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08 maggio 2026

Ombre sulla Repubblica di Aldo Giannuli


 
Italia, 1945-1948: una guerra civile latente

Conoscere il passato per saper comprendere il presente e come siamo arrivati a questo presente, con un partito proveniente dall'estrema destra al governo e con una classe dirigente che nemmeno si riconosce nell'antifascismo.

A questo servono i libri di storia e a questo servono gli storici, tanto più se parliamo di storia moderna dove il rischio di confondere la conoscenza dei fatti, delle relazioni, delle cause (che hanno provocato gli effetti) con le proprie idee poitiche rischia di contaminare il racconto.

Ma non è questo il caso di Aldo Giannuli: lo spiega direttamente nell'introduzione

"Dunque, lo storico del proprio tempo deve essere molto vigilante su sé stesso. Essere di parte (e confessare le proprie posizioni ideologiche è la cosa più onesta che si possa fare".

In questo lungo e ben documentato saggio Giannuli copre i tre anni fondamentali durante i quali è nata la nostra giovane democrazia, gli anni tra la fine della guerra di Liberazione (o guerra civile) e le prime elezioni del 1948, quando si instaurò al potere quel blocco politico con al centro il partito della Democrazia Cristiana rimasto stabilmente al governo per più di 40 anni.

Un percorso non rettilineo, passato attraverso finte epurazioni dei fascisti (e del fascismo), attraverso colpi di stato veri o solamente annunciati (l'intentona, per dirla alla spagnola) ovvero come strumenti di pressione verso i fragili governi di Ferruccio Parri e De Gasperi nati sulle ceneri del fascismo.

Non un triennio di transizione dalla guerra verso la democrazia, ma un periodo di formazione dove si sono consolidati quelle forze, quegli assetti di potere che hanno influenzato la storia del nostro paese fino ad oggi.

Nell’introduzione abbiamo sostenuto, in primo luogo, il carattere fondativo del triennio 1945-1948, non solo per il lascito della Costituzione, ma anche perché allora si è organizzato il sistema politico e di potere che poi è rimasto identico a se stesso sino al 1992

La Chiesa, il potere della "forza" (le forze di intelligence, ufficiali e non, la forza militare), il potere industriale che in Italia è per lo più basato sulla rendita.

L’idea di insieme che ne ricavo è che quel triennio fra la fine della guerra e la fine dei lavori dell’Assemblea Costituente sia stato segnato da una «guerra civile latente», poi evoluta in una «guerra civile fredda» (cap. 9), perfetto pendant della «Guerra fredda»

Sono gli anni in cui sono avvenute stragi ancora misteriose (e su cui ancora girano tante verità di fatto che non corrispondono alle verità storiche), come la strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio del 1947. Una storia di criminalità locale, il bandito Giuliano che ha sparato sulla folla di braccianti in festa.. no, un primo episodio di una strategia della tensione verso il governo, la DC, verso le sinistre per condizionare la situazione politica col terrore.

Una storia che a tratti assomiglia ad un romanzo di spie: il nostro era un paese uscito sconfitto dalla guerra, sebbene una parte (minoritaria) degli italiani avesse combattuto contro gli occupanti nazifascisti con le formazioni partigiane. Eravamo un paese sotto tutela, sotto il controllo delle potenze vincitrici, non tutte avrebbero voluto per l'Italia una piena democrazia, pieni poteri (in ambito politico, industriale, militare).

Aldo Giannuli racconta delle influenze dei paesi vincitori che occuparono il nostro paese sia con la presenza delle truppe, sia con la presenza dei loro agenti.

Gli agenti dei servizi occidentali, chiaramente, inglesi e americani, ma anche gli agenti sovietici, attenti a non pestarsi troppo i piedi tra di loro. Quello che ho trovato interessante è stato il capitolo dedicato alle interferenze dei servizi Jugoslavi, interessati ad entrare in possesso delle zone ad est di Trieste.

E poi chiaramente gli ex fascisti che dopo la sconfitta (e dopo le torture, i massacri, i delitti, le ruberie) si erano nascosti o eclissati, in attesa di tempi migliori.
L’autore racconta degli attentati al sud, ma non solo, delle cellule fasciste, le “uova del drago” compiuti per destabilizzare le istituzioni o, come in Sicilia, per spingere il governo a concedere l’autonomia.

Dal sito NotizieGeopolitiche.net, relativamente alla questione dei servizi:

Servizi ufficiali e strutture parallele
Un altro aspetto decisivo è la molteplicità degli apparati informativi.
Nel dopoguerra non esiste soltanto un servizio segreto ufficiale, ordinato, lineare, pienamente riconducibile a una catena istituzionale trasparente. Esistono strutture militari in trasformazione, uffici riservati del Ministero dell’Interno, reti alleate, canali americani, informatori legati al mondo industriale, residui di apparati fascisti, organizzazioni clandestine di destra, servizi di partito, circuiti informali.
Questa pluralità rende il quadro molto più complesso. Il potere informativo non è concentrato in un unico centro. È disperso, stratificato, competitivo. E proprio questa dispersione produce zone grigie. Dove finisce lo Stato e dove comincia il servizio parallelo? Dove finisce la collaborazione con gli Alleati e dove comincia la subordinazione? Dove finisce la prevenzione legittima e dove comincia la manipolazione politica? Dove finisce l’antifascismo istituzionale e dove comincia l’uso tattico di elementi neofascisti in chiave anticomunista?

Da tutto il racconto, veramente ben dettagliato con continui rimandi ad altre opere e citazioni di documenti ufficiali presi dai vari archivi, emergono tre figure principali che hanno caratterizzato questo periodo e dunque la fondazione e la formazione della nostra Repubblica: Palmiro Togliatti, Alcide De Gasperi e Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, papa Pio XII.

Il PCI di Togliatti, con la svolta di Salerno, aveva rinunciato all’idea della rivoluzione, ma sul partito comunista, il più grande dell’Europa occidentale, pesavano i sospetti per i legami con Mosca che il segretario non seppe risolvere (o forse non era in grado di risolvere).
Se la coalizione con i partiti di centro sinistra fu vincente alle elezioni del 1946 su referendum e Assemblea Costituente, essa fu sconfitta nel 1948 alle prime elezioni. L’Italia era rimasta un paese profondamente moderato, le persone erano stanche dalla guerra, più che la rivoluzione (quale? E come?) volevano la tranquillità. Quella garantita dalla Chiesa, dalla DC, l’altro partito di massa.

Si di lui scrive Giannuli:

Togliatti ebbe sempre un’idea tutta e solo politica della rivoluzione, non credette mai nel protagonismo delle masse, che poteva affermarsi solo grazie al ruolo del partito [..]
Per Togliatti la rivoluzione fu soprattutto l’occupazione del potere statale da parte del Partito, e a tutti i livelli.

Un leader politico intelligente che però non aveva saputo leggere bene il suo tempo, aveva fatto molte concessioni, alla DC, alla Chiesa, agli ex fascisti, sperando poi di averne un ritorno politico:

.. seguirono le altre concessioni alle controparti: alla Chiesa il voto sull’articolo 7 della Costituzione, alla Confindustria lo smantellamento dei consigli di gestione in fabbrica, la riabilitazione di manager come Vittorio Valletta e la politica di moderazione salariale, al clandestinismo fascista l’amnistia..

Alcide De Gasperi guidò il governo dopo la fine dell’esperienza di Ferruccio Parri, un esecutivo nato dal CLN e non da una elezione: dovette giostrarsi tra i paletti imposti dalle potenze vincitrici, la presenza ingombrante dell’esercito, dell’intelligence, del banditismo al sud (gli autonomisti siciliani, la banda Giuliano), quella della Chiesa, un potere ingombrante e diffuso, molto più che quello dei partiti. Dopo la strage di Portella – su cui Giannulli racconta i possibili moventi e i perché – chiuse l’esperienza di governo col PCI, spalancando la strada ai goveni

Chiuse un occhio sul “potere della forza”, i giochi sporchi dei servizi (compresi quelli non ufficiali come il “Noto Servizio”, a metà tra la fedeltà atlantica e quella alla nostra Costituzione.

Assieme a Togliatti, questo va dato loro atto, evitarono la guerra civile in Italia, che all’indomani della fine della guerra sembrava poter scoppiare da un momento all’altro (per vari motivi, la resistenza tradita, il ritorno dei fascisti).

