tajani: ma il giovane Berlusconi vuole entrare in politica? Paolo Mondani lo ha chiesto all’ex deputato Cicchitto “non glielo consiglierei, anche un partito personale e anche un partito espresso da un business poi scendendo in politica diventa un partito e quindi deve sempre equilibrare il quadro, non è possibile in Italia un governo di estrema destra ma anche un governo spostato a destra deve avere un centro fortissimo. Questa è l’intuizione di Piersilvio Berlusconi.”
Tradotto, Piersilvio vuole riconquistare i voti del centro regalati a Fratelli d’Italia ma per svecchiare il partito userà le conoscenze di Dell’Utri, consigliere del padre, che ha sofferto per lui tanto da provare a volerlo graziare dal presidente della Repubblica.
La procura della Repubblica di Firenze ha interrogato l’ex ministro (ed ex presidente dell’ARS siciliana) Micciché nel 2023 a proposito di un incontro avvenuto col leader di Italia Viva Matteo Renzi a Firenze il 15 ottobre 2021.
Berlusconi aveva chiesto più volte a Renzi di votare per un presidente che avesse concesso la grazia a Dell’Utri e ad ottobre 2021 ci si preparava alla successione di Mattarella (poi rieletto presidente). Micciché mette a verbale che Renzi sembrava disponibile a questa richiesta e riferì la buona novella a Dell’Utri. Né Renzi né Micciché hanno voluto rispondere alle domande di Report su questo punto.
Ma ne ha voluto parlare Cicchitto, che è stato coordinatore di FI prima di Micciché: “Berlusconi aveva una singolare illusione, se eleggeva Giuliano Amato questo gli avrebbe potuto portare alla grazia o nei confronti di Dell’Utri o nei confronti di sé stesso. Io gli dissi sempre che era sbagliato, la cultura e la preparazione di Giuliano Amato erano in proporzione inversa rispetto al suo coraggio, ma la grazia non l’avrebbe mai concessa..”

La scheda del servizio: IL SIGNOR D di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Nuovi retroscena emergono dalla storia recente italiana, rivelando l'intreccio tra politica, crimine e affari che ha segnato il nostro paese. Attraverso le indagini della Procura di Firenze sulle stragi e gli attentati del 1993-1994, emergono nuovi dettagli sul ruolo di Marcello Dell’Utri, ancora sotto inchiesta per strage. Al centro della vicenda anche una "montagna di denaro" che getta nuova luce sulle origini dell'impero del Cavaliere. Una storia densa di misteri, potere e denaro, che ha cambiato per sempre il volto dell’Italia.

La situazione a Gaza

Non dobbiamo abituarci a quanto sta succedendo a Gaza: i bambini che muoiono per il gelo e per l’assenza di cure, le morti civili, in maggior parte donne, anziani e bambini. I bombardamenti di scuole e ospedali col pretesto che nascondano dei terroristi.



Non è la popolazione civile colpevole della strage del 7 ottobre in territorio di Israele compiuta da Hamas: possiamo chiamarlo come ci pare, ma queste stragi di civili, comprese quelle di Hamas, non sono più accettabili.

Report torna ad occuparsi di Gaza dove oggi buona parte della popolazione è bloccata dentro campi profughi, vive dentro le tende che non sono nemmeno attrezzate per l’inverno e dove nemmeno sono al sicuro dalle bombe dell’esercito israeliano.

Come a Deir Al Balah dove i bambini giocano nel fango, letteralmente, dove le persone sono alle prese con tende da cui filtra l’acqua, molte nemmeno sono più utilizzabili. Dove mancano le coperte per riscaldarsi.

Qui, nelle condizioni mostrate dal servizio di Report, vivono da mesi decine di migliaia di palestinesi: con la pioggia si rischia anche di rimanere annegati dentro queste strutture provvisorie – è la testimonianza di una donna di questo campo che vive in tenda con tre bambini – “di notte fa freddissimo, tutte le coperte sono fradicie di pioggia”.

Oltre al fango e al freddo nelle tendopoli i palestinesi di Gaza devono combattere contro i bombardamenti dell’esercito israeliano che sono proseguiti anche dopo capodanno in modo indiscriminato.

Sono circa 45 mila le vittime civili palestinesi, ma una stima di The Lancet parla di almeno 70 mila vittime, la stragrande maggioranza dei quali civili inermi. Per queste morti il Tribunale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il premier israeliano Netanyahu con l’accusa di crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di Giustizia ha invece avviato un procedimento contro Israele per genocidio. Le scene che verranno mostrate dal servizio di Report di bambini feriti si ripetono da più di un anno e non trovano parole per commentarle.

