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19 marzo 2026

Il sangue degli architetti di Diego Lama


Interludio

Aprile 1884, sabato Due giorni dopo aver risolto il caso degli architetti, alle sette del mattino di sabato, il commissario Veneruso aprì la porta di casa e trovò una piccola scatola sul pianerottolo. Si chinò, la raccolse. Sopra, in bella grafia, c’era scritto: SUA ECCELLENZA VENERUSO.

I giorni maledetti del commissario Veneruso: potrebbe essere questo il sottotitolo di questa indagine che vedrà Veneruso, del commissariato di piazza Dante a Napoli, occupato ad inseguire la mano assassina che sta uccidendo diversi famosi architetti, in un racconto dove i capitoli si alternano andando avanti e indietro nel tempo, i giorni dell’indagine e i giorni successivi, quando Veneruso si trova destinatario di diversi “pacchi” spediti da un “brav’uomo”. Chi sia questo brav’uomo e chi sia l’assassino, verrà svelato solo alla fine quando tutta la verità verrà svelata anche grazie al contributo di un carillon.

Siamo a Napoli, in una primavera dell'anno 1884 dove la città si appresta ad un importante cambiamento: per evitare i rischi di un'epidemia di colera, l'amministrazione comunale ha deciso di sventrare i quartieri popolari nel centro per costruire nuove abitazioni, più moderne, spostando "il popolino" verso nuovi quartieri periferici ad est. Nuove costruzioni si affacceranno sulla collina del Vomero, una strada chiamata poi “il rettifilo” attraverserà il centro.

Persino la spiaggia di Mergellina dove il giovane Veneruso andava a giocare, verrà ricoperta da ghiaia e sassi per consentire la costruzione di nuove abitazioni.
Addirittura, nel progetto di Lester Young, uno dei quattro architetti che ha presentato un progetto per il comune (e che si dice che sarà pure il vincitore), si prevede un treno che attraversa la città collegando quartieri distanti. Una metropolitana. Cose inaudite per gente come Veneruso.

Lunedì mattina «Maledetto lunedì.» Il commissario capo Veneruso entrò nel suo piccolo ufficio di piazza Dante. Accese la stufa a carbone, appese cappotto e cappello al muro, prese il cuscino dall’armadio, lo sistemò sul piano duro della sedia.

Sono tanti gli interessi, non tutti nobili, dietro ognuno di questi, ci sono gli interessi dei proprietari terrieri che vedranno i loro terreni crescere di valore, ci sono gli interessi dei costruttori.

Il primo delitto avviene proprio nel giorno in cui il comune deve scegliere il progetto vincitore, tra i quattro: l'architetto Lester Young viene ucciso da una statuetta caduta da una finestra della sala dove sta avvenendo questa presentazione, l'assassino (o l'assassina) non può che essere uno dei presenti nella stanza, ma chi?

L'unica persona che potrebbe aver visto qualcosa o qualcuno è il vecchio usciere, nostalgico dei bei tempi che furono coi vecchi governanti, ma pure lui scivola sulle scale del palazzo e finisce all'ospedale.

Veneruso, coi suoi agenti – con cui condivide un rapporto di odio e amore – inizia a sentire i costruttori, gli architetti, la famiglia del morto, senza ottenere nulla.

Con la moglie aveva un rapporto freddo, la trattava come fosse una statua. Con gli altri architetti concorrenti non c’erano grossi screzi, sebbene ciascuno avesse sposato un suo stile diverso dagli altri: neogotico per lo scozzese Young, neo classico per l'architetto Guarino, contemporaneo per Messina e infine liberty floreale per Trago.

Ma queste rivalità non bastano a giustificare un omicidio..

Il lunedì maledetto diventerà il martedì, poi il mercoledì maledetto: lo stesso assassino, o assassina, colpisce uno dopo l’altro gli architetti, secondo modalità che sembrano legate al loro stile personale.

