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18 aprile 2022

Anteprima inchieste di Report – Dalle New Town alle auto del futuro, la guerra, i teatri chiusi e le mascherine a scuola

Passato, presente e futuro nei servizi che andranno in onda questa sera nella puntata di Report: il passato riguarderà il terremoto de l’Aquila del 9 aprile 2009, 13 anni fa. Un passato che è ancora presente, come purtroppo lo è anche la guerra in Ucraina che sembra scivolare verso un piano inclinato che potrebbe portare ad una guerra a livello continentale.

Come legati al presente sono i servizi sui teatri chiusi in Italia per mancanza di fondi per i restauri, sulle mascherine ffp2, obbligatorie per gli studenti italiani.

Michele Buono ci porterà nel futuro, invece, con le auto completamente digitali.

Le auto del futuro

Auto da corsa che si sfidano sulla pista di Las Vegas: accelerano, si studiano e quando è momento, si sorpassano l’una con l’altra. Tutto normale? No, perché sono auto senza pilota, auto che vedono, ragionano, tutto da sole: in questa nuova storia del mondo delle auto c’è anche un pezzo dell’Italia.

A rappresentare il nostro paese c’è il politecnico di Milano che ha sfidato i tedeschi dell’università di Monaco sulla pista del circuito, vincendo la gara.


Torniamo in Italia nella provincia di Parma a Varano de Melegali alla Dallara, azienda che produce auto da corsa, da strada e le indie car, quelle della 500 miglia di Indianapolis. Poi alla Dallara hanno rilanciato: e se facessimo correre queste macchine da sole, senza il pilota?

Michele Buono lo ha chiesto all’AD di Dallara, Andrea Pontremoli (che era presente alla sfida a Las Vegas):

“Praticamente voi avete detto a dei ragazzi, o poco più che ragazzi, sareste capaci di far viaggiare delle automobili sulla pista di Indianapolis a 300km/h senza pilota? Noi lo abbiamo chiesto un po’ a tutti, chi ha colto la sfida, sono stati i ragazzi”.

Sono i ragazzi dell’università di Modena e Reggio Emilia, che hanno fatto viaggiare queste auto da corsa a oltre 225km/h senza pilota: la macchina si controlla da sola, vede gli ostacoli in mezzo alla strada, li scansa e poi riprende alla sua velocità., sempre più forte. La vettura è in grado di scalare le marce alle curve, scegliere la traiettoria migliore. Sempre senza pilota.

Queste auto a guida autonoma potrebbero rivoluzionare la mobilità nelle città, liberando le città dal traffico, rendere l’aria meno pensate per le minori emissioni: lo racconta a Report Sergio Savaresi, docente del Politecnico di Milano: tra dieci anni si cambierà di paradigma, dal possesso dell’automobile per muoversi si passerà all’uso di un servizio trasporti, chiamerò l’auto al domicilio e indicherò dove devo andare “questa è la rivoluzione, il completo cambio di modello dal possesso di automobile ad un servizio pubblico”.

A regime di quanto si potrebbe tagliare il parco delle auto vetture? Secondo il docente si potrebbe passare da 40 a 4 milioni di automobili con questo nuovo modello di mobilità.

La scheda del servizio AUTISTI ARTIFICIALI DIGITALI E MECCANICI

di Michele Buono con la collaborazione di Edoardo Garibaldi

Vanno forte, veloci come auto da Formula indy, ma a guidarle non ci sono divi da copertina, non c'è nessuno. Sono le auto senza pilota che si sono sfidate nella prima gara della storia di veicoli a guida autonoma. Negli Stati Uniti, le università di tutto il mondo se la sono vista con il Politecnico di Milano e l'Università di Modena Reggio Emilia che hanno lavorato sulle auto fornite dalla Dallara per renderle più veloci e intelligenti. Non è un mero esercizio di stile, ma un test importante sulla via dell'utilizzo della guida autonoma nel sistema di mobilità. Se, infatti, le auto possono correre, sorpassare a quasi 300 chilometri orari, allora saranno in grado di frenare in tempo per non investire un bambino che insegue un pallone per strada. Così possedere un’auto non sarà più necessario, né tantomeno guidarla. Circoleranno autonomamente per le città e gli abitanti le chiameranno, come si fa con i taxi. Solo che alla guida non ci sarà nessuno. L'inchiesta di Report farà intravedere le potenzialità di questa tecnologia, di come l'Italia sia spesso davanti agli altri nello sviluppo delle nuove frontiere e di come potremmo rischiare, ancora una volta, di non accorgercene. Il tutto raccontando due gare su due dei circuiti automobilistici più famosi degli Usa, Indianapolis e Las Vegas.

Dal fronte della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina fa più paura adesso che non nei primi giorni del conflitto: per il rischio che questo si allarghi al resto dell’Europa, per il timore che si usino armi nucleari tattiche. Ma anche perché giorno dopo giorno si svela il volto vero della guerra che non ha nulla di eroico: le morti civili, i profughi e le persone in fila per aiuti. Il servizio di Luca Bertazzoni racconterà di come ci siano ucraini che sono tornati nella loro patria per aiutare i connazionali, portando loro questi beni di prima necessità: sono tornati per aiutare i loro familiari, le persone anziane che non possono abbandonare le case “l’Europa deve sapere che qui c’è bisogno di un aiuto perché qua c’è la guerra. Sono arrivati i russi nel paese dei miei genitori, hanno rubato le case, vestiti, fanno violenze contro donne e bambini..”


A Mykolaiv, una città del sud dell’Ucraina, la Croce rossa ha organizzato un servizio di consegna casa per casa di medicinali e cibo per chi non può raggiungere il punto di distribuzione dei beni alimentari: anche qui Bertazzoni ha raccolto altre testimonianze dei civili, i bombardamenti contro le case, giorno e notte, gente anziana che senza questi aiuti portati dai volontari non potrebbe sopravvivere.

La scheda del servizio CORRISPONDENZE DALL’UCRAINA: VIAGGIO A MYKOLAIV

Di Luca Bertazzoni – Carlos Dias Collaborazione Giulia Sabella

Gli inviati di Report in Ucraina sono arrivati Mykolaiv, città nel sud del Paese che ha subìto pesanti attacchi dai russi. Qui hanno incontrato gli abitanti del posto: persone che vivono grazie agli aiuti offerti dalla Croce Rossa, italiani che vi si sono trasferiti parecchi anni fa e ucraini che abitavano in Italia ma che sono tornati nella loro terra di origine per accudire i propri cari che non possono scappare. I nostri inviati hanno anche intervistato il sindaco della città, che ha raccontato loro cosa sta accadendo da quando è iniziata la guerra

La guerra cibernetica

La guerra in Ucraina ha anche un fronte cyber, combattuto dai 300mila volontari iscritti dall’IT Army, un canale Telegram creato del governo ucraino. In questa battaglia contro il governo russo sono coinvolte anche due aziende private, la Cyber Unit Tech di Yegor Aushev e, soprattutto, la Hacken di Dyma Budorin che opera nell'ambito del web3: obbiettivo dichiarato è effettuare un attacco DDOS così grande da mandare in tilt tutte le porte dell’accesso all’internet russo contemporaneamente costringendo così la Russia a disconnettersi dalla rete e rimanere isolata.

