25 ottobre 2026

A sparire sono sempre i migliori di Stefano De Bellis e Edgardo Fiorillo

 

Prologo
Pavia, notte tra il 10 e 11 maggio 1994

Passeggiavano da ore quando, sul lungofiume, la riserva degli argomenti futili cominciò a esaurirsi.
Vagavano tra i vicoli stretti del centro, perdendosi di vista nel buio tra un lampione e l’altro. Nel piazzale davanti a palazzo Mezzabarba, ormai prossimi a rientrare nei rispettivi collegi, lui balbettò qualcosa e cominciò a sentirsi un idiota, ma fu sorpreso dallo spirito di iniziativa di lei..

In procura la chiamano “il mostrino” o anche la papessa, per quel suo carattere un pochettino spigoloso, poco diplomatico, ma non è questo il difetto peggiore della procuratrice aggiunta Alida Savich. Il problema è che Alida Savich è donna e per di più anche brava nel suo lavoro. Ed è per questo, per il suo essere brava, troppo brava nell’applicare la legge uguale per tutti, senza troppi riguardi nei confronti di chi conta, che è stata scartata dal ruolo di procuratrice capo.
Così, dopo aver chiuso brillantemente le indagini sul “caso Santoro” (Dove si mangia la nebbia, edizioni Piemme), con suo grande disappunto il procuratore Zennaro l’ha spostata sui “cold case”, vecchi casi da chiudere.

Indiana Savich
Mercoledì 11 maggio 1994

Abbandonata sulla poltrona, gli occhi chiusi, il volto rivolto al soffitto, Alida Savich stava scontando la sua pena, mentre fuori splendeva il sole di maggio.
La mano sinistra apriva e chiudeva lo zippo, la destra seguiva la melodia del Preludio in do minore da Il clavicembalo ben temperato di Bach che le risuonava nella testa, mentre era immersa nel silenzio del suo ufficio.

Cold case come l’indagine sulle ossa del Gragnolo: sono le ossa umane ritrovate dagli operai che stavano eseguendo dei lavori per costruire una piscina in un vecchio rudere fuori Pavia, di proprietà di un professore di medicina morto da poco.
Un omero, una falange e pezzi che forse fanno parte di un vestito.
Nonostante il fastidio nell’essere stata messa da parte, Alida Savich mette in piedi la sua squadra e si mette ad indagare col solito zelo: della squadra “archeologica”, perché costretta a lavorare su reperti, fanno parte i due ispettori Bernasconi, rifilato in archivio dopo anni passati a dar la caccia ai brigatisti, e il giovane ispettore Nolè, arrivato da poco da Roma.

Il rudere era di proprietà del professore Mario Tafurio, uno dei nomi che contano nel mondo accademico pavese e non solo, un medico importante che era stato anche rettore di uno dei collegi che ospitano gli studenti da fuori, il Foscolo.
Alla Savich viene chiesto di muoversi con tatto, per non disturbare la famiglia: ma questa è un’indagine che stuzzica l’intelligenza della procuratrice e del suo “club archeologico”: le ossa infatti sono state trovate a fianco di una fossa dentro questo rudere, come se dei ladri, a conoscenza di questa sepoltura, fossero venuti a rubare il cadavere e, nella fretta di scappare via, avessero dimenticato nel giardino delle ossa, quelle da cui è partita l’indagine.
Bisognerebbe capire a chi appartengono le ossa, ilDNA senza un confronto non è utile, a meno di non trovare qualche traccia in uno dei database a disposizione degli investigatori. Allora l’unica cosa è iniziare a fare delle domande alla famiglia del morto, cominciando dalla figlia, che aveva interrotto i rapporti col padre dopo che questi si era separato dalla moglie.

Del Foscolo ho poco da dire: dopo la pensione, mio padre è diventato rettore dello stesso collegio di cui era ospite ai tempi dell'università. Per lui era un cerchio che si chiudeva. Pare che fosse molto amato dagli studenti e di certo si è dedicato a loro con una passione che non ha mai riservato a noi. Chissà, forse ha cercato di fare ammenda trattando loro come figli, avendo ignorato i suoi naturali.

Insomma, un padre poco attento ai figli, da cui si aspettava che seguissero la sua stessa carriera.
Dello stesso tenore la risposta dell’altro figlio, appena tornato dall’America, verso cui era scappato dall’Italia e dal padre anni prima.
Possibile che il professore non fosse a conoscenza di quella tomba?

Negli stessi giorni in cui la notizia del ritrovamento delle ossa (le ossa dell’Oltrepò..), un medico del Policlinico, il professor Barocelli, viene trovato suicida in un parco. I due ispettori, come anche la Savich, cercano di capire se ci sia un collegamento tra questi due casi. Perché anche se è vero che Pavia è una città piccola dove tutti si conoscono, sono tanti i legami tra la due indagini. Barocelli aveva studiato a Pavia ed era stato ospite proprio del collegio Foscolo negli anni in cui Tafurio padre era rettore.

Le domande dei due ispettori inizialmente sembrano non riuscire a scalfire la superficie di quel mondo accademico di cui Tafurio era un membro importante.
Eppure, pian pianino, qualcosa grazie all’ostinazione dell’orologiaio (come viene soprannominato l’ispettore Bernasconi per la sua passione per gli orologi) e all’intuito di Nolè, qualcosa viene fuori.
Qualcosa di simile alla pista, forse una ricostruzione fantasiosa, perché mancherebbero le prove.
Un ragazzo che a fine anni ‘70 era scappato dal Foscolo. Uno strano gruppo di studenti che veniva chiamato per controllare le matricole, con riti di iniziazione ai limiti del nonnismo.

Una brutta storia per cui i protagonisti, pur a distanza di 15 anni, nemmeno riescono a provare rimorso.

«E’ accaduto, dottoressa. Rimorso… A che serve il rimorso? Non serve a niente. Si tira dritto, diceva Tafurio.»

Si fa un attimo fatica ad entrare nel mondo della procura di Pavia con Alida Savich (il circo, come lo chiama lei), per i legami col precedente romanzo, ma poi pian pianino la si riesce a comprendere meglio: lei, il dover convivere con la sua malattia, costretta a muoversi col bastone, con le discriminazioni in procura, le sue serate assieme alla vicina di casa, la “signorina”, con cui instaura dialoghi diretti, non autoconsolatori per la sua situazione.

La scheda del libro sul sito di Piemme
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