Infine papa Pacelli:

Pacelli fu un papa antiecumenico, antimodernista, tradizionalista, cultore dell’idea del Papato imperiale, e accesamente anticomunista.

Accettò il fascismo e il nazismo come male minore rispetto al comunismo, come anche dovette accettare parzialmente il laicismo che arrivava con l’American way of life.

Un papa moderno, per come imparò ad usare i nuovi media come la Radio, ma un papa antimodernista su temi sociali, culturali, civili:

Pacelli incoraggiò la nascita di organismi del laicato per categorie sociali, e nacquero così il centro italiano femminile, l’associazione dei maestri cattolici, l’associazione cristiana dei lavoratori italiani

Ombre sulla Repubblica racconta dunque degli anni di formazione della nostra Repubblica, la nascita della Repubblica dei partiti, il consolidamento di una Costituzione materiale in attesa dell’attuazione di quella dei costituenti.
Un modello basato sull’equilibrio dei poteri, ma che pagava il pegno dell’immobilismo: abbiamo dovuto aspettare il 68 e ancora, per avere le prime riforme sulla smilitarizzazione della polizia, lo statuto dei lavoratori, il divorzio..
Dice un’altra cosa, Aldo Giannuli: la nostra Costituzione, la nostra Repubblica non è nata da una pacificazione, con l’ammissione delle proprie colpe dei fascisti, di chi li ha supportati tra industriali, chiesa, borghesia. La nostra Repubblica nasce da una guerra civile che non si è ancora chiusa, nemmeno oggi. Lo si capisce dai tanti nemici della Costituzione nella politica, nella classe dirigente. La legge uguale per tutti, il salario dignitoso, la tutela dell’ambiente.

La scheda del libro sui sito di Amazon e Ibs.

Il blog dell’autore Aldo Giannuli e il suo canale Youtube

13 marzo 2026

La vendetta di Odessa di Frederick Forsyth, Tony Kent


 

Prologo Washington D.C., Stati Uniti d’America Venerdì 23 maggio 2025 Il senatore Jack Johnson si rimirò allo specchio nel suo nuovo smoking sartoriale. Gli stava alla perfezione, e non poteva essere altrimenti: era costato più della sua prima automobile, ma valeva senza dubbio il prezzo.

Organizzazione degli ex appartenenti alle SS, in tedesco Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen: è il nome dell'organizzazione che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando era chiara la sconfitta dell'esercito tedesco, si occupò di mettere in salvo gli alti gerarchi delle SS consapevoli che, altrimenti, sarebbero stati chiamati a rispondere dei loro crimini.

Odessa, tra gli altri, consentià la fuga in Argentina di Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio, l'organizzatore della soluzione finale per lo sterminio degli ebrei in Europa.

Nel suo primo romanzo, Dossier Odessa (che considero una pietra miliare per questo genere di romanzi), Frederick Forsyth aveva raccontato, attraverso l'indagine del giornalista Peter Miller, di come Odessa fosse coinvolta in un piano per un attacco missilistico contro Israele.

Per un semplice caso, la notizia dell'attentato al presidente Kennedy il 23 ottobew 1963, la storia prese una direzione anziché un'altra. Odessa fu stroncata anche grazie a Peter Miller e alla sua determinazione nel voler dar la caccia a Edoard Roshmann, il boia di Riga. Responsabile della morte di 300 mila ebrei e anche di qualcuno che era molto vicino a lui.

In questo romanzo, ambientato ai giorni nostri, ritorna Odessa e ritorna anche Peter Miller, assieme al nipote Georg, anche lui giornalista. Ancora una volta è il caso a guidare il destino delle persone: se Georg Miller non si fosse fermato a parlare con quel malato che lo guardava fisso fuori dall’ospedale di Stoccarda, forse a quest’ora avremmo un partito nazista alla guida della Germania (e non è detto che non accada in un futuro)…

Ma andiamo per ordine: la storia si sdoppia in due filoni che sembrano muoversi su piani diversi.

A Stoccarda un gruppo di terroristi spara sugli spalti della curva dello stadio causando una strage: è l’ennesimo attentato di matrice islamica, in un momento di tensione (contro gli immigrati) per il paese per la scia di sangue che ha lasciato.

Riuscì finalmente a vedere uno degli uomini che stavano sparando. Registrò i suoi lineamenti in un istante: era un arabo, concluse, vestito con capi di tipo militare di color marrone che sembravano una tuta da volo.

Il giornalista Georg Miller si reca proprio a Stoccarda, all’ospedale, a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, per scrivere un articolo che racconti i fatti, non il solito articolo di accusa contro gli immigrati e le politiche di accoglienza.

.. il paese era una polveriera pronta a esplodere in una direzione che Georg considerava impensabile. E per calmare la tempesta non era possibile affidarsi ai politici, un tempo tra i più liberali del mondo occidentale.

Georg se ne rende conto dalle impressioni che raccoglie in ospedale, questo attentato è colpa di quelli come lei – gli viene rinfacciato: quelli che hanno accolto tutte queste persone, che ci odiano, che sono la feccia del mondo e che adesso ci ammazzano.

Ma un uomo attira la sua attenzione: lo sta guardando fisso e gli dice qualcosa che sconvolge il gjornalista

«Ma tu sei morto» disse, più a sé stesso che a Georg. «Sei morto.»
Perché quell’uomo lo chiama Horst? Perché gli dice che è stato lui ad uccidere questo Horst.. Horst era il nome del padre di Georg, morto in un incidente.

Da questo incontro nasce l’indagine che porterà Georg Miller, giornalista del Komet, sulle tracce di Odessa, l’organizzazione criminale che si era insediata nel corpo della Germania Democratica e che si credeva morta proprio dopo le inchieste di Peter Miller, il nonno di Georg.
Georg si troverà, assieme alla fidanza, anche lei giornalista, al nonno, il mitico Peter Miller, di fronte alla più grave minaccia per la Germania.

Washington D.C., Stati Uniti d’America Vanessa Price terminò la frase che stava digitando e guardò il suo Apple Watch. Le 17.15. Per gran parte del mondo occidentale quell’orario rappresentava la fine della giornata lavorativa

A Washington, Vanessa Price lavora nello staff di Cole Grisham, astro nascente del partito Repubblicano, appena paracadutato al Senato dopo la morte del senatore Jack Johnson, ucciso per un incendio scoppiato nella sua villa assieme ad un’altra ragazza del suo staff. Lo scandalo era stato messo a tacere fin da subito, un senatore morto nella sua stanza assieme ad una giovane ragazza. Questa morte era stata il trampolino di lancio per Cole Grisham, considerato un outsider per Washington, uno che non fa parte del sistema, uno che dice le cose che la gente pensa. Un politico molto a destra, molto di più rispetto al presidente repubblicano (che ricorda da vicino l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump).
Il clima nello staff non è dei migliori: i vecchi membri dello staff di Johnson (che Grisham ha ereditato) sono stati cacciati tutti anche con pretesti poco puliti.

La stessa Vanessa comprende che stare dentro quel mondo, ipocrita, razzista, falso, è alla causa degli attacchi di panico sempre più frequenti.

«Ma in che modo? È il più giovane dei senatori junior del Campidoglio.» «È già sistemato. Prima di fine ottobre, Cole Grisham sarà vicepresidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, ho bisogno che tu tenga in riga il team.

Avrebbe anche deciso di andarsene, abbandonare quel gruppo dove non è riuscita a socializzare con nessuno, finché una scoperta sui finanziamenti del candidato Cole Grisham non la mettono di fronte alla scelta: far finta di niente oppure andar fino in fondo per capire meglio chi siano le persone dietro la carriera fulminante di Grisham.

Anche a costo di rimetterci la vita.

Le due indagini, quella di Georg, nata casualmente dall’incontro col malato dentro l’ospedale di Stoccarda e quella di Vanessa procederanno parallele: dietro l’attentato allo stadio, la morte di quel malato, ricoverato per demenza all’ospedale, la morte del senatore Johnson, si cela un piano preparato con tanta pazienza nel corso degli anni. Un piano preparato dai più grandi nemici della democrazia in Germania. Odessa non è morta.

Per bloccare questo piano bisogna essere pronti a rischiare la propria vita e ad uccidere per non essere uccisi. Perché il nemico che si ha di fronte non ha scrupoli.