La scheda del servizio I CYBER LEGIONARI

Di Giuliano Marrucci

Collaborazione Eleonora Zocca

26 febbraio. Sono passati due giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina quando Mykhailo Fedorov, il giovane ministro della trasformazione digitale nonché vice primo ministro del paese aggredito, dal suo account twitter lancia un appello a tutti i talenti digitali del mondo a unirsi alla resistenza cibernetica ucraina. Nel giro di pochi giorni il canale telegram supera i 300 mila iscritti: sono i legionari della prima vera e propria guerra mondiale cibernetica della storia. E sono destinati a cambiare per sempre l'idea che abbiamo di Internet.

La crisi nel mondo dei teatri

La cultura è il nostro petrolio, si sente ripetere: eppure questo paese ama così poco la cultura da investirci meno di quanto servirebbe. Non sono solo i musei senza personale, i sito archeologici gestiti da ricercatori con contratti da operaio specializzato.

Ci sono anche i fondi che mancano per tenere aperti questi centri della cultura: mancano soldi anche per ristrutturare i tanti teatri italiani che oggi sono chiusi in attesa del completamento degli interventi di adeguamento alla sicurezza oppure interventi di restauro.

In assenza di agibilità, rimangono chiuso: è questa la condizione di oltre 400 teatri in Italia, luoghi di aggregazione che devono rimanere chiusi.

Tra questi il teatro Massimo di Palermo, rimasto chiuso tra il 1974 e il 1997: il Massimo è il simbolo di Palermo – spiega a Report l’ex soprintendente Francesco Giambrone – un’intera comunità si riconosce in questo simbolo che è un teatro d’opera: questo teatro fu chiuso per motivi di sicurezza nel 1974, i lavori non vennero mai fatti per anni, gli anni della grande controffensiva della mafia a Palermo: “Mi si rompe la voce, questo gigante nella piazza principale era chiuso, e un’intera comunità è stata complice. Il teatro riapre sulle onde di una grande riscossa civile, dopo le stragi del 92, e parte dai ragazzi, parte dalle scuole. Perché i primi che hanno riaperto quel portone sono stati i bambini delle scuole. Allora quella stessa comunità che aveva girato le spalle alla bellezza si riprendeva il teatro Massimo.”

Non siamo riusciti a salvare nemmeno il teatro Italia a Venezia, un cinema teatro del primo novecento, che oggi è un supermercato Despar, presentato su internet come un trofeo, “il punto vendita più scenografico al mondo.”

A due passi da San Marco una finanziaria dei Benetton ha comprato un intero complesso con alcune parti risalenti all’anno mille: ora dentro ci sono boutique di alta moda e un hotel super lusso. Dentro c’è anche un teatro dell’800, utilizzato fino agli anni 80, ora invece è usato come sala per ricevimenti, anche se ai cittadini veneziani era stato raccontato che all’interno ci sarebbe stato un palcoscenico smontabile, per delle rappresentazioni.

Quel vecchio accordo è finito nel dimenticatoio, proprio come successo ad un altro teatro veneziano, l’Arena Verde, sull’isola di San Giorgio. L’arena con 1500 posti è inutilizzata dal 2013: “la vedo come uno dei tanti elementi di decadenza di Venezia” ammette sconsolato Carlo Montanaro che è stato direttore dell’Accademia delle arti fino al 2010.

Per la Fondazione Cini che ha in concessione l’Arena è colpa dell’acqua alta che renderebbe necessari continui interventi di manutenzione. Manutenzione che non avviene coi soldi dei privati ma nemmeno coi soldi pubblici: la regione Veneto non ha a bilancio fondi per la riapertura dei teatri, per tutto il 2022 ha stanziato 19 ml per tutto il settore culturale, nel 2017 erano 30ml.

Il Veneto è penultimo in Italia per investimenti in cultura con la sua spesa di 3,5 euro per cittadino, la più virtuosa è la Valle d’Aosta con 346 euro: il federalismo regionale colpisce anche la cultura, in Italia. L’Assessore alla cultura si è difeso dicendo che il Veneto è l’unica regione a statuto ordinario che non aggiunge l’addizionale irpef ai propri cittadini, quindi ha delle disponibilità a bilancio inferiori.

Quando chiudi un teatro non è come quando chiudi la bottega, la serranda” – racconta a Report Andrea Pennacchi- “quando chiudi un teatro chiudi le porte in faccia a ragazzi, a signori e signore, pensionati che avevano roba da fare, chiudi la porta in faccia alla città, ti chiudi tu fuori da una roba preziosa.”

La scheda del servizio GIÙ IL SIPARIO di Giulia Presutti

In Italia sono più di 400 i teatri chiusi, talvolta abbandonati da decenni. Uno su due è di proprietà pubblica e in larga parte si tratta di edifici storici, vincolati dalle sovrintendenze ai Beni Culturali che ne dovrebbero preservare, oltre alla funzione culturale, anche il valore architettonico e artistico. E invece spesso li chiudono per necessità di un restauro che poi, per mancanza di fondi, non viene completato: le città restano così prive del luogo di aggregazione più importante nella storia d'Italia. Report ha fatto un viaggio alla scoperta di questo patrimonio inutilizzato.

Le maschere sui ragazzi

Diversamente da altri paesi europei, l’Italia ha imposto l’obbligo delle mascherine FFP2 ai ragazzi a scuola, dai sei anni in su: ma queste sono mascherine pensate per adulti, non per bambini, nascono come filtrante anti polvere da usare sui luoghi di lavoro.

Report ha sentito l’Ente Europeo di Normazione che ha elaborato la norma per la certificazione di queste mascherine: nessuno dei requisiti che la norma richiede tiene conto dei parametri fisiologici di ragazzini – conferma il direttore dell’ente – perché è non è stata pensata per la scuola.

La scheda del servizio MASCHERE MOZZAFIATO di Antonella Cignarale

I requisiti di una FFP2 non tengono conto dei parametri fisiologici dei bambini. Vale sia per le taglie standard che per le taglie small. Se sulla mascherina è stampato il codice EN149 i parametri di efficienza filtrante, aderenza al volto e resistenza respiratoria sono pensati per la categoria dei lavoratori e i test di prova avvengono solo sulla popolazione adulta. Le FFP2, infatti, come semimaschere filtranti antipolvere, sono progettate per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Nelle scuole italiane gli studenti devono indossarle quando sorgono casi di positività nella propria classe per 10 giorni di fila, anche per 8 ore al giorno. Vale per tutti, dai 6 anni in su. Una disposizione adottata per contrastare il contagio da Sars-Cov2 e per scongiurare la Dad, ma non abbracciata dal resto dei paesi dell’Unione Europea.