E tutto si complica ancora di più: vengono fuori, dagli interrogatori di Veneruso, i segreti nascosti dentro le famiglie di questi architetti famosi, misteriose signore che si muovono di notte, affaristi ambiziosi. Sullo sfondo una città che si appresta ad un nuovo cambiamento, con quartieri che vengono cancellati per far posto a quel nuovo che a Veneruso piace poco. Non solo perché tanti poveracci saranno costretti a lasciare le loro case, ma perché questo cambiamento significa cancellare la memoria di un certo passato. Un passato che Veneruso ricorda con tanta nostalgia, perché sebbene la fame, era il tempo della spensieratezza.

«Il tempo, commissa’...» gli ricordò Serra, un po’ impaziente. «Sì, il tempo, il tempo...» disse piano alzando il braccio e agitando la mano come una farfalla, come aveva visto fare al sindaco. «Questi omicidi sono stati ideati come un grande progetto di morte.»

Il tempo: il tempo alla fine sarà la chiave per risolvere l’enigma. Il tempo che scorre e che non torna più indietro, perché magari avevi pure i tuoi buoni propositi, magari con la sua Annarella, la prostituta che per Veneruso è quanto di più simile ad un amore, ma il tempo non ti lascia scampo.

Amo molto questo personaggio così poco “piacevole”, per l’aspetto, per il suo essere burbero, anche un po’ classista, che segue le sue indagine come fosse un contadino che vede crescere le sue piante, con pazienza, attendendo il tempo giusto per la raccolta.

Raccolta che deve fare assieme ai suoi collaboratori, anche qui, la cosa più simile ad una famiglia:

“Veneruso non aveva famiglia, parenti, amici: nient’altro che i suoi uomini, perciò avvertiva anche il bisogno della loro presenza”.

In questo romanzo ne scopriamo la sua parte più nostalgico, i rimpianti del tempo passato.

Il Veneruso bambino che cercava rifugio negli anfratti del suo quartiere.

Il Veneruso che si trova testimone di questo grande cambiamento, uno dei tanti subiti dalla città di Napoli, che qui viene raccontato da Diego Lama, architetto (come gli architetti del titolo), prendendo a prestito pezzi della realtà e romanzandoli il giusto.

Un libro da leggere come giallo e come romanzo sul rapporto tra l'uomo e le città, su come l'architettura ha cambiato il volto delle città, non sempre in meglio.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

30 luglio 2022

Il mostro di Capri, di Diego Lama

 


Prologo Napoli, giugno 1884

Il commissario Veneruso trovò la prima ragazzina in cucina, nascosta dalla tovaglia ancora apparecchiata per la colazione: doveva essersi rifugiata sotto la tavola, facendo cadere le sedie, due piatti, qualche posata, un bicchiere. Ma non era servito.
Era la sorella maggiore: aveva solo quindici anni.
La seconda era sul letto, a pancia in giù, la testa girata di lato: sembrava quasi che stesse dormendo, [..] La terza era nascosta dietro la porta dello sgabuzzino usato come bagno. Aveva cercato di scappare, ma era rimasta imprigionata nella stanzetta [..]

La quarta Veneruso non volle vederla.
«No.»

Una doppia indagine, su due piani temporali diversi, per il commissario del regno Veneruso: un delitto plurimo, terribile, quattro bambine uccise da un mostro nella loro casa in via Chiaia. E poi altri delitti, sull’isola di Capri, dove il commissario è stato mandato per prendere in consegna un vecchio brigante.

Due storie, che si alternano nelle pagine del racconto, fino a congiungersi (per quegli strani meccanismi del caso) in un’unica storia di morte e delitti, con una caccia al mostro che, per entrambi i casi, avrà l’improbabile volto di una persona che ha ucciso per vendetta, un mostro cresciuto in un contesto di passioni malate, in un contesto di mostri.