Il governo israeliano continua a sostenere che in questa guerra si stiano colpendo quasi esclusivamente soggetti legati ad Hamas, quindi guerriglieri: “tra i pazienti che assisto io ogni giorno no” racconta l’infermiera di Medici senza frontiere Cristina Contù che lavora al Nasser Hospital “io vedo tantissimi bambini, tantissime donne, persone normali che abitavano in abitazioni come le nostre e che si ritrovano a vivere in condizioni disumane.”
Le cose rispetto a qualche mese fa le cose stanno peggiorando: “la popolazione non ha accesso all’elettricità e nemmeno all’acqua potabile, non hanno più pane né farina. Io ho lavorato anche in altre zone di guerra ma credo che questo sia un contesto unico e particolare.”
Il peggior contesto bellico a cui Cristina Cont
ù ha assistito: “le persone non hanno via di fuga, sono rinchiuse qui dentro e oltre ai blocchi umanitari, Israele ci impedisce l’evacuazione medica, abbiamo chiesto l’evacuazione medica di 8 bambini poche settimane fa e c’è stata rifiutata.”

L’infermiera prosegue il suo racconto: “i bombardamenti sono all’ordine del giorno, anche qui nella zona umanitaria che dovrebbe essere la zona dedicata alla popolazione, dovrebbe essere considerata la zona più sicura. Mentre noi continuiamo a ricevere pazienti vittime di questi attacchi, pazienti con fratture, bambini che arrivano e a cui dobbiamo amputare gli arti, gambe, braccia. E con il materiale che scarseggia a volte non riusciamo neanche a garantire gli interventi a tutti i pazienti. La rabbia che abbiamo è che le nostre forniture sanitarie sono a pochi km di distanza perché sono purtroppo bloccate alla frontiera.. garze bende, paracetamolo, antibiotici, tutto il materiale di cui abbiamo bisogno per garantire le cure sanitarie adeguate.”
Chi blocca queste forniture?
“I blocchi sono causati da Israele: bloccano anche dispositivi medici come i concentratori di ossigeno o anche solo le pompe per potabilizzare l’acqua che vengono considerati articoli a doppio uso, quindi non solo ad uso medico ma che potrebbero essere usati anche per altri scopi e quindi Israele non ce li fa arrivare.”

Come è possibile che tutto questo avvenga sotto i nostri occhi, senza nessuna presa di posizione netta contro il governo di Israele, se si escludono poche minoranze, tra cui il papa?
La risposta sta nel potere delle lobby che difendono gli interessi del governo di Israele: una di quelle più importanti, che si è insediata anche a Bruxelles di cui si occuperà il servizio di Giorgio Mottola è il
Transatlantic Institute, costola della statunitense American Jewish Commitee.



Marco Scurria, senatore di FDI è presidente del Transatlantic Firends of Israel: “l’American Jewish Commitee è una associazione che promuove questo gruppo nei luoghi decisionali, ma non è la stessa cosa”.
Una lobby dunque, un gruppo di pressione come ne esistono altri: ma il Transatlantic Institute è molto più di una associazione, è iscritto nel registro delle lobby di Bruxelles e incontra regolarmente rappresentanti delle istituzioni europee, lo scorso anno ha gestito ufficialmente un budget di 700mila euro, non dichiara da dove arrivino i soldi ma dai bilanci americani le entrate sembrano dipendere essenzialmente dalla casa madre statunitense,
l’American Jewish Commitee.
Chi finanzia questa lobby americana? Il presidente Scurria non ha avuto interesse a chiarire questo aspetto, “è American quindi non mi interessa”, anche se poi questi finanziamenti arrivano al ramo europeo ovvero Il Transatlantic Institute.
L’AJC ha inviato lo scorso anno in Europa 3,3 ml di euro per attività di advocacy: da quando ha aperto nel 2005 gli uffici della filiale a Bruxelles l’organizzazione americana ha finanziato finora attività lobbistiche in Europa per 44,5 ml di dollari, cifre destinate a salire visto che l’AJC possiede beni per oltre 250ml di dollari e dichiara entrate per 80 ml di dollari che dipendono soprattutto da fondi di beneficenza dai miliardari americani ebrei.

David Cronic è un giornalista ed autore del libro “The Israel lobby and European Union”: “è stato dopo l’attacco alle Torri Gemelle che le lobby filoisraeliane si sono rese conto che dovevano estendere la loro area di influenza anche oltre oceano e così molte organizzazioni che sostengono Israele hanno iniziato ad aprire, quasi contemporaneamente, uffici a Bruxelles e nelle principali capitali europee. L’AJC è stata la prima a capire chiaramente che sarebbe stato fondamentale essere presenti a Bruxelles.”