Le new town, 13 anni dopo

In Italia si preferisce spendere miliardi dopo le tragedie anziché fare prevenzione, perché il post tragedia, dall’Aquila al Ponte Morandi è sempre occasione per garantire appalti senza controlli, in deroga alle leggi. Perché c’è l’emergenza, perché non c’è tempo.

Passati tutti questi anni, in che condizioni stanno gli alloggi preparati in tempo record (e inaugurato il giorno del compleanno di Berlusconi) dalla protezione civile per ospitare gli aquilani e evitare loro la permanenza nelle tende?

Dei 4400 alloggi, 2900 sono abitati, 4 sono stati affidati a famiglie afgane, 50 posti letto sono stati invece affidati ai profughi ucraini: uno di questi è un atleta della nazionale di ciclismo, arriva da Donetsk e rimarrà in Italia fino alla fine della guerra – racconta alla giornalista.

Tutta la nazionale di ciclismo è in realtà ospite in una delle New Town, quando era iniziato il conflitto erano in Turchia, era impossibile tornare a casa e così molti di loro ora sono in Italia mentre le famiglie sono rimaste in Ucraina. I figli che hanno già compiuto la maggiore età non possono uscire dal paese, perché devono prendere le armi per la guerra.



Ma poi, se anche potessero, il comune dell’Aquila ha detto loro che in queste New Town non c’è posto per i familiari, nonostante 1500 appartamenti siano vuoti solo che, o sono inagibili, o lasciati nell’incuria più totale.

La scheda del servizio LE NEW TOWN DELL’AQUILA 13 ANNI DOPO Di Chiara De Luca

Il 29 settembre 2009, a L’Aquila viene inaugurata la prima new town, del progetto c.a.s.e 19 insediamenti antisismici, Sostenibili e Ecocompatibili costruiti nell’immediato post sisma che colpì l’Abruzzo il 6 aprile 2009. Il progetto, che comprende circa 4400 alloggi arredati e accessoriati, fu completato in soli 100 giorni. A distanza di 13 anni in che stato sono?


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 marzo 2020

Emergenza, ma con giudizio


In questo momento tutta l'attenzione del paese è concentrata sul coronavirus, sul suo contenimento, sullo stato degli ospedali nelle zone rosse e in generale nel paese.

E' una situazione completamente nuova e sarebbe difficile per chiunque: scopriamo oggi l'importanza del sistema sanitario, pubblico e capillare nel territorio.
Sistema sanitario che ha subito tagli per miliardi in questi, come i tagli alla ricerca, che si regge spesso a medici con contratti da precari.

Ricordiamocene quando (e non se) l'emergenza finirà.
C'è una forte tensione da parte del governo, dei vertici della sanità, dei vertici delle regioni del nord, nel trovare le soluzioni per far si che il trend dei contagi scenda.
Questo spiega la scelta di soluzioniche impongono restrizioni alle nostre libertà, mettendo in secondo piano le ansie di molti nel voler ripartire subito con eventi, turismo e aperitivi vari (i milanesi sfidano il virus, titola Repubblica)..


Stiamo vivendo un evento nuovo, in un contesto nuovo, dove le notizie viaggiano veloci si canali non ufficiali: bozze di decreto fatte uscire inopinatamente e presentate da giornalisti in ansia da prestazione come decreti ufficiali, il coronavirus che riempie tutti gli spazi di informazione per ripetere le stesse cose.

Ma quello che vorremmo capire è come le istituzioni intendono gestire il telelavoro in modo strutturale, nel pubblico che non è preparato (e nemmeno il privato d'altronde).
Come si intende lavorare per la tele didattica: al momento è tutto in mano alle singole scuole, ai singoli insegnanti.
Come si intende rafforzare, e non solo per questa emergenza, il sistema sanitario.
Dare un quadro unitario a tutti questi problemi in una cornice istituzionale e unitaria sul territorio.

Ma non dimentichiamoci di quello che stiamo lasciando dietro, le leggi che il Parlamento non riesce ad approvare ora come la legge sul salario minimo, quella sulle querele temerarie contro i giornalisti.
E stiamo attenti anche a quello che, in queste decretazioni di urgenza, viene infilato dentro: dobbiamo sbloccare i cantieri, si sente ripetere.
Bene, ma quali cantieri, in che zone e in che condizioni.

Tornare allo sblocca cantieri, già bocciato in alcune sue parti, sarebbe stupido e inutile: fa specie che sia proprio il m5s a portare avanti questa proposta di legge, usare il modello Genova per i due terzi degli appalti pubblici in Italia.
Basta burocrazia, ad eccezione dei vincoli antimafia (ah, già, in questo paese esiste ancora la criminalità organizzata) e quelli di tutela del paesaggio.

Visto che c'è bisogno di ripartire, perché allora non iniziare dai comuni e dalle regioni coinvolti nel terremoto del 2016, le vittime del “terremoto infinito”?
Ne parlerà finalmente, dopo un duplice rinvio, Presadiretta questa sera: comuni nel marchigiano, nel Lazio, in Abruzzo, alle prese con le macerie, alle prese con lo spopolamento perché la gente va via, con la ricostruzione ferma.

Infine, non dimentichiamoci che oggi è l'otto marzo, festa delle donne: quelle donne ancora discriminate nel lavoro, vittime di femminicidi.
Donne come le ricercatrici che hanno isolato il virus, donne come virologa Gismondi, per esempio.
Buona festa delle donne!


24 febbraio 2020

Le inchieste di Presadiretta – il terremoto dimenticato


Presadiretta ha fatto il suo nodo al fazzoletto, Riccardo Iacona e i giornalisti della trasmissione non si sono dimenticati il terremoto di tre anni e mezzo fa in centro italia (e le poi le scosse nei mesi successivi): interi paesi tra il nord del Lazio, le Marche, l'Abruzzo e l'Umbria cancellati, spariti, distrutti.
Questo terremoto ha subito lo stesso processo di tante altre tragedie: prima la commozione, lo stare tutti uniti, poi le promesse, una ricostruzione celebre, il “mai più”, un piano straordinario per la messa in sicurezza e poi, piano piano, l'oblio, il dimenticarsi delle macerie, delle persone lasciate lì, la ricostruzione ferma.

Come per l'Aquila, come per altre vicende che hanno sconvolto aree fragili di questo nostro paese, reso ancor più fragile dalle cattive costruzioni e dalla sciaguratezza di molti costruttori.

Il terremoto dell'estate del 2016 ha coinvolto un'area di 8000 km quadrati, 10 provincie, 4 regioni: Abruzzo, le Marche, il Lazio e l'Umbria.
Sono state quattro le scosse che hanno squassato questo pezzo d'Italia: dalla prima di agosto, fino all'ultima a gennaio, che colpì le stesse zone già martoriate e già alle prese coi problemi dell'inverno, sotterrate da metri di neve.
E' in quei giorni che un'enorme valanga si distaccò dal massiccio del Gran Sasso per sommergere l'hotel Rigopiano, distruggendolo totalmente e uccidendo 29 persone.