Partiamo dal primo delitto, di cui abbiamo letto nel prologo: quattro bambine uccise nella loro casa da un assassino che si è mosso con furia, lasciando traccia dello scempio nelle stanze, senza un perché, almeno un perché che una mente come Veneruso possa concepire

Il perché lo sa solo il Padreterno, pensò. Magari era stato proprio lui, come sempre e nell’alto dei cieli a comandarlo. Tutti gli altri erano innocenti, soprattutto i colpevoli. Il Padreterno no, mai.

Chi è il mostro responsabile di quei delitti che tormenteranno, interrompendo il sonno nella notte, Veneruso, anche quando un colpevole, pure reo confesso, verrà individuato?
Leggeremo la storia di questa brutta indagine,
avvenuta la settimana precedente della partenza per Capri, nel vari interludi del racconto principale dove, per la prima volta, vediamo Veneruso muoversi fuori dalla sua Napoli, a Capri a appunto.

«Dobbiamo prelevare una persona» rispose Veneruso. «E chi è?» «Un capobanda, un vecchio brigante. Zapatano Cosimo

Siamo nel 1884, ventitre anni dopo l’Unità d’Italia, quell’unità raccontata in modo trionfale sui libri di storia che aveva unito i regni della penisola ma non gli italiani: a Capri un vecchio brigante, ex ufficiale dell’esercito borbonico si è consegnato nelle mani dei carabinieri reali. Veneruso è incaricato di andarlo a prendere in consegna perché venga giudicato da un Tribunale, accompagnato dall’agente Serra.

Veneruso non riusciva a staccare gli occhi dalla città: era un’immagine magica, incantata, fasulla e bugiarda. E bastarda. Sembrava uscita da una fiaba. Più piccola si faceva e più bella diventava.

Sul piroscafo per l’isola, nonostante il mare mosso e il cattivo umore (per il caldo, per il mal di mare, per quella marea di persone attorno), Veneruso incontra diversi personaggi che poi ritroverà a Capri, cominciando da una famiglia originaria della provincia, i Famigliuolo: il capofamiglia costruttore edile, la moglie e le tre sorelle e infine la madre.

Sono accompagnati dalla cameriera e da un maggiordomo. Di ognuno, il commissario scatta una sua fotografia: il capofamiglia con la folta barba e i denti neri, i cui occhi “avevano la stessa luce disturbata e maniacale che aveva visto in altri individui – sempre colpevoli – nel corso della sua lunga carriera”.

Le belle ragazze, una col pancione, l’altra con le belle gambe. E la cameriera una bella e florida ragazza a cui Serra fa subito la corte
Sul piroscafo si imbatte in una signora bionda e bella, anzi bellissima, che poi scoprirà essere austriaca che gli rivolge uno sorriso gentile.
Poi un cane, che forse qualcuno ha smarrito avendo al collo attaccata una targhetta con un nome Retourner.
Nemmeno sul piroscafo Veneruso riesce a smettere di essere poliziotto
e pure di cattivo umore, complice l’insofferenza del viaggio e il dover scendere a Capri, l’isola che però lo colpisce con la sua forza selvaggia, le onde, i faraglioni. E anche la forza che sembra accompagnare le persone che scendono dalla nave

«Troppo dolce» mormorò di nuovo sospirando: quel posto gli metteva in testa una strana smania, un desiderio, una voglia... qualcosa che era rimasta sopita nei mesi invernali..
Sceso sull’isola Veneruso viene accolto da una nuova cattiva notizia: il cattivo tempo impedisce la partenza delle navi e così il commissario è costretto a rimanere sull’isola per più giorni, ospitato su una villa che, guarda caso confina con quella della famiglia Famigliuolo.

Non c’è fretta nel mettere le catene ai polsi del brigante, che i carabinieri trattano quasi con ossequio, così Veneruso ha modo di girare Capri incontrando diversi personaggi: due russi, venuti qui per fare la rivoluzione “Il più anziano si chiama Gorchi Massimo, giornalista, l’altro è Lenin Vladimiro”, su cui Veneruso lancia il suo sprezzante (e purtroppo errato) giudizio

«Non l’hanno ancora capito che guerre e rivoluzioni in Europa so’ finite, ringraziando Iddio, finite per sempre.»