La scheda del servizio: QUESTIONE DI LOBBY di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi, Silvia Scognamiglio

Mentre prosegue il massacro di palestinesi nella striscia di Gaza, l'Europa ha assunto una posizione di aperto appoggio a Israele. Il rapporto tra le istituzioni europee e il governo dello Stato ebraico è molto cambiato a partire dagli anni 2000 quando a Bruxelles hanno aperto la propria sede molti gruppi di pressione a favore di Israele che in breve tempo sono riusciti a mettere radici nel Parlamento e nella Commissione europea.

Come si vive a Caivano

Al parco Verde di Caivano sono stati trasferiti alcuni abitanti di alcuni quartieri di Napoli dopo il terremoto dell’Irpinia: doveva essere una sistemazione provvisoria e invece queste persone vivono ancora dentro queste abitazioni che avrebbero bisogno di manutenzione. Per togliere le infiltrazioni di umidità dai muri, dal tetto. Tutti lavori a carico delle famiglie.

La scheda del servizio: PROMESSE MANCATE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Alla fine di novembre nel Parco Verde di Caivano 36 famiglie vengono sgomberate dalle case che avevano occupato da decenni senza diritto. Costruito negli anni '80 dopo il terremoto dell'Irpinia, il Parco diventa un caso nazionale solo dopo l'ennesima tragedia che si è consumata poco distante dal quartiere. I genitori di due cuginette di 10 e 12 anni denunciano ai carabinieri che le bimbe sono state violentate per mesi da nove ragazzi del posto, sette dei quali minorenni. Don Patriciello, parroco del Parco verde, lancia un appello a Giorgia Meloni che in breve tempo interviene facendo di Caivano un modello che vorrebbe esportare nelle altre zone degradate dell’Italia. Siamo andati a vedere cosa è stato fatto e se il modello funziona davvero.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 maggio 2024

Anteprima inchieste di Report – il caso Regeni, la lobby della carne

I depistaggi nel caso Regeni

Con molte difficoltà, dopo 8 anni si è finalmente aperto il processo contro i presunti assassini (processati in contumacia) di Giulio Regeni, il ricercatore italiano morto in Egitto, dopo essere stato rapito e torturato dai servizi egiziani. Il servizio di questa sera riporterà video e documenti inediti che racconteranno cosa è accaduto in quei giorni di fine gennaio 2016, cosa avrebbe potuto fare l’Italia per salvare il ricercatore italiano e che non ha fatto.

Cominciando dalle azioni messe in atto dai nostri di servizi, quando uscì la notizia del rapimento il 25 gennaio 2016.
La notte stessa – racconta l’anteprima del servizio – l’ambasciatore Massari comunica la notizia al capocentro dell’AISE, il servizio segreto estero, il dato rimbalza da Il Cairo a Roma e da quel momento la scomparsa del ricercatore entra nel sistema informativo del nostro controspionaggio.
Giulio Pettarin è membro della commissione parlamentare di inchiesta spiega a Report che “in qualche maniera la ricerca era scattata da parte di un po’ tutti” anche altri servizio occidentali.
Diverse agenzie di sicurezza internazionali si mettono in azione e aprono un dialogo la national security, lo spionaggio militare egiziano che secondo la procura di Roma, ha ordito ed eseguito il rapimento, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni. Uno dei centro operativi che viene attivato è la American University, la culla accademica della élite egiziana, ma anche un punto di interesse per i servizi di sicurezza statunitensi. Dalle 15.37 del 26 gennaio, l’università si adopera per ritrovare Giulio Regeni.
Racconta un funzionario del ministero degli Esteri: “già dalle prime ore la notizia di un ragazzo scomparso a Il Cairo viene condivisa tra gli agenti in servizio del controspionaggio, il capo centro dell’Aise e ovviamente la Cia e MI6 inglese”.
La mattina del 27 gennaio i genitori di Giulio Regeni ancora non sanno nulla ma nelle stesse ore parte da Roma un volo dell’Aise che porta l’allora numero due Giovanni Caravelli, oggi direttore dell’agenzia, a incontrare i vertici dei servizi egiziani. Continua il funzionario della Farnesina: “in quei giorni le nostre agenzie hanno continuato a fare ricerche su Giulio Regeni perché volevano capire se era una bomba che stava per esplodergli in mano. Allo stesso tempo volevano tenere lontani i genitori da Il Cairo perché la verità era che alla Farnesina nessuno li voleva tra i piedi in Egitto in quel periodo.”
Il 30 gennaio i genitori di G.R. arrivano a Il Cairo, lo fanno da privati cittadini, acquistando un biglietto aereo da una agenzia e andando a dormire nella casa di Giulio nel quartiere popolare di Doqqi: “abbiamo pagato tutto noi, ci siamo arrangiati” conferma il padre di Giulio.