Alla fine si conteranno 49mila sfollati, 388 feriti e 303 morti e oltre 2,5 tonnellate di macerie di rimuovere.
Le telecamere di Presadiretta erano arrivate in queste zone già quattro giorni dopo le scosse del 24 agosto: a Pescara del Tronto aveva mostrato le immagini di un paese distrutto dall'onda d'urto, case crollate l'una sull'altra. Qui 48 persone erano morte sotto le loro case: a tre anni di distanza Pescara del Tronto le macerie sono ancora lì, in attesa di essere rimosse.
Elena Marzano ha intervistato il vice sindaco Michele Franchi: “fa male vedere ancora le macerie e vedere quello che era Pescara e quello che è oggi, ancora tempi certi [per la ricostruzione] non ne abbiamo ..”.
Senza la rimozione delle macerie non può ripartire la ricostruzione.

A Pretare, una frazione, il tempo sembra essersi fermato a quell'agosto: cumuli di macerie, materassi, resti, infissi. Qui vivevano come residenti cento persone, ma il borgo che era chiamato il paese delle fate era così bello che erano tante le famiglie, originarie del posto, che d'estate tornavano in queste zone, ai piedi del monte Vettore.
Tra questi Romolo Trenta, un architetto di queste zone: in piedi, nel borgo, sono rimaste in piedi una decina di case – racconta alla giornalista. Oggi sta cercando di dare il suo contributo alla ricostruzione, prendendo in mano le pratiche di una ventina di residenti.

Sta combattendo per far sì che si ricostruisca a Pretare nel più breve tempo possibile: ma anche qui prima si devono togliere le macerie.
“Ma quanto ci vuole rimuovere le macerie?” - si chiede l'architetto - “ci vuole molto se non abbiamo il pathis di accelerare, io non so che inverno passeremo in paese, questo è un centro dove abbiamo conosciuto la neve alta due metri, e le macerie non le rimuovi”.

Anche a pochi km da qui, nel Lazio, la situazione non cambia: Accumuli è stato l'epicentro da cui è partita la scossa, che poi si è propagata a nord lungo la valle del Tronto, fino ad Arquata, e poi a sud verso Amatrice.
Delle strade, del reticolo di vicoli che contraddistingue questo borgo e che risalgono ai primi decenni del mille, è rimasto poco.
Il crollo del campanile della chiesa di San Francesco qui ha ucciso una famiglia intera, padre madre, un bambino di otto anni e uno di pochi mesi.

Le macerie non permettono di dimenticare i ricordi drammatici: al momento i cantieri aperti sono pochi, ad Accumuli, come a Pescara e anche a Castelluccio di Norcia, un paesino a 1500 metri, in cima ad un altopiano, in cui oggi sono rimaste in piedi solo le case ai margini del paese.
Qui almeno le macerie sono state in gran parte rimosse ma sono in attesa del piano attuativo per la ricostruzione. Dopo tre anni – dicono le persone del borgo – è come se il terremoto fosse arrivato questa mattina.

La scossa di ottobre 2016 ha colpito diversi paesi in Umbria attorno alla zona di Norcia Cascia: hanno lavorato bene qui, dopo il terremoto del 1997 e quello del 1979 e le costruzioni hanno retto: per protesta contro le lungaggini della ricostruzione i cittadini hanno inscenato una protesta, silenziosa e simbolica, esponendo delle lenzuola dalle finestre delle case e dai balconi.


“Se non ci ammazza il terremoto ci ammazza il sistema”, “il nostro futuro dipende da voi, fateci ricostruire”, “sbloccate la ricostruzione, siamo stati dimenticati” ..
Hanno cercato di reagire gli abitanti di queste zone, ma dopo tre anni e mezzo sono arrivati all'esasperazione: “nelle zone attorno all'epicentro fai conto che è come se una persona ha avuto l'infarto, se ti sbrighi si salva, se vai lento non si salva ...”

Il servizio di Presadiretta cercherà di rispondere ai perché che sorgono da queste immagini: perché ancora è tutto fermo?
Cosa si sta facendo sul tema della prevenzione? Si stanno aggiornando le mappe sulle zone sismiche?

Emanuele Tondi, direttore della sezione di geologia dell'università di Camerino, lancia l'allarme: la mappa di pericolosità sismica del territorio nazionale non tiene conto dei terremoti avvenuti anche centinaia di anni fa. Per esempio, il terremoto del 2012 in Emilia è avvenuto in una zona che era ritenuta non a rischio ma dove era già avvenuto un evento sismico 500 anni fa.
Quella zona sulle mappe doveva essere “colorata” sul rosso: quello dell'Emilia non è l'unico caso, racconta al giornalista il sismologo Giuliano Panza che ha citato i casi di Ischia e dell'Italia centrale del 2016.

C'è poi la questione delle norme antisismiche: Paolo Lugarli è un ingegnere strutturale: ha scritto che queste leggi sono solo un atto di fede, sono tutte sbagliate, non garantiscono la sicurezza.
Altre scosse ci attendono, altri lutti, altre macerie.

La scheda del servizio: TERREMOTO INFINITO
Un viaggio di PresaDiretta all’interno del cratere del sisma che ha colpito Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio. L’area più grande mai colpita da un terremoto, con 49mila sfollati, 388 feriti, 303 morti. A tre anni e mezzo dalla prima scossa un pezzo dell’Italia centrale è ancora in ginocchio e rischia di spopolarsi definitivamente.Cosa è successo, perché persino le macerie non sono ancora state rimosse del tutto?Perché la ricostruzione non riesce a decollare?
E poi, le mappe ufficiali che indicano la pericolosità sismica del territorio italiano in che modo vengono tracciate e aggiornate? A PresaDiretta le voci dei più autorevoli geologi e ingegneri sismici italiani che lanciano un grido di allarme: servono mappe più affidabili.
PresaDiretta ha attraversato la gigantesca area del cratere del terremoto, quasi 8mila chilometri quadrati, incontrando sindaci, sfollati, tecnici, cittadini e imprese locali e ha raccolto un lungo elenco di problemi ancora irrisolti.
I terremotati vivono sparpagliati tra hotel, casette prefabbricate e container. Il ripristino della viabilità e delle infrastrutture è molto indietro, pur essendo di importanza strategica per il territorio. I cantieri delle case private, non partono. Le imprese e l’economia di tutta l’area sono allo stremo. E infine norme, procedure e burocrazia paralizzano l’intera catena della ricostruzione.
A PresaDiretta un reportage sul TERREMOTO INFINITO, per provare a restituire la speranza a questo importante pezzo del paese.
“TERREMOTO INFINITO” è un racconto di Riccardo Iacona con Elena Marzano, Giuseppe Laganà, Massimiliano Torchia.