Poi incontra l’industriale dell’acciaio Krupp, che sull’isola vuole costruire (in uno slancio di romantico pragmatismo) una strada nuova che dal centro del paese porta direttamente al mare.
Non meno singolare è l’incontro col brigante che, più che un criminale, viene considerato quasi come un ospite di riguardo, potendo muoversi libero sull’isola.
Forse perché era un ufficiale borbonico che ha combattuto contro l’esercito sabaudo, l’invasore (come cambia la storia a seconda dei punti di vista, vero?): si porta dentro un rimorso da anni, un grido di dolore legato ad un brutto episodio della sua guerra contro i piemontesi, dove uccise un soldato e il figlio che lo accompagnava

Quegli occhi, pieni di odio e di paura, continuano a fissarmi da vent’anni, di giorno e di notte, e quel grido continua a rotolare lungo il dirupo. Ora è giunto il momento di farlo smettere
Ma il risveglio dopo la prima notte sull’isola porta con sé altre brutte notizie: quello strano silenzio che avvolte la villa di Veneruso e quella adiacente (dove si trovano le quattro sorelle e la madre) è un segnale che fa scattare la mente del commissario un allarme: sceso nella villa dei Famigliuolo si trova davanti un altro delitto, una delle quattro ragazze è stata uccisa nel suo letto, la gola tagliata

Si fece avanti, ma sulla soglia si fermò. E vide. La ragazza era distesa al centro del letto, nuda. Qualcuno aveva tirato giù le coperte: il corpo bianco, ancora bello, sembrava già rigido.
Nonostante le insistenze dei carabinieri, che sull’isola non si sono mai occupati di crimini, Veneruso non vorrebbe seguire questa indagine: in testa ancora pesano gli altri delitti, quelli in via Chiaia, quel sangue sulle pareti e le tante domande rimaste senza risposta. Peso che diventerà quasi insopportabile quando, per la caparbietà del commissario, quelle domande troveranno una risposta (che scopriremo nel corso dei tanti interludi del racconto delle vicende capresi).

L’assassino, o il mostro, è sicuramente una persona dell’isola, magari proprio una delle persone che è sbarcata assieme a lui il giorno precedente. Quella strana moltitudine di imprenditori, intellettuali, benestanti, facce strane, venuti a Capri a cercare la libertà.

Quella libertà dai lacci della vita borghese, delle pubbliche virtù e dei vizi privati che non possono essere confessati. Quei vizi dentro cui crescono quelle malattie dell’anima che, sull’isola, sfoceranno in altri delitti.

In realtà non provava soddisfazione a far parlare gli assassini, sentiva solo un po’ di vergogna: per loro e per sé. Anche perché spesso non si trattava di cattive persone, ma di gente inciampata nell’omicidio, per errore o per rabbia, o per ignoranza, o per destino.

Scorbutico, bruttarello e invidioso delle bellezze altrui, come quelle dell’agente Serra, che tratta male ma a cui vuole a modo suo bene : il commissario Veneruso ha però una sua umanità di fondo che gli consente di provare pietà sia per le vittime che per gli assassini (i mostri non esistono, esistono le persone) e perfino con le persone “invertite”, i diversi, che nella società dei tempi erano considerate dei malati.
Eravamo nella Bella Epoque, gli anni delle scoperte scientifiche che avrebbero portato grandi progressi per le persone. Anni in cui ci si illudeva che la stabilità degli imperi e dei regni avrebbe protetto il mondo da nuove guerre.

Funziona tutto in questo romanzo: funziona l’intrigo del giallo, l’indagine, la scoperta della verità (in stile Agata Christie, con la rivelazione dell’assassino di fronte a tutti i protagonisti), funziona il racconto della società di quegli anni, così aperta verso il futuro eppure così chiusa, per esempio nei confronti degli omosessuali, considerati “pervertiti” da curare, dei paria. Come Oscar Wilde, pure lui ospite a Capri che, a modo suo, indirizzerà Veneruso verso la scoperta del mostro:

«La società perdona spesso il delinquente, non perdona mai il sognatore...».

