Prologo
Pavia, notte tra il 10 e 11 maggio 1994
Passeggiavano da ore quando, sul lungofiume, la riserva degli argomenti futili cominciò a esaurirsi.
Vagavano tra i vicoli stretti del centro, perdendosi di vista nel buio tra un lampione e l’altro. Nel piazzale davanti a palazzo Mezzabarba, ormai prossimi a rientrare nei rispettivi collegi, lui balbettò qualcosa e cominciò a sentirsi un idiota, ma fu sorpreso dallo spirito di iniziativa di lei..
In procura la
chiamano “il mostrino” o anche la papessa, per quel suo carattere
un pochettino spigoloso, poco diplomatico, ma non è questo il
difetto peggiore della procuratrice aggiunta Alida Savich. Il
problema è che Alida Savich è donna e per di più anche brava nel
suo lavoro. Ed è per questo, per il suo essere brava, troppo brava
nell’applicare la legge uguale per tutti, senza troppi riguardi nei
confronti di chi conta, che è stata scartata dal ruolo di
procuratrice capo.
Così, dopo aver chiuso brillantemente le
indagini sul “caso Santoro” (Dove si mangia la nebbia, edizioni
Piemme),
con suo grande disappunto il procuratore Zennaro l’ha spostata sui
“cold case”, vecchi casi da chiudere.
Indiana Savich
Mercoledì 11 maggio 1994Abbandonata sulla poltrona, gli occhi chiusi, il volto rivolto al soffitto, Alida Savich stava scontando la sua pena, mentre fuori splendeva il sole di maggio.
La mano sinistra apriva e chiudeva lo zippo, la destra seguiva la melodia del Preludio in do minore da Il clavicembalo ben temperato di Bach che le risuonava nella testa, mentre era immersa nel silenzio del suo ufficio.
Cold
case come l’indagine sulle ossa del Gragnolo: sono le ossa umane
ritrovate dagli operai che stavano eseguendo dei lavori per costruire
una piscina in un vecchio rudere fuori Pavia, di proprietà di un
professore di medicina morto da poco.
Un omero, una falange e
pezzi che forse fanno parte di un vestito.
Nonostante il
fastidio nell’essere stata messa da parte, Alida Savich mette in
piedi la sua squadra e si mette ad indagare col solito zelo: della
squadra “archeologica”, perché costretta a lavorare su reperti,
fanno parte i due ispettori Bernasconi, rifilato in archivio dopo
anni passati a dar la caccia ai brigatisti, e il giovane ispettore
Nolè, arrivato da poco da Roma.
Il
rudere era di proprietà del professore Mario Tafurio, uno dei nomi
che contano nel mondo accademico pavese e non solo, un medico
importante che era stato anche rettore di uno dei collegi che
ospitano gli studenti da fuori, il Foscolo.
Alla Savich viene
chiesto di muoversi con tatto, per non disturbare la famiglia: ma
questa è un’indagine che stuzzica l’intelligenza della
procuratrice e del suo “club archeologico”: le ossa infatti sono
state trovate a fianco di una fossa dentro questo rudere, come se dei
ladri, a conoscenza di questa sepoltura, fossero venuti a rubare il
cadavere e, nella fretta di scappare via, avessero dimenticato nel
giardino delle ossa, quelle da cui è partita
l’indagine.
Bisognerebbe capire a chi appartengono le ossa,
ilDNA senza un confronto non è utile, a meno di non trovare qualche
traccia in uno dei database a disposizione degli investigatori.
Allora l’unica cosa è iniziare a fare delle domande alla famiglia
del morto, cominciando dalla figlia, che aveva interrotto i rapporti
col padre dopo che questi si era separato dalla moglie.
Del Foscolo ho poco da dire: dopo la pensione, mio padre è diventato rettore dello stesso collegio di cui era ospite ai tempi dell'università. Per lui era un cerchio che si chiudeva. Pare che fosse molto amato dagli studenti e di certo si è dedicato a loro con una passione che non ha mai riservato a noi. Chissà, forse ha cercato di fare ammenda trattando loro come figli, avendo ignorato i suoi naturali.
Insomma, un padre
poco attento ai figli, da cui si aspettava che seguissero la sua
stessa carriera.
Dello stesso tenore la risposta dell’altro
figlio, appena tornato dall’America, verso cui era scappato
dall’Italia e dal padre anni prima.
Possibile che il
professore non fosse a conoscenza di quella tomba?
Negli
stessi giorni in cui la notizia del ritrovamento delle ossa (le ossa
dell’Oltrepò..), un medico del Policlinico, il professor
Barocelli, viene trovato suicida in un parco. I due ispettori, come
anche la Savich, cercano di capire se ci sia un collegamento tra
questi due casi. Perché anche se è vero che Pavia è una città
piccola dove tutti si conoscono, sono tanti i legami tra la due
indagini. Barocelli aveva studiato a Pavia ed era stato ospite
proprio del collegio Foscolo negli anni in cui Tafurio padre era
rettore.
Le domande dei due
ispettori inizialmente sembrano non riuscire a scalfire la superficie
di quel mondo accademico di cui Tafurio era un membro
importante.
Eppure, pian pianino, qualcosa grazie
all’ostinazione dell’orologiaio (come viene soprannominato
l’ispettore Bernasconi per la sua passione per gli orologi) e
all’intuito di Nolè, qualcosa viene fuori.
Qualcosa di simile
alla pista, forse una ricostruzione fantasiosa, perché mancherebbero
le prove.
Un ragazzo che a fine anni ‘70 era scappato dal
Foscolo. Uno strano gruppo di studenti che veniva chiamato per
controllare le matricole, con riti di iniziazione ai limiti del
nonnismo.
Una brutta storia per cui i protagonisti, pur a
distanza di 15 anni, nemmeno riescono a provare rimorso.
«E’ accaduto, dottoressa. Rimorso… A che serve il rimorso? Non serve a niente. Si tira dritto, diceva Tafurio.»
Si fa un attimo fatica ad entrare nel mondo della procura di Pavia con Alida Savich (il circo, come lo chiama lei), per i legami col precedente romanzo, ma poi pian pianino la si riesce a comprendere meglio: lei, il dover convivere con la sua malattia, costretta a muoversi col bastone, con le discriminazioni in procura, le sue serate assieme alla vicina di casa, la “signorina”, con cui instaura dialoghi diretti, non autoconsolatori per la sua situazione.
La scheda del libro
sul sito di Piemme
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