24 agosto 2019

Il silenzio sul terremoto e il rumore del pettegolezzo politico


Ad Amatrice, e negli altri comuni colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016, hanno preferito così: ricordare i morti, la distruzione, i paesi distrutti in silenzio, in una celebrazione senza autorità.
Quelle autorità che, nei giorni successivi, avevano fatto passerella sui luoghi colpiti dalle scosse.
Quelle autorità che hanno usato il terremoto e i terremotati (in tenda, mentre diamo soldi ai clandestini, neri ovviamente) per pura speculazione politica.

Bene, il silenzio dello Stato, fermo nell'opera di ricostruzione e fermo anche nell'opera di messa in sicurezza del paese, è la risposta giusta da parte di queste persone, nelle Marche, nell'alto Lazio, la cui vita è oggi sospesa, in perenne attesa di uno sblocco che faccia partire i lavori, che snellisca certe procedure, che ridia vita ai paesi.

Ma questi giorni, queste settimane, non sono state affatto giorni di silenzio.
Sono stati i giorni della ridicola caduta di un governo del cambiamento, il governo del popolo, la cui solidità si poggiava su un contratto di governo e che in venti mesi ha fintamente abolito i clandestini, la povertà, la precarietà sul lavoro, la corruzione e le famigerate ong.

La politica non dovrebbe essere fare comizi in spiaggia, non dovrebbe essere rivolgersi ai social ai propri elettori senza riferire in Parlamento. La politica non si fa parlando alla pancia delle persone (prima gli italiani, prima i terremotati in tenda e si è visto poi..), non si fa senza un programma, una visione comune, uno sguardo ai tempi lunghi.
Il governo giallo-verde era così solido che si è sfaldato come neve al sole appena il ministro della presunta sicurezza ha cercato di passare all'incasso, pensando ai sondaggi e ad un governo con pieni poteri.
Ridicolo, lui e tutti quelli, anche nell'informazione, che hanno costruito questa bolla mediatica.

Ora abbiamo tre possibili scenari: un governo m5s-pd, che nasce male per la pretesa dei 5 stelle di portare avanti il taglio dei parlamentari; andare alle elezioni dove probabilmente vincerebbe l'estrema destra oppure arrivare ad un governo anti-Salvini, che dietro non ha nient'altro e che consentirebbe solo a Salvini (e Renzi) di preparare la campagna elettorale.

Come siamo arrivati a questo?
Un passo per volta, esecutivo dopo esecutivo, a furia di accettare il meno peggio, le dirette social, i politici da salotto, le battute contro giornalisti, magistrati, il nemico dell'occasione (le ong, Carola, la Boldrini, Mattarella che doveva essere messo sotto accusa, i sindacati..).


La copertina de l'Espresso è molto significativa.

Il governo giallo-verde è solo l'ultimo scalino della scala, ne possiamo scendere altri. Teniamolo in mente quando si tratterà di scegliere il prossimo Parlamento.

PS: venti anni fa usciva al cinema Matrix. Chi lo avrebbe mai pensato che, non solo in Italia, avremmo scelto in larga parte la pillola azzurra?

04 aprile 2019

L'Italia che tremava (e l'Italia che rideva)



Ieri sera su La7 è andato in onda il film Draquila di Sabina Guzzanti sul terremoto de l'Aquila del 2009 e sullo show messo in atto dall'allora governo Berlusconi: la militarizzazione del territorio, la spettacolarizzazione della ricostruzione, le new town che dovevano accogliere le allegre famiglie, il governo del fare che non lasciava nessuno indietro.
Ve li ricordate ancora i Bertolaso, i Berlusconi e i Vespa, che prima girava sconsolato per le vie della città con le macerie e che poi mostrava al pubblico quanto erano belle le case di Berlusconi?

Le case che erano state costruite senza gara, perché si deve fare in fretta, che erano costate uno sproposito.
Ve li ricordate gli scandali emersi poi sulla gestione degli eventi straordinari da parte della Protezione Civile, i soldi buttati per grandi eventi (il G8 alla Maddalena, i mondiali di nuoto..)?
Ecco, visto che tra due giorni faranno dieci anno dal terremoto de l'Aquila, meglio rinfrescarsi la memoria.
Sulle promesse fatte e non mantenute.
Sul fatto che ancora oggi in quanto a mappatura del territorio, a messa in sicurezza degli edifici pubblici, siamo ancora molto indietro.
Sul fatto che, come i pesci rossi nell'acquario, nemmeno ci ricordiamo più quello che è successo poco tempo fa.
Sabato sui giornali saranno paginate piene di immagini, ricordi strappalacrime, giusto per soddisfare l'orgasmo di un giorno.

E poi continueremo a parlare di pil, cemento, grandi opere, regole da togliere e via discorrendo ..
Perché c'era l'Italia che tremava, dieci anni fa, ma c'erano anche gli sciacalli che ridevano a macerie fumanti.

27 agosto 2017

Estate 2017 – l'agosto infuocato

Non potendo spezzare le reni alla Grecia (avendoci già pensato la Troika), ci siamo accontentati di spezzare le reni alle ONG che si occupano del salvataggio in mare dei migranti nel loro viaggio della speranza dalla Libia all'Italia.

L'estate che si sta chiudendo verrà ricordata anche per questo: la polemica contro le Ong, che fanno da taxi del mare, che aiutano l'invasione del suolo italico da parte diquesti clandestini, per colonizzare il nostro paese. Le Ong coi conti da nascondere, finanziate da Soros, che portano avanti un complotto contro l'Italia.

Ora, dopo il codice di comportamento di Minniti e gli accordi con i due governi libici (finché tengono), abbiamo capito che i respingimenti, se fatti in conto terzo, vanno bene, sia alla nostra coscienza di bravi cristiani (lasciate perdere il buon Samaritano), sia all'Europa che aveva condannato i respingimenti fatti dalla nostra marina.
Se li fa la guardia costiera libica invece va bene (un po' come Erdogan per la Germania, sui profughi siriani).

Confesso, ahimè, di non essere riuscito a staccarmi del tutto dai social e di aver anzi seguito tutte le polemiche: dai roghi che hanno bruciato il poco di verde che ancora rimane (come ogni estate), l'invasione dall'Africa, le ONG, lo scontro sulla presidente Boldrini, la strage di Barcellona e le polemiche sui gessetti (e le solite citazioni della Fallaci).
Il ritorno di fiamma verso il fascismo, anzi, come ha spiegato la scrittrice Michela Murgia, verso i metodi fascisti in politica che stanno bene tanto a destra quanto a sinistra.

Dubito che siamo molti quelli che hanno letto il post, abituati come siamo a leggere solo le prime righe degli articoli, a non sforzarci nel ragionare, ad andare oltre i 140 caratteri (di twitter).

Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. Mussolini era socialista e forse non te l’ho spiegato mai. Ho dimenticato di dirti che si intestava le istanze dei poveri e dei diseredati. Ho omesso di raccontarti che i suoi editoriali erano zeppi di parole d’ordine della sinistra, parole come “lavoratori” e “proletariato”. Non ti ho insegnato che un socialismo che pretende di realizzarsi con metodo fascista è un fascismo, perché nelle questioni politiche la forma è sempre sostanza e il come determina anche il cosa. Per questo il fascismo agisce anche nei sistemi che si richiamano a valori di sinistra e anzi è lì che fa i danni più grandi, perché non c’è niente di più difficile del riconoscere che l’avversario è seduto a tavola con te e ti chiama compagno.
Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi - mafia e fascismo - senza alcun cedimento. [..]
Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila.