Mi è piaciuto l’inizio di questo romanzo, con questi storie che procedono in parallelo e dove sembra di rivedere episodi della storia recente: gli attacchi di gruppi terroristici islamici, la crescita delle destre in Germania e in tutta Europa che dettano l’agenda politica nelle democrazia occidentali nel segno della xenofobia e del nazionalismo.

Nella seconda parte del libro ci si ritrova dentro un romanzo di azione: non ho trovato in queste pagine il Forsyth che ho amato in Dossier Odessa e ne Il giorno dello sciacallo. Manca lo stile giornalistico, apparentemente freddo e distaccato, con cui lo scrittore inglese prendeva spunto dalla realtà (e da fatti di cui era venuto a conoscenza come giornalista) per raccontare storie romanzate ma allo stesso tempo molto verosimili.

«Pensaci, Georg» continuò Peter. «Lo hai visto tu stesso: la rinascita dell’estrema destra, l’ascesa dell’AfD. Credi davvero che siano arrivate dal nulla?»

Uno stile che solo in parte ho ritrovato in queste pagine, in particolare quando a parlare è proprio l’anziano giornalista, Peter Miller: anziano ma ancora capace nel mettere assieme i puntini. L’avanzata delle destre, lo sdoganamento di slogan, idee, che pensavamo fossero banditi nelle democrazie moderne (e non perché esiste la cultura woke). Il declino delle democrazie e la crescita di leader politici populisti attorno a cui si consolida il culto della persona, come una religione.

«Ricorda che, se Hitler negli anni Venti e Trenta non avesse avuto i comunisti a spaventare le pecore, avrebbe dovuto inventarli.»

I comunisti ieri, gli immigrati oggi. Sono tutti spunti che dovrebbero far riflettere con molta attenzione.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

23 settembre 2024

Le furie di Venezia – di Fabiano Massimi


Prologo

Sono anni che aspetta questo momento.

Nella penombra dello studio, seduto dietro la grande scrivania piena di carte che solo a lui è concesso leggere, l’uomo fissa il telefono da chissà quanto, incapace di distrarsi, incapace di pensare. La tensione è una camicia troppo stretta che trasforma ogni respiro in sofferenza. Il tempo è lento e torbido come l’acqua di un rigagnolo.

Quando arriva il primo squillo, l’uomo resta immobile.

Un secondo squillo.

Un terzo.

Un quarto, e lui ancora non reagisce, come fosse paralizzato – perché sono anni che aspetta, ma si può mai essere pronti per un momento come questo?

Alla fine l’uomo si riscuote, afferra la cornetta.

«Quindi?» dice soltanto, la sua voce stentorea ridotta a un sussurro.

«È morto.»

«Sicuri?»

«Sicuri.»

Questo romanzo racconta, usando il meccanismo del giallo, la storia di Ida Dalser, la vittima dimenticata del fascismo, la donna la cui vita doveva essere cancellata per non macchiare l’immagine immacolata del duce del fascismo, Benito Mussolini.

Dio Patria e famiglia: quanto suonano false oggi queste parole (nonostante siano ancora usata da certa propaganda politica), il regime fascista mandò al massacro i suoi soldati, portò il paese alla rovina, mise in catene l’opposizione, tra cui anche alcuni preti che pagarono con la vita il voler mantenere la fede e non voltarsi dall’altra parte di fronte ai soprusi, alle violenze, alla vergogna delle leggi razziali.

Dopo Geli Raubal, l’Angelo di Monaco, Fabiano Massimi ci fa un altro regalo: ne “Le Furie di Venezia” si parla di questa donna, Ida Dalser, che pagò il prezzo di aver amato Mussolini e di avergli dato tutta sé stessa con la vita. La sua e quella del figlio, Benito Albino Dalser, il primogenito di Benito Mussolini che lui stesso riconobbe a Milano.
Un’altra donna, come Geli, finita stritolata da quel meccanismo messo in piedi a difesa del leader, perché nulla possa appannarne la figura immacolata.

VENERDÌ 15 GIUGNO 1934

La luce, pensò Sauer. Era la luce a fare la magia. Come uno sguardo nuovo posato su cose antiche, come una mano sicura che afferrasse il vento e lo tenesse fermo, i gabbiani alti immobili nell’azzurro, l’odore di salmastro che arriva a folate. La luce sembrava di vetro in quel mattino caldo e umido di metà giugno, mentre la folla festante rombava intorno a lui. Eppure Siegfried Sauer – ex soldato sulla Somme, ex commissario di polizia a Monaco, ex guardiano notturno di Vienna, ex tante cose e adesso più nessuna – d’un tratto si sentì solo nella piazza gremita, lambito da un soffio di ricordi che gli scompigliava i capelli ingrigiti e gli arruffava cuore e pensieri, sussurrandogli un nome che era insieme promessa e rimpianto, e che sempre, sempre lo spingeva avanti, anche in un giorno come quello, anche a un passo dalla fine.

Rosa.

Attenzione, questa non è una biografia, per raccontarne la sua storia l’autore ci porta a Venezia, nel 1934, anno decimo dell’era fascista, dove incontriamo nuovamente l’ex commissario Siegfried Sauer e i suoi compagni, Sandor, Mutti e l’antifascista italiano Livio. Hanno deciso di essere loro gli artefici del destino del mondo, dopo aver visto coi loro occhi di cosa è stato capace il partito nazista di Hitler in Germania: l’insabbiamento dell’indagine sulla povera Geli, la nipote del fuhrer, poi l’incendio del Reichstag, nel 1933 (I demoni di Berlino), con la fine della repubblica di Weimar e l’arrivo al potere di Hitler.

Il Duce a Venezia per accogliere Hitler.

La Storia quel giorno passava da lì.

Tutti questi dubbi, tutta l’ansia che ne germinava, invasero l’ex commissario nello spazio di pochi istanti, quanti ne servirono a Livio per ricevere la risposta dalla cupola e girargliela con altri due lampi di luce.

Sauer respirò.

Occorre uccidere i due dittatori quando si sporgeranno assieme dal balcone del museo Correr: è il prezzo da pagare per salvare l’Europa da lutti ben peggiori. Due colpi sparati dal cecchino ungherese Sandor dalla Torre dei Mori e tutto sarà finito. Compresa l’alleanza tra i due condottieri del mondo..
Ma qualcosa nel loro piano non va secondo i piani: l’ego di Mussolini o forse un cambio nel programma, fa saltare tutto, dal balcone esce solo il faccione del duce, che arringa la folla con le solite parole piene di retorica, l’Italia e il fascismo in quel momento la fanno ancora da padroni nei confronti dei nazisti, a Hitler in quella scenografia è dato solo un ruolo da comparsa, ma le cose sarebbero cambiate a breve.
Siegfied, Sandor e Mutti si ritrovano così la sera a discutere del loro fallimento, deciso comunque ad andare avanti: ma se è stato il caso a salvare i due dittatori, è sempre il caso che li mette sulle tracce di una nuova storia.
Una storia che apparentemente sembra l’ennesima invenzione su Mussolini, tanto è incredibile: riguarda le voci su un suo figlio, avuto da un’altra donna, non la brava casalinga Rachele.
Seguendo Mussolini lungo i canali di Venezia, approdano all’isola di San Clemente, dove ha sede un manicomio femminile.
Quella storia, che girava nelle taverne, che veniva sussurrata sottovoce per non finire nelle grinfie della polizia politica del regime è vera: Sigi, Mutti e Sandor riescono ad infiltrarsi nel manicomio, a spulciare gli archivi delle persone in cura e ad arrivare a questa donna, così importante tanto che la sua cartella è stata fatta sparire..
Chi è Ida Dalser e perché deve essere tenuta così nascosta al mondo e agli italiani? Qual è la sua storia? Qual è il suo segreto?

Ce lo racconta lei stessa, nelle trascrizioni dei dialoghi tenuti col suo psichiatra: la storia della sua vita, quella di una donna determinata che riuscì prima della guerra a costruirsi una fortuna col suo salone, a Parigi prima e a Milano poi. Dove conobbe per la prima lui.

D. Che conobbe chi?
R. Ma lui. Chi altri? Benito Mussolini, al tempo direttore dell’Avanti! Era il 24 febbraio del 1914.
Il giorno più felice della mia vita, e insieme il più disgraziato.
Fu Ida Dalser, è questa è la storia non il romanzo, a dare i soldi a Mussolini per fondare Il popolo d’Italia, dopo essere stato cacciato dal partito socialista e da direttore de l’Avanti, per il suo cambio di posizione sull’interventismo.
Mussolini doveva tutto a Ida, ma la nascita
di Vittorio, primo figlio maschio da “donna” Rachele, mise fine ad ogni sua speranza. E decise anche della sua vita e della vita di quel figlio nato nel 1915. Albino Benito Mussolini.