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02 luglio 2021

Tutti si muore soli di Diego Lama

 


Napoli, sabato 28 luglio 1883. Ore 5.

«Avete fatto?» chiese la bambina con rispetto. «Fate, che è tardi...» Nella camera buia c’erano un tavolo, tre sedie impagliate, una cucina a carbone, tre cesti, un cumulo di stracci e una vecchia cassettiera. Sulla cassettiera c'era una bambola con la testa di porcellana e un vestitino di nastrini colorati..

La giornata più lunga e faticosa per il commissario della Polizia del Regno Veneruso: in sole 24 ore, in questo 28 luglio del 1883, dopo una settimana di febbre che lo ha tenuto a letto, deve affrontare ben tre casi di omicidi.

La morte della baronessa Salomè, avvenuta proprio nei giorni in cui era chiuso nella sua casa ai Quartieri Spagnoli, gli viene raccontata pezzo dopo pezzo, dalle persone che incontra appena uscito per strada.

Gli agenti erano venuti per avvertirlo del delitto, ma lui niente, nemmeno li aveva fatti entrare.

Il commissario Veneruso non era più un ragazzino, non era più tanto magro, non era neanche tanto alto e neanche era tanto tonico. Non era tanto niente, a dire la verità,

Così ora gli tocca scoprire di questa morte, delle indagini in corso, dei possibili moventi e di potrebbe avere ucciso questa nobile dall'animo caritatevole, da una prostituta incontrata per strada, da un artigiano, da un barista del bar Caflish dove voleva fare colazione. Perfino il parroco del paese “un misto tra anziano catuoio e vecchio bizzuoco” gli vuole raccontare a tutti i costi la sua opinione su quel delitto che sta facendo così rumore

«La baronessa Salomè era una gran benefattrice: da anni aiutava la parrocchia cercando di recuperare le giovinette che si erano perse lunga la strada..».

Perfino un mendicante per strada, pure lui ha una sua teoria sul delitto. E invece Veneruso non ne sa niente, proprio lui il commissario capo.

Ma non fa in tempo ad arrivare in ufficio per essere accolto dai suoi agenti, che ecco che la soluzione del caso gli viene regalata e non dal caso: è la moglie dell'assassino, nonché anche amante del barone, a sua volta cornuto in una giravolta di relazioni fedifraghe da far girare la testa, che gli dà il nome dell'assassino.

«È stata uccisa dal marito dell’amante del marito dell’amante del marito dell’amante di suo marito. Più o meno. Se ho capito bene la sequenza...»

Un primo caso risolto, una bella soddisfazione per Veneruso, uno che ama dimostrare le sue doti investigative di fronte ai suoi agenti: intendiamoci indagini fatte alla vecchia maniera, interrogando le persone, andando ad ascoltare i testimoni, gli informatori.

Nulla a che vedere con quelle scemenze che stanno anche prendendo piede, in quegli ultimi anni di fine ottocento. La scienza applicata alla criminologia? “come se le indagini poliziesche potessero risolversi con la raffinatezza della ragione” - questo pensa Veneruso.

Poliziotto all'antica, irascibile, sempre pronto ad arrabbiarsi coi suoi, a cui però vuole anche un po' bene.

Ma questo è solo il primo caso di una giornata in cui lo seguiremo, ora dopo ora, passo per passo, passi doloranti per quelle nuove scarpe di vitello.

Perché di delitto ne arriva subito un altro: un uomo è stato ammazzato proprio all'interno della Biblioteca Nazionale, vicino a piazza del Plebiscito.

Anche coi libri, e pure con chi passa il tempo a studiarli, Veneruso non ha un buon rapporto: in questa sua seconda indagine avrà come testimoni del delitto niente meno che i giornalisti Matilde Serao e Scarfoglio Edoardo, il futuro filosofo e storico Benedetto Croce, il poeta Salvatore di Giacomo e dallo scrittore Mastriani Francesco (autore di uno dei primi noir della storia del giallo italiano).