Eccolo allora il fascismo in quanti dicono prima gli italiani (scatenando così una guerra tra poveri, non contro lo sfruttamento o i trafficanti di esseri umani), in quanti dicono l'importante è che non arrivino qui (e dunque chi se ne frega se rimangono nei lager libici), in quanti oggi applaudono agli idranti e al manganello dopo lo sgombero dei profughi (in parte con lo status di richiedenti asilo) avvenuto a Roma in piazza Indipendenza.
Una storia dove tutti hanno torto a cominciare dallo Stato e dai suoi rappresentanti che in tutti questi anni non hanno saputo garantire una sistemazione degna a queste persone.
Persone che, con l'arte dell'arrangiarsi, hanno occupato un palazzo, si sono allacciati alla corrente, arrivando ad una situazione di illegalità e di pericolo.
Andavano sgomberati, certo. Ma il come fa la differenza tra un Stato democratico e uno che sta prendendo una brutta deriva.

Uno Stato che non tollera i migranti (tutti clandestini, tutti da cacciare) e che invece strizza l'occhio a chi ha costruito le case abusive (che al sud spesso sono seconde case o case da affittare ai turisti).
Il terremoto e i crolli ad Ischia dice molto dell'ipocrisia dei nostri amministratori: sciacalli sono chiamati coloro che lanciano grida dall'allarme nei confronti delle case tirate su senza rispettare le norme, dei piani rialzati, degli abbattimenti non fatti.
Sciacalli ha detto De Luca.
Dobbiamo distinguere tra abusivismo e abusivismo di necessità, è l'espressione (un colpo al cerchio e uno alla botte) usata dal candidato a 5 stelle in Sicilia.
Destra e sinistra non esistono più, solo una specie di politica che punta a prendere voti concedendo favori alle loro clientes.
Politici che scambiano favori con diritti.
Il diritto alla casa.
Il diritto ad un lavoro e ad un salario dignitoso.
Il diritto alle cure.
Il diritto allo studio.

E mentre siamo qui a parlare, le macerie per il terremoto che ha colpito il centro Italia l'anno scorso sono ancora da rimuovere in buona parte.
Prima gli italiani.
Come se due attività, gestione dell'immigrazione e messa in sicurezza del territorio fossero in antitesi.

Ecco, questa estate verrà ricordata come l'estate dei fuochi, in un paese in cui nessuno vuole più ragionare, nessuno vuole più ascoltare l'altro, sono tutti pronti allo scontro.
Nei prossimi giorni mi piacerebbe scrivere qualcosa sul nostro passato, così per far capire a qualcuno che ha ancora voglia di leggere, cosa è stato il nostro passato.

Il passato di quando c'era lui, il Duce che mandò i soldati a morire in Francia per un cinico calcolo politico. Che mandò i soldati in Russia con gli scarponi di cartone. Altro che difendere gli interessi degli italiani.

06 aprile 2017

Ad Aquila non si ride ancora

Sette anni dopo, a l'Aquila si fa fatica a ridere: diversamente dagli imprenditori sciacalli che la notte della scossa assaporavano già l'odore dei soldi per gli appalti pubblici da fare in emergenza e senza gara, gli aquilani hanno sperimentato sulla loro pelle la doppia faccia dei nostri rappresentanti.
Che, in quelle prime settimane si sono presentati sulle rovine dicendo loro "ghe pensi mi", tranquilli.
La favola delle new town, le belle CASE di Berlusconi, accoglienti e moderne.

Sono servizi solo pochi mesi per comprendere la bugia dietro la narrazione favolistica.
I costi gonfiati di queste case, coi balconi che crollano.
La ricostruzione del centro che, per anni, è rimasta ferma.

Il 6 aprile 2009 l'Italia si risvegliava più fragile e indifesa.
Negli anni successivi, indifesi e lasciati soli.
Come soli si sono sentiti in questi mesi gli abitanti dei paesi nel centro Italia colpiti dalle scosse del terremoto del 24 agosto (e successivamente a fine ottobre e gennaio).
Soli da uno stato che ha saputo promettere.
Le casette di legno, il piano casa Italia.

E, nel frattempo si continua a costruire male, a cementificare e, in barba alle promesse dopo il referendum di aprile 2016, pure a trivellare.

Solo la solidarietà del paese, quella, non è mancata mai.
Il paese che quella notte, sotto le scosse, non rideva.

28 febbraio 2017

Presa diretta – Casa Italia

La puntata di Presa diretta è cominciata con l'intervista a Tito Boeri: la prima domanda è stata sul tracollo dei contratti a tempo indeterminato. Il jobs act ha finito la sua spinta propulsiva?
No, guardando i dati, il numero di posti è cresciuto dell'8% anche se la crescita dell'economia è del 2%. La diminuzione degli incentivi ha avuto il suo effetto nel calo, che ha spinto anche alla crescita dei posti a tempo determinato.
Il bicchiere è mezzo pieno per Boeri: un altro dato positivo è nella diminuzione dei licenziamenti (e questo era un timore sul jobs act).
I giovani hanno perso molti posti di lavoro: dal 2007 abbiamo perso 2 ml di posti tra i giovani, dobbiamo continuare altre operazioni guardando ai giovani.
Gli incentivi dovrebbero essere indirizzati ai giovani – ha suggerito Iacona: gli incentivi costano ma hanno avuto un impatto forte sulla crescita, allora concentriamoci su questi, visto che la prima occupazione è importante nella carriera di una persona.

Il sistema pensionistico è iniquo: ha riservato per anni trattamenti vantaggiosi rispetto a quelli delle giovani generazioni che ora li dovranno pagare. Ora i giovani sanno che verranno trattati in modo diverso: si deve far qualcosa, impegnando risorse per finanziare la decontribuzione, il cuneo fiscale per i giovani.

Ci sono state tante proposte: tagliare i vitalizi per renderli pari alle pensioni col contributivo.
Servirebbe che dalle proposte (alcune delle quali non cambiano nulla) senza aspettare le elezioni e la campagna elettorale.
Boeri è dell'idea di trasferire all'Inps questi trattamenti e anche di uniformarli alle altre forme pensionistiche.
Altra proposta tagliare le pensioni alti o le pensioni che si cumulano: se non si è fatto fino ad oggi è per una scelta politica.
Un punto di frizione col governo è nell'idea di tagliare queste iniquità: si dovrebbe dire alle future generazioni la verità e i politici dovrebbero pensare agli effetti delle loro riforme, nel futuro.
Come le pensioni baby, una delle tante riforme che hanno fatto alzare il “debito implicito”.