Come mai i genitori non sono stati informati subito di quello che era successo a Giulio Regeni, visto che del rapimento erano informati tutti, a Cambridge, in Egitto, a Roma il ministro degli esteri Gentiloni? “Questa è una cosa che indigna sempre più” è stata la risposta della signora Regeni “anche perché tutte queste persone hanno deciso direttamente o indirettamente la vita di Giulio.”

Le indagini sono state ostacolate dal governo e dagli organi di polizia egiziani, con diversi depistaggi, con false prove, depistaggi che forse non sono ancora finiti: a parole, specie dal livello politico, sono tutti favorevoli ad una piena collaborazione tra i paesi per raggiungere la verità, ma il tempo della parole è finito, lo chiedono i familiari di Giulio, lo chiede la loro legale, l’avvocata Alessandra Ballerini.
“
Quello che è successo a lui potrebbe succedere a qualcuno di noi” racconta a Report uno studente che manifestava assieme alla famiglia Regeni di fronte al Tribunale: in realtà nell’Egitto di Al Sisi sono tanti i casi di persone che da un giorno all’altro spariscono, perché ritenute ostili al regime.

La verità è che l’Egitto di Al Sisi è un nostro partner commerciale strategico, anche per gli ottimi rapporti che ha con la nostra Eni, l’azienda controllata dallo Stato che, nei giorni del rapimento, stava negoziando gli accordi per il ricchissimo giacimento di Zohr, un affari da molti miliardi: anche gli uomini dell’Eni hanno giocato un ruolo in quei giorni dopo il rapimento, nel tentativo di aiutare le nostre autorità per fare ulteriori pressioni.

Come fai a metterti contro un paese con cui hai rapporti a questi livelli?

Il 16 marzo scorso la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi assieme alla presidente della commissione europea Ursula von Del Leyen: si è trattato di un incontro storico perché l’Unione Europea ha firmato un’intesa col paese annunciando un sostegno economico pari a 7,4 miliardi di euro, un accordo per cui Meloni ha espresso grande soddisfazione, per il “nuovo modo di portare avanti una cooperazione” coi paesi del nord Africa. Alla domanda fatta dai giornalisti se ha posto ad Al Sisi la questione di Giulio Regeni, Meloni ha risposto che il tema viene “tendenzialmente” affrontato in ogni incontro bilaterale con l’Egitto: “continueremo a tentare di ottenere qualcosa di più ma penso che quello che dovremo fare noi è andare avanti sul fronte della verità e della giustizia ..”
Che effetto ha fatto questo avverbio “tendenzialmente”: l’avvocata risponde a Report in modo chiaro “abbiamo pensato che abbia sbagliato avverbio, se il nostro governo in questi otto anni e mezzo avesse cercato caparbiamente e ostinatamente, come abbiamo fatto noi, di ottenere verità e giustizia per Giulio, non avremmo aspettato otto anni per iniziare un processo.”
Il 18 marzo a Roma la Corte d’Assise riunita nell’aula Occorsio (il giudice romano ucciso dai terroristi di Ordine Nuovo) da via al processo nei confronti dei 4 egiziani accusati a vario titolo di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni.

Il procuratore Colaiocco usa parole nette: “otto anni fa un nostro concittadino è stato non solo ucciso da quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, secondo quanto da noi ricostruito, ma è stato per nove giorni torturato ..”
Gli imputati, assenti ovviamente in aula, sono difesi da un avvocato italiano che, alla domanda di Report, ammette di non sapere se e come verrà aiutato nel suo compito dalle autorità egiziane aggiungendo anche che sarà un problema del pubblico ministero “per citare i testi avrà bisogno della collaborazione”. Come forse a far intendere che senza questa collaborazione l’accusa non potrà portare avanti la sua linea.
Forse è così che si vuol far naufragare il processo, alla faccia della richiesta di giustizia da parte dei genitori di Giulio Regeni, delle promesse politiche mai mantenute. 


A rispondere delle accuse al processo a Roma ci sono un generale, due colonnelli e un maggiore, tutti irreperibili e appartenenti alla National Security. Nel corso del processo sono emerse nuove prove dei depistaggi: uno degli agenti responsabili del rapimento è stato anche coinvolto nelle indagini iniziali dove collaborava con gli agenti italiani (si tratta del colonnello Uhsam Helmi).