Forse c’è modo di stroncare il fascismo andando a liberare questa donna dalla prigionia, forse se il paese sapesse la sua storia il consenso del fascismo nella popolazione crollerebbe, come tutto il teatro messo in piedi dalla propaganda. Sauer è un idealista, la storia di Geli, l’incendio del Reichstag lo hanno segnato profondamente: le ferite che hanno lasciato nella sua anima possono essere sanate solo cercando fare giustizia, anche a prezzo della loro vita.
Se non può salvare Ida, per la protezione stretta a cui è sottoposta dal regime, c’è almeno un’altra vita da salvare, quella di Albino. Questa è una promessa che Sigi Sauer è disposto a mantenere ad ogni costo.

Mercoledì 26 agosto 1942

Non sembrava di essere appena fuori Milano, alla fine di un agosto torrido come pochi, nel cuore di una guerra che infuriava ormai da anni senza alcuna fine in vista.

Otto anni dopo il racconto ci porta a Milano: la guerra è arrivata e, anche se è ancora lontano, si fa sentire sulla popolazione, anche sui quanti avevano esultato due anni prima con l’annuncio roboante, Vincere e vinceremo!
Sono arrivate le bombe, i razionamenti, le tessere per comprare il cibo, la borsa nera di chi si approfitta delle disgrazie. Le leggi fascistissime, la repressione del regime contro chi si azzarda a pensare come un uomo libero. Nessuno crede più alle prime pagine dei giornali che, in quei mesi, raccontano ancora della celere avanzata verso Stalingrado.
Sembra di essere catapultati in un’altra storia: a Milano incontriamo il commissario Fausto Armeni, della sezione politica della polizia, mentre sta andando a visitare la moglie, curata nel manicomio di Mombello. È successo qualcosa di terribile al loro bambino, non sappiamo bene cosa, ma questo ha scosso profondamente le loro vita, specie quelle di Margherita.

«Era il mio bambino» disse lei in un fiato di voce, gli occhi fissi sulle mani.
«Io non volevo.» «Lo so» rispose Armeni, mentre l’infermiere la conduceva via..
Qui, ed è ancora il caso, artefice dei destini delle persone, ad intervenire: nel giardino del manicomio incontra un paziente che è appena scappato. Si tratta di un “giovane vecchio”, tanto il suo corpo presenta i segni della sofferenza

Armeni vide il collo che ne spuntava, sottile come il polso di un ragazzo, e appeso al collo un volto cereo ed emaciato. Albino, si disse. Il paziente scomparso.

Chi è questo paziente? Come mai c’è una camicia nera, un pezzo grosso del partito, che segue la sua cura nella struttura? Armeni è pur sempre un poliziotto, uno che non può non interessarsi ad enigmi come questi, specie in un momento così difficile della sua vita, a causa della malattia della moglie.
Sembra un’altra storia ma è la stessa storia: perché quel bambino è proprio Albino Dalser.
Forse, per Sigi Sauer e i suoi compagni di lotta, c’è ancora modo di poter rispettare quella vecchia promessa fatta a Venezia quasi otto anni prima.

Salvate mio figlio..



Mescolando finzione letteraria e storia, Fabiano Massimi ci porta dentro uno dei misteri, anzi uno dei tabù, della storia del fascismo. Tanto era la paura del regime, e di Mussolini, per questa donna, Ida Dalser, la prima moglie di Mussolini, da averla reclusa in un manicomio, non come pazza, ma come persona pericolosa per il regime. Tutto doveva essere cancellato, distrutto: i suoi documenti e anche il suo corpo, sepolto in una fossa comune sull’isola di San Clemente nel 1937. Ancora oggi, se non ci fosse stato il film di Bellocchio del 2009, Vincere (con una grandissima Vittoria Mezzogiorno), e un documentario su Rai Storia, ne sapremmo poco della sua vita. E ancora peggio è andata al figlio di Ida, Albino, tolto alla madre, affidato ad un gerarca fascista (che grazie a questo fece una fulminea carriera), allontanato dai parenti, fu anche lui rinchiuso in un manicomio, a Monbello, dove morì nell’agosto del 1942.

«Le Erinni» disse Menzio. «Anche note come Furie. Esseri sovrumani animati da un unico scopo: punire i colpevoli, vendicare i torti. Erano divinità della giustizia, ma di una giustizia estrema, violenta.

Le Erinni, nella mitologia romana Le Furie (da cui il titolo del romanzo), erano la personificazione divina della vendetta, soprattutto contro chi colpisce i propri familiari o i propri cari.
Se la vendetta contro il regime non ha più senso di essere, è bene almeno che questa storia sia raccontata ancora oggi, anche in forma di romanzo. Perché nessuno dimentichi cosa anche è stato il fascismo. Un padre padrone che ha ucciso i proprio figli, non solo in senso letterale.
“Come la sua vicenda, anche il suo corpo è stato cancellato. Eppure la sua storia non è stata dimenticata, le storie tornano sempre fuori, le storie non possono essere cancellate” – ci spiega Fabiano Massimi in questa presentazione del libro.

Domandatevi, voi che mi leggerete, se meritavo questo. Se qualcuno abbia mai meritato ciò che fecero a me e a mia madre. Eppure è accaduto. Eppure è accaduto. Ecco allora le mie ultime parole.

Tutto questo è successo davvero. Non lasciate che succeda di nuovo. Non lasciate che sia dimenticato.

PS: non lo sapevo e l’ho scoperto leggendo le pagine di questo romanzo, ma il famoso quadro di Bocklin, l’Isola dei morti è stato ispirato dall’isola di San Michele, il cimitero dei veneziani.

La scheda del libro sul sito di Longanesi, le prime pagine del libro.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

19 agosto 2023

Morte di un agente segreto di Giuseppe Casarrubea

 

Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47)

Le confidenze di un patriarca
Intorno alla mezzanotte del 26 giugno 1947 alcuni uomini salivano, indisturbati e con passo deciso, dalla via dei Mille di Alcamo. Questa cittadina del trapanese, definita da alcuni come luogo prediletto dei “santoni” della mafia, aveva il pregio di portare ancora, nel suo nome, l’etimo delle sue origini arabe, da cui la stessa parola mafia sembra derivare. Città di frontiera e di antica resistenza islamica contro gli invasori Normanni, si poteva dire che aveva segnato, assieme a Jato, la linea di difesa occidentale di quel popolo conquistatore che per tre secoli aveva dominato la Sicilia.

Quei cinque uomini che camminano in quella notte senza luna (particolare non da poco, come spiegherà in questo saggio lo storico Giuseppe Casarrubea) ancora non lo sanno, ma stanno per morire: il capomafia di Alcamo, don Vincenzo Rimi li ha venduti al capitano dei carabinieri Giallombardo i cui uomini sono appostati lungo quella via per tendere loro una trappola. I primi quattro moriranno in un conflitto a fuoco, le cui dinamiche ancora oggi, a distanza di 76 anni sono poco chiare. I rapporti dei carabinieri, redatti da un ufficiale che nemmeno era presente quella notte, sono pieni di contraddizioni. Anche il rapporto ufficiale sulla morte del quinto uomo (e le ricostruzioni dei carabinieri) è assolutamente poco credibile: si chiama Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo, ma anche noto come Totò u palermitamu o anche il Vendicatore per una cerchia ristretta di amici. Si era arreso ai carabinieri dicendo loro di essere un informatore dell’Ispettorato di Polizia per la Sicilia, Ettore Messana, ma una volta in caserma, venne ucciso nel corso di un alterco col capitano Giallombardo.

Ma chi era questo Salvatore Ferreri, un ragazzo di appena 24 anni, che aveva però sulle spalle decine di omicidi, specializzato in sequestri di persona e assalti alle caserme?