Debito che finirà sulle spalle di quanto oggi entrano nel mondo del lavoro: sui giovani la politica investe poco nei fatti – ha raccontato Iacona.
Passiamo al debito esplicito: la Corte dei Conti ha sancito un rosso nei conti dell'Inps, ma Boeri ha rassicurato, perché l'ente può rientrare nei conti con una semplice operazione contabile, non ci sono problemi di bilancio.
C'è un problema di debito pubblico nel complesso, per la spesa pensionistica, si dovrebbe contenere la spesa pubblica, ma l'Inps rimane in piedi (a meno che lo Stato fallisca ..).

Il bilancio è di 400mld, di cui l'11% stabilito per legge, per le pensioni. Solo l'1% deriva dalle spese di gestione e su quello l'Inps si sta già muovendo: le critiche sono dovute alla sua gestione e alla sua riorganizzazione che Boeri ritiene fondamentale.
Quelle riorganizzazioni servivano per far funzionare la macchina in modo più efficiente, prima c'erano troppi centri decisionali.

Iacona ha chiesto un commento sui dati dell'inps, su quelli dell'Istat: ci sono stati dei miglioramenti, rispetto al passato, anche se insufficienti.
Ci sono i posti di lavoro persi, di persone che potrebbero contribuire alla crescita del paese.
I posti di lavoro creati, a tutele crescenti, dovrebbero rinforzare il paese.

Casa Italia.
Andiamo ora a vedere la ricostruzione in centro Italia: ad Amatrice sono arrivate le prime 25 case, ma per usarle servono le opere accessorie.
Dovevano essere pronte molto prima (Renzi aveva detto prima di Natale): a Norcia sono arrivate 30 casette su 3000. Case in legno che permettono alle prime famiglie assegnatarie di tornare a vivere:almeno per loro si vede la luce in fondo al tunnel.
9000 sfollati vivono negli alberghi e le convenzioni scadono a fine aprile: gli albergatori vedono già dei problemi per la stagione estiva, per il turismo.
Ci sono poi le proteste delle persone che si chiedono dove verranno ricostruiti i paesini: in tutto l'arquatano la burocrazia sta fermando tutto, lo sgombero delle macerie.
Le persone chiedono al governo un cambio di marcia, in termini di procedure da snellire: anche Errani, il commissario, pochi giorni fa si era sfogato in una riunione coi sindaci.
“Questa non è ricostruzione .. bisogna cambiare”: De Angelis, coordinatore di Italia sicura, ha spiegato che non siamo più ai tempi di Bertolaso, coi suoi affidamenti diretti.
Si deve coniugare legalità e velocità: ci sono errori del governo tecnico di Monti e di un paese che non ha fatto i conti col problema della prevenzione strutturale.

La zona dell'Italia centrale è tutta a rischio sismico: lo sappiamo ma non abbiamo fatto abbastanza fino ad oggi. Eppure abbiamo tutto, competenza e tecnologie. Cosa aspettiamo, la prossima scossa?

Ancora oggi le immagini Accumoli, Norcia, distrutti dalle scosse, come se ci fosse appena stato un bombardamento, fanno impressione.
Qui ci sono stati più morti che del terremoto dell'Aquila: solo a Camporotondo, dove si è costruito seguendo le norme, ci sono stati meno crolli.
Il sindaco, che è anche professore universitario, ha raccontato cosa è stato fatto dopo la scossa del 1997: si è fatta prevenzione e ora, dopo una scossa forte, non ci sono stati morti.
Anche a Norcia, nonostante le tre scosse, molti edifici sono rimasti quasi integri: anche qui si è intervenuto sugli edifici facendo prevenzione. Alcuni palazzi sono crollati, altri, quelli nuovi, hanno resistito, salvando vite umane e facendo risparmiare soldi allo stato.

La Basilica di San Benedetto è invece crollata: non sono state messe le catene, per tenere assieme le strutture. Come altre Chiese, che non sono state protette (forse per colpa delle soprintendenze) e sono crollate.
La frazione di Castelluccio, sui monti Sibillini, è stata invece devastata: un ingegnere ha mostrato al giornalista un edificio di tre piani, appena ristrutturato, crollato su se stesso.
Le crepe sui muri, sulle strade. La faglia sul monte, di fronte al paese: se non ci sono stati morti è stato solo per un caso.
Anche qui si doveva mettere in sicurezza il paese: il comune, dopo la scossa del 1997, ha fatto la sua delibera definitiva nel 2016. Il terremoto è arrivato prima.

Anche ad Accumoli, Amatrice, erano arrivati fondi per la ricostruzione: l'allora ministro Napolitano aveva stanziato 100 miliardi (dopo il terremoto del 1997) e quei soldi erano stati gestiti dalla regione (centro sinistra).
Nel 2002 Storace ottenne un altro finanziamento, per arrivare a 216 mld di lire: peccato che questi soldi siano stati gestiti a pioggia, per piccoli lavori, per finanziare lavori in trattativa privata, senza passare per gara.
Tra i 216 mld, c'erano anche i soldi per ristrutturare il campanile di Accumoli, crollato ad agosto uccidendo la famiglia Tuccio.
Si potevano salvare, come tante altre persone: se solo i soldi fossero stati usati in modo più efficace. “Quel campanile lì, non si sa che impicci hanno fatto ” .. così diceva il padre della vittima.

Che impicci ci sono stati attorno al campanile di Accumoli?
Quella chiesa doveva essere messa in sicurezza, con quei 216 miliardi di soldi pubblici. Invece è crollata sulla casa accanto.
Erano stati effettuati lavori antisismici: interventi che non riguardavano il campanile, almeno a sentire il tecnico dei lavori.
L'ex sindaco ha raccontato di aver chiesto alla curia di riprendere i lavori, dopo la ristrutturazione, dopo averli bloccati: ma ci sono stati dei veri collaudi?
Solo sfortuna, come dice l'ex sindaco, o altro.

Alla scuola Romolo Caprarica, ad Amatrice, i lavori per 700mila euro, tutto doveva essere sicuro: eppure il 24 agosto è crollata anche lei e non ci sono state vittime solo perché era agosto.
All'ospedale di Amaldoli i lavori erano terminati nel 2014: la notte del 24 agosto ha subito i primi danni e a novembre è stata dichiarata inagibile.
Camerino, chiesa di S Maria: il campanile è crollato su una casa senza causare morti. Anche il campanile, come la chiesa, come l'ospedale, come la scuola, era stati ristrutturato, senza i corretti controlli, senza i collaudi.
Le regioni hanno nei loro bilanci 739 ml, alcuni ancora non spesi, per la ristrutturazione: come sono stati spesi e come verranno spesi?

Renzi, ad agosto, ha lanciato il progetto Casa Italia: i soldi per la messa in sicurezza ci sono, diceva l'ex premier, perché fuori dal patto di stabilità.
Soldi affidati al dottor Grassi per 45mld: 11 mld per la riqualificazione antisismica, 7 per la ricostruzione post terremoto.
5 miliardi all'anno per la ricostruzione, dunque. I soldi ci sono.