Quando il governo italiano venne a sapere del rapimento di Regeni? Alle ore 14 del 28 gennaio partì da Il Cairo una comunicazione criptata sul canale riservato ai diplomatici all’estero, si tratta del messaggio 211 rimasto inedito fino ad oggi, con il quale l’ambasciatore Massari lancia l’allarme ai livelli più alti delle istituzioni. Nel messaggio Massari ricostruisce i fatti al 25 gennaio, scrive chi è Giulio Regeni, utilizzando un tono molto duro e preoccupato dal quale traspare che l’ambasciatore tema il peggio. Il messaggio 211 è uno dei misteri di questa storia: nella relazione che l’ambasciatore scriverà il 7 febbraio dopo la morte e il ritrovamento del corpo di Regeni, dove ricostruisce nel dettaglio le azioni dell’ambasciata nei giorni della crisi, del messaggio non c’è traccia, nonostante sia un elemento centrale perché dimostra che il presidente del Consiglio Renzi venne informato il 28 gennaio. Diversamente da quanto lo stesso Renzi avrebbe dichiarato davanti la commissione di inchiesta: ai membri della commissione l’ex presidente parla dei rapporti costanti con Al Sisi, di come il governo italiano si sia mobilitato “immediatamente” coi massimi livelli del governo egiziano, dopo essere stati informati il 31 gennaio.


Ma il messaggio 211 prova che Renzi venne informato tre giorni prima, che contraddice un altro passaggio in commissione: “ecco perché dico, se l’avessimo saputo prima forse avremmo potuto fare prima qualcosa..”
Al processo a Roma si è affrontato anche questo punto: l’ambasciatore è stato convocato come testimone e al magistrato riporta quanto fatto, l’essersi attivato con la presidenza del consiglio e tutti i canali diplomatici. Renzi non ha detto la verità o si è confuso? “Questa è un’ottima domanda” risponde a Report Guido Pettarin membro della commissione.
“Quello che ho detto in commissione lo confermerò davanti ai magistrati” è stata l’unica risposta che Report ha ottenuto dall’ex presidente Renzi.

Sul Fatto Quotidiano Marco Franchi aggiunge un altro pezzo su questa incongruenza della dichiarazione di Renzi:

Da dove deriva questa incongruenza? Renzi è nella lista dei testimoni che dovranno essere escussi durante il processo. La sua audizione non è stata programmata, il giudice potrebbe ascoltarlo dopo le elezioni europee dell’8-9 giugno prossimi, a cui il leader di Italia Viva è candidato. Alla richiesta di chiarimenti di Report, Renzi ha assicurato: “Quello che io ho detto in Commissione lo confermerò davanti ai magistrati (…) siccome io devo rispondere di fronte ai magistrati non ho nessuna difficoltà a rispondere anche a voi dopo”.

Renzi, a questo punto, tocca un altro argomento molto sensibile: “La mia opinione su questa vicenda è che ci sia una evidente e clamorosa problematica legata a un signore che… o a dei signori, vediamo a chi, comunque che hanno a che fare con i servizi inglesi. Quando questa vicenda sarà definitivamente chiarita allora sarà possibile fare chiarezza sulla morte di Giulio”.

Il riferimento dell’ex premier, stando anche a quanto analizzato da Report, sembra tornare a una vecchia pista investigativa, in realtà già confutata dalle indagini della Procura di Roma, secondo cui Regeni potesse essere diventato inconsapevolmente una pedina dell’intelligence britannica in Egitto. Si tratta della cosiddetta “pista inglese” – spesso cavalcata dalla destra – che alludeva alla figura di Maha Abdelrahman, la tutor egiziana con base a Cambridge che aveva spedito Giulio al Cairo. “Ho detto a David Cameron e Theresa May – dice ancora Renzi a Report – che bisognava avere rispetto per quello che era successo e dovevano chiarire e quindi tutto questo lo ridirò”.

La scheda del servizio: VERITÀ PER GIULIO REGENI Di Daniele Autieri

Collaborazione Federico Marconi

Spia. Morte. Tortura. Speranza. Le parole che raccontano la drammatica fine di Giulio Regeni vengono ritrovate nella stanza del Cairo di Giulio Regeni. Sono gli appunti del ricercatore, raccolti durante le sue lezioni di arabo, nei quali Giulio aveva messo in fila, in italiano e in arabo, quelle parole trasformate in un triste presagio.

È questo uno dei documenti, rimasti finora inediti, che Report mostrerà ricostruendo i retroscena del rapimento, delle torture e della morte del ricercatore italiano.

Un’inchiesta che – proprio nei giorni in cui si celebra il processo ai quattro presunti sequestratori, torturatori e assassini del ragazzo – racconta per la prima volta che ruolo hanno giocato l’Italia e le sue istituzioni nel corso dei dieci giorni che vanno dal rapimento al ritrovamento del corpo, dimostrando con documenti riservati, che già a 48 ore dalla sparizione di Regeni, la presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri fossero a conoscenza del quadro completo dei fatti.