Avrebbe dovuto scontare una lunga detenzione in carcere, invece la sua storia riguarda anche una latitanza abbastanza lunga e tranquilla, con tanto di rapporti di confidenza con le forze dell’ordine, conclusasi in modo cruento nella notte del 27 giugno 1947.
Vi ricorda forse altre storie di altrettanti latitanti della mafia, come Luciano Leggio, Riina, Provenzano, che almeno rimasero in vita anche dopo la cattura?
Bene, perché questo saggio di Giuseppe Casarrubea ricostruisce tutta la storia di questo strano personaggio, che non era un boss come Provenzano, un capo dei capi, ma solo un bandito, la cui breve carriera criminale era iniziata all’inizio del 1944 con l’omicidio di un autista (similmente alla carriera criminale di Giuliano che era cominciata col delitto di un carabiniere nel settembre del 1943). Carriera costellata da tanti, pesanti segreti sui rapporti tra le istituzioni, i gruppi neofascisti che non si erano rassegnati alla sconfitta e la mafia che quel conflitto a fuoco, che forse è stata un’esecuzione, ha cercato di nascondere nella sua tomba.

In un documento dell’808° Battaglione per il Controspionaggio del Sim (data: 5 marzo 1945, titolo: “Organizzazione Sabotatori - Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David”), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio annota: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias ‘prof. D’Amato’, alias ‘dott. De Santis’, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Soprannominato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, ma non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Alfonso Fiori (in realtà Alfredo Fiore), capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiore notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se ha bisogno di denaro. Il Fiore dovrà inoltre porre l’agente (Vito La ginestra, nda) in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri a sud di Roma. Fra Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […].” Il Fra Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1945 – 1947?

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]

Tra questi segreti che dovevano sparire con lui, il peccato originale della nostra storia repubblicana: un segreto che lega assieme la rete nazista di sabotatori che i gerarchi di Salò lasciarono al sud per sabotare alle spalle l’avanzata alleata, gli specialisti in sabotaggio ed esplosivi della X Mas di Junio Valerio Borghese, salvato dalla fucilazione dal James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio americano, l’OSS in Italia. Angleton mise gli occhi sin dal 1944 su questa rete di esperti sabotatori (“le uova del drago”, le chiama l’autore), che aveva usato gente come Giuliano e Ferreri per le sue azioni criminali, trasformandoli da banditi in agenti in una struttura segreta che doveva agire dietro le linee del nemico.
La ricostruzione dello storico Giuseppe Casarrubea si è basata sui documenti presi dai registri dei servizi americani e italiani, dagli archivi di Stato italiani, dagli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nonché gli atti del processo di Viterbo per la strage di Portella. Tutti documenti pubblici la cui consultazione dovrebbe stimolare oggi, a distanza di quasi 80 anni, una seria riflessione sulla genesi della nostra repubblica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda.

Secondo la tesi dell’autore, questa rete di origine fascista sarebbe stata poi riciclata dall’OSS in funziona anticomunista, mettendo a frutto l’esperienza da sabotatori (e da criminali) fatta nel biennio 1944-45 contro l’esercito italiano e i carabinieri.

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 - 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 - 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il mitra automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Tra le armi della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm (modello 35), il medesimo tipo di ordigno esplosivo utilizzato per gli assalti alle Camere del Lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


Sono i mesi in cui in Sicilia si sperimentano politiche e strategie che poi rivedremo nel corso della nostra storia: attentati contro sindacalisti (come Accursio Miraglia) e contro le camere del lavoro e del partito comunista in un crescendo che è culminato con la strage di Portella della Ginestra (e le successive stragi a San Giuseppe Jato e Partinico, meno note): secondo la storiografia che si è purtroppo consolidata fino a noi, il bandito Giuliano sparò contro i braccianti radunatisi sulla piana quel 1 maggio per festeggiare la festività sul lavoro.

Ecco, dice Casarrubea, si tratta una storia falsa tutta da riscrivere, a sparare sulla folla fu Ferreri col suo mitra, mentre da un altro punto di fuoco un reparto di soldati della X Mas lanciarono le granate che all’inizio furono scambiati per petardi. Giuliano fu soltanto il “Lee Oswald” siciliano (oppure fu Lee Oswald ad essere il Giuliano americano): indicato al paese come unico responsabile della strage, Giuliano fu tenuto in vita finché convenne alla mafia, per poi essere eliminato anche lui nel luglio del 1950 dopo essere attirato in un tranello dal compare Gaspare Pisciotta.

Se per la morte di Giuliano vale il titolo de l’Europeo “L’unica cosa che è certa è che è morto”, perché tutta la ricostruzione dei carabinieri del colonnello Luca faceva acqua, per le vicende avvenute in Sicilia tra il 1943 e il 1947 l’unica cosa certa è che non solo solo storie di banditi e di siciliani che si sparavano tra di loro (come dichiarò in Parlamento Mario Scelba, negando la presenza di mandanti sopra la banda Giuliano).

Dall'estate del 1944, Venezia ospita infatti un importante centro nazifascista di addestramento al sabotaggio e allo spionaggio presso l’isola di Sant’Andrea, in collegamento con i centri di Montorfano (Golf Club Villa d’Este, Como) e di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Nella città lagunare, ai primi di maggio del 1945, si arrendono agli Alleati Nino Buttazzoni e Rodolfo Ceccacci (Decima Mas). Nel luglio 1945, ai militi della ex Decima dell'isola viene clamorosamente concessa dagli angloamericani e dal Sim “la totale immunità” per i misfatti compiuti nei venti mesi della repubblica di Salò. Da quel momento, a Venezia, decine di ex marò di Junio Valerio Borghese si mettono segretamente al servizio dell'Oss [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, cit., pp. 60 – 62]. Le affermazioni di Paolantonio ci portano a ipotizzare che Salvatore Ferreri/Fra’ Diavolo entra nell'Evis di Giuliano (nella tarda estate del 1945), dopo aver trascorso un periodo “al servizio degli Alleati a Venezia” all'indomani della Liberazione.

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


In Sicilia in quegli anni che vanno dal 1943 al 1947 si costruì un’alleanza eversiva che vedeva dentro separatisti, vecchi latifondisti che non volevano perdere i privilegi che le sinistre avrebbero loro tolti, vecchi esponenti del fascismo (come i due ispettori generali della polizia in Sicilia, Messana e Verdiani, che avevano operato sotto il fascismo nella Slovenia) riciclati per la nuova causa anticomunista, personaggi come Borghese (comandante del reparto X Mas) che non accettavano l’arrivo della Repubblica. Tutti alleati assieme agli ex nemici di poco prima, i servizi americani che qui in Sicilia sperimentarono quello che poi avremmo visto verificare poi a Milano, a Brescia durante la strategia della tensione.

Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Questo libro (come anche i precedenti scritti di Giuseppe Casarrubea) non dovrebbero costituire una clamorosa novità: nel 1981 l’ex capo della CIA William Colby potè scrivere nelle sue memorie senza essere smentito: “L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata, in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile.”

La storia italiana, il tradimento degli italiani che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo, dei siciliani che nel 1947 hanno votato in regione per il blocco delle sinistre è passato anche attraverso personaggi oggi sconosciuti come Salvatore Ferreri, legato dai rapporti dei servizi americani al gruppo di Nuotatori paracadutisti di Nino Buttazzoni, addestrato dalla rete clandestina fascista per operazioni di sabotaggio dietro le linee del fronte alleato.
Proprio oggi che forze politiche eredi del Movimento sociale, partito fondato da reduci, gerarchi, ex esponenti del partito fascista, sono al governo e tentato di riscrivere la storia, diventa importante fare luce su queste pagine cupe del nostro passato, sul nostro non aver fatto i conti col passato fascista, sulla nostra politica a sovranità limitata e sugli input che arrivano da oltre oceano. Da Portella fino ad arrivare alla strage di Bologna.

La scheda del libro sul sito dello storico Giuseppe Casarrubea

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


18 agosto 2023

Il delitto Pecorelli di Massimo Canuti (storia dei grandi segreti d’Italia – Oggi RCS)

 


Nelle nebbie della prima Repubblica
Giornalista scomodo e coraggioso o strumento nelle mani dei servizi segreti? Doppiogiochista disposto a tutto per ogni scopo ricercatore indefesso della verità e fustigatore del potere? Ricattatore dei potenti o eroe senza paura?
Ma soprattutto, vittima di quale mano?
Gli interrogativi su Mino Pecorelli, suo suo ruolo, le sue attività, il suo essere sempre nell’occhio del ciclone di tutte le più complicate vicende politiche degli anni Sessanta e Settanta, le domande, in particolare, sulle circostanze della sua morte, inevase da quarantadue anni, sommergono chiunque si accosti alla sua storia, in un’ondata che toglie il respiro, che sembra non finire mai, da cui sembra di non poter più riemergere, risucchiati nell’incubo nero di un paese senza via d’uscita.