Ma il dottor Marani, che ha analizzato la legge, è molto scettico: i soldi non sono impegnati in tanti rivoli, non solo per problemi sismici.
La cifra attendibile, in finanziaria, per i terremoti è solo di 1 miliardo: oggi si parla molto e si spende meno, spiega il professore.
De Angelis stima una spesa di 4-5 miliardi ogni anno, per la messa in sicurezza del paese: quest'anno c'è il sisma bonus, per 300 ml. Soldi anche per le finestre di casa, però.
Per questi interventi, lo stato restituisce fino all'85% al cittadino: soldi che hanno portato ad una polemica con la UE.
Ma è uno sforamento dello 0,13% sui conti: tra poche settimane il governo dovrà rispondere all'Unione Europea, sulle sue segnalazioni circa i nostri conti.

Come potremmo rendere antisismica qualunque casa?
Esistono delle tecniche per rendere antisismica ogni casa, anche quelle più vecchie: in Giappone la prevenzione, ad esempio, si fa da anni, con delle simulazione di scosse del sesto grado.
Ma senza andare in Giappone, all'Aquila vive il signor Bruno: la sua casa è stata ricostruita da casa, sopra degli isolatori, che possono essere installati sopra case esistenti.
Sono delle strutture che scollegano il terreno sottostante al fabbricato: questi dispositivi sono stati installati sopra delle scuole, auditorium, edifici.
Nelle ultime scosse hanno dimostrato di saper fare il loro dovere, la notte del 24 agosto.

Il capo della protezione civile in Calabria, Tansi, è già stato ospite di Iacona in altre puntate: arrivato a quel posto, ha scoperto una situazione scandalosa nella protezione civile e sulla sicurezza.
A Reggio Calabria ci sono scuole bloccate perché pericolanti: la dirigente dell'istituto racconta che qui mancano i soldi per ogni cosa, figuriamoci per la messa in sicurezza.
I soldi per riparare la caldaia li ha messi lei: i figli come sono tutelati nelle scuole dell'obbligo, a Reggio?

Chi dovrebbe intervenire? Il comune non fa niente, fa chiudere le scuole, alcune già incluse dal rapporto Barberi di fine anni '90.
Altri edifici pubblici sono a rischio e, in assenza di lavori di ristrutturazione, hanno pure subito un degrado in questi anni: non basta fare degli scongiuri.

Tutti i piani di prevenzione dei comuni devono essere valutati dalla protezione civile: mancano dei documenti, come le aree di emergenza, mancano i piani di emergenza per molti comuni, le analisi dei rischi.
Ci sono altre criticità: alla protezione civile si sono sprecati soldi pubblici gestendo male il personale, gestendo male le risorse: tre gatti delle nevi mai usati, tre mezzi universali mai immatricolati .. Acquisti milionari che il dottor Tansi, a capo della struttura, ha scoperchiato e bloccato.

Ma contro Tansi si è mosso uno dei sindacati, il Cisal, che ha protestato contro le sue scelte: c'erano autisti che, grazie agli straordinari, guadagnavano fino a 6000 euro.
Come è possibile?
Gli autisti facevano fino a 400 ore di straordinario al mese: un disordine amministrativo che Tansi ha denunciato al personale e alla magistratura.
Il capo della Cisal, che intende aprire un procedimento disciplinare contro Tansi, lavora per un politico regionale: di chi rappresenta gli interessi? Dell'amministrazione, dei dipendenti oppure fa un gioco politico contro chi intende messe in ordine i conti e la struttura?

La protezione civile era una mangiatoia in Calabria, come prima lo era la sanità: ma questo è costato a Tansi, gli sono arrivate delle minacce, hanno bruciato un container della struttura.
Eppure se dovesse arrivare qui il terremoto, farebbe migliaia di vittime: eppure non si è sviluppata una cultura di prevenzione in questi anni.
Reggio è tutto un abuso, ci sono quartieri e palazzoni abusivi, come se la gente non si rendesse conto del pericolo.
Su paesi a mille metri sul mare, Tansi ha trovato dei piani di emergenza con rischio tsunami: documenti firmati da professionisti, forse con troppi interessi personali sui soldi pubblici per la prevenzione.

Forse per questo, molti politici di destra e sinistra, una persona perbene e preparata come Tansi, la vorrebbero mandare a casa.

24 gennaio 2017

Indignati per la vignetta

Quanto ci siamo indignati per la vignetta di Charlie Hebdo sulla tragedia di Rigopiano..
Una vignetta banalotta, per dirla tutta, come quelli che pensano di far ridere disegnando un pene su un foglio bianco.
Va bene che siamo tutti Charlie, ma non questo non autorizza a raccontare in modo superficiale certe tragedie.

Ma non possiamo fermarci qui.
Alla solita difesa degli eroi, i volontari della Protezione civile, i vigili, i militari che scavano da giorni, a tutte le ore, sotto la neve che ha sepolto l'hotel a Rigopiano.
Non possiamo dirci che è stata solo una fatalità, come ha fatto in parte intendere il ministro Delrio ieri sera ad Otto e mezzo.

Perché ora, il sistema della protezione civile sta funzionando bene.
Ma prima?
L'allarme inascoltato dalla prefettura.
Il resort costruito sopra una zona di detriti di altre frane (anche al Vajont, il bacino artificiale era sopra una zona su cui erano già avvenuto altre frane nel passato).
Il black out dell'Enel e la gente che è rimasta senza luce e riscaldamento per giorni.
I vigili del fuoco accrosi a Rigopiano nella notte tra il 22 e il 23 scavavano a mani nude, non avendo a disposizione guanti termici (lo denuncia un responsabile dell'USB pompieri).
Ci ricordiamo dei nostri eroi solo nelle tragedie, ma sono le stesse persone, gli statali, che sono poi denigrati nel resto dell'anno.
Contratti precari e salari tra i più bassi in Europa.
Statali come i medici di Nola, che pure lavoravano per terra, pur di dare un servizio.

Ecco, indignamoci pure per quella vignetta. Ma non dimentichiamoci il resto.

20 gennaio 2017

La tenaglia

"Stringiamoci a coorte" dicono, niente polemiche perché siamo in emergenza.
La tenaglia, neve e terremoto.
E ora la slavina che ha seppellito il resort a 1200 metri, che sorgeva sotto un vallone chiamato bocca di lupo.

Non è che tutto vogliono fare opera di sciacallaggio politico per attaccare il governo di turno.
Ma nemmeno vorremmo che ancora un volta si passasse dalla fase del pianto a quella del dimenticatoio.
Perché nella tenaglia che ha stretto l'Italia centrale va inclusa anche la politica delle promesse (le casette di legno e i container che non sono arrivati), la burocrazia, la cultura di prevenzione (sia nelle costruzioni che nella cura dell'ambiente).

Prima o poi dovremo parlare anche di questi problemi, oltre che della nevicata eccezionale in pieno gennaio.