Report rivelerà che al Cairo in quelle ore erano in azione anche uomini della CIA e soprattutto della security ENI, il colosso energetico italiano che due settimane dopo avrebbe firmato con l’Egitto il contratto miliardario di gestione di Zhor, il più grande giacimento di gas del Mediterraneo Orientale.

L’inchiesta ricostruisce anche le responsabilità di governo e vertici dei servizi egiziani. Per la prima volta saranno mostrati i video delle telecamere a circuito chiuso della metropolitana del Cairo in prossimità della stazione di Dokki, dove – secondo la Procura di Roma – il giovane italiano è stato rapito.

Dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni le istituzioni italiane hanno fatto di tutto per rinsaldare i rapporti con il prezioso alleato. Oggi la questione Regeni non è più centrale sul tavolo delle relazioni diplomatiche e l’Egitto è tornato ad essere l’amico speciale dell’Italia.

La lobby della carne

Quanto è vasta e profonda l’influenza delle lobby dei produttori di carne nell’Europarlamento?
Come è possibile che certe cattive pratiche negli allevamenti intensivi, nella produzione della carne, siano ancora tollerate?

Sono domande a cui il film documentario di Giulia Innocenzi “Food for profit” cercherà di dare risposta.

Sui canali social di Report si possono vedere alcuni spezzoni, in uno si racconta di un lobbista che si è presentato a diversi eurodeputati per discutere un finto emendamento che potrebbe finanziare una tecnologia inventata che consentirebbe di trasformare gli escrementi delle vacche in mangime, grazie ad un tubo inserito nel retto. Il finto lobbista ha ripreso le loro reazioni, di riso, per alcuni, di opposizione per altri. Ma in diversi hanno dato parere positivo nel presentare un emendamento perché “l’obiettivo è buono e sul metodo non ho preconcetti” afferma uno di loro. Il lobbista, Lorenzo, ha voluto spingersi oltre mostrando altri progetti mostruosi: il primo riguardava un maiale a sei zampe tramite modifiche genetiche, per aver 6 prosciutti e sfamare la popolazione mondiale. “E’ un po’ pesante, ci vorrà del tempo per digerirla” ammette l’europarlamentare De Castro. Oppure una mucca con due organi riproduttivi per aumentare la produzione di latte “noi pregiudizi non ne abbiamo” – risponde sempre De Castro.

Un altro spezzone mostra quanto succede dentro un allevamento intensivo dove i polli vengono fatti crescere fino al peso massimo, e quelli che non crescono vengono uccisi. È quello che raccontano le immagini prese da un ragazzo che si è fatto assumere nell’allevamento: “ogni giorno la persona che mi affiancava decideva in maniera indiscriminata di uccidere dei polli che potevano visibilmente pesare un po’ meno degli altri, questa cosa era avallata dal responsabile della struttura”.
Perché, come sentiremo dalla viva voce di un responsabile di queste strutture, dove si allevano a ciclo continuo fino a 2 ml di polli, ci sono pulcini che hanno la performance e arrivare a fine ciclo per portare a casa i soldini e ci sono quelli che sono lì che non servono a niente, sono solo una perdita.

La scheda del servizio: FOOD FOR PROFIT Di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi

Food for Profit è un'inchiesta rivelatrice che mostra il filo che lega l’industria della carne, le lobby e il potere politico. Al centro ci sono i miliardi di euro che l’Europa destina agli allevamenti intensivi, che maltrattano gli animali, inquinano l’ambiente e rappresentano un pericolo per future pandemie.

Il documentario di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, uscito nelle sale a fine febbraio con una produzione e distribuzione totalmente indipendenti, è diventato un caso cinematografico. Dopo l'anteprima al Parlamento europeo e diverse presentazioni nelle sedi istituzionali, dal Parlamento italiano ai Consigli regionali, Food For Profit ha innescato un vero e proprio dibattito politico, attorno ai sussidi europei agli allevamenti intensivi e alla contiguità di alcuni politici all'industria della carne.

A Bruxelles, per la prima volta in assoluto, un lobbista è riuscito a filmare i suoi colloqui con gli eurodeputati portando con sé una telecamera nascosta dentro il Parlamento europeo. Report potrà mostrare in esclusiva per la televisione italiana questo viaggio illuminante e scioccante in giro per l’Europa.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

04 dicembre 2017

La politica industriale italiana, il peso delle lobby e la parità uomo donna

Questa sera il principale servizio di Report, a cura di Giovanna Boursier, ci racconterà dello stato della politica industriale in Italia.
Un secondo servizio sarà dedicato al peso dei lobbisti in Italia e in Europa, infine un pezzo sulla parità retributiva tra uomo e donna.