Se il delitto Moro, il rapimento del segretario della DC in via Fani, la sua lunga detenzione conclusa con la sua morte, è il grande mistero della prima Repubblica che da qui iniziò il suo lento declino (conclusosi con le bombe della stagione 1992-93), il delitto del giornalista Mino Pecorelli, diretto del settimanale Osservatorio Politico è IL delitto della prima Repubblica.

Perché attraverso la sua morte, attraverso i suoi articoli pubblicati raccogliendo informazioni dalle sue innumerevoli fonti, dai servizi alla politica al mondo dell’economia, possiamo rileggere in controluce tutti gli scandali, i veleni, i misteri di quel trentennio della nostra storia repubblicana.

Il mistero Mino Pecorelli, chi sia stato veramente, chi lo ha ucciso quella sera del 20 marzo del 1979, è un mistero che avvolge anche i momenti successivi al suo delitto: chi erano quegli uomini che sono stati visti sotto il suo palazzo, come se attendessero qualcuno?

Chi era il visitatore misterioso con cui Pecorelli aveva un appuntamento alle 17? Chi ha rovistato nella sua macchina lasciando la portiera aperta? Chi è entrato nella sua casa, prima degli investigatori, prelevando oggetti del giornalista? Infine l’enigma della telefonata fatta dai carabinieri alla dell’Olgiata di Maria Palma, dove stava per iniziare una strana cena, con protagonisti il procuratore capo di Roma, De Matteo, il sostituto Domenico Sica, il sostituto Vitalone e il colonnello Varisco, braccio destro di Dalla Chiesa.

Per cosa è stato ucciso Mino Pecorelli, per quale dei suoi scoop? Per la storia degli “assegni del presidente”, gli assegni dell’industriale Rovelli ad Andreotti, poi girati ad altre persone, tra cui il costruttore Caltagirone? Oppure per tutti i suoi articoli sul sequestro Moro, i cui contenuti avevano come fonte sicuramente persone del Viminale? Non si era fatto prendere in giro, Pecorelli, dalla finta scoperta del covo di via Gradoli: fu lui l’autore della cartolina per il signor Borghi, alias Mario Moretti, il carceriere di Moro, residente in via Gladioli (altro riferimento occulto del giornalista a Gladio).
Forse Pecorelli era riuscito a mettere le mani sull’intero memoriale di Aldo Moro, le lettere gli interrogatori nel corso della prigionia, ben prima che fossero scoperti, in parte e fotocopiati la seconda volta nel covo di via Montenevoso a Milano.

Tutte le persone che si misero alla ricerca del memoriale fecero una brutta fine, dal generale Dalla Chiesa, ritenuto ingombrante non solo dalla mafia e ucciso da essa in convergenza di interessi con altri poteri occulti. Nel luglio del 1979 fu ucciso anche il colonnello Varisco, uno dei presenti a quella strana cena, a pochi giorni di distanza dal liquidatore della banca di Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso da un killer della mafia il 12 luglio a Milano.
Ad aggiungere mistero alla storia, c’è la famosa riunione proprio nell’ufficio del colonnello Varisco a Roma, a cui parteciparono proprio Pecorelli, il commissario della banca d’Italia Giorgio Ambrosoli (uno che se l’era andata a cercare, secondo Giulio Andreotti) e il generale Dalla Chiesa.

A rileggere i numeri di OP, inizialmente solo un’agenzia di stampa, poi diventato un settimanale venduto nelle edicole, c’è l’imbarazzo della scelta nel cercare i nemici di Mino Pecorelli, persone che avrebbero voluto tanto togliere di mezzo questo giornalista. Ci sono le inchieste sullo scandalo petroli, sulle tangenti con la Libia, armi in cambio di petrolio da Gheddafi. Sulle tangenti americane dalla Lockheed, finite a politici italiani, dove si arrivò ad accusare perfino l’allora presidente Leone (poi prosciolto dalle indagini).

C’è la storia dei dossier del Sifar, raccolti dal generale Giovanni De Lorenzo, autore del piano Solo nei mesi del governo di centro sinistra di Moro, che tante tensioni suscitava in Italia e anche oltre oceano. Quei dossier avrebbero dovuto essere distrutti mentre in realtà furono usati per anni per ricattare taluni personaggi in guerre politiche nascoste.
Pecorelli era un giornalista che non spaventava facilmente, anche quando le sue piste arrivavano a toccare fili che scottano: come l’inchiesta sulle attività del padre domenicano Felix Morlion, agente dell’OSS nei mesi della seconda guerra mondiale, in contatto con l’allora sottosegretario Andreotti. Ne avrebbe parlato in un articolo della rivista “Nuovo mondo d’Oggi” nel 1967 dove si metteva tutto assieme: la rete nazista lasciata nel sud dopo lo sbarco in Sicilia, riciclata dai servizi americani in funzione anti-sinistre, fino ai finanziamenti USA ai gruppi imprenditoriali italiani..

Storie che raccontano l’anima grigia della nostra Repubblica: la Gladio italiana (rivelata ai cittadini italiani solo nel 1990), le tangenti pagate ai partiti politici, il ruolo di Gelli come deus ex machina nella politica italiana (quando ancora era un signor nessuno per tanti). I retroscena e i preparativi del golpe Borghese, unico tra i tanti colpi di stato arrivato ad uno stadio avanzato: a Pecorelli arrivò non il “malloppino”, la relazione del SID piena di omissis, ma il vero malloppone (ovvero il rapporto redatto dal capitano Labruna con i colloqui fatti coi cospiratori), che gli arriva direttamente dalle mani del generale Maletti, responsabile dell’Ufficio D del Sid.

Erano gli anni delle guerre interne al servizio tra le due cordate, quella vicina all’area andreottiana, del direttore Miceli (poi candidato nel Msi) e quella vicina ai morotei del generale Maletti: sono gli anni del processo per piazza Fontana celebrato a Catanzaro, dove sfilarono politici e ufficiali del servizi assieme ad estremisti di destra.

Il processo tenutosi a Perugia, che ha visto tra gli imputati l’ex presidente del Consiglio Andreotti, l’ex magistrato Vitalone, assieme ad esponenti dell’estrema destra italiana (i NAR Carminati e Fioravanti usati come manovalanza per tanti delitti politici degli anni 80-90) e al boss mafioso Pippo Calò è finito con l’assoluzione di tutti: le prove indiziarie c’erano, ma erano tutte voci de relato. Pecorelli sarebbe stato ucciso per fare un favore al divino Giulio, per tramite dei fratelli Salvo, ma sarebbero servite altre prove.

Un nuovo input alle indagini sulla morte del direttore di OP potrebbe arrivare da due nuove fonti: la prima sono le rivelazioni di Vincenzo Vinciguerra, ex esponente di Avanguardia Nazionale e amico di Stefano Delle Chiaie, che ha iniziato a collaborare con lo stato quando si è reso conto che i suoi ex camerati erano solo strumenti nelle mani di poteri deviati dello stato italiano, quello che a parole dovevano combattere. La seconda è invece la sentenza di condanna di Gilberto Cavallini per la strage di Bologna (che in primo grado ha visto la condanna anche di Paolo Bellini, altro esponente di A.N.): si tratta di quel magma nero dentro cui troviamo Gelli, la P2, i suoi finanziamenti ai NAR di Fioravanti e Mambro, i rapporti con la destra (Mario Tedeschi, ex senatore del MSI) e con pezzi delle istituzioni come Federico Umberto d’Amato, direttore del Ufficio Affari Riservati.

Quel magma su cui stava indagando, in una drammatica solitudine il magistrato Mario Amato:

Mario Amato erano l’unico giudice della capitale che si stava occupando dei NAR e del rapporto esistente tra i Nuclei Armati Rivoluzionari e alcuni apparati dello Stato. Per parte sua Mino Pecorelli era l’unico cronista che nei suoi articoli faceva riferimento a molto più che presunti rapporti tra uomini della destra radicale e dei servizi segreti, nonché del finanziamento della P2 e di Licio Gelli ai gruppi eversivi. I vertici di Avanguardia Nazionale erano a conoscenza del fatto che Pecorelli sapeva molto di loro. Nel marzo del 1979 il giornalista aveva recuperato parecchi documenti legati a questo apparato, che come sappiamo ha svolto un ruolo di primissimo piano nella strage di Bologna. Ruolo che è tornato alla ribalta negli ultimi tempi, da quando è stata ipotizzata la presenza di Paolo Bellini sul luogo della strage di Bologna.”