Testimoni di un delitto che non hanno visto, solo affermano di aver visto un uomo scappare dal salone centrale e fuggire da un balcone aperto.

Il morto si chiamava Bordò Armand, era stato mandato dal ministero di Roma per trasferire delle carte di opere di Leopardi in altri musei.

Anche l'Infinito, forse l'opera più importante del poeta di Recanati e della poesia italiana.

Che ragione c'è per uccidere una persona così, con venti coltellate sul corpo?

Era l’agente Cuomo: pallido e preoccupato. «Un delitto» disse. «Un altro?» «Sì, commissario, una cosa orribile.»

E poi il terzo delitto, quello di cui abbiamo letto nell'incipit.

Una ragazzina, poco più che bambina, Patrizia, dodici anni, uccisa in malo modo nel basso dove viveva e dove pure si prostituiva. Perché pure questo poteva succedere, se avevi fame e non avevi nessun parente perché i genitori e i figli erano morti per una malattia.

E una ragazzina può anche essere considerata un bene da affittare, per un soldo all'ora. Di quella morte Veneruso si sente responsabile: perché avrà anche tanti difetti il commissario, un carattere chiuso, duro, anche un po' omofobo.

Ma quei delitti della povera gente, colpevole della sua miseria, no, non li accetta.

Così, ora, si trova a dividersi tra i due delitti: l'uomo che stava portandosi via le opere di Leopardi e la piccola Patrizia.

Del primo delitto, lo colpisce un particolare: la perfetta sovrapposizione delle testimonianze, quando normalmente, c'è sempre qualcosa che differisce l'una dalle altre, in genere.

Quegli intellettuali, che gli stanno pure antipatici, meglio lasciarli a cuocere nel loro brodo, assieme a quel Guerrieri, il noioso direttore, appassionato nientemeno delle parole napoletane, che non devono morire solo perché ora arriva il progresso e la lingua italiana.

L'indagine sulla morte di Patrizia invece segue fin da subito una pista che porta ad un suo cliente abituale, un uomo strano, “brutto”, che la seguiva anche fuori casa.

Seguiremo l'evolvere di queste indagini ora per ora e seguiremo Veneruso anche dentro la Casina Rosa, dove può finalmente incontrare Annarella la Sorrentino, l'unico momento di allegria e, forse, anche di amore, che si concede solo una volte al mese.

Ogni delitto avrà il suo responsabile: perché pur nonostante i suoi difetti, Veneruso sa mettere assieme i pezzi, lasciarli cuocere piano piano e vedere alla fine il disegno finale e sciogliere così i fili dell'intrigo: basta una ispirazione, che a volte arriva anche nei momenti meno opportuni. Delitti che si portano appresso altre verità, perché di verità ne esiste più di una..

Veneruso è un uomo dei suoi tempi, non fa nulla per rendersi meno sgradevole, anche fisicamente, fin dall'inizio: 

Filo borbonico, aspro, diffidente con quel suo ispettore così originale, perché omosessuale (lui usa un'altra espressione). Duro anche coi suoi agenti, Russo, Cuomo e Serra, che li immagina come animali, anche Serra, il meno intelligente ma il più simpatico, se avesse avuto un figlio lo avrebbe voluto come lui. Ma se avesse avuto un figlio, non sarebbe cresciuto allegro come Serra.

Attorno a lui la Napoli di fine ottocento, piena di nobili che avrebbero potuto essere delle persone comuni, almeno all'apparenza e persone comuni forse dall'animo più nobile di conti e baroni, molto più attaccati al vil danaro che non alla nobiltà d'animo.

Con uno di questi, un vecchio anziano, sceglierà di trascorrere le ultime ore, del giorno nuovo, dopo quel lungo 28 luglio. Un anziano, morente, che non deve morire da solo

«E io sono venuto a farvi compagnia.»

«Perché?»

«Non si muore da soli.»

«Tutti si muore soli.»

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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