Prima un approfondimento sulla salute alimentare:

Il mondo delle ricerche alimentari

Ogni giorno escono studi innovativi sul cibo: i grassi? Non è vero che fanno male; il latte? Aiuta le ossa ma occhio alle proteine animali. La carne rossa? Si salvi chi può...
E allora uno che cavolo mangia?
Walter Willet, nutrizionista all'università di Harvard racconta alla giornalista come oggi su internet e sui giornali si trovino ricerche con titoli sensazionalistici, che dietro hanno poca base scientifica.
Gli studi finanziati dalla Mars, per esempio, dicono che il cioccolato fa bene un po' per tutto: dall'umore alla pressione, ma uno studio indipendente spiega come l'effetto siamo minimo e solo per i soggetti ipertesi.
E' importante sapere chi finanzia una certa ricerca, per capirne la validità: il commissario europeo per la sicurezza alimentare, Andriukaitis ammette che oggi non esiste una regolamentazione sui finanziamenti degli studi di ricerca alimentare, e che dunque servirebbe avere soldi pubblici per dare la possibilità ad EFS di fare studi indipendenti, per garantire più trasparenza, per dare più fiducia a queste ricerche.

Qui una anticipazione su Raiplay

Caffè: dannoso per il cuore o elisir di lunga vita? Latte: previene alcune malattie o ne aumenta il rischio? E la carne, fa male oppure no? Esistono davvero cibi miracolosi per la salute, come le bacche di goji? Stando a quello che si legge su internet e che esce sui giornali e in tv, è vero tutto e il contrario di tutto quando si tratta di quel che mangiamo. Sono spesso gli stessi studi scientifici ad avere conclusioni contrastanti tra loro. Come si fa a distinguere quelli scientificamente più affidabili? Cosa dobbiamo considerare per capire se ci possiamo fidare o no? Visto che l'industria può influire sui risultati di una ricerca alimentare e anche sulla sua pubblicazione. Allora come ci si orienta nella giungla nutrizionale?

Lo stato della politica industriale in Italia

Non siamo più ai tempi dell'IRI e dello Stato imprenditore in (finta) concorrenza col privato: dopo la crisi del 1992 abbiamo cominciato a dismettere (e a volte anche a chiudere) asset industriali come l'Ilva, Telecom, le autostrade (date in concessione).
Un pezzo dopo l'altro abbiamo perso l'industria chimica, stiamo perdendo l'auto, l'industria siderurgica è in crisi.
Le auto e le moto le abbiamo date a tedeschi e americani.
Le squadre di calcio ai cinesi, con alterne fortune e dove nemmeno sappiamo bene chi siano i proprietari.
Il lusso è finito ai francesi, come la Telecom e anche alcuni marchi alimentari.
Parte della Sardegna è in mano al Qatar.
L'acciaio dell'Ilva agli indiani e ancora dobbiamo capire se verranno rispettate le prescrizioni per le bonifiche e se verrà mantenuta la produzione e l'occupazione in Italia.
A decidere dove far arrivare i turisti in Italia, via aereo, sarà una compagnia straniera (quella che si prenderà Alitalia, speriamo non in formato spezzatino) che potrebbe non aver voglia di favorire i nostri scali.

I nostri asset strategici (la rete, le auto, ..) finiscono in mani straniere, portandosi via brevetti e know how e in Italia rimangono i veleni. Come quelli di Taranto.
La politica industriale, il famoso piano industria (o impresa) 4.0 è basato su sgravi per chi ammoderna impianti, per chi fa corsi di formazione: altri soldi pubblici che finiscono alle imprese con l'obiettivo di aggiornare le competenze e di migliorare i processi produttivi.
Un ruolo quasi passivo rispetto a quanto ha fatto ad esempio la Francia sul caso Fincantieri.


La vicenda Telecom sta facendo emergere la dismissione della grande azienda italiana, perché una parte importante dell’industria del nostro paese sta andando all’estero. La francese Vivendi, con appena il 23,9%, controlla Telecom, all’Ilva di Taranto, dopo anni di querelle e un’infinità di decreti in deroga alle autorizzazioni ambientali, arrivano gli indiani di Mittal. Le trattative con i sindacati sono in corso ma anche i ricorsi al Tar, e c’è il rischio che salti tutto: il ministro Carlo Calenda il 29 novembre ha bloccato i tavoli. Intanto l’alta moda e il lusso vanno ai francesi, la Sardegna al Qatar, così come Meridiana, mentre speriamo di vendere Alitalia. Ma quando Fincantieri, azienda pubblica, cerca di ingrandirsi e firma un contratto per assorbire i cantieri navali francesi, la politica d’oltralpe ci blocca. Giovanna Boursier intervista in esclusiva il ministro dello Sviluppo Calenda.