Da questa sentenza occorre ripartire per fare giustizia, per Mino Pecorelli e i suoi familiari, e per fare luce su questo mistero, poiché in democrazia non possono esserci zone d’ombra sulle istituzioni (vale per tutti i grandi misteri d’Italia, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, per la strage di Bologna e per le stragi che hanno insanguinato il paese tra il 1992 e il 1993):

“Oggi la sentenza Cavallini- come scrive sempre Graziella Di Mambro – può essere il riferimento più importante e autorevole da cui muovere nell’inchiesta ancora aperta sull’omicidio Pecorelli. In essa è scritto che Giuseppe Valerio Fioravanti uccise Mino Pecorelli «in veste di sicario su mandato di altri». Chi sono, dunque, questi «altri»?.
«Se la pistola usata per l’omicidio del giornalista è finita nell’arsenale di Avanguardia Nazionale, allora l’organizzazione di Delle Chiaie non era estranea al groviglio di interessi che portò al suo omicidio.» E’ ciò che afferma il giornalista Fabio Camillacci..

La scheda del libro sul sito di RCS Oggi

28 maggio 2022

Abbiamo ricordato pochi giorni fa la strage di Capaci e la morte del giudice Falcone con la moglie e la sua scorta. Un attentato con ancora, dopo 30 anni, tanti punti da chiarire, compresa la pista nera oggetto del servizio di Report lunedì scorso.

Ma anche oggi dobbiamo ricordare qualcosa: la strage fascista di Brescia e l’omicidio da parte di un gruppo di terroristi dell’estremismo rosso del giornalista Walter Tobagi.

Non ci sono punti da chiarire, per fortuna, dietro queste due storie di dolore e sangue: i responsabili della morte di Tobagi (che con quel delitto volevano accreditarsi presso le BR) sono stati arrestati e condannati. Uno di loro, pentito, è passato a lavorare per Comunione e Liberazione. Chissà cosa avrebbe scritto di lui, della follia di questi rivoluzionari, lo stesso Tobagi, il cui motto era “humanas actiones non ridere, non lugere, necque detestari, sed intelligere” - non bisogna deridere le azioni umane, né piangerle, nè disprezzarle, ma comprenderle.
Quanta comprensione avevano dimostrato su di lui, sul mondo, sull’Italia, i terroristi rossi che volevano instaurare la dittatura del proletariato?

Giornalista lucido, capace di comprendere il paese, specie in quegli anni difficili, tra terrorismo nero, rosso, strategia della tensione, con una società in crisi e una politica non sempre capace di prendere delle decisioni per strappare il paese dalla deriva che stava prendendo.

Così scriveva, del terrorismo rosso (e dei brigatisti, che non sono “samurai invincibili”):

La lezione pare fin troppo chiara: le lotte sindacali più dure, quelle oltre i limiti convenzionali della legalità, sono servite agli arruolatori delle Br come un primo banco di prova e di selezione. Il sindacato dovrà tenerne conto, giacché i proclami nobili vanno accompagnati con revisioni coerenti. Questo può implicare anche una temporanea diminuzione del potere sindacale in fabbrica. Ma la scelta non ammette grandi alternative, se è vero come è vero (e tutti i dirigenti sindacali lo ripetono) che il terrorismo è l’alleato «oggettivamente» più subdolo del padronato, e se non viene battuto può ricacciare indietro di decenni la forza del movimento operaio.

La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare. Tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisiva l’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato.

Per la strage di Brescia, la corte d’Appello ha deciso di accogliere la richiesta di un nuovo processo per Maurizio Tramonte, la fonde del SID che era stata condannata all’ergastolo.

Ma la “matrice” della strage, i responsabili, il contesto, il perché sono chiari: Brescia come Milano prima e come Bologna poi, l’uso delle bombe per sovvertire il sistema o quanto meno per condizionarlo, per bloccare le richieste di riforme progressiste da sinistra per svecchiare il paese.

Chi voleva sovvertire il sistema, insomma, dichiarava di essere in lotta contro un sistema vecchio e malato. Gli attacchi alla «farsa democratica» e a a una politica marcia e pletorica hanno sempre avuto gioco facile, in Italia. Insieme all'anticomunismo, questi argomenti sono stati la «placenta del golpe»[..]
La corruzione diffusa, la crisi di governabilità, la necessità di interventi forti in materia economica erano argomenti reali. Già negli anni settanta, infatti, il sistema aveva un livello di efficienza pateticamente basso: uno dei tanti frutti avvelenati della democrazia «bloccata» della guerra fredda. Certi della propria insostituibilità, la Democrazia Cristiane e i partiti a lei consociati al governo perfezionarono un sistema di potere clientelare, spartitorio e diffusamente corrotto.”La corruzione diffusa, la crisi di governabilità, la necessità di interventi forti in materia economica erano argomenti reali. Già negli anni settanta, infatti, il sistema aveva un livello di efficienza pateticamente basso: uno dei tanti frutti avvelenati della democrazia «bloccata» della guerra fredda. Certi della propria insostituibilità, la Democrazia Cristiane e i partiti a lei consociati al governo perfezionarono un sistema di potere clientelare, spartitorio e diffusamente corrotto.”

Da Una stella incoronata di buio – Benedetta Tobagi

17 maggio 2022

Le menti del doppio Stato Giovanni Fasanella, Mario José Cereghino

 


L’Italia laboratorio della guerra clandestina

«Avvenne che da cose piccole e modeste germinò e quindi maturò un seguito, che avrebbe assunto proporzioni e significati non pensati né previsti agli inizi. In guerra assai più che in pace tutto si lega e tutto è destinato a durare.»


Era il 1980 quando l’azionista Raimondo Craveri stampò queste parole in una preziosissima, e purtroppo introvabile, storia dei Servizi segreti nell’ultimo biennio della Seconda Guerra.

Cosa sono queste “piccole cose” germinate in Italia a cavallo tra la caduta del fascismo e i primi anni di vita successivi alla seconda guerra mondiale, di cui parla il politico Raimondo Craveri? Cosa è successo in Italia tra il 1943 e il 1948, tra il voto al Gran Consiglio del 25 luglio, l’armistizio, il crollo del regime fascista e le prime elezioni democratiche nell’Italia repubblicana?
Sono gli anni in cui si forma la coscienza nazionale dopo venti anni di dittatura, gli anni della guerra di liberazione dal nazifascismo, ma sono anche quelli in cui si gettano le basi per nuovi equilibri geopolitici in Italia e in Europa, la spartizione del mondo in zone di influenza. Anni in cui in Italia si combattevano più guerre su più fronti, anche tra eserciti all’apparenza alleati (come Russia e America), anche ricorrendo a forme di guerra non ortodossa, come questo paese avrebbe sperimentato negli anni di piombo.

Gli storici Giovanni Fasanella e Mario Jose Cereghino, andando a spulciarsi i documenti conservati negli archivi londinesi dei servizi di intelligence (solo parzialmente desecretati, nonostante siano passati quasi ottant’anni) hanno raccontato questa guerra in un libro che ha un taglio da inchiesta giornalistica. Una guerra di spie, di agenti doppi e tripli al soldo della repubblica sociale, dei servizi segreti americani (l’OSS, l’antenato della CIA), dei servizi Jugoslavi e della Russia di Stalin il cui obiettivo era consolidare da una parte l'egemonia dei loro stati sul Mediterraneo e sul nostro paese, dall’altra impedire che l’Italia acquisisse una sua indipendenza, dal punto di vista politico, economico. Tutto ciò era legato al fatto di essere una nazione sconfitta in una guerra che fino a pochi mesi prima avevamo combattuto assieme alla Germania di Hitler, oltre, come già detto, alla spartizione del mondo nei due blocchi, frutto degli accordi tra Churchill e Stalin e successivamente dagli accordi di Yalta.

Nel mondo della Guerra fredda e dell’incipiente bipolarismo Usa-Urss, l’Inghilterra perseguiva l’obiettivo di impedire che l’Italia potesse assumere un ruolo rilevante nel Mediterraneo,..

La spinta per leggere questo libro mi è venuta a seguito delle polemiche (anche capziose) delle scorse settimane sul 25 aprile, sul ruolo dei partigiani, sulla lotta contro il nazifascismo portata avanti da una coalizione da cui poi si è generata la Nato.
Questa visione superficiale della nostra storia si scontra col racconto che leggerete in questo saggio, dove esplicitamente si parla di doppio stato, o stato parallelo: un livello di istituzioni regolate dalla Costituzione, dalle leggi, con un certo controllo democratico e, al suo interno, un livello più nascosto del potere, che risponde ad interessi diversi, spesso sovranazionali, senza alcun controllo democratico, senza alcun rispetto delle leggi degli stati.

Avete presente I tre giorni del Condor, il film di Sidney Pollack con Robert Redford: racconta di un ricercatore della CIA che, partendo da un romanzo giallo, arriva alla scoperta di una CIA dentro la CIA..

Joseph Turner: È in programma l'invasione del Medio Oriente?

Higgins: Ma che, sei impazzito?

Joseph Turner: Sono io il pazzo? Senti Turner...

Joseph Turner: Non abbiamo un piano?

Higgins: No. Assolutamente no. Esperimenti, ecco tutto. Come un gioco. Noi ipotizziamo che accadrebbe, quanti uomini servono, quanto tempo occorre. C'è un mezzo più economico di rovesciare un regime? In fondo siamo pagati per questo.

Joseph Turner: Cammina, dai. Cammina. Atwood prendeva quelle ipotesi troppo sel serio, fino a scatenare una guerra, no?

Higgins: Un'iniziativa arbitraria. La commissione non avrebbe mai autorizzato, ora soprattuto con la pressione che c'è intorno alla compagnia.

Joseph Turner: Ma se la pressione non ci fosse stata? Se io non avessi disturbato i suoi piani? Io o qualcun altro?

Higgins: Beh... cambia il gioco. In quel piano non c'era niente di sbagliato, era ben fatto quel piano, avrebbe funzionato.

Joseph Turner: Ma che mentalità è questa vostra? Se non si scoprono le vostre magagne per voi è come se agiste rettamente?

Mettiamo assieme tutti i fatti avvenuti in Italia, partendo dalla liberazione, a Portella, arrivando poi a Piazza Fontana, alla strage di Brescia fino al rapimento di Aldo Moro per arrivare alla bomba alla stazione di Bologna. È solo una storia di criminali, di terroristi da una parte e dello Stato con spiega queste stragi con la necessità di tenere questo paese ostaggio di altri interessi, di decisioni prese fuori dai palazzi del potere, come se questo Stato e le istituzioni fossero solo una facciata di un potere più nascosto e segreto. Un potere nato e cresciuto in questi anni nevralgici della nostra storia.
Lo spiegano gli autori stessi ad inizio libro: è in quegli anni che si arruolano con un nuovo ruolo dai servizi di intelligence occidentali agenti della RSI, che documenti dell’archivio dell’OVRA finiscono nelle mani degli agenti inglesi, dove si cerca in tutti i modi di ostacolare (anche ricorrendo ad attentati) la vita dei governi di unità nazionale, per allontanare dall’area di governo il partito comunista di Togliatti, perché dava fastidio sia a Stalin (per la sua indipendenza rispetto alla politica del Cremlino) sia agli anglo-americani, perché l’Italia doveva rimanere nell’orbita occidentale, nelle mani della DC.

E’ in quegli anni che si creano le basi della futura strategia della tensione: alzare il livello dello scontro nel paese, nel confine del nordest, in Sicilia, nelle città industriali del nord, aizzando le formazioni partigiane deluse dalla politica del PCI, troppo debole, affinché organizzassero delle rivolte che sarebbero poi state soffocate dall’intervento militare delle forze di occupazione. Come avvenuto in Grecia.

La nostra indagine si concentra su un periodo particolare, quello tra il 1944 e i primi Cinquanta. Perché proprio quello? Perché tutto ebbe inizio allora.[..]

In quel periodo di transizione dal fascismo alla democrazia, dalla guerra alla pace, furono create le basi sulle quali si è retto per una lunghissima fase l’equilibrio postbellico. [..]

Il prototipo della «strategia della tensione» fu costruito proprio nel quadriennio 1944-1948 attraverso la creazione di reti per la guerra clandestina, nelle quali furono arruolati mafia, massoneria e squadroni della morte capaci

All’interno di questo romanzo sentirete, forse per la prima volta, dei nomi di James Jesus Angleton, l’uomo dell’OSS in Italia, l’agente americano formato a Londra dal club di Cambridge (dentro cui facevano parte gli agenti doppi Rothschild e Philby, l’inventore del deep state, della Cia della Cia. Del comandante della Decima Mas Junio Valerio Borghese che lo stesso Angleton andò a salvare a Milano dalla fucilazione per crimini di guerra per portarlo a Roma: l’esperienza dei suoi guastatori poteva essere riutilizzata per compiere quegli attentanti sul nostro territorio per alzare il livello di tensione.
Di Federico Umberto d’Amato, il poliziotto che per conto di Angleton aveva riciclato l’OVRA fascista dentro il ministero dell’Interno, dentro cui aveva anche diretto l’Ufficio Affari Riservati, ritenuto dagli storici il cuore della strategia della tensione.
Dei carabinieri Ugo Luca e Antonio Perenze che nel luglio del 1950 avevano ucciso Salvatore Giuliano, con la messinscena della finta uccisione dopo uno scontro a fuoco. Entrambi gli ufficiali appartenevano al battaglio 808 dei servizi segreti, in contatto col SOE inglese e con l’OSS americano ed entrambi furono coinvolti nell’inchiesta dell’attentato a Togliatti del luglio 1948, che avrebbe dovuto far scattare la rivoluzione delle formazioni a sinistra del PCI, se il segretario non le avesse fermate.

Lo stesso Salvatore Giuliano, ritenuto responsabile dell’eccidio di Portella della Ginestra, era in realtà una pedina di questa guerra sotterranea, un agente collegato prima alla rete nazifascista che doveva compiere azioni di terrorismo dietro le linee alleate (le uova del drago lasciate dai nazisti dopo l’invasione della Sicilia), poi agli uomini di Borghese che sarebbero stati presenti a Portella coi loro lanciagranate.

Allora, la guerra di liberazione è stata solo una battaglia di buoni contro i cattivi, per liberare il nostro paese e il mondo dalla tirannia? Oppure la storia, quella che raccontano i documento scoperti negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, raccontano una storia diversa, più complessa: la storia dei tanti peccati originali e compromessi da cui è nata la Repubblica italiana.

I compromessi di Togliatti e di De Gasperi sulla linea da tenere nei confronti dei fascisti, l’evitare che i gruppi di ex partigiani facessero scattare la loro rivoluzione, in risposta al tradimento di Togliatti per l’amnistia, perché sapevano che sarebbe stata una trappola

[Togliatti]Temeva che i comunisti italiani cadessero nella medesima trappola in cui erano rimasti impigliati i «compagni greci». I quali, nel marzo 1946, un anno dopo la fine della guerra, si erano armati ed erano insorti.

Dal mancato attentato al governo Bonomi del 1944, fino ai colpi di pistola di Pallante (lo studente “legato agli ambienti dell’estrema destra che gravitavano attorno alla Decima Mas, alla banda Giuliano e ai separatisti dell’Evis”) contro Togliatti del 14 luglio 1948.

Sono gli anni in cui questo paese è stato in preda a pulsioni separatiste, attraversato da agenti doppi e tripli che organizzavano attentati, reclutando ex repubblichini e criminali. Gli anni in cui Lucky Luciano riformò la mafia rurale in cosa nostra. Gli anni in cui si forma quello che gli autori chiamano il “doppio stato”, che tante governato in modo silente la vita politica di questo paese nei decenni successivi.

La storia di questo paese è ancora da raccontare e questo libro è un buon punto di partenza, nonostante la vastità dei personaggi e delle vicende raccontate. C'è da perdersi dentro, ma è l'unico modo per arrivare alla comprensione dei tanti perché ancora senza risposta. Come mai non abbiamo mai fatto i conti col fascismo? Come mai in questo paese sono avvenute le stragi più feroci da parte del terrorismo nero, con tanto di coperture di pezzi dello stato? 

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