Il potere delle lobby in Italia e in Europa

A Bruxelles ci sono 35mila lobbisti, uno per ogni dipendente della commissione europea, che sono un po' marcati ad uomo, come nel vecchio calcio. Il servizio di Giorgio Mottola spiegherà come e quanto influenzano la nostra vita. Un'influenza che possiamo valutare ricordando quanto i lobbisti hanno speso nel 2016 in Europa: si parla di 1,5 miliardi di euro. A cosa sono servizi tutti questi soldi?
Ma mentre in Europa esiste da anni un registro dei lobbisti, in Italia la Camera ha appena introdotto un registro per i lobbisti, ma non sappiamo chi incontrano e cosa fanno: per il legislatore è come se fossero dei semplici visitatori delle stanze dove si fa politica.
Siamo uno dei paesi meno trasparenti per il rapporto lobby e politica.

Ma quanto incidono sulle decisioni politiche le lobby? Per capirlo, Report racconterà la vicenda della sigaretta elettronica. Qualche anno fa c'è stato un boom, poi molti hanno smesso di usarla.
Il boom della sigaretta elettronica rischiava di diventare una rogna per la lobby del tabacco: era il 2010 e oltre 6 ml di persone iniziarono a provare il gusto dello svapo e molti imprenditori come Riccardo Ascione, (AD di Ovale) si sono lanciati in questo settore.
Ascione racconta di come nel 2010 uscì sui media la notizia per cui la sigaretta elettronica era cancerogena, citando una dichiarazione dell'OMS che non è mai esistita.
Nel 2013 il colpo finale: il Parlamento introduce una tassazione severa sulla sigaretta elettronica: l'emendamento che aumenta il costo del +200% è dell'ex tesoriere DS Sposetti, la cui campagna elettorale risulta essere stata finanziata dalla lobby dei tabaccai, con 37mila euro.
Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al senatore che ora nemmeno si ricordava dell'emendamento, salvo poi uscirsene con "me ne dovevano dare di più"

La scheda del servizio: LOBBY CONFIDENTIAL di Giorgio Mottola Collaborazione di Alessia Marzi e Carla Rumor
Cosa sappiamo realmente di cosa fanno le lobby e soprattutto di chi sono i lobbisti? Poco o nulla: l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non avere una legge che regolamenti il settore. La Camera dei deputati ha di recente introdotto un registro per i portatori di interesse, ma non è obbligatorio dichiarare né chi si incontra né cosa si fa. A Bruxelles, invece, dove esistono regole molto stringenti, sono registrati presso il Parlamento europeo oltre undicimila lobbisti. Ma in realtà se ne stimano più del triplo e, considerando che per la Commissione europea lavorano 33.000 persone, c’è un lobbista per ogni dipendente. Quanto incidono sulle decisioni politiche le lobby? Per capirlo, Report vi racconterà la vicenda della sigaretta elettronica. Qualche anno fa c’è stato un boom, poi molti hanno smesso di usarla. Come mai?

La parità salariale uomo donna

L'ultimo servizio tocca uno dei principi della Costituzione che invita il legislatore a “ rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ”.

Sulla disparità tra i salari di uomini e donne c'è ancora molto da fare.

In Italia la parità retributiva tra uomo e donna è garantita dalla legge: per le stesse mansioni, dovrebbero guadagnare la stessa cifra. Eppure, secondo l'Istat esiste nel settore privato un divario del 12% tra gli stipendi di lavoratori e lavoratrici: questo perché ci sono meno donne ai vertici delle aziende, ma anche perché, a parità di ruolo e di lavoro svolto, la donna guadagna di meno. Il problema riguarda molti paesi e in Islanda, per risolverlo, hanno inventato uno strumento matematico: uno standard al quale tutte le imprese devono conformarsi, valutando le qualità dei dipendenti e la difficoltà dei compiti che svolgono. A ciascuno viene assegnato un punteggio e in base a quello viene riconosciuto lo stipendio, che è sempre pubblico in base alle regole di trasparenza.
Anche in Italia le aziende sono obbligate, ogni due anni, a inviare un rapporto sulle differenze di genere. Ad analizzare i dati è un organismo di tutela: la consigliera di parità. Ce n'è una in ogni regione e anche una in ogni provincia, per intervenire sulle discriminazioni e promuovere politiche di genere. Ma cosa fanno le consigliere? L'Italia ha le regole giuste, ma farle rispettare è un altro paio di maniche. E quando un paese ha il tasso di occupazione femminile più basso d'Europa, con una donna inattiva su due (solo la Grecia sta peggio di noi), è necessario tenere alta